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	<title>Su Nuraghe</title>
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	<description>Circolo Culturale Sardo ~ Biella</description>
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		<title>Dai pozzi di Montevecchio alle piazze di Biella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 13:52:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[birra artigianale]]></category>
		<category><![CDATA[bolle di malto]]></category>
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					<description><![CDATA[I Quattro Mori tornano a “Bolle di Malto”: una birra che attraversa il mare e rinnova il legame tra Sardegna e Piemonte C’è un filo invisibile che unisce luoghi apparentemente lontani. Può essere una lingua, una canzone, il profumo di un pane, una festa, una fotografia. Oppure il gesto semplice di sollevare un bicchiere e...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="/files/img/11/0534.jpg" alt="descrizione" /></p>
<p><strong>I <em>Quattro Mori</em> tornano a “Bolle di Malto”: una birra che attraversa il mare e rinnova il legame tra Sardegna e Piemonte</strong></p>
<p>C’è un filo invisibile che unisce luoghi apparentemente lontani. Può essere una lingua, una canzone, il profumo di un pane, una festa, una fotografia. Oppure il gesto semplice di sollevare un bicchiere e riconoscere, dentro un sorso, la storia di una terra.<span id="more-10631"></span></p>
<p>Dal 30 agosto al 7 settembre 2026, Biella ospita l’undicesima edizione di <em>Bolle di Malto</em>, manifestazione che negli anni è cresciuta fino a diventare uno degli appuntamenti di riferimento per la birra artigianale italiana. Una grande festa popolare e gratuita che porta nel cuore della città birrifici, produttori, cucine di strada, concerti, degustazioni, laboratori, incontri e occasioni di confronto, trasformando le piazze in luoghi dove il gusto diventa relazione e la convivialità si fa cultura.</p>
<p>Ai piedi del Mucrone, per alcuni giorni, arrivano storie provenienti da territori diversi. Ogni birra porta con sé un paesaggio, una competenza, una tradizione, una scommessa sul futuro. Tra queste storie torna quella del <em>Birrificio 4 Mori di Guspini</em>, nato nel 2013 dalla passione e dall’intraprendenza di Paolo Lai e Antonio Zanda.</p>
<p>La sua vicenda comincia in un luogo che custodisce una parte importante della storia industriale della Sardegna: Montevecchio. Gli spazi dell’antica centrale elettrica del complesso minerario, un tempo attraversati dall’energia necessaria al lavoro nelle viscere della terra, sono stati riconvertiti in un moderno birrificio.</p>
<p>È una trasformazione che possiede un valore quasi simbolico. Là dove si estraevano minerali, oggi si produce birra; dove un tempo il lavoro scandiva i ritmi della miniera, nuove professionalità costruiscono futuro. La memoria non viene cancellata: cambia forma e continua a vivere.</p>
<p>Anche i nomi di alcune produzioni del birrificio conservano il ricordo di quel mondo sotterraneo. <em>Pozzo 16</em>, <em>Pozzo 9</em>, <em>Pozzo 5</em>, <em>Pozzo 3</em>: denominazioni che sembrano risalire dalle profondità della terra per entrare nella quotidianità di un bicchiere. La miniera diventa così racconto, identità, materia da condividere.</p>
<p>Alla guida della produzione c’è Fabio Serra, mastro birraio e maltatore, la cui esperienza contribuisce a coniugare la cultura brassicola europea con la specificità di un territorio mediterraneo. Materie prime selezionate, rispetto dei tempi di maturazione e attenzione ai processi produttivi accompagnano una filosofia che guarda alla tradizione senza rinunciare alla ricerca.</p>
<p>Il ritorno a Biella, dopo la partecipazione dello scorso anno, acquista così un significato che va oltre la semplice presenza di un produttore all’interno di una manifestazione nazionale. Il Birrificio 4 Mori porta con sé una Sardegna capace di raccontarsi attraverso l&#8217;impresa, il lavoro e l&#8217;innovazione.</p>
<p>Ma a Biella la Sardegna non è soltanto rappresentata: è presente.</p>
<p>È presente nelle persone che da decenni vivono e lavorano nel Biellese, nelle famiglie che hanno attraversato il mare, nei figli e nei nipoti di quella migrazione, nelle nuove generazioni che hanno imparato a riconoscersi in una storia ricevuta in eredità e continuamente reinterpretata.</p>
<p>Per questo, ad accogliere il birrificio sardo in Piazza Martiri della Libertà sono soprattutto i giovani della comunità sarda, riuniti sotto le insegne dei <em>Quattro Mori</em>.</p>
<p>La loro presenza racconta qualcosa di importante: l’identità non è una reliquia da custodire sotto vetro, ma una realtà viva, capace di passare da una generazione all’altra e, nel passaggio, di assumere forme nuove.</p>
<p>I giovani non ricevono semplicemente un&#8217;eredità: la fanno propria, la abitano, la portano nelle piazze, nei luoghi della socialità, nelle relazioni con gli altri. Così il simbolo dei Quattro Mori, lontano dalle coste dell’Isola, diventa ancora una volta un segno di appartenenza e insieme di apertura.</p>
<p>È anche questo il senso più profondo del lavoro portato avanti dal Circolo Culturale Sardo <em>Su Nuraghe</em>: mantenere vivo il rapporto con la Sardegna senza chiuderlo dentro i confini dell&#8217;origine. Costruire ponti, non recinti. Fare della memoria uno strumento per incontrare altre culture e altre comunità.</p>
<p>Biella e Sardegna, in fondo, possiedono più affinità di quanto possa apparire. Entrambe conoscono la cultura del lavoro, la fatica della trasformazione industriale, il valore delle competenze, le partenze e gli arrivi. Entrambe hanno conosciuto uomini e donne costretti o desiderosi di attraversare confini per costruire altrove la propria vita.</p>
<p>A Montevecchio, il lavoro scendeva nel ventre della montagna. A Biella, per generazioni, ha attraversato le fabbriche tessili. Oggi quelle storie possono incontrarsi in una piazza, davanti a una birra artigianale.</p>
<p>E allora il bicchiere diventa metafora.</p>
<p>Contiene acqua, malto, luppolo e lievito, ma anche il tempo necessario perché quegli elementi trovino equilibrio. Un processo che somiglia, per certi versi, alla costruzione di ogni comunità: persone diverse, storie differenti, esperienze lontane che imparano a convivere senza perdere la propria specificità.</p>
<p><em>Bolle di Malto</em> offre proprio questo spazio d&#8217;incontro. Una festa nata attorno alla birra che negli anni ha saputo trasformarsi in una vetrina dei territori e in un laboratorio di relazioni. Qui la Sardegna può incontrare il Piemonte non soltanto attraverso i prodotti, ma attraverso le persone.</p>
<p>Il ritorno dei 4 Mori diventa dunque una piccola, significativa tappa di un viaggio più grande: quello di un’Isola che continua a muoversi attraverso i suoi emigrati, le nuove generazioni, le imprese, la cultura e la creatività.</p>
<p>Una Sardegna che non rimane ferma sulla linea dell’orizzonte, ma attraversa il mare e mette radici altrove.</p>
<p>Una Sardegna che, lontano dall’Isola, non smette di essere Sardegna.</p>
<p>Perché l’identità, quando è autentica, non ha bisogno di confini per esistere. Sa viaggiare. Sa incontrare. Sa cambiare senza smarrirsi.</p>
<p>E così, dal cuore minerario di Montevecchio alle piazze di Biella, sotto il segno dei <em>Quattro Mori</em>, una nuova storia continua a essere scritta.</p>
<p>Sardegna ovunque: al centro del Piemonte come nel cuore del Mediterraneo.</p>
<p><strong>Battista Saiu</strong></p>
<p><em>Nell’immagine, Fabio Serra, mastro birraio e maltatore, responsabile della produzione del Birrificio 4 Mori di Montevecchio, con Fabio Marrale a Biella, presso lo stand del birrificio durante “Bolle di Malto”.</em></p>
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		<title>Tra Sardegna e Alpi, la memoria prende il largo: il viaggio continua al Museo di Pettinengo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 16:35:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Estate a Pettinengo]]></category>
		<category><![CDATA[Museo delle Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[pettinengo]]></category>
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					<description><![CDATA[Musica, migrazioni e ricerca nelle sale e nel cortile del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli Domenica 30 agosto 2026 il cortile del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli di Pettinengo si è riempito di musica, voci e convivialità. Nel «balcone del Biellese», affacciato sulle montagne e su un paesaggio che...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="/files/img/11/0533.jpg" alt="descrizione" /></p>
<p><strong>Musica, migrazioni e ricerca nelle sale e nel cortile del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli</strong></p>
