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		<title>Due mondi, e io vengo dall&#8217;altro</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 16:37:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A giugno 2024 mi hanno invitato a fare una cosa bellissima — parlare di Cristina Campo al Padiglione Italia della Biennale di Venezia. È stata una giornata bellissima, e mi ero completamente dimenticato che avessero registrato l&#8217;intervento. Lo posto perché è venuto bene e ci sono cose nuove rispetto a quelle che ho sempre detto/scritto.]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">A giugno 2024 mi hanno invitato a fare una cosa bellissima — parlare di Cristina Campo al Padiglione Italia della Biennale di Venezia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È stata una giornata bellissima, e mi ero completamente dimenticato che avessero registrato l&#8217;intervento. Lo posto perché è venuto bene e ci sono cose nuove rispetto a quelle che ho sempre detto/scritto. </p>



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		<title>L’Amico Geniale</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 16:17:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Aaron Swartz]]></category>
		<category><![CDATA[David Foster Wallace]]></category>
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					<description><![CDATA[David Foster Wallace, dieci anni dopo Dieci anni fa*, il 12 settembre 2008, ero nella mia cameretta nello studentato di Kansleren, a Oslo, nel quartiere a maggioranza arabico-pachistana di Toyen. Erano i primi giorni di una nuovissima avventura, un master in biblioteche digitali trovato dopo una soffertissima laurea in matematica, trovato per caso e agognato<a class="more-link" href="https://aubreymcfato.com/2025/12/15/lamico-geniale/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">"L’Amico Geniale"</span></a>]]></description>
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<h2 class="wp-block-heading" id="965e">David Foster Wallace, dieci anni dopo</h2>



<figure class="wp-block-image alignfull size-large"><a href="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/12/image.png"><img width="1024" height="512" data-attachment-id="87900917" data-permalink="https://aubreymcfato.com/2025/12/15/lamico-geniale/image-3/" data-orig-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/12/image.png" data-orig-size="1600,800" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="image" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/12/image.png?w=300" data-large-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/12/image.png?w=750" src="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/12/image.png?w=1024" alt="" class="wp-image-87900917" srcset="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/12/image.png?w=1024 1024w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/12/image.png?w=150 150w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/12/image.png?w=300 300w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/12/image.png?w=768 768w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/12/image.png?w=1440 1440w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/12/image.png 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph" id="71a7">Dieci anni fa*, il 12 settembre 2008, ero nella mia cameretta nello studentato di Kansleren, a Oslo, nel quartiere a maggioranza arabico-pachistana di Toyen. Erano i primi giorni di una nuovissima avventura, un master in biblioteche digitali trovato dopo una soffertissima laurea in matematica, trovato per caso e agognato e infine scelto e applicato, in inglese, quando di inglese ne sapevo pochissimo e ogni nuovo documento da firmare era un concentrato di ansia e terrore. Ero arrivato da circa tre settimane, e il giorno della partenza lo ricorderò sempre come uno dei più brutti della mia vita, con una morosa lontana in Palestina, con la mia famiglia che quasi tutta mi aveva accompagnato a Orio al Serio in macchina, io e le mie pesanti valigie, il mio pesante cuore gonfio perché era la prima volta che partivo per così tanto tempo, in terra gelida e straniera, e avevo le lacrime agli occhi abbracciando mio padre e i miei fratellini che erano ancora piccoli, e preso quell’aereo maledetto partii per Oslo Torp, come al solito menzognero aeroporto Ryanar distante in realtà due ore di corriera da Oslo centro, e la prima cosa che feci a Torp fu uscire dalle porte automatiche e vomitare in un cespuglio, perché era l’estate della mia meningite (virale), virus Toscana, da un bastardo pappatacio dell’isola d’Elba che mi regalò qualche giorno in ospedale e memorabilissimi mal di testa, e la mia prima e unica spinale, spero unica per sempre, assieme ad un’acuta percezione del concetto di “proporzionalità diretta”, in quel caso fra velocità dell’aspirazione del liquido cerebrale e l’intensità del mal di testa consequenziale; quindi a Torp vomitai nel cespuglio e salii sul pullman che in due ore di oblio mi portò alla stazione di Oslo, dove l’anima piissima di Erik, musicista autoctono conosciuto a Node, mi venne a prendere per aiutarmi a trovare studentato e chiavi annesse, e ricordo nebulosamente un mal di testa fotonico — per anni ogni decollo e atterraggio mi trapanava il cervello nell’esatto centro della fronte — ricordo l’unica volta che presi la metropolitana a Oslo (costava tipo 5 euro), ricordo che non vomitai lì, in mezzo a tutti, solo perché era una bella giornata e vedere il sole e sentire l’aria fresca norvegese in fondo al tunnel fecero rinvenire i miei sensi un decimo di secondo prima che i miei succhi gastrici si riversassero sulle mie scarpe e sulle quadratissime piastrelle colorate, e su porzioni di scarpe un po’ mie e un po’ di Erik; e arrivammo allo studentato, prendemmo le nostre chiavi, salimmo al terzo piano, entrammo in una camera spoglia, che non aveva niente di niente, né lenzuola né cuscino né materasso, ed era sabato e non potevo farci niente, e dato che non ne potevo già più salutai Erik (leggevo nei suoi occhi anche una certa preoccupazione, la mia faccia doveva essere tremenda), lo salutai e chiusi la porta, preso dallo sconforto ma ancora lucido pensai solo che essendo sabato non avrei dormito in un letto con materasso o cuscino o lenzuola ma dovevo trovare qualcosa da mangiare anche per il giorno dopo, e mi trascinai nel negozio pachistano sottocasa a prendere qualcosa, e mai dimenticherò il pacchetto da nove, pietosissime tortillas pagato sette euro sette, o il ragazzo che aiutava a mettere la spesa dentro il sacchetto che aveva un inglese migliore del mio; e mi trascinai nuovamente su al terzo piano, buttai il mio costosissimo bottino di carboidrati sulla scrivania (quella c’era), mi sedetti sulla nuda rete del letto e piansi, piansi lacrime amarissime, piansi come erano anni che non piangevo, e piangendo mi addormentai.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://medium.com/plans?source=upgrade_membership---post_li_non_moc_upsell--2da37002213a---------------------------------------"></a></p>



