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	<title>Il Dente del Giudizio</title>
	
	<link>http://www.alessandrodinicola.it</link>
	<description>Il blog di Alessandro Di Nicola</description>
	<lastBuildDate>Thu, 01 Dec 2011 18:48:45 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Carlo Vallini, l’ebook su iTunes</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 18:48:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Vallini]]></category>
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		<description><![CDATA[Non riuscite ad andare a dormire senza leggere almeno una manciata di versi da Un giorno di Carlo Vallini? Aspettate con impazienza di leggere le raccolte di poeti crepuscolari minori ma interessanti come Nino Oxilia o Tito Marrone? Sullo store online Apple iTunes è da poco disponibile il mio ebook Carlo Vallini, Poesie: la pubblicazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non riuscite ad andare a dormire senza leggere almeno una manciata di versi da <em>Un giorno</em> di Carlo Vallini? Aspettate con impazienza di leggere le raccolte di poeti crepuscolari minori ma interessanti come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nino_Oxilia">Nino Oxilia</a> o <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tito_Marrone">Tito Marrone?</a> Sullo store online Apple iTunes è da poco disponibile il mio ebook <a href="http://itunes.apple.com/it/book/isbn9788883850066">Carlo Vallini, Poesie</a>: la pubblicazione è a cura della casa editrice <a href="http://www.in-su-la.com/">Insula</a> e il volume contiene le due raccolte <em>La rinunzia</em> e <em>Un giorno</em>, insieme a una mia introduzione sull&#8217;opera del poeta.</p>
<p>Insomma, se non conoscete Vallini questo ebook può essere una buona occasione per scoprirne i versi, se lo conoscete la buona occasione è invece quella di finanziare, con vostra grande lungimiranza e sapienza, futuri miei libri: in cantiere ci sono, appunto, scritti su Oxilia e Marrone.</p>
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		<title>Ravenna, quando il gambero non basta</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jul 2011 19:44:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gastronomia]]></category>
		<category><![CDATA[Etnici]]></category>
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		<description><![CDATA[Sfogliando il Gambero Rosso 2011, alla voce Ravenna troviamo una sola, sparuta segnalazione gastronomica: il ristorante Il Cappello. Si tratta senz’altro un locale valido ma la cui solitaria indicazione nella guida, altrettanto certamente, non dà compiuta testimonianza della ristorazione ravennate. Inoltre, almeno per l’esperienza personale Il Cappello non costituisce l’attuale eccellenza cittadina. Ecco quindi una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sfogliando il Gambero Rosso 2011, alla voce Ravenna troviamo una sola, sparuta segnalazione gastronomica: il ristorante Il Cappello. Si tratta senz’altro un locale valido ma la cui solitaria indicazione nella guida, altrettanto certamente, non dà compiuta testimonianza della ristorazione ravennate. Inoltre, almeno per l’esperienza personale Il Cappello non costituisce l’attuale eccellenza cittadina.<br />
Ecco quindi una Guida ai ristoranti di Ravenna, frutto dei peripli gastronomici miei e della mia compagna. Come in ogni guida che si rispetti sono presenti dei punteggi, d’ordine differente tra ristoranti (in decimi) e trattorie (da uno a tre asterischi), e il costo di ogni locale viene calcolato escludendo le bevande, come prevedibile e come sollecitato dalle Convenzioni di Ginevra.</p>
<p><em>Ristoranti</em>:</p>
<p><strong>Osteria del Tempo Perso</strong>, Via Gamba 12. In piacevole equilibrio tra la messa in evidenza della materia prima e una cauta creatività. Ecco, in sintesi, la proposta gastronomica di questo ristorante. Più personali gli antipasti, dove le consistenze e le quantità permettono una maggiore libertà negli accostamenti; di classica solidità i secondi, dove la freschezza e la sapidità del pescato assurgono il ruolo di protagonisti. Golosissimi i dolci: memorabile, in particolar modo, il tris di creme brulè: tre variazioni su questo dessert tradizionale, proposte in tre distinti bicchierini. Interessante la lista dei vini. Un locale più che raccomandabile, anche per il corretto rapporto qualità-prezzo. <em>Voto</em>: 7 ½. <em>Costo</em>: 50€</p>
