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&lt;br /&gt;
Coalizzarsi per vincere, senza far grande attenzione a chi si arruola, è la formula con cui, nel 1994, Silvio Berlusconi ribaltò l’annunciata vittoria della sinistra. Il suo merito innegabile. Da allora è divenuta dottrina, capace di gramsciano egemonismo. Ne è ancora esponente Pier Luigi Bersani, che senza il mitico ufficio elettorale del Pci s’è ridotto a utilizzare gli istogrammi prelevati dall’editoria borghese, commettendo l’aggiuntivo errore di crederci, o immolandosi nel far finta di crederci. Ciò lo porta a dire che la sinistra ha la vittoria in tasca, mancando d’osservare che quella vittoria passa per la sconfitta del suo partito. Vuol presentarsi alle elezioni con la devastante foto di Vasto? Faccia pure, confermi che il berlusconismo è entrato nelle ossa della sinistra, ma non dominerà né chi gli porta via i sindaci né chi trionfa sull’annientamento della sinistra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vale la stessa cosa per chi cerca un capo vincente, un leader attraente, una faccia spendibile. Se cerchi le facce trovi le ghigne. Se pensi sia un problema di faccia te ne ritrovi molteplici che dietro lo sguardo accattivante e il sorriso ammaliante non hanno altro che ambizione inquietante e vuoto dilagante. La sconfitta elettorale del centro destra, la brutale piallatura, deriva dall’incapacità politica, dal tradimento di quanto annunciato, dal naufragio nel grottesco, dall’avere esposto una classe dirigente che era una classe differenziale. Certo che devono dimettersi, ma devono anche capire. E sembra che la seconda cosa risulti loro più ostica della prima.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se non vogliono tutti essere travolti da un grilliano “vaffa” dovranno far la fatica di cancellare lustri di tempo perso, tornando a piegare la testa sulle cose che contano. Destra e sinistra si chiedano: perché si coprì di ludibrio chi considerava l’Italia ben posizionata, dopo la crisi del 2009, dato che il bilancio pubblico era in avanzo primario (ovvero al netto degli interessi sul debito pubblico, che dipendono dalla congiuntura) e ci si complimenta oggi con chi annuncia, per il 2013, un avanzo strutturale (vale a dire depurato dagli interventi congiunturali) e la primazia italica? Sono vere entrambe le cose, ma riflettono un’idea tutta bilancistica e parametrale sia dell’economia che dell’Europa. In realtà l’Italia perde competitività da più di quindici anni e continuiamo a sguazzare nella recessione, questi sono i problemi. Chi, da destra, pensa che il riscatto passi per la cacciata di Monti, artefice di manovre a sfondo fiscale, ricordi che gli strumenti che il governo usa sono stati approntati dagli stessi che oggi se ne vergognano. Chi, da sinistra, inneggia al ritrovato rigore, ma chiede sviluppo e occupazione, sappia di star vaneggiando, perché le rigidità del mondo del lavoro vanno in direzione opposta. In queste condizioni possono allearsi a piacimento e farsi capeggiare da chi vince concorsi di bellezza, saranno comunque tritati. Le soluzioni sono: dismissione di patrimonio pubblico, abbattimento del debito, liberazione del mercato e diminuzione delle tasse. L’opposto di quel che praticano, separatamente assieme.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Occorre cambiare il sistema elettorale, adottando un maggioritario che non contenga l’obbrobrio del premio di maggioranza, e occorre cambiare la Costituzione, rendendo effettivo il potere del governo, frutto di libere elezioni, chiudendo l’interminabile stagione della Repubblica impotente. Se hanno la forza di proporlo gli alleati verranno, e chi non ci sta vada pure al suo destino. Se hanno paura, se temono più le spaccature delle sepolture, si passi per l’elezione di una Costituente, subito, designando, la prossima primavera, un capo dello Stato che abbia la dignità di dimettersi non appena quella (entro un anno) avrà terminato i lavori e la nuova Costituzione sarà entrata in vigore. Troppo? Facile, quasi certo, ma anche un solo dito in meno e le facce, vecchie e nuove, come le alleanze, passate e future, le troverete assieme. Nella palta.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-5670198693387750835?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/YsODQ4Byfh5E_aRdRUQlS3sGOHQ/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/YsODQ4Byfh5E_aRdRUQlS3sGOHQ/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/YsODQ4Byfh5E_aRdRUQlS3sGOHQ/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/YsODQ4Byfh5E_aRdRUQlS3sGOHQ/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/VTCSt7Z0F0M" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/VTCSt7Z0F0M/idee-non-facce-o-alleanze-davide.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/05/idee-non-facce-o-alleanze-davide.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-3013347366215084105</guid><pubDate>Wed, 23 May 2012 15:33:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-23T17:33:52.059+02:00</atom:updated><title>Metafora palermitana.  Davide Giacalone</title><description>Tutti guardano Parma, ma è a Palermo che la crisi istituzionale e politica segna l’approssimarsi dell’epilogo. Qui il fallimento irrimediabile della seconda Repubblica batte le sue ultime ore. Una città pessimamente amministrata dal centro destra (incapace anche solo di trovare una faccia da candidare), nella quale il centro sinistra non riesce a rappresentare neanche la speranza di un’alternativa. Una città che torna nelle mani di chi cavalcò la peggiore antipolitica, opponendosi alla seria e vera antimafia di quanti si pretende pure di commemorare, nel ventennale della loro uccisione. Una città che, nell’orrore delle coscienze e nel disfacimento della cultura, ricorda la visione profetica di un grande siciliano, Leonardo Sciascia, che parlò della Sicilia come metafora dell’Italia che non crede di potere cambiare. Che non crede alle idee. Palermo come metafora.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Parma i cittadini sono andati a votare, scegliendo l’opposizione a ogni vicinanza verso i partiti. E’ stato eletto un sindaco, che ora sarà messo alla prova. A Parma le cose sono andate bene, perché la nuova giunta potrà tessere, se ne sarà capace, il filo della politica. A Palermo è escluso. Palermo è condannata. Dopo Palermo, se il centro destra pensa di affrontare il monumentale pernacchio elettorale cambiando nome somiglierà più a un delinquente che scappa e cerca di cambiarsi i connotati che non a un partito in cerca di nuova identità. Dopo Palermo se il centro sinistra si ripresenterà alleato degli stessi che hanno consumato con gusto la loro vendetta, descrivendone gli esponenti come il peggio in circolazione, confermerà quella diagnosi, darà ragione ai propri peggiori nemici (i peggiori, lo scriviamo da anni), dimostrerà la propria pochezza intellettuale e morale. Dopo Palermo non hanno senso né le trovate propagandistiche, né il cinismo delle alleanze spurie. Ancora un passo in quella direzione e saranno risucchiati dall’ignominia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il centro destra, in mano a un gruppo dirigente che ha visto arrivare la sconfitta, ma non ha saputo darle un significato politico, rassegnandosi alla disfatta, e il centro sinistra, in mano al medesimo gruppo dirigente che fu comunista, nel secolo scorso e un secolo fa, sono morti a Palermo. Il resto, dalla spocchia anti istituzionale del sindaco di Genova allo sberleffo parmigiano, sono solo dettagli. Morti, ma ancora al loro posto, quei gruppi dirigenti possono scegliere: restare inerti innanzi ad un destino ampiamente meritato, o provare a dare un futuro non immondo alla scena politica. Nel secondo caso abbandonino subito le parole false della contrapposizione comica, non credano di campare ancora con la rendita di posizione data dalla paura che l’altro possa vincere, perché nessuno crede più a nessuno dei due gruppi. Dopo Palermo la paura non ha più senso, dato che ci si vive dentro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Allora: il governo commissariale ha perso la spinta propulsiva, ma è privo di alternative, in questa legislatura, che, del resto, se si chiudesse subito non darebbe luogo ad altro che alla certificazione nazionale di quel che s’è visto in sede locale. Molti elettori tornerebbero alle urne, certo, per paura e contrapposizione, ma non avrebbero nulla di buono da votare. Ci trascineremo avanti nel tempo. Tutto sta a vedere se nel vuoto o con qualche prospettiva. Quindi: quel che resta dei due gruppi dirigenti cessi la patetica pantomima e provi a rimettere terreno sotto i piedi della politica, impostando la riforma del sistema elettorale e istituzionale. Un lavoro che andrà avanti oltre i confini dell’immediato, che va fatto per dare stabilità e forza al governo e restituire rappresentanza alla stragrande maggioranza dell’elettorato, che è ragionevole e moderata sia nel collocarsi a sinistra che a destra. Le ricette si conoscono. Se in cucina non sono pronti e capaci è segno che quei cuochi, sciatti e tremebondi, buoni solo a esser tronfi, sono maturi per essere cacciati. Osservino Palermo, e ne comprendano la metafora.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-3013347366215084105?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/JJw_CXP8ei9XeW-7sG5FBrzIujI/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/JJw_CXP8ei9XeW-7sG5FBrzIujI/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/JJw_CXP8ei9XeW-7sG5FBrzIujI/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/JJw_CXP8ei9XeW-7sG5FBrzIujI/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/4zK6jMrTbUo" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/4zK6jMrTbUo/metafora-palermitana-davide-giacalone.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>11</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/05/metafora-palermitana-davide-giacalone.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-1311063716882180067</guid><pubDate>Tue, 22 May 2012 16:39:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-22T18:41:13.158+02:00</atom:updated><title>Bersani senza se e senza ma.   Pietro Mancini</title><description>Bersani: "Senza se e senza ma, abbiamo vinto le elezioni amministrative".&lt;br /&gt;
Ennio Flaiano avrebbe commentato: "La situazione è grave, ma non è seria".&lt;br /&gt;
Pigi Bersani non è di Agrigento, come il suo collega del PDL, Alfano, ma di Piacenza, non molto distante da Parma, dove si è abbattuto il "ciclone Grillo". E Parma è una importante città di una regione, l'Emilia, con forti e antiche tradizione prima comuniste, poi diessine, infine piddine. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bene, anzi male. Gli elettori parmigiani, dopo anni di malgoverno di una giunta a guida PDL, non hanno scelto il "rosso antico", cioè il grigio amministratore locale, proposto da Bersani. Ma lo hanno trombato, promuovendo, con una larga messe di consensi, un giovane carneade, esponente del "Movimento 5 stelle" di Grillo, sconosciuto nel teatrino politico e anche a molti suoi concittadini. Insomma, all'usato sicuro, gli elettori hanno preferito la svolta radicale, accettando i rischi connessi alla loro scelta, soprattutto l'inesperienza amministrativa del nuovo Sindaco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Più o meno, stesso risultato, tutt'altro che trionfale, per il PD, a Genova: il nuovo primo cittadino è un nobil signore, Doria, appartiene al centro-sinistra, ma è stato designato dal partito di Nichi Vendola, che, come Matteo Renzi, aspira a contendere a Bersani la candidatura alla leadership dello schieramento progressista. Rispetto a Parma, il risultato per i democrat è ancora più negativo, in quanto i genovesi hanno sonoramente bocciato l'amministrazione uscente, che era guidata da una Sindaca del PD, donna Marta Vincenzi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E a Palermo, dopo Napoli (che è guidata da Gigino de Magistris, IDV) la seconda città del nostro tormentato Sud, i tutt'altro che numerosi palermitani che si sono recati ai seggi hanno plebiscitato Orlando-Cascio, oggi anche lui esponente del partito di Di Pietro e non proprio un virgulto della politica. Leoluca ha travolto il giovane Ferrandelli, designato dai capataz, nazionali e locali, del centro-sinistra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Certo, i numeri danno ragione a Bersani, quando sostiene che "su 177 comuni abbiamo vinto in 92, contro i 45 della precedente tornata". Ma un'analisi approfondita non può non soffermarsi, oltre che sul sempre più diffuso astensionismo, sul significato politico, tutt'altro che difficile da mettere a fuoco, del voto in grossi centri, come Parma, Genova e Palermo, più importanti – o no ? – di Tolentino e Ceccano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se non alla rottamazione del vecchio gruppo dirigente, sollecitata da Matteo Renzi, anche queste elezioni parziali portano una impetuosa ventata di rinnovamento, spazzano posizioni di rendita consolidate da 50 anni, come l'egemonia dei post-comunisti in Emilia. Qualora i partiti, non solo quello di Bersani, continuassero a ignorare che sta franando tutto, siamo certi che dovremmo continuare a considerare Beppe Grillo l'unico "comico" del teatrino politico ? (il Legno storto)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-1311063716882180067?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iBdGJbiOcc7jSXMqf-Pu_u95mKg/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iBdGJbiOcc7jSXMqf-Pu_u95mKg/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iBdGJbiOcc7jSXMqf-Pu_u95mKg/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iBdGJbiOcc7jSXMqf-Pu_u95mKg/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/Pui8NZq_JWI" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/Pui8NZq_JWI/bersani-senza-se-e-senza-ma-pietro.