<p class="wp-block-paragraph" id="bc59">Da quel momento le cose migliorarono molto. Oslo si rivelò molto più ospitale di quello che avevo temuto, il mio inglese migliorava, il corso di digital documents mi piaceva moltissimo, il mal di testa era passato; per due, tre settimane mi sembrò di aver trovato il mio posto nel mondo, soprattutto dopo matematica.<br>Lessi della morte di David Foster Wallace in quel momento di felicità, e nonostante non avessi mai letto una sua parola ne fui molto addolorato. C’era già in giro la voce del genio, del “genio del nostro tempo”, e mi sembrava di aver perso qualcosa anche se non l’avevo mai avuto.<br>Ho iniziato a leggere Wallace (o DFW, come si dice fra noi autoeletti ministri di culto, noi che sappiamo che non si chiama Foster Wallace ma Wallace, e Foster Wallace è <em>shibboleth</em> per i non iniziati, plebaglia volgare che non ha ancora affrontato il monte analogo di <em>Infinite Jest</em>, per dire, magari ridicolmente ferma allo splendido ma colpevolmente famoso <em>Una cosa divertente che non farò mai più</em>, sciocchi) molto dopo, l’ho iniziato a leggere dopo, un po’ perché l’avevo sempre voluto fare ma anche perché era l’autore preferito di Aaron Swartz, e il drittone di Aaron per DFW era diventato anche il mio, per transitività. Come Aaron, mi sono fermato quasi esclusivamente alla nonfiction, che ho letto più o meno tutta: <em>Considera l’aragosta</em>, <em>Tennis, tv, trigonometria…</em>, <em>Una cosa divertente che non farò mai più</em>, <em>Tutto e di più</em>, ma anche l’intervista <em>Come diventare sé stessi</em> e la biografia di D.T. Max. La fiction no, non ho letto più o meno niente: tranne, ed è eccezione meritevole, <em>Infinite Jest</em>.<br>Quello che amo nella sua nonfiction (lo sguardo acutissimo, il sismografo mentale che registra ogni sbalzo di tensione, la capacità di astrarre e tornare al particolare con una velocità impressionante) lo detesto nella sua narrativa, ma lì sono io, non amo i nordamericani della seconda parte del novecento, de gustibus.<br>DFW non ha mai avuto la purezza formale di un Gadda, o l’invenzione linguistica di Joyce: ma compensava con una sensibilità più aperta, più sincera, oserei dire più “oscena”, smarmellata sulla pagina, come un processo terapeutico, come se la logorrea ipercerebrale fosse l’unica cosa che dava da mangiare al suo demone.<br>DFW, più di tutti, obbediva al “Guarda a tutt’occhi, guarda” con cui Perec aveva aperto <em>La vita, istruzioni per l’uso, </em>la citazione del <em>Michele Strogoff</em> di Jules Verne.<br>E oso ancora: credo che il fatto che DFW piaccia così tanto al maschio occidentale iperscolarizzato (di cui anche io sono umile ma valido <em>specimen</em>) è che David (David amore, David caro) si permette di <em>soffrire</em>sulla pagina, quasi senza filtro, di soffrire attraverso le parole, di far soffrire tutti i suoi personaggi, di far sanguinare i pensieri.<br>David soffre e tu soffri con lui: per i maschietti, duole dirlo, questa è ancora una novità.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="0475">David che doveva parlare di crociere e invece parlava di morte.<br>David che era capace di parlare di tutto, di scrivere cose dolcissime e cose di una violenza inaudita.<br>David che ha scritto le parole definitive — ma troppe e troppo smarmellate in un romanzo di mille pagine, quindi incitabili — sulla Droga/Dipendenza/Intrattenimento, che sia indifferentemente da sostanze chimiche o da televisione.<br>C’è da piangere a pensare ai saggi che non leggeremo mai su Netflix, sul <em>binge watching</em>, sulla natura neurochimica dei social network.<br>Piangiamo dunque DFW per egoismo, come Dante piangerebbe Virgilio che muore all’inizio dell’inferno, come un’Arianna mangiata dal Minotauro con il gomitolo ancora in mano.<br>Lui ce l’avrebbe fatta, ci diciamo. <em>Lui avrebbe saputo</em>.<br>David Foster Wallace, L’Amico Geniale, Il Fratello Maggiore che tutti avremmo voluto avere. David Foster Wallace il Jinchūriki.<br>Il demone che, addomesticato, ci ha dato <em>Infinite Jest</em>, è lo stesso demone che rompendo le sbarre ha chiuso per sempre con una zampata le palpebre su quello sguardo che tanto ci manca.<br>DFW si appese alla cintura nel suo garage. Anche Aaron si appese alla cintura, e non riesco a convincermi che non ci abbia pensato.<br>Ciao DFW, adesso puoi dormire.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">*<em>Ho scritto questo pezzo su <a href="https://aubreymcfato.medium.com/lamico-geniale-2da37002213a">Medium</a> nel 2018, lo riposto qui</em>.</p>
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		<title>Gita all&#8217;antro del Corchia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[aubreymcfato]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Mar 2025 07:31:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Resoconto che ho scritto per la gita del GSE al Corchia, la copio qui perché ne avevo voglia. Sabato 15 e domenica 16 marzo doppia uscita del Gruppo Speleo Emiliano all’Antro del Corchia, con la cosiddetta “traversata classica” il primo giorno ed esplorazione del ramo dei Giglio il secondo.