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	<title>Commenti per Amate l'Architettura</title>
	
	<link>http://www.amatelarchitettura.com</link>
	<description>movimento per l'architettura contemporanea</description>
	<pubDate>Thu, 20 Jun 2013 02:10:29 +0000</pubDate>
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		<title>Commenti su Il Fatto Quotidiano:la presidente Inarcassa nel cda di Enel Green Power. Lo sapevate? di mario porreca</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/amatelarchitettura-commenti/~3/Dh147_tX_sA/</link>
		<dc:creator>mario porreca</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 19:14:39 +0000</pubDate>
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		<description>ma che discorsi sono? mi sembrate come i grillini, Che poteri aveva l'arch. Muratorio per opporsi alla riforma Fornero. Non dite c.. x favore.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ma che discorsi sono? mi sembrate come i grillini, Che poteri aveva l&#8217;arch. Muratorio per opporsi alla riforma Fornero. Non dite c.. x favore.</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Consumo del suolo: a un passo dal baratro (conferenza alla Casa dell’Architettura) di Giulio Paolo Calcaprina</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/amatelarchitettura-commenti/~3/sg_P68u3ptM/</link>
		<dc:creator>Giulio Paolo Calcaprina</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 06:14:52 +0000</pubDate>
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		<description>Ricordo a tutti che lo streaming della conferenza inizierà alle 16.30.
PER POTERE VEDERE LO STREAMING E' NECESSARIO PRIMA FARE L'ACCOUNT A LIVESTREAM, basta un indirizzo di posta elettronica (o l'account Facebook) e una password .</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ricordo a tutti che lo streaming della conferenza inizierà alle 16.30.<br />
PER POTERE VEDERE LO STREAMING E&#8217; NECESSARIO PRIMA FARE L&#8217;ACCOUNT A LIVESTREAM, basta un indirizzo di posta elettronica (o l&#8217;account Facebook) e una password .</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Regole per un nuovo sviluppo urbanistico di Roma metropolitana di Giulio Paolo Calcaprina</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/amatelarchitettura-commenti/~3/RQYLMaJe0d8/</link>
		<dc:creator>Giulio Paolo Calcaprina</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 06:12:23 +0000</pubDate>
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		<description>E' possibile seguire la confrenza in streaming al seguente indirizzo: http://new.livestream.com/accounts/3656710?query=rete150k&amp;cat=account
RICORDO CHE PER SEGUIRE LO STREAMING E' NECESSARIO CREARE UN ACCOUNT A LIVESTREAM. Basta un indirizzo di posta elettronica (o l'account di Facebook) e mettere una password.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; possibile seguire la confrenza in streaming al seguente indirizzo: <a href="http://new.livestream.com/accounts/3656710?query=rete150k&amp;cat=account" rel="nofollow">http://new.livestream.com/accounts/3656710?query=rete150k&amp;cat=account</a><br />
RICORDO CHE PER SEGUIRE LO STREAMING E&#8217; NECESSARIO CREARE UN ACCOUNT A LIVESTREAM. Basta un indirizzo di posta elettronica (o l&#8217;account di Facebook) e mettere una password.</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Consumo del suolo: a un passo dal baratro (conferenza alla Casa dell’Architettura) di giorgio mirabelli</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/amatelarchitettura-commenti/~3/bdjK9xjPOL4/</link>
		<dc:creator>giorgio mirabelli</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jun 2013 11:30:45 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.amatelarchitettura.com/?p=2559#comment-4703</guid>
		<description>Amate l'Architettura fa parte del Laboratorio "Carteinregola" che con altri Movimenti e Comitati di cittadini ha organizzato la Conferenza Urbanistica Partecipativa 

Dal Programma ”Regole per un nuovo sviluppo urbanistico di Roma metropolitana”
A cura del “Gruppo Urbanistica” di Carteinregola
(Sintesi di P. Gelsomini e G. Mirabelli)

PREMESSA
Gli Enti sovraordinati (Soprintendenze, Regioni e Stato) possono innovare in qualunque momento la vincolistica, generale e puntuale, al fine di tutelare aree anche in presenza di Strumenti Urbanistici (Piano Regolatore Generale, Piano Territoriale Paesaggistico Regionale) con previsione di trasformabilità vigenti. In tal caso l’Ente Locale ne prende atto variando la propria previsione urbanistica senza dover fare ricorso all’istituto delle compensazioni. Molte Regioni stanno redigendo Testi unici sull’Urbanistica per ordinare la materia, semplificare le procedure e gli iter amministrativi e per innovare profondamente gli strumenti per la Rigenerazione urbana di ambiti vasti, per la Sostituzione e la Ristrutturazione edilizia ed urbanistica, per l’Housing sociale, per il Recupero delle aree dismesse. Inoltre è necessario puntare decisamene sul rilancio dell’Agricoltura nella consapevolezza che solo il corretto utilizzo dei suoli è garanzia di tutela e salvaguardia.

