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	<title>Apprendere (con e senza le tecnologie)</title>
	
	<link>http://www.giannimarconato.it</link>
	<description>Blog di Gianni Marconato</description>
	<lastBuildDate>Wed, 01 Feb 2012 21:33:30 +0000</lastBuildDate>
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		<title>L’attenzione al tempo del colera</title>
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		<comments>http://www.giannimarconato.it/2012/02/lattenzione-al-tempo-del-colera/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 18:17:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Intelligenza digitale]]></category>

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		<description><![CDATA[Il colera altro non è che Internet, con buona pace del sempre mitico Gabriel Garcia Marquez. Un antefatto Una delle argomentazioni &#8220;forti&#8221;  contro l&#8217;uso di Internet o per segnalarne i pericoli, è che usando in parallelo come si usa fare in multitasking, più applicazioni web e non, l&#8217;attenzione e la concentrazione su di un compito, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/02/MDA11_26-4-08-29.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2097" title="MDA11_26-4-08-29" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/02/MDA11_26-4-08-29-267x300.jpg" alt="" width="267" height="300" /></a></p>
<p>Il colera altro non è che Internet, con buona pace del sempre mitico Gabriel Garcia Marquez.</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff6600;"><strong>Un antefatto</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">Una delle argomentazioni &#8220;forti&#8221;  contro l&#8217;uso di Internet o per segnalarne i pericoli, è che usando in parallelo come si usa fare in multitasking, più applicazioni web e non, l&#8217;attenzione e la concentrazione su di un compito, viene limitata con il risultato che quel compito non viene svolto ad uno standard di qualità come se fosse il solo a ricevere l&#8217;attenzione.<br />
Nel suo articolo su Repubblica, Gabriele Simone afferma:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">… la cultura digitale è uno dei più terribili moventi di interruzione della concentrazione che si siano mai presentati nella storia, e si sa quanto la concentrazione sia cruciale nell’apprendimento.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: left;">Nel mio post di commento a quel intervento, scrivevo</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">No, non sono dell’avviso che il digitale distragga. Il digitale sta generando nuove forme di “attenzione”: una attenzione fluida, a macchie, a balzi ma che in parallelo genera la capacità di mettere assieme i diversi pezzi facendoli percepire cone un’entità unica, omogenea. Una omogeneità ricostruita cognitivamente. Qualcosa di simile a quanto avviene nel sistema visivo (occhio + mente) per la percezione della forma quando il cervello assicura continuità ad eventi che l’occhio rileva come elementi separati. Certe forme di  movimento, il completamento di figure …. Una forma nascente di “<strong><span style="color: #ff6600;">attenzione digitale</span></strong>” &#8230;&#8230;.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff6600;">Un punto di partenza</span></strong></p>
<p style="text-align: left;">Tra i riferimenti &#8220;dotti&#8221; che facevo a proposito della  mia strampalata idea c&#8217;era quello dell&#8217; &#8220;<strong><span style="color: #ff6600;">intelligenza digitale</span></strong>&#8220;. Mi domandavo: &#8220;se esiste l&#8217;intelligenza digitale, potrebbe esistere l&#8217;attenzione digitale?</p>
<p style="text-align: left;">Premesso che tra la mia idea di &#8220;attenzione digitale&#8221; e la ben più solida concettualizzazione di &#8220;intelligenza digitale&#8221; esiste solo un labile legame dato dal termine &#8220;digitale&#8221;, vorrei qui approfondire il concetto proposto da Antonio M. Battaro e Percival J. Denham in  Hacia una inteligencia digital&#8221;, del 2007 *, e lo faccio organizzando degli appunti presi durante la lettura di quel libro. Quanti segue fa, quindi, riferimento alla mia lettura di quel libro.</p>
<p style="text-align: left;">Assumendo come quadro concettuale la teoria delle intelligenze multiple di Gardner, gli autori formulano l&#8217;ipotesi che esita una decima forma di intelligenza, quella digitale, una forma di intelligenza (identificata utilizzando i criteri che lo stesso Gardner ha usato per identificare le sue famose intelligenze) che pur non essendo tipica della nostra epoca, si rende ben evidente nell&#8217;era del digitale dove il meccanismo di scelta binaria (da qui il termine &#8220;digitale&#8221; per questo tipo di intelligenza) è presente in tante nostra azioni e contesti.</p>
<p style="text-align: left;">Gli autori giungono a formulare questa ipotesi dopo 20 anni di lavoro e sostengono che esiste una nuova capacità della mente umana che è causa ed effetto delle tecnologie digitali dei nostri giorni.</p>
<p style="text-align: left;">Per &#8220;digitale&#8221; formulano questa definizione:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">abilità di usare l&#8217;alternativa basica &#8220;si o no&#8221;, &#8220;azione o non-azione&#8221;, in vari contesti, in particolare, nello spazio digitale virtuale.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: left;">L’intelligenza digitale opera, quindi, attraverso i processi di “scelta-click” (identificazione dell’opzione adeguata e sua scelta) e di “euristica binaria” (processo di scoperta attraverso scelte alternative).</p>
<p>L&#8217;intelligenza digitale è quella che caratterizza le persone che manifestano una elevata predisposizione verso modalità di pensiero, di comunicazione e di processo di informazioni in modo simbolico secondo il modello digitale.</p>
<p style="text-align: left;">La comunicazione umana segue anch’essa i due canali dell’analogico e del digitale. Chi comunica più facilmente secondo modalità digitali, dialoga con maggior efficienza ed efficacia con il computer ed altri strumenti digitali, fino a diventarne dei veri e propri genii; questo perché manifesta elevata dimestichezza con i sistemi simbolici ad essi connessi.</p>
<p style="text-align: left;">L’esistenza di questa particolare forma di intelligenza (la cui esistenza è stata provata nel contesto della ricerca delle neuroscienze cognitive o neuroscienze dell’educazione ed è stata vista &#8230; all’opera in numerosi casi di disabilità neuro-motoria) pone, tra le altre, la questiona della “<strong><span style="color: #ff6600;">digitalizzazione precoce”</span></strong>: avvicinare in età precoce i bambini all’uso del computer in modo che, in analogia con quanto avviene con  l’apprendimento precoce delle lingue, si sviluppi al meglio anche questa forma di interazione con la realtà.</p>
<p style="text-align: left;">Sempre in questa prospettiva di ricerca e di applicazione, il computer può assumere la funzione di protesi del sistema nervoso e di quello cognitivo.</p>
<p style="text-align: left;">Credo sia una prospettiva alla quale prestare adeguata attenzione quando vogliamo leggere i fenomeni che si manifestano oggi in un mondo ad elevata intensità di strumenti e di pratiche digitali.<br />
&#8212;&#8211;<br />
* Verso un&#8217;intelligenza digitale, Ledizioni, LediPublishing, 2010</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p style="text-align: left;">Immagine: mariedargent.com</p>
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		<title>Think different … different da cosa?</title>
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		<comments>http://www.giannimarconato.it/2012/01/think-different-different-da-cosa/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 07:53:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri di testo]]></category>
		<category><![CDATA[Apple]]></category>
		<category><![CDATA[e-book]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggo, su input dell&#8217;amico Gigi Cogo, della novità Apple per i libri di testo. Una App per iPad che attualizza i libri di testo ricorrendo alle caratteristiche multimediali ed ipertestuali del digitale, della tecnologia touch screen e della &#8220;bellezza&#8221; e funzionalità del mondo Apple, cui il compianto Steve Jobs ci ha abituati. Qui la presentazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/01/textbooks_traditional_backpack.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2090" title="textbooks_traditional_backpack" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/01/textbooks_traditional_backpack-260x300.jpg" alt="" width="260" height="300" /></a></p>