&#160; Gita importante per il gruppo, dato<a class="more-link" href="https://aubreymcfato.com/2025/03/21/gita-allantro-del-corchia/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">"Gita all&#8217;antro del&#160;Corchia"</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>Resoconto che ho scritto per la gita del GSE al Corchia, la copio qui perché ne avevo voglia</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sabato 15 e domenica 16 marzo doppia uscita del Gruppo Speleo Emiliano all’Antro del Corchia, con la cosiddetta “traversata classica” il primo giorno ed esplorazione del ramo dei Giglio il secondo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gita importante per il gruppo, dato che l’ultimo giro non fu certo felice &#8211; quasi 25 ore in grotta, con tanto di notte insonne &#8211; e abbiamo il compito di riallineare quella sfortuna. Il Corchia è uno dei complessi carsici più vasti d’Italia, con oltre 70 chilometri di percorso attualmente scoperti &#8211; e vanta una storia secolare di esplorazioni. Vale la pena ritentare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Presenti due coppie di padre e figlio, i modenesi Mesini e gli aostani Venturini, ed entrambi i figli si chiamavano Nicolò. A ruota i pavullesi Michael e Giovanni, Milena da Città di Castello, Remo da Bologna e Fabio ed Andrea da Modena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ritrovo dai Mesini alle 6.45, qualche minuto di fisiologico ritardo &#8211; Fabio dopo i bagordi della notte precedente continua a essere convinto di dover andare al CAI, ma è l’unico &#8211; e per le 7.20 si è in macchina verso il Corchia. Viaggio tranquillo in autostrada, direttamente fino all’entrata turistica del Corchia, dove la prima macchina arriva e ci si inizia a preparare. Subito dopo i pavullesi, arrivati prima di tutti e fermatisi a Levigliani per la colazione. Ci si veste, ed appena pronti inizia a piovere: decidiamo dunque di iniziare l’avvicinamento, con tanto di kway e poncho per chi ce l’ha, mentre i Mesini, Remo e Milena, arrivati mezz’ora dopo, devono purtroppo fare tutto sotto la pioggia. Chi più chi meno, nessuno entrerà davvero asciutto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0019.jpg"><img width="1024" height="576" data-attachment-id="87900847" data-permalink="https://aubreymcfato.com/2025/03/21/gita-allantro-del-corchia/img-20250318-wa0019/" data-orig-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0019.jpg" data-orig-size="1600,900" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="IMG-20250318-WA0019" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0019.jpg?w=300" data-large-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0019.jpg?w=750" src="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0019.jpg?w=1024" alt="" class="wp-image-87900847" srcset="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0019.jpg?w=1024 1024w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0019.jpg?w=150 150w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0019.jpg?w=300 300w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0019.jpg?w=768 768w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0019.jpg?w=1440 1440w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0019.jpg 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">L’avvicinamento è faticoso ma non troppo, anche se la pioggia certo non aiuta. Interessante comunque il panorama e i resti, quasi da archeologia industriale, delle vecchie case dei minatori, oramai nere e sfondate, cupissime sullo sfondo immacolato delle montagne sventrate di marmo. </p>



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<p class="wp-block-paragraph">Arrivati alla cava, intravediamo l’ingresso della grotta sopra una pietraia, di un bianco accecante nonostante la pioggia e lo scuro del cielo: la famosa buca d’Eolo si presenta degna del proprio nome, data la corrente fortissima che spira da dentro la montagna verso il fuori.</p>



<div data-carousel-extra='{&quot;blog_id&quot;:2171055,&quot;permalink&quot;:&quot;https://aubreymcfato.com/2025/03/21/gita-allantro-del-corchia/&quot;}'  class="wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular"><div class=""><div class="tiled-gallery__gallery"><div class="tiled-gallery__row"><div class="tiled-gallery__col" style="flex-basis:50.00000%"><figure class="tiled-gallery__item"><img data-attachment-id="87900858" data-permalink="https://aubreymcfato.com/2025/03/21/gita-allantro-del-corchia/img-20250318-wa0131-2/" data-orig-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0131-1.jpg" data-orig-size="1500,2000" data-comments-opened="1" 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<p class="wp-block-paragraph">Appena entrati, ci siamo imbragati in una larga e comoda sala, e nell’attesa del secondo gruppo, e capitanati da nonno Ivo, un gruppetto di noi prosegue dritto a esplorare un ramo alternativo, che dopo alcune belle gallerie e salette finisce in un sifoncino in cui nessuno di noi ha davvero voglia di immergersi. Si iniziano a intravedere sulle pareti le firme &#8211; a nerofumo, a penna, a matita &#8211; di vari gruppi speleo, una costante di tutta la grotta. Le firme più antiche che abbiamo visto erano di fine Ottocento. Siamo di fronte alla storia della speleologia e ci verrà ricordato più volte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornati indietro ritroviamo Luigi, e iniziamo a seguire Nicolò, l’aostano, che per tutta la gita è stato il primo del gruppo e ha armato tutti i salti. Dopo un primo saltino si inizia una discesa fino al canyon: la grotta ci era stata promessa asciutta, ma le ingentissime piogge di queste settimane non lasciano scampo, e saranno ben pochi i tratti completamente privi d’acqua: fra torrentelli, laghetti e cascatelle, ogni angolo della montagna suda l’acqua che percola dalla cima e di fatti uscirà da ovunque. Usciremo quasi più bagnati di come siamo entrati.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0023.jpg"><img width="1024" height="576" data-attachment-id="87900864" data-permalink="https://aubreymcfato.com/2025/03/21/gita-allantro-del-corchia/img-20250318-wa0023/" data-orig-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0023.jpg" data-orig-size="1600,900" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="IMG-20250318-WA0023" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0023.jpg?w=300" data-large-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0023.jpg?w=750" src="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0023.jpg?w=1024" alt="" class="wp-image-87900864" srcset="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0023.jpg?w=1024 1024w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0023.jpg?w=150 150w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0023.jpg?w=300 300w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0023.jpg?w=768 768w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0023.jpg?w=1440 1440w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0023.jpg 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La prima parte è piuttosto facile: gallerie, salti &#8211; di cui uno ragguardevole da 20 metri, ma soprattutto vari saltini, fessure, a volte concrezionate, soprattutto con i cosiddetti “cavolfiori”. Il &#8220;canyon&#8221;, oltre che splendido, è sicuramente molto divertente, si percorre a gambe divaricate in opposizione con le mani, oppure su uno dei due versanti quando abbastanza largo.