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	<title>Su Nuraghe</title>
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	<description>Circolo Culturale Sardo ~ Biella</description>
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		<title>Biodiversità nel Biellese: un dono dei Sardi alla terra di adozione: Agosto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 13:29:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[su calendariu]]></category>
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					<description><![CDATA[Immagini e testi di “Su Calendariu 2026” del Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe” ci accompagnano nello scorrere dei mesi, con sensibilità sociale e naturalistica attraverso fotografie e didascalie di Lucio Bordignon e della figlia Alice. Piante da frutto Gli alberi da frutto sono utili anche per il merlo e la martora. Particolarmente graditi sono ciliegio...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="/files/img/11/0527.jpg" alt="descrizione" /><strong>Immagini e testi di “Su Calendariu 2026” del Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe” ci accompagnano nello scorrere dei mesi, con sensibilità sociale e naturalistica attraverso fotografie e didascalie di Lucio Bordignon e della figlia Alice.</strong></p>
<p><code>Piante da frutto</p>
<p>Gli alberi da frutto sono utili anche per il merlo e la martora. Particolarmente graditi sono ciliegio (non amarene), fico, melo e kaki. Il ciliegio, il primo a maturare, è prezioso per le prime nidiate. Ne sono ghiotti la cornacchia grigia, la ghiandaia, il merlo, il picchio rosso maggiore e lo storno. A metà estate, il fico, dalla polpa tenera, è appetibile anche per uccellini con becchi delicati come la capinera. In inverno, il kaki, morbido e dolce, aiuta gli uccelli a sopravvivere. Sui nostri kaki, abbiamo osservato regolarmente capinera, cesena, cincia bigia, cinciallegra, cinciarella, codibugnolo, merlo, picchio nero, picchio rosso maggiore, picchio verde, pettirosso, tordela e tordo sassello.</p>
<p>Lasciamo sempre molti frutti agli animali selvatici.</p>
<p><strong>Lucio e Alice Bordignon</strong></p>
<p><strong>Nell’immagine,</strong> <strong>Kaki - </strong>immagine di Lucio Bordignon</p>
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		<title>Beirut, Alghero, Sassari, Biella: il ritorno dei “Dimonios”, l’abbraccio dei Sardi dell’Altrove</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 13:14:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Brigata Sassari]]></category>
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					<description><![CDATA[Dalla missione in Libano alla Sardegna, fino a Biella. Il rientro della Brigata “Sassari” diventa occasione per rinsaldare un legame fatto di appartenenza, memoria e solidarietà. E dagli otto bancali di giocattoli destinati ai bambini libanesi arriva un messaggio che attraversa il Mediterraneo: nessuno è solo. Ci sono ritorni che hanno il passo della cronaca...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="/files/img/11/0510.jpg" alt="descrizione" /><strong>Dalla missione in Libano alla Sardegna, fino a Biella. Il rientro della Brigata “Sassari” diventa occasione per rinsaldare un legame fatto di appartenenza, memoria e solidarietà. E dagli otto bancali di giocattoli destinati ai bambini libanesi arriva un messaggio che attraversa il Mediterraneo: nessuno è solo.</strong></p>
<p>Ci sono ritorni che hanno il passo della cronaca e altri che, oltre la cronaca, diventano memoria collettiva. Il rientro della Brigata “Sassari” dalla missione in Libano appartiene a questi ultimi.</p>
<p><span id="more-10606"></span></p>
<p>Venerdì 7 agosto 2026, dopo cinque mesi trascorsi nel Paese del Vicino Oriente, il primo contingente di 70 militari dei “Dimonios” ha fatto ritorno in Sardegna. Decollati poco dopo le 16 dall’aeroporto internazionale di Beirut a bordo di un Boeing 737 della compagnia spagnola <em>AlbaStar</em>, i militari sono atterrati poco prima delle 18.30 all’aeroporto “Riviera del Corallo” di Alghero.</p>
<p>Ad attenderli c’erano le famiglie, gli amici, le autorità e i commilitoni. Soprattutto, c’erano gli occhi di chi aveva contato i giorni dell’attesa.</p>
<p>Per cinque mesi, mogli, compagne, figli, genitori hanno imparato a convivere con la distanza, con le notizie dal fronte, con quella particolare forma di inquietudine che accompagna chi parte per una terra attraversata dalla guerra. Poi, al termine della cerimonia, il “rompete le righe” ha restituito ai militari la dimensione più semplice e più vera del loro ritorno: quella dell’abbraccio.</p>
<p>Le uniformi hanno lasciato spazio alla commozione. Le parole, spesso inutili in momenti come questi, sono state sostituite dalle lacrime trattenute per mesi e finalmente libere di scendere.</p>
<p>Alle spalle dei “Sassarini” rimane il Libano meridionale, una terra segnata da violenza, distruzione, paura e sofferenza. È qui che la Brigata “Sassari” ha operato nell’ambito di UNIFIL, la <em>United Nations Interim Force in Lebanon</em>, la missione multinazionale delle Nazioni Unite incaricata di contribuire all’attuazione della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza e alla stabilità dell’area lungo la <em>Blue Line</em>.</p>
<p>Un compito svolto in uno scenario profondamente instabile, nel quale la popolazione civile continua a pagare un prezzo altissimo. Dietro la terminologia delle risoluzioni internazionali e dei dispositivi militari rimangono infatti persone, famiglie, case distrutte, bambini costretti a conoscere troppo presto il volto della guerra.</p>
<p>È questa la realtà che accompagna il ritorno dei soldati. Una realtà che il generale Andrea Fraticelli, 48° comandante della Brigata “Sassari”, ha sintetizzato parlando di una situazione «in continua evoluzione», nella quale ogni decisione ha richiesto attenzione, flessibilità e senso di responsabilità. Il personale, ha ricordato il comandante, ha continuato ad assolvere i propri compiti con imparzialità e determinazione, mantenendo i rapporti con le istituzioni libanesi e con le comunità locali anche nei momenti più difficili.</p>
<p>Ad Alghero, ad accogliere i militari, sono state anche le note della Fanfara del 3° Reggimento Bersaglieri. Una musica che ha accompagnato il ritorno alla terra d’origine e che, nel linguaggio solenne delle cerimonie, ha finito per incontrare quello più intimo delle famiglie.</p>
<p><strong>L’abbraccio di Biella</strong></p>
<p>Quell’abbraccio, domenica 9 agosto, è arrivato anche da Biella.</p>
<p>Nell’area monumentale di “Nuraghe Chervu”, la comunità sarda raccolta attorno al Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe” ha voluto salutare i militari della “Sassari” e il loro comandante. Non una semplice cerimonia, ma un gesto di vicinanza attraverso il quale la Sardegna dell’Altrove ha riconosciuto come propria una vicenda che riguarda l’Isola intera.</p>
<p>Accanto a Battista Saiu, presidente di “Su Nuraghe”, erano presenti Francesco Fosci, fiduciario del nucleo biellese dell’Associazione Nazionale Brigata “Sassari”, intitolata al capitano Emilio Lussu, e Giuliano Lusiani, reggente provinciale dei Bersaglieri e figura storica dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, “Guardia d’Onore alla Tomba del Fondatore” intitolata al generale Alessandro La Marmora.</p>
<p>A “Nuraghe Chervu”, luogo nel quale la memoria sarda si incontra con quella italiana e biellese, il saluto ai “Dimonios” assume così un significato più profondo. È il riconoscimento di una storia che continua a viaggiare con gli uomini e con le donne dell’Isola, anche quando l’Isola è lontana.</p>
<p>Perché l’emigrazione non ha cancellato le radici. Le ha disseminate.</p>
<p>E proprio nella distanza, spesso, il senso dell’appartenenza si fa più nitido: non come nostalgia rivolta al passato, ma come capacità di riconoscersi, di ritrovarsi, di partecipare.</p>
<p><strong>Otto bancali, un mare di solidarietà</strong></p>
<p>In questo stesso solco si colloca la vicenda degli otto bancali di giocattoli partiti dal Biellese per raggiungere i bambini del Libano.</p>
<p>Cinque mesi fa, mentre i militari della “Sassari” si preparavano a partire, da Biella prendeva forma una risposta diversa alla guerra. Non armi, non equipaggiamenti, ma giocattoli.</p>
<p>Otto bancali colmi di doni destinati a bambini fino ai dieci anni, raccolti grazie a una mobilitazione diffusa che ha coinvolto associazioni, volontari, famiglie e cittadini dell’intero territorio biellese. Il carico, partito da Biella, è stato destinato al porto di Cagliari per essere successivamente imbarcato verso il Libano.</p>
<p>L’iniziativa era nata da una proposta del generale Andrea Fraticelli, allora impegnato a preparare la missione della Brigata “Sassari”, e aveva trovato immediata adesione nel Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe”.</p>
<p>La risposta del territorio è stata affidata alla Banca del Giocattolo, fondata da Barbara Greggio consigliera comunale e oggi presieduta da Gianpaolo Ruberti, con Claudia De Mari alla vicepresidenza e Paolo Robazza come segretario.</p>
<p>Nelle sedi di Valle Mosso e Vaglio Chiavazza, i volontari hanno lavorato per settimane alla raccolta, alla selezione e alla preparazione dei giochi. Piccoli oggetti destinati alla prima infanzia, giochi educativi, palloni, giocattoli e persino calciobalilla destinati ai ragazzi più grandi: un insieme apparentemente eterogeneo, ma accomunato da un unico destinatario, l’infanzia ferita dalla guerra.</p>
<p>Ogni scatola, in fondo, conteneva molto più di un oggetto.</p>
<p>Conteneva attenzione.</p>
<p>Conteneva cura.</p>
<p>Conteneva la volontà di dire a un bambino lontano migliaia di chilometri che qualcuno, dall’altra parte del mare, aveva pensato a lui.</p>
<p><strong>Quando la divisa diventa un ponte</strong></p>
<p>Il caricamento dei bancali presso il centro AIB “Orso” di Biella ha rappresentato uno dei momenti più significativi dell’iniziativa.</p>
<p>Ad accogliere i militari della “Sassari” era presente la vicesindaco Sara Gentile, in rappresentanza dell’Amministrazione comunale, a testimonianza della partecipazione delle istituzioni cittadine a un progetto nel quale la dimensione militare ha incontrato quella civile e solidale.</p>
<p>È una delle immagini più singolari di questa vicenda: uomini in uniforme intenti a caricare scatole di giocattoli.</p>
<p>Da una parte la missione internazionale, la responsabilità, il rischio; dall’altra il mondo fragile e luminoso dell’infanzia.</p>