<p>Leggo, su input dell&#8217;amico <a title="gigicogo" href="http://www.webeconoscenza.net/2012/01/19/think-different/?fb_comment_id=fbc_10150702890913238_24196962_10150703273503238#f27661b663ecb4a" target="_blank">Gigi Cogo</a>, della novità Apple per i libri di testo. Una App per iPad che attualizza i libri di testo ricorrendo alle caratteristiche multimediali ed ipertestuali del digitale, della tecnologia touch screen e della &#8220;bellezza&#8221; e funzionalità del mondo Apple, cui il compianto Steve Jobs ci ha abituati.</p>
<p>Qui la presentazione del nuovo nato a Cupertino http://www.apple.com/education/ibooks-textbooks/.</p>
<p>Basta leggere le argomentazioni pubblicitarie per capire di cosa si tratta. Le riepilogo tutte per avere chiaro l&#8217;approccio presente nelle menti dei genii (lo dico senza ironia) di Apple. In corsivo i loro testi</p>
<blockquote>
<ul>
<li>Una soluzione all&#8217;annoso problema dell&#8217;aggiornamento dei libri di testo, al loro logoramento materiale &#8230;,</li>
<li>Una soluzione al problema del peso dei libri di testo (LdT), peso che tante patologie alle schiena creano ai nostri amati figlioli (argomentazioni già presenti nell&#8217;approccio Tremonti &#8211; Gelmini ai LdT digitali),</li>
<li>Una trasformazione del LdT per adeguarsi all&#8217;immersività tecnologica in cui vivono i giovani d&#8217;oggi: &#8220;T<em>hey need a textbook made for the way they learn&#8221;. </em>Forse che imparano strisciando un dito sullo schermo?<em>,<br />
</em></li>
<li><em>Un Libro di testo che gli studenti non vorranno mai mettere giù,</em></li>
<li>Una esperienza  interattiva (full scree, of course) di diagrammi, foto, immagini, video. Mai più illustrazioni statiche, ora anche in 3D,</li>
<li>Possibilità di interagire con il testo: Evidenziare, prendere note, ricercare contenuti e definizioni nel glossario,</li>
<li>Un vero e proprio <em>partner di studio,</em></li>
<li>Una App per sviluppare agevolmente libri di testo per iPad, la iBooks Author,</li>
<li>Numerosi iLdT già sviluppati dalle più note case editrici americane e tanti altri in arrivo.</li>
</ul>
</blockquote>
<p>Che dire? Affascinante come tutte le cose Apple. Divertenti, giocose, moderne. Che parla il linguaggio dei &#8230;nativi digitali&#8230;</p>
<p>Certamente l&#8217;evoluzione informatica del LdT tradizionale; certamente il superamento della pratica del pidieffare quei testi; certamente lo sfruttamento appropriato delle più avanzate tecnologie digitali.</p>
<p>Certamente un nuovo e lucrosissimo business. Con tutte le perplessità di sempre su di un sistema chiuso e tutto sommato elitario (come fa notare Antonio Fini in una breve discussione su Facebook).</p>
<p>Rimangono, però, aperti tutti i veri problemi che si incontrano a scuola (quando &#8220;problemi&#8221; ci sono). Con queste App gli studenti:</p>
<blockquote>
<ul>
<li>riusciranno a dare un senso a quello che gli insegnanti proporranno loro?</li>
<li>avranno più voglia di studiare?</li>
<li>impareranno di più e meglio?</li>
<li>sapranno usare quello che hanno imparato?</li>
</ul>
</blockquote>
<p>Per me si può chiamare &#8220;innovazione&#8221; in un contesto educativo/scolastico  tutto ciò che riesce a dare una risposta (almeno) a queste domande. L&#8217;iPad e i suoi iTextbook daranno queste risposte? O i problemi saranno ancora e sempre alla ricerca di una soluzione? E saranno ancora e sempre nelle mani degli insegnanti?</p>
<p>Ai posteri l&#8217;ardua sentenza. Queste cose a me lasciano, come sempre, tiepido ed alle prese con i problemi di sempre.Magari auitato dalle tecnologie.</p>
<p>Oggi come oggi, per quanto riguarda la questione dei &#8220;libri di testo&#8221; digitali, marchetta per marchetta,  preferisco <a title="didasfera" href="http://www.didasfera.it/" target="_blank">Didasfera di BBN</a>. Insomma, meglio Fosdinovo che Cupertino <img src='http://www.giannimarconato.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> .</p>
<p><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/01/textbooks_experience_gallery1.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2091" title="textbooks_experience_gallery1" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/01/textbooks_experience_gallery1-300x176.png" alt="" width="300" height="176" /></a></p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/SqMG/~4/XnRhVPuMhhI" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Internet rendi stupidi … coloro che stupidi già sono</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/SqMG/~3/iI5ZzBYDHcM/</link>
		<comments>http://www.giannimarconato.it/2012/01/internet-rendi-stupidi-coloro-che-stupidi-gia-sono/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 16:39:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie didattiche]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggo (Repubblica del 12 gennaio) un  interessante contributo di Raffaele Simone (linguista italiano,  uno dei maggiori studiosi europei di linguistica e filosofia del linguaggio e della cultura,  un&#8217;intensa attività di saggistica politico-culturale e di organizzazione editoriale. Fonte Wikipedia) sulla (presunta, demagogica, mistificatoria: aggiunte mie) innovazione digitale a scuola. Cito articolo ed autore per la sintonia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/01/MDA11_26-4-08-291.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2072" title="MDA11_26-4-08-29" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/01/MDA11_26-4-08-291-267x300.jpg" alt="" width="267" height="300" /></a></p>
<p>Leggo (Repubblica del 12 gennaio) un  interessante contributo di Raffaele Simone (linguista italiano,  uno dei maggiori studiosi europei di linguistica e filosofia del linguaggio e della cultura,  un&#8217;intensa attività di saggistica politico-culturale e di organizzazione editoriale. Fonte Wikipedia) sulla (<strong><span style="color: #ff6600;">presunta, demagogica, mistificatoria</span></strong>: aggiunte mie)<strong><span style="color: #ff6600;"> innovazione digitale a scuola</span></strong>.</p>
<p>Cito articolo ed autore per la sintonia tra il suo (alto) ed il mio (modesto) pensiero sulla questione. Il Nostro esordisce senza peli sulla lingua:</p>
<blockquote><p>Due spettri si aggirano per le scuole italiane: la lavagna interattiva ed i tablet. &#8230; Da un po&#8217; di tempo qualcuno ha stabilito che sono il futuro della scuola &#8230;appena un ministro si installa, dichiara che i due gadget sono indispensabili.</p></blockquote>
<p>Allineamento e sudditanza totale con queste affermazioni. Tanto, le faccio da anni, specie per la lim <img src='http://www.giannimarconato.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> .</p>
<p>Simone continua</p>
<blockquote><p>Quanto alla lavagna interattiva, basta vederla in funzione per capire che è un gadget inutile e fragilissimo. Il suo lavoro non è molto diverso da quello  di una lavagna normale, &#8230;&#8230;</p></blockquote>
<p>Cose, anche queste dette qui ed altrove da tempo immemorabile.</p>
<p>Sui tablet:</p>
<blockquote><p>Il tablet è più insidioso .. ha un appeal a cui è difficile resistere. Inoltre, siccome è  &#8220;connesso&#8221; , spinge facilmente a credere che apra finestre su un mondo illimitato</p></blockquote>
<p>&#8230; e si domanda</p>
<blockquote><p>Ma è davvero così?  &#8230; il dibattito internazionale su questi temi è molto vivo. Più di un analista dubita della reale utilità di queste risorse a scuola.</p></blockquote>
<p>Anche qui accordo totale se per &#8220;risorse&#8221; si intendono le lavagne magiche ed i tablet; non certamente il digitale in senso ampio ed in tutte le sue forme. Mi pare impropria la sua citazione del (titolo del) libro di Carr &#8220;Internet rende supidi?&#8221; a sostegno della sua idea che si, internet rende sempre e comunque stupidi quando usato a scuola e per scopi di apprendimento. Non è internet che rende stupidi; chi è già stupido di suo lo è anche con Internet.</p>