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"> Il secondo gruppetto &#8211; Andrea, Fabio, Michael &#8211; di ferma nella sala dove l’anno scorso il gruppo sbagliò strada, aspettando Ivo e Milena per indicargli la strada e chiedendo loro di fare lo stesso con quelli dietro. Nel frattempo, primo spuntino. Notiamo anche alcuni fogli plastificati, a indicare le diverse vie e il nome della camera in cui siamo. Assieme alle firme, alle frecce, ai catarifrangenti e ai tanti omini di pietra, uno dei segni della grande storia collettiva di questo posto incredibile. Presa la via giusta, arriviamo finalmente ad uno dei pezzi grossi della traversata, ovvero il Pozzacchione: un salto nel vuoto di ben 51 metri. Lì troviamo Nicolò intento ad armare per la discesa. Qualche rallentamento nell’armo fa sì che il gruppo si ricompatti tutto &#8211; arrivano Luigi, Nicolò Mesini, Remo, e iniziamo finalmente a discendere. Purtroppo la sala è molto fredda, noi siamo bagnati e la pausa intirizzisce un po’ tutti. Ma uno alla volta ci caliamo nel vuoto, in un’unica discesa senza frazionamenti.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Subito dopo, il Salone Maranesi, veramente impressionante nella sua maestosità, con circa 2000 m² di superficie. Il Corchia sta tenendo pienamente fede alla sua fama, la vastità di questi vuoti è senza precedenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si prosegue fino ad arrivare agli “Scivoli”, una delle parti più divertenti e belle, per cui scendendo in sicurezza si aprono ampi spazi ben concrezionati e molto suggestivi. Lo scivolo finale, però, è infingardo e si affaccia nel vuoto, direttamente sul pozzo delle Lame, per cui bisogna scavalcare una lama di roccia e discendere il pozzo dall’altra parte, per una ventina di metri.</p>



<div data-carousel-extra='{&quot;blog_id&quot;:2171055,&quot;permalink&quot;:&quot;https://aubreymcfato.com/2025/03/21/gita-allantro-del-corchia/&quot;}'  class="wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular"><div class=""><div class="tiled-gallery__gallery"><div class="tiled-gallery__row"><div class="tiled-gallery__col" style="flex-basis:46.89319%"><figure class="tiled-gallery__item"><img data-attachment-id="87900878" data-permalink="https://aubreymcfato.com/2025/03/21/gita-allantro-del-corchia/img-20250316-wa0030/" data-orig-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250316-wa0030.jpg" data-orig-size="1600,1200" data-comments-opened="1" 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<p class="wp-block-paragraph">Ancora avanti fra sale e saloni, abissi che non esploreremo che si aprono di fianco a noi, saltini vari e cascate che giungono da chissà dove, arriviamo al Pozzo del Portello, forse il più affascinante, per cui da una cengia si apre l’abisso di 25 metri e si discende con le rocce che piano piano si aprono a fianco. Visto dal fondo, con la luce che lentamente illumina gli spazi enormi, è veramente bellissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo quasi arrivati alla zona turistica, ma il labirinto continua. Sembra davvero che non ci sia fine allo spazio che continua ad spalancarsi sulla roccia, ai vuoti che si mangiano la montagna, in tutte le direzioni.&nbsp;</p>



<div data-carousel-extra='{&quot;blog_id&quot;:2171055,&quot;permalink&quot;:&quot;https://aubreymcfato.com/2025/03/21/gita-allantro-del-corchia/&quot;}'  class="wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular"><div class=""><div class="tiled-gallery__gallery"><div class="tiled-gallery__row"><div class="tiled-gallery__col" style="flex-basis:50.00000%"><figure class="tiled-gallery__item"><img data-attachment-id="87900893" data-permalink="https://aubreymcfato.com/2025/03/21/gita-allantro-del-corchia/img-20250318-wa0045/" data-orig-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250318-wa0045.jpg" data-orig-size="1600,900" data-comments-opened="1" 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<p class="wp-block-paragraph">L’ultimo saltino e siamo sulle rampe. Cerchiamo di ricompattare il gruppo, e nel frattempo tutti percorriamo a piedi l’anello turistico, che fatto in solitaria e silenzio è davvero meraviglioso. Chi aveva già visto questa parte da turista la ritrova ancora più grandiosa, con concrezioni davvero incredibili per tipo, per numero e per dimensioni.&nbsp;</p>



<div data-carousel-extra='{&quot;blog_id&quot;:2171055,&quot;permalink&quot;:&quot;https://aubreymcfato.com/2025/03/21/gita-allantro-del-corchia/&quot;}'  class="wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular"><div class=""><div class="tiled-gallery__gallery"><div class="tiled-gallery__row"><div class="tiled-gallery__col" style="flex-basis:33.33333%"><figure class="tiled-gallery__item"><img data-attachment-id="87900884" data-permalink="https://aubreymcfato.com/2025/03/21/gita-allantro-del-corchia/img-20250316-wa0023/" data-orig-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2025/03/img-20250316-wa0023.jpg" data-orig-size="1200,1600" data-comments-opened="1" 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<p class="wp-block-paragraph">Appena tutti hanno finito il giro, si prosegue verso l’ingresso della grotta turistica, purtroppo molto faticoso perché siamo già stanchi e si tratta di centinaia di gradini tutti in salita. Praticamente di fronte al portone, risaliamo la pietraia e svoltiamo a sinistra, verso l’uscita dei Pompieri, mentre il giorno dopo faremo &#8211; entrando, quindi al contrario &#8211; l’ingresso di destra detto dei Serpenti. Siamo stanchi e l’ultima parte è purtroppo tutta in salita e molto bagnata. Ci sono meandri da risalire con i sacchi delle corde, fino ad arrivare a veri e propri scivoli che si sono trasformati in cascate con la pioggia. Si sentono un po’ di imprecazioni e risate isteriche, ma è tutto sotto controllo. Risaliamo controcorrente, chi con croll e maniglia e chi, con le ultime forze, direttamente arrampicando a mano. Questi ultimi probabilmente fanno pure meno fatica. Lentamente, arriviamo alla fine, dove l’ultimo cunicolo ha solo una corda annodata che aiuta a salire in sicurezza di fianco un pozzo che sembra riparato ma è invece piuttosto pericoloso. Ma ce la facciamo tutti, e con i gomiti e le ginocchia riusciamo uno a uno a conquistarci l’uscita fuori dalla montagna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sopra noi nessuna stella, ma buio pesto e pioggia battente.