<p>Domenica 30 agosto 2026 il cortile del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli di Pettinengo si è riempito di musica, voci e convivialità. Nel «balcone del Biellese», affacciato sulle montagne e su un paesaggio che da sempre conosce partenze e ritorni, le note di Mau Ritm &amp; Gius, il duo formato da Mauro Chiarini e Giuseppe Ceria, hanno accompagnato un pomeriggio nel quale la musica è diventata, ancora una volta, linguaggio d&#8217;incontro.</p>
<p><span id="more-10630"></span></p>
<p>Inserito nella stagione estiva della Rete Museale Biellese e realizzato con il patrocinio del Comune di Pettinengo, l&#8217;appuntamento ha interpretato pienamente la vocazione di questo luogo singolare: raccontare le migrazioni non come fenomeno lontano, consegnato alle pagine della storia, ma come esperienza umana capace di continuare a generare relazioni nel presente.</p>
<p>È proprio questa una delle peculiarità del Museo di Pettinengo. Nato dalla memoria dell&#8217;emigrazione e curato dal Circolo Culturale Sardo «Su Nuraghe» di Biella, il Museo mette in dialogo Sardegna e Piemonte, montagne e isole, partenze e approdi. Le sue collezioni raccontano il viaggio, il lavoro, l&#8217;integrazione, la nostalgia e le trasformazioni che accompagnano ogni attraversamento di confini. Ma soprattutto mostrano come le identità non siano realtà immobili: si modificano, si incontrano, si contaminano e, nel tempo, generano nuove appartenenze.</p>
<p>Qui anche gli oggetti più piccoli possono diventare porte aperte sulla storia.</p>
<p>È il caso di un curioso fischietto in fusione di ottone argentato, recentemente entrato nelle collezioni grazie alla donazione del curatore Guido Antoniotti. Al centro del manufatto compare un&#8217;àncora; sopra, un cartiglio reca la scritta «Fiera di Biella». Sono pochi elementi, ma sufficienti per aprire una ricerca.</p>
<p>Quando fu realizzato? Per quale manifestazione? Chi lo produsse? Era un oggetto commemorativo, un ricordo destinato ai visitatori, un premio oppure un articolo realizzato per la vendita? E quale Fiera di Biella evoca?</p>
<p>Per caratteristiche e tecnica, il manufatto potrebbe risalire, con ogni cautela, tra la fine dell&#8217;Ottocento e i primi decenni del Novecento. Una prima ipotesi, ancora priva delle necessarie conferme documentarie. Ed è proprio da questa incertezza che nasce una delle esperienze più originali del Museo: la ricerca non termina davanti alla vetrina, ma comincia proprio lì.</p>
<p>Il Museo si rivolge alla città e al territorio, chiedendo aiuto per ricostruire la storia dell&#8217;oggetto. Vecchie fotografie, documenti, cataloghi, testimonianze familiari, ricordi tramandati possono diventare tessere di un mosaico ancora incompleto. La comunità, in questo modo, non è soltanto destinataria del racconto museale: diventa parte attiva della ricerca.</p>
<p>La stessa filosofia attraversa la sezione dedicata agli scacciapensieri, dove la «trunfa» sarda incontra la «ribeba» piemontese, e quella dedicata ai fischietti provenienti dai cinque continenti, curata da Antoniotti. Strumenti semplici, spesso nati dalla manualità popolare, rivelano percorsi sorprendenti: attraversano territori, seguono le persone, accompagnano il lavoro e il tempo libero, conservano suoni e gesti di comunità lontane.</p>
<p>In questo Museo, dunque, gli oggetti non sono reperti silenziosi. Sono viaggiatori che hanno smesso di muoversi soltanto per raccontare dove sono stati.</p>
<p>La musica di Mau Ritm &amp; Gius si è inserita naturalmente in questo racconto. Il sodalizio fra Mauro Chiarini e Giuseppe Ceria, nato quasi per caso durante una serata estiva attorno a un falò, è diventato nel tempo amicizia, ricerca e progetto artistico condiviso. Le loro sonorità hanno attraversato repertori e geografie differenti, dimostrando ancora una volta quanto sia sottile il confine fra un luogo e l&#8217;altro quando a parlare sono le note.</p>
<p>Perché la musica, come la memoria, non conosce frontiere. Viaggia senza passaporto, attraversa montagne e oceani, sopravvive alle distanze. Porta con sé lingue, ritmi, emozioni e ricordi; talvolta restituisce una presenza là dove le parole hanno smesso di arrivare.</p>
<p>Così, nel cortile di Pettinengo, il concerto è diventato qualcosa di più di un appuntamento estivo. Ha prolungato all&#8217;aperto il racconto custodito nelle sale, trasformando il Museo in una piazza d&#8217;incontro: un luogo nel quale le persone possono ascoltare, ricordare, raccontare e interrogarsi.</p>
<p>È questa la sua originalità più profonda: un museo che non considera la memoria un patrimonio concluso, ma una materia viva da condividere e continuamente ricomporre.</p>
<p>Un museo che custodisce il passato, ma non vi rimane prigioniero. Che raccoglie oggetti, ma cerca soprattutto le storie che quegli oggetti possono ancora raccontare. Che nasce dalla Sardegna e guarda al Piemonte, ma parla a chiunque abbia conosciuto una partenza, un ritorno, una distanza o il desiderio di sentirsi parte di un luogo.</p>
<p>A Pettinengo, tra le Alpi biellesi e l&#8217;orizzonte delle isole, la memoria continua così il suo viaggio: dalle vetrine alle persone, dagli oggetti alle domande, dalle domande agli incontri.</p>
<p>E forse è proprio questo il segreto di un museo capace di essere contemporaneamente radice e cammino.</p>
<p>Info e contatti: Idillio – 334 345 2685</p>
<p><strong>Museo visitabile ogni domenica dalle ore 15:00 alle 19:00</strong></p>
<p>Simmaco Cabiddu</p>
<p><em>Nell’immagine, Pettinengo, cortile del Museo. Mau Ritm &amp; Gius, il duo formato da Mauro Chiarini e Giuseppe Ceria.</em></p>
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		<title>Dall’orso di Fonni all’orsa di Biella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 16:28:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[festival delle identità]]></category>
		<category><![CDATA[orso]]></category>
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					<description><![CDATA[Segni, riti e antiche figure simboliche lungo un invisibile cammino che unisce la Barbagia alle Alpi piemontesi Dal 31 luglio al 2 agosto 2026, Fonni (Nuoro) ha ospitato la nona edizione di Identidades, trasformandosi, nel cuore dell’estate, in un crocevia di popoli, memorie e tradizioni. Per tre giorni il Comune più alto della Sardegna, adagiato...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignright" src="/files/img/11/0532.jpg" alt="descrizione" /><em><strong>Segni, riti e antiche figure simboliche lungo un invisibile cammino che unisce la Barbagia alle Alpi piemontesi</strong></em></p>
<p>Dal 31 luglio al 2 agosto 2026, Fonni (Nuoro) ha ospitato la nona edizione di <em>Identidades</em>, trasformandosi, nel cuore dell’estate, in un crocevia di popoli, memorie e tradizioni. Per tre giorni il Comune più alto della Sardegna, adagiato a oltre mille metri sul livello del mare nel cuore della Barbagia di Ollolai, ha accolto un incontro nel quale le distanze geografiche si sono accorciate e linguaggi nati sulle opposte sponde del mondo hanno trovato un terreno comune.</p>
<p>Nella stagione in cui Fonni è conosciuta anche come meta privilegiata per i ritiri precampionato e la preparazione atletica estiva, il paese ai piedi del Gennargentu ha mostrato un altro volto della propria vocazione all&#8217;accoglienza. Nel campo sportivo comunale intitolato a Peppino Mulas, su invito dell&#8217;Associazione culturale <em>Urthos</em> e <em>Buttudos</em>, si sono ritrovate trentaquattro espressioni del folklore ancestrale della Sardegna, insieme a gruppi provenienti da altre regioni italiane e da Brasile, Croazia, Francia, Nicaragua, Senegal e Spagna.</p>
<p><span id="more-10628"></span></p>
<p>È nato così un grande racconto senza confini, composto di passi cadenzati, sonagli, campanacci, pelli, legni, colori e costumi. Ogni presenza ha portato con sé la storia della propria comunità; eppure, dietro forme differenti, è emersa una sorprendente familiarità. Prima ancora delle parole, sono stati i gesti e i suoni a riconoscersi, come se tradizioni cresciute su terre separate da montagne, mari e oceani conservassero, in profondità, frammenti di un linguaggio comune.</p>
<p>Accanto alle celebri figure dei <em>Mamuthones</em> e <em>Issohadores</em> di Mamoiada, dei <em>Boes</em> e <em>Merdules</em> di Ottana e alle numerose maschere provenienti dagli altri paesi dell&#8217;Isola, Fonni ha accolto anche il Piemonte. A rappresentarlo sono stati <em>Gipin</em> e <em>Catlin-a</em>, personaggi del Carnevale biellese, impersonati da Silvano Mocci, originario di Gonnosfanadiga (Cagliari) ed ex amministratore del Circolo Culturale Sardo di Biella, e da Cosima Colaianni, originaria di Mesagne (Brindisi) e segretaria del presidente di <em>Su Nuraghe</em>.</p>
<p>La loro presenza ha assunto un significato che va oltre la semplice partecipazione a una sfilata. In quelle due figure carnevalesche si è resa visibile la storia di tante persone che, lasciata la propria terra, hanno imparato a riconoscersi anche in un&#8217;altra comunità. È la vicenda di chi conserva la memoria del luogo da cui proviene e, nello stesso tempo, costruisce nuovi legami nella terra che lo ha accolto.</p>