PERCHE’ LA PROPOSTA DI LEGGE REALACCI E’ INADEGUATA 
Di fronte alle situazioni drammatiche delle nostre aree metropolitane, le misure previste nella proposta di Legge Realacci-Catania non solo sembrano inadeguate, ma addirittura riduttive rispetto al Disegno di Legge presentato dallo stesso Catania nelle vesti di  Ministro dell’Agricoltura del Governo Monti. Infatti, in quel Disegno di Legge si proponeva di “determinare l’estensione massima di superficie agricola edificabile sul territorio nazionale, tenendo conto dell’estensione e della localizzazione dei terreni agricoli rispetto alle aree urbane, dell’estensione del suolo già edificato, dell’esistenza di edifici inutilizzati”. Il concetto di tracciare una linea intorno al territorio urbanizzato, stabilendo che cosa si può fare al di qua e aldilà di tale linea, era un segno di importante novità, ma sopratutto di una seria presa di coscienza responsabile ed all’altezza del “disastro territoriale” che stiamo vivendo. Si trattava a quel punto solo di approfondire le analisi urbanistiche e di stabilire criteri certi e condivisi. Inoltre, il limite territoriale avrebbe reso impossibile la ricollocazione in aree non urbanizzate di tutte quelle cubature generate da operazioni di “urbanistica contrattata” basate sulle “compensazioni” e sui cosiddetti “diritti edificatori”. Invece, la proposta di Legge Realacci non solo non segue questa strada basata sul concetto di limite, ma dedica interi articoli sulle perequazioni urbanistiche estese addirittura alle perequazioni territoriali (art. 4), alle compensazioni e incentivazioni urbanistiche con trasferimenti di cubature (art. 6), ai diritti edificatori generati dalla perequazione urbanistica, dalle compensazioni o dalle incentivazioni previste negli strumenti urbanistici (art. 7). Nei primi tre articoli invece si parla degli strumenti di dissuasione da mettere in atto per cercare di limitare il consumo di suolo imponendo solamente un contributo per la tutela del suolo legato alla perdita di valore ecologico, ambientale e paesaggistico determinato dal  nuovo intervento edilizio. Questo “contributo oneroso” proposto sarebbe direttamente proporzionale e quindi tanto più alto quanto più il suolo consumato dall’intervento edilizio è ecologicamente e ambientalmente apprezzabile. 
Ma in una Legge dello Stato non dovrebbe essere il contrario? 
Cioè non si dovrebbero dare incentivi finanziari e fiscali a chi fa opere di risanamento e riqualificazione, invece di  imporre nuove tasse a chi fa danni ambientali consumando nuovo suolo???. Quello della tassa di scopo, utilizzata poi a favore di altri interventi di bonifica ambientale, imposta su interventi non solo dannosi per il territorio, ma addirittura contrari ai principi ispiratori della stessa proposta di legge, appare logicamente e politicamente contraddittoria. E comunque, in ultima analisi, non si offrono sufficienti garanzie di dissuasione e non si impedisce il consumo di suolo agricolo, ma si tenta solo di scoraggiarlo. Ci vuole ben altro per fronteggiare l’assalto al territorio agricolo. Se pensiamo che ogni ricollocazione di previsioni edificatorie, giustificata dalla Riqualificazione edilizia, dalla Rigenerazione urbana e dall’Adeguamento degli standards di piano, introduce gli strumenti della deroga e dell’accordo di programma, possiamo capire quanto sia pericolosa questa razionalizzazione e normalizzazione delle compensazioni che dovrebbero, invece, essere cancellate dalla cultura urbanistica. A parte alcune situazioni in cui si dimostra l’assoluta necessità di favorire operazioni di rigenerazione urbana pianificate e programmate dall’Ente Pubblico dove per l’acquisizione di aree private a “destinazione sociale” si possono utilizzare, in luogo dell’esproprio, solo strumenti di incentivazione finanziaria, fiscale e gestionale. Che, con ampie motivazioni emergenziali, vuol dire eliminare il trasferimento della rendita verso aree non urbanizzate, altrimenti l’intervento privato di riqualificazione e di rigenerazione è evidente che troverà  più redditizio costruire ex novo su suolo agricolo, previa deroga allo strumento urbanistico. Ma purtroppo questa Proposta di Legge non va in questa direzione, ma nel senso opposto. Oltretutto trattandosi di una Legge Quadro, le linee generali che intende tracciare sarebbero devastanti per la redazione degli strumenti urbanistici futuri di Regioni e Comuni. E’ stupefacente constatare come non sia stata presa in nessuna considerazione la vicenda degli ultimi mesi della “Giunta Alemanno” a Roma culminata con la pioggia di delibere urbanistiche denominate “il nuovo sacco di Roma” presentate in Consiglio Comunale dall’ex Sindaco e fortunatamente contrastate con successo dai movimenti e dai comitati dei cittadini e da alcuni membri dell’opposizione. Per presentare quelle delibere il Sindaco Alemanno ha usato proprio quegli strumenti che questa Proposta di Legge vuole rilanciare con qualche pallido strumento disincentivante. Con questa Proposta di Legge continueranno i consumi di suolo agricolo, le compensazioni, le deroghe, gli accordi di programma. Non crediamo che oggi sia questo il modo di governare il territorio e le sue trasformazioni salvaguardando l’ambiente e difendendo il suolo, come vorrebbe farci credere la “denominazione” data a questa legge.
 </description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Amate l&#8217;Architettura fa parte del Laboratorio &#8220;Carteinregola&#8221; che con altri Movimenti e Comitati di cittadini ha organizzato la Conferenza Urbanistica Partecipativa </p>
<p>Dal Programma ”Regole per un nuovo sviluppo urbanistico di Roma metropolitana”<br />
A cura del “Gruppo Urbanistica” di Carteinregola<br />
(Sintesi di P. Gelsomini e G. Mirabelli)</p>
<p>PREMESSA<br />
Gli Enti sovraordinati (Soprintendenze, Regioni e Stato) possono innovare in qualunque momento la vincolistica, generale e puntuale, al fine di tutelare aree anche in presenza di Strumenti Urbanistici (Piano Regolatore Generale, Piano Territoriale Paesaggistico Regionale) con previsione di trasformabilità vigenti. In tal caso l’Ente Locale ne prende atto variando la propria previsione urbanistica senza dover fare ricorso all’istituto delle compensazioni. Molte Regioni stanno redigendo Testi unici sull’Urbanistica per ordinare la materia, semplificare le procedure e gli iter amministrativi e per innovare profondamente gli strumenti per la Rigenerazione urbana di ambiti vasti, per la Sostituzione e la Ristrutturazione edilizia ed urbanistica, per l’Housing sociale, per il Recupero delle aree dismesse. Inoltre è necessario puntare decisamene sul rilancio dell’Agricoltura nella consapevolezza che solo il corretto utilizzo dei suoli è garanzia di tutela e salvaguardia.</p>
<p>PERCHE’ LA PROPOSTA DI LEGGE REALACCI E’ INADEGUATA<br />