<p><strong>Il Cappello</strong>, Via IV Novembre, 41. L’ambiente è di certa suggestione: l’albergo al cui interno si trova il ristorante è posto in un bel palazzo rinascimentale d’architettura veneta, le sale del locale sono calde e accoglienti, i tavoli ben separati tanto da consentire agevoli conversazioni. Probabilmente, si tratta del ristorante più «importante» di Ravenna. La cucina? Più che soddisfacente. Valida la scelta degli ingredienti usati, anche se quello che in altre forme di ristorazione può apparire un pregio qui si rivela un lieve difetto: le porzioni sono abbondanti, a discapito però, talune volte, della messa a fuoco degli elementi centrali nelle singole portate. Solo sufficiente la lista dei vini, dato il contesto: è presente un numero non esiguo di bottiglie indisponibili. <em>Voto</em>: 7. <em>Costo</em>: 55€</p>
<p><strong>Taverna dei Velai</strong>, Via Thaon de Revel, 7, Marina di Ravenna. Una moderna taverna borghese, di quelle senza inutili orpelli, che dà, semplicemente, quello che promette: una solida cucina di mare, con preparazioni semplici e gustose e, in più, nelle portate qualche fugace accenno personale che gradisci e non t’aspetti. Per gli antipasti, davvero golose le capesante gratinate, morbide e polpose, e ottima la tartare di ombrina con salsa ai peperoni; più che buono il brodetto ravennate, caratterizzato da una rotonda e giusta grassezza grazie anche alla presenza dell’anguilla. Nel complesso, piuttosto validi i dolci, anche se il semifreddo di cassata siciliana servito è risultato inizialmente troppo tenace. <em>Voto</em>: 7. <em>Costo</em>: 50€</p>
<p><strong>Il Melarancio</strong>, Via Mentana, 33. Un locale a due facce: l’osteria al piano terra e il ristorante al piano superiore. Di sotto troviamo preparazioni più semplici e ambiente più rustico, anche se curato, mentre di sopra ci accolgono dei piatti maggiormente elaborati mentre l’ambiente, inaspettatamente, sembra provenire dalla fotografia ingiallita di un ristorante degli anni ‘70: un robusto aggiornamento non guasterebbe certo, anche per rendere più incisiva la differenziazione tra le due anime di questo locale. Si rivelano valide soprattutto le preparazioni più semplici, anche all’interno della proposta del ristorante. Il costo è una media tra i due locali. <em>Voto</em>: 6 ½. <em>Costo</em>: 35€</p>
<p><strong>Bistrot</strong>, Via Mura di San Vitale, 10. Alti e bassi. Si comincia più che discretamente con gli antipasti: gamberi saltati con insalatina di spinaci novelli e sformatino di asparagi con fonduta di parmigiano e ragù di asparagi e pancetta; preparazioni semplici e accurate, buona materia prima che non fa fatica a emergere. Deludente, invece, la scaloppa di tonno in crosta di pistacchi con melanzane e composta di cipolla di Tropea: tonno poco sapido, piatto senza direzione e slegato. Gradevole, anche se non memorabile, il trancio di spigola cotta sul sale profumato alle erbe con patate saporite. Dolci sufficienti. Ambiente confortevole e curato, locale in posizione di grande piacevolezza. <em>Voto</em>: 6+. <em>Costo</em>: 50€</p>
<p><strong>Port of Call</strong>, Via Zara, 48. Un locale che, se vuole spiccare nella ristorazione ravennate, deve crescere. Coraggiosa la scelta di aprire in una zona periferica della città e curato l’ambiente, anche se l’impostazione dello stile minimal-chic adottato è decisamente fredda. A non convincere appieno è la cucina. La materia prima è valida ma le preparazioni sembrano nascere, più che dalla volontà di offrire una personale esperienza gastronomica, dal tentativo di replicare linguaggi e assemblaggi altrui: poco di male in questo, se non fosse per i risultati che si rinvengono nei piatti, un poco anonimi e approssimativi. L’impressione complessiva è quella di un locale in fieri, che si spera trovi presto una propria identità. <em>Voto</em>: 6-. <em>Costo</em>: 60€</p>
<p><em>Trattorie</em>:</p>
<p><strong>Ca’ de Vèn</strong>, Via Corrado Ricci 24. In bilico tra trattoria d’antan e moderno ristorante, Ca’ De Vèn presenta una proposta, per lo più, di territorio golosa e decisamente valida nella restituzione di sapori saldamente antichi. Alcune portate sono rielaborazioni, del resto mai troppo ardite, di ricette tradizionali ma è nei solidi piatti della tradizione che questo locale dà il meglio di sé, con sapori netti e precisi. Anche la proposta enologica è interessante e curata. <em>Voto</em>: **. <em>Costo</em>: 35€</p>
<p><strong>Osteria dei Battibecchi</strong>, Via Della Tesoreria Vecchia, 16. Tradizione, tradizione, tradizione. L’Osteria dei Battibecchi presenta un buon numero di classici della cucina regionale, in realizzazioni accurate. Nulla di più e nulla di meno.  <em>Voto</em>: */**. <em>Costo</em>: 30€</p>
<p><strong>La casa delle Aie</strong> (Cervia), Via Aldo Ascione, 4. Ambiente rustico, servizio ruspante (e cortese), pietanze semplici semplici ma preparate con un’affidabilità da cucina di famiglia. Tutto godibile, in particolare le «minestre», cioè i primi piatti, e i calorici dolci. <em>Voto</em>: */**. <em>Costo</em>: 25€</p>