<p>Condivisibile anche quando parla dell&#8217;accettazione acritica nella nostra scuola di modelli e strumenti &#8220;modaioli&#8221;.</p>
<blockquote><p>In ritardo su tutti gli aspetti della modernità, la nostra scuola ha sempre mostrato la più candida accoglienza verso mode (tutte, inutile dirlo, di origine statunitense)  che si sono esaurite in un batter d&#8217;occhio A ricordarne alcune si entra nella più pumblea archeologia culturale:</p>
<ul>
<li>negli anni sessanta subimmo l&#8217;inondazione del mito della misurazione oggettiva delle prestazioni dei ragazzi</li>
<li>poi fu la volta degli &#8220;obiettivi didattici&#8221;, mediocre dottrina che costrinse per anni gli insegnanti a indicare ossessivamente gli &#8220;obiettivi&#8221; &#8230; a cui la loro attività doveva puntare</li>
<li>infine, la folle sbronza dell&#8217;&#8221;istruzione programmata&#8221;: in attesa del computer si progettavano noiosi fascicoli che ne scimiottavano la logica.</li>
</ul>
</blockquote>
<p>Condivido la valutazione di &#8220;mode&#8221; accolte senza alcuna riflessione ed atteggiamento critico di questi approcci metodologici e ne rigetto il significato ed il valore, ma vorrei ricordare all&#8217;illustre autore che &#8220;misuarzione oggettiva&#8221; e &#8220;obiettivi didattici&#8221; ancora imperano nelle nostre scuole e che la &#8220;istruzione programmata&#8221; si è attualizzata sotto forma di tanti usi didattici dellle tecnologie (= tecnologie che insegnano agli studenti), in tanti approcci al così detto e-learning, nei courseware, nei learning object. Tutto in vigore, caro Simone. Purtroppo.</p>
<p>Giusto, caro Simone, evidenziare che:</p>
<blockquote><p>Ognuna di quelle ondate generò corsi di aggiornamento, investimenti e carta straccia, senza dire del subbuglio che produsse nei professionisti e nelle famiglie.</p></blockquote>
<p>Insomma, solo occasioni di business,  poco cambiamento reale e duraturo, nessuna vera innovazione, quella ad impatto sull&#8217;apprendimento. La scuola ha continuato, e continua, a produrre poco apprendimento. Per fortuna che noi esseri umani in tante occasioni siamo capaci di imparare anche senza insegnamento  (o nonostante l&#8217;insegnamento) come siamom in grado di guarire anche senza medici e medicine (qui si aprirebbe  un capitolo dal titolo: &#8220;Allora, a che serve la scuola? A che servono gli insegnanti?&#8221; Svilupperemo questo capitolo altrove; per ora dico che scuola ed insegnan ti servono; eccome che servono).</p>
<p>Quale vero problema pone Raffaele Simone?</p>
<blockquote><p>L&#8217;aperura senza riserve a tablet e lavagne interattive (qualcuno studia anche applicazioni educative per telefonino&#8230;) corre il rischio di essere un nuovo capitolo di questa storia di sudditanza.</p></blockquote>
<p>E, aggiungo io, un&#8217;ulteriore occasione mancata per innovare e per rendere maggiormente efficace la scuola.</p>
<p>Interessanti le sollecitazioni con cui si conclude l&#8217;intervento, riconducibili sostanzialmente a:</p>
<blockquote>
<ul>
<li>importanza della cultura digitale, ben oltre le  mode precedenti</li>
<li>tardiva attenzione da parte dei &#8220;responsabili&#8221; verso il fenomeno digitale</li>
<li>cultura dell&#8217;accodarsi non consapevole nelle pratiche di digitalizzazione</li>
<li>necessità di comprendere bene il significato dell&#8217;introduzione massiccia della cultura digitale nella scuola</li>
</ul>
</blockquote>
<p>Concludendo, non mi sento di condividere minimamente la  sua preoccupazione per la relazione tra digitale ed attenzione:</p>
<blockquote><p>&#8230; la cultura digitale è uno dei più terribili moventi di interruzione della concentrazione che si siano mai presentati nella storia, e si sa quanto la concentrazione sia cruciale nell&#8217;apprendimento.</p></blockquote>
<p>No, non sono dell&#8217;avviso che il digitale distragga. <span style="color: #ff6600;"><strong>Il digitale sta generando nuove forme di &#8220;attenzione&#8221;</strong></span>: una attenzione fluida, a macchie, a balzi ma che in parallelo genera la capacità di mettere assieme i diversi pezzi facendoli percepire cone un&#8217;entità unica, omogenea. Una omogeneità ricostruita cognitivamente. Qualcosa di simile a quanto avviene nel sistema visivo (occhio + mente) per la percezione della forma quando il cervello assicura continuità ad eventi che l&#8217;occhio rileva come elementi separati. Certe forme di  movimento, il completamento di figure &#8230;. Una forma nascente di &#8220;attenzione digitale&#8221; (vedi le concettualizzazioni di &#8220;intelligenza digitale&#8221; di Batro e Denham)? Solo una mia idea, da approfondire oltre un&#8217;intuizione grezza.</p>
<p>PS</p>
<p>Leggo un contributo critico verso il citato articolo: &#8220;Gli spettri di Simone&#8221; di Maurizio Tirittico (in http://www.scuolaoggi.org/archivio/gli_spettri_di_simone). Credo che Trittico abbia letto quello che ha voluto nello scritto di Simone, scritto che ha il pregio di aver dato uno sguardo non superficiale ed acritico agli usi delle tecnologie  a scuola. Condividio quanto Trittico afferma a proposito di Simone: nel suo contributo mancano le proposte di usi &#8220;intelligenti&#8221; delle tecnologie, proposte che dal suo punto di osservazione potrebbe autrevolmente fare.</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Link all&#8217;articolo: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/12/se-scuola-internet-rende-stupidi.html</p>
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		<title>Relazioni digitali</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 12:24:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[internet]]></category>

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		<description><![CDATA[Finalmente un po&#8217; di lucida chiarezza! Pensavo al solito bla bla, ma questo Casilli Antonio, compatriota, emigrato intellettuale a Parigi, mi è proprio piacciuto. Forse, anche, perchè nei suoi ragionamenti trovo conforto su di una cosa di cui sono convinto: ai NUOVI fenomeni  del web non possiamo guardare nei termini delle vecchie categorie (sociali, culturali, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/01/fish1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2065" title="fish1" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/01/fish1-282x300.jpg" alt="" width="282" height="300" /></a></p>
<p>Finalmente un po&#8217; di lucida chiarezza! Pensavo al solito bla bla, ma questo Casilli Antonio, compatriota, emigrato intellettuale a Parigi, mi è proprio piacciuto. Forse, anche, perchè nei suoi ragionamenti trovo conforto su di una cosa di cui sono convinto: ai NUOVI fenomeni  del web non possiamo guardare nei termini delle vecchie categorie (sociali, culturali, cognitive), ma dobbiamo riconcettualizzare tutto assumendo prospettive davvero nuove. Con fatica e, spesso, con dolore.</p>
<p>Nel suo ultimo saggio (non nuovissimo ma da poco in versione Kindle) <em>Les liaisons numériques : Vers une nouvelle sociabilité ?</em> Casilli fa, finalmente, un po&#8217; di chiarezza su tanti luoghi comuni degli &#8220;effetti&#8221; negativi dell&#8217;intenso uso che facciamo della rete.</p>
<p>Alcuni concetti desunti dall<a title="Casilli" href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/10/relazioni-digitali-amici-nuovi-legami-internet-aumenta.html" target="_blank">&#8216;intervista </a>pubblicata ieri su Repubblica che riporto qui anche per mia memoria (blog come blocco per gli appunti?).</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff6600;"> Smaterializzazione del reale</span></strong><strong><span style="color: #ff6600;"> &#8211; Relazione con lo spazio</span></strong></p>
<p style="text-align: left;">Più che una dicotomia tra spazio reale e spazio virtuale, noi tutti oggi viviamo in una realtà mista, che potremo definire una realtà aumentata, dove il reale è aumentato, amplicato, trasformato dal virtuale.</p>