<p>Origine e adozione, dunque, non come appartenenze contrapposte, ma come patrimoni capaci di convivere. Due radici possono nutrire lo stesso albero. È un&#8217;esperienza che appartiene profondamente anche alla comunità sarda del Biellese e che, attraverso l&#8217;attività del Circolo Culturale Sardo <em>Su Nuraghe</em>, continua a tradursi in iniziative, incontri e progetti capaci di tenere insieme memoria e futuro, Sardegna e Piemonte.</p>
<p>Nell&#8217;immagine scattata dopo la sfilata, <em>Catlin-a</em> e <em>Gipin</em>, insieme ad altri personaggi della loro corte, posano accanto ai giovani fonnesi che hanno impersonato gli<em> Urthos</em> e i <em>Buttudos</em>, figure centrali del Carnevale locale. Da una parte la creatura zoomorfa, espressione della forza selvaggia; dall&#8217;altra i suoi guardiani e domatori, impegnati in una relazione rituale che mette in scena il difficile equilibrio tra l&#8217;uomo e la natura.</p>
<p>È un confronto antico, nel quale si possono leggere molteplici significati. Alle interpretazioni che richiamano l&#8217;universo dionisiaco si affiancano suggestioni ancora più remote, legate ai cicli della natura, alla morte apparente dell&#8217;inverno e al ritorno della vita. In questo immaginario l&#8217;orso, con il suo lungo isolamento nella tana e il successivo riapparire alla stagione nuova, ha assunto in molte culture il valore di creatura capace di incarnare il mistero della rinascita.</p>
<p>Non sorprende, allora, ritrovare l&#8217;animale in Sardegna anche in contesti religiosi e monumentali. La sua figura affiora nella Cattedrale di Cagliari, nelle sculture poste ai piedi del presbiterio, dove l&#8217;orso è raffigurato mentre viene abbattuto da Cristo, rappresentato come leone. Ricompare fuoriuscendo nell&#8217;intonaco del transetto della Cattedrale di Oristano, nei due grandi esemplari che dominano la facciata della chiesa di Ardauli e nei quattro orsi scolpiti alla base di sa trona, il pulpito della chiesa di San Sebastiano a Samugheo.</p>
<p>Ed è significativo che proprio sul piazzale di quella chiesa si concluda la sfilata del Carnevale samughese, dominato anch&#8217;esso da <em>s&#8217;Urtzu</em>: ancora una volta l&#8217;animale, la maschera e il rito si incontrano, sovrapponendo nel tempo simboli, paure, memorie e trasformazioni.</p>
<p>Il richiamo diventa particolarmente suggestivo quando lo sguardo si sposta verso il Piemonte. Nella Città della lana, infatti, l&#8217;orsa passante costituisce uno dei segni più riconoscibili della memoria collettiva: campeggia nello stemma della Provincia di Biella, in quello della città capoluogo e nelle armi civiche di diversi Comuni del territorio.</p>
<p>Non si tratta, naturalmente, di stabilire semplicistiche discendenze dirette tra tradizioni attive in luoghi differenti. Piuttosto, la presenza di figure e simboli analoghi invita a osservare come popoli lontani abbiano spesso affidato a immagini simili il compito di raccontare le grandi domande dell&#8217;esistenza: il rapporto con la natura, il passaggio delle stagioni, la paura e il suo superamento, la morte e la rinascita.</p>
<p>È forse questo uno degli aspetti più affascinanti emersi a <em>Identidades</em>. Le maschere giunte a Fonni da regioni e continenti diversi non hanno cancellato le loro peculiarità per diventare uguali. Al contrario, ciascuna ha conservato il proprio volto, il proprio suono, il proprio passo. Ed è stato proprio attraverso quella molteplicità che si è resa visibile una più profonda vicinanza.</p>
<p>Fonni e Biella. La Barbagia e le Alpi. La Sardegna e il Piemonte. E poi il Brasile, la Croazia, la Francia, il Nicaragua, il Senegal, la Spagna. Terre separate da confini, mari e oceani, ma capaci di ritrovarsi, almeno per un momento, attorno a un patrimonio di gesti e simboli che continua a parlare al presente.</p>
<p>Le maschere, in fondo, non appartengono soltanto al passato. Sono memoria in movimento. Viaggiano con gli uomini, attraversano le generazioni, cambiano contesto senza necessariamente perdere il proprio significato. Come le persone che emigrano, anche le tradizioni possono lasciare una terra e trovare nuove forme di vita altrove.</p>
<p>A Fonni, per tre giorni, questo lungo cammino è diventato visibile. Sotto pelli, campanacci, stoffe e mille colori, non si sono incontrati soltanto personaggi del folklore. Si sono riconosciute comunità. E il loro incontro ha ricordato che l&#8217;identità, quando non si chiude nella difesa di una frontiera, può diventare linguaggio di relazione.</p>
<p>Perché ciò che nasce in una valle può attraversare il mare. Ciò che prende forma su un&#8217;isola può riconoscersi oltre le montagne. E ciò che un oceano sembra dividere può ritrovarsi, un giorno, nello stesso ritmo di passi, nel suono di un campanaccio, nella forza evocatrice di una maschera.</p>
<p><strong>Battista Saiu</strong></p>
<p><em>Nell’immagine: Gipin e Catlin-a, con altri personaggi del Carnevale biellese, insieme ai giovani interpreti degli Urthos e dei Buttudos di Fonni, al termine della sfilata internazionale di Identidades 2026.</em></p>
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		<title>“Meglio cento parole non dette che dirne due sbagliate” / “Mezus chentu faedhos chentza nados che a ndhe narrer’ duos isbagliados”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 16:26:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[laboratorio linguistico]]></category>
		<category><![CDATA[proverbi]]></category>
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					<description><![CDATA[Dìcios e Peràula de Deus / Proverbi e Parola di Dio &#8211; immagini e nomi sardi di fiori &#8211; Laboratorio linguistico transoceanico &#8211; appuntamento mensile tra il Circolo culturale sardo “Su Nuraghe” di Biella e il Circulo sardo “Antonio Segni” di La Plata (Argentina). Il proverbio: “Meglio cento parole non dette che dirne due sbagliate” dà un buon suggerimento, utile a tutti, per...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignright" src="/files/img/11/0531.jpg" alt="descrizione" /><strong><em>Dìcios e Peràula de Deus</em></strong><strong> / Proverbi e Parola di Dio &#8211; immagini e nomi sardi di fiori &#8211; Laboratorio linguistico transoceanico &#8211; appuntamento mensile tra il Circolo culturale sardo <em>“Su Nuraghe” </em>di Biella e il <em>Circulo</em> sardo <em>“Antonio Segni”</em> di La Plata (Argentina).</strong></p>
<p>Il proverbio: “Meglio cento parole non dette che dirne due sbagliate” dà un buon suggerimento, utile a tutti, per il buon uso della lingua, che potrebbe persino stancare con troppe parole buone, ma, usando quelle cattive, è davvero dannosa.</p>
<p><strong>Presentatzione de su dìciu:</strong></p>
<p>Unu antigu dìciu nostru avisat: «Mezus chentu faedhos chentza nados che a ndhe narrer’ duos isbagliados» e un’àteru: «Sa limba non giughet ossu, ma truncat purpa e ossu». Bonos cussizos, utiles a totu, pro su bon’impreu de sa limba, chi podet fintzas istracare cun tropas peràulas bonas, ma, impreendhe sas malas, est deabberu dannalza.</p>
<p>Duos dìcios chi mi sunt bénnidos a conca legindhe unu passu de sa Litera de santu Giagu. S’apostulu narat: «Si unu no pecat in su faedhare est un’òmine perfetu, capatze de tenner’ a frenu puru totu su corpus (3, 2b). Sa limba est unu melmu minore e si podet bantare de cosas mannas (3, 5a). Sa limba perunu òmine la podet domare: est unu male rebelle, est piena de velenu mortale. Cun issa beneighimos su Segnore e Babbu totu poderosu e cun issa malaighimos sos òmines fatos a assimizu de Deus. Dae sa matessi buca essit benedisciòne e maledisciòne. No devet esser’ gai, frades mios! (3, 8-10).</p>
<p><span id="more-10627"></span></p>
<p>Cussu “Non devet esser’ gai, frades mios”, iscritu dae santu Giagu, paret unu lamentu pro pena manna chi s’apostulu giughet in coro. Pena, chi forsis vivimos nois puru, candho, pro no ofendher’, nos devimos narrer’: “Mezus chentu faedhos chentza nados che a ndhe narrer duos isbagliados” o candho nos tocat de cunstatare, in palas nostras o de àtere chi: “Sa limba non giughet ossu, ma truncat purpa e ossu”.</p>
<p>TESTO ITALIANO</p>
<p>Un nostro antico proverbio avverte: “Meglio cento parole non dette che dirne due sbagliate” e un altro dice: «La lingua non ha osso, ma taglia polpa ed osso».</p>
<p>Due proverbi che mi son venuti in mente leggendo un brano della Lettera di san Giacomo. L’apostolo dice: «Se uno non pecca nel parlare è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo (3, 2b). La lingua è un piccolo membro e può vantarsi di cose grandi (3, 5a). La lingua nessun uomo la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e il Padre onnipotente e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. Dalla stessa bocca escono benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei! (3, 8-10).</p>