<p>Due realtà apparentemente lontane che, in quel momento, si sono incontrate.</p>
<p>La divisa, chiamata a proteggere, diventava anche il tramite di un gesto di cura. Il militare, oltre a rappresentare una missione internazionale, diventava messaggero di una comunità civile che aveva scelto di non rimanere indifferente.</p>
<p>È forse questo il significato più autentico della solidarietà: non sostituirsi a chi soffre, ma fargli sapere che la sua sofferenza è stata vista.</p>
<p><strong>La Sardegna che vive lontano dalla Sardegna</strong></p>
<p>Il valore dell’iniziativa è stato ulteriormente sottolineato dalla presenza ad Alghero di Desirè Alma Manca, assessora della Regione Autonoma della Sardegna al Lavoro, Formazione Professionale, Cooperazione e Sicurezza Sociale, struttura alla quale fanno capo anche le politiche regionali per l’emigrazione, i rapporti con i Circoli dei Sardi nel mondo e la Consulta regionale per l’emigrazione.</p>
<p>La sua presenza ha dato concretezza a una realtà che spesso rischia di rimanere invisibile: quella di una Sardegna che continua a esistere oltre i propri confini geografici.</p>
<p>È la Sardegna dei Circoli, delle associazioni, delle comunità nate dall’emigrazione; una Sardegna che ha imparato a custodire la memoria senza trasformarla in chiusura, a mantenere vivo il legame con l’Isola trasformandolo in apertura verso il mondo.</p>
<p>A Biella, “Su Nuraghe” rappresenta da quasi mezzo secolo uno di questi luoghi di incontro. Una casa lontana da casa, dove la memoria non è soltanto conservata, ma diventa occasione di relazione, cultura, solidarietà e partecipazione.</p>
<p><strong>Un ritorno che non è soltanto un ritorno</strong></p>
<p>Il viaggio dei “Dimonios” dal Libano alla Sardegna e dalla Sardegna al Biellese disegna così una geografia che non coincide con quella delle mappe.</p>
<p>Beirut, Alghero, Sassari, Biella.</p>
<p>Luoghi distanti, ma uniti da persone, storie e gesti concreti.</p>
<p>Ci sono i soldati che tornano alle proprie famiglie. Ci sono i bambini che attendono un giocattolo in una terra ferita. Ci sono i volontari che, per settimane, hanno riempito scatole e preparato bancali. Ci sono le comunità che si riconoscono nei propri simboli e, attraverso di essi, ritrovano una comune appartenenza.</p>
<p>E c’è il mare.</p>
<p>Quello che separa, ma anche quello che unisce.</p>
<p>Il Mediterraneo è stato attraversato ancora una volta non soltanto da uomini e mezzi, ma da una volontà di vicinanza. Dalla Sardegna al Libano, dal Biellese alla Sardegna, il filo è rimasto teso.</p>
<p>Per questo il ritorno dei “Sassarini” non racconta soltanto la conclusione di una missione.</p>
<p>Racconta una comunità che attende, una terra che accoglie, una memoria che si rinnova.</p>
<p>E racconta, soprattutto, che anche nei territori più segnati dalla guerra può arrivare qualcosa di inatteso: un gesto semplice, una scatola di giochi, una voce, un abbraccio.</p>
<p>Qualcosa che dica, senza retorica e senza bisogno di spiegazioni, che oltre il dolore esiste ancora una comunità capace di prendersi cura.</p>
<p><strong>Simmaco Cabiddu</strong></p>
<p><em>Nell’immagine, un momento dell’arrivo dei “Sassarini” all’aeroporto “Riviera del Corallo” di Alghero, alla presenza di familiari, autorità e commilitoni, accolti dalla Fanfara dei Bersaglieri sotto la scritta: «Orgoglio sardo. Bentornati a casa, Dimonios!».</em></p>
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		<title>Quando tutto migra: il viaggio dei suoni e del respiro dalle Alpi alla Sardegna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 13:17:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Estate a Pettinengo]]></category>
		<category><![CDATA[Museo delle Migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Domenica 2 agosto, nelle sale del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli di Pettinengo, in via Fiume 12, è stata inaugurata la mostra «Il fischietto nel mondo, dalle Alpi biellesi alla Sardegna», curata da Guido Antoniotti. L’esposizione, visitabile gratuitamente tutte le domeniche, dalle 15 alle 19, fino al 17 ottobre 2026, costituisce la...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="/files/img/11/0511.jpg" alt="descrizione" /></p>
<p><strong>Domenica 2 agosto, nelle sale del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli di Pettinengo, in via Fiume 12, è stata inaugurata la mostra «Il fischietto nel mondo, dalle Alpi biellesi alla Sardegna», curata da Guido Antoniotti.</strong></p>
<p>L’esposizione, visitabile gratuitamente tutte le domeniche, dalle 15 alle 19, fino al 17 ottobre 2026, costituisce la tappa conclusiva del Festival delle Identità – Paesaggi sonori tra Piemonte e Sardegna, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, con il patrocinio del Comune di Pettinengo, della Regione Autonoma della Sardegna e di S.E.U. – Sardi Emigrati Uniti, in partenariato con «Voci di Donna» e «Pacefuturo» di Pettinengo.</p>
<p><span id="more-10608"></span></p>
<p>È un approdo che appare naturale per un Festival nato intorno all’idea che le identità non siano realtà immobili, chiuse entro confini geografici, ma organismi vivi, capaci di muoversi, incontrarsi e trasformarsi. Perché, in fondo, tutto migra.</p>
<p>Migrano gli uomini e le donne, naturalmente, quando lasciano una terra per cercarne un’altra. Ma insieme a loro viaggiano le parole, i gesti, i mestieri, gli oggetti della vita quotidiana, le ricette, le credenze, i racconti. Migrano i semi e le piante, le forme dell’artigianato, le tecniche costruttive. E migrano anche le melodie: attraversano montagne e pianure, mari e frontiere, affidate alla memoria di chi parte e alla curiosità di chi accoglie.</p>
<p>Migrano persino i suoni.</p>
<p>Un soffio, un ritmo, una vibrazione possono compiere lo stesso viaggio di una persona. E con il suono viaggia lo strumento che lo produce: un pezzo di legno, un osso, una canna, una lamina di metallo, un frammento d’argilla possono diventare il tramite attraverso cui una comunità riconosce se stessa e, nello stesso tempo, entra in relazione con il mondo.</p>
<p>È questa la suggestione più profonda della mostra di Pettinengo: raccontare una piccola storia universale attraverso un oggetto apparentemente semplice, il fischietto. Un manufatto umile, quasi infantile, che porta invece dentro di sé una delle più antiche intuizioni dell’umanità: trasformare il respiro in suono e il suono in segnale, richiamo, linguaggio, musica.</p>
<p>Il fischio nasce prima ancora della parola articolata e, in forme differenti, accompagna da sempre la presenza dell’uomo sulla Terra. Serve per richiamare, avvertire, comunicare a distanza, imitare gli animali, scandire un rito, accompagnare una festa. Può essere gioco e strumento, oggetto rituale e manufatto d’arte popolare. Cambiano le forme, i materiali e le occasioni d’uso; resta l’idea primordiale di affidare all’aria una voce capace di andare più lontano della voce stessa.</p>
<p>Il percorso espositivo conduce così il visitatore dentro una sorprendente geografia sonora del mondo, ben oltre i confini del Biellese e dell’Europa. Accanto agli immancabili fischietti di produzione locale, legati anche alla tradizione delle storiche fornaci di Ronco Biellese, compaiono esemplari provenienti da terre lontanissime: dall’Amazzonia all’Angola, da diverse regioni africane al lontano Oriente.</p>
<p>Oggetti differenti per forma, materia e funzione, e tuttavia accomunati da una medesima invenzione: dare corpo al soffio, rendere udibile l’aria, fare del respiro una forma di relazione.</p>
<p>Nel corso dei secoli il fischietto è stato ricavato praticamente da ogni materia disponibile: osso e corno, legno e canna, argilla e pietra, pietra ollare e metallo. È stato scolpito, modellato, forato, tornito, fuso. Persino materiali moderni e di recupero sono entrati nella sua storia, dimostrando come la tradizione non sia una teca immobile, ma una capacità continuamente rinnovata di adattare ciò che si ha a disposizione a ciò che si desidera esprimere.</p>
<p>Tra i pezzi più significativi dell’esposizione figura il fischietto in pietra ollare proveniente da Alagna, opera di Felice Ramella. Accanto a esso, gli esemplari realizzati a Sordevolo dallo stesso Guido Antoniotti, con ancia a nastro, mostrano una straordinaria varietà di materiali: pietra, legno, foglie e steli di diverse piante, ossi e persino materiali di riuso, come le cannucce di plastica.</p>
<p>Anche qui ritorna il tema della migrazione: non soltanto quella degli oggetti, ma delle idee. Un principio sonoro può passare da una materia all’altra, da una generazione all’altra, da una cultura all’altra. Può perdere una forma e acquistarne un’altra, cambiare voce senza smarrire la propria origine.</p>
<p>È ciò che accade alla musica, forse la forma più libera e misteriosa della migrazione culturale. Una melodia non possiede confini: può essere portata da una voce, raccolta da un orecchio, trasformata da uno strumento, restituita da un&#8217;altra comunità. Il suono non conosce dogane. Attraversa il paesaggio e, una volta partito, non appartiene più soltanto a chi lo ha generato.</p>
<p>In questo senso, la mostra si inserisce perfettamente nella vocazione del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli, luogo nel quale il patrimonio materiale dialoga continuamente con quello immateriale. Qui la storia delle persone si intreccia con quella delle cose che le hanno accompagnate: oggetti quotidiani, strumenti musicali, manufatti, immagini, memorie. Il Museo diventa così non soltanto luogo della conservazione, ma spazio dell’ascolto e dell’incontro.</p>
<p>Insieme al Museo della Sacralità dell’Acqua, Pettinengo si conferma un luogo privilegiato per raccontare il movimento delle culture e il loro reciproco contaminarsi. Una sorta di balcone sul mondo, dal quale osservare come le identità possano rimanere fedeli alle proprie radici proprio perché capaci di entrare in relazione con altre radici.</p>
<p>Il percorso del Festival delle Identità ha seguito la medesima direzione: la musica come linguaggio capace di mettere in comunicazione territori lontani e di trasformare la distanza in prossimità. Già gli incontri tra le sonorità alpine, gli antichi scacciapensieri e le <em>launeddas</em> sarde avevano mostrato come strumenti nati in contesti diversi possano dialogare, riconoscersi e generare nuove possibilità di ascolto.</p>
<p>La mostra di Antoniotti raccoglie ora quel filo e lo porta ancora più lontano: dal suono di un piccolo fischietto a una geografia planetaria dell’ingegno umano.</p>