<p><em>Ristoranti etnici</em>:</p>
<p><strong>Ito</strong>, Via Romea, 75. Più che sufficienti sia il sushi che il sashimi, peccato per l’inutile presenza del surimi nelle barche. La lista dei vini è discreta e ciò costituisce una sorpresa piacevole, permettendo così di bere bene mentre si fanno librare le bacchette in aria. L’ambiente è nello stile minimale imperante, comunque confortevole. <em>Voto</em>: 6 ½. <em>Costo</em>: 40€</p>
<p><strong>Fuji</strong>, Via Raul Gardini, 9. Un locale in cui è piacevole fermarsi per una cena. La proposta gastronomica è sufficientemente valida, l’ambiente è accogliente. <em>Voto</em>: 6. <em>Costo</em>: 35€</p>
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		<title>Era ora: Vallini ritorna in libreria</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 16:40:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Vallini]]></category>
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		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Mirko Bevilacqua]]></category>
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		<category><![CDATA[Un giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[Finalmente è possibile ritrovare in libreria i poemetti Un giorno e La rinunzia di Carlo Vallini. Il volume che li raccoglie entrambi, pubblicato dalle Edizioni San Marco dei Giustiniani nel 2010, presenta una prefazione di Mirko Bevilacqua. Si tratta di una pubblicazione da me attesa e auspicata da tempo. Sono contento: Vallini, poeta senz&#8217;altro di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente è possibile ritrovare in libreria i poemetti <em>Un giorno</em> e <em>La rinunzia</em> di Carlo Vallini.</p>
<p>Il <a href="http://www.sanmarcodeigiustiniani.it/catalogo2.asp?id=3&amp;collana=La%20Biblioteca%20ritrovata&amp;idlibro=310">volume</a> che li raccoglie entrambi, pubblicato dalle Edizioni San Marco dei Giustiniani nel 2010, presenta una prefazione di Mirko Bevilacqua.</p>
<p>Si tratta di una pubblicazione da me attesa e auspicata da tempo. Sono contento: Vallini, poeta senz&#8217;altro di minor peso rispetto ai suoi compagni crepuscolari più noti ma i cui versi possono riservare più di una piacevole sorpresa al lettore curioso, se lo merita.</p>
<p>È possibile leggere i due poemetti anche in un ebook curato da me: lo trovate tra gli <a href="http://www.alessandrodinicola.it/scritti-di-letteratura/">Scritti di Letteratura</a>, in questo stesso blog.</p>
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		<title>Sinfonie für Amatriciana und Basso continuo</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jun 2011 17:14:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gastronomia]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
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		<category><![CDATA[Bruckner]]></category>
		<category><![CDATA[Leopardi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[spartito]]></category>

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		<description><![CDATA[È comune pensare che i piaceri del palato appartengano a una sfera sensitiva bassa, gli «appetiti», appunto. È altrettanto comune considerare, invece, i poteri d&#8217;elevazione della musica, innalzando questa fino al ceruleo empireo dall&#8217;alto sentire: uno strumento che dà voce alla limpidezza dei sentimenti che si specchiano in se stessi o, al contrario, alla toccabile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È comune pensare che i piaceri del palato appartengano a una sfera sensitiva bassa, gli «appetiti», appunto. È altrettanto comune considerare, invece, i poteri d&#8217;elevazione della musica, innalzando questa fino al ceruleo empireo dall&#8217;alto sentire: uno strumento che dà voce alla limpidezza dei sentimenti che si specchiano in se stessi o, al contrario, alla toccabile evidenza dei corpi in movimento; sentimenti e corpi immersi nell&#8217;acqua dolce dei suoni e, in questo, trasfigurati.<br />
Eppure, cibo e musica condividono molto. Entrambi presuppongono o, per meglio dire, possono presupporre un atto di scrittura: la ricetta in un caso e lo spartito nell&#8217;altro. Inoltre, sono entrambe manifestazioni liquide e costruzioni effimere: un piatto, per quanto elaborato e santificato dalla complessità, muore nel corpo di chi lo mangia, così come una musica, pur nell&#8217;intrico di polifonie e articolazioni ampie della narrazione sonora, svanisce nell&#8217;orecchio di chi la ascolta; in tutti e due i casi, quindi, fruizione e sparizione/spoliazione coincidono.<br />