<p>Quel: “Non dev’esser così, fratelli miei”, scritto da san Giacomo, pare un lamento per grande pena che l’apostolo ha in cuore. Pena, che forse viviamo anche noi, quando, per non offendere, ci dobbiamo dire: “Meglio cento parole non dette che dirne due sbagliate”, o quando ci tocca constatare, nella nostra persona o in altre, che: “La lingua non ha osso, ma taglia polpa ed osso”.</p>
<p><strong>Mariantonia Fara</strong></p>
<p>Nell’immagine, (<em>Hibiscus syriacus L</em>., 1753). Nome italiano: ibisco. Nome sardo: <em>ibiscu </em>(o <em>ibìschu</em> a seconda delle varianti locali). Nome spagnolo: <em>el hibisco</em> (o <em>flor de hibisco</em>). È conosciuto in America Latina e in Messico come<em> flor de Jamaica</em> o <em>rosa de Jamaica</em>.</p>
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		<title>Una maglia, nuove energie, un progetto comune</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 16:32:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[su nuraghe calcio biella]]></category>
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					<description><![CDATA[Dalla fusione tra Su Nuraghe Calcio Biella e Pizza Flash nasce una formazione pronta ad affrontare il nuovo campionato provinciale. Con la pausa estiva ormai agli sgoccioli, torna a rotolare il pallone e prende avvio una nuova avventura sportiva. Lunedì 31 agosto alle ore 21:00, allo Sportec Center di Gaglianico, gli atleti di Su Nuraghe...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="/files/img/11/0530.jpg" alt="descrizione" /></p>
<p class="isselectedend"><em><strong>Dalla fusione tra </strong></em><strong>Su Nuraghe Calcio Biella</strong><em><strong> e </strong></em><strong>Pizza Flash</strong><em><strong> nasce una formazione pronta ad affrontare il nuovo campionato provinciale.</strong></em></p>
<p class="isselectedend">Con la pausa estiva ormai agli sgoccioli, torna a rotolare il pallone e prende avvio una nuova avventura sportiva. Lunedì 31 agosto alle ore 21:00, allo <em>Sportec Center</em> di Gaglianico, gli atleti di <em>Su Nuraghe Calcio Biella</em> e i giovani provenienti dalla storica <em>Pizza Flash</em> si ritroveranno sul terreno di gioco per il primo appuntamento della stagione.</p>
<p class="isselectedend"><span id="more-10629"></span></p>
<p>Non sarà soltanto una partita di allenamento. L&#8217;incontro segnerà infatti l&#8217;avvio concreto di una nuova esperienza: per il Campionato provinciale 2026-2027, le due realtà sportive hanno scelto di unire le proprie forze, fondendosi in un&#8217;unica formazione che adotterà il doppio nome <em>Su Nuraghe-Pizza Flash</em>. Un passaggio significativo, nato dall&#8217;incontro di due storie e dalla volontà di mettere in comune energie, esperienze e giovani prospettive, dando vita a un gruppo rinnovato senza rinunciare alla memoria dei rispettivi percorsi.</p>
<p class="isselectedend">La sfida amichevole di Gaglianico costituirà dunque il primo banco di prova in vista del campionato organizzato da Ricreativo Calcio Biella, in collaborazione con ASC – Attività Sportive Confederate, ente di promozione sportiva riconosciuto dal CONI. Sarà l&#8217;occasione per verificare intese, osservare le caratteristiche dei nuovi giocatori e iniziare a costruire quegli automatismi indispensabili perché una somma di individualità possa trasformarsi, partita dopo partita, in una vera squadra.</p>
<p class="isselectedend">La nuova compagine, ringiovanita e rafforzata dall&#8217;unione delle due precedenti formazioni, nasce sotto il segno di una comune visione dello sport. <em>Su Nuraghe-Pizza Flash</em> rinnova così il proprio impegno educativo e sociale, confermando la validità di un Progetto Giovani che riconosce nel calcio non soltanto una disciplina agonistica, ma anche uno strumento di incontro, crescita e formazione.</p>
<p class="isselectedend">Sul campo si impara a condividere responsabilità e obiettivi, a rispettare regole e compagni, ad accettare una sconfitta e a vivere una vittoria senza dimenticare gli altri. Il gioco di squadra diventa così una piccola palestra di vita, nella quale amicizia, rispetto reciproco, inclusione e senso di appartenenza trovano una concreta traduzione quotidiana.</p>
<p class="isselectedend">A guidare questa nuova fase saranno, sul piano dirigenziale, Gaspare Carmona e Simone Osiliero, mentre in panchina opereranno gli allenatori Andrea Savoi e Damiano Platini. A loro spetterà il compito di conoscere e valorizzare i singoli, individuandone ruoli e potenzialità, ma soprattutto di favorire la nascita di quell&#8217;identità comune che rappresenta la vera sfida di ogni fusione.</p>
<p class="isselectedend">Molti dei ragazzi che oggi si preparano a indossare la stessa maglia si sono affrontati, nelle passate stagioni, da schieramenti contrapposti. Da avversari sul rettangolo verde a compagni di squadra: un cambiamento che racchiude uno dei messaggi più belli di questa nuova esperienza. La competizione può terminare al fischio finale, mentre l&#8217;amicizia continua oltre il campo. Ciò che ieri divideva in due formazioni diverse diventa oggi patrimonio comune, trasformando il confronto sportivo in una nuova occasione di collaborazione.</p>
<p class="isselectedend">Accanto all&#8217;entusiasmo dei giovani che avanzano, non manca la riconoscenza verso quanti, per raggiunti limiti di età, cedono il passo alle nuove generazioni, secondo quel naturale avvicendamento che accompagna la vita di ogni comunità. Un simbolico passaggio di testimone si è svolto nelle sale del Circolo Culturale Sardo<em> Su Nuraghe </em>di Biella, dove ai protagonisti della stagione appena conclusa è stato consegnato il quadro della squadra, composto dalle fotografie individuali di ciascun giocatore: immagine corale di un cammino condiviso e memoria di un gruppo destinato a rinnovarsi.</p>
<p class="isselectedend">Al termine della partita di Gaglianico, le porte della sede di via Galileo Galilei torneranno ad aprirsi per accogliere i nuovi atleti. Un brindisi di benvenuto, la consegna delle dotazioni sportive personali e il piacere di ritrovarsi attorno a un progetto comune suggelleranno l&#8217;inizio della stagione.</p>
<p class="isselectedend">Prima ancora del fischio d&#8217;avvio del Campionato 2026-2027, dunque, prende forma <em>Su Nuraghe-Pizza Flash</em><em>: </em>una formazione nata dall&#8217;incontro di due esperienze, nella quale passato e futuro, esperienza e gioventù, identità diverse e obiettivi condivisi si preparano a correre nella stessa direzione. Perché una squadra non nasce semplicemente quando i giocatori scendono in campo, ma quando persone diverse imparano a riconoscersi in una stessa maglia e a costruire insieme un cammino.</p>
<p class="isselectedend"><em><strong>Battista Saiu</strong></em></p>
<p><em>Nell&#8217;immagine, il poster della squadra di Su Nuraghe Calcio Biella nell&#8217;edizione 2025-2026.</em></p>
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		<title>Al Museo delle Migrazioni di Pettinengo, dove le note incontrano i cammini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2026 22:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Estate a Pettinengo]]></category>
		<category><![CDATA[Museo delle Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[pettinengo]]></category>
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					<description><![CDATA[Domenica 30 agosto, a Pettinengo, il concerto gratuito di Mau Ritm &#38; Gius tra musica, musei, memoria e convivialità Domenica 30 agosto 2026, alle ore 16, il cortile del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli di Pettinengo tornerà a riempirsi di suoni, voci e incontri. Protagonista del pomeriggio sarà il duo “Mau Ritm...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignright" src="/files/img/11/0529.jpg" alt="descrizione" /><strong>Domenica 30 agosto, a Pettinengo, il concerto gratuito di Mau Ritm &amp; Gius tra musica, musei, memoria e convivialità</strong></p>
<p>Domenica 30 agosto 2026, alle ore 16, il cortile del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli di Pettinengo tornerà a riempirsi di suoni, voci e incontri. Protagonista del pomeriggio sarà il duo “Mau Ritm &amp; Gius”, con un concerto a ingresso libero inserito nella stagione estiva della Rete Museale Biellese e realizzato con il patrocinio del Comune di Pettinengo.</p>
<p>Sarà un appuntamento nel segno della musica e della convivialità, ospitato nel cuore di quello che viene chiamato il “balcone del Biellese”: un luogo sospeso tra cielo e paesaggio, ma soprattutto tra memorie diverse, dove le storie delle persone e dei territori sembrano continuare a incontrarsi. Il Museo, nato per custodire e raccontare partenze, approdi, trasformazioni e contaminazioni culturali, trova nella musica uno dei linguaggi più naturali per proseguire questo racconto. Le note, infatti, non conoscono confini: attraversano le distanze, risvegliano ricordi, evocano presenze lontane e, talvolta, sanno restituire ciò che le parole non riescono a dire.</p>