<p>E forse è proprio questa la lezione più inattesa di oggetti così piccoli. Non esiste cultura che non sia, almeno in parte, una storia di viaggi. Ciò che oggi chiamiamo tradizione è spesso il risultato di incontri antichi: qualcosa che è partito da lontano, qualcosa che è stato accolto, trasformato, restituito.</p>
<p>Anche l’identità, allora, non è una frontiera, ma una rotta.</p>
<p>E il fischietto, con la sua voce sottile e penetrante, sembra ricordarcelo nel modo più semplice: basta un soffio perché un suono lasci il luogo in cui nasce e cominci il suo viaggio.</p>
<p>Non poteva esserci conclusione più coerente per un Festival delle Identità – Paesaggi sonori tra Piemonte e Sardegna, nato proprio per costruire ponti tra territori, generazioni e memorie.</p>
<p>A conclusione dell’inaugurazione, immancabile <em>«su cumbidu»</em><em>,</em> il tradizionale gesto sardo dell’ospitalità: un rinfresco capace di accostare specialità locali e isolane, accompagnate dall’immancabile «acqua di Cagliari» e dall’Erbaluce di Caluso. Anche il cibo, del resto, migra: porta con sé sapori, tecniche, profumi e ricordi, trasformando la tavola in un&#8217;altra forma di racconto e di incontro.</p>
<p>L’invito è dunque a trascorrere un pomeriggio a Pettinengo, sulle pendici delle Alpi biellesi, in quel naturale «balcone del Biellese» dal quale lo sguardo incontra la pianura Padana e, nelle giornate limpide, si spinge verso le colline del Monferrato fino alla lontana catena degli Appennini.</p>
<p>Un luogo dove le montagne non sembrano soltanto separare, ma indicare le direzioni del viaggio.</p>
<p>Perché tutto migra.<br />
Migrano le persone e le loro storie.<br />
Migrano gli oggetti e le tecniche.<br />
Migrano le parole e le melodie.<br />
Migrano i gesti, i sapori, le immagini.<br />
E migrano i suoni, che forse più di ogni altra cosa sanno attraversare il tempo senza chiedere permesso ai confini.</p>
<p><strong>Battista Saiu</strong></p>
<p><em>Nell’immagine, un momento della presentazione della mostra con il curatore Guido Antoniotti.</em></p>
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		<title>Agosto 2026, una parola sarda al mese: “T” come “TACCU”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2026 13:14:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[laboratorio linguistico]]></category>
		<category><![CDATA[una parola sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[Radici e semantica delle parole sarde rivisitate mediante i dizionari delle lingue mediterranee (lingue semitiche, lingue classiche). Laboratorio linguistico di storia e di cultura sarda a Biella TACCU è il nome di un fenomeno paesaggistico della Sardegna. Viene riferito propriamente alla forma pianeggiante della sommità delle giare, le quali sono tabulati elevati dai duecento ai...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignright" src="/files/img/11/0512.jpg" alt="descrizione" /><strong>Radici e semantica delle parole sarde rivisitate mediante i dizionari delle lingue mediterranee (lingue semitiche, lingue classiche).</strong><strong> Laboratorio linguistico di storia e di cultura sarda a Biella</strong></p>
<p><strong>TACCU</strong> è il nome di un fenomeno paesaggistico della Sardegna. Viene riferito propriamente alla forma pianeggiante della sommità delle <em>giare</em>, le quali sono tabulati elevati dai duecento ai seicento metri sulla pianura. Il fenomeno è relativamente recente, datato al disotto dei cinque milioni di anni.</p>
<p>Avvenne che l’antica base calcarea del territorio fu spinta in alto da forti pressioni eruttive, che infine forarono il calcare emettendo immense quantità di lava molto liquida, la quale si espanse tabularmente ricoprendo i calcari.</p>
<p>La traumatica fuoriuscita ha spesso “cotto” e tabularizzato le stratificazioni sottostanti, indurendole in forma di tavole sovrapposte (quasi come certi plastici che riproducono scalarmente le isoipse). Infatti il sd. <em>taccu</em> corrisponde al bab. <strong>takku</strong> ‘tavoletta’.</p>
<p><span id="more-10607"></span></p>
<p>Si osservi tuttavia che in Barbagia per <em>taccu</em> s’intende anzitutto un roccione calcareo elevato a forma tubolare (non tabulare) e distinto dalle rocce circostanti, avente sommità piatta, o comunque non appuntita. In questo caso la base etimologica non può essere quella babilonese ma l’eg. geroglifico <strong>ta</strong> ‘ground, land’ + <strong>khu</strong> ‘high’. In tal caso <strong>ta-khu</strong>significò ‘’suolo elevato’. Come controprova abbiamo il geroglifico <strong>khu</strong> ‘steps, gradini’ ossia ‘terrazze’, riferite ad esempio alle montagne del Libano.</p>
<p>In questo secondo caso possiamo tradurre il barbaricino <em>taccu</em> come ‘altura gradinata’.</p>
<p><strong>Salvatore Dedola, </strong>glottologo-semitista</p>
<p><strong>Nell’immagine: l’incipit, “T”, in Giampaolo Mele (a cura di), <em>Die ac Nocte</em>. I Codici Liturgici di Oristano dal Giudicato di Arborea all’età spagnola (secoli XI-XVII), Cagliari: AMD Edizioni, 2009</strong></p>
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		<title>Da “Su Nuraghe” una paròla piemontèisa al mèis, Agosto 2026, «M» come «Magon»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 13:19:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[laboratorio linguistico]]></category>
		<category><![CDATA[Una parola piemontese]]></category>
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					<description><![CDATA[Omaggio dei Sardi dell’Altrove alla terra di accoglienza, “omagià daj Sardagneuj fòra ’d Finagi” che fanno capo al Circolo culturale sardo “Su Nuraghe” di Biella. Magon è parola che accompagna l’ottavo mese dell’anno 2026 come la si ritrova in “Barba Tòni”, Barba Tòni Boudrìe, in “Michel dij Bonavé”, Michele Bonavero, in Elisa Revelli e nella ricca produzione letteraria...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="/files/img/11/0513.jpg" alt="descrizione" /> <strong>Omaggio dei Sardi dell’Altrove alla terra di accoglienza, “omagià daj Sardagneuj fòra ’d Finagi” che fanno capo al Circolo culturale sardo “Su Nuraghe” di Biella. </strong><strong>Magon </strong><strong>è parola che accompagna l’ottavo mese dell’anno 2026 come la si ritrova</strong><strong> in <em>“Barba Tòni”,</em> Barba Tòni Boudrìe, in </strong><strong>“</strong><strong><em>Michel dij Bonavé</em></strong><strong>”, Michele Bonavero, </strong><strong>in </strong><strong>Elisa Revelli</strong> <strong>e </strong><strong>nella ricca produzione letteraria di “Tavo Burat”, Gustavo Buratti Zanchi.</strong></p>
<p><strong>Magon</strong> <em>s.m.</em> <strong>1 </strong>cruccio, dispiacere, dolore || <strong><em>che bon pro a sté sèmper lì, ij magon a rumié, poponeve ij seugn ch’i seve nen bon a vive? </em></strong><sup>[</sup><sup>Tavo</sup><sup>] </sup>= <em>a che pro (a che fine, a che utilità, con quale scopo) stare sempre lì, a ruminare i dispiaceri, a coccolarvi con sogni che non siete capaci di vivere?</em> || <strong><em>ah, ël magon d’esse mach pì na përzon, chiel ch’a savìa le gighe e le canson e ch’a l’avìa maitass d’esse cantà </em></strong><sup>[</sup><sup>Barba Tòni</sup><sup>] </sup>= <em>ah, il chiuso dolore d’essere soltanto più una prigione, lui che sapeva le gighe e le canzoni e che smaniava dal desiderio di essere cantato</em> <strong>2</strong> affanno, angoscia || <strong><em>dësmemorià</em></strong><strong><em> ‘d magon </em></strong><sup>[Revelli]</sup> = <em>immemori degli affanni </em>|| <strong><em>sfirajand</em></strong><strong><em> ën magon an s’na tòpia </em></strong><sup>[</sup><sup>Revelli</sup><sup>]</sup> = <em>sbriciolando un’angoscia su un pergolato</em> <strong>3 </strong>tristezza || <strong><em>avra</em></strong><strong><em> ‘l magon, avra la gòj ën mè cheur ës logiavo </em></strong><sup>[</sup><sup>Revelli</sup><sup>]</sup> = <em>ora la tristezza, ora la gioia albergavano nel mio cuore</em> → <strong>sagrin</strong></p>
<p><strong><span id="more-10609"></span></p>
<p>a</strong> <em>agg.</em> <strong><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/25aa.png" alt="▪" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> </strong>triste, conturbato, addolorato, tormentato || <strong><em>l’era rivaje a j’orije ‘l son magonà d’un lament</em></strong><sup> [</sup><sup>Michel</sup><sup>]</sup> = <em>gli era giunto alle orecchie il suono tormentato di un lamento</em></p>
<p><strong>Magonesse / </strong><strong>anmagonesse</strong><em> v.r.</em> <strong><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/25aa.png" alt="▪" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> </strong>addolorarsi || <strong><em>as magon-a n’ariëtta stembrin-a </em></strong><sup>[</sup><sup>Revelli</sup><sup>]</sup> = <em>s’addolora una brezza settembrina</em></p>
<p><strong>Sergi Girardin</strong> (Sergio Maria Gilardino)</p>
<h2>Nell’immagine: capolettera “M”, Sacramentarium Episcopi Warmundi (Sacramentario del Vescovo Warmondo di Ivrea): fine secolo X, Ivrea, Biblioteca Capitolare, Ms 31 LXXXVI). Priuli Verlucca,1990, copia posseduta a Biella dal Comm. Mario Coda.</h2>
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		<title>“Su Nuraghe” accoglie il canto per Guccini di Nicola Loi: la libertà nel vento, la memoria nella parola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 13:21:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[laboratorio linguistico]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Loi]]></category>
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					<description><![CDATA[Ci sono parole che non appartengono soltanto a chi le pronuncia. Una volta affidate al ritmo, alla musica, al verso, si sottraggono alla loro breve durata e cominciano un viaggio che nessun commiato riesce a interrompere. La poesia nasce, forse, proprio da questa ostinazione: dare una forma all’indicibile, sottrarre al silenzio ciò che nell’animo umano...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="/files/img/11/0526.jpg" alt="descrizione" /> Ci sono parole che non appartengono soltanto a chi le pronuncia. Una volta affidate al ritmo, alla musica, al verso, si sottraggono alla loro breve durata e cominciano un viaggio che nessun commiato riesce a interrompere. La poesia nasce, forse, proprio da questa ostinazione: dare una forma all’indicibile, sottrarre al silenzio ciò che nell’animo umano è più profondo, consegnare al tempo ciò che il tempo sembrerebbe destinato a cancellare.</p>