<p style="text-align: left;">Lo spazio diventa ibrido e noi lo percepiamo come tale, riconfigurandolo di continuo. &#8230; la separazione tra spazio privato e spazio pubblico è in continuo movimento;   (i social network)  &#8230;. rimettono costantemente in discussione le nostre categorie di privato, il quale non si dissolve ma si riconfigura.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: left;">Potremo, allora, non usare più il termine &#8220;virtuale&#8221; che nella sua accezione corrente si contrappone a &#8220;reale&#8221; e  significa &#8220;non reale&#8221;. Potremo dire che la nostra &#8220;realtà&#8221; è fatta di una dimensione &#8220;materiale&#8221; e di una &#8220;digitale&#8221;, ma sempre e comunque &#8220;reale&#8221; in quanto i comportamenti agiti e gli effetti prodotti sono tremendamente REALI.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">
</blockquote>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff6600;">Apprendistato dei media sociali</span></strong></p>
<p style="text-align: left;">&#8230; questa ginnastica mentale (per adattarci alle nuove realtà) è molto faticosa &#8230; si spendono energie &#8230; si rischiano errori. In fondo, tutti noi oggi stiamo facendo un apprendistato collettivo dei nuovi media sociali</p>
</blockquote>
<p>Ecco, questo è un punto nodale: vivere in questa nuova realtà costa fatica se la vogliamo vivere per quello che è. Se rifiutiamo la fatica del cambiamento (di percezione, di prospettiva, di approccio) e viviano questa nuova realtà in modo vecchio, non la capiamo, non la agiamo, non ne traiamo beneficio. Abbandoniamo le certezze (gli schemi precostituiti e securizzanti) e giochiamoci il nostro apprendistato. Usciremo presto dal nostro noviziato social-digitale.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff6600;"> Rappresentazione di noi stessi &#8211; identità</span></strong></p>
<p>.. il corpo diventa un&#8217;interfaccia tra tra noi e il mondo digitale. Lo spazio digitale invita il corpo a mettersi in scena nella realtà virtuale.  &#8230; Nei media sociali gli altri intervengono a convalidare la rappresentazione di noi stessi</p></blockquote>
<p>Chi di noi frequenta da tempo ed intensamente la rete, si espone, di misura &#8230; sperimenta la sensazione di aver costruito poco a poco una identità, una auto-immagine di sè che è anche frutto delle interazioni in rete. Ulteriore prova della realtà del &#8230; virtuale.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff6600;">Prolunga cognitiva</span></strong></p>
<p>I computer vanno considerati come un&#8217;estensione della memoria e non come una minaccia per le capacità cognitive. L&#8217;universo informatico è per noi una prolunga cognitiva, nonchè sociale che ci consente un maggior numero di relazioni.</p></blockquote>
<p>Lasciando al computer funzioni meno pregiate, cone la memorizzazione, lasciamo libero il nostro sistema cognitivo per impegnarlo in funzioni più ricche come l&#8217;esercizio del pensiero critico, creativo, generativo &#8230;.Fate fare a Cesare quel che sa fare Cesare &#8230;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff6600;">Capitale sociale</span></strong></p>
<p>Internet è speso accusato di desocializzare gli individui. In realtà Internet produce nuove forme di socialità  che ci consentono di modulare meglio l&#8217;equilibrio tra legami forti e legami deboli &#8230;. di conseguenza, i media sociali offrono una socialità più ricca, che ci consente di entare in contatto con ambienti che in precedenza ci erano preclusi. I vantaggi sono molteplici soprattutto in termini di capitale sociale. I media sociali ci consentono di incrementare e modulare meglio il capitale sociale.</p></blockquote>
<p>L&#8217;intensità della nostra presenza in rete (grazie anche al miglioramento degli aspetti tecnici, alla facilità di acceso alle risorse, alla diminuzione dei costi) modifica sostanzialmente il significato dell&#8217;uso della rete ed il suo impatto sulle relazioni. Pensiamo solo ai ragazzi per i quali l&#8217;interazione in rete è il prolungamento naturale dell&#8217;interazione fisica. La quantità di uso della rete determina la qualità di ciò che avviene.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff6600;">Ripensare l&#8217;amicizia</span></strong></p>
<p>Per secoli abbiamo abbiamo privilegiato la definizione umanistica di amicizia .. amicizia come legame disnteressato, privato e caratterizzato da una cooperazione forte. &#8230; (in rete) questo tipo di amicizia rimane ma a questo si sovrappone  un legame che può essere anche di tipo utilitaristico &#8230;. con forme di collaborazione non simmetrica.</p></blockquote>
<p>Un concetto ed una pratica più larga di amicizia? Su questo non ho ancora un&#8217;idea precisa. Forse non si può neppure chiamare &#8220;amicizia&#8221;. Le relazioni significative tra le persone non sono necessariamente solo relazioni di amicizia.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff6600;">Azione politica</span></strong></p>
<p>Le rivoluzioni non le fanno Twitter o Facebook. Le fanno sempre le persone che scendono in piazza. I media sociali possono solo coordinare, scambiare e amplificare le ricadute del reale. Ma senza mai sostituirisi ad esso.</p></blockquote>
<p>Ottima conclusione a tranquillizzare chi crede ancora che Internet si sostituisca alle persone, le governi, le determini. Caso mai, Internet ci invita (o ci obbliga) ad essere maggiormente critici, maggiormente abili.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/10/relazioni-digitali-amici-nuovi-legami-internet-aumenta.html</p>
<p>&#8212;&#8212;</p>
<p>immagine www.mariedargent.com</p>
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		<title>Didasfera … eppur qualcosa si muove</title>
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		<comments>http://www.giannimarconato.it/2012/01/disasfera-eppur-qualcosa-si-muove/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 17:36:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente di apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[Libri di testo]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie didattiche]]></category>

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		<description><![CDATA[Finalmente un&#8217;autentica novità nel panorama dell&#8217;editoria digitale per la scuola. Dopo anni di annunci di rivoluzioni digitali quando, invece, si sono visti meri adeguamenti di formati e di supporti editoriali; dopo anni di roboanti comunicati che finalmente i &#8220;libri di testo&#8221; in  digitale erano arrivati quando, invece, non si vedavano altro che pdf, qualche animazione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/01/DidaSfera_banner230.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2055" title="DidaSfera_banner230" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/01/DidaSfera_banner230.jpg" alt="" width="230" height="74" /></a></p>
<p>Finalmente un&#8217;autentica novità nel panorama dell&#8217;editoria digitale per la scuola.</p>
<p>Dopo anni di annunci di rivoluzioni digitali quando, invece, si sono visti meri adeguamenti di formati e di supporti editoriali; dopo anni di roboanti comunicati che finalmente i &#8220;libri di testo&#8221; in  digitale erano arrivati quando, invece, non si vedavano altro che pdf, qualche animazione, timida impertestualità ed ancor più timida multimedialità, ecco, si diceva, arrivare un oggetto che pare mantenere tutte le promesse e le promesse: <a href="http://www.didasfera.it/" target="_blank"><span style="color: #ff6600;"><strong>DIDASFERA</strong></span> </a></p>
<p>Quale è la questione?</p>
<p>Io ho sempre sostenuto che con l&#8217;avvento del digitale gli &#8220;oggetti&#8221; che prima erano sviluppati in analogico avrebbero dovuto assumere una differente forma, struttura, funzione per accogliere le potenzialità del digitale e non limitarsi ad una semplice trasposizione analogico-digitale (estremizzando: passare in pdf il libro cartaceo).</p>
<p>Cosa questo significhi in pratica è tutto da inventare. Se guardiamo alle caratteristiche del digitale e della rete, le caratteristiche che potremo far fruttare sono, ad esempio, quelle della modularità, dell&#8217;ipertestualità e della multimedialità (per stare sulle più semplici), quelle della fluidità degli &#8220;oggetti&#8221; e della loro aggregabilità creativa (per andare un po&#8217; più oltre), quelle della collaborazione nello sviluppo delle risorse e nei loro usi didattici (per andare ancora più in là).</p>