<p><span id="more-10624"></span></p>
<p>Mauro Chiarini e Giuseppe Ceria, in arte Mau Ritm &amp; Gius, sono espressione autentica di questa capacità della musica di trasformare l&#8217;incontro in un cammino comune. Il loro sodalizio nacque quasi per caso, durante una serata estiva attorno a un falò: un&#8217;occasione spontanea, divenuta nel tempo amicizia, ricerca e progetto artistico condiviso. Provenienti da esperienze differenti, hanno trovato un terreno comune nella libertà di suonare ciò che sentono vicino alla propria sensibilità, senza lasciarsi imprigionare da rigide definizioni di genere.</p>
<p>Il loro repertorio attraversa canzoni italiane e internazionali, brani originali e riletture personali, seguendo il filo dell&#8217;estro e della complicità. Alle voci si intrecciano chitarre, banjo e bouzouki irlandese, dando vita a un dialogo musicale caldo, immediato e mai artificioso. È un linguaggio fatto di ritmo e melodia, di ascolto reciproco e spontanea creatività, nel quale la diversità delle esperienze diventa ricchezza condivisa.</p>
<p>Nel cortile del Museo, la musica sarà così parte integrante dell&#8217;esperienza di visita: non un semplice intervallo tra una sala e l&#8217;altra, ma una presenza capace di accompagnare il pubblico attraverso le molte voci custodite negli allestimenti. Pettinengo, per un pomeriggio, diventerà ancora una volta un piccolo crocevia di mondi, dove strumenti, oggetti, immagini e racconti dialogheranno con le melodie offerte dal duo.</p>
<p>A rendere ancora più caloroso l&#8217;incontro sarà il tradizionale momento conviviale di “su cumbidu”, ispirato all&#8217;antica consuetudine sarda dell&#8217;offerta e dell&#8217;ospitalità. Vino, specialità preparate con cura da sapienti mani e la fresca “acqua di Cagliari”, secondo un&#8217;antica ricetta a base di limone e menta, saranno condivisi con i presenti. Un gesto semplice, ma carico di significato: perché nelle culture mediterranee il cibo e la bevanda non sono soltanto nutrimento, ma occasioni per riconoscersi, raccontarsi e stringere relazioni.</p>
<p>L&#8217;appuntamento offrirà inoltre l&#8217;occasione per scoprire o riscoprire il patrimonio culturale custodito a Pettinengo. Accanto al Museo delle Migrazioni, con le sue collezioni dedicate alle identità e ai popoli in cammino, i visitatori potranno soffermarsi davanti alla raccolta di scacciapensieri provenienti da diverse parti del mondo e alla mostra “Il fischietto nel mondo, dalle Alpi biellesi alla Sardegna”, recentemente inaugurata e curata da Guido Antoniotti. Oggetti piccoli e apparentemente semplici, ma capaci di raccontare viaggi, scambi e sorprendenti affinità tra culture anche molto lontane.</p>
<p>Un ulteriore passaggio condurrà al Museo della Sacralità dell&#8217;Acqua, dove sono custoditi oltre settecento acquasantini domestici provenienti da epoche e località differenti: un singolare atlante della devozione quotidiana, composto da materiali, forme e immagini attraverso cui generazioni di famiglie hanno espresso la propria relazione con il sacro. Un patrimonio minuto e prezioso, nel quale la dimensione domestica si intreccia con la grande storia delle comunità.</p>
<p>La visita potrà inoltre trasformarsi in un piccolo itinerario tra i musei della Rete Museale Biellese. Presentando una cartolina timbrata in tre diverse sedi, i partecipanti potranno ricevere in omaggio il volume “Vittorio Besso (1828–1895): Obiettivo Sardegna”, curato da Battista Saiu, con contributi di Maria Dolores Dessì, Dino Gentile e Nicola Vassallo. Pubblicato in tiratura limitata, il volume restituisce l&#8217;opera del primo fotografo professionista biellese e il suo sguardo sulla Sardegna dell&#8217;Ottocento, colta in una stagione di profonde trasformazioni. Un ponte di immagini tra Biella e l&#8217;Isola, terre che nel tempo hanno intrecciato percorsi di lavoro, migrazione, conoscenza e reciproco scambio.</p>
<p>L&#8217;iniziativa, inserita nella stagione estiva della Rete Museale Biellese, realizzata con il patrocinio del Comune di Pettinengo e in collaborazione con il Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe” di Biella, rinnova una visione della cultura come esperienza viva, capace di generare relazioni prima ancora che eventi. In questa prospettiva, musica, memoria, patrimonio e convivialità non rappresentano compartimenti separati, ma parti di uno stesso racconto.</p>
<p>La valorizzazione dei piccoli centri e dei loro luoghi della cultura può infatti passare attraverso iniziative accessibili e autentiche, capaci di invitare le persone non soltanto a visitare un territorio, ma a viverlo, percorrendone le strade, sostando nei suoi spazi e riconoscendo nelle sue storie qualcosa che appartiene anche alla propria esperienza. È così che la cultura diventa incontro, e l&#8217;incontro può trasformarsi in conoscenza, partecipazione e cura condivisa dei luoghi.</p>
<p>L&#8217;appuntamento di domenica 30 agosto diventa dunque un invito aperto a tutti: salire a Pettinengo, lasciarsi sorprendere dalla bellezza del paesaggio e percorrere, tra sale museali e cortili, un itinerario fatto di suoni, immagini, oggetti e memorie. Perché i popoli, come le melodie, sono sempre in cammino; e talvolta basta una canzone, un piccolo oggetto custodito in una vetrina o un bicchiere offerto tra amici per scoprire che le distanze, quando vengono attraversate insieme, possono trasformarsi in nuovi luoghi d&#8217;incontro.</p>
<p><strong>Info e contatti:</strong> Idillio – 334 345 2685</p>
<p><strong>Museo visitabile ogni domenica dalle ore 15:00 alle 19:00</strong></p>
<p><strong><em>Simmaco Cabiddu</em></strong></p>
<p><strong><em>Nell’immagine, la locandina dell’evento</em></strong></p>
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		<title>Quel fischietto con l’àncora cerca la sua storia: il Museo delle Migrazioni di Pettinengo interroga la memoria di Biella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 10:40:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[fischietti]]></category>
		<category><![CDATA[Museo delle Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[pettinengo]]></category>
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					<description><![CDATA[Un piccolo manufatto in ottone argentato, legato a una misteriosa “Fiera di Biella”, riemerge dal passato. Il Museo delle Migrazioni chiede ai cittadini di contribuire a identificarne origine, data e vicenda Ci sono oggetti che sembrano piccoli soltanto nelle dimensioni. Poi li si osserva con attenzione e ci si accorge che dentro la loro forma...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignright" src="/files/img/11/0528.jpg" alt="descrizione" /><strong>Un piccolo manufatto in ottone argentato, legato a una misteriosa “Fiera di Biella”, riemerge dal passato. Il Museo delle Migrazioni chiede ai cittadini di contribuire a identificarne origine, data e vicenda</strong></p>
<p>Ci sono oggetti che sembrano piccoli soltanto nelle dimensioni. Poi li si osserva con attenzione e ci si accorge che dentro la loro forma minuta può essere custodito un frammento di storia. È il caso di un curioso fischietto in fusione di ottone argentato, recentemente entrato nelle collezioni del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli di Pettinengo grazie alla donazione di Guido Antoniotti.</p>
<p>Al centro del manufatto compare un’àncora; sul cartiglio sovrastante si legge “Fiera di Biella”. Sono pochi elementi, ma sufficienti ad aprire una serie di interrogativi. Quando fu realizzato? Per quale manifestazione? Chi lo produsse? Era un oggetto commemorativo, un ricordo destinato ai visitatori, un premio o un articolo realizzato per la vendita? E soprattutto: quale Fiera di Biella evoca?</p>
<p><span id="more-10623"></span></p>
<p>Il manufatto sembra collocarsi, con ogni cautela, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Una collocazione cronologica che, tuttavia, attende conferme documentarie. È proprio per questo che il Museo lancia oggi un appello alla città e al territorio.</p>
<p><strong>Chi ne sa qualcosa?</strong></p>
<p>Potrebbe trattarsi di una fotografia conservata in un vecchio album, di una pubblicità apparsa su un giornale, di un catalogo dimenticato, di una ricevuta, di una cartolina, oppure semplicemente del ricordo tramandato in famiglia. Potrebbe esistere un secondo esemplare, magari custodito da decenni in una casa biellese senza che nessuno ne conosca più l’origine. Anche una testimonianza apparentemente marginale potrebbe fornire l&#8217;indizio decisivo.</p>