<p>Per questo, nel giorno della morte di Francesco Guccini, i versi giunti al Circolo Culturale Sardo <em>“Su Nuraghe”</em> di Biella acquistano il valore di un incontro oltre la distanza e oltre l’assenza. A scriverli è Nicola Loi, poeta di Ortueri, che sceglie la lingua dei padri per rivolgere il proprio saluto a un artista che, per oltre mezzo secolo, ha attraversato la coscienza italiana con il passo inquieto di chi non si accontenta delle risposte ricevute.</p>
<p><span id="more-10610"></span></p>
<p>Guccini appartiene alla storia della canzone, ma la sua voce ha sempre abitato un territorio più vasto. Cantautore, poeta e scrittore ha fatto della parola uno strumento di scavo: nella storia, nella memoria collettiva, nelle contraddizioni della modernità, nella solitudine dell’uomo, nella sua irriducibile aspirazione a essere libero. Le sue canzoni hanno accompagnato il passaggio fra due secoli, attraversando stagioni politiche e mutamenti sociali senza perdere quella particolare capacità di parlare all’individuo mentre raccontava una comunità.</p>
<p>È a questa dimensione civile e insieme umana che Nicola Loi guarda. Non tenta di riassumere una vita, né di erigere un monumento. Ne raccoglie piuttosto l’essenza attraverso alcune immagini, come si raccolgono dal terreno le pietre rimaste dopo il passaggio di una stagione.</p>
<p><em>As cantadu sa vera libertade,</em><br />
<em>Che astore ch&#8217;inghiriat in su &#8216;entu.</em><br />
<em>E sa piae de s&#8217;umanidade,</em><br />
<em>Peri sos campos de cuncentramentu.</em><br />
<em>Abboghinadu as sa beridade,</em><br />
<em>&#8220;Deus est mortu&#8221; restat in ammentu.</em></p>
<p>Hai cantato la vera libertà,<br />
come astore che volteggia nel vento.<br />
E la piaga dell’umanità,<br />
attraverso i campi di concentramento.<br />
Hai gridato la verità:<br />
“Dio è morto” resta nel ricordo.</p>
<p>L’astore, nella poesia di Loi, non è soltanto una figura della libertà: è la sua incarnazione. Sale nel vento senza appartenergli, ne asseconda le correnti senza lasciarsene dominare. Nel suo volo c’è l’immagine di una coscienza che rifiuta il recinto, che non accetta l’orizzonte già tracciato, che cerca dall’alto una prospettiva più ampia sulla vicenda degli uomini.</p>
<p>La libertà cantata da Guccini viene così restituita a una dimensione quasi elementare, primordiale. È l’aria stessa che manca quando l’uomo viene rinchiuso, umiliato, privato della propria dignità. E non è casuale che subito dopo l’immagine del volo compaia la ferita dei campi di concentramento: il cielo e il recinto, l’apertura e la prigionia, la vita e l’annientamento.</p>
<p>Fra questi estremi si colloca la parola poetica.</p>
<p>Loi richiama quindi <em>Dio è morto</em>, una delle espressioni più riconoscibili della stagione gucciniana, ma ne lascia emergere soprattutto il nucleo interrogativo: il venir meno delle certezze, lo smarrimento di fronte a una modernità che, insieme al progresso produce nuove forme di solitudine e di violenza. La verità, nel suo canto, non è una conquista definitiva: è una ricerca, spesso dolorosa, che impone di guardare ciò che si preferirebbe non vedere.</p>
<p>Ma è proprio quando il poeta sembra avvicinarsi alla figura pubblica di Guccini che la sua ode compie una svolta inattesa. La storia lascia il posto alla casa. L’artista lascia spazio all’uomo. Il grande racconto collettivo si restringe alla misura intima di un pranzo pasquale, di una giornata di pioggia, di una familiarità rimasta impressa nel cuore.</p>
<p><em>T&#8217;apo connotu a pranzu in domo mia,</em><br />
<em>Lunis de Pasca, pioighinosa.</em><br />
<em>Amantiosu fis de s&#8217;allegria,</em><br />
<em>E fit abberu una die diciosa.</em><br />
<em>Fis umilesa, cun bon&#8217;armonia,</em><br />
<em>Sabidoria manna in-dogni cosa.</em><br />
<em>Da-e custa terra sarda &#8216;e su nuraghe,</em><br />
<em>Amigu meu, reposa in paghe.</em></p>
<p>Ti ho conosciuto a pranzo in casa mia,<br />
un lunedì di Pasqua, piovoso.<br />
Amante eri dell’allegria,<br />
ed era davvero una giornata felice.<br />
Eri umile, con buona armonia,<br />
saggio in ogni cosa.<br />
Da questa terra sarda del nuraghe,<br />
amico mio, riposa in pace.</p>
<p>Qui il verso si spoglia di ogni solennità. Non vi sono piedistalli né celebrazioni, ma una casa, una tavola, una giornata umida di primavera e un uomo ricordato nella sua semplicità. È forse questo il passaggio più alto dell’ode: dopo aver riconosciuto il cantore della libertà, il poeta sceglie di ricordare l’amico.</p>
<p>La grandezza torna così alla sua misura più umana.</p>
<p>L’aggettivo <em>umilesa</em> — umile — assume una particolare intensità proprio perché viene dopo l’evocazione dell’artista conosciuto da milioni di persone. La fama, che tende a separare, viene ricondotta alla familiarità; il personaggio pubblico torna persona. E l’allegria di quella giornata piovosa diventa, nella distanza degli anni, una luce trattenuta dal ricordo.</p>
<p>Nell’ultimo distico la geografia si dilata.</p>
<p><em>Da-e custa terra sarda &#8216;e su nuraghe,<br />
Amigu meu, reposa in paghe.</em></p>
<p>La terra del nuraghe non è più soltanto Ortueri, né soltanto la Sardegna. Diventa una terra simbolica, una profondità originaria dalla quale il poeta accompagna l’amico verso il silenzio. Il nuraghe, monumento che ha resistito alle civiltà, alle dominazioni e ai secoli, appare allora come metafora di ciò che permane: la pietra contro l’erosione del tempo, la forma contro la dissoluzione, il segno contro l’oblio.</p>
<p>È in questa tensione fra ciò che scompare e ciò che resta che la poesia trova la propria necessità.</p>
<p>Il componimento, tradotto da Antonio Ledda e rielaborato da Roberto Perinu, confluirà nell’antologia del laboratorio linguistico<em> “Eya, emmo, sì: là dove il sì suona, s’emmo e s’eya cantant”. </em>Un titolo che, già nella sua musicalità, contiene una dichiarazione di appartenenza: non la nostalgia di una lingua perduta, ma la volontà di restituirle un futuro.</p>
<p>Perché una lingua sopravvive davvero soltanto quando torna a essere abitata.</p>
<p>Non basta conservarla come si conserva un reperto; occorre pronunciarla, scriverla, insegnarla, piegarla ai pensieri del presente, affidarle sentimenti che appartengono all’oggi. Nel laboratorio di <em>“Su Nuraghe” </em>la parlata materna diviene perciò materia viva: non reliquia, ma strumento attraverso il quale una comunità torna a interrogare se stessa.</p>
<p>Ogni idioma custodisce una particolare maniera di nominare il mondo. Dentro le parole rimangono il paesaggio e il lavoro, la famiglia e la fede, il dolore e l’ironia, le stagioni e i gesti quotidiani. Vi sopravvive una particolare inclinazione dello sguardo. Per questo la perdita di una lingua non coincide soltanto con la scomparsa di vocaboli: significa smarrire una delle molte forme attraverso cui l’uomo ha imparato a dare senso alla propria presenza sulla terra.</p>
<p>Il progetto di <em>“Su Nuraghe”</em> si colloca precisamente in questo spazio fragile e fecondo, dove la trasmissione non è ripiegamento sul passato, ma apertura verso il futuro. La poesia di Loi, nata nella lingua sarda e rivolta a un artista profondamente italiano, ne offre una dimostrazione luminosa: una parlata radicata in un’isola può accogliere la vicenda di un uomo appartenuto a un’altra terra e restituirla in una forma che parla oltre ogni appartenenza.</p>
<p>Da Biella, quel filo raggiunge La Plata, in Argentina, attraverso il collegamento con il Circolo Sardo <em>“Antonio Segni”.</em> L’oceano, che per generazioni fu la misura della separazione, diventa oggi quasi una superficie trasparente. Le tecnologie avvicinano ciò che la geografia aveva diviso; ma è la parola, ancora una volta, a compiere il vero attraversamento.</p>
<p>Biella e La Plata si incontrano in uno spazio né piemontese né argentino né soltanto sardo: una patria senza confini, fatta di suoni, racconti, immagini, nomi e ricordi; una patria che può essere abitata anche a migliaia di chilometri dalla terra d’origine.</p>
<p>È questa, forse, la forma più segreta dell’emigrazione: partire con il corpo e restare attraverso le parole.</p>
<p>E così il componimento di Nicola Loi compie un viaggio singolare. Nasce a Ortueri, raggiunge Biella, guarda verso La Plata e, nel ricordo di un cantautore emiliano, torna alla Sardegna. Quasi una rotta circolare, simile a quelle che per generazioni hanno portato uomini e donne lontano dall’isola senza spezzare del tutto il filo che li legava alla terra natale.</p>
<p>In questo itinerario Guccini e Loi si incontrano là dove ogni confine perde consistenza: nella necessità di interrogare l’uomo.</p>
<p>Uno attraverso la canzone, l’altro attraverso la lingua dei padri; uno dall’Appennino emiliano, l’altro dalla Sardegna interna; entrambi consapevoli che il canto, quando è autentico, non serve soltanto a consolare. Può ferire le coscienze, illuminare le contraddizioni, dare dignità agli sconfitti, ricordare le vittime, custodire gli assenti.</p>
<p>E può persino accompagnare un amico oltre la soglia della vita.</p>
<p>La poesia, allora, non è soltanto ciò che rimane.</p>
<p>È ciò che continua.</p>
<p>Continua quando una voce viene raccolta da un’altra voce. Quando una lingua antica trova parole per il presente. Quando una comunità dispersa si riconosce ancora in un suono. Quando il ricordo di un uomo diventa patrimonio condiviso.</p>
<p>Forse è questo il significato più profondo dell’astore che attraversa il cielo nei versi di Nicola Loi: la libertà di una parola che non conosce recinti, che sorvola le frontiere, che passa di mano in mano e di generazione in generazione.</p>
<p>Guccini ha lasciato alla cultura italiana una lunga scia di canzoni, racconti e interrogativi. Loi gli restituisce un saluto nella lingua della propria terra, come si consegna a un amico una parola estrema prima che la distanza diventi definitiva.</p>
<p>E sulla soglia, dove il dolore incontra la gratitudine, rimane quel verso semplice e antico:</p>
<p><em>Amigu meu, reposa in paghe.</em></p>
<p>Riposa in pace, amico mio.</p>
<p>La terra del nuraghe ti saluta.</p>
<p>E il canto, ancora una volta, non finisce.</p>
<p><strong>Battista Saiu</strong></p>
<p><strong>Nell’immagine: Francesco Guccini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>A Frantziscu Guccini</strong></p>
<p>Cantas cantones pro sa rebbellia,</p>
<p>Nos as cantadu in sa gioventude.</p>
<p>As iscritu abberu poesia,</p>
<p>Pro cantu e sonu, tenias virtude.</p>
<p>Finas a mannu sa filosofia,</p>