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>7</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/05/bersani-senza-se-e-senza-ma-pietro.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-8744348486902010853</guid><pubDate>Fri, 18 May 2012 16:23:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-18T18:24:46.415+02:00</atom:updated><title>Agrippa e la Grecia.  Davide Giacalone</title><description>Valutate due date e misurate l’assurdo: il 17 giugno i greci torneranno a votare, poi, entro il 30 giugno, quindi tredici giorni dopo, il nuovo governo dovrà realizzare tagli alla spesa pubblica per un valore pari al 5,5% del prodotto interno loro. Aspetta e spera. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tornano a votare perché il governo che avevano eletto è stato detronizzato dal (falso) dio spread, perché quando proposero un referendum sulle misure imposte da Bruxelles furono subissati d’insulti (dacché la democrazia è divenuta eresia), e perché il governo tecnico non ha posto rimedio, sì che il voto del 6 maggio scorso ha dato luogo a un guazzabuglio ingovernabile. A ben vedere il prossimo 17 giugno i greci voteranno per il referendum che non si volle far fare a George Papandreou, pro o contro l’euro. Con la differenza che, nel frattempo, si sono massacrati loro e s’è massacrata l’Unione europea. Avevamo visto giusto, quando guardammo con simpatia a quel referendum.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se scorrete i titoli dei giornali, in giro per l’Europa e per mesi, sembra che la Grecia sia il novello untore. La terminologia è quella epidemica, paventando il contagio. Ma chi ha contagiato chi? La crisi dei debiti arriva dagli Stati Uniti, dove sono più diffusi prodotti finanziari che favoriscono la speculazione, senza più alcun rapporto con il mercato reale. Lì l’hanno curata sommergendola di denaro, e sperando che non riparta al prosciugarsi dell’onda. Quando è arrivata in Europa s’è provato, su indicazione della clinica tedesca, coadiuvata dall’infermeria francese, a curarla con il rigore. Non solo il risultato è disastroso, ma si corre anche il rischio di considerare negativa l’attenzione ai bilanci pubblici e la tensione nel tagliarne le vaste spese inutili e improduttive. Due danni in un colpo solo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’errore fu commesso all’inizio, considerando il dramma greco un problema dei greci, da superarsi a loro spese. L’errore consisté nel credere che si potessero salvare le banche, specie tedesche e francesi, senza salvare la Grecia, e con quella l’Europa. Non fu un errore tecnico, perché tecnicamente era solo una micidiale castroneria, fu un errore politico, che reintroduceva l’egoismo nazionalista nella speranza europeista. Fu un errore riconoscibilissimo, tant’è che lo descrivemmo ed esecrammo. Eppure fu commesso.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ai greci è stato applicato al contrario l’apologo di Menenio Agrippa, quello che puntava a spiegare al popolo perché fosse utile lavorare, raccontando che è vero tutto il cibo finiva nello stomaco, nonostante fosse procurato dalle braccia, ma senza nutrimento allo stomaco anche i muscoli avrebbero ceduto. Per Agrippa era chiaro che il corpo sociale, come quello umano, era un tutt’unico. S’era a cinquecento anni prima di Cristo. Duemilacinquecento anni dopo lo stomaco s’è rivolto al piede infetto, certo anche per sua trascuratezza, e gli ha detto: cavoli tuoi, curati e cammina, che ho fame. Siccome non era svelto lo si è preso a mazzate, gli si sono sequestrati i calzari, gli si è detto che faceva schifo. Poi la caviglia ha detto: cribbio, qui mi contagiano. Il polpaccio ha cominciato a sentir dolore. E il male sale, si diffonde, con il cervellino e la boccaccia che continuano ad inveire contro il piede. Il vecchio Agrippa è passato di moda, ma il suo apologo funziona alla perfezione: se ci si comporta così con la Grecia, con il piede, è segno che non la si considera parte del corpo (salvo averla accettata, sapendo bene quale era la realtà).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In queste condizioni non è la Grecia che uscirà dall’euro, è l’euro che è uscito dall’idea d’Europa, da quella cresciuta fin dal 1951, con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Incapaci di vedere questo dato i governi europei si sono gettati nella fornace, tant’è che 10 sui 17 dell’Unione monetaria e 16 sui 27 dell’Ue sono caduti (negli altri si deve ancora votare). E invece di pensare che la causa sta nel deficit istituzionale dell’euro e nel deficit democratico delle istituzioni europee, si tende a credere che la causa sia l’eccesso di democrazia che porta i popoli a votare contro questa follia tecnocratica e monetarista, condotta da falsi tecnici, in nome di una falsa moneta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Chi è europeista, come me, chi crede che il destino dell’Italia sia migliore, se legato all’Europa, assiste a questa strage di politica e di cultura urlando almeno una cosa: la mano assassina è il nazionalismo, il contrario dell’europeismo. Se le nostre forze politiche non fossero le amebe suonate che sono, da ciò potrebbero partire per ritrovare iniziativa internazionale.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-8744348486902010853?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iNTgVqpIw3T36JrMbg2UbsbKPfg/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iNTgVqpIw3T36JrMbg2UbsbKPfg/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iNTgVqpIw3T36JrMbg2UbsbKPfg/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iNTgVqpIw3T36JrMbg2UbsbKPfg/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/Hg2KF7euYoY" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/Hg2KF7euYoY/agrippa-e-la-grecia-davide-giacalone.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>3</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/05/agrippa-e-la-grecia-davide-giacalone.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-2587057285813358240</guid><pubDate>Thu, 17 May 2012 13:43:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-17T15:46:57.361+02:00</atom:updated><title>Al prossimo G8 l'Italia levi la sua voce a difesa dei cristiani. Firma anche tu</title><description>Non passa giorno senza che non ci pervengano notizie sulle persecuzioni contro i cristiani nel mondo. Barbari attentati durante celebrazioni rituali cristiane; legislazioni punitive nei confronti delle minoranze cristiane; persecuzioni indiscriminate e disumane. Non più tardi di due domeniche fa, tra il Kenya e la Nigeria, ventuno persone hanno pagato con la vita l’appartenenza alla fede in Cristo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Crediamo sia urgente raccogliere l’invito che arriva ormai da molte parti a che l’Italia assuma un ruolo di primo piano nella denuncia, presso i maggiori organismi internazionali e intergovernativi - dalle Nazioni Unite, passando per il Consiglio Europeo, fino al G20 e al G8 -, dell’odio anticristiano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Spesso il mondo musulmano, nella sua declinazione di ummah, di comunità islamica transfrontaliera, ha dato prova di sapere reagire, non sempre a ragione, a quelli che erano percepiti come attacchi verbali e fisici al proprio credo e ai propri fratelli, raccogliendo il sostegno dell’Onu. Ci pare urgente che l’Occidente ritrovi un forte senso della comune identità cristiana, anche attraverso un’azione di governo corale a livello internazionale già a partire del prossimo G8 di Camp David.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Siamo convinti che, in continuità con l’attenzione dimostrata su questo fronte dal precedente governo, tocchi all’attuale esecutivo italiano - anche alla luce dell’esistenza entro i confini naturali dell’Italia di Santa Romana Chiesa e del forte senso di adesione degli italiani ai valori cristiani - farsi portatore di un’iniziativa di politica estera che declini una strategia d’ampio respiro diplomatico, presso tutti i governi del mondo, soprattutto quelli dei paesi a maggioranza musulmana, laddove più frequentemente si manifesta l’arbitraria violenza anti-cristiana.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Crediamo infine che il valore della reciprocità in materia di trattamento delle minoranze religiose sia cemento indispensabile nelle relazioni tra le genti e i governi, soprattutto in un mondo destinato a essere sempre più interdipendente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’Occidente cristiano dà prova ogni giorno d’accettare la sfida politica del rispetto interreligioso nelle proprie società e nelle proprie terre. Lo fa talvolta anche pagando il costo di mutare in profondità e in poco tempo identità nazionali e religiose nate da esperienze storiche plurimillenarie. E’ giunto il tempo che il resto del mondo faccia la sua parte. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Chiunque voglia aderire a questo appello può lasciare un commento d'adesione a questo articolo o mandarci un'email a redazione@loccidentale.it indicando Nome, Cognome e Città. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non esitate a far circolare questo appello su blog, social network, mailing list varie per ottenere il sostegno dei vostri parenti, amici e conoscenti. Ogni adesione in più può significare molto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Grazie per il vostro sostegno. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Redazione de l'Occidentale&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Primi firmatari:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anna Bono&lt;br /&gt;
Margherita Boniver&lt;br /&gt;
Lamberto Dini&lt;br /&gt;
Franco Frattini&lt;br /&gt;
Giancarlo Loquenzi&lt;br /&gt;
Alfredo Mantovano&lt;br /&gt;
Fiamma Nirenstein &lt;br /&gt;
Gaetano Quagliariello&lt;br /&gt;
Eugenia Roccella &lt;br /&gt;
Maurizio Sacconi &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Hanno aderito inoltre: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mariarosa Abbiati, Milano&lt;br /&gt;
Gian Paolo Babini, Lugo (Ra)&lt;br /&gt;
Maurizio Brunetti, Roma&lt;br /&gt;
Bruno Dore, Torino&lt;br /&gt;
Alfredo Errico&lt;br /&gt;
Celestina Lui&lt;br /&gt;
Marco Marcelli&lt;br /&gt;
Bartolomeo Pellegrino, Cuneo&lt;br /&gt;
Fernando Sannazzaro&lt;br /&gt;
Ritvan Shehi, Roma&lt;br /&gt;
Giovanni Stefanelli, Reggio Emilia&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-2587057285813358240?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
Difficile, difficilissimo immaginare un Hague a Roma. Nel ’49 Alcide De Gasperi aveva detto qualcosa di simile all’Italia malconcia del Dopoguerra, quella del Neorealismo, piena di energia ma non ancora giunta sulla via del boom: se non c’è lavoro “imparate una lingua e andate all’estero”, ma il concetto, che si scontrava con il solidarismo tipico dell’impostazione ideologica di area Pci, finì al tappeto, tra le idee furiosamente impopolari che periodicamente si affacciano. Lavorare sodo, coltivare lo spirito avventuriero del “più rischio più guadagno”: la linea immaginaria De Gasperi-Hague non è conciliabile con la lamentela declinata con tono da mortorio ineluttabile, col bestiario cupo dei nostri giorni, e rischia la scomunica riservata alle battute di Mario Monti, caduto improvvisamente negli inferi della generale riprovazione, di sinistra come di destra, per aver detto “che noia il posto fisso”, per giunta in tempi di crisi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E però qualcuno accoglie le parole del ministro degli Esteri inglese con un “finalmente”. Angelo Panebianco, politologo ed editorialista del Corriere della Sera, “sottoscrive” tutto quello che ha detto Hague, ancora memore della volta in cui, a una trasmissione televisiva, si trovò a dibattere “con un ospite scandalizzato anche soltanto al pensiero di un giovane che si sposta da sud a nord, figurarsi dall’Italia all’estero”. “L’idea prevalente è che tutti debbano restare nel bozzolo, protetti non si sa da che cosa”, dice Panebianco. “E non importa far notare che magari a spostarsi sono i più svegli, gente che prima o poi tornerà e porterà idee nuove e ricchezza nuova. Niente: un ragazzo che va dove ci sono maggiori opportunità è quasi inconcepibile. Si rimane bloccati in una rete di protezione familiare che è contemporaneamente rete di servizi non visibili resi alla famiglia stessa. C’è una sorta di ideologia nazionale contraria alla mobilità geografica in un paese dove la situazione di bassa crescita, protraendosi per lungo tempo, ha fatto sì che si consolidassero fortissimi interessi al mantenimento dello status quo. E non importa se questo significa resistere alla crescita”. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dall’area “Noise from Amerika”, collettivo di economisti italiani giunti oltreoceano come “cervelli in fuga”, dove pure il professor Sandro Brusco dice “non mi piacciono le prediche morali, prima le riforme”, giunge un “sì senza dubbio” allo “stop ai lamenti e lavorate” pronunciato da Hague: “Ha ragione da vendere”, dice Michele Boldrin, docente alla Washington University in Saint Louis, “si cresce solo producendo di più e produrre di più richiede che si lavori di più e meglio, la domanda viene da lì”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi c’è chi l’aereo l’ha già preso, come il ventinovenne calabrese Emiliano Ferragina, ricercatore ad Oxford, convinto che in Italia “la generazione dei venti-trentenni non sia ancora entrata nell’ottica giusta: molti sono ancora convinti che vivranno e lavoreranno nelle condizioni usate – e sfruttate – dai propri genitori. Noi abbiamo avuto un’ottima adolescenza pagata da genitori che hanno avuto un’ottima età lavorativa, ma dobbiamo capire che ora è diverso, e che un’età lavorativa più tribolata, meno sicura, non significa necessariamente un dramma. Scontiamo una cultura poco dinamica, ma è vero anche che cerchiamo lavoro in un quadro vecchio, con un sistema educativo inadeguato ai tempi. Risultato: molti giovani si sono incartati, ma non serve, ora, piangersi addosso”. “Rimboccarsi le maniche”, dice il giovane direttore dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi, “e rendersi conto che impegnadosi a raggiungere qualcosa magari lo si raggiunge è concetto che fa fatica ad affermarsi in una società che da vent’anni è stata assillata dall’idea del ‘prendersi la vita più comoda’, del non dare troppa importanza ai soldi. Ora però ci si accorge che la decrescita non è un fenomeno felice”. La visuale è un’altra, dice Mingardi, si comincia ad avvicinarsi alla constatazione che “gli uomini fanno quel che fanno perché gli manca qualcosa. Tuttavia in Italia, per un uomo politico che viene vissuto come persona ‘sottratta alla tempesta del mercato’, è difficile parlare come Hague senza incontrare resistenza”. Per esempio le parole del ministro degli Esteri inglese non piacciono a Lucia Annunziata: “Prima si trovino i soldi per far ripartire l’Europa, il problema non è lo stile di vita”, dice respingendo le esortazioni di Hague con un “no, grazie, è solo retorica speculare a quella sui bamboccioni e sui fannulloni, e lo dico non per difesa dei giovani. Mi verrebbe da dire: ora sono i politici che devono andare e fare, invece di scaricare il barile sul lifestyle”. Dal think tank Italia Futura, invece, lo storico Andrea Romano, convinto che “il jet vada preso, sì, ma tra i 18 ei 24 anni, sapendo di avere la possibilità di tornare indietro”, invita a riflettere sul fatto che “in questo decennio depressivo, permeato di pessimismo rinunciatario così diverso dall’ottimismo un po’ ideologico degli anni Ottanta e Novanta” si siano diffuse “ricette difensivistiche da clima declinista, come se fossimo condannati a crescere poco, come se il declino fosse una condizione strutturale, come se la crescita fosse negativa di per sé, come se si fossero irrimediabilmente ridimensionate le nostre aspettative”. &lt;br /&gt;
William Hague può suonare cinico, di sicuro non è iperprotettivo (ma anche l’iperprotezione può uccidere).&lt;br /&gt;
© - FOGLIO QUOTIDIANO&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-2657743570637997809?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/-2DsIfuX1crqAGCy5J8gg_nbHNY/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/-2DsIfuX1crqAGCy5J8gg_nbHNY/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/-2DsIfuX1crqAGCy5J8gg_nbHNY/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/-2DsIfuX1crqAGCy5J8gg_nbHNY/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/QIXujlEutQU" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/QIXujlEutQU/vorrei.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>5</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/05/vorrei.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-8773876367490947952</guid><pubDate>Fri, 11 May 2012 15:41:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-11T17:41:38.880+02:00</atom:updated><title>Gambizzato e isolato.  Davide Giacalone</title><description>Più passano le ore, e oramai i giorni, più fa impressione il vuoto istituzionale, politico e culturale creatosi attorno a Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, gambizzato lunedì mattina. Sembra che il delinquente sia la vittima, o, quanto meno, che una volta prese adeguate informazioni queste suggeriscano l’opportunità di non esporsi. Eppure, nel gennaio scorso, quando due cittadini cinesi, Zhou Zenge e la figlia Joy, furono ammazzati, a Roma, il presidente della Repubblica si precipitò in ospedale per visitare la moglie e madre delle vittime, portare la solidarietà degli italiani e assicurare che le autorità competenti avrebbero fatto di tutto per assicurare alla giustizia i colpevoli. Lo fece sebbene il commerciante cinese fosse stato rapinato di una notevole somma di denaro, frutto della raccolta che faceva quotidianamente, presso i colleghi, i quali non versavano i guadagni in banca, ma a lui. Quindi non è che fosse poi tutto così limpido, ma ciò non toglie che era stato ammazzato e che il presidente volle testimoniare l’assenza, in Italia, di odiosa xenofobia. Giustissimo, bravo. Ora, però, non vorrei si fosse razzisti contro gli italiani.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al Quirinale s’è celebrata anche la giornata dedicata alle vittime del terrorismo, ma a nessuno è venuto in mente che ce n’è una ancora con la gamba fracassata da una pallottola, sicché, forse, si poteva celebrarla a Genova, quella giornata o, comunque, dire da Roma che ci si sentiva tutti gambizzati. Una parola, un gesto, un pensiero. Nulla.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Napolitano sta alla larga, ma in quell’ospedale non si sono visti membri del governo o capi partito. Nessuno. E siccome tutto questo è pazzesco, abbiamo il dovere di chiedercene il perché. Dato che le risposte possono essere diverse, ma nessuna bella, desidero prima di tutto manifestare la mia personale solidarietà a chi è stato vilmente colpito, esprimendo anche la speranza che sia arrestato non solo il gruppo di fuoco, ma tutta intera l’organizzazione di cui fa parte, che siano condannati e che nessuno li scarceri perché magari si diranno pentiti, come spero che esista, da qualche parte, un’intercettazione telefonica dedicata alla prevenzione del terrorismo, oltre alle quintalate impiegate per scandagliare il pericolosissimo meretricio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E veniamo agli errori di Adinolfi. Primo: si è fatto sparare da gente che suscita gli entusiasmi sbagliati. Avesse avuto cura di farsi gambizzare da quelli che prendono gli applausi fra le svastiche e le croci celtiche, oggi potrebbe contare su una corale solidarietà, invece l’ambientino che festeggia è quello del terrorismo comunista che, come si sa, non può e non deve esistere, e se si firma in quel modo vuol dire che è “sedicente”, o frutto delle macchinazione dei “servizi deviati”. Non so chi abbia sparato, ma so che la rete frizza di comunisti assassini e compagni d’assassini, che parteggiano per gli sparatori. Indagando seriamente si potrebbe individuarli e arrestarli tutti. Secondo errore: lavorare per Finmeccanica. Non sta bene, il nome di quell’azienda deve essere accoppiato a due concetti: armi e tangenti. E che vuole, la solidarietà? Terzo errore, aggravante del secondo: per giunta dirige un’azienda impegnata nel nucleare. Che sarebbe la dimostrazione della nostra eccellenza tecnologica, nonostante il masochismo che ci tiene fuori dal nucleare civile, ma, invece, lascia lo spazio a sospetti: lavora quasi solo all’estero, si muove nei paesi dell’est, ha commesse milionarie, chissà che ha combinato. Insomma, non si arriva a dire che hanno fatto bene a sparargli, ma ci manca un pelo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli uomini dello Stato italiano, conoscendo bene sé stessi, si vergognano dello Stato italiano, e delle sue aziende. Quindi corrono a solidarizzare con le vittime cinesi, ma risparmiano sul telegramma ad un italiano, sospettando che, un giorno, potrebbe essere loro rimproverato. Come quando non si seppe vedere il sorgere del terrorismo, negli anni settanta del secolo scorso. Sono fatti di pasta tremula, che s’irrigidisce solo nell’arroganza di voler conservare il posto. Sul Colle più alto si regolino come credono, ma avrei un consiglio per il trio schiaffeggiato nelle urne, Alfano, Bersani e Casini: partano da Roma in ginocchio e si rechino a Genova, chiedendo scusa per il ritardo. Lo facciano per rispetto di sé stessi. Se poi si dimostrerà che il colpevole è lo sparato, anziché lo sparatore, si ricordino che in quelle aziende le nomine le fa la politica, cioè loro.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-8773876367490947952?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/feQpKX8NZD0PU_dmfIrC4FM1QvY/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/feQpKX8NZD0PU_dmfIrC4FM1QvY/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/feQpKX8NZD0PU_dmfIrC4FM1QvY/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/feQpKX8NZD0PU_dmfIrC4FM1QvY/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/GypHRN2GLPo" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/GypHRN2GLPo/gambizzato-e-isolato-davide-giacalone.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/05/gambizzato-e-isolato-davide-giacalone.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-4896280864044166722</guid><pubDate>Thu, 10 May 2012 14:48:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-10T16:48:55.148+02:00</atom:updated><title>Per la sinistra c'è Première dame e Première dame...</title><description>Guai (seri) a chi tocca Valérie. Non ha ancora messo ufficialmente piede all’Eliseo ma la nuova Première dame di Francia già punisce chi osa “offende” il suo ruolo. La prima vittima della signora Trierweiler in Hollande è stato il giornalista sportivo della stazione radiofonica RTL, Pierre Salviac, che all'indomani della vittoria elettorale del suo compagno François ha ‘cinguettato’ qualcosa che ha dato tremendamente fastidio alle orecchie di Valérie: “A tutte le mie colleghe dico: ‘fate sesso utile, avrete una chance di ritrovarvi première dame di Francia’”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un tweet che per essere stato considerato sessista e volgare è costato addirittura la carriera al cronista. Il post condannato senza riserve dalla rete ha scatenato le ire della direzione dell'emittente radiofonica che prima ha emesso un comunicato in cui si condannano “senza alcuna riserva” le parole “intollerabili e totalmente inaccettabili” del giornalista e poi ha annunciato l'interruzione del rapporto di collaborazione. E non sono bastate le scuse di Salviac per quel cinguettio un po’ infelice. La blogosfera lo ha messo al rogo senza ripensamenti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quella stessa blogosfera che fino a due giorni fa non si è fatta problemi a sbeffeggiare anche con toni non troppo sobri chi ha preceduto Valérie, Carla Bruni, coprendola di sfottò e battutine d’ogni genere. Come volevasi dimostrare, l’opinione pubblica in soli due giorni di distanza ha dimostrato riguardo alle due signore di usare due pesi e due misure. E per un solo tweet! Della serie, perché una Première dame di sinistra non è uguale a una Première dame di destra…(l'Occidentale)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-4896280864044166722?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/u3Xj6x4965nee7RJbgXPB8nMYn0/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/u3Xj6x4965nee7RJbgXPB8nMYn0/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/u3Xj6x4965nee7RJbgXPB8nMYn0/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/u3Xj6x4965nee7RJbgXPB8nMYn0/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/79FB_NjHVzg" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/79FB_NjHVzg/per-la-sinistra-ce-premiere-dame-e.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>2</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/05/per-la-sinistra-ce-premiere-dame-e.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-360152375558777875</guid><pubDate>Thu, 10 May 2012 14:41:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-10T16:41:57.447+02:00</atom:updated><title>Campane.  Jena</title><description>Fossi un leader politico rifletterei su queste parole citate da Hemingway: «Non chiedere mai per chi suona la campana. Essa suona per te». (la Stampa)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-360152375558777875?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/ILGoRQxY766mfiAfovoxBPjKsVw/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/ILGoRQxY766mfiAfovoxBPjKsVw/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/ILGoRQxY766mfiAfovoxBPjKsVw/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/ILGoRQxY766mfiAfovoxBPjKsVw/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/xnjBEgStKls" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/xnjBEgStKls/campane-jena.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>32</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/05/campane-jena.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-2060648587876340048</guid><pubDate>Wed, 09 May 2012 14:52:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-09T18:39:49.369+02:00</atom:updated><title>Movimento 5 stelle</title><description>&lt;br /&gt;
Significato delle 5 stelle:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
1)Energia pulita&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
2)Acqua pubblica&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
3)Internet libero&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
4)Rifiuti zero e riciclaggio spinto&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