Di fronte alle situazioni drammatiche delle nostre aree metropolitane, le misure previste nella proposta di Legge Realacci-Catania non solo sembrano inadeguate, ma addirittura riduttive rispetto al Disegno di Legge presentato dallo stesso Catania nelle vesti di  Ministro dell’Agricoltura del Governo Monti. Infatti, in quel Disegno di Legge si proponeva di “determinare l’estensione massima di superficie agricola edificabile sul territorio nazionale, tenendo conto dell’estensione e della localizzazione dei terreni agricoli rispetto alle aree urbane, dell’estensione del suolo già edificato, dell’esistenza di edifici inutilizzati”. Il concetto di tracciare una linea intorno al territorio urbanizzato, stabilendo che cosa si può fare al di qua e aldilà di tale linea, era un segno di importante novità, ma sopratutto di una seria presa di coscienza responsabile ed all’altezza del “disastro territoriale” che stiamo vivendo. Si trattava a quel punto solo di approfondire le analisi urbanistiche e di stabilire criteri certi e condivisi. Inoltre, il limite territoriale avrebbe reso impossibile la ricollocazione in aree non urbanizzate di tutte quelle cubature generate da operazioni di “urbanistica contrattata” basate sulle “compensazioni” e sui cosiddetti “diritti edificatori”. Invece, la proposta di Legge Realacci non solo non segue questa strada basata sul concetto di limite, ma dedica interi articoli sulle perequazioni urbanistiche estese addirittura alle perequazioni territoriali (art. 4), alle compensazioni e incentivazioni urbanistiche con trasferimenti di cubature (art. 6), ai diritti edificatori generati dalla perequazione urbanistica, dalle compensazioni o dalle incentivazioni previste negli strumenti urbanistici (art. 7). Nei primi tre articoli invece si parla degli strumenti di dissuasione da mettere in atto per cercare di limitare il consumo di suolo imponendo solamente un contributo per la tutela del suolo legato alla perdita di valore ecologico, ambientale e paesaggistico determinato dal  nuovo intervento edilizio. Questo “contributo oneroso” proposto sarebbe direttamente proporzionale e quindi tanto più alto quanto più il suolo consumato dall’intervento edilizio è ecologicamente e ambientalmente apprezzabile.<br />
Ma in una Legge dello Stato non dovrebbe essere il contrario?<br />
Cioè non si dovrebbero dare incentivi finanziari e fiscali a chi fa opere di risanamento e riqualificazione, invece di  imporre nuove tasse a chi fa danni ambientali consumando nuovo suolo???. Quello della tassa di scopo, utilizzata poi a favore di altri interventi di bonifica ambientale, imposta su interventi non solo dannosi per il territorio, ma addirittura contrari ai principi ispiratori della stessa proposta di legge, appare logicamente e politicamente contraddittoria. E comunque, in ultima analisi, non si offrono sufficienti garanzie di dissuasione e non si impedisce il consumo di suolo agricolo, ma si tenta solo di scoraggiarlo. Ci vuole ben altro per fronteggiare l’assalto al territorio agricolo. Se pensiamo che ogni ricollocazione di previsioni edificatorie, giustificata dalla Riqualificazione edilizia, dalla Rigenerazione urbana e dall’Adeguamento degli standards di piano, introduce gli strumenti della deroga e dell’accordo di programma, possiamo capire quanto sia pericolosa questa razionalizzazione e normalizzazione delle compensazioni che dovrebbero, invece, essere cancellate dalla cultura urbanistica. A parte alcune situazioni in cui si dimostra l’assoluta necessità di favorire operazioni di rigenerazione urbana pianificate e programmate dall’Ente Pubblico dove per l’acquisizione di aree private a “destinazione sociale” si possono utilizzare, in luogo dell’esproprio, solo strumenti di incentivazione finanziaria, fiscale e gestionale. Che, con ampie motivazioni emergenziali, vuol dire eliminare il trasferimento della rendita verso aree non urbanizzate, altrimenti l’intervento privato di riqualificazione e di rigenerazione è evidente che troverà  più redditizio costruire ex novo su suolo agricolo, previa deroga allo strumento urbanistico. Ma purtroppo questa Proposta di Legge non va in questa direzione, ma nel senso opposto. Oltretutto trattandosi di una Legge Quadro, le linee generali che intende tracciare sarebbero devastanti per la redazione degli strumenti urbanistici futuri di Regioni e Comuni. E’ stupefacente constatare come non sia stata presa in nessuna considerazione la vicenda degli ultimi mesi della “Giunta Alemanno” a Roma culminata con la pioggia di delibere urbanistiche denominate “il nuovo sacco di Roma” presentate in Consiglio Comunale dall’ex Sindaco e fortunatamente contrastate con successo dai movimenti e dai comitati dei cittadini e da alcuni membri dell’opposizione. Per presentare quelle delibere il Sindaco Alemanno ha usato proprio quegli strumenti che questa Proposta di Legge vuole rilanciare con qualche pallido strumento disincentivante. Con questa Proposta di Legge continueranno i consumi di suolo agricolo, le compensazioni, le deroghe, gli accordi di programma. Non crediamo che oggi sia questo il modo di governare il territorio e le sue trasformazioni salvaguardando l’ambiente e difendendo il suolo, come vorrebbe farci credere la “denominazione” data a questa legge.<br />
 </p>
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	<item>
		<title>Commenti su Il Fatto Quotidiano:la presidente Inarcassa nel cda di Enel Green Power. Lo sapevate? di Ghigno di tocco</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/amatelarchitettura-commenti/~3/b9oFrLQJwHg/</link>
		<dc:creator>Ghigno di tocco</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jun 2013 06:53:08 +0000</pubDate>
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		<description>Sapevatelo!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sapevatelo!</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Una piazza Taksim per gli architetti di Giulio Pascali</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/amatelarchitettura-commenti/~3/VKS_AhT0txg/</link>
		<dc:creator>Giulio Pascali</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jun 2013 17:12:25 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.amatelarchitettura.com/?p=2545#comment-4685</guid>
		<description>La TAV è un esempio eclatante del fenomeno che descrivo.
Il quel caso è evidente quanto accanto a questioni di carattere tecnico (protesto perche non ritengo utile la TAV in senso assoluto) si sono aggiunte questioni di carattere ideologico (protesto perchè non condivido il sistema che genera queste grandi opere, indipendentemente dalla loro effettiva utilità).
Oggi la normativa italiana sui lavori pubblici ha recepito il principio che il maggiore conivolgimento delle popolazioni nelle fasi iniziali del progetto è uno dei fattori determinanti per prevenire fenomeni di protesta e di rifiuto.
La "Progettazione partecipata" però è ancora vista da amministratori e progettisti come una pratica di cui diffidare, spesso relegata a aspetti marginali, e considerata come un contentino di facciata. 