<p>Frima che roca, in bona-salude.</p>
<p>As lassadu a s&#8217;istoria sulcos mannos,</p>
<p>Chi ant a restare pro annos e annos.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>As cantadu sa vera libertade,</p>
<p>Che astore ch&#8217;inghiriat in su &#8216;entu.</p>
<p>E sa piae de s&#8217;umanidade,</p>
<p>Peri sos campos de cuncentramentu.</p>
<p>Abboghinadu as sa beridade,</p>
<p>&#8220;Deus est mortu&#8221; restat in ammentu.</p>
<p>Cantadu as sa cantone pro s&#8217;amiga,</p>
<p>E pro sas tirannias de donz&#8217;istiga.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>T&#8217;apo connotu a pranzu in domo mia,</p>
<p>Lunis de Pasca, pioighinosa.</p>
<p>Amantiosu fis de s&#8217;allegria,</p>
<p>E fit abberu una die diciosa.</p>
<p>Fis umilesa, cun bon&#8217;armonia,</p>
<p>Sabidoria manna in-dogni cosa.</p>
<p>Da-e custa terra sarda &#8216;e su nuraghe,</p>
<p>Amigu meu, reposa in paghe.</p>
<p><em>Nigolau Loi, su 6 de austu 2026</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>A Francesco Guccini</strong></p>
<p>Canti canzoni per la ribellione,</p>
<p>Ci hai cantato nella giovinezza.</p>
<p>Hai scritto davvero poesia,</p>
<p>Per canto e suono, avevi virtù.</p>
<p>Persino da grande la filosofia,</p>
<p>Fermo come roccia, in buona salute.</p>
<p>Hai lasciato alla storia solchi grandi,</p>
<p>Che rimarranno per anni e anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Hai cantato la vera libertà,</p>
<p>Come astore che volteggia nel vento.</p>
<p>E la piaga dell&#8217;umanità,</p>
<p>Attraverso i campi di concentramento.</p>
<p>Gridato hai la verità,</p>
<p>&#8220;Dio è morto&#8221; resta nel ricordo.</p>
<p>Hai cantato la canzone per l&#8217;amica,</p>
<p>E per la tirannia di ogni genia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ti ho conosciuto a pranzo in casa mia,</p>
<p>Lunedì di Pasqua, piovosa.</p>
<p>Amante eri dell&#8217;allegria,</p>
<p>Ed era davvero una giornata felice.</p>
<p>Eri umile, con buona armonia,</p>
<p>Saggezza grande in ogni cosa.</p>
<p>Da questa terra sarda del nuraghe,</p>
<p>Amico mio, riposa in pace.</p>
<p><em>Nicola Loi, 6 agosto 2026</em></p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
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		<title>Eusebio da Cagliari / Eusebio di Vercelli: il santo che unisce due terre</title>
		<link>https://www.sunuraghe.it/2026/eusebio-da-cagliari-eusebio-di-vercelli-il-santo-che-unisce-due-terre</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 13:25:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Sant'Eusebio]]></category>
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					<description><![CDATA[Il cammino di Sant&#8217;Eusebio continua nei Circoli dei Sardi del Piemonte Sedici secoli dopo il primo vescovo &#8220;sardus natione&#8221;, la memoria si fa presenza: fede, cultura e migrazione rinnovano un&#8217;antica fraternità tra Sardegna e Piemonte Ci sono uomini che appartengono al loro tempo e uomini che finiscono per appartenere ai secoli. Sant&#8217;Eusebio è uno di...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="/files/img/11/0514.jpg" alt="descrizione" /> <strong><em>Il cammino di Sant&#8217;Eusebio continua nei Circoli dei Sardi del Piemonte</em></strong></p>
<p><strong>Sedici secoli dopo il primo vescovo <em>&#8220;sardus natione&#8221;,</em> la memoria si fa presenza: fede, cultura e migrazione rinnovano un&#8217;antica fraternità tra Sardegna e Piemonte</strong></p>
<p>Ci sono uomini che appartengono al loro tempo e uomini che finiscono per appartenere ai secoli. Sant&#8217;Eusebio è uno di questi. Nato sulle rive del Mediterraneo e chiamato a edificare la Chiesa ai piedi delle Alpi, egli continua ancora oggi a percorrere quella strada invisibile che unisce la Sardegna al Piemonte, trasformando una vicenda personale in una storia collettiva, una migrazione in una vocazione, un confine geografico in una comunità spirituale.</p>
<p><span id="more-10611"></span></p>
<p>Non è un caso che il suo nome venga ancora pronunciato in due modi: <strong>Eusebio da Cagliari</strong> ed <strong>Eusebio di Vercelli</strong>. Nella lingua italiana le due preposizioni racchiudono un&#8217;intera biografia. Quel &#8220;da&#8221; custodisce la memoria della nascita, l&#8217;origine mediterranea del santo, il grembo della Chiesa cagliaritana, dove la tradizione lo colloca attorno all&#8217;anno 283, presso l&#8217;antico complesso di Santa Restituta, nel cuore di Stampace. Là, nella penombra della cripta paleocristiana scavata nella roccia, dove il tempo ha sedimentato preghiere, persecuzioni e speranze, la pietra continua a raccontare la fedeltà di una comunità cristiana capace di attraversare i secoli, fino a offrire riparo ai cagliaritani durante i bombardamenti del Novecento.</p>
<p>Quel &#8220;di&#8221;, invece, non indica soltanto una città. Esso racconta una missione. Dice dell&#8217;uomo scelto da papa Giulio I quale primo vescovo di Vercelli; del pastore che affrontò con coraggio la stagione travagliata dell&#8217;arianesimo; del maestro che introdusse in Occidente la vita comune del clero, ispirandosi all&#8217;esperienza monastica orientale. Attorno alla sua cattedra nacque una nuova geografia ecclesiale: dalla Chiesa vercellese sarebbero germogliate, come rami di un medesimo tronco, le diocesi di Ivrea e Tortona, irradiando nel Piemonte il seme di una fede destinata a durare nei secoli.</p>
<p>La vicenda di Eusebio non appartiene soltanto alla storia religiosa. Essa racconta uno dei primi grandi ponti culturali del Mediterraneo cristiano. Prima ancora che le vie commerciali, le rotte politiche o i fenomeni migratori disegnassero relazioni stabili fra l&#8217;Isola e la terraferma, fu un uomo nato in Sardegna a portare nel cuore del Piemonte una visione della Chiesa capace di coniugare contemplazione e governo, fraternità e testimonianza. Da allora quel ponte non è mai stato interrotto.</p>
<p>Ogni anno esso torna a rendersi visibile nella liturgia dedicata al patrono del Piemonte, ma soprattutto nell&#8217;incontro fra comunità che continuano a riconoscersi figlie della medesima storia. Alla vigilia delle celebrazioni eusebiane, da Cagliari è giunta a Vercelli una delegazione guidata dall&#8217;arcivescovo metropolita monsignor Giuseppe Baturi, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana. Con lui sacerdoti, seminaristi e fedeli della parrocchia cittadina dedicata a Sant&#8217;Eusebio, nata proprio per custodire e alimentare il gemellaggio spirituale fra le due Chiese.</p>
<p>L&#8217;accoglienza ricevuta nella cattedrale vercellese da parte dell&#8217;arcivescovo Marco Arnolfo e dei vescovi della metropolia ha assunto così il significato di un ritorno alle sorgenti. Non un semplice incontro protocollare, ma il riconoscimento di una comune genealogia spirituale, nella quale Sardegna e Piemonte continuano a specchiarsi reciprocamente.</p>
<p>Accanto ai pastori della Chiesa erano presenti anche coloro che, nel nostro tempo, custodiscono quotidianamente questa eredità: i <em>Sardi dell&#8217;Altrove</em>, quelli di <em>su disterru</em>. I presidenti dei Circoli «Dessì» di Vercelli, <em>«Su Cuncordu»</em> di Gattinara e «Su Nuraghe» di Biella hanno rappresentato non soltanto le rispettive associazioni, ma una comunità diffusa che, attraverso la cultura, la solidarietà e la memoria, continua a dare corpo all&#8217;insegnamento di Eusebio.</p>
<p>L&#8217;emigrazione, nella vicenda dei Sardi, non è mai stata soltanto uno spostamento geografico. È stata il modo con cui un popolo ha imparato a portare con sé la propria casa, trasformando la nostalgia in appartenenza, la distanza in relazione, la memoria in futuro. Per questo i Circoli non sono semplici luoghi di ritrovo: essi costituiscono laboratori di identità, presìdi culturali, comunità di fraternità nelle quali la lingua, le tradizioni, la fede e il patrimonio civile dell&#8217;Isola continuano a dialogare con le terre che li hanno accolti.</p>
<p>Così la figura del santo cagliaritano acquista una sorprendente contemporaneità. Come Eusebio attraversò il mare senza recidere le proprie radici, allo stesso modo migliaia di Sardi hanno attraversato il Tirreno portando con sé non soltanto un bagaglio di ricordi, ma un patrimonio di valori condivisi. La continuità fra il IV secolo e il presente non risiede soltanto nella devozione al santo, ma nella capacità delle comunità di rigenerare continuamente quella medesima esperienza di incontro fra popoli, culture e territori.</p>
<p>Nell&#8217;omelia pronunciata durante il solenne pontificale, monsignor Giuseppe Baturi ha sintetizzato questa eredità in un invito essenziale: ricordarsi di Cristo, lasciando che l&#8217;amore divenga il criterio capace di modellare la storia. È un messaggio che supera il tempo della celebrazione e raggiunge la vita quotidiana delle comunità, dove la santità non si misura nella straordinarietà degli eventi, ma nella fedeltà silenziosa con cui uomini e donne continuano a costruire legami.</p>
<p>È forse questo il lascito più autentico di Sant&#8217;Eusebio. Non soltanto avere fondato una Chiesa o difeso l&#8217;ortodossia della fede, ma avere mostrato che l&#8217;identità non nasce dalla chiusura, bensì dall&#8217;incontro. La Sardegna gli diede la nascita; il Piemonte gli affidò la missione; l&#8217;intera Chiesa ne raccolse l&#8217;eredità.</p>
<p>Oggi, sedici secoli dopo, quel cammino continua. Continua nelle cattedrali e nelle parrocchie, ma anche nelle sedi dei Circoli dei Sardi, dove la memoria diventa accoglienza, la cultura si fa dialogo e l&#8217;emigrazione rivela il suo volto più alto: quello di un popolo che, senza dimenticare la propria terra, ha saputo trasformare ogni approdo in una nuova patria del cuore.</p>
<p>Per questo Sant&#8217;Eusebio non appartiene soltanto alla Sardegna né soltanto al Piemonte. Appartiene allo spazio umano nel quale le radici non dividono, ma generano ponti. Ed è proprio su quei ponti, costruiti sedici secoli fa e ancora saldamente percorribili, che continua a camminare la storia condivisa delle due comunità, unite dalla fede, custodite dalla memoria e rese feconde dalla reciproca appartenenza.</p>
<p><strong>Salvatorica Oppes</strong></p>
<p>Nell’immagine, L&#8217;arcivescovo metropolita di Cagliari, monsignor Giuseppe Baturi, il vescovo di Biella, monsignor Roberto Farinella, e il vicario generale dell&#8217;Arcidiocesi di Vercelli accolgono la rappresentanza dei Circoli dei Sardi di Vercelli, Gattinara e Biella: un incontro che va oltre il protocollo, dando volto a una fraternità che attraversa il mare e i secoli, nella continuità di una comune eredità di fede, cultura e appartenenza.</p>