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">I primi a uscire sono riusciti a sbagliare il sentiero e ritrovare quello giusto, aiutando gli ultimi a non fare errori. Il sentierino fuori dall’ingresso è strettissimo e bagnato e non bisogna cadere giù, ma è questione di qualche decina di metri: poi riprende il sentiero normale e, nonostante l’acqua, il buio e la fatica dopo otto ore di grotta, raggiungiamo tutti le macchine.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci si cambia al freddo sotto l’entrata turistica per ripararci un po’ dalla pioggia, ma almeno i vestiti sono asciutti, e il miraggio della cena ci ridona le ultime forze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scendiamo la strada con le macchine fra nebbia e pioggia cercando di non prendere le curve per la dritta, ma arriviamo alla Pollaccia stanchi, affamati ma felici. Scopriamo con gioia che dormiremo al caldo con materassini gonfiabili, e la cena inizia e finisce in allegria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo una dormita sacrosanta che per alcuni è stata più comoda di altri &#8211; purtroppo gli aostani hanno preso un materassone che sembrava comodissimo ma si è rivelato particolarmente sgonfio e scomodo &#8211; e alcuni tentativi di secessione, il gruppo decide di aderire ai piani e tentare la gita del Ramo de Giglio. Gita defatigante, dicono.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Milena dopo aver dormito ha la schiena bloccata e torna a casa, i pavullesi Michael e Giovanni hanno preso la via della montagna la sera prima dopo cena, nonno Ivo decide di recuperare il sonno perduto direttamente sul sedile posteriore della macchina di Fabio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il gruppo rimasto &#8211; i Mesini, Nicolò, Fabio, Andrea &#8211; si incammina per il sentiero del ritorno della sera prima, ma fermandosi all’ingresso dei Serpenti. Sempre molto vento &#8211; la montagna cerca sempre di soffiarci via &#8211; e una fessurina iniziale, ma i saltini iniziali sono relativamente facili e scopriamo con piacere che sono non solo già armati ma pure in doppia corda. Scendiamo il primo salto &#8211; scomodo per via di una strettoia &#8211; e anche poco dopo il secondo. Capiamo perché si chiama “dei Serpenti”, ma per il momento nessuna vera difficoltà. Ci ritroviamo dunque sulla sommità della pietraia che dà sull’inizio della grotta turistica, come il giorno prima, e iniziamo a scendere le rampe con Remo che ci guida leggendo un resoconto di un’esplorazione precedente.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qui iniziano gli inghippi: la descrizione è molto chiara e ritroviamo fino ad un certo punto tutti i riferimenti, ma Luigi, che trent’anni fa c’era già stato, non riconosce nulla. Scavalchiamo le rampe al primo tunnel sulla destra, scendiamo un canapone annodato e camminiamo lungo una frana, dove una “invitante” tunnel a sinistra chiude subito e il secondo, sempre sulla sinistra si incunea, fra pareti strette e concrezionate, sotto la parte turistica. Non arriviamo in fondo perché il giro continuerebbe ma secondo tutti non è la strada giusta.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Allora ritorniamo nella via principale che però si affaccia su un abisso che sembra molto più profondo dei 20 metri del pozzo Susanna, quello che secondo tutti &#8211; resoconto e Mesini &#8211; dovremmo trovare adesso. Da qui di fatto perdiamo ogni riferimento, e sotto la guida di Nicolò proviamo a esplorare. Evitiamo l’abisso profondo perché non abbiamo corda sufficiente, ma sulla sinistra si sale e si sbuca, dopo un traverso, in un salone enorme che si affaccia su un altro salone appena più piccolo. Dal soffitto altissimo scrosciano cascate a sprazzi, e bisogna stare attenti perché sotto di noi, in questa sala franata, si aprono altri buchi e pozzi &#8211; se chiusi o meno non lo sappiamo. La seconda sala si apre su un altro abisso profondissimo e armato, ma sopra di noi vediamo una piccola terrazza che ci invita con una corda che pende. Nicolò Venturini sale e sparisce per un po’, mentre il gruppo si ricompatta del tutto. L’aver perso i punti di riferimento ha un po’ scoraggiato tutti: non sappiamo dove siamo né dove stiamo andando, siamo solo tranquilli perché sappiamo che l’uscita è poco distante. Andrea e Luigi tornano indietro per provare a rinfrescare la memoria di Luigi e confermare o meno di essere nel posto giusto, Remo e Fabio ritornano nel primo salone per vedere se non ci siamo persi qualche segno, Nicolò Mesini attende l’altro Nicolò disperso da qualche parte un livello sopra di noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Luigi e Andrea però ritornano sino alle rampe e non trovano nulla. Non vedendo gli altri tornare, rifanno nuovamente la strada di prima all’indietro per capire dove sono tutti, e urlando attraverso il salone, nonostante il frastuono dell’acqua, capiscono che sono tutti sono andati avanti. Quindi torniamo al secondo salone, sotto la terrazza, dove Nicolò Venturini ci conferma che sono tutti saliti a vedere quello che secondo lui è il ramo del Giglio, ma che non si rivelerà tale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La salita è relativamente veloce, e ci si infila in salette e cunicoli splendidamente concrezionati, con stalattiti enormi e piccolissime, fino ad arrivare al pezzo forte, una galleria candida e pienamente concrezionata, che sembra quasi un ghiacciaio. Siamo tutti lì, decidiamo che è davvero una degna conclusione della nostra gita e che, ramo del Giglio o meno che sia, la fatica non è stata vana. Iniziamo dunque il ritorno, ripercorrendo per l’ennesima volta il percorso fino alle rampe &#8211; ormai è strada conosciuta per tutti, senza difficoltà, e purtroppo, per la seconda volta in due giorni, la rampa finale di scale in salita è massacrante.