Non basta però prevedere le tre fasi di progetto, bisogna anche capire chi e come le scelte fondamentali di queste fasi possono essere modificate da parte di un pubblico vasto.

Le tre fasi del progetto di impostazione ex Merloni rispondono a una logica che è quanto di più bloccante esista. rispndea ad un rigidissimo processo che impedisce qualsiasi interferenza esterna. Si basa su scelte deliberate e decise a monte da organismi che ne valutano i contenuti in base a sclusivi criteri burocratici. Un progetto esecutivo, deve rispondere principalemtne alle esigenze di bilancio, e deve rispettare ogni cavillo normativo che impone la legge sui lavori pubblici.
In fase di esecuzione ogni variante è rigidamente controllata. Il sistema è rigido anche perchè tende a imbrigliare qualsiasi discrezionalità da parte degli amministratori (si basa sulla presunzione di sfiducia nei confronti di chi ci amministra....).
L'ultima cosa a cui un bravo progettista pensa quando progetta in regime di Lavori Pubblici è se quel progetto riponde alle esigenze dei cittadini che lo useranno.

Come dicevo però oggi i movimenti urbani che si catalizzano sotto diverse forme di protesta chiedono solo una cosa: di poter incidere sui progetti modificandone i contenuti adattandoli alle loro singole esigenze; di potere dire di no ad una opera se non la ritengono necessaria (almeno di poter esprimere questa opinione).