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		<title>Nuraghe Chervu, il rito della memoria: Biella rende onore ai Caduti della Sardegna e d&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2026 13:52:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Festa sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[Altre immagini Tra storia, spiritualità e tradizione, la Festa sarda rinnova il legame tra l&#8217;Isola e il Piemonte nel segno della pace e della memoria condivisa È stato il momento più intenso e solenne della quattro giorni della Festa sarda, svoltasi a Biella dal 18 al 21 giugno, quello celebrato nell&#8217;area monumentale di Nuraghe Chervu,...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="/files/img/11/0505.jpg" alt="descrizione" /><a href="https://subandu.voxmail.it/nl/pvk42d/hakt0e/yvifsl/uf/1/aHR0cHM6Ly93d3cuZmxpY2tyLmNvbS9waG90b3Mvc3VudXJhZ2hlYmllbGxhL2FsYnVtcy83MjE3NzcyMDMzNDQ0MTkyNi8?_d=B62&amp;_c=edc4587f"><b>Altre immagini</b></a></p>
<p><b>Tra storia, spiritualità e tradizione, la Festa sarda rinnova il legame tra l&#8217;Isola e il Piemonte nel segno della pace e della memoria condivisa</b></p>
<p>È stato il momento più intenso e solenne della quattro giorni della Festa sarda, svoltasi a Biella dal 18 al 21 giugno, quello celebrato nell&#8217;area monumentale di <i>Nuraghe Chervu</i>, dove la memoria dei Caduti sardi si è intrecciata, ancora una volta, con quella dei Caduti biellesi e dell&#8217;intera Nazione, trasformando il ricordo in un&#8217;esperienza collettiva di alto valore civile, storico e spirituale.</p>
<p><span id="more-10617"></span></p>
<p>In testa al corteo, aperto dalle insegne della Regione Autonoma della Sardegna e accompagnato dalle note della Filarmonica di Cossato, il cammino ha preso avvio dal piazzale della storica pasticceria Brusa, in corso Lago Maggiore. A guidare la sfilata erano il Nucleo Biellese dell&#8217;Associazione Nazionale Brigata &#8220;Sassari&#8221;, intitolato al capitano Emilio Lussu, con il fiduciario Francesco Fosci, affiancato dai labari della Regione Piemonte e delle delegazioni delle Città di Torino, Vercelli e Alessandria dell&#8217;Istituto Nazionale per la Guardia d&#8217;Onore alle Reali Tombe del Pantheon, guidate dal Grande Ufficiale Renato Conzon, Ispettore per l&#8217;Italia Settentrionale.</p>
<p>A loro è stato affidato il solenne rito dell&#8217;Alzabandiera, seguito dalla deposizione di rose rosse e bianche, offerte dai Vivai Serra di Candelo, gesto semplice ma carico di significato che ha introdotto uno dei momenti più suggestivi dell&#8217;intera cerimonia.</p>
<p>Il raccoglimento si è fatto preghiera con la benedizione impartita dal diacono Italo Maggia. Attorno alla sua voce ha preso forma l&#8217;antico rito delle &#8220;Donne del grano&#8221;, custodito e riproposto dal Circolo Culturale Sardo <i>&#8220;Su Nuraghe&#8221;</i> quale patrimonio immateriale dell&#8217;identità isolana. Le invocazioni pronunciate in Limba hanno restituito vita a una tradizione secolare nella quale il linguaggio della fede si intreccia con quello della terra, della maternità e della comunità.</p>
<p>Mentre le donne scandivano le antiche formule augurali, alcune bambine in abiti tradizionali spargevano petali di fiori lungo il selciato monumentale di <i>Nuraghe Chervu</i>, composto da centinaia di pietre provenienti da altrettanti Comuni italiani. Su ciascuna è inciso il nome della località d&#8217;origine e il numero dei propri Caduti: un mosaico di memorie che rende visibile il sacrificio condiviso dell&#8217;Italia intera e trasforma quel lastricato in una geografia della riconoscenza nazionale.</p>
<p>La sera precedente, nella centrale piazza Vittorio Veneto, si era svolto un significativo passaggio simbolico tra generazioni. Alle partecipanti al rito era stato appuntato il <i>Myosotis,</i> il delicato <i>Non ti scordar di me</i>, divenuto emblema floreale permanente della memoria dei Caduti di tutte le guerre e delle missioni di pace. L&#8217;iniziativa, promossa dal Gruppo delle Medaglie d&#8217;Oro al Valor Militare nell&#8217;ambito delle celebrazioni per il Centenario del Milite Ignoto, ha individuato in questo piccolo fiore azzurro un linguaggio universale capace di esprimere riconoscenza, continuità e responsabilità civile. Un segno discreto, ma eloquente, che invita ogni generazione a custodire il patrimonio morale lasciato da quanti hanno sacrificato la propria esistenza per il bene comune.</p>
<p>Dietro questa intensa rappresentazione rituale vive una delle più profonde tradizioni della Sardegna. Quando, oltre un secolo fa, nei paesi dell&#8217;Isola giungeva la notizia della morte di un soldato lontano dalla propria terra, erano le donne della comunità a farsi interpreti del dolore collettivo. Chicchi di grano venivano sparsi sulla soglia delle case, petali di fiori accompagnavano il lutto, rami d&#8217;alloro invocavano protezione, mentre il canto delle prefiche trasformava il pianto individuale in memoria condivisa. In assenza di una tomba sulla quale raccogliersi, erano questi gesti a rendere presente chi non sarebbe più tornato.</p>
<p>La rievocazione proposta da <i>&#8220;Su Nuraghe&#8221;</i>non costituisce una semplice riproposizione etnografica. Essa restituisce attualità a un patrimonio antropologico ancora vivo nella cultura dell&#8217;Isola, dove il grano continua a rappresentare la fecondità della vita, i fiori la speranza che rifiorisce oltre il dolore e l&#8217;alloro la protezione divina e la vittoria sulla morte. Simboli antichi che, ancora oggi, accompagnano feste religiose, processioni e momenti comunitari in numerosi centri della Sardegna, testimoniando la continuità di una civiltà ultramillenaria che ha saputo conservare il dialogo tra memoria, fede e natura.</p>
<p>Come avviene ormai da tradizione, la commemorazione si inserisce nel ricordo della Battaglia del Solstizio, combattuta sul Piave tra il 15 e il 24 giugno 1918, una delle pagine più alte della storia militare italiana. Dopo la tragedia di Caporetto, fu proprio in quelle giornate decisive che la Brigata &#8220;Sassari&#8221; contribuì alla riscossa nazionale. I fanti del 151° e del 152° Reggimento, passati alla storia con il nome di &#8220;Dimonios&#8221;<i>,</i> arrestarono l&#8217;offensiva austro-ungarica distinguendosi per coraggio, disciplina e straordinario spirito di sacrificio.</p>
<p>Durante la cerimonia, sono state rievocate le motivazioni delle quattro Medaglie d&#8217;Oro al Valor Militare conferite alle Bandiere di Guerra dei due storici reggimenti, un primato che rende la Brigata &#8220;Sassari&#8221; l&#8217;unità più decorata dell&#8217;Esercito Italiano. Un&#8217;eredità di valore che non appartiene soltanto alla Grande Guerra, ma prosegue nella storia contemporanea, come testimonia la Medaglia d&#8217;Oro al Valore dell&#8217;Esercito conferita nel 2008 al 152° Reggimento Fanteria per l&#8217;operazione &#8220;Antica Babilonia 9&#8221; svolta in Iraq.</p>
<p>Da Biella si è quindi levato un pensiero di affetto e riconoscenza rivolto ai militari della Brigata oggi impegnati in Libano nella missione internazionale UNIFIL. Un ideale filo rosso unisce le generazioni di soldati che, sotto le insegne della &#8220;Sassari&#8221;, hanno servito e continuano a servire il Paese, passando dal sacrificio della guerra all&#8217;impegno per la costruzione della pace.</p>
<p>Tra il profumo delle rose, il verde dell&#8217;alloro, il grano sparso sul selciato, il suono della banda e il lento ondeggiare delle bandiere, Nuraghe Chervu continua così a raccontare una storia che supera i confini regionali per appartenere all&#8217;intera comunità nazionale. È la storia delle partenze senza ritorno, delle famiglie rimaste nell&#8217;attesa, della dignità del sacrificio e della speranza che rifiorisce. Una memoria che non si limita a custodire il passato, ma continua a germogliare nel presente, educando le nuove generazioni al valore della pace, della solidarietà e della responsabilità civile.</p>
<p>In questo luogo, nato dall&#8217;incontro fra la Sardegna e il Piemonte, ogni pietra, ogni fiore e ogni preghiera ricordano che la memoria autentica non è nostalgia, ma seme di futuro. Perché solo una comunità che sa onorare i propri Caduti è capace di costruire, giorno dopo giorno, una pace fondata sulla consapevolezza della storia e sulla fraternità tra i popoli.</p>
<p><b>Battista Saiu</b></p>
<p><i>Nell&#8217;immagine: le insegne ufficiali del Nucleo Biellese dell&#8217;Associazione Nazionale Brigata &#8220;Sassari&#8221; e dell&#8217;Istituto Nazionale per la Guardia d&#8217;Onore alle Reali Tombe del Pantheon accanto all&#8217;infiorata dedicata ai Caduti della Grande Guerra, all&#8217;interno dell&#8217;area monumentale di Nuraghe Chervu.</i></p>
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		<title>“Su Nuraghe”: quando la musica diventa memoria, identità e fraternità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 13:26:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[festival delle identità]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal “concertone” delle otto bande ai canti a tonu sardu, fino all&#8217;emozione di Nuraghe Chervu: il Festival delle Identità di Biella ha dimostrato che la musica è un linguaggio universale che unisce popoli, culture e generazioni. Composita, intensa e articolata è stata la colonna sonora del Festival delle Identità – Paesaggi sonori tra Piemonte e...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" alt="descrizione" src="/files/img/11/0502.jpg" class="alignright" /><br />
<strong>Dal “concertone” delle otto bande ai canti a <em>tonu sardu</em>, fino all&#8217;emozione di <em>Nuraghe Chervu</em>: il <em>Festival delle Identità</em> di Biella ha dimostrato che la musica è un linguaggio universale che unisce popoli, culture e generazioni.</strong></p>
<p>Composita, intensa e articolata è stata la colonna sonora del <strong><em>Festival delle Identità – Paesaggi sonori tra Piemonte e Sardegna</em></strong>, svoltosi a Biella dal 18 al 21 giugno 2026. Un itinerario musicale che ha attraversato la città, intrecciando tradizione e contemporaneità, spiritualità e festa popolare, fino a trasformare la musica nella vera protagonista della manifestazione.</p>