In questa duplice architettura che fa svettare la polvere fino al cielo, coloro che mangiano e coloro che ascoltano accolgono linguaggi nei quali i segni non significano nulla: non c&#8217;è alcun significato, nel senso semantico di congiunzione tra significato e significante, infatti, in un piatto di spaghetti all&#8217;amatriciana o in una sonata per pianoforte di Brahms.<br />
È a causa di tutte queste vittoriose coincidenze tra la malinconia terrigna del cibo (l&#8217;immagine della vanitas, per eccellenza) e la santa vacuità della musica, forse, che le discussioni più accese di cui io abbia notizia non riguardano letteratura, teatro, pittura o scultura ma musica e cibo, le sorelle sfuggenti: non ho mai sentito nessuno, infatti, discutere bellicosamente della superiorità del romanzo ottocentesco russo su quello francese o, ancora, della profondità dell&#8217;ispirazione poetica di Leopardi contro chi ne mettesse in dubbio la solidità, così come non mi è mai capito di assistere a focosi certami sulla rilevanza storica del secondo cubismo; ho visto, però, gente dal marmoreo aplomb inglese venire alle mani per la guittesca presenza della cipolla nella carbonara e gote senili divenire rubescenti per un giudizio sprezzante sulla musica di Bruckner.</p>
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		<title>Mirko Basaldella, nel tempo e nel mito</title>
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		<pubDate>Tue, 31 May 2011 18:41:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Mirko Basaldella]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra]]></category>
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		<description><![CDATA[Danza d&#8217;Arlecchino, 1958 Nel fuoco e nel muschio di conversazioni arcaiche, erano totem dalla sabbia in bocca. Ma anche il cielo, l&#8217;imprevisto destato tra sangue di mura. Ritrovai la perenne culla della giacenza. Mirko Basaldella, Nel tempo e nel mito. Dal 1 Aprile al 17 Luglio 2011, Villa Torlonia, Roma.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.alessandrodinicola.it/wp-content/uploads/2011/05/Arlecchino.jpg"><img class="size-medium wp-image-1346 aligncenter" title="Danza d'Arlecchino" src="http://www.alessandrodinicola.it/wp-content/uploads/2011/05/Arlecchino-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a><br />
<strong>Danza d&#8217;Arlecchino, 1958</strong></p>
<p><em>Nel fuoco e nel muschio di conversazioni arcaiche, erano totem dalla sabbia in bocca. Ma anche il cielo, l&#8217;imprevisto destato tra sangue di mura. Ritrovai la perenne culla della giacenza.</em></p>
<p>Mirko Basaldella, Nel tempo e nel mito. Dal 1 Aprile al 17 Luglio 2011, Villa Torlonia, Roma.</p>
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		<title>A Nicoletta</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Mar 2011 11:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Checché ne dicano leggende, mal lette storie personali, racconti fondativi e bisbigli al lume opaco del ricordo, amore fa vedere le cose come sono. Sguardi da montagna spumosa, sotto cui esigui spazi verdi specchiano il gigantismo della roccia nella minuteria d’erba e lampi di fiori: la totalità è come il guanto rivoltato del balbettio, anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Checché ne dicano leggende, mal lette storie personali, racconti fondativi e bisbigli al lume opaco del ricordo, amore fa vedere le cose come sono. Sguardi da montagna spumosa, sotto cui esigui spazi verdi specchiano il gigantismo della roccia nella minuteria d’erba e lampi di fiori: la totalità è come il guanto rivoltato del balbettio, anche se non si capisce nulla si vede tutto, in quel bianco rivoltato per un istante.</p>
<p>Non è certo l’amore ad essere la piccola ombra della religione, l’occhio che fissa l’amata superando l’occhio nel salto e nella fede. Più religioso dell’anacoreta, a cui serve l’altrove per guardare altrove, amore ha come orizzonte i passi lenti sulla terra. Ma son tutte cose che si scrivono meglio, in altra forma del tempo e in altro spazio di parola, sulla pelle di un libro.</p>
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		<title>A Copenaghen: c’è vita oltre lo smørrebrød</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 22:04:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gastronomia]]></category>
		<category><![CDATA[Café Glyptoteket]]></category>
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		<category><![CDATA[Copenaghen]]></category>
		<category><![CDATA[Danimarca]]></category>
		<category><![CDATA[Lagkagehuset]]></category>