Consentire questa partecipazione in maniera reale costa; costa tempo da dedicare all'ascolto delle esigenze (che non sono né univoche né chiaramente espresse), costa soldi da stanziare per le esigenze di adattamento (la stesura di più versioni dei progetti in maniera da recepire gli aggiustamenti richiesti), costa per il rischio che l'indeterminatezza del processo contiene implicitamente (perchè un sistema simile è sottoposto a continui adattamenti e rischia di essere fuori controllo). 
Questo costo potrebbe essere ampliamente ripagato sia perchè riduce il conflitto sociale, sia perchè il prodotto finale è più rispondente alle esigenze degli utilizzatori (quindi in teoria non richiede ulteriori modifiche una volta finito).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La TAV è un esempio eclatante del fenomeno che descrivo.<br />
Il quel caso è evidente quanto accanto a questioni di carattere tecnico (protesto perche non ritengo utile la TAV in senso assoluto) si sono aggiunte questioni di carattere ideologico (protesto perchè non condivido il sistema che genera queste grandi opere, indipendentemente dalla loro effettiva utilità).<br />
Oggi la normativa italiana sui lavori pubblici ha recepito il principio che il maggiore conivolgimento delle popolazioni nelle fasi iniziali del progetto è uno dei fattori determinanti per prevenire fenomeni di protesta e di rifiuto.<br />
La &#8220;Progettazione partecipata&#8221; però è ancora vista da amministratori e progettisti come una pratica di cui diffidare, spesso relegata a aspetti marginali, e considerata come un contentino di facciata. </p>
<p>Non basta però prevedere le tre fasi di progetto, bisogna anche capire chi e come le scelte fondamentali di queste fasi possono essere modificate da parte di un pubblico vasto.</p>
<p>Le tre fasi del progetto di impostazione ex Merloni rispondono a una logica che è quanto di più bloccante esista. rispndea ad un rigidissimo processo che impedisce qualsiasi interferenza esterna. Si basa su scelte deliberate e decise a monte da organismi che ne valutano i contenuti in base a sclusivi criteri burocratici. Un progetto esecutivo, deve rispondere principalemtne alle esigenze di bilancio, e deve rispettare ogni cavillo normativo che impone la legge sui lavori pubblici.<br />
In fase di esecuzione ogni variante è rigidamente controllata. Il sistema è rigido anche perchè tende a imbrigliare qualsiasi discrezionalità da parte degli amministratori (si basa sulla presunzione di sfiducia nei confronti di chi ci amministra&#8230;.).<br />
L&#8217;ultima cosa a cui un bravo progettista pensa quando progetta in regime di Lavori Pubblici è se quel progetto riponde alle esigenze dei cittadini che lo useranno.</p>
<p>Come dicevo però oggi i movimenti urbani che si catalizzano sotto diverse forme di protesta chiedono solo una cosa: di poter incidere sui progetti modificandone i contenuti adattandoli alle loro singole esigenze; di potere dire di no ad una opera se non la ritengono necessaria (almeno di poter esprimere questa opinione).</p>
<p>Consentire questa partecipazione in maniera reale costa; costa tempo da dedicare all&#8217;ascolto delle esigenze (che non sono né univoche né chiaramente espresse), costa soldi da stanziare per le esigenze di adattamento (la stesura di più versioni dei progetti in maniera da recepire gli aggiustamenti richiesti), costa per il rischio che l&#8217;indeterminatezza del processo contiene implicitamente (perchè un sistema simile è sottoposto a continui adattamenti e rischia di essere fuori controllo).<br />
Questo costo potrebbe essere ampliamente ripagato sia perchè riduce il conflitto sociale, sia perchè il prodotto finale è più rispondente alle esigenze degli utilizzatori (quindi in teoria non richiede ulteriori modifiche una volta finito).</p>
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	<feedburner:origLink>http://www.amatelarchitettura.com/2013/06/una-piazza-taksim-per-gli-architetti/comment-page-1/#comment-4685</feedburner:origLink></item>
	<item>
		<title>Commenti su Una piazza Taksim per gli architetti di contributi_addio</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/amatelarchitettura-commenti/~3/43CbD_zR_D8/</link>
		<dc:creator>contributi_addio</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jun 2013 10:23:31 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.amatelarchitettura.com/?p=2545#comment-4678</guid>
		<description>Posto così, mi sembra più chiara la questione che sollevavi. 
Nel 1994, la legge Merloni, aveva già previsto tutto, ma nessuno l'ha mai seriamente applicata. Era fatta troppo bene.
Infatti, si prevedeva il progetto preliminare, il progetto definitivo ed il progetto esecutivo, con vari gradi di discussione da parte degli organi eletti democraticamente.
Quanti progetti sono fatti passando per queste fasi? Forse uno su mille.
Un caso recente è stata di un impianto fotovoltaico in città, che ha sollecitato numerose proteste e i politici hanno candidamente dichiarato che non avevano visto il progetto, se non una volta realizzato. 
E' sempre un problema di funzionamento della democrazia. Se quando il politico si presenta promette una cosa, e poi ne fa un'altra, ci saranno sempre di più conflitti.
Se si evidenzia quali sono le progettazioni che si intende realizzare, i conflitti forse potrebbero essere ridotti.
Quanto alla TAV, molte volte mi chiedo fino a che punto sono ammissibili le proteste.
Ammesso che sia un'opera totalmente errata, se segue tutte le regole della partecipazione democratica e la maggioranza per 10 volte vota per farla, il problema non è la partecipazione, ma la gente. Che cosa bisogna fare allora una guerra civile? 
Ci sono delle opere che possono essere valutate su più generazioni. 
Quando hanno iniziato le piramidi o le cattedrali e sapevano che avrebbero finito 50 anni dopo, erano certi di sapere se una simile costruzione valeva lo sforzo di una generazione?
Quando si progetta, quali sono le opere che hanno una visione più lunga di 30 anni?
Se l'architetto non ha una precisa visione di cosa vuole la committenza, per chi progetta?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Posto così, mi sembra più chiara la questione che sollevavi.<br />
Nel 1994, la legge Merloni, aveva già previsto tutto, ma nessuno l&#8217;ha mai seriamente applicata. Era fatta troppo bene.<br />
Infatti, si prevedeva il progetto preliminare, il progetto definitivo ed il progetto esecutivo, con vari gradi di discussione da parte degli organi eletti democraticamente.<br />
Quanti progetti sono fatti passando per queste fasi? Forse uno su mille.<br />
Un caso recente è stata di un impianto fotovoltaico in città, che ha sollecitato numerose proteste e i politici hanno candidamente dichiarato che non avevano visto il progetto, se non una volta realizzato.<br />
E&#8217; sempre un problema di funzionamento della democrazia. Se quando il politico si presenta promette una cosa, e poi ne fa un&#8217;altra, ci saranno sempre di più conflitti.<br />
Se si evidenzia quali sono le progettazioni che si intende realizzare, i conflitti forse potrebbero essere ridotti.<br />
Quanto alla TAV, molte volte mi chiedo fino a che punto sono ammissibili le proteste.<br />
Ammesso che sia un&#8217;opera totalmente errata, se segue tutte le regole della partecipazione democratica e la maggioranza per 10 volte vota per farla, il problema non è la partecipazione, ma la gente. Che cosa bisogna fare allora una guerra civile?<br />
Ci sono delle opere che possono essere valutate su più generazioni.<br />
Quando hanno iniziato le piramidi o le cattedrali e sapevano che avrebbero finito 50 anni dopo, erano certi di sapere se una simile costruzione valeva lo sforzo di una generazione?<br />
Quando si progetta, quali sono le opere che hanno una visione più lunga di 30 anni?<br />
Se l&#8217;architetto non ha una precisa visione di cosa vuole la committenza, per chi progetta?</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Una piazza Taksim per gli architetti di Giulio Pascali</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/amatelarchitettura-commenti/~3/uOjadPkPvgQ/</link>
		<dc:creator>Giulio Pascali</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 09:58:00 +0000</pubDate>
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		<description>@contributi
secondo me la protesta di Istambul è sintomatica di una crisi molto più profonda.
Le stesse proteste e discussioni si rilevano sistematicamente anche in Italia e in tante altre parti.
Io vedo due aspetti della questione che incidono radicalmetne sul modo di operare dell'architetto.
- da una parte vi è una critica radicale agli obbiettivi per cui si esegue una progettazione
- dall'alltra una critica altrettanto forte sulle modalità con cui questa progettazione si svolge