<p>È questa una delle funzioni del museo contemporaneo: non limitarsi a custodire ciò che il tempo ha risparmiato, ma interrogare i reperti, mettere in relazione le fonti e costruire nuova conoscenza. La definizione dell’ICOM – <em>International Council of Museums </em>– riconosce al museo il compito di ricercare, conservare, interpretare e valorizzare il patrimonio, operando al servizio della società e con la partecipazione delle comunità.</p>
<p>Da questa prospettiva, il visitatore non è soltanto colui che entra in una sala e osserva. Può diventare testimone, interlocutore, custode di una memoria che ancòra non è stata scritta.</p>
<p>Il fischietto della “Fiera di Biella” rappresenta perfettamente questo modo di intendere il patrimonio. La sua materia racconta una tecnica artigianale e produttiva; la decorazione suggerisce un significato; l’iscrizione rimanda a un evento pubblico; l’àncora introduce un ulteriore interrogativo. Ma senza il contesto storico, ogni elemento resta un frammento.</p>
<p>È la ricerca a trasformare un oggetto in una storia.</p>
<p>E nella ricerca possono incontrarsi archivi e ricordi, documenti ufficiali e fotografie di famiglia, competenze specialistiche e conoscenze tramandate oralmente. Talvolta è proprio un particolare custodito nella memoria di una persona a consentire di orientare un’indagine, confermare una data o collegare un manufatto a un avvenimento ormai lontano.</p>
<p>Il Museo di Pettinengo diventa così anche un osservatorio sulla memoria del territorio. Le collezioni non sono soltanto testimonianze da conservare, ma tracce da leggere, capaci di raccontare spostamenti, mestieri, relazioni, consuetudini e incontri fra persone e comunità.</p>
<p>In questo racconto si inserisce anche il piccolo fischietto biellese: un oggetto apparentemente marginale che potrebbe restituire uno scorcio della vita economica, sociale e fieristica della città tra Otto e Novecento.</p>
<p>La domanda, allora, rimane aperta: chi riconosce quell’àncora? Chi ricorda quella Fiera? Chi conserva un documento capace di aggiungere un tassello?</p>
<p>Il Museo invita cittadini, collezionisti, studiosi e famiglie a condividere qualsiasi informazione utile. Non è necessario possedere un documento straordinario: anche una fotografia, un nome, una data approssimativa o un ricordo familiare possono diventare una fonte preziosa.</p>
<p>Perché la storia, spesso, non torna alla luce attraverso grandi ritrovamenti, ma grazie a piccoli segni. Un’immagine, una parola, un oggetto dimenticato. E talvolta persino attraverso il suono di un fischietto.</p>
<p>Il Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli di Pettinengo continua intanto il proprio percorso, proponendo un itinerario nel quale archeologia, storia, antropologia e memoria si incontrano. Un luogo in cui Sardegna e Piemonte dialogano attraverso le vicende migratorie, gli oggetti della vita quotidiana e le testimonianze di uomini e donne che hanno attraversato confini, paesi e generazioni.</p>
<p>La visita diventa così un viaggio nel tempo e nello spazio, dalla dimensione locale a quella universale: perché dietro ogni manufatto possono celarsi una persona, una comunità, un mestiere, una festa, una partenza, un incontro.</p>
<p>E ora quel piccolo fischietto aspetta che qualcuno ne riconosca la voce.</p>
<p>Il Museo è visitabile gratuitamente anche su prenotazione, aperto tutte le domeniche estive, dalle ore 15.00 alle 19.00.</p>
<p>Per informazioni e prenotazioni: Idillio, tel. 334 345 2685.</p>
<p><strong><em>Battista Saiu</em></strong></p>
<p><strong>Nell’immagine:</strong> Il fischietto in fusione di ottone argentato con l’àncora al centro e il cartiglio “Fiera di Biella”. Un piccolo manufatto che il Museo invita ora la comunità a contribuire a identificare, nella convinzione che la memoria condivisa possa restituire al reperto il contesto storico nel quale nacque.</p>
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		<title>Biodiversità nel Biellese: un dono dei Sardi alla terra di adozione: Agosto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 13:29:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[su calendariu]]></category>
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					<description><![CDATA[Immagini e testi di “Su Calendariu 2026” del Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe” ci accompagnano nello scorrere dei mesi, con sensibilità sociale e naturalistica attraverso fotografie e didascalie di Lucio Bordignon e della figlia Alice. Piante da frutto Gli alberi da frutto sono utili anche per il merlo e la martora. Particolarmente graditi sono ciliegio...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="/files/img/11/0527.jpg" alt="descrizione" /><strong>Immagini e testi di “Su Calendariu 2026” del Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe” ci accompagnano nello scorrere dei mesi, con sensibilità sociale e naturalistica attraverso fotografie e didascalie di Lucio Bordignon e della figlia Alice.</strong></p>
<p><span id="more-10620"></span></p>
<p>Piante da frutto</p>
<p>Gli alberi da frutto sono utili anche per il merlo e la martora. Particolarmente graditi sono ciliegio (non amarene), fico, melo e kaki. Il ciliegio, il primo a maturare, è prezioso per le prime nidiate. Ne sono ghiotti la cornacchia grigia, la ghiandaia, il merlo, il picchio rosso maggiore e lo storno. A metà estate, il fico, dalla polpa tenera, è appetibile anche per uccellini con becchi delicati come la capinera. In inverno, il kaki, morbido e dolce, aiuta gli uccelli a sopravvivere. Sui nostri kaki, abbiamo osservato regolarmente capinera, cesena, cincia bigia, cinciallegra, cinciarella, codibugnolo, merlo, picchio nero, picchio rosso maggiore, picchio verde, pettirosso, tordela e tordo sassello.</p>
<p>Lasciamo sempre molti frutti agli animali selvatici.</p>
<p><strong>Lucio e Alice Bordignon</strong></p>
<p><strong>Nell’immagine,</strong> <strong>Kaki &#8211; </strong>immagine di Lucio Bordignon</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Beirut, Alghero, Sassari, Biella: il ritorno dei “Dimonios”, l’abbraccio dei Sardi dell’Altrove</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 13:14:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Brigata Sassari]]></category>
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					<description><![CDATA[Dalla missione in Libano alla Sardegna, fino a Biella. Il rientro della Brigata “Sassari” diventa occasione per rinsaldare un legame fatto di appartenenza, memoria e solidarietà. E dagli otto bancali di giocattoli destinati ai bambini libanesi arriva un messaggio che attraversa il Mediterraneo: nessuno è solo. Ci sono ritorni che hanno il passo della cronaca...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="/files/img/11/0510.jpg" alt="descrizione" /><strong>Dalla missione in Libano alla Sardegna, fino a Biella. Il rientro della Brigata “Sassari” diventa occasione per rinsaldare un legame fatto di appartenenza, memoria e solidarietà. E dagli otto bancali di giocattoli destinati ai bambini libanesi arriva un messaggio che attraversa il Mediterraneo: nessuno è solo.</strong></p>
<p>Ci sono ritorni che hanno il passo della cronaca e altri che, oltre la cronaca, diventano memoria collettiva. Il rientro della Brigata “Sassari” dalla missione in Libano appartiene a questi ultimi.</p>
<p><span id="more-10606"></span></p>
<p>Venerdì 7 agosto 2026, dopo cinque mesi trascorsi nel Paese del Vicino Oriente, il primo contingente di 70 militari dei “Dimonios” ha fatto ritorno in Sardegna. Decollati poco dopo le 16 dall’aeroporto internazionale di Beirut a bordo di un Boeing 737 della compagnia spagnola <em>AlbaStar</em>, i militari sono atterrati poco prima delle 18.30 all’aeroporto “Riviera del Corallo” di Alghero.</p>
<p>Ad attenderli c’erano le famiglie, gli amici, le autorità e i commilitoni. Soprattutto, c’erano gli occhi di chi aveva contato i giorni dell’attesa.</p>
<p>Per cinque mesi, mogli, compagne, figli, genitori hanno imparato a convivere con la distanza, con le notizie dal fronte, con quella particolare forma di inquietudine che accompagna chi parte per una terra attraversata dalla guerra. Poi, al termine della cerimonia, il “rompete le righe” ha restituito ai militari la dimensione più semplice e più vera del loro ritorno: quella dell’abbraccio.</p>
<p>Le uniformi hanno lasciato spazio alla commozione. Le parole, spesso inutili in momenti come questi, sono state sostituite dalle lacrime trattenute per mesi e finalmente libere di scendere.</p>
<p>Alle spalle dei “Sassarini” rimane il Libano meridionale, una terra segnata da violenza, distruzione, paura e sofferenza. È qui che la Brigata “Sassari” ha operato nell’ambito di UNIFIL, la <em>United Nations Interim Force in Lebanon</em>, la missione multinazionale delle Nazioni Unite incaricata di contribuire all’attuazione della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza e alla stabilità dell’area lungo la <em>Blue Line</em>.</p>