5)Piste ciclabili&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a href="http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Programma-Movimento-5-Stelle.pdf"&gt;http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Programma-Movimento-5-Stelle.pdf&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-2060648587876340048?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/HQ73sHxmLBzVuJdBJOFIv-9HQQM/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/HQ73sHxmLBzVuJdBJOFIv-9HQQM/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/1gEgmGBhAe4" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/1gEgmGBhAe4/movimento-5-stelle.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>3</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/05/movimento-5-stelle.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-708887873486566371</guid><pubDate>Wed, 09 May 2012 14:13:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-09T16:13:47.585+02:00</atom:updated><title>Da Hollande all'Ue.  Davide Giacalone</title><description>Chi pensa la Francia sia andata a sinistra ha perso l’orientamento. Chi pensa sia ora aperta la via per il ritorno alla spesa pubblica allegra ha perso anche tutto il resto. La costante elettorale europea, in questa stagione, è una sola: chi governa perde le elezioni. E le perde non solo a causa della crisi, ma perché dimostra di non sapere come uscirne. Vale per ogni dove, Germania compresa (la signora Merkel perde le elezioni amministrative una appresso all’altra, mentre i suoi alleati, liberali, sono evaporati). Gli elettori europei hanno voglia di punire chi li governa, e se potessero votare sull’Europa e sull’euro farebbero sentire la loro rabbia. I francesi, poi, non hanno affatto smesso di votare: al primo turno presidenziale la maggioranza era di destra; al secondo hanno mandato a casa Sarkozy; a giugno voteranno per il Parlamento, facendoci entrare trionfalmente la pattuglia della Le Pen. Alla faccia della svolta a sinistra. Il risultato finale potrebbe essere la coabitazione, fra un presidente socialista e una maggioranza parlamentare diversa. Verso la stessa sorte viaggiano i tedeschi. In Gran Bretagna già c’è un governo di coalizione (cosa rarissima, da quelle parti). Quella è la formula prevalente, resta da stabilirsi la cosa più interessante: per fare cosa?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vittoria di François Hollande è un bene, ma solo perché è la sconfitta del predecessore e del suo avere incarnato l’arroganza cieca dell’Europa parametrale, asservendosi al governo tedesco. Il programma di Hollande è un’illusione, consistente nel credere che si possa viaggiare a ritroso nel tempo, riconquistando il passato. E’ l’eterno equivoco che ottenebra la sinistra, non appena s’abbandona ai propri incubi: credere che la ricchezza si possa prenderla ad altri, anziché produrla. Resto dell’opinione qui argomentata: facendo vincere Hollande i francesi hanno fatto un piacere a noi e all’Europa, meno a sé stessi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il problema vero, adesso, non è stabilire come reagiscono i mercati, perché lì siamo, oramai, nel campo della superstizione. La relazione fra le cose che accadono realmente e i drizzoni di borse e valute è in gran parte immaginifica, sicché fanno ridere tanti titoli di giornali. Fin qui l’unica cosa che ha somministrato bromuro agli speculatori è stata la decisione della Bce di dare liquidità alle banche, affinché la riversassero nei debiti pubblici. Il sintomatico ha funzionato, ma scemano gli effetti. Occorre dedicarsi alla sostanza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così vedo le cose: a. per far funzionare l’Europa parametrale c’è solo la ricetta tedesca, difatti ci siamo dotati di un governo presieduto da chi si definisce “il più tedesco degli economisti italiani” e ci siamo dedicati ai “compiti a casa”, tale ricetta ha un difettuccio, dato che porta gli elettori europei a desiderare la fine dell’Unione e dell’euro, né si può sostenere abbiano torto, perché gli effetti recessivi di tale ricetta sono evidenti; b. pensare di mollarla per adottare eurobond e altri strumenti destinati a stare nel solco delle scelte Bce significa non avere capito un accidente di come la crisi è nata e ci ha sventrati; c. la vera strada alternativa consiste nel rimediare all’errore originario, vale a dire aver fatto nascere l’euro prima dell’Europa, il che vuol dire maggiore integrazione istituzionale, maggiore omogeneità politica (elettori europei che votano per l’Europa), maggiore devoluzione dagli stati nazionali alle istituzioni federali. La classe dirigente europea dimostrerà d’esistere quando si cimenterà con questo problema, altrimenti ci sarà un portentoso rinculo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Francesi, tedeschi, spagnoli, greci, italiani e tutti noi europei votiamo in dialetto. Usando il vernacolo vediamo crescere contradaioli assatanati, che schiumano rabbia in lotte di quartiere. Intanto il mondo viaggia su rotte globali, assistendo esterrefatto e divertito (fregandosi le mani) a quei quattro pirla viziati d’europei che sono fra i più ricchi e potenti al mondo, ma non contano nulla, si fanno la guerra fra di loro (in Libia la si è fatta con le armi, mica a chiacchiere, e anche per questo è una gioia vedere Sarkozy imboccare l’uscita), nel mentre i loro cittadini non sanno più chi far vincere pur di far perdere chi governa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Qui non tira vento di sinistra, né di destra. Qui si deve cambiare aria e riprendere a pensare con la mente rivolta al futuro, senza la paura di mollare la gran parte di quel welfare state che nei miti collettivi sarebbe lo stato capace di favorire il benessere, ma nei conti effettivi è lo stato che brucia ricchezza producendo tassazione &amp;amp; lottizzazione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-708887873486566371?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/_wTNi80Wq3wAtjFrKMqR_Zz0gdI/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/_wTNi80Wq3wAtjFrKMqR_Zz0gdI/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/_wTNi80Wq3wAtjFrKMqR_Zz0gdI/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/_wTNi80Wq3wAtjFrKMqR_Zz0gdI/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/94ayrVVnhj4" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/94ayrVVnhj4/da-hollande-allue-davide-giacalone.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>2</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/05/da-hollande-allue-davide-giacalone.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-1683428836618038492</guid><pubDate>Fri, 04 May 2012 13:32:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-04T15:33:27.515+02:00</atom:updated><title>La missione di Bondi.  Davide Giacalone</title><description>La sorte del governo, quindi anche di questa anomala stagione istituzionale, è nelle mani di Enrico Bondi. Il commissario con cui il governo commissariale ha deciso di commissariarsi. La scommessa è quella di effettuare tagli della spesa pubblica in tempi e misura tali da potere evitare, il prossimo settembre, di far crescere di altri due punti l’iva, bastevoli per aggravare la recessione e far salire esponenzialmente la pressione sociale. Temo che tale scommessa sarà fallita, ma credo anche che sarebbe meglio fosse vinta. Quindi va preso sul serio, il lavoro assegnato a Bondi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I trascorsi professionali di Bondi sono eccellenti, ma incongruenti: lo Stato non è un’azienda e la spesa pubblica non ha nulla a che vedere con il bilancio societario. La continuità che si chiede a Bondi, quindi, consiste non tanto nell’esperienza già fatta, ma nell’autonomia e non condizionabilità già dimostrate. Sono sicuro che tali qualità resisteranno alla prova, lo sono meno che portino al risultato auspicato. Ma lo spero. Teniamo i piedi per terra e cerchiamo di capire cosa e come si può fare, valutandone anche le conseguenze politiche.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La spesa pubblica ammonta (dati 2011) a 820 miliardi. 87 se ne vanno per pagare gli interessi sul debito pubblico. Tale cifra è destinata a crescere, sia perché il debito non si comprime, sia perché i mercati continuano a penalizzarci e la camicia di forza di un euro non governato c’impedisce la difesa, quindi paghiamo tassi d’interesse alti. Per tagliare questa spesa c’è un solo modo: abbattere il debito pubblico. Farlo aumentando la pressione fiscale è suicida, ma anche inutile. La fiscalità forsennata fa scendere produzione e consumi, deprime il prodotto interno lordo e, quindi, fa crescere il peso percentuale del debito. La via sana è quella di vendere il patrimonio pubblico non adeguatamente valorizzato e non essenziale. E’ enorme, il che ci permetterebbe non solo di sdebitarci, rientrando nella media europea, ma di accumulare risorse per investimenti pubblici in infrastrutture, con il doppio beneficio di modernizzare il Paese e far crescere il pil. Fin qui non s’è visto nulla, sicché restiamo in pochi a parlarne.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tolti gli oneri del debito, meno della metà della spesa rimanente se ne va in pensioni e sussidi ai bisognosi. Si può pensare di togliere qualche sussidio mal indirizzato, si può cancellare qualche invalidità inesistente, si può fare pulizia (che è un bene), ma gran risparmi non se ne fanno. Resta l’altra parte, più della metà, all’incirca il 24% del pil, che è composto da spese fisse: stipendi e acquisti. Posto che la spesa per investimenti è ridotta al lumicino, dato che quando i governi devono tagliare non fanno che accanirsi su quella voce (oramai sono rimasti 36 miliardi), il grosso del lavoro si deve fare sui costi fissi. E qui sono dolori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da tempo vado sostenendo che si devono cambiare regole del gioco, lasciando al mercato il compito d’amministrare convenientemente anche risorse dirette a scuola, sanità, giustizia, ecc.. Temi sui quali torneremo, perché da lì, dal bisogno di far dimagrire il ciccione statale, anche ridiscutendo il welfare, non si scappa. Ma restando nello schema attuale, né è credibile che Bondi possa cambiarlo da qui a settembre (gli hanno dato poteri commissariali, mica imperiali e globali), tagliare significa mettere lì le mani. Tenuto presente che le due componenti si reggono a vicenda: più hai dipendenti, più paghi in stipendi, più paghi in strutture e acquisti con i quali occuparli. E’ il mostro statale: più è grosso, più ti costa, più accrescere funzioni, soffocando quelli che producono ricchezza, siano essi imprenditori o lavoratori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Pdl non è stato capace di tagliare questa spesa, riformando la macchina statale. E’ una responsabilità politica, per niente attenuata dall’avere avuto in seno componenti schiettamente stataliste o scioccamente federaliste. Però, almeno, quella parte politica si diceva teoricamente favorevole a un simile indirizzo. Il Pd, invece, non solo non è mai stato favorevole, ma quando un suo esponente, Nicola Rossi, si spinse a ragionare di questi temi lo misero alla porta. Ora, voi volete dirmi che, da qui a settembre, il Pd è pronto a favorire una politica di tagli nel settore stipendi e acquisti, così invertendo la propria posizione e dando torto ai sindacati, in primis alla Cgil? Non è che non mi piacciano i miracoli, è che faccio fatica a crederci.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutto ciò senza dimenticare che i tagli devono servire a diminuire la pressione fiscale, altrimenti il loro effetto è recessivo. Meno delle tasse, ma comunque recessivo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-1683428836618038492?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/o7dNzoXLRuUprCXmslA8pBupuVk/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/o7dNzoXLRuUprCXmslA8pBupuVk/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/o7dNzoXLRuUprCXmslA8pBupuVk/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/o7dNzoXLRuUprCXmslA8pBupuVk/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/Otdeq396V14" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/Otdeq396V14/la-missione-di-bondi-davide-giacalone.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>15</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/05/la-missione-di-bondi-davide-giacalone.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-1656018848379121761</guid><pubDate>Wed, 02 May 2012 17:15:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-02T19:17:23.798+02:00</atom:updated><title>Il pareggio di bilancio? Frena la crescita.  