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Si risale la pietraia, Nicolò &#8211; Mesini, questa volta &#8211; conduce con Andrea subito a ruota e gli altri un po’ indietro. Il pozzo dei Serpenti asciutto non è ma è doppiamente armato quindi agevola il rientro. La fessurina iniziale ci strappa qualche imprecazione &#8211; oramai quasi un rito scaramantico appena prima di uscire, e questa volta usciamo con il giorno e addirittura il sole che vince sulle nuvole, a sprazzi. Nicolò e Andrea iniziano la discesa, e sono solo le due e un quarto. Ci si cambia al sole &#8211; ma sempre al freddo &#8211; e dato che sono le tre si decide di tentare il ristorante Vallechiara per un panino veloce.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ovviamente il ristorante è aperto e quindi altro che panino: litro di vino, tagliatelle ai funghi &#8211; ottime &#8211; gnocchi alle noci, dolci vari (me li ricordo tutti: millefoglie alla crema con fragole per Nicolò Venturini e Remo, panna cotta al Mojito per i due patriarchi della compagnia, vin santo con cantucci per Andrea), cinque caffè di cui uno corretto grappa e uno deca.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Soddisfatti, rifocillati e molto stanchi, ci salutiamo e partiamo per Modena.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finita la gita al Corchia, viva il Corchia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È letteralmente impossibile descrivere, a posteriori, lo smarrimento e la meraviglia che questi vuoti generano, con l’accumularsi e accavallarsi di livelli, pozzi, abissi, camere, sale grandiose e cunicoli minuscoli che si annidano, conosciuti o meno, nelle viscere di questa montagna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Corchia si è dimostrato dunque un’esperienza difficile da riproporre a parole, ma è stato capace di confermare la fama che da più di un secolo lo pone al centro dei sogni della speleologia italiana ed europea.</p>
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		<title>Il paradiso preumano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[aubreymcfato]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2024 10:02:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[Nello splendido capitolo finale de &#8220;L&#8217;anello di Re Salomone&#8221;, intitolato “Canicola”, Konrad Lorenz confessava di come gran parte del suo successo scientifico e accademico derivasse, curiosamente, dalla pigrizia. Possedeva, a suo dire, il &#8220;dono inestimabile di poter completamente arrestare i processi mentali superiori, mantenendosi in uno stato di perfetto benessere&#8221;. Così d&#8217;estate amava fare passeggiate<a class="more-link" href="https://aubreymcfato.com/2024/10/16/il-paradiso-preumano/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">"Il paradiso preumano"</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nello splendido capitolo finale de &#8220;L&#8217;anello di Re Salomone&#8221;, intitolato “Canicola”, Konrad Lorenz confessava di come gran parte del suo successo scientifico e accademico derivasse, curiosamente, dalla pigrizia. Possedeva, a suo dire, il &#8220;dono inestimabile di poter completamente arrestare i processi mentali superiori, mantenendosi in uno stato di perfetto benessere&#8221;. Così d&#8217;estate amava fare passeggiate con il proprio cane, farsi una nuotata in un ramo secondario del Danubio, e poi stendersi sulla riva, sotto la canicola, come un &#8220;coccodrillo al sole&#8221;. Solo così riusciva ad osservare gli animali nel loro ambiente naturale: per lunghissime ore, senza far null&#8217;altro. &#8220;Animale fra animali&#8221;, si sentiva in pace, accettato da tutti. È facile immaginarselo così, costume e pancia all&#8217;aria, per mattine e pomeriggi interi, a sonnecchiare, osservare intorno a sé. Semplicemente essere, stare. In un &#8220;nirvana animalesco&#8221;, scriveva, in un &#8220;paradiso preumano&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho letto queste pagine tanti anni fa, ma mi sono sempre rimaste dentro: c’è qualcosa, soprattutto in quell&#8217;aggettivo &#8211; preumano &#8211; che non mi ha mai lasciato. Era un suggerimento, un appiglio: un’intuizione dell’esistenza di dimensioni sconosciute, quasi inaccessibili. Quasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un anno esatto fa è nata Matilde, la nostra secondogenita. Nome scelto per ragioni canossiane per sua madre, dahliane per me: la mia prima eroina, il mio primo libro preferito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al contrario di Tommaso, è stato un parto veloce e senza complicazioni, che è il meglio che può capitare, e ha introdotto settimane praticamente perfette, fatate. Ora quasi dimenticate, ma so che sono accadute.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci siamo rifugiati nel nido del reparto ostetrico prima e di casa poi. E Matilde è stata perfetta, titto nanna cacca, come da manuale, in serena ciclicità. È una fase meravigliosamente vegetale: quando non si dorme si mangia, quando non si mangia si dorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tommaso, il nostro primogenito, la guardava e scopriva per la prima volta la propria dolcezza, imparando una delicatezza da bimbo grande, un cuore da fratello maggiore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alessandra allattava, ritrasformata nuovamente nel supereroe che conoscevo. Quando riposava, io vedevo un samurai senza armatura, a dormire il sonno dei giusti e dei guerrieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E io mi sono ritrovato, per la seconda volta, neogenitore, affrontando quel periodo magico con Matilde addosso, spiaggiata sulla pancia. Eccolo, dunque, ritrovato, il paradiso preumano di cui parlava Lorenz.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di notte o di giorno, mattina presto o primo pomeriggio o sera. Sul letto, sulla poltrona, con la fascia, con o senza maglietta, io e Matilde stavamo addosso l’una all’altra. Io la zattera nell&#8217;oceano, lei la naufraga che dorme. Io l’isola, lei Robinson.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io ero morbido come un cuscino di piume, caldo come un caminetto d’inverno, alto come una torre su una scogliera; il mio petto vasto come praterie, sicuro come un castello.