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		<category><![CDATA[street food]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo dico subito, di smørrebrød non ne abbiamo assaggiato neanche uno: nei locali il famoso sandwich aperto danese, un curioso innesto tra il cibo più povero che si possa immaginare e un trionfo flamboyant di colori e abbinamenti costretti in spazio angusto, era ovunque disponibile solo fino al pomeriggio e questo crudele limite temporale, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1312" title="Lagkagehuset" src="http://www.alessandrodinicola.it/wp-content/uploads/2011/03/pasticceria.jpg" alt="" width="512" height="384" /></p>
<p>Lo dico subito, di smørrebrød non ne abbiamo assaggiato neanche uno: nei locali il famoso sandwich aperto danese, un curioso innesto tra il cibo più povero che si possa immaginare e un trionfo flamboyant di colori e abbinamenti costretti in spazio angusto, era ovunque disponibile solo fino al pomeriggio e questo crudele limite temporale, per una ragione o per l&#8217;altra, ne ha impedito la consumazione da parte nostra. Rivelata questa onta ferale, posso ammettere senza indugio che a Copenaghen si mangia bene, benissimo. Se è vero che da più parti è possibile leggere l&#8217;elogio della ricca ristorazione etnica presente nella capitale danese, quello che ha invece più stupito me è l&#8217;apertura e la disponibilità ricettiva della ristorazione locale: incursioni delle abitudini gastronomiche spagnole, ritmi e narrazioni francesi, pietanze e stili che arrivano dritte dal Nord America. Ecco quindi la lista dei ristoranti in cui siamo stati io e la mia compagna Nicoletta nel nostro viaggio fugace, con una succinta descrizione di ognuno di essi.</p>
<ul>
<li><em>Cap Horn</em>, Nyhavn 21, <a href="http://www.caphorn.dk/eng/omcaphorn.html">http://www.caphorn.dk/eng/omcaphorn.html</a>. Nella zona del porto nuovo, di notturne suggestioni, Cap Horn è un incontro felice tra le pietanze danesi e la cucina francese, evidente nella costruzione articolata delle pietanze pur nella sobrietà delle forme e degli accostamenti. Come portate principali abbiamo scelto un controfiletto con purea di pastinaca e asparagi verdi e bianchi, quindi un galletto, il cosciotto da una parte e il petto dall&#8217;altra: quest&#8217;ultimo era fasciato dal bacon e impreziosito dal tartufo nero, mentre una salsa al dragoncello chiudeva la composizione. Piatti più che buoni entrambi, semplici e con la valida materia prima in evidenza. A seguire un&#8217;ottima torta al cioccolato belga con in somma una mousse, anch&#8217;essa al cioccolato, e servita con una composta al frutto della passione; dall&#8217;altro lato del tavolo è arrivato invece un interessante piatto di formaggi biologici, locali e non, giunti con noci caramellate e marmellata di albicocche. Piccola lista dei vini, per lo più francesi, con possibilità di bere al bicchiere.</li>
<li><em>Peder Oxe</em>, Gråbrødretorv 11, <a href="http://www.pederoxe.dk/English/index_english.htm">http://www.pederoxe.dk/English/index_english.htm</a>. Una piacevolissima steakhouse in bilico tra Francia e Nord America. L&#8217;ambiente è curato (simpatica l&#8217;idea di richiamare l&#8217;ordinazione accendendo una luce sovrastante i tavoli) e mette subito a proprio agio i commensali. L&#8217;oxe-burger è un hamburger di fattura eccellente, servito con dell&#8217;ottima e vera mayonnaise, una salsa piccante e delle sapide patate fritte (ovviamente preparate in casa). La lista dei vini comprende bottiglie da Francia, Italia e Spagna. Anche qui, si può bere al bicchiere.</li>
<li><em>Café Glyptoteket</em>, Dantes Plads, <a href="http://www.glyptoteket.dk">http://www.glyptoteket.dk</a>. All&#8217;interno del lussureggiante giardino d&#8217;inverno del museo Ny Carlsberg Glyptotek, splendido, si trova questo Caffè Ristorante. Oltre alla certa bellezza del luogo, il locale merita la sosta per la qualità della proposta gastronomica. Molto valida, innanzitutto, la pasticceria. Gustoso poi il piatto di tapas, composto da crema di peperoni rossi e mandorle tritate con pomodorino secco adagiato sopra, formaggio a pasta molle con frutta secca caramellata (mandorle, nocciole e semi di girasole), bicchierino di vellutata vegetale, vol-au-vent con tonno all&#8217;aneto, carpaccio di rape bianche con vinaigrette e altro ancora, il tutto servito con pane fatto in casa e burro.</li>
</ul>
<p>Ovviamente non potevamo non provare le preclare panetterie e pasticcerie danesi, con la pioggia golosa dei loro dolci. Ci siamo fermati da <em>Lagkagehuset</em> (nella foto in apertura del post la vetrina), in Torvegade 45, per un paio di muffin e un dessert al cucchiaio: c&#8217;è bisogno di dire che erano buoni, buoni, buoni? Per un tuffo nello street food più veementemente proletario, infine, niente di meglio di un dignitoso hot dog acquistato in uno dei tanti chioschetti di pølser (così vengono chiamati i würstel danesi, appunto).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Gli stagni di Miles Davis, l’invasione del silenzio degli High Tide</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 16:58:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[1969]]></category>