<p>Con il digitale e con la rete, se cambiano  le pratiche didattiche, cambia pure il senso, il ruolo del così detto &#8220;libro di testo&#8221; (una riflessione qui http://ebookfest2010.bibienne.net/2010/09/10/serve-ancora-il-libro-di-testo-se-si-quale-la-funzione-la-forma-lutilizzo-nellera-del-digitale-e-di-internet-2/) .</p>
<p>Credo cambi anche il ruolo dell&#8217;&#8221;editore&#8221; sempre più orientato verso la fornitura di un mix di prodotti e servizi; sempre meno prodotti e sempre più servizi a generare valore economico per l&#8217;editore stesso.</p>
<p>Mettendo assieme le caratteristiche specifiche ed innovative del mezzo, il cambiamento delle pratiche didattiche, il necessario cambiamento del modello di business dell&#8217;editore, si dovrebbe creare il &#8220;nuovo&#8221; libro di testo (che termine orribile!). Nuova forma, nuovo contenuto, nuova funzione, nuova modalità d&#8217;uso &#8230; nuovo tutto, insomma.</p>
<p>Tempo fa avevo formulato l&#8217;idea di &#8220;libro di testo come ambiente di apprendimento&#8221; (qui http://www.slideshare.net/gmarconato/contenuti-digitali-e-didattica) .</p>
<p>Cosa è un ambiente di apprendimento? Scrivevo:</p>
<blockquote><p>La metafora del “corso” ci descrive un sistema statico di (scarse) risorse messe a disposizione di coloro che apprendono: uno o più docenti, dei materiali didattici, un programma ben definito. E’ un sistema strutturato attorno ai principi di apprendimento della disciplina e predeterminato in sede di progettazione con poche possibilità di cambiamento se le condizioni reali in cui si svilupperà l’azione formativa saranno differenti da quelle ipotizzate dai progettisti.<br />
La metafora dell’ “ambiente d’apprendimento” rappresenta un sistema dinamico, aperto, forse caotico, in cui le persone che apprendono hanno la possibilità di vivere una vera e propria “esperienza di apprendimento”. Un “ambiente” è ricco e ridondante di risorse in modo da poter essere funzionale alle differenti situazioni reali in cui si svilupperà il processo formativo. Gli “obiettivi d’apprendimento” rappresentano più la direzione del percorso che la meta da raggiungere. I “contenuti” non sono pre-strutturati e sono presentati da una pluralità di prospettive; non tutti devono essere appresi ma rappresentano una “banca dati” cui attingere al bisogno.</p>
<p>Un ambiente d’apprendimento è costituito da un insieme di risorse materiali ed immateriali che consentono lo svolgimento delle attività d&#8217;insegnamento e di apprendimento funzionali al conseguimento, nel contesto reale, della finalità dell’azione. Queste attività sono svolte all&#8217;interno di classi o &#8220;comunità&#8221; virtuali di apprendimento e l&#8217;apprendimento che in esse si sviluppa è basato sulla collaborazione tra i membri della comunità. Un &#8220;ambiente di apprendimento&#8221; è caratterizzato dalla ricchezza e dalla differenziazione di risorse in modo che tutti i membri di quella comunità possano identificare modalità operative loro congeniali, punti di vista differenti con cui misurarsi e che sfidano le conoscenze presenti nella propria struttura cognitiva, contenuti che attivano il pensiero per conseguire rappresentazioni più evolute di quella conoscenza.<br />
<strong><span style="color: #ff6600;">Un ambiente d&#8217;apprendimento è un luogo o uno spazio dove l&#8217;apprendimento ha luogo… ed è</span></strong><br />
<strong><span style="color: #ff6600;">composto dal soggetto che apprende e da un &#8220;luogo&#8221; dove chi apprende agisce, usa strumenti,</span></strong><br />
<strong><span style="color: #ff6600;">raccoglie ed interpreta informazioni, interagisce con altre persone (Wilson, 1996).</span></strong></p></blockquote>
<p>Ecco, <a href="http://www.didasfera.it/" target="_blank"><strong><span style="color: #ff6600;">DIDASFERA</span></strong></a> è tutto questo ed è per questo che sono ben felice di contribuire con questo post a far conoscere questa iniziativa dell&#8217;amica Noa Carpignano di BBN e di Futre, Maria Grazia, Maurizio e tanti altri. Finalmente la rivoluzione dei libri di testo è arrivata! Tutto migliorabile, come sempre, ma già questa prima release  è una cosa che ha del portentoso. Mi dispiace solo non aver avuto alcun ruolo in questo evento epocale (dico questo per precisare che non ho alcun interesse in questa impresa).</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">Per saperne di più:</span></strong></p>
<p>Una presentazione:</p>
<p>http://noa.bibienne.net/2011/10/23/didasfera-primo-post-la-piattaforma-bbn/</p>
<p>Sulla navigazione semantica:</p>
<p>http://noa.bibienne.net/2011/10/24/didasfera-secondo-post-la-navigazione-dei-contenuti/</p>
<p>Il lato &#8220;social&#8221;:</p>
<p>http://noa.bibienne.net/2011/10/27/didasfera-terzo-post-strumenti-e-social-learnig/</p>
<p>Qualche altro mio pensiero sulla cosa</p>
<p>http://www.giannimarconato.it/2009/05/schoolbookcamp-riflessioni/</p>
<p>http://www.giannimarconato.it/2010/08/libri-di-testo-tra-rassegnazione-e-speranze/</p>
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		<item>
		<title>Il bravo prof</title>
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		<comments>http://www.giannimarconato.it/2012/01/il-bravo-prof/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 18:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Insegnanti]]></category>

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		<description><![CDATA[Video di Simona Martini Torna proprio a fagiolo l&#8217;articolo di Repubblica di oggi sul buon maestro che ti cambia la vita. Un tema che, trasversamente, è presente nel dibattito che si sta intrecciando tra alcuni valenti colleghi su un precedente post di questo blog. Il punto è: quale è il profilo del &#8220;buon insegnante&#8221;? Di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/HIpCJ_zPrso" frameborder="0" width="290" height="218"></iframe></p>
<p>Video di Simona Martini</p>
<p>Torna proprio a fagiolo l&#8217;articolo di Repubblica di oggi sul buon maestro che ti cambia la vita. Un tema che, trasversamente, è presente nel dibattito che si sta intrecciando tra alcuni valenti colleghi su un <a title="scuola, bottega artigiana" href="http://www.giannimarconato.it/2012/01/scuola-bottega-artigiana/" target="_blank">precedente post </a>di questo blog.</p>
<p>Il punto è: quale è il profilo del &#8220;buon insegnante&#8221;? Di certo esistono, come in tutti i mestieri, insegnanti bravi, mano bravi, pessimi. E&#8217; altrettanto vero che un bravo insegnante può fare la differenza:  ti può salvare la vita ma te la può anche dannare&#8230;. ne abbiamo incontrati tutti, come studenti, come genitori, come colleghi, come formatori.</p>
<p>Secondo l&#8217;articolo (al momento ancora nella sezione a pagamento), ripreso dal New York Time a firma di Annie Lowrey,</p>
<blockquote><p>&#8230; il bravo insegnante è quello che ti aiuta a prendere bei voti agli esami. Secondo una ricerca fatta da economisti USA su 2 milioni e mezzo di studenti seguiti per un periodo di 20 anni, questi studenti di elevata performance scolastica hanno minori probabilità di avere un figlio in età adolescenziale (forse perchè troppo impegnati a studiare e con poco tempo per &#8230; incontri carnali; nota mia, ovviamente), maggiori probabilità di iscriversi all&#8217;università, migliori prospettive di guadagno nella vita adulta.</p></blockquote>
<p>A me sembra eccessivamente semplicistico questo collegamento tra voti agli esami e fortuna nella vita. Tantissime altre ricerche (forse non fatte da economisti come i nostri studiosi) stentano a trovare delle costanti chiare, stabili, univoche.</p>
<p>Secondo gli autori,</p>
<blockquote><p>miglior livello di istruzione, migliori guadagni.</p></blockquote>
<p>Che una buona istruzione sia meglio di una cattiva, non ci voleva di certo la ricerca di Chetty, Friedman e Rockof per scoprirlo. Spero che la ricerca (della quale leggo attraverso una riduzione giornalistica,  tipologia di approcci di cui diffido essendo troppo spesso semplicistici al limite della banalizzazione di questioni altrimenti serie, e sensazionalistici) porti dati ed argomentazioni di maggior spessore a supporto della tesi.</p>
<p>Inquietante il commento di tale Robert Mayer, direttore di un centro (universitario) che si occupa &#8211; studiandoli &#8211; dei metodi di valutazione degli insegnanti:</p>