<p>Per quattro giorni le melodie della Sardegna hanno accompagnato la vita del centro cittadino, diffondendosi da Piazza Vittorio Veneto come un respiro continuo. Non si è trattato di un semplice sottofondo musicale, ma di una presenza costante, che ha evocato paesaggi, memorie e sentimenti, predisponendo l&#8217;animo all&#8217;incontro fra culture diverse. La musica, prima ancora delle parole, ha costruito ponti invisibili tra il Biellese e l&#8217;Isola, confermando la propria natura di linguaggio universale dell&#8217;umanità, perché parla direttamente al cuore.</p>
<p><span id="more-10612"></span></p>
<p>Il momento culminante è giunto nel pomeriggio di sabato 20 giugno, quando Biella è stata attraversata da una straordinaria &#8220;onda sonora&#8221;. Nell&#8217;ambito del progetto promosso dall&#8217;Assessorato alle Manifestazioni del Comune di Biella, otto bande musicali hanno preso contemporaneamente le mosse da quattro differenti piazze, percorrendo la città da Nord a Sud fino a confluire nel cuore del Festival.</p>
<p>Alle ore 16.00, da Piazza San Giovanni Bosco sono partite la banda ospite di Castelletto Sopra Ticino e quella di Coggiola; in Piazza Fiume, si sono unite alle formazioni di Cossato e Mottalciata; presso il Battistero erano già in concerto le bande di Donato-Netro e Magnonevolo-Zimone, mentre, da Piazza Santa Marta, muovevano quelle di Gaglianico-Ponderano e Salussola-Viverone. Come gli affluenti di un unico grande fiume, tutte le formazioni si sono unite in Piazza Vittorio Veneto, dando vita al “concertone” finale.</p>
<p>In quell&#8217;istante, ogni provenienza si è trasformata in ricchezza condivisa. La musica ha dimostrato ancora una volta di saper unire senza uniformare, di valorizzare le singole identità fondendole in un&#8217;unica armonia.</p>
<p>Non è stato casuale che l&#8217;apertura fosse affidata a due pagine profondamente simboliche: <em>&#8220;Il Canto degli Italiani&#8221;</em>, emblema dell&#8217;unità nazionale, e <em>&#8220;S&#8217;Hymnu Sardu Nationale&#8221;</em>, storico inno del Regno di Sardegna, testimonianza di quella vicenda istituzionale che continua a unire Piemonte e Sardegna. Due inni, due identità, un&#8217;unica memoria restituita dalla musica con intensa forza evocativa.</p>
<p>A dirigere è stato il Maestro Massimo Folli, Cavaliere dell&#8217;Ordine al Merito della Repubblica Italiana, trombettista, compositore e direttore d&#8217;orchestra tra le figure più autorevoli del panorama bandistico italiano. Con gesto saldo ed elegante ha trasformato la complessità dell&#8217;organico in una perfetta coralità, offrendo una lezione che andava oltre la musica stessa: dirigere significa armonizzare, affinché ciascuna voce trovi il proprio spazio senza perdere la propria identità.</p>
<p>Con il sopraggiungere della sera la festa si è trasferita nel cuore della tradizione popolare. L&#8217;organetto diatonico di Paolo Canu, musicista di Lodè, dopo aver accompagnato le coreografie del Gruppo coreutico di San Nicolò di Arcidano, diretto da Gigliola Zedda, ha invitato il pubblico a unirsi nel tradizionale <em>ballo tondo</em>, <em>su ballu tundu<strong>.</strong></em> Intorno ai danzatori si diffondevano le fragranze delle specialità preparate negli stand enogastronomici di <em>Gioxa Eventi</em> di Giovanni Spina, mentre la piazza alpina di Biella, avvolta da temperature superiori ai trenta gradi, sembrava confondersi con una delle tante piazze della Sardegna che, nelle sere d&#8217;estate, diventano teatro spontaneo.</p>
<p>Nel <em>ballo tondo</em> si è rivelata una delle immagini più eloquenti della cultura sarda. Le mani intrecciate, il cerchio senza gerarchie, il passo comune raccontano una società nella quale ciascuno partecipa con pari dignità alla vita della comunità. È una danza che diventa metafora dell&#8217;esistenza: nessuno resta escluso, nessuno procede da solo.</p>
<p>La mattina seguente, il Festival ha assunto il tono raccolto della spiritualità nella Basilica di San Sebastiano, tempio civico della Città di Biella, che custodisce le spoglie di Alberto Ferrero della Marmora, senatore del Regno di Sardegna e instancabile studioso dell&#8217;Isola.</p>
<p>Le antiche melodie eseguite <em>a tonu sardu</em> hanno accompagnato la Santa Messa officiata da padre Martin Martinyuk, ucraino, introdotta in lingua sarda con le parole: <em>«In nome de su Babbu, de su Fizu e de s&#8217;Ispiritu Santu. Amen Gesus».</em> Le voci del gruppo Sant&#8217;Antonio Abate di Villa Sant&#8217;Antonio hanno fatto risuonare nelle antiche navate una delle più preziose espressioni della spiritualità isolana, quel patrimonio musicale che la tradizione ha custodito per secoli e che molti studiosi definiscono il &#8220;gregoriano sardo&#8221;. Melodie antiche, nate dalla fede del popolo, che, ancora oggi, emozionano profondamente perché sembrano appartenere a un tempo sospeso, dove la preghiera diventa canto e il canto si trasforma in contemplazione.</p>
<p>La celebrazione è stata preceduta dall&#8217;intrattenimento musicale sul sagrato e dal solenne ingresso della Filarmonica di Cossato sulle note di <em>s&#8217;Hymnu Sardu Nationale</em>, quasi a ribadire, attraverso la musica, quella comunione di storia e di destino che unisce le due regioni.</p>
<p>Conclusa la liturgia, il corteo si è trasferito all&#8217;area monumentale di <em>Nuraghe Chervu</em>, dove la commemorazione dei Caduti della Prima guerra mondiale ha assunto il tono più alto della memoria civile. Ad accompagnare il rito è stata ancora una volta la Filarmonica di Cossato, che ha fatto nuovamente risuonare le solenni note di <em>s&#8217;Hymnu Sardu Nationale</em>. L&#8217;antico inno del Regno di Sardegna, già ascoltato all&#8217;apertura del Festival, è divenuto qui il canto che unisce idealmente Piemonte e Sardegna nel ricordo dei loro giovani Caduti.</p>
<p>Mentre le sue melodie si diffondevano nell&#8217;aria, i nomi incisi sulle pietre del monumento sembravano ritornare alla voce della storia. Su quei ragazzi, che più di un secolo fa sacrificarono la propria giovinezza nei campi della Grande Guerra, sono lentamente discesi petali di fiori e il tradizionale getto del grano. Due gesti semplici e profondamente simbolici: i petali come carezza della memoria, il grano quale segno di vita che rinasce, di speranza e di continuità tra le generazioni. Come il chicco che cade nella terra per germogliare, così il sacrificio di quei giovani continua a produrre frutti di libertà e di pace.</p>
<p>In quel silenzio carico di emozione la musica è diventata preghiera civile. Le parole hanno lasciato spazio alle note, perché vi sono momenti nei quali soltanto una melodia riesce a raccontare ciò che il linguaggio umano non sa esprimere. <em>L&#8217;Hymnu Sardu Nationale</em> ha così assunto un significato universale: non soltanto memoria di una storia istituzionale, ma canto dedicato a tutti coloro che offrirono la propria vita affinché le generazioni future potessero vivere nella pace.</p>
<p>Nel pomeriggio, Piazza Vittorio Veneto ha accolto uno dei momenti più intensi dell&#8217;intero Festival con l&#8217;esibizione del gruppo <em>&#8220;Anche noi ci siamo&#8221;.</em> Un nome semplice, che racchiude un messaggio di straordinaria forza: ogni persona ha il diritto di partecipare pienamente alla vita culturale e sociale della comunità.</p>
<p>Nato nel 2018 a Rivoli grazie all&#8217;intuizione di Antonio Cau e di Efisio Carta, il progetto coinvolge persone con differenti abilità e neurodivergenze in un percorso fondato sulla musica, sul movimento, sull&#8217;amicizia e sulla condivisione. Un&#8217;esperienza che dimostra come la diversità non costituisca un limite, bensì una ricchezza che riesce ad ampliare gli orizzonti dell&#8217;intera comunità.</p>
<p>Sul palco conclusivo di domenica 21 giugno, i componenti del gruppo hanno proposto canti e danze della tradizione sarda accolti da lunghi e calorosi applausi. La loro presenza, ben oltre la dimensione artistica, è diventata testimonianza concreta di una cultura viva, strumento di inclusione, partecipazione e crescita collettiva.</p>
<p>Nelle mani intrecciate del <em>ballo tondo</em>, nei sorrisi e nei passi eseguiti all&#8217;unisono si è manifestato il significato più autentico dell&#8217;intero Festival. La cultura è un patrimonio da custodire, ma soprattutto un bene comune da condividere; appartiene a tutti e deve rimanere accessibile a ogni persona, senza distinzione di età, condizioni economiche, provenienza o abilità.</p>
<p>Attraverso la forza evocativa delle proprie musiche, la ricchezza della lingua sarda e la profondità delle tradizioni tramandate dal patrimonio consuetudinario del <em>su connottu</em>, la Sardegna ha dimostrato ancora una volta di possedere una straordinaria capacità di parlare a tutti. Perché la musica non traduce semplicemente le parole: traduce l&#8217;anima dei popoli.</p>
<p>L&#8217;esperienza maturata dal Circolo Culturale Sardo <em>Su Nuraghe</em> di Biella, insieme alla consolidata collaborazione con ANFFAS di Gaglianico e alla significativa partecipazione del gruppo <em>&#8220;Anche noi ci siamo&#8221;</em>, rappresenta una delle espressioni più alte della funzione culturale e sociale svolta dall&#8217;associazionismo dell&#8217;emigrazione sarda. Una rete di relazioni che, interpretando pienamente il significato dei &#8220;<em>Paesaggi sonori tra Piemonte e Sardegna</em>&#8220;, dimostra come identità e inclusione non siano realtà contrapposte, ma dimensioni complementari.</p>
<p>Quanto più una comunità custodisce con consapevolezza le proprie radici, tanto più è in grado di accogliere, comprendere e valorizzare la diversità. È questa la lezione più profonda lasciata dal Festival: la musica non conosce frontiere, non distingue lingue, culture o condizioni personali. Essa parla una sola lingua, quella della fraternità, della pace e della comune appartenenza alla grande famiglia umana. In questo risiede il suo valore più alto: ricordare che, prima di essere popoli diversi, siamo tutti parte della stessa armonia.</p>
<p><strong>Battista Saiu</strong></p>
<p>Nell’immagine di Mario Milano, un momento della presenza di otto bande musicali alla festa sarda 2026</p>