<p>Un compito svolto in uno scenario profondamente instabile, nel quale la popolazione civile continua a pagare un prezzo altissimo. Dietro la terminologia delle risoluzioni internazionali e dei dispositivi militari rimangono infatti persone, famiglie, case distrutte, bambini costretti a conoscere troppo presto il volto della guerra.</p>
<p>È questa la realtà che accompagna il ritorno dei soldati. Una realtà che il generale Andrea Fraticelli, 48° comandante della Brigata “Sassari”, ha sintetizzato parlando di una situazione «in continua evoluzione», nella quale ogni decisione ha richiesto attenzione, flessibilità e senso di responsabilità. Il personale, ha ricordato il comandante, ha continuato ad assolvere i propri compiti con imparzialità e determinazione, mantenendo i rapporti con le istituzioni libanesi e con le comunità locali anche nei momenti più difficili.</p>
<p>Ad Alghero, ad accogliere i militari, sono state anche le note della Fanfara del 3° Reggimento Bersaglieri. Una musica che ha accompagnato il ritorno alla terra d’origine e che, nel linguaggio solenne delle cerimonie, ha finito per incontrare quello più intimo delle famiglie.</p>
<p><strong>L’abbraccio di Biella</strong></p>
<p>Quell’abbraccio, domenica 9 agosto, è arrivato anche da Biella.</p>
<p>Nell’area monumentale di “Nuraghe Chervu”, la comunità sarda raccolta attorno al Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe” ha voluto salutare i militari della “Sassari” e il loro comandante. Non una semplice cerimonia, ma un gesto di vicinanza attraverso il quale la Sardegna dell’Altrove ha riconosciuto come propria una vicenda che riguarda l’Isola intera.</p>
<p>Accanto a Battista Saiu, presidente di “Su Nuraghe”, erano presenti Francesco Fosci, fiduciario del nucleo biellese dell’Associazione Nazionale Brigata “Sassari”, intitolata al capitano Emilio Lussu, e Giuliano Lusiani, reggente provinciale dei Bersaglieri e figura storica dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, “Guardia d’Onore alla Tomba del Fondatore” intitolata al generale Alessandro La Marmora.</p>
<p>A “Nuraghe Chervu”, luogo nel quale la memoria sarda si incontra con quella italiana e biellese, il saluto ai “Dimonios” assume così un significato più profondo. È il riconoscimento di una storia che continua a viaggiare con gli uomini e con le donne dell’Isola, anche quando l’Isola è lontana.</p>
<p>Perché l’emigrazione non ha cancellato le radici. Le ha disseminate.</p>
<p>E proprio nella distanza, spesso, il senso dell’appartenenza si fa più nitido: non come nostalgia rivolta al passato, ma come capacità di riconoscersi, di ritrovarsi, di partecipare.</p>
<p><strong>Otto bancali, un mare di solidarietà</strong></p>
<p>In questo stesso solco si colloca la vicenda degli otto bancali di giocattoli partiti dal Biellese per raggiungere i bambini del Libano.</p>
<p>Cinque mesi fa, mentre i militari della “Sassari” si preparavano a partire, da Biella prendeva forma una risposta diversa alla guerra. Non armi, non equipaggiamenti, ma giocattoli.</p>
<p>Otto bancali colmi di doni destinati a bambini fino ai dieci anni, raccolti grazie a una mobilitazione diffusa che ha coinvolto associazioni, volontari, famiglie e cittadini dell’intero territorio biellese. Il carico, partito da Biella, è stato destinato al porto di Cagliari per essere successivamente imbarcato verso il Libano.</p>
<p>L’iniziativa era nata da una proposta del generale Andrea Fraticelli, allora impegnato a preparare la missione della Brigata “Sassari”, e aveva trovato immediata adesione nel Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe”.</p>
<p>La risposta del territorio è stata affidata alla Banca del Giocattolo, fondata da Barbara Greggio consigliera comunale e oggi presieduta da Gianpaolo Ruberti, con Claudia De Mari alla vicepresidenza e Paolo Robazza come segretario.</p>
<p>Nelle sedi di Valle Mosso e Vaglio Chiavazza, i volontari hanno lavorato per settimane alla raccolta, alla selezione e alla preparazione dei giochi. Piccoli oggetti destinati alla prima infanzia, giochi educativi, palloni, giocattoli e persino calciobalilla destinati ai ragazzi più grandi: un insieme apparentemente eterogeneo, ma accomunato da un unico destinatario, l’infanzia ferita dalla guerra.</p>
<p>Ogni scatola, in fondo, conteneva molto più di un oggetto.</p>
<p>Conteneva attenzione.</p>
<p>Conteneva cura.</p>
<p>Conteneva la volontà di dire a un bambino lontano migliaia di chilometri che qualcuno, dall’altra parte del mare, aveva pensato a lui.</p>
<p><strong>Quando la divisa diventa un ponte</strong></p>
<p>Il caricamento dei bancali presso il centro AIB “Orso” di Biella ha rappresentato uno dei momenti più significativi dell’iniziativa.</p>
<p>Ad accogliere i militari della “Sassari” era presente la vicesindaco Sara Gentile, in rappresentanza dell’Amministrazione comunale, a testimonianza della partecipazione delle istituzioni cittadine a un progetto nel quale la dimensione militare ha incontrato quella civile e solidale.</p>
<p>È una delle immagini più singolari di questa vicenda: uomini in uniforme intenti a caricare scatole di giocattoli.</p>
<p>Da una parte la missione internazionale, la responsabilità, il rischio; dall’altra il mondo fragile e luminoso dell’infanzia.</p>
<p>Due realtà apparentemente lontane che, in quel momento, si sono incontrate.</p>
<p>La divisa, chiamata a proteggere, diventava anche il tramite di un gesto di cura. Il militare, oltre a rappresentare una missione internazionale, diventava messaggero di una comunità civile che aveva scelto di non rimanere indifferente.</p>
<p>È forse questo il significato più autentico della solidarietà: non sostituirsi a chi soffre, ma fargli sapere che la sua sofferenza è stata vista.</p>
<p><strong>La Sardegna che vive lontano dalla Sardegna</strong></p>
<p>Il valore dell’iniziativa è stato ulteriormente sottolineato dalla presenza ad Alghero di Desirè Alma Manca, assessora della Regione Autonoma della Sardegna al Lavoro, Formazione Professionale, Cooperazione e Sicurezza Sociale, struttura alla quale fanno capo anche le politiche regionali per l’emigrazione, i rapporti con i Circoli dei Sardi nel mondo e la Consulta regionale per l’emigrazione.</p>
<p>La sua presenza ha dato concretezza a una realtà che spesso rischia di rimanere invisibile: quella di una Sardegna che continua a esistere oltre i propri confini geografici.</p>
<p>È la Sardegna dei Circoli, delle associazioni, delle comunità nate dall’emigrazione; una Sardegna che ha imparato a custodire la memoria senza trasformarla in chiusura, a mantenere vivo il legame con l’Isola trasformandolo in apertura verso il mondo.</p>
<p>A Biella, “Su Nuraghe” rappresenta da quasi mezzo secolo uno di questi luoghi di incontro. Una casa lontana da casa, dove la memoria non è soltanto conservata, ma diventa occasione di relazione, cultura, solidarietà e partecipazione.</p>
<p><strong>Un ritorno che non è soltanto un ritorno</strong></p>
<p>Il viaggio dei “Dimonios” dal Libano alla Sardegna e dalla Sardegna al Biellese disegna così una geografia che non coincide con quella delle mappe.</p>
<p>Beirut, Alghero, Sassari, Biella.</p>
<p>Luoghi distanti, ma uniti da persone, storie e gesti concreti.</p>
<p>Ci sono i soldati che tornano alle proprie famiglie. Ci sono i bambini che attendono un giocattolo in una terra ferita. Ci sono i volontari che, per settimane, hanno riempito scatole e preparato bancali. Ci sono le comunità che si riconoscono nei propri simboli e, attraverso di essi, ritrovano una comune appartenenza.</p>
<p>E c’è il mare.</p>
<p>Quello che separa, ma anche quello che unisce.</p>
<p>Il Mediterraneo è stato attraversato ancora una volta non soltanto da uomini e mezzi, ma da una volontà di vicinanza. Dalla Sardegna al Libano, dal Biellese alla Sardegna, il filo è rimasto teso.</p>
<p>Per questo il ritorno dei “Sassarini” non racconta soltanto la conclusione di una missione.</p>
<p>Racconta una comunità che attende, una terra che accoglie, una memoria che si rinnova.</p>
<p>E racconta, soprattutto, che anche nei territori più segnati dalla guerra può arrivare qualcosa di inatteso: un gesto semplice, una scatola di giochi, una voce, un abbraccio.</p>
<p>Qualcosa che dica, senza retorica e senza bisogno di spiegazioni, che oltre il dolore esiste ancora una comunità capace di prendersi cura.</p>
<p><strong>Simmaco Cabiddu</strong></p>
<p><em>Nell’immagine, un momento dell’arrivo dei “Sassarini” all’aeroporto “Riviera del Corallo” di Alghero, alla presenza di familiari, autorità e commilitoni, accolti dalla Fanfara dei Bersaglieri sotto la scritta: «Orgoglio sardo. Bentornati a casa, Dimonios!».</em></p>
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		<title>Quando tutto migra: il viaggio dei suoni e del respiro dalle Alpi alla Sardegna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 13:17:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Estate a Pettinengo]]></category>