		<category><![CDATA[Bitches Brew]]></category>
		<category><![CDATA[Glenn Gould]]></category>
		<category><![CDATA[High Tide]]></category>
		<category><![CDATA[Jazz]]></category>
		<category><![CDATA[Miles Davis]]></category>
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		<category><![CDATA[Sea Shanties]]></category>
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		<description><![CDATA[Sea Shanties: canzoni dei marinai, a scandire gli azzurri ritmi della navigazione, a salmodiare nella furia del lavoro e delle crespe incertezze marine. Il primo album degli High Tide, Sea Shanties appunto, mi porta a pensare al continuo brulichio del tempo e non sono poi molte le musiche che hanno su di me questo effetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sea Shanties: canzoni dei marinai, a scandire gli azzurri ritmi della navigazione, a salmodiare nella furia del lavoro e delle crespe incertezze marine. Il primo album degli High Tide, <em>Sea Shanties</em> appunto, mi porta a pensare al continuo brulichio del tempo e non sono poi molte le musiche che hanno su di me questo effetto di risacca perenne: per le indirette vie della suggestione e della specularità, grazie alle quali un brano ribatte attese e silenzi intorno all’ascolto, fondendo aloni di suoni nei vacui oggetti mentali che incontra, ci sono le bachiane <em>Variazioni Goldberg</em> suonate da Glenn Gould nel 1981; per vie dirette, invece, c’è <em>Bitches Brew</em> di Miles Davis.</p>
<p>Nel doppio album di Davis, uscito nel 1970 ma registrato nel 1969, lo stesso anno d’uscita di <em>Sea Shanties</em>, il brulichio è quell’organico pullulare di vita minuscola che uno può osservare in uno stagno addensato dalla calura: nei lunghi brani, un simile brodo riarso emerge vitale dalle pause e dal pulviscolo fitto creato dai musicisti riuniti da Davis. Nel disco degli High Tide il risultato percettivo è il medesimo, i mezzi contrari. Qui non c’è alcun combusto polverio sollevato in cielo dalle pause musicali, nessun minimo sussulto in cerchi di stagnazione, i silenzi e i sussurri sono qui rari: in <em>Sea Shanties</em> il brulichio è proprio in quel motorismo sfinente che abolisce le pause e copre la musica con la musica stessa. Anche se in apparenza può sembrarlo, l’invasione del silenzio in questo disco non ha nulla a che spartire con l’horror vacui di molto heavy metal successivo. È un’invasione fertile, qui, che crea muraglie musicali per far poggiare su di esse l’ascolto e sollevarlo da terra; da questa verde altezza di cinte e difese, quanto poi flebili risultano le placate insinuazioni del violino di Simon House e commoventi le punture chitarristiche di Tony Hill.</p>
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		<title>Linux Ubuntu per l’uso desktop, seconda edizione</title>
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		<comments>http://www.alessandrodinicola.it/2011/01/19/linux-ubuntu-per-luso-desktop-seconda-edizione/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 17:36:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È appena uscita la seconda edizione del mio primo libro, Linux Ubuntu per l&#8217;uso desktop. Si tratta di un&#8217;edizione rinnovata e debitamente ampliata, che tratta l&#8217;ultima versione 10.10 Maverick Meerkat della distribuzione Ubuntu. Sul sito dell&#8217;editore FAG è disponibile una scheda del libro. Un po&#8217; di pazienza e il volume sarà disponibile nelle principali librerie, anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È appena uscita la seconda edizione del mio primo libro, <em>Linux Ubuntu per l&#8217;uso desktop</em>. Si tratta di un&#8217;edizione rinnovata e debitamente ampliata, che tratta l&#8217;ultima versione <em>10.10 Maverick Meerkat</em> della distribuzione Ubuntu. Sul sito dell&#8217;editore FAG è disponibile una <a href="http://www.fag.it/scheda.aspx?ID=38836">scheda</a> del libro. Un po&#8217; di pazienza e il volume sarà disponibile nelle principali librerie, anche online.</p>
<p>Ecco il sommario del libro:</p>
<p>Introduzione 11</p>
<p>1. Installazione del sistema 15<br />
Il CD di default 16<br />
Inserire il CD&#8230; si parte! 17<br />
La procedura di installazione 19<br />
Le partizioni sull’hard disk 20<br />
Configurazione manuale dell’hard disk 22<br />
La finestra Modifica partizione 22<br />
Aggiungere una partizione 24<br />
Le partizioni indispensabili 25<br />
Un’installazione con root e swap 25<br />
Partizioni aggiuntive 27<br />
Nazione e tastiera 28<br />
Le informazioni personali 29<br />