<blockquote><p>I punteggi ottenuti nei test aiutano a garantire un maggior livello di istruzione , e quello si ripercuote sui guadagni.</p></blockquote>
<p>Inquietante per il collegamento meccanico tra voto e guadagno; inquietante anche perchè assume come criterio della bontà di un insegnante quello dei voti ottenuti dai suoi studenti (quanto voleva fare la premiata ditta Gelmini &amp; Invalsi).</p>
<p>Inquietante, infine, perchè secono l&#8217;articolista questi dati influenzeranno il dibattito nazionale &#8230; udite &#8230; udite &#8230;</p>
<blockquote><p>&#8230; sull&#8217;importanza di avere insegnanti di qualità e sul modo migliore per misurala.</p></blockquote>
<p>Qui siamo al delirio allo stato puro. Ovvio che è importante avere buoni insegnanti; ovvio che gli insegnanti vadano valutati  ed i più efficaci premiati (magari gli insegnanti andrebbero anche selezionati meglio in ingresso e formati all&#8217;inizio di carriera ed in servizio), ma adottare un criterio tanto semplice quanto privo di valore, è davvero inquietante .</p>
<p>L&#8217;articolista si salva, smentendosi, quando afferma</p>
<blockquote><p>..a parità di altre condizioni, uno studente che ha avuto un insegnante molto bravo per un anno, tra la quarta elementare e la terza media, guadagna 4.600 dollari di reddito in più nell&#8217;arco dell&#8217;interva vita &#8230; Sostituire un insegnante scadente con uno medio produrrebbe un incremento dei guadagni degli studenti nella vita di 266.000 dollari &#8230;</p></blockquote>
<p>A parità di altre condizioni! Sono proprio queste &#8220;altre condizioni&#8221; a fare la differenza!</p>
<p>A questo punto non capisco le conclusioni che smentiscono tutte le premesse</p>
<blockquote><p>Limitandosi ai punteggi degli esami l&#8217;effatto di un bravo insegnate svanisce dopo 3 o 4 anni. Ma, assumendo una prospettiva più ampia, gli studenti continuano a beneficiare dell&#8217;influsso positivo di un buon insegnante per anni.</p></blockquote>
<p>Allora, &#8216;sto bravo insegnante, conta o non conta? Contraddizioni ed indebite inferenze a parte, la mia esperienza multi-ruolo con gli insegnanti mi porta a dire:</p>
<ul>
<li>i &#8220;bravi insegnanti&#8221; esistono; ne consegue che esistono anche i &#8220;cattivi insegnanti&#8221;; i &#8220;buoni&#8221; andrebbero premiati ed i &#8220;cattivi&#8221; andrebbero espulsi,</li>
<li>non è facile, nel senso che è difficile avere un vasto consenso sulla questione, dire cosa caratterizzi il &#8220;bravo insegnante&#8221;: entrano in gioco tanti valori, tanti interessi, tanti punti di vista e non sempre focalizzati sullo studente;</li>
<li>gli insegnanti, come i medici, hanno un compito delicatissimo nella &#8220;vita&#8221; delle persone e per questo andrebbero valutati meglio, pagati meglio, formati meglio, selezionati meglio.</li>
</ul>
<p>Sul cosa caratterizzi un &#8220;bravo&#8221; insegnante, un contributo lo hanno dato tanti insegnanti che si ritrovano nel network professionale La scuola che funziona (www.lascuolachefunziona.it) ed hanno elaborato il Manifesto degli insegnanti (www.manifestoinsegnanti.it).</p>
<p>Un invito, quindi, a leggerlo, a rileggerlo, a firmarlo ed a farlo firmare</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Scuola, bottega artigiana</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/SqMG/~3/r8ncGVQeB2w/</link>
		<comments>http://www.giannimarconato.it/2012/01/scuola-bottega-artigiana/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 17:44:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[Didattica]]></category>
		<category><![CDATA[Insegnanti]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Non mi è mai capitato di essere d&#8217;accordo con Mastrocola ma non posso non sentirmi in piena sintonia quando dice (Repubblica del 2 gennaio 2012): Andiamo verso la misurazione di tutto. Va bene, è meglio di niente, ma è triste &#8230; &#8230;.. ma diventa triste pensare che di questo passo finiremo per scegliere tutte le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/01/th-9_dsc09089.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2040" title="th-9_dsc09089" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2012/01/th-9_dsc09089.jpg" alt="" width="200" height="150" /></a></p>
<p>Non mi è mai capitato di essere d&#8217;accordo con Mastrocola ma non posso non sentirmi in piena sintonia quando dice (Repubblica del 2 gennaio 2012):</p>
<blockquote><p>Andiamo verso la misurazione di tutto. Va bene, è meglio di niente, ma è triste &#8230;</p>
<p>&#8230;.. ma diventa triste pensare che di questo passo finiremo per scegliere tutte le cose della vita grazie a misurazioni statistiche.</p>
<p>&#8230; da quando una decina di anni fa sono stati introdotti termini speventosi come &#8220;offerta formativa&#8221;. Già solo il nome fa pensare ad un supermercato.  &#8230;&#8230; i Pof sembrano i depliant degli alberghi che cercano di farsi pubblicità elogiando questo o quel servizio per la clientela</p></blockquote>
<p>Credo anch&#8217;io che la scuola, dopo aver subito una deriva che potremo chiamare &#8220;industriale&#8221;, stia subendo da anni una nuova deriva, quella &#8220;commerciale&#8221;: un prodotto da vendere, non un servizio alla persona ed al futuro di un Paese.</p>
<p>La deriva &#8220;industriale&#8221; è iniziata  (a mio avviso ed in accordo con alcuni autori), da una parte, con l&#8217;avvento dell&#8217;istruzione di massa quando per far fronte alla necessità di tanti insegnanti si sono inventate didattiche tendenti ad automatizzare i processi di insegnamento. Si sono, così, inventate tecniche didattiche standardizzate che assumevano, per comodità, una visione iper-semplificata del processo di apprendimento ed assumevano che di fronte ai compiti di apprendimento tutti gli individui fossero uguali.</p>
<p>Da un&#8217;altra parte, la deriva &#8220;industriale&#8221; che caratterizza quasi tutta la nostra scuola &#8220;occidentale&#8221;, si è avviata anche con la seconda guerra mondiale e con la necessità degli Stati Uniti di formare in poco tempo tante persone. Risale a quell&#8217;epoca il modello di Instructional Design noto ADDIE (Analysis, Design, Development, Implementation, Evaluation) che ha influenzato, non solo l&#8217;addestramento militare ed industriale, ma anche i sistemi educativi. Un&#8217;attualizzazione di questo peccato originale è ben visibile in tanti usi didattici delle tecnologie.</p>
<p>Queste premesse &#8220;metodologiche&#8221; all&#8217;industrializzazione dei processi educativi e di istruzione saranno state, e sono, funzionali a far convivere costi e risultati (anche se tra le argomentazioni dei fautori di questi approcci &#8220;industriali&#8221; trovava posto anche quella della bassa qualità media degli insegnanti disponibili sul mercato e che, per questo, fosse necessario equipaggiarli con tecniche didattiche semplici, facili, da applicare  meccanicamente e senza tanta riflessione e creatività ) ma non sono per nulla adeguati alla natura dei processi di cui stiamo parlando.</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">L&#8217;apprendimento non è un processo meccanico</span></strong> dove tutto è prevedibile, programmabile, proceduralizzabile, dove ad un input corrisponde un output. <strong><span style="color: #ff6600;">L&#8217;apprendimento è un processo biologico</span></strong> dove intervengono numerose variabili e quasi tutte non controllabili, compreso l&#8217;esito. Dove lo stesso input genera risultati differenti a seconda del soggetto coinvolto, del conteso in cui agisce, di fattori contingenti.</p>
<p>Se è vero, come io credo, che l&#8217;apprendimento sia un processo &#8220;biologico&#8221;, perchè, allora pensarlo e trattarlo, come si sta facendo troppo spesso, come un  processo meccanico? Perchè ingegnerizzare procedure di insegnamento e di valutazione?</p>
<p>Sono convinto che non vi sia nulla di meno prescrivibile dell&#8217;insegnamento: insegnare non è una tecnica (o un insieme di tecniche, anche se ha un consistente portato di teorie, concetti, principi di carattere generale): insegnare è un gesto creativo, mai uguale a sè stesso, sempre diverso perchè sempre diverse sono le condizioni in cui si verifica. Per questo l&#8217;insegnante è più simile ad un artigiano che confeziona prodotti unici che ad un tecnico industriale che esegue routine.</p>