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lei stava lì sopra, con le mani in alto, completamente arresa, totalmente, inesorabilmente vulnerabile. È uno strano paradosso che la sua massima vulnerabilità coincida con il mio desiderio totalizzante di protezione: è il suo potere su di me. Adorabile come solo i bambini appena nati sanno essere, di una tenerezza che raggiunge zone abissali del cervello, che prende più il corpo che il cervello, più l&#8217;addome che il cuore. C’è un verbo greco usato spesso nei vangeli: σπλαγχνίζομαι, un muoversi di viscere, una compassione di intestini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È sempre bello ritornare mammiferi in questo modo. Lo scoprii già con Tommaso: se la gestazione è cosa da mamme, l&#8217;esogestazione è cosa da papà. Le mamme hanno la tetta, (tetta latte, tetta nanna, tetta casa, Tetta Tutto); i papà hanno il petto, la pancia, le braccia, la schiena. Noi non allattiamo, ma possiamo tenere, abbracciare, portare. La tengo lì sulla mia pancia, fuori ma con la stessa finalità: stare qui insieme, essere qui insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensavo spesso in quelle settimane che, nella loro semplicità, azioni così semplici siano un punto fermo nello spaziotempo: se c’è una cosa di cui non potrò mai pentirmi, neanche quando sarò vecchio e prossimo alla morte, è di aver tenuto mia figlia neonata decine di ore addosso. Sono ore giustificate, come diceva San Paolo, ore degne di essere giudicate da qualsiasi dio. Ore che non ho sbagliato. Ore che tuttora non sbaglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Appoggiati e incastrati esattamente come due pezzi di Lego, spalmati l’uno all’altro come pane e nutella, in un&#8217;abbraccio senza braccia, Matilde mi insegnava a stare nel paradiso preumano: senza dolori, senza paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo qualche mese, il nostro abbraccio si è evoluto. Lei è più lunga e pesante, decisamente più sveglia, si trasforma di giorno in giorno in una bambina vera, come Pinocchio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbarbicata su di me come un koala su un eucalipto, o appollaiata sul braccio come un pappagallo con il suo pirata, o seduta sulle mie gambe come il piccolo buddha su trono, o il cangurino nel suo marsupio, o una scimmietta aggrappa alla madre. Dopo un anno, in questa trasformazione da animaletto a umano &#8211; diventando una bambina vera, come Pinocchio &#8211; io e Matilde dormiamo insieme nel lettone, tutta la notte. Ci sdraiamo, e lei sa dove mettersi, sa dove incastrare la testa, con il braccino sopra il mio petto. Mi stupisco sempre di questo gesto perfetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima epifania, cinque anni fa, fu di rendermi conto che questa nuova, travolgente vulnerabilità era una benedizione: volevo voler bene in questo modo da molto tempo, volevo essere così aperto, volevo prendermi cura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mio abbraccio era castello e fortezza, e io proteggevo il mio tesoro. Credo che sia uno di quei sentimenti che discrimina l&#8217;adolescenza da un &#8220;adultità&#8221; vera e propria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo qualche anno, non è cambiato: prendersi cura è un sentimento meraviglioso, uno dei pochi che dona un senso alla vita. Mi è chiarissimo come sia una fortuna poter rendere giustizia a questa fame biologica che urla in ogni mia cellula. È così facile sentirsi travolti dall’amore per una creaturina del genere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allo stesso tempo, a questo secondo giro di giostra, mi è più evidente quanto il mio abbraccio non sia differente da quello di Matilde: cerco sicurezza in lei quanto lei la cerca in me. Cerco casa e nido, mi rifugio nel suo collo per le stesse ragioni in cui lo fa lei. Entrambi siamo aggrappati, entrambi ci sosteniamo, nel reciproco abbraccio, sospesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Buon compleanno Tilli.</p>



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		<title>Biblioteca</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Feb 2024 09:35:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho scritto un libretto, anche se sopra non c&#8217;è il mio nome: Biblioteca, allegato del Corriere della Sera nella collana Scuola di scrittura della Scuola Holden. Ci ho messo varie cose su cui eternamente ritorno: Borges, La biblioeca di Babele, Calasso e il suo &#8220;Come ordinare una biblioteca&#8221;, la biblioteca Warburg e la regola del<a class="more-link" href="https://aubreymcfato.com/2024/02/07/biblioteca/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">"Biblioteca"</span></a>]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Ho scritto un libretto, anche se sopra non c&#8217;è il mio nome: <em>Biblioteca</em>, allegato del Corriere della Sera nella collana <em>Scuola di scrittura</em> della Scuola Holden.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci ho messo varie cose su cui eternamente ritorno: Borges, La biblioeca di Babele, Calasso e il suo &#8220;Come ordinare una biblioteca&#8221;, la biblioteca Warburg e la regola del buon vicino, la serendipity, Wikipedia, Ranganathan e le cinque leggi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo me è carino, è piaciuto anche alla mia nonna (ma forse questo non fa testo). Il libretto è uscito a dicembre, e si può ordinare, di carta, a <a href="https://store.corriere.it/Biblioteca/B3UKEgLWmYAAAAGJGaUyi7Bm/pc;pgid=nF9UecRG_bRSR0CGbHvhRVNi0000KgtxvCvi;sid=EKLDsBPe6q3DsHZHd2gysQHUjgw20I1w5cI=?CatalogCategoryID=QYgKEgLWpeQAAAGJLEwyi7Bm">questo indirizzo</a>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">UPDATE: dato che di carta pare finito, qui c&#8217;è il <a href="https://drive.google.com/file/d/1SgtvXE3xi7loCg8mJfoNmp7Tv6TLLOBG/view?usp=sharing">PDF</a>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><a href="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/02/immagine-1.png"><img