Antonio Martino</title><description>Il 16 marzo 1876 Marco Minghetti annunziò trionfante il raggiungimento dell'obiettivo perseguito con tenacia per anni: il pareggio del bilancio pubblico. Gli uomini della Destra storica consideravano quell'obiettivo condizione ineliminabile di correttezza nella gestione della cosa pubblica: come le famiglie e le imprese, anche lo stato non doveva fare il passo più lungo della gamba, spendere soldi che non aveva, indebitandosi. Erano perfettamente consapevoli del fatto che tale politica era contraria al loro interesse di parte (la "tassa sul macinato" era molto impopolare) ma ciononostante la proseguirono perché credevano che realizzasse l'interesse nazionale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 18 marzo la "rivoluzione parlamentare" fece cadere il governo e, dalle successive elezioni, la Destra storica scomparve. E' stata la classe politica di gran lunga migliore che l'Italia unita abbia avuto e il suo suicidio politico a occhi aperti lo conferma. Il 24 ottobre 1946, alle ore 17, si riunì la Sottocommissione all'Assemblea costituente. La riunione fu molto breve il che può essere spiegato in un solo modo: erano tutti d'accordo sul significato di quello che stavano facendo, specie per l'ultimo comma dell'articolo 81 che, come voi sapete, recita «ogni altra legge che imponga nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte». A quella riunione partecipavano due personaggi fra loro molto diversi, uno piemontese e l'altro lombardo, uno liberale e l'altro democristiano, uno liberista e l'altro fautore della programmazione, ma che avevano in comune la stessa tradizione culturale incorporata negli studi italiani di scienza delle finanze e che concordavano assolutamente su questo punto. I due personaggi si chiamavano Luigi Einaudi ed Ezio Vanoni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Luigi Einaudi in quella riunione disse che l'ultimo comma dell'articolo 81 costituisce «il baluardo rigoroso ed efficace voluto dal legislatore allo scopo d'impedire che si facciano nuove o maggiori spese alla leggera senza avere prima provveduto alle relative entrate». Questa tesi fu appoggiata dall'onorevole Ezio Vanoni, il quale precisò che «la norma è una garanzia della tendenza al pareggio del bilancio e che è opportuno che, anche dal punto di vista giuridico, il principio sia presente sempre alla mente di coloro che propongono spese nuove». «Il governo deve avere la preoccupazione che il bilancio sia in pareggio e la stessa esigenza non può essere trascurata da una qualsiasi forza che si agiti nel paese e che avanzi proposte che comportino maggiori oneri finanziari». Come noto, a partire dai primi anni Sessanta quella regola venne abbandonata: il governatore della Banca d'Italia la definì (1963) «principio arcaico», un famigerato giurista di sinistra ha costruito la sua formidabile carriera sostenendo in un ponderoso volume che l'articolo 81 non poteva imporre il pareggio del bilancio… perché ciò sarebbe stato contrario alla teoria keynesiana! Il risultato fu che quella regola fu ignorata finché non è stata riscoperta per "salvare" l'Europa (sic).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In realtà il principio del pareggio è regola sacrosanta quando le pubbliche spese non superano il 10% del reddito nazionale (come al tempo di Minghetti) o si aggirano sul 30% (come all'epoca di Einaudi e Vanoni) ma, quando il rapporto della spesa pubblica sul reddito nazionale supera il 52% come adesso, il perseguimento del pareggio realizzato tentando di fare aumentare le entrate è semplicemente demenziale e ha conseguenze potenzialmente disastrose. A questi livelli di spesa la forma di finanziamento - imposte o indebitamento - è del tutto irrilevante: si tratta di un livello insostenibile e incompatibile con lo sviluppo e l'occupazione. Pareggiare il bilancio significa pretendere di prelevare con i tributi il 52% del reddito al contribuente medio; quanto dovrebbero sborsare coloro che hanno redditi superiori alla media, il 60 o 70 per cento, e le imprese il 90 o più percento? Solo un folle può credere che la crescita sia possibile in queste condizioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'Italia non era a rischio di default: è il paese più solido della zona dell'euro; il governo "tecnico" non l'ha salvata da un bel niente, non ha "messo in sicurezza i conti", né tanto meno creato le condizioni della crescita. Si è limitato a piegarsi supinamente di fronte all'idiotismo del diktat tedesco sintetizzato nello sciagurato fiscal compact, impegnando di pareggiare il bilancio entro il 2013 (ora slittato al 2014), dimostrando che l'economia non è pane per i denti di tecnici arroganti e ignoranti. Come avrebbe detto il maestro di Milton Friedman (Frank Knight): "Il guaio non è che sanno così poco di economia, il vero guaio è che sanno tante cose sbagliate"! (Notapolitica)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-1656018848379121761?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/D2mkcYuiJB74EPr_SKlASHN9n-A/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/D2mkcYuiJB74EPr_SKlASHN9n-A/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/D2mkcYuiJB74EPr_SKlASHN9n-A/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/D2mkcYuiJB74EPr_SKlASHN9n-A/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/SBt2x7y8VqM" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/SBt2x7y8VqM/il-pareggio-di-bilancio-frena-la.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>15</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/05/il-pareggio-di-bilancio-frena-la.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-6245418817605297651</guid><pubDate>Wed, 02 May 2012 16:48:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-05-02T18:50:35.352+02:00</atom:updated><title>Gli errori della lotta all'evasione.    Gianni Pardo</title><description>La lotta all’evasione fiscale viene vista da molti come uno dei rimedi ai problemi finanziari del Paese. Il ragionamento è semplice: ammesso che ci sia un’evasione del trenta per cento, se lo Stato fosse in grado di scovare i cattivi contribuenti e di costringerli a pagare il dovuto, il gettito fiscale aumenterebbe del trenta per cento, con grande sollievo delle finanze pubbliche. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sembra ovvio e non è. Dalla indubbia plausibilità morale ed istituzionale di queste iniziative non deriva necessariamente la loro opportunità economica. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il punto di vista morale è semplice. Dei servizi dello Stato beneficiamo tutti e questi servizi sono pagati con le tasse e le imposte: dunque chi ne approfitta ma poi non paga la sua parte somiglia a qualcuno che va al ristorante con gli amici ma al momento di pagare si rifiuta di contribuire. E questa è cosa eticamente ed economicamente inammissibile. Gli evasori, come ha ripetuto uno spot televisivo del Ministero, sono simili ai parassiti delle piante e degli animali. Costringerli a fare il loro dovere è cosa giustissima.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa attività di repressione non dovrebbe però tendere a ricuperare gettito per l’erario: infatti l’aumento di tale gettito non sempre è una cosa positiva. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo concetto è meglio chiarito con un esempio. Immaginiamo che il gettito fiscale dello Stato sia del quarantacinque per cento del prodotto interno lordo e che l’evasione sia al 30%. Se si eliminasse in un solo colpo l’evasione, il gettito aumenterebbe di quel 30% e la pressione fiscale andrebbe all’incirca al 58,5%. Trionfo? No: disastro. Infatti una pressione del 58,5% strangolerebbe il Paese.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il ragionamento può essere ulteriormente semplificato così. Si immagini un Paese con una pressione fiscale del 50% e una evasione fiscale del 50%. Qui, se tutti pagassero il dovuto, il gettito raddoppierebbe e si arriverebbe ad una pressione fiscale del 100%: cioè lo Stato sequestrerebbe tutta la ricchezza prodotta e non si capisce di che cosa vivrebbero i cittadini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Chi vuole avere la lana deve tosare la pecora, non ammazzarla. La pressione tributaria non può andare oltre un certo limite, sia perché sarebbe una rapina nei confronti dei cittadini, sia perché, se si esagera con tasse e imposte, l’economia langue e il gettito fiscale diminuisce invece di aumentare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
C’è un detto, giustissimo, che si ripete spesso: “Se tutti pagassimo le tasse tutti ne pagheremmo meno”. O almeno, sarebbe giustissimo se lo Stato, una volta che avesse successo nella lotta all’evasione fiscale, poi si ricordasse della seconda parte del detto. Se invece con quella lotta vuole far cassa sbaglia obiettivo e può danneggiare la nazione. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anche qui soccorre un esempio elementare. Immaginiamo che ci siano settanta imprenditori che pagano il dovuto, poniamo dieci a testa, e trenta imprenditori che evadono tasse e imposte e non pagano niente. Lo Stato incassa settanta. Poi con la lotta all’evasione identifica i trenta infedeli, li costringe a pagare ma quelli, che erano marginali, falliscono, non pagano niente e mettono sul lastrico i loro impiegati e i loro salariati. Se invece lo Stato identificasse i trenta evasori e li costringesse a pagare sette a testa, e sette a testa pagassero anche i contribuenti fedeli, lo Stato incasserebbe gli stessi settanta dell’inizio: la pressione fiscale non aumenterebbe e ci sarebbe un rilancio dell’economia. I trenta imprenditori meno efficienti riuscirebbero infatti a sopravvivere, i settanta più efficienti, versando meno allo Stato, potrebbero investire di più, potrebbero modernizzare le loro aziende ed essere più competitivi in campo internazionale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La lotta all’evasione deve avere come scopo l’equa suddivisione del carico fiscale, non il suo aumento. Fra l’altro un abbassamento della pressione fiscale disincentiva la tentazione dell’evasione e può far aumentare il gettito. I cittadini che con entusiasmo vindice sono felici di vedere colpiti gli evasori hanno sentimenti condivisibili dal punto di vista morale ma non condivisibili dal punto di vista economico. Lo Stato dovrebbe mettersi a dieta e frenare la sua ingordigia. Non dovrebbe avere più soldi, ne succhia già abbastanza. Dovrebbe divenire più bravo nell’esazione per riscuotere da tutti, ma meno da ognuno. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È stato ripetutamente mostrato uno spot televisivo che denuncia gli evasori fiscali come parassiti della società, in quanto consumano beni e servizi che non hanno contribuito a finanziare. L’immagine è corretta. Ma non si dovrebbe dimenticare che anche la pubblica amministrazione vive della ricchezza che i cittadini producono. La lezione sui parassiti va fatta sia agli evasori fiscali sia allo stesso Stato, che ogni tanto farebbe bene a guardarsi allo specchio. (il Legno storto)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-6245418817605297651?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
L’Italia ha un sistema produttivo forte, capace di sopravvivere tenacemente alla guerra mossagli da un sistema pubblico, statale e territoriale, demenziale e distruttore di ricchezza. Nel mentre si piange il lutto della grande crisi ci sono aziende che portano a casa risultati esaltanti e la nostra capacità d’esportare cresce, nonostante una valuta sopravvalutata e non governata. Siamo degli strafichi, destinatari di ammirazione quando ci muoviamo per il mondo. Poi, però, torniamo a casa e troviamo una rappresentazione straziante della vita pubblica, ciascuno impegnato a spiegare quanto facciamo schifo. Abbiamo imprenditori che trottano per il globo cercando di vendere eccellenze, seguiti a ruota da governanti che ripassano negli stessi posti cercando di vendere insuccessi e debiti. Basterebbe dare una mano ai primi per avere meno miseria da piazzare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il fatto realmente drammatico è che l’Italia che lavora è produce è finita in minoranza, laddove il potere è nelle mani di burocrazie voraci e improduttive, che s’impancano anche a giudici morali di quelli che le mantengono. Spezzate questo maleficio e l’Italia schizza in alto. Ecco perché mi fa paura un governo che cerca quattro miliardi: è inutile, si deve puntare a quattrocento di dismissioni, per abbattere il debito pubblico, e quaranta di tagli alla spesa pubblica, ripromettendosi di andare oltre. Né l’una né l’altra cosa sono possibili se non cambiando schema di gioco. Non si tratta d’aggiustare il presente, ma di cambiarlo profondamente, altrimenti si finisce come Tremonti: prima a dire cosa si deve fare, poi a spiegare perché non lo si fa. Ed ecco perché quella della spending review sta diventando un’insopportabile gnagnera, giacché se hai una gamba in cancrena la tagli, mica fai le analisi accurate per sapere in quanto tempo la puzza di morto ti mangerà il cervello.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La spesa pubblica si rivoluziona in due modi: a. ridescrivendo le competenze e le responsabilità; b. restituendo al mercato tutto quello che non è ragionevole faccia lo Stato. Le province non vanno accorpate, come sostengono i ripetitori a vanvera della Bce. Andavano chiuse negli anni settanta, un secolo fa, oggi vanno accorpate le regioni e va smantellata la rete disfunzionale delle autonomie locali, dove la frammentazione di competenze e responsabilità crea una confusione amministrativa che umilia i cittadini e danna le imprese. I governi centrali favoleggiano di delegificazioni e semplificazioni, ma parlano al nulla mentale di chi fa finta di non sapere che le fonti degli obblighi e delle burocrazie sono divenute innumerevoli. Vanno chiuse. Chi crede nelle autonomie locali deve volere la fine di questi enti locali, ricordando che l’unica entità appartenente alla nostra storia è il comune. Dalla sanità alla scuola, dalla giustizia al turismo, il decentramento italiano è un fallimento costosissimo. Finché non lo si ammette si proverà a tagliuzzare la spesa, che è come potare i rovi: più accorci e più infestano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Restituire al mercato è più facile di quel che si crede: milioni d’italiani hanno forme assicurative private relative alla sanità, a quegli stessi paghiamo le cure mediche. Si può essere più scemi? Se avessimo un vero mercato della salute, anziché i privati che prendono soldi dal pubblico, scopriremmo quel che si sa altrove, ovvero che questo è un settore che crea benessere e ricchezza, mentre da noi è noto per i disagi e i debiti. Se si taglia in modo tradizionale si finisce con il colpire i malati, se si cambia mentalità si aggredisce la malattia, consistente in sistemi amministrati a cavolo, oscillando fra l’ignoranza e la criminalità, con costi mostruosi annidati laddove non si soccorre e cura nessuno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per farlo abbiamo bisogno di gente che ci creda. E che sia credibile. Abbiamo bisogno di una classe dirigente che non è quella sulla scena.