<p>Perchè, allora, si vuole valutare il &#8220;prodotto&#8221; dell&#8217;insegnamento come fosse un bene di consumo in uscita da una catena di montaggio?</p>
<p>Perchè, allora, tanta formazione degli insegnanti come fossero operai da mandare alla catena di montaggio? O, forse, è questo approccio alla formazione degli insegnanti che rivela la vera natura INDUSTRIALE e COMMERCIALE della nostra scuola. Davvero triste, se ne è accorta anche Mastarcola!</p>
<p>Non sono, invece, per nulla d&#8217;accordo con Mastracola quando banalizza le ragioni della <em>vox populi</em> sulla qualità di un insegnante o di una scuola: non sono meri punti di vista soggettivi, ma solide costruzioni socialmente valutate ed apprezzate.</p>
<p>Non sono ancora d&#8217;accordo quando riduce il &#8220;successo&#8221; scolastico al solo impegno dello studente ed al suo grado di studiosità. Questo perchè ciò che fa la differenza (se vogliamo identificare una &#8220;pratica&#8221; scolastica capace di incidere sugli esiti dell&#8217;istruzione) non sono i libri che uno studia ma le attività di apprendimento in cui lo studente è coinvolto.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>immagine: www.mariedargent.com</p>
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		<title>Abusi delle tecnologie didattiche</title>
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		<comments>http://www.giannimarconato.it/2011/12/abusi-delle-tecnologie-didattiche/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 07:44:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[tecnologie didattiche]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Inquietante. Altro non si può dire del quadro che emerge in un recente articolo del Corriere sulle &#8220;scuole&#8221; via web negli Stati Uniti. Titolo dell&#8217;articolo &#8220;Il flop degli studenti online. In classe si impara di più. Con occhiello:  Sotto accusa le scuole via web: rubano fondi all&#8217;istruzione pubblica L&#8217;articolo dà conto del fatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2011/12/th-9_dsc09098.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2027" title="th-9_dsc09098" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2011/12/th-9_dsc09098.jpg" alt="" width="200" height="150" /></a></strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Inquietante.</strong></span></p>
<p>Altro non si può dire del quadro che emerge in un <a title="corriere" href="http://www.corriere.it/cultura/11_dicembre_15/farkas-flop-studenti-online_42737946-2721-11e1-853d-c141a33e4620.shtml" target="_blank">recente articolo</a> del Corriere sulle &#8220;scuole&#8221; via web negli Stati Uniti. Titolo dell&#8217;articolo &#8220;<span style="color: #ff6600;"><strong>Il flop degli studenti online. In classe si impara di più</strong></span>. Con occhiello:  <strong><span style="color: #ff6600;">Sotto accusa le scuole via web: rubano fondi all&#8217;istruzione pubblica</span></strong></p>
<p>L&#8217;articolo dà conto del fatto che:</p>
<blockquote><p>grazie a leggi varate in una trentina di Stati, ci sono circa 250.000 cyber-scolari che dal kingergarten alla maturità &#8220;freqentano&#8221; la scuola senza mai mettere un piede in una scuola convenzionale (capiamoci bene: scuola elementare a distanza)</p>
<p>in tre anni si è avuto un incremento del 40% di questi &#8220;studenti&#8221;</p>
<p>il 60% di questi studenti è indietro in matematica rispetto alla media USA, il 50% fatica nella lettura, un terzo non si matura in tempo, tantissimi si ritirano a pochi mesi dall&#8217;iscrizione.</p></blockquote>
<p>Ma si viene a sapere anche che:</p>
<blockquote><p>queste scuole pur essendo private erogano un servizio pubblico, cioè sono pagate con soldi pubblici</p>
<p>la più grande di queste scuole (la K12) è stata fondata da banchieri della Glodman Sacks (quelli del tristemente famoso crack) ed ha come presidente l&#8217;ex ministro dell&#8217;istruzione di Regan</p>
<p>il giro d&#8217;affari di questa scuola è di 533 milioni di dollari l&#8217;anno con un incremento del 36% nell&#8217;ultimo anno  ed uno stipendio di 5 milioni di dollari l&#8217;anno per il suo fondatore</p>
<p>per ogni studente, la K12 riceve dallo stato 10.000 dollari l&#8217;anno</p>
<p>un insegnante di queste scuole gestisce sui 250 studenti</p></blockquote>
<p>Dato non irrilevante:</p>
<blockquote><p>queste scuola sono in prevalenza frequentate dai poveri delle zone rurali</p></blockquote>
<p>I fatti raccontati nell&#8217;articolo ma anche la titolazione dell&#8217;articolo stesso portano alla nostra attenzione di &#8220;professionisti&#8221; delle tecnologie didattiche un paio di questioni inqietanti:</p>
<ol>
<li>Le tecnologie didattiche sono usate per impoverire l&#8217;istruzione invece di arricchirla (mentre chi si arrichisce sono i proprietari delle scuole via web).</li>
<li>Un approccio superficiale alla questione che tanta stampa anche autorevole non perde occasione di avre, porta ad identificare la scuola via web (ovvero l&#8217;uso delle tecnologie nella didattica) con una scuola necessariamente di bassa qualità.</li>
</ol>
<p>Sul primo punto mi viene da dire che siamo in presenza di una tendenza di cui si vedono alcuni segnali anche da noi con l&#8217;allegerimento della presenza del  pubblico nell&#8217;educazione a favore del privato (con i soldi pubblici). Sono certo che una politica liberista e di destra insisterà su questa strada e ne vedremo di belle.</p>
<p>Sul secondo punto credo che più di qualche colpa ce l&#8217;abbiamo anche noi che professionalmente ci occupiamo di queste cose, noi  che abbiamo innovato davvero poco usando le tecnologie, innovando solo apparentemente, facendo tanta retorica dell&#8217;innovazione e poco impatto migliorativo.</p>
<p>&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;</p>
<p>http://www.corriere.it/cultura/11_dicembre_15/farkas-flop-studenti-online_42737946-2721-11e1-853d-c141a33e4620.shtml</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immagine www.mariedargent.com</p>
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		<item>
		<title>Prendersi cura</title>
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		<comments>http://www.giannimarconato.it/2011/12/prendersi-cura/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 18:48:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie didattiche]]></category>

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		<description><![CDATA[Il titolo avrebbe dovuto essere &#8220;prendersi cura &#8230; con le tecnologie&#8221; ma mi suona meglio quello che ho messo. Il senso di questo post non cambia. Ascoltavo insegnanti che raccontavano (*) ad insegnanti le loro storie di didattica con le tecnologie (**) ed i risultati ottenuti, soprattutto con gli studenti scolasticamente meno &#8230; vocati. Ascoltando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2011/12/th-9_dsc09082.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2016" title="th-9_dsc09082" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2011/12/th-9_dsc09082.jpg" alt="" width="200" height="150" /></a></p>
<p>Il titolo avrebbe dovuto essere &#8220;<span style="color: #ff6600;"><strong>prendersi cura &#8230; con le tecnologie</strong></span>&#8221; ma mi suona meglio quello che ho messo. Il senso di questo post non cambia.</p>
<p>Ascoltavo insegnanti che raccontavano (*) ad insegnanti le loro <a href="www.facebook.com/gianni.marconato/posts/10150441224323513" target="_blank">storie di didattica</a> con le tecnologie (**) ed i risultati ottenuti, soprattutto con gli studenti scolasticamente meno &#8230; vocati.</p>
<p>Ascoltando quelle storie, la partecipazione emotiva agli eventi, la gioia di quelle insegnanti, ho pensato che la causa di tutto questo altro non fosse che la maggior cura che sono state in grado di mettere nella relazione didattica: tempo dedicato, qualità e quantità del feedback, rapporto personalizzato, tempestività dell&#8217;intervento&#8230;&#8230;.  Tutta &#8220;assistenza&#8221; didattica che sono state in grado di realizzare solo grazie alla presenza delle tecnologie di rete. L&#8217;organizzazione dei tempi e dei luoghi della didattica &#8220;normale&#8221; non avrebbe reso possibile la cura dello studente con l&#8217;intensità e con la qualità che le tecnologie hanno consentito.</p>