Entrambe metono radicalmetne in discussione il ruolo dell'architetto come attore principale nella gestione del territorio.

Gozi park è diventato un caso eclatante perchè è evidente che si è superato il limite della decenza, ma se anche si fosse deciso di costruire un centro commerciale o una chiesa nella periferia della città la questione sarebbe stata esattamente la stessa. 

Quello che sta sullo sfondo sono due modelli di gestione del territorio. Diversi modelli nei quali cambiano radicalmente anche ruolo e funzione degli architetti.

Il modello Erdogan (applicato anche in molti casi in Italia) è quello che definirei piramidale e dirigista; vi è un vertice unico e una precisa scala gerarchica nei processi decisionali. Il vertice decide quali sono le esigenze della città, affida l'incarico all'architetto, l'opera si realizza. Spesso è l'architetto stesso che si arroga il diritto e la facoltà di decidere quali sono le esigenze della città (modello archistar). In ogni caso né chi governa, né l'impresa, né l'architetto (che alla fine comunque obbedisce ai primi due) hanno realmente come obbiettivo diretto il soddisfacimento delle esigenze della città; nessuno ha un reale interesse a registrare le esigenze della cittadinanza le quali sono spesso contrastanti. 
Il sindaco, l'impresa e l'architetto decidono (a volte ritenendo di interpretare correttamente le esigenze della città) limitando al massimo la relazione con la cittadinanza; quando questa relazione avviene è comunque per effetto di una "gentile concessione".
Il sindaco, l'impresa e l'architetto sono, per così dire degli intermediari delegati a interpretare le esigenze della città.

Il modello oposto mira a scardinare in maniera sistematica questa intermediazione. I cittadini che protestano sono fermamente decisi a entrare nel merito di ogni singola scelta e vogliono poter incidere a monte di ogni trasformazione. I cittadini premono per azzerare i liveli di intermediazione; ne hanno la capacità culturale (si tratta di persone mediamente scolarizzate) e possiedono gli strumenti idonei (la rete e gli strumenti di comunicazione sociali). In questo modello, il lavoro dell'architetto cambia radicalmente, di sicuro si complica; allo stesso modo come cambia il rapporto di chi amministra le città nei confronti di chi è amministrato. Entrambi sono un elemento nodale di una rete molto più ampia e complessa, della quale non è possibile prescindere. 
Il sindaco, l'impresa e l'architetto, in questo modello devono cedere una buona fetta della loro autonomia decisionale; devono operare nella consapevolezza che le trasformaizoni territoriali possono essere anche notevolemnte indeterminate e che questa indeterminazione è fuori dal loro controllo. Una condizione inaccettabile per molti architetti che invece considerano il loro mestiere come un fatto estremamente personale, e l'opera di architettura come un prodotto finito estremamente rigido, indiscutibile e rigorosamente chiuso nella sua forma architettonica.