Il CD alternativo 31<br />
La procedura alternativa di installazione 31<br />
Come partizionare l’hard disk 34<br />
Gli ultimi passaggi 37<br />
La famiglia Ubuntu 39</p>
<p>2. Avviare Ubuntu e orientarsi 41<br />
L’ambiente grafico 42<br />
Gestire i file con un clic 45<br />
Cartelle virtuali: alla scoperta dei link 47<br />
Il desktop è servito! 48<br />
Le icone che ci si aspetta sul desktop 48<br />
Come installare nuovi programmi 50<br />
L’ecosistema dei repository 50<br />
La via semplice per l’installazione 51<br />
Gestire i pacchetti con Synaptic 54<br />
Quali repository attivare 55<br />
Ricerche avanzate con Synaptic 56<br />
Rimuovere i pacchetti indesiderati 56<br />
Una pulizia completa 58<br />
Deborphan, l’esperto in pulizie 59<br />
Installare pacchetti dal web 59<br />
Gli aggiornamenti di sistema 61<br />
Per avviare Windows 63<br />
Configurare il boot loader 64<br />
I parametri d’avvio sotto controllo 64<br />
Avvio alternativo per Ubuntu 66<br />
Una modalità per il recupero 66<br />
Test della memoria 67</p>
<p>3. Configurazione dell’hardware 69<br />
La scheda grafica 70<br />
I driver proprietari 71<br />
Consigli per gli acquisti 72<br />
La scheda sonora 73<br />
Memorizzare il volume? No, grazie! 74<br />
La stampante 74<br />
Lo scanner 76<br />
Scanner riconosciuto 76<br />
Quando lo scanner non va 76<br />
Come forzare il riconoscimento 77<br />
Aggiungere il proprio scanner alla configurazione 78<br />
La scheda TV 79<br />
Le informazioni nella Rete 80<br />
Documentazione per Ubuntu 81</p>
<p>4. I dispositivi rimovibili 83<br />
Le funzionalità di base 83<br />
Fotocamere digitali 85<br />
Esempio d’uso della fotocamera 85<br />
gThumb al posto di Shotwell 88<br />
Dischi esterni e chiavette 90<br />
Gestire i dispositivi rimovibili 90<br />
I dispositivi visti dal sistema 91<br />
Il Gestore dischi 92<br />
Volumi cifrati 95<br />
Ubuntu in una chiavetta 96<br />
I lettori MP3 98<br />
I lettori di ebook 102</p>
<p>5. Collegarsi a Internet 109<br />
ADSL, a tutta velocità 110<br />
Configurazione del modem/router 110<br />
Se il modem è USB 111<br />
Speedtouch 330 112<br />
D-Link DSL-200 con EciAdsl 114<br />
Configurare EciAdsl con il mouse 116<br />
Quando EciAdsl non funziona 117<br />
Modem Ethernet 119<br />
Per i provider che usano PPPoA 121<br />
La connessione Wi-Fi 121<br />
Le schede Wi-Fi senza driver Linux 122<br />
Come installare il driver Windows 124<br />
Internet con i modem analogici 125<br />
I softmodem 127<br />
I softmodem che utilizzano i driver ALSA 128<br />
Le chiavette Internet 130</p>
<p>6. L’utente al centro del desktop 133<br />
Un utente, tanti utenti 133<br />
Aggiungere un utente 134<br />
Eliminare un utente 137<br />
L’utente ospite 137<br />
Personalizzare il desktop 138<br />
Applicazioni preferite 138<br />
Preferenze dell’aspetto 139<br />
La schermata di login 140<br />
Cambiare aspetto è un’arte 141<br />
Modificare il menu del desktop 143<br />
Scorciatoie per eseguire comandi rapidamente 145<br />
Preferenze delle finestre 146<br />
Configurazione avanzata 147<br />
I sistemi di indicizzazione e ricerca 153<br />
Attivare e configurare Tracker 153<br />
Ricerca rapida, anzi rapidissima! 156<br />
Un Cerca file nuovo di zecca 157<br />
Effetti molto speciali 158<br />
Il cubo rotante in tutto il suo splendore 159<br />
Le finestre prendono vita 161<br />
Le richieste hardware 163</p>
<p>7. I programmi principali 165<br />
Sua maestà OpenOffice.org 165<br />
Caricamento in un lampo 166<br />
GNOME Office, la suite alternativa 168<br />
Mozilla Firefox 169<br />
Accelerare il browser 169<br />
Il browser Google Chrome 172<br />
Le altre applicazioni Internet 175<br />
Evolution, soluzione completa per le email 175<br />
I client di posta alternativi 179<br />
Comunicare con chiunque grazie a Empathy 180<br />
Gestire i social network 181<br />
Telefonare con Skype 184<br />
Un disco online con Ubuntu One 185<br />
Sincronizzare online con Dropbox 189<br />
Usare BitTorrent 192<br />
Un client FTP 194<br />
Fotoritocco con GIMP 198<br />
Fotoritocco di base 199<br />
I filtri magici di GIMP 202<br />
Usare lo scanner 203<br />
XSane 203<br />
Il software di masterizzazione 207<br />
K3b, il re dei programmi di masterizzazione 210<br />
Integrare i programmi KDE in Gnome 213<br />
I programmi Windows 215<br />
Avviare programmi Windows con Wine 215<br />
Creare macchine virtuali 219<br />
L’installazione di VirtualBox 219<br />
Il backup del sistema 224<br />
Ripristinare un backup 227</p>
<p>8. Le applicazioni multimediali 229<br />
Come sbloccare i formati audio e video 229<br />
I filmati 231<br />
VLC, un lettore multimediale evoluto 234<br />