<p>Le tecnologie (il computer, internet) come strumenti abilitanti della cura della relazione didattica (ed educativa). Strumenti di potenziamento e di arricchimento della relazione. Con evidenti ricadute sull&#8217;apprendimento.</p>
<p>&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;</p>
<p>(*) raccontavano, non &#8220;insegnavano&#8221;; con tutta la ricchezza ed il potere di apprendimento della narrazione, della condivisione di un&#8217;esperienza.</p>
<p>(**) attività in presenza ed a distanza; curricolare e di recupero</p>
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		<title>Il digitale è un dovere, anche a scuola</title>
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		<comments>http://www.giannimarconato.it/2011/12/il-digitale-e-un-dovere-anche-a-scuola/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 09:44:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Marconato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Didattica]]></category>
		<category><![CDATA[e-book]]></category>
		<category><![CDATA[Libri di testo]]></category>

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		<description><![CDATA[Un articolo del Corriere (Primo giorno di e-scuola, con quella è che non mi piace) rilanciato su FB da Roberto Maragliano, sostanzialmente sui libri di testo al digitale e su altri gingilli digitali che invado le scuole, mi fa venire la voglia di dire la mia sulla presunta &#8220;rivoluzione&#8221; che il digitale sta compiendo (anche) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2011/12/MDA-IST2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2007" title="MDA IST2" src="http://www.giannimarconato.it/wp-content/uploads/2011/12/MDA-IST2-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a></p>
<p>Un articolo del Corriere (<a href="http://lettura.corriere.it/primo-giorno-di-e-scuola/" target="_blank">Primo giorno di e-scuola</a>, con quella è che non mi piace) rilanciato su FB da Roberto Maragliano, sostanzialmente sui libri di testo al digitale e su altri gingilli digitali che invado le scuole, mi fa venire la voglia di dire la mia sulla presunta &#8220;rivoluzione&#8221; che il digitale sta compiendo (anche) a scuola.</p>
<p>Ci sono processi inarrestabili, come la diffusione del digitale ovunque. E&#8217; solo questione di tempo per i costi che il digitale comporta e per gli atteggiamenti e le abilità delle persone che le dovranno usare.</p>
<p>Non vedo, quindi, ragione, perchè il digitale non entri diffusamente anche  a scuola e perchè i libri di testo a stampa siano sostituiti o integrati con quelli digitali. E&#8217; un fenomeno che potremo definire &#8220;naturale&#8221; e che può essere incoraggiato oppure ostacolato. Io lo incoraggio</p>
<p>Ovvio, anche, che su questi cambiamenti ci siano appetiti economici, nulla di scandaloso.</p>
<p>La questione è, a mio avviso e consapevole che come in tutte le questioni complesse ci sono numerosi punti di vista differenti tutti legittimi, <span style="color: #ff6600;"><strong>come usare il digitale a scuola</strong></span>.</p>
<p>Guardandomi in giro non vedo usi tanto &#8220;innovativi&#8221; nè per quanto riguarda le potenzialità dello strumento (il digitale, internet), nè per quanto riguarda il contesto d&#8217;uso, cioè l&#8217;apprendimento.</p>
<p>Detto che il digitale, di per sè, non è una innovazione (forse lo era 10 anni fa), innovazione è l&#8217;uso che se ne fa. C&#8217;è chi con il digitale fa cose vecchie in modo nuovo, c&#8217;è chi fa cose nuove in modo nuovo. Per me &#8220;innovazione&#8221; è la seconda opzione. Tutto il resto è ammodernamento, adeguamento al nuovo.</p>
<p>Per me, la prospettiva di &#8220;innovazione&#8221; e quella di usare le tecnologie per cambiare la scuola e per migliorare l&#8217;apprendimento. La LIM (il feticcio didattico del momento) altro non serve che a razionalizzare e, in alcuni limitati casi, a migliorare la didattica trasmissiva. Ma non è concentrandosi sulla didattica trasmissiva che si cambia la scuola e si migliora l&#8217;apprendimento.</p>
<p>Per migliorare l&#8217;apprendimento  (con e senza le tecnologie) ci dovremo riferire alle acquisizioni delle più recenti (parlo di almeno una ventina d&#8217;anni) ricerche su come le persone apprendono e fare tesoro di queste per cambiare le pratiche didattiche. Non mi dilungo qui su questo tema.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;uso delle tecnologie digitali e della rete (nonostante gli anni che sono passati è sempre la rete la vera &#8220;tecnologia innovativa&#8221;), si innova cogliendo le caratteristiche proprie di questa tecnologia: la connessione, la condivisione, la collaborazione. Di idee, di persone, di artefatti. Oltre che la multimedialità (facciamo ancora fare &#8220;compiti scritti&#8221; &#8230;).</p>
<p>Una riflessione a parte merita l&#8217;editoria scolastica.</p>
<p>Credo che il meccanismo dell&#8217; &#8220;adozione&#8221; sia un potente macigno sulla strada dell&#8217;innovazione. Le rendite di posizione non hanno mai promosso innovazione.</p>
<p>Superata, ipoteticamente, la questione dell&#8217;adozione, il problema rimane: cosa sono i &#8220;libri di testo&#8221; nell&#8217;era digitale? Da tempo affermo che la prospettiva è quella del &#8220;libro di testo&#8221; come &#8220;ambiente di apprendimento&#8221; (alcuni link qui sotto).</p>
<p>E gli editori? Premesso che ritengo &#8220;giusto&#8221; che ognuno cerchi di fare business con ciò che sa fare (precisazione dovuta per evitare alzate di scudi di chi so io &#8230;); premesso, anche, che vedo editori con diversi tassi di etica; premesso, ancora, che vedo significativi sforzi di innovazione da parte di alcuni editori (soprattutto &#8220;piccoli&#8221;), tutto ciò premesso, credo che l&#8217;editoria scolastica godrà sempre di buona salute per il semplice fatto che la stragrande maggioranza degli insegnanti trovrà più comodo trovare la pappa pronta che cucinarsela da sè. La maggior parte degli insegnanti preferirà i 4 salti in padella (grazie, Emanuela Zibordi, per la felice metafora) che cucinarsi due spaghetti al pomodoro.</p>
<p>In teoria, ma davvero in teoria, credo che con l&#8217;avvento della rete i libri di testo (che, nel frattempo, da sussidi per  gli studenti si sono trasformati in sussidi per gli insegnanti) siano superati. In rete si trovano tantissime risorse gratuite con le quali &#8220;cucinare&#8221; una bella lezione; in rete si trovano sempre di più insegnanti che condividono gratuitamente risorse didattiche e che collaborano tra di loro (a volte anche con il contributo degli studenti) per costruire risorse didattiche. In rete si stanno sviluppando repository aperti di risorse. La rete sta emancipando l&#8217;insegnate dalla tirannia dei libri di testo e di risorse didattiche preconfezionate.</p>
<p>L&#8217;uso innovativo della rete ( e delle pratiche didattiche quotidiane) passa, anche, attraverso l&#8217;attivazione di nuove pratiche, di collaborazione tra insegnanti per la produzione e per l&#8217;uso di risorse didattiche. Se queste nuove pratiche taglieranno gli spazi di business per l&#8217;editoria scolastica posizionata su prodotti e servizi tradizionali, vorrà dire che ci saranno nuovi stimoli anche per l&#8217;innovazione del ruolo dell&#8217;editore scolastico.</p>
<p>In questo  contesto, la tecnologia (digitale, di rete) non è un&#8217;opzione, ma un dovere per collegare la scuola al mondo esterno. Più la scuola (e l&#8217;insegnante) rifiuta la tecnologa, più si isola dal mondo reale. Ma non basta usare la tecnologia, bisogna usarla producendo valore aggiunto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;&lt;</p>
<p>http://www.slideshare.net/gmarconato/libri-di-testo-il-punto-di-vista-de-la-scuola-che-funziona</p>
<p>http://www.slideshare.net/gmarconato/contenuti-digitali-e-didattica</p>
<p>http://www.giannimarconato.it/2010/08/libri-di-testo-tra-rassegnazione-e-speranze/</p>
<p>http://www.giannimarconato.it/2009/05/schoolbookcamp-riflessioni/</p>
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