Portando alle estreme conseguenze il nuovo modello, anche la progettazione stessa tende a divenire un processo nel quale non si identifica una sola figura "titolare" del progetto. Il progetto stesso è sempre più il frutto di un lavoro condiviso di più professionisti (anche un ampio numero) e sottoposto alla valutazione decisionale di una moltitudine non definita di stakeholder.

La trasformazione e il passaggio tra i due modelli non è indolore. Il fatto che questa protesta sia degenerata è l'esempio più evidente di come si stiano scontrando due culture contrapposte. In Olanda questa evoluzione è già accettata e si stà manifestando senza conflitti. In altri paesi dove il potere centralista è più forte e meno disposto a cedere sul controllo, la trasformaizone non può che avvenire in maniera traumatica. In Italia le proteste Notav sono un esempio eclatante del problema.

Ora la mia riflessione è questa:
Gli architetti che si schierano idealmente con i manifestanti del Gozi Park, quanto sono consapevoli del cambiamento che stanno promuovendo?
Sono disposti ad accettarne fino in fondo le conseguenze?
La mia sensazione è che molti colleghi covino l'illusione di essere, in qualche maniera immuni alla rivoluzione. 
Da una parte ci si batte e si promuove il cambiamento, dall'altra si protesta se quel cambiamento ci coinvolge direttamente; una versione cognitiva del NIMBY, cambiate pur eil mondo purchè non venite a toccare la mia profesisone.