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-2887956179266748481?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/FumjnsTXIsK6hx5YQBASwPqYMPU/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/FumjnsTXIsK6hx5YQBASwPqYMPU/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/PvDAqRS6tl0" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/PvDAqRS6tl0/rivoluzione-non-tagli-davide-giacalone.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>13</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/05/rivoluzione-non-tagli-davide-giacalone.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-3066978360525037954</guid><pubDate>Mon, 30 Apr 2012 09:42:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-04-30T11:45:36.565+02:00</atom:updated><title>L'utopia della lotta agli sprechi.  Luca Ricolfi</title><description>Oggi il Consiglio dei ministri si riunisce per affrontare il problema dei tagli alla spesa pubblica. Vedremo che cosa ne verrà fuori. E speriamo che il risultato non siano solo annunci, ulteriori «fasi di studio», impegni futuri, «tavoli tecnici» e approfondimenti vari. Perché una cosa va detta: di «enti inutili», «spending review», sprechi della Pubblica Amministrazione, si parla da decenni, almeno dai tempi di Ugo La Malfa, e di studi settoriali sull’efficienza della macchina amministrativa pubblica se ne contano ormai a bizzeffe.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E il quadro generale è piuttosto chiaro. La spesa pubblica totale, al netto delle pensioni e degli interessi sul debito, ammonta a circa 500 miliardi di euro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tasso di spreco medio è nell’ordine del 20-25%, il che significa che, se si adottassero le pratiche delle amministrazioni più efficienti (ma sarebbe più esatto dire: meno inefficienti), si potrebbero risparmiare almeno 100 miliardi l’anno. Una cifra con cui, giusto per fare un esempio, si potrebbe portare la pressione fiscale sui produttori a livelli irlandesi, attirare investimenti esteri e creare milioni di posti di lavoro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma perché, se il quadro è chiaro, nulla o quasi nulla mai avviene, né con governi di sinistra, né con governi di destra, né con governi tecnici?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le ragioni per cui nulla di importante mai avviene, a mio parere, sono almeno tre. La prima, ovvia, è che è politicamente più facile aumentare le tasse che ridurre la spesa. L’aumento delle tasse si traduce in decine di piccole vessazioni nessuna delle quali è abbastanza concentrata su una singola categoria da suscitare una rivolta dei contribuenti. I tagli alla spesa invece toccano categorie molto specifiche, e così creano una saldatura fra corporazioni, sindacati e ceto politico (specie locale), una sorta di patto nascosto o implicito che blocca qualsiasi decisione presa dal governo centrale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La seconda ragione che blocca i tagli è che, colpevolmente, in questi anni il ceto politico non ha mai commissionato studi analitici. Di un comparto come la sanità, o come la giustizia, o come la burocrazia comunale, si sa con discreta precisione quanto spreca, a vari livelli: a livello nazionale, a livello regionale, spesso anche a livello provinciale. Ma non si sa dove esattamente gli sprechi si annidino, perché per saperlo occorrerebbe effettuare centinaia di studi locali e dettagliati – «studi analitici» appunto – che di norma richiedono un tempo (da 1 a 3 anni) che va al di là del miope orizzonte dei nostri partiti politici. Questo spiega perché, arrivati al dunque, i tagli sono sempre lineari e piccoli. Si dice a tutti: risparmia il 2% subito, mentre si dovrebbe dire: avete tempo 5 anni, ma tu – amministrazione abbastanza virtuosa – devi risparmiare il 4% in 5 anni, mentre tu – amministrazione cicala – devi risparmiare il 40%.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E qui veniamo alla vera, profonda e a mio parere insuperabile ragione per cui non si riesce e – temo – non si riuscirà mai a eliminare gli sprechi: le amministrazioni virtuose sono territorialmente concentrate in alcune, ben note, regioni del Centro-Nord, quelle viziose in alcune, ben note, regioni del CentroSud. Una politica di risparmi di spesa seria dovrebbe avere il coraggio di dire: caro Lombardo-Veneto, cara Emilia Romagna, avete già fatto molto per razionalizzare la spesa, quindi a voi chiediamo solo una ulteriore limatura del 5% (cifra indicativa, ma non lontana dalla realtà). Caro Piemonte, cara Liguria, cara Umbria, voi siete state meno brave, a voi dobbiamo chiedere di tagliare il 15%. E poi dovrebbe farsi forza e dire: care Sicilia, Calabria e Campania, voi buttate via i soldi, vi diamo 5 anni di tempo ma voi la spesa la dovete ridurre del 40%. Mentre voi, Puglia, Abruzzo, Sardegna, di soldi ne buttate via un po’ di meno, e quindi a voi chiediamo risparmi minori, diciamo del 25% in 5 anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Naturalmente le regioni e le cifre precedenti sono solo indicative. La graduatoria degli sprechi, all’ingrosso e a grandissime linee, è effettivamente quella che ho appena indicato ma non è la medesima in tutti i campi: un territorio può essere inefficiente nella sanità ma abbastanza efficiente nella giustizia; una regione sprecona può contenere isole di efficienza, così come una regione virtuosa può contenere sacche di inefficienza. E’ proprio per questo che, se non ci si vuole affidare ai tagli lineari, gli studi devono essere il più analitici possibile e un governo centrale può fissare solo gli obiettivi aggregati di medio periodo. Un governo che volesse fare sul serio dovrebbe fissare un orizzonte temporale ragionevole (3, 4, 5 anni), quantificare i risparmi possibili in ognuno dei grandi comparti della Pubblica amministrazione, e fissare precisi obiettivi territoriali per ogni comparto. Questo, se lo si volesse, si potrebbe fare anche subito, perché di studi ce ne sono già abbastanza, a partire da quelli della (colpevolmente) disciolta «Commissione Muraro» sulla spesa pubblica, che già anni fa aveva cominciato a delineare un quadro delle inefficienze. Fatto questo, toccherebbe poi alle varie amministrazioni pubbliche, centrali (ministeri) e locali (Regioni, Province, Comuni), ripartire il carico dei risparmi Asl per Asl, reparto per reparto, Comune per Comune, servizio per servizio. Un’operazione che richiederebbe una miriade di studi analitici, una serie di autorità esterne di controllo e valutazione, nonché un processo di contrattazione fra gli enti coinvolti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un’utopia? Sì, penso di sì. E appunto per questo, perché quel che si dovrebbe fare appare utopistico con questo ceto politico, con questa opinione pubblica, con queste forze sociali, penso che non se ne farà nulla. Di «spending review» si parlerà ancora un po’, saremo inondati di intenzioni e annunci, e alla fine la spesa verrà limata in maniera molto modesta. I risultati non saranno usati né per costruire asili nido (di cui c’è un enorme bisogno) né per ridurre le tasse a lavoratori e imprese, ma per coprire i buchi di bilancio che – puntualmente – si scopriranno all’avvicinarsi della scadenza del 2013. Il governo, quale che esso sia, si accorgerà fra qualche tempo che l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 è a rischio, e lì farà confluire i proventi di tutti i nostri sacrifici, fatti di maggiori tasse e minori servizi. So che a molti apparirò troppo pessimista, o prevenuto nei confronti di ogni governo della Repubblica presente, passato e futuro, ma questo è quello che – sulla base dell’esperienza – penso si possa realisticamente prevedere. (la Stampa)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-3066978360525037954?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
Vediamo le tre cose separatamente, anche se agiscono all’unisono. Prima di tutto la giustizia. Quando il ministro Corrado Passera dice che non basta un avviso di garanzia, per mettere in discussione o destabilizzare un’azienda come Finmeccanica, ha perfettamente ragione. Vorrei osservare che tale principio, proprio perché è un principio, deve valere sempre, altrimenti smette di essere un principio e diviene la fine che fanno gli ipocriti. Per noi è inviolabile: fino alla condanna definitiva c’è solo l’innocenza. Punto. Pero, non essendo ipocriti neanche siamo scemi, e sappiamo che dirigere quel gruppo, esposto in tutto il mondo, con sulla testa un’accusa di corruzione internazionale e riciclaggio è praticamente impossibile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando si trattava di accaparrarsi un’importante commessa militare, in Brasile, i francesi ci fecero il regalo di far comparire in quel Paese un nostro connazionale condannato per omicidio, che essi avevano protetto da latitante. Avvertimmo subito della trappola, ma il resto dell’Italia abboccò, aprendo un contenzioso con le autorità brasiliane (laddove, semmai, dovevano prendersela con i concittadini europei). Questo per ricordare che il mondo degli affari militari non è popolato da damerini. Nessuna arma, però, è più efficace della giustizia italiana, quando si tratta non di dividere i torti dalle ragioni, ma di azzoppare le aziende e la politica. Quindi: Passera ha ragione, ma ciò vuol dire che non può esistere un mercato e una politica efficiente senza una giustizia che sappia giudicare, e subito, dopo avere infamato. Fin quando governo e Parlamento saranno a rimorchio del corporativismo togato il problema resterà insoluto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi c’è Finmeccanica: un gruppo nel quale si trovano gioielli della tecnologia, ma anche costumi inaccettabili e bidoni in perdita. Evitare che sia distrutto è un interesse italiano, ammettere che solo per questo ci si possa comportare da ladri di polli che pretendono di portar via interi bovini, invece, non è accettabile. I colpi bassi sono quotidiani, nel mondo degli affari (come in ogni altra attività umana), l’uso dei mediatori è normalissimo, ma una cosa è usare persone competenti, preparate, anche spregiudicate, altra affidarsi a signorine e intriganti affetti da manie di grandezza. La presunzione d’innocenza vale in campo penale, ed è intoccabile e universale, ma mica riguarda il giudizio che può esprimersi, anche subito, sull’ipotesi che aziende di Stato vadano ad arricchire soggetti a dir poco improbabili.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma, si risponde, avevano entrature e conoscenze. Balle, le hanno in tanti. Solo che c’è chi entra dall’ingresso principale e chi s’intrufola nello spogliatoio. Prediligere la furbizia all’intelligenza, l’untuosità alla competenza non è un modo per far prima, è un sistema per distruggere tutto. Contano i risultati? Anche, ma quelli di Finmeccanica sono negativi, posta la potenzialità del gruppo. E questo porta al terzo tema, politico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché Finmeccanica deve essere pubblica? Perché, si risponde, la vendita di armi non può che essere funzione della politica estera. Giusto, ma a parte il fatto che il gruppo si occupa anche di molte altre cose, la domanda è: a quali scelte di politica estera rispondono i commerci di Finmeccanica? Non conosco la risposta. Credo non ci sia. Al massimo c’è il limite della politica estera al concludere certi affari. Poi il vuoto. In queste condizioni preferisco che il gioiello sia in mani private, le quali si adopereranno anche, con pressioni lobbistiche, affinché il governo favorisca gli affari di una società italiana, piuttosto che lasciar campo libero a concorrenti stranieri. E lo preferisco perché quella sana difesa degli interessi è cento volte meglio di analfabeti politicizzati collocati nel consigli d’amministrazione o arruolamenti di mezze seghe nella veste d’intermediari internazionali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In tutte le democrazie del mondo esiste un problema di rapporti fra affari e politica, che va affrontato con realismo e senza moralismo. Ma quando l’affare è la politica, quando la politica nomina chi fa gli affari, si accede al lenocinio. E ne siamo in overdose.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-8208023560402293699?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