loading="lazy" width="750" height="750" data-attachment-id="87900833" data-permalink="https://aubreymcfato.com/2024/02/07/biblioteca/immagine-1/" data-orig-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/02/immagine-1.png" data-orig-size="1600,1600" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="immagine-1" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/02/immagine-1.png?w=300" data-large-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/02/immagine-1.png?w=750" src="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/02/immagine-1.png?w=750" alt="" class="wp-image-87900833" style="width:780px;height:auto" srcset="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/02/immagine-1.png?w=750 750w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/02/immagine-1.png?w=1500 1500w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/02/immagine-1.png?w=150 150w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/02/immagine-1.png?w=300 300w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/02/immagine-1.png?w=768 768w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/02/immagine-1.png?w=1024 1024w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/02/immagine-1.png?w=1440 1440w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></a></figure>
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		<title>Cosa vuol dire essere intelligenti?</title>
		<link>https://aubreymcfato.com/2024/01/28/cosa-vuol-dire-essere-intelligenti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[aubreymcfato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jan 2024 19:50:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[Questo articolo è stato pubblicato nel numero di dicembre 2023 di Finzioni. Le tecnologie sono sempre uno specchio di ciò che siamo. Sono sempre state protesi – delle nostre gambe, delle nostre braccia, dei nostri sensi, del nostro cervello. Quindi mezzi per ottenere un fine, che sono i nostri bisogni e desideri: le auto incarnano<a class="more-link" href="https://aubreymcfato.com/2024/01/28/cosa-vuol-dire-essere-intelligenti/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">"Cosa vuol dire essere&#160;intelligenti?"</span></a>]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>Questo articolo è stato pubblicato nel numero di dicembre 2023 di</em> <a href="https://www.editorialedomani.it/tag/finzioni">Finzioni</a>.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><img loading="lazy" src="https://lh7-us.googleusercontent.com/6rWiejaPWTksOPk5vlxKOGJzHTCqef_9lQa0tKbBn3RFob5cFgmyIswk4SmWwZTgAMypoQ7pgtaqqTTqyqayq6OIZlgfcZsrNb4Ib1qZjZ2IPxnUhXYg5dMrDsC0NWK-Vw2-eCxC-_7JnNje5qMNAKk" width="602" height="601"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le tecnologie sono sempre uno specchio di ciò che siamo. Sono sempre state protesi – delle nostre gambe, delle nostre braccia, dei nostri sensi, del nostro cervello. Quindi mezzi per ottenere un fine, che sono i nostri bisogni e desideri: le auto incarnano il nostro bisogno di movimento, i libri il bisogno di capire gli altri, i social il bisogno di connetterci. Quando una tecnologia ha successo, è perché risponde o amplifica o sfrutta un nostro desiderio profondo, qualcosa che moltissime persone di diversa geografia, cultura, genere, religione condividono. Che ne siamo consapevoli poco importa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe bello ripercorrere la storia della cultura attraverso la storia delle tecnologie. Lette così, di sbieco, diventano un modo di conoscerci, un catalogo di quello che crediamo di noi stessi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trovo che questo sia questo, al momento, l’aspetto più interessante di ChatGPT, e di tutti i suoi vari e simili cugini. Più ci confrontiamo con l’intelligenza artificiale, più abbiamo domande sull’intelligenza umana.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si dice da sempre che la conoscenza sia una sfera che si espande in un universo di ignoto: ne consegue, necessariamente, che la sfera sarà sempre più a contatto<em> </em>con le tenebre. Più sappiamo, più sapremo di non sapere. Più sarà immediata la nostra consapevolezza del nostro essere limitati.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio in questo senso è importante l’intelligenza artificiale: ci restituisce il nostro grado di ignoranza su noi stessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa vuol dire essere intelligenti? Cosa vuol dire essere coscienti?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono domande eterne, probabilmente non dissimili da quello che agitavano gli insondabili pensieri di chi dipinse animali e uomini sul fondo delle grotte di Lascaux o di Altamira, decine di migliaia di anni fa. Dubbi che, a distanze di tempo incolmabili dal pensiero, rimangono inscalfibili.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa sono io, cosa sei tu, ipocrita animale, <em>mon semblable, mon frère</em>. Perché ci siamo entrambi, e cosa vuol dire questo esserci.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dalla carne al silicio, l’avvento del computer, da metà del Novecento, ha alimentato enormemente questo fuoco.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eravamo convinti – lo siamo tuttora – che la coscienza fosse il “problema difficile”. Come fa la coscienza a emergere dalla materia?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se non si invoca una risposta religiosa – un Dio che sfiora con l’indice il simmetrico indice di un uomo; una scimmia che tocca un monolite nero e alieno – la risposta non ce l’abbiamo. L’intelligenza emerge dalla materia. È una cosa che accade.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come l’irripetibile conformazione di un cristallo di neve, come una cattedrale eretta nel deserto dalle termiti, la coscienza emerge, complessa, dall’interazione di unità più semplici. Data abbastanza complessità, la coscienza emerge. Accade. Noi accadiamo. Shit happens.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho usato le parole “intelligenza” e “coscienza” come termini intercambiabili, ma forse non dovrei.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo lo storico Yuvan Noah Harari, intelligenza e coscienza vanno considerate separatamente: intelligenza è l’abilità di risolvere problemi, di perseguire obiettivi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intelligenza e coscienza sono talmente intrecciate fra loro che non sappiamo dove finisca l’una e inizi quell’altra. Tuttora continuiamo a confonderle. Gli ultimi decenni di ricerca scientifica e tecnologica in realtà ci aiutano piano a piano a discriminare