Quanti di noi, una volta ricevuto un incarico di progettare un centro commerciale in un qualsiasi luogo, anche periferico sarebbero disposti ad accettare che una parte consistente delle decisioni e delle scelte di progetto avvengano fuori dal nostro studio di progettazione?
Quanti esporrebbero i loro progetti al giudizio dei cittadini sia durante la progettazione che durante l'esecuzione? quanti sarebbero disposti ad accettare che elementi consistenti del progetto siano realizzati in maniera autonoma e fuori dal controllo del progettista principale?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@contributi<br />
secondo me la protesta di Istambul è sintomatica di una crisi molto più profonda.<br />
Le stesse proteste e discussioni si rilevano sistematicamente anche in Italia e in tante altre parti.<br />
Io vedo due aspetti della questione che incidono radicalmetne sul modo di operare dell&#8217;architetto.<br />
- da una parte vi è una critica radicale agli obbiettivi per cui si esegue una progettazione<br />
- dall&#8217;alltra una critica altrettanto forte sulle modalità con cui questa progettazione si svolge</p>
<p>Entrambe metono radicalmetne in discussione il ruolo dell&#8217;architetto come attore principale nella gestione del territorio.</p>
<p>Gozi park è diventato un caso eclatante perchè è evidente che si è superato il limite della decenza, ma se anche si fosse deciso di costruire un centro commerciale o una chiesa nella periferia della città la questione sarebbe stata esattamente la stessa. </p>
<p>Quello che sta sullo sfondo sono due modelli di gestione del territorio. Diversi modelli nei quali cambiano radicalmente anche ruolo e funzione degli architetti.</p>
<p>Il modello Erdogan (applicato anche in molti casi in Italia) è quello che definirei piramidale e dirigista; vi è un vertice unico e una precisa scala gerarchica nei processi decisionali. Il vertice decide quali sono le esigenze della città, affida l&#8217;incarico all&#8217;architetto, l&#8217;opera si realizza. Spesso è l&#8217;architetto stesso che si arroga il diritto e la facoltà di decidere quali sono le esigenze della città (modello archistar). In ogni caso né chi governa, né l&#8217;impresa, né l&#8217;architetto (che alla fine comunque obbedisce ai primi due) hanno realmente come obbiettivo diretto il soddisfacimento delle esigenze della città; nessuno ha un reale interesse a registrare le esigenze della cittadinanza le quali sono spesso contrastanti.<br />
Il sindaco, l&#8217;impresa e l&#8217;architetto decidono (a volte ritenendo di interpretare correttamente le esigenze della città) limitando al massimo la relazione con la cittadinanza; quando questa relazione avviene è comunque per effetto di una &#8220;gentile concessione&#8221;.<br />
Il sindaco, l&#8217;impresa e l&#8217;architetto sono, per così dire degli intermediari delegati a interpretare le esigenze della città.</p>
<p>Il modello oposto mira a scardinare in maniera sistematica questa intermediazione. I cittadini che protestano sono fermamente decisi a entrare nel merito di ogni singola scelta e vogliono poter incidere a monte di ogni trasformazione. I cittadini premono per azzerare i liveli di intermediazione; ne hanno la capacità culturale (si tratta di persone mediamente scolarizzate) e possiedono gli strumenti idonei (la rete e gli strumenti di comunicazione sociali). In questo modello, il lavoro dell&#8217;architetto cambia radicalmente, di sicuro si complica; allo stesso modo come cambia il rapporto di chi amministra le città nei confronti di chi è amministrato. Entrambi sono un elemento nodale di una rete molto più ampia e complessa, della quale non è possibile prescindere.<br />
Il sindaco, l&#8217;impresa e l&#8217;architetto, in questo modello devono cedere una buona fetta della loro autonomia decisionale; devono operare nella consapevolezza che le trasformaizoni territoriali possono essere anche notevolemnte indeterminate e che questa indeterminazione è fuori dal loro controllo. Una condizione inaccettabile per molti architetti che invece considerano il loro mestiere come un fatto estremamente personale, e l&#8217;opera di architettura come un prodotto finito estremamente rigido, indiscutibile e rigorosamente chiuso nella sua forma architettonica.</p>
<p>Portando alle estreme conseguenze il nuovo modello, anche la progettazione stessa tende a divenire un processo nel quale non si identifica una sola figura &#8220;titolare&#8221; del progetto. Il progetto stesso è sempre più il frutto di un lavoro condiviso di più professionisti (anche un ampio numero) e sottoposto alla valutazione decisionale di una moltitudine non definita di stakeholder.</p>
<p>La trasformazione e il passaggio tra i due modelli non è indolore. Il fatto che questa protesta sia degenerata è l&#8217;esempio più evidente di come si stiano scontrando due culture contrapposte. In Olanda questa evoluzione è già accettata e si stà manifestando senza conflitti. In altri paesi dove il potere centralista è più forte e meno disposto a cedere sul controllo, la trasformaizone non può che avvenire in maniera traumatica. In Italia le proteste Notav sono un esempio eclatante del problema.</p>
<p>Ora la mia riflessione è questa:<br />
Gli architetti che si schierano idealmente con i manifestanti del Gozi Park, quanto sono consapevoli del cambiamento che stanno promuovendo?<br />
Sono disposti ad accettarne fino in fondo le conseguenze?<br />
La mia sensazione è che molti colleghi covino l&#8217;illusione di essere, in qualche maniera immuni alla rivoluzione.<br />
Da una parte ci si batte e si promuove il cambiamento, dall&#8217;altra si protesta se quel cambiamento ci coinvolge direttamente; una versione cognitiva del NIMBY, cambiate pur eil mondo purchè non venite a toccare la mia profesisone.</p>
<p>Quanti di noi, una volta ricevuto un incarico di progettare un centro commerciale in un qualsiasi luogo, anche periferico sarebbero disposti ad accettare che una parte consistente delle decisioni e delle scelte di progetto avvengano fuori dal nostro studio di progettazione?<br />
Quanti esporrebbero i loro progetti al giudizio dei cittadini sia durante la progettazione che durante l&#8217;esecuzione? quanti sarebbero disposti ad accettare che elementi consistenti del progetto siano realizzati in maniera autonoma e fuori dal controllo del progettista principale?</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Una piazza Taksim per gli architetti di contributi_addio</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/amatelarchitettura-commenti/~3/7e9V3Zq3WY4/</link>
		<dc:creator>contributi_addio</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jun 2013 16:17:04 +0000</pubDate>
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		<description>L'operaio Fiat, se dovesse essere investito sul marciapiede, quando protesterà, non sarà contro le automobili, ma contro chi le guida sopra i suoi piedi. 
E se l'operaio fosse stato al volante, probabilmente non avrebbe neanche pensato di salire sul marciapiede con l'auto. Ma se l'avesse fatto, avrebbe certamente meritato una manganellata.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;operaio Fiat, se dovesse essere investito sul marciapiede, quando protesterà, non sarà contro le automobili, ma contro chi le guida sopra i suoi piedi.<br />
E se l&#8217;operaio fosse stato al volante, probabilmente non avrebbe neanche pensato di salire sul marciapiede con l&#8217;auto. Ma se l&#8217;avesse fatto, avrebbe certamente meritato una manganellata.</p>
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		<title>Commenti su Una piazza Taksim per gli architetti di contributi_addio</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/amatelarchitettura-commenti/~3/MKX176BTpS4/</link>
		<dc:creator>contributi_addio</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jun 2013 16:09:52 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.amatelarchitettura.com/?p=2545#comment-4665</guid>
		<description>Il dilemma posto, non mi sembra corretto. L'architetto, quando serve, è giustamente per costruire o riqualificare. Se c'è l'esigenza di una moschea, o un centro commerciale, non è detto che debba essere sempre a discapito di piazze o luoghi pubblici. Il centro commerciale, forse si poteva fare a 500 m dalla piazza o a 5km, ma se serve, c'è bisogno dell'architetto, anche se prende le manganellate per difendere il parco. E forse c'era bisogno dell'architetto al momento della pianificazione del supermercato. O forse c'era da dare qualche manganellata all'architetto che ha firmato la pianificazione fatta di quel supermercato in quella piazza.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il dilemma posto, non mi sembra corretto. L&#8217;architetto, quando serve, è giustamente per costruire o riqualificare. Se c&#8217;è l&#8217;esigenza di una moschea, o un centro commerciale, non è detto che debba essere sempre a discapito di piazze o luoghi pubblici. Il centro commerciale, forse si poteva fare a 500 m dalla piazza o a 5km, ma se serve, c&#8217;è bisogno dell&#8217;architetto, anche se prende le manganellate per difendere il parco. E forse c&#8217;era bisogno dell&#8217;architetto al momento della pianificazione del supermercato. O forse c&#8217;era da dare qualche manganellata all&#8217;architetto che ha firmato la pianificazione fatta di quel supermercato in quella piazza.</p>
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	<feedburner:origLink>http://www.amatelarchitettura.com/2013/06/una-piazza-taksim-per-gli-architetti/comment-page-1/#comment-4665</feedburner:origLink></item>
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