Configurare a puntino il lettore 235<br />
Il player predefinito diventa VLC 236<br />
Come “ridurre” i DVD 239<br />
Da DVD a DivX 242<br />
La TV sul computer 244<br />
La musica 247<br />
Tutte le radio online a portata di mouse 251<br />
Convertire un CD in MP3 252<br />
Convertire con ripperX 253<br />
La configurazione di ripperX 254<br />
Una conversione di prova 257<br />
Convertire negli altri formati 257</p>
<p>9. Un sistema per tutte le esigenze 261<br />
I computer portatili 261<br />
Il risparmio energetico 262<br />
Ottenere il massimo risparmio 263<br />
Velocità sotto controllo all’avvio 265<br />
Personalizzare la gestione dell’alimentazione 267<br />
Se la RAM è troppo poca 268<br />
Meno programmi all’avvio 268<br />
Configurare la rete per risparmiare memoria 270<br />
Togliere i servizi inutili 271<br />
Tempi di avvio ridotti 272<br />
Eliminare le console virtuali 272<br />
Gli ambienti desktop alternativi 273</p>
<p>10. Oltre il desktop 277<br />
Due tipi di ripetizione per due strumenti diversi 277<br />
Gli strumenti di scheduling 278<br />
Cron incontra anacron 278<br />
Configurare direttamente anacron 280<br />
Massima precisione con cron 281<br />
Creare uno script 283<br />
Le variabili nella shell 283<br />
Uno script per la conversione tra formati di immagini 285<br />
Qualche ritocco allo script 287<br />
Leggere i parametri dal terminale 288<br />
Lo script finale 290</p>
<p>Indice analitico 293</p>
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		<title>Come lastre (esperimento di scrittura su Twitter)</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Nov 2010 11:49:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[esperimento]]></category>
		<category><![CDATA[hashtag]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
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		<description><![CDATA[Le riflessioni sulla scrittura poetica negli spazi di Twitter del post precedente, in queste settimane, hanno cominciato a fermentare, diventando altro. Inizialmente lo stimolo è venuto da due aspetti distinti dell&#8217;apparire dei segni in Twitter. Da una parte, mi chiedevo quale potere di direzione e di organizzazione formale potesse avere la rigorosa scansione quantitativa dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le riflessioni sulla scrittura poetica negli spazi di Twitter del post precedente, in queste settimane, hanno cominciato a fermentare, diventando altro. Inizialmente lo stimolo è venuto da due aspetti distinti dell&#8217;apparire dei segni in Twitter.<br />
Da una parte, mi chiedevo quale potere di direzione e di organizzazione formale potesse avere la rigorosa scansione quantitativa dei tweet: cosa diventano, dunque, i 140 caratteri dei singoli tweet quando questi vengono letti come parti di un tutto, le singole vertebre che formano la lunga e dritta colonna di una scrittura continua. Mi affascinava e mi affascina l&#8217;idea di questi ferrei blocchi di caratteri, variamente manipolabili (per diminuzione: perché è vero che un tweet è costretto in una lunghezza massima consentita ma è altrettanto vero che la scelta di lunghezze ridotte o minime può essere significativa, può far parte cioè della costruzione di senso di un tweet e di una collana di tweet), la successione dei quali può assumere il carattere di opera e non solo di flusso, con una compiutezza precipua e forse audace.<br />
Il secondo aspetto che ha agito da stimolo è stata la presenza aliena degli hashtag. Mi sono subito chiesto se fosse possibile usare questi dando ad essi un valore pienamente semantico: si tratta, in fin dei conti, di veri e propri tagli sulla tela del flusso dei tweet, di spaccature vistose e mobili sulla crosta del racconto di sé che avviene su Twitter. Gli hashtag aprono una finestra sul mondo e da lì si vede agitare un pulviscolo denso in colpi di vento casuali. L&#8217;hashtag ribalta la scrittura su se stessa e può essere paragonato all&#8217;adozione, diffusa a partire dalla seconda metà del secolo passato, dei procedimenti di alea controllata nella scrittura musicale: anche lì l&#8217;atto di composizione si apre alla tumultuosa estemporaneità del mondo, raccogliendola in una mano e serrandola con forza.<br />
Unendo i due stimoli e giustapponendo i due aspetti, ho iniziato a percepire i singoli tweet come delle lastre: in tutto simili a quelle lastre, abbandonate nei cantieri, sul cupo metallo delle quali passa ogni tanto un cerchio di luce. Da questa duplice suggestione è nato un piccolo esperimento, che non sa dirsi poesia e che non vuole farsi prosa. Potete trovarlo qui: <a href="http://twitter.com/marmomanna">http://twitter.com/marmomanna</a>.</p>
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