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		<title>La XXX Festa Sarda di Biella ha celebrato il dialogo tra Piemonte e Sardegna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Su Nuraghe]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 13:37:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Festa sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[Quattro giorni di cultura, musica, tradizioni e partecipazione. Il Festival delle Identità proseguirà il 2 agosto a Pettinengo Due terre lontane per geografia, ma intimamente vicine per storia, sensibilità e patrimonio di tradizioni, hanno rinnovato il loro incontro nel segno della cultura e della condivisione. Biella e la Sardegna sono state protagoniste della seconda edizione...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" alt="descrizione" src="/files/img/11/0525.jpg" /> <strong>Quattro giorni di cultura, musica, tradizioni e partecipazione. Il <em>Festival delle Identità</em> proseguirà il 2 agosto a Pettinengo</strong></p>
<p>Due terre lontane per geografia, ma intimamente vicine per storia, sensibilità e patrimonio di tradizioni, hanno rinnovato il loro incontro nel segno della cultura e della condivisione. Biella e la Sardegna sono state protagoniste della seconda edizione del <strong><em>Festival delle Identità – Paesaggi sonori tra Piemonte e Sardegna</em></strong>, manifestazione che si è ormai affermata come una delle più significative esperienze di un dialogo tra l&#8217;Isola e il Piemonte, che trasforma la diversità in patrimonio comune, le identità in occasione di confronto e di progetto per il futuro.</p>
<p><span id="more-10613"></span></p>
<p>Dal 18 al 21 giugno, piazza Vittorio Veneto, impreziosita dalle bandiere dei Quattro Mori, è divenuta il fulcro della <strong>XXX Festa Sarda</strong> di Biella, che ha intrecciato musica, tradizioni popolari, ricerca antropologica, enogastronomia e partecipazione. L&#8217;edizione 2026 ha segnato un significativo salto di qualità: per la prima volta la manifestazione si è sviluppata nell&#8217;arco di quattro giornate consecutive, proponendo un programma che ha saputo coinvolgere cittadini, visitatori e numerosi ospiti provenienti da realtà territoriali differenti in un&#8217;esperienza di incontro fra comunità.</p>
<p>Tra gli elementi maggiormente apprezzati dell&#8217;edizione 2026 vi è stato proprio l&#8217;ampliamento a quattro giornate consecutive, che hanno trasformato piazza Vittorio Veneto in un grande spazio urbano dedicato all&#8217;incontro tra culture. Concerti, spettacoli, momenti istituzionali e iniziative divulgative si sono alternati in un programma di elevato profilo, che ha conferito al centro cittadino una straordinaria vitalità.</p>
<p>La Festa Sarda ha confermato di sapersi porre ben oltre la dimensione dell&#8217;evento celebrativo. Attraverso il linguaggio universale della musica e il patrimonio delle tradizioni popolari, il Festival ha dimostrato come le radici, quando dialogano tra loro, non delimitino confini ma costruiscano ponti, che favoriscono la nascita di una comunità più ampia, fondata sulla conoscenza reciproca, sul rispetto delle diversità e sulla consapevolezza delle comuni appartenenze.</p>
<p>Promossa con il patrocinio della Città di Biella e sostenuta dalla Regione Autonoma della Sardegna, dal Comune di Pettinengo e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, la manifestazione ha trovato nel Circolo Culturale Sardo <em>&#8220;Su Nuraghe&#8221;</em> il proprio naturale centro di coordinamento, confermando la missione dell&#8217;associazione quale luogo d&#8217;incontro fra &#8220;l&#8217;altra Sardegna&#8221; e il territorio biellese.</p>
<p>Attorno al Circolo Sardo si è raccolta una rete, sempre più ampia, di collaborazioni che ha coinvolto i Frati Francescani Minori del convento di Biella, l&#8217;associazione <em>Pacefuturo</em>ODV di Pettinengo, <em>Mafalda – Voci di Donna ODV </em>di Biella, l&#8217;Associazione Culturale Sarda &#8220;<em>Amedeo Nazzari</em>&#8220;, gruppo &#8220;<em>Iknos</em>&#8221; di Bareggio, ANFFAS Gaglianico e numerose altre realtà associative. Significativa è stata anche la partecipazione delle Parrocchie di Gaglianico e di Salussola, che hanno contribuito a rafforzare quella dimensione comunitaria e spirituale che da sempre accompagna la presenza della comunità sarda nel Biellese, testimoniando come l&#8217;accoglienza e la fraternità costituiscano uno degli elementi più autentici del dialogo fra territori e popolazioni.</p>
<p>Fondamentale si è rivelato altresì il contributo dei volontari di <em>Custom Motorcycles</em>, che hanno assicurato con competenza, disponibilità e senso di responsabilità il servizio di misure preventive e protettive volte a salvaguardare l&#8217;incolumità e la salute delle persone da eventi accidentali, l&#8217;assistenza organizzativa e il supporto logistico durante l&#8217;intero svolgimento della manifestazione. Una presenza discreta ma costante, indispensabile per garantire il regolare svolgimento delle iniziative, confermando il ruolo insostituibile del volontariato quale infrastruttura silenziosa sulla quale si fonda il successo dei grandi eventi comunitari.</p>
<p>Uno dei tratti distintivi della manifestazione è stato il dialogo costante tra cultura, economia e promozione territoriale. Infatti, accanto alle istituzioni e al mondo dell&#8217;associazionismo, un significativo sostegno è giunto anche da imprenditori biellesi che hanno scelto di investire in Sardegna. Emblematica, in questo senso, la testimonianza portata sul palco della Festa da Alberto Savio, fondatore di <em>Nuali</em>, che ha raccontato la propria esperienza imprenditoriale maturata a Palau, in Gallura. Il suo intervento ha rappresentato un esempio concreto di come il rapporto fra Biella e la Sardegna sia anche occasione di sviluppo, innovazione e cooperazione economica, dimostrando come il dialogo tra le due comunità continui a produrre nuove opportunità di crescita reciproca.</p>
<p>Un ruolo centrale è stato assunto dall&#8217;area enogastronomica, realizzata grazie alla collaborazione con<em> Gioxa Eventi</em> di Giovanni Spina, che ha proposto un itinerario attraverso le eccellenze agroalimentari della Sardegna. Per quattro giorni cittadini e visitatori hanno potuto degustare <em>porceddu</em> arrosto, <em>culurgiones</em>, <em>malloreddus</em>, <em>fregula</em>, specialità di mare, dolci tradizionali, formaggi, vini e distillati, vivendo la biodiversità alimentare dell&#8217;Isola.</p>
<p>Particolarmente apprezzate sono state le produzioni di Silvio Carta di Zeddiani, con i suoi vini, liquori e distillati di eccellenza; del Panificio Sanna di Ozieri, custode della tradizione della spianata sarda; e di Tallaroga Formaggi di Villamassargia, interprete della secolare civiltà pastorale isolana. La proposta gastronomica ha così assunto il valore di un vero e proprio racconto del territorio, trasformando il cibo in strumento di conoscenza, promozione culturale e valorizzazione turistica.</p>
<p>Particolarmente significativa è risultata anche la giornata di sabato 20 giugno, coincidente con la <strong><em>Giornata mondiale del rifugiato</em></strong>, quando il <strong><em>Festival delle Identità</em></strong> ha ampliato ulteriormente il proprio orizzonte facendo dello spazio della Festa un luogo di incontro tra esperienze migratorie diverse.</p>
<p>La presenza dei gazebo delle realtà impegnate ha arricchito il significato stesso della manifestazione, mostrando come l&#8217;emigrazione sarda, che il Circolo <em>&#8220;Su Nuraghe&#8221; </em>custodisce e tramanda da oltre mezzo secolo, possa promuovere una riflessione sulla convivenza fra popoli.</p>
<p>In questo contesto, il <strong><em>Festival delle Identità</em></strong> ha pienamente interpretato la propria missione: non limitarsi a celebrare le tradizioni, ma farne strumenti di dialogo con le realtà del presente.</p>
<p>Il valore economico e sociale della manifestazione è stato efficacemente sintetizzato dall&#8217;assessora al Commercio, Sviluppo economico, Attività produttive, Lavoro e Formazione della Città di Biella, Anna Pisani, che ha sottolineato come iniziative di questa portata siano un investimento concreto sulla vitalità del tessuto urbano.</p>
<p><em>«Le bande musicali che hanno animato le piazze del centro rappresentano un investimento sulla vitalità del centro urbano. Portare persone nelle vie cittadine significa sostenere il commercio di prossimità, valorizzare le attività economiche e creare occasioni di socialità. La <strong>Festa Sarda</strong> è anche questo: una risorsa per l&#8217;economia e per l&#8217;immagine della città.»</em></p>
<p>Le sue considerazioni hanno fatto da eco alle parole del vicesindaco Sara Gentile, e dell’assessore Edoardo Maiolatesi, che hanno trovato puntuale riscontro nella partecipazione registrata durante l&#8217;intera manifestazione.</p>
<p>Con la conclusione delle quattro giornate biellesi non si è concluso il <strong><em>Festival delle Identità – Paesaggi sonori tra Piemonte e Sardegna</em></strong>, ma soltanto il suo primo movimento. Il progetto culturale proseguirà infatti domenica 2 agosto a Pettinengo, il celebre &#8220;balcone del Biellese&#8221;, con inizio alle ore 16:00, nella suggestiva cornice del <strong><em>Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli</em></strong>, sempre in capo a <em>Su Nuraghe.</em></p>
<p>Sarà una naturale prosecuzione del percorso avviato a Biella: in quello spazio simbolico, dedicato alle storie di uomini e donne che hanno attraversato mari e montagne inseguendo speranza e lavoro, il <strong><em>Festival</em></strong> continuerà a sviluppare la propria riflessione sul valore delle identità come patrimonio dinamico, aperto al dialogo e alla costruzione del bene comune.</p>
<p>La <strong><em>XXX Festa Sarda</em></strong> di Biella si è così confermata una grande festa popolare, nella quale costumi tradizionali, musica, canto, danza, sapori, spiritualità e memoria hanno restituito il volto più autentico della Sardegna nel cuore del Piemonte. Una manifestazione che continua a custodire l&#8217;eredità dell&#8217;emigrazione sarda, interpretandola in chiave contemporanea come esperienza di integrazione, cooperazione e cittadinanza attiva, aprendosi alle nuove migrazioni e alle molteplici espressioni della diversità culturale.</p>
<p>Per quattro giorni Biella è diventata il luogo simbolico dell&#8217;incontro fra Mediterraneo e Alpi, dimostrando che è questo il messaggio più profondo consegnato dalla <strong><em>Festa Sarda 2026</em></strong>: la memoria genera futuro quando diventa relazione, e la cultura, nutrita dalle proprie radici e aperta alla ricchezza delle diversità, continua a costruire ponti tra territori, comunità e generazioni.</p>
<p><strong>Battista Saiu</strong></p>
<p>Nell’immagine, Biella, festa sarda 2026, un angolo di Piazza Vittorio Veneto</p>
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