		<category><![CDATA[Museo delle Migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Domenica 2 agosto, nelle sale del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli di Pettinengo, in via Fiume 12, è stata inaugurata la mostra «Il fischietto nel mondo, dalle Alpi biellesi alla Sardegna», curata da Guido Antoniotti. L’esposizione, visitabile gratuitamente tutte le domeniche, dalle 15 alle 19, fino al 17 ottobre 2026, costituisce la...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="/files/img/11/0511.jpg" alt="descrizione" /></p>
<p><strong>Domenica 2 agosto, nelle sale del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli di Pettinengo, in via Fiume 12, è stata inaugurata la mostra «Il fischietto nel mondo, dalle Alpi biellesi alla Sardegna», curata da Guido Antoniotti.</strong></p>
<p>L’esposizione, visitabile gratuitamente tutte le domeniche, dalle 15 alle 19, fino al 17 ottobre 2026, costituisce la tappa conclusiva del Festival delle Identità – Paesaggi sonori tra Piemonte e Sardegna, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, con il patrocinio del Comune di Pettinengo, della Regione Autonoma della Sardegna e di S.E.U. – Sardi Emigrati Uniti, in partenariato con «Voci di Donna» e «Pacefuturo» di Pettinengo.</p>
<p><span id="more-10608"></span></p>
<p>È un approdo che appare naturale per un Festival nato intorno all’idea che le identità non siano realtà immobili, chiuse entro confini geografici, ma organismi vivi, capaci di muoversi, incontrarsi e trasformarsi. Perché, in fondo, tutto migra.</p>
<p>Migrano gli uomini e le donne, naturalmente, quando lasciano una terra per cercarne un’altra. Ma insieme a loro viaggiano le parole, i gesti, i mestieri, gli oggetti della vita quotidiana, le ricette, le credenze, i racconti. Migrano i semi e le piante, le forme dell’artigianato, le tecniche costruttive. E migrano anche le melodie: attraversano montagne e pianure, mari e frontiere, affidate alla memoria di chi parte e alla curiosità di chi accoglie.</p>
<p>Migrano persino i suoni.</p>
<p>Un soffio, un ritmo, una vibrazione possono compiere lo stesso viaggio di una persona. E con il suono viaggia lo strumento che lo produce: un pezzo di legno, un osso, una canna, una lamina di metallo, un frammento d’argilla possono diventare il tramite attraverso cui una comunità riconosce se stessa e, nello stesso tempo, entra in relazione con il mondo.</p>
<p>È questa la suggestione più profonda della mostra di Pettinengo: raccontare una piccola storia universale attraverso un oggetto apparentemente semplice, il fischietto. Un manufatto umile, quasi infantile, che porta invece dentro di sé una delle più antiche intuizioni dell’umanità: trasformare il respiro in suono e il suono in segnale, richiamo, linguaggio, musica.</p>
<p>Il fischio nasce prima ancora della parola articolata e, in forme differenti, accompagna da sempre la presenza dell’uomo sulla Terra. Serve per richiamare, avvertire, comunicare a distanza, imitare gli animali, scandire un rito, accompagnare una festa. Può essere gioco e strumento, oggetto rituale e manufatto d’arte popolare. Cambiano le forme, i materiali e le occasioni d’uso; resta l’idea primordiale di affidare all’aria una voce capace di andare più lontano della voce stessa.</p>
<p>Il percorso espositivo conduce così il visitatore dentro una sorprendente geografia sonora del mondo, ben oltre i confini del Biellese e dell’Europa. Accanto agli immancabili fischietti di produzione locale, legati anche alla tradizione delle storiche fornaci di Ronco Biellese, compaiono esemplari provenienti da terre lontanissime: dall’Amazzonia all’Angola, da diverse regioni africane al lontano Oriente.</p>
<p>Oggetti differenti per forma, materia e funzione, e tuttavia accomunati da una medesima invenzione: dare corpo al soffio, rendere udibile l’aria, fare del respiro una forma di relazione.</p>
<p>Nel corso dei secoli il fischietto è stato ricavato praticamente da ogni materia disponibile: osso e corno, legno e canna, argilla e pietra, pietra ollare e metallo. È stato scolpito, modellato, forato, tornito, fuso. Persino materiali moderni e di recupero sono entrati nella sua storia, dimostrando come la tradizione non sia una teca immobile, ma una capacità continuamente rinnovata di adattare ciò che si ha a disposizione a ciò che si desidera esprimere.</p>
<p>Tra i pezzi più significativi dell’esposizione figura il fischietto in pietra ollare proveniente da Alagna, opera di Felice Ramella. Accanto a esso, gli esemplari realizzati a Sordevolo dallo stesso Guido Antoniotti, con ancia a nastro, mostrano una straordinaria varietà di materiali: pietra, legno, foglie e steli di diverse piante, ossi e persino materiali di riuso, come le cannucce di plastica.</p>
<p>Anche qui ritorna il tema della migrazione: non soltanto quella degli oggetti, ma delle idee. Un principio sonoro può passare da una materia all’altra, da una generazione all’altra, da una cultura all’altra. Può perdere una forma e acquistarne un’altra, cambiare voce senza smarrire la propria origine.</p>
<p>È ciò che accade alla musica, forse la forma più libera e misteriosa della migrazione culturale. Una melodia non possiede confini: può essere portata da una voce, raccolta da un orecchio, trasformata da uno strumento, restituita da un&#8217;altra comunità. Il suono non conosce dogane. Attraversa il paesaggio e, una volta partito, non appartiene più soltanto a chi lo ha generato.</p>
<p>In questo senso, la mostra si inserisce perfettamente nella vocazione del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli, luogo nel quale il patrimonio materiale dialoga continuamente con quello immateriale. Qui la storia delle persone si intreccia con quella delle cose che le hanno accompagnate: oggetti quotidiani, strumenti musicali, manufatti, immagini, memorie. Il Museo diventa così non soltanto luogo della conservazione, ma spazio dell’ascolto e dell’incontro.</p>
<p>Insieme al Museo della Sacralità dell’Acqua, Pettinengo si conferma un luogo privilegiato per raccontare il movimento delle culture e il loro reciproco contaminarsi. Una sorta di balcone sul mondo, dal quale osservare come le identità possano rimanere fedeli alle proprie radici proprio perché capaci di entrare in relazione con altre radici.</p>
<p>Il percorso del Festival delle Identità ha seguito la medesima direzione: la musica come linguaggio capace di mettere in comunicazione territori lontani e di trasformare la distanza in prossimità. Già gli incontri tra le sonorità alpine, gli antichi scacciapensieri e le <em>launeddas</em> sarde avevano mostrato come strumenti nati in contesti diversi possano dialogare, riconoscersi e generare nuove possibilità di ascolto.</p>
<p>La mostra di Antoniotti raccoglie ora quel filo e lo porta ancora più lontano: dal suono di un piccolo fischietto a una geografia planetaria dell’ingegno umano.</p>
<p>E forse è proprio questa la lezione più inattesa di oggetti così piccoli. Non esiste cultura che non sia, almeno in parte, una storia di viaggi. Ciò che oggi chiamiamo tradizione è spesso il risultato di incontri antichi: qualcosa che è partito da lontano, qualcosa che è stato accolto, trasformato, restituito.</p>
<p>Anche l’identità, allora, non è una frontiera, ma una rotta.</p>
<p>E il fischietto, con la sua voce sottile e penetrante, sembra ricordarcelo nel modo più semplice: basta un soffio perché un suono lasci il luogo in cui nasce e cominci il suo viaggio.</p>
<p>Non poteva esserci conclusione più coerente per un Festival delle Identità – Paesaggi sonori tra Piemonte e Sardegna, nato proprio per costruire ponti tra territori, generazioni e memorie.</p>
<p>A conclusione dell’inaugurazione, immancabile <em>«su cumbidu»</em><em>,</em> il tradizionale gesto sardo dell’ospitalità: un rinfresco capace di accostare specialità locali e isolane, accompagnate dall’immancabile «acqua di Cagliari» e dall’Erbaluce di Caluso. Anche il cibo, del resto, migra: porta con sé sapori, tecniche, profumi e ricordi, trasformando la tavola in un&#8217;altra forma di racconto e di incontro.</p>
<p>L’invito è dunque a trascorrere un pomeriggio a Pettinengo, sulle pendici delle Alpi biellesi, in quel naturale «balcone del Biellese» dal quale lo sguardo incontra la pianura Padana e, nelle giornate limpide, si spinge verso le colline del Monferrato fino alla lontana catena degli Appennini.</p>
<p>Un luogo dove le montagne non sembrano soltanto separare, ma indicare le direzioni del viaggio.</p>
<p>Perché tutto migra.<br />
Migrano le persone e le loro storie.<br />
Migrano gli oggetti e le tecniche.<br />
Migrano le parole e le melodie.<br />
Migrano i gesti, i sapori, le immagini.<br />
E migrano i suoni, che forse più di ogni altra cosa sanno attraversare il tempo senza chiedere permesso ai confini.</p>
<p><strong>Battista Saiu</strong></p>
<p><em>Nell’immagine, un momento della presentazione della mostra con il curatore Guido Antoniotti.</em></p>
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