Non si tratta però di un donna qualunque, ma nientemeno che della moglie di quell’illuminato modernizzatore sociale che è il premier turco Recep Erdogan. Ci fermiano per il momento qui, per poi tornare su Amnesty.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Recentemente il Christian broadcasting network (Cbn) , uno dei media del fondatore della Christian Coalition, Pat Roberson, ha divulgato un illuminante servizio sull’islam in Belgio dal titolo “Welcome to Belgistan”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cinque minuti di buon giornalismo video nei quali si dà conto di quello che sta accadendo in Belgio, e in particolare nella sua capitale, Bruxelles. Nel 2030 più della metà della popolazione della città belga (ed europea, si dica pure) sarà di religione musulmana. Un dato, che se sarà confermato dalla realtà, renderà Bruxelles ancora più rappresentativa del Vecchio Continente (sic!). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ora, la notizia ‘Bruxelles islamizzata entro il 2030’ di per sé non è nuova: il quotidiano belga “Le Soir” nel Novembre del 2010 ne aveva dato notizia per ‘marchettare’ (con successo, visto che quell’articolo è citato a destra e a manca) un evento 'laico’ sulla mutation profonde, la mutazione profonda che la città sta subendo. Quando si dice un eufemismo. Soeren Kern, collaboratore del Gatestone Institute di New York, ne trasse spunto un anno dopo, scrivendone un articolo dal titolo “The New Capital of Eurabia”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ciò detto, basta guardarsi il video Cbn in questione per prendere atto che il processo in corso è di quelli che non lascia scampo. E’ un edificante racconto dell’azione, dei propositi e dei progetti di “Sharia for Belgium” un gruppo di islamisti belgi (parlano anche il fiammingo, eh sì).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli infedeli belgi, cioè i cristiani e gli ebrei che li ospitano, dice il capetto di Sharia4Belgium dalla lunga barba e la calvizie avanzata al giornalista della Cbn, si devono mettere l’anima in pace: finirà con l’islamizzazione del Belgio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ora, che le cose andranno così se nulla sarà fatto, non v’è alcun dubbio. D’altronde da quasi quarant’anni l’Europa si è messa nel cul-de-sac abortivo e de-responsabilizzatorio e le comunità religiose ad alto tasso di natalità come quelle musulmane iniziano a raccogliere i frutti di tanto impegno procreativo. Il primo e più simbolico potrebbe essere davvero la ‘presa’ demografica di Bruxelles.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Che dire! C’è da rimanere basiti. Tanto da sperare che anche il progressismo più ferocemente anti-cristiano finisca col prendere atto che vi sia qualcosa che non va nel fatto che paesi che per secoli sono stati cristiani in soli pochi decenni finiscano simbolicamente aggrediti con lo spodestamento identitario persino nelle proprie capitali. Purtroppo si tratta di speranze vane.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una conferma? Lo scorso Lunedì proprio ‘Amnesty International’ (e il cerchio del nostro articolo si chiude) ha pubblicato un paper niente meno che sulla discriminazione dei musulmani in Europa. Il paper - lunghissimo, interminabile, noioso - recita il seguente titolo: “Choice and Prejudige: Discrimination Against Muslim in Europe”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Siamo andati a vedere quello che il rapporto dei dirittisti umanitari dice sul Belgio, uno dei paesi - assieme a Spagna, Francia, Svizzera e Paesi Bassi – oggetto dello studio. Ebbene per ‘Amnesty International’, in Belgio v’è un’ingiustificata discriminazione nei confronti delle donne musulmane, soprattutto negli edifici scolastici (dipendenti dal dipartimento dell'educazione fiammingo), perché è vietato loro d’indossare il velo! Un attacco alla libertà religiosa, ci dicono i parrucconi del dirittismo umano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell’assurdità di tutto questo, c’è da chiedersi in primis come sia possibile che ancora in Europa ci sia qualcuno che considera una battaglia di civiltà permettere alle donne islamiche di vedersi riconosciuto il diritto (?) a indossare il velo, quando è palese che si tratta di un'imposizione di genere. In secondo luogo, v'è da domandarsi come sia possibile che qualcuno ad Amnesty abbia autorizzato uno studio tanto approssimativo e ridicolo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma ci spieghino gli autori del report, con le loro piccole 'conclusions', come sia possibile che una comunità che è tanto discriminata, sia passata in pochi decenni da poche centinaia di migliaia di unità a quasi trenta milioni di persone in Europa. Se fossero così discriminati, perché rimarrebbero?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La discriminazione quella vera, cari parrucconi dei diritti umani dei nostri lustri stivali, ti toglie il lavoro. Te lo nega, ti estromette dai pubblici uffici. E francamente, siamo felici che almeno nelle scuole la trivilità anti-femminile del velo islamico ci sia risparmiata (dal punto di vista musulmano è anche riparo dagli sguardi impuri degli infedeli cristiani ed ebrei, sia chiaro).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con ansia, comunque, attendiamo che i militanti progressisti di Amnesty si degnino, un giorno, con comodo, di raccontare la vita di discriminazione - quella vera e non l'impossibilità dei musulmani in Catalogna a costruire l'ennesima moschea in una terra che gli islamici ancora considerano al-andalus - dei cristiani, degli ebrei, e in generale delle minoranze (i dhimmi di fatto) nei paesi a maggioranza musulmana, specialmente quelli arabi. Aspettiamo, dunque.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si prodighino, con le loro 'conclusions', a dare consiglio alla Fratellanza musulmana egiziana, agli ayatollah iraniani e alla casa regnante saudita, su come non discriminare le minoranze pre-musulmane nelle terre arabe. Vedremo cosa sarà loro risposto. (l'Occidentale)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-8137359058491703602?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/4CPdsMHiz-DGK_hB-5qdQTO5kbM/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/4CPdsMHiz-DGK_hB-5qdQTO5kbM/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/4CPdsMHiz-DGK_hB-5qdQTO5kbM/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/4CPdsMHiz-DGK_hB-5qdQTO5kbM/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/UaEQlkTm29Q" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/UaEQlkTm29Q/presto-bruxelles-sara-islamica-e.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>1</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/04/presto-bruxelles-sara-islamica-e.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-6664396980493983436</guid><pubDate>Fri, 27 Apr 2012 14:59:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-04-27T17:00:46.525+02:00</atom:updated><title>Sinistra sovrumana.  Gianni Pardo</title><description>C’è un bel detto latino che espone un’ovvietà: naturae non imperatur nisi parendo, non si comanda alla natura che obbedendole. E questo è chiaro: se si vuole che una pianta non muoia, bisogna innaffiarla come essa richiede. Chi tentasse di convincerla con belle parole a fare a meno dell’acqua otterrebbe solo che secchi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sul principio “naturale” si è tutti d’accordo ma in realtà esso vale pure per il comportamento umano. Anche l’uomo ha una natura che è vano contraddire. Chi crede di poterlo convincere ad operare a favore della collettività come opera a favore di sé stesso, per dirne una, non ottiene nulla: ci sono settant’anni di miseria del socialismo reale che lo dimostrano. Del resto anche da noi l’impiegato di Stato è meno volenteroso dell’impiegato privato e l’impiegato privato a sua volta è meno diligente e volenteroso del “padrone”. Questi infatti opera per sé stesso e non bada né ad orari né al meritato riposo. Il detto latino va dunque completato: “et naturae humanae non imperatur nisi parendo”, anche alla natura umana si comanda solo obbedendole.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In Italia abbiamo avuto un eccellente esempio di questa verità. Tutti hanno bisogno di una casa in cui vivere e dunque o la ottengono dallo Stato, o la prendono in locazione, o la comprano. La casa popolare è veramente l’ideale: nessuna spesa di acquisto e un canone quasi simbolico. Purtroppo ha un difetto: non è disponibile. Se il canone è simbolico, le spese di costruzione non lo sono. E infatti non se ne vedono di nuove da anni. Per giunta, visto che l’assegnazione era sostanzialmente politica, quelle case non sempre andavano a chi aveva più bisogno: c’erano i raccomandati e a volte persino inamovibili squatters. E infine si è commesso un errore: si è cercato di rendere quelle abitazioni gradevoli. Quasi come quelle che la gente sogna di comprare. E questo ha avuto come conseguenza che chi è riuscito ad entrare in una casa popolare non ne è più uscito. Ne ha fatto una proprietà per sé e per i propri figli, spesso tralasciando persino di pagare il canone. Viceversa in Francia le HLM sono topaie piccolissime, dai tetti bassi, magari senza ascensore, in cui abitano persone che sognano di potersene andare. L’occupazione delle HLM non è eterna perché l’amministrazione ha tenuto conto della natura umana. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mancando la casa popolare, chi cerca un’abitazione deve ricorrere alla “second best solution”, la migliore soluzione dopo la prima: la locazione. Purtroppo il suo canone non è simbolico. Infatti, ammettendo che un appartamento valga duecentoquarantamila euro (non è un castello), e ammettendo che il proprietario voglia ricavarne un quattro per cento annuo lordo, più un due per cento per compensare l’inflazione, il canone sarà di 1.200 €. Ma è spesso tutto ciò che il possibile inquilino guadagna in un mese! E se si parla di una modestissima casetta da 120.000 €, si va ancora a 600 € mensili, mezza paga. Ecco perché, intorno al 1978, dei politici di buon cuore si dissero: “I proprietari di case sono persone che vivono di rendita. Vogliono guadagnare denaro senza far niente e approfittando di persone bisognose. Imporremo un canone più favorevole all’inquilino”. E così nacque la legge dell’equo canone. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa riforma andava contro la natura umana e non poteva che essere un disastro. Prima nacque il mercato nero delle locazioni; poi, col miglioramento della repressione, tutti i proprietari capirono che avere case per locarle era antieconomico e cercarono di venderle. Naturalmente le tenevano sfitte fino al momento in cui avrebbero trovato un compratore e lo Stato considerò questo immorale: come, tenere le case sfitte mentre tanta gente non ha un tetto? Dunque aumentò le imposte sulle case vuote e i proprietari furono invogliati a vendere ancor più di prima. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo Stato ha ucciso il mercato delle locazioni. Oggi infatti i cittadini che vivono in casa propria sono circa l’80%. Tutti ricchi? No: tutte persone che, se hanno voluto un tetto sulla testa, la casa hanno dovuto comprarsela. Magari strangolandosi con un mutuo che li avrebbe perseguitati per decenni. E chi non ha un lavoro stabile, chi non guadagna abbastanza per contrarre un mutuo? Niente casa. Lo Stato italiano ha voluto imporre la beneficenza a spese altrui ed ha ovviamente fallito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa è una lezione indimenticabile che purtroppo sarà dimenticata. Ci saranno sempre politici, soprattutto di sinistra, convinti che si possa convincere il basilico non innaffiato a prosperare solo perché esso serve alla massaia per fare la salsa di pomodoro. (il legno storto)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-6664396980493983436?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/8mdq-CIX8yPJ-Ea42FTe3lLo1d4/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/8mdq-CIX8yPJ-Ea42FTe3lLo1d4/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/8mdq-CIX8yPJ-Ea42FTe3lLo1d4/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/8mdq-CIX8yPJ-Ea42FTe3lLo1d4/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/PTg8K7rg_W4" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/PTg8K7rg_W4/sinistra-sovrumana-gianni-pardo.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>3</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/04/sinistra-sovrumana-gianni-pardo.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-7666525919368078796</guid><pubDate>Thu, 26 Apr 2012 17:07:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-04-26T19:10:56.985+02:00</atom:updated><title>25 aprile.  Jena</title><description>Monti, i tecnici, Napolitano, la politica, l’antipolitica... La tragedia è che oggi neanche sappiamo da chi dobbiamo liberarci.&amp;nbsp;(la Stampa)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-7666525919368078796?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/RHJVA4umL8YUyDWu_fAuxIuGqAA/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/RHJVA4umL8YUyDWu_fAuxIuGqAA/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/9G3fTha21KQ" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/9G3fTha21KQ/25-aprile-jena.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>2</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/04/25-aprile-jena.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-8159054644508914379</guid><pubDate>Thu, 26 Apr 2012 14:29:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-04-26T16:29:53.129+02:00</atom:updated><title>Perché la destra è stata squalificata.  Marcello Veneziani</title><description>Perché non sorge in Italia una destra legittimata intellettualmente, si chiede su Il Mulino Galli della Loggia?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Stilo un catalogo di indizi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché la volete a misura vostra, che di destra non siete, e non ne accettate altre. Perché le sole destre legittimate sono per voi quelle morte, inesistenti o nemiche delle destre in campo. Perché il controllo culturale è ancora in mano a una setta, ieri a prevalenza comunista e azionista, poi radical e progressista, sempre politicamente corretta e intollerante.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché avete delegittimato non solo i neofascisti, che peraltro non amano definirsi di destra, ma anche le destre legate alla tradizione, comunitarie, nazionali e sociali, che sul fascismo avevano un giudizio diverso dalle vulgate ufficiali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché anche i giornali non di sinistra, fautori del bipolarismo, come il Corriere della sera , temono di ospitare opinioni e autori schiettamente di destra mentre non temono di pubblicare opinioni e autori apertamente di sinistra. Perché sono ignorate opere, idee, proposte provenienti da destra e gli autori sono silenziati, o al più targati in quadretti manieristi di appartenenze, sbrigati nel folclore o vituperati su risvolti marginali. Perché dopo decenni di divieti nel nome dell’antifascismo si sono beccati il divieto nel nome dell’antiberlusconismo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché le forze di centro-destra e loro affluenti considerano le idee un’arma impropria, identificano popolare con volgare e diffidano dei libri come portatori di malattie.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché ora è troppo tardi, destra e sinistra indicano solo le scarpe. (il Giornale)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-8159054644508914379?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/xnpqiCYFKoMttmmbbt7rwEKykQ4/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/xnpqiCYFKoMttmmbbt7rwEKykQ4/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/xnpqiCYFKoMttmmbbt7rwEKykQ4/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/xnpqiCYFKoMttmmbbt7rwEKykQ4/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/6aCJhUg-yRg" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/6aCJhUg-yRg/perche-la-destra-e-stata-squalificata.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>1</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/04/perche-la-destra-e-stata-squalificata.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-6082939834420121026</guid><pubDate>Mon, 23 Apr 2012 17:06:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-04-23T19:06:57.561+02:00</atom:updated><title>Political review.  Davide Giacalone</title><description>L’Italia ce la può fare, alla grande, ha detto ieri il ministro Corrado Passera. Ne sono convinto anch’io, e basta guardare i dati sulle esportazioni, in un momento di grande difficoltà, per rendersi conto che il nostro è un sistema produttivo forte e che le capacità del nostro mercato sono tali da trasformare in opportunità quella globalizzazione altrimenti vissuta come una disgrazia. Certo che abbiamo i numeri per farcela (al punto che anche dal governo si dovrebbe smetterla di dire che potremmo fare la fine della Grecia, perché quel paragone è falso e falsante), ma il punto è: quanto di questo sforzo sarà dovuto al contributo attivo dello Stato e quanto, invece, si riuscirà a sfangarla “nonostante” lo Stato?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Intanto si annuncia l’arrivo della prima bozza della spending review, già mettendo le mani avanti e annunciando che non conterrà numeri specifici e indicazioni dei tagli da farsi, ma una specie di analisi complessiva della spesa pubblica. Anche qui: potrebbe essere l’annuncio dell’ennesimo buco nell’acqua, come, invece, della finalmente giunta consapevolezza che il problema non è solo tagliare (suscitando la scontata reazione negativa di tutte le amministrazioni interessate), ma, per tagliare, cambiare modo di ragionare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il ministro Passera non me ne vorrà se osservo che non ha molto senso dire che il governo è disponibile “a creare i presupposti per il pagamento dello scaduto”. Anche io sono pronto a ragionare, con calma e serenità, dei soldi che devo ai miei creditori, sono loro che hanno fretta. E hanno ragione. Nel caso dei pagamenti scaduti è lo Stato ad avere torto, sicché è bello sapere sia disponibile, occorre sia conseguente. I soldi non ci sono (è grave), allora si provino vie diverse. Intanto è assurdo che quei crediti, vantati nei confronti dello Stato, non siano considerati sicuri. E’ anche vagamente offensivo, per lo Stato. Quindi: si agisca in modo che si possa scontarli in banca, spostando l’onere del rischio, circa l’insolvenza, sul debitore e non sul creditore. Chi ha diritto ad avere dei soldi pagherà anche un costo bancario (tanto per cambiare), ma incasserà subito. Altra strada: lo Stato ceda i debiti a terzi, ad esempio la cassa depositi e prestiti, se ne assuma l’onere e consenta di ripagare chi ne ha diritto. Subito. Non sono contributi pubblici, sono soldi che spettano a chi li attende. Aggiungo: il mondo delle banche è assai noto al ministro, si eviti che questa diventi l’ennesima rendita improduttiva e ingiustificata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E non basta. Lo Stato paghi quel che deve, ma se vuole avere considerazione per chi intraprende e rischia, se vuole averne per l’unica Italia su cui possiamo contare, per uscire dalla crisi, sia rispettoso delle regole anche quando si tratta di prendere. Pretendere l’esecutività delle richieste erariali, ancor prima che un giudice ne abbia vagliato la fondatezza, o dare valore di legge all’“abuso di diritto”, vale a dire al principio per cui il contribuente è perseguibile e punibile anche quando ha rispettato le norme, solo che si supponga abbia applicato la legge per proprio tornaconto (pensateci, è un concetto abominevole!), ebbene, queste sono pratiche utili a far scappare, non a incoraggiare la ripresa. Ci sarebbe anche il nodo della giustizia, che non consiste negli avvisi di garanzia ai politici (oramai quella è malattia cronica, cui ci siamo incivilmente abituati), ma nelle moltitudini che languono nei corridoi perversi del civile e del penale. Nessun sistema produttivo funziona, se affetto da malagiustizia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In quanto alla spending review è facile prevedere che se si opera solo per tagliare si finirà con l’arrendersi alle difficoltà che già paralizzano Piero Giarda, che di quel difficile compito è incaricato. Si tratta di cambiare registro: a. la spesa pubblica deve scendere brutalmente, non solo per tagliare gli sprechi, proprio per ridurre lo Stato; b. ci sono interi settori della pubblica amministrazione che possono essere restituiti al mercato (pensate ai vari progetti di digitalizzazione, che oggi accumulano inammissibili duplicazioni di costi, ritardi e inefficienze), quindi non si deve “tagliare”, si deve “esternalizzare”; c. l’amministrazione digitale è un grande motore di sviluppo, a patto che non diventi un gran pentolone di appalti, se ne prendano le funzioni e le si consegni a operatori privati, mettendo come condizione la qualità del servizio e il minor costo. In questo modo, altrove meglio dettagliato e approfondito, si fa scendere la spesa e decollare l’Italia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le difficoltà sono tante, lo so, ma la più grande e terribile è assumersi la responsabilità di non averlo fatto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-6082939834420121026?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/LYqVHfEhICyCUPIoQfvrzvdY-N0/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/LYqVHfEhICyCUPIoQfvrzvdY-N0/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/LYqVHfEhICyCUPIoQfvrzvdY-N0/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/LYqVHfEhICyCUPIoQfvrzvdY-N0/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/centrodestra/~4/TD7QsQxDrCs" height="1" width="1"/&gt;</description><link>http://feedproxy.google.com/~r/centrodestra/~3/TD7QsQxDrCs/political-review-davide-giacalone.html</link><author>noreply@blogger.com (maurom)</author><thr:total>16</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/04/political-review-davide-giacalone.html</feedburner:origLink></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-3359806417497979045</guid><pubDate>Thu, 19 Apr 2012 16:23:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-04-19T18:24:55.255+02:00</atom:updated><title>Il rischio delle buone intenzioni.  Luca Ricolfi</title><description>Non sono fra quanti pensano che cambiare l’Italia sia facile. Né mi sono unito a quanti, in questi giorni, hanno inondato la presidenza del Consiglio con liste di misure da adottare immediatamente per il bene dell’Italia, a partire dai tagli della spesa pubblica. E so perfettamente che è fin troppo facile fare i riformisti a parole, scrivendo libri, saggi e articoli sui giornali senza avere responsabilità di governo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per cui non dirò tutto quello che penso sul «topolino» partorito dal Consiglio dei ministri di ieri, ma mi limiterò a una domanda: avete fatto il massimo? Perché se la risposta fosse sì, allora dovremmo essere davvero preoccupati, molto preoccupati. Quel che colpisce di più, nei documenti prodotti dal governo e nello stesso discorso pronunciato ieri da Mario Monti in conferenza stampa, è la completa mancanza di concretezza, anche nei pochi luoghi (ad esempio le infrastrutture e i pagamenti della Pubblica amministrazione) in cui si parla di cose e non di mere astrazioni, impegni futuri, intenzioni, auspici, tiratine d’orecchi ai cittadini e ai partiti. Una sorta di trionfo del modo «ottativo» ricopre tutto e tutti, in un linguaggio che meriterebbe di essere studiato già solo per l’audacia con cui ibrida due mostri del nostro tempo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il paludato gergo della burocrazia europea e i manifesti elettorali dei partiti, pieni di condivisibili intenzioni e meravigliosi obiettivi, mai accompagnati dalla indicazione dei mezzi che permetteranno di raggiungerli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dunque, proviamo a ricapitolare i punti effettivi. Il governo ci dice che nel 2013 i conti pubblici saranno ancora in rosso (-0,5%), ma che in realtà, correggendo il dato per il ciclo economico, quel piccolo deficit sarà in realtà un leggero avanzo (+0,6%). Poi ci dice che la pressione fiscale non diminuirà né quest’anno né l’anno prossimo, ma solo a partire dal 2014, ossia giusto quando questo governo non ci sarà più. Quanto al Pil, si prevede che quest’anno diminuirà dell’1,2%, e nel 2013 aumenterà dello 0,5%, due previsioni decisamente più ottimistiche di quelle della Confindustria, della Banca d’Italia e del Fondo Monetario Internazionale, che giusto ieri ha previsto un -1,9% per il 2012 e un’altra diminuzione (dello 0,3%) per il 2013.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Insomma, nessun meccanismo automatico che trasformi i risultati della lotta all’evasione in minori aliquote fiscali e contributive. Nessuna misura che alleggerisca ora, e non in un lontano e ipotetico futuro, i costi complessivi di chi lavora e produce ricchezza. Nessun taglio alla spesa pubblica improduttiva. E in compenso tantissime intenzioni, «tavoli di lavoro» che si stanno avviando, piani cui «si sta lavorando», ma soprattutto - come collante e come motore di tutto - una fiducia illimitata, quasi una fede, che l’Italia possa uscire dai suoi guai essenzialmente mediante processi immateriali, attraverso i segnali che la buona politica può mandare agli investitori e ai mercati finanziari. Di qui l’invito a rafforzare la coesione sociale, a combattere l’evasione fiscale, il lavoro nero e la corruzione, a promuovere la fiducia interpersonale e in chi ci governa, a riformare radicalmente la politica, a partire dalla legge elettorale e dal finanziamento pubblico dei partiti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutti obbiettivi degni e sacrosanti, ma che tradiscono - a mio parere - una visione vagamente idealistica del funzionamento dei sistemi sociali. È strano, per me che faccio il sociologo, doverlo dire di un governo di economisti. Ma mi colpisce molto sentir tanto parlare di «capitale sociale», una delle più controverse e fumose nozioni della mia disciplina, e sentire così poche parole sui ben più solidi meccanismi che, nelle società avanzate, regolano la crescita. Spiace dovere battere così spesso sul medesimo ferro, ma mi pare davvero una generosa illusione quella di pensare che per uscire dalla stagnazione l’Italia abbia oggi bisogno innanzitutto di cambiare il suo software (il suo modo di pensare), e non sia invece il suo hardware (la macchina della sua economia) che è diventato un ferrovecchio. L’Italia è sempre stata priva di spirito civico, o capitale sociale, ma questo fragile software - fino a venti anni fa - non le ha impedito di crescere di più delle altre economie avanzate, fino a conquistare il benessere che ora stiamo cominciando a perdere. Quel che è venuto a mancare, dagli Anni 90, è invece l’hardware del Paese, ossia quell’insieme di condizioni materiali che permettono di fare impresa e competere con gli altri Paesi: buone infrastrutture, prezzi dell’energia competitivi, contributi sociali ragionevoli, basse aliquote societarie. Insomma, cose molto prosaiche, ma che fanno la differenza, ad esempio convincendo gli investitori stranieri a creare posti di lavoro nel nostro Paese.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È vero, i mercati sono diventati «animali molto sensibili», e i segnali, gli umori, le emozioni, sono diventate cose sempre più importanti nel mondo di oggi. Ma non tutta l’economia è finanza (per fortuna) e, alla fine, quel che conta davvero - quel che sposta i capitali e fa vincere sui mercati - sono i costi di produzione. Da un governo tecnico, per di più pieno di economisti, non mi sarei mai aspettato tanta attenzione alle impalpabili vicissitudini dell’animo umano, e tanto poca considerazione per la dura, concreta, pietrosa, realtà di chi produce e cerca di stare sul mercato. (la Stampa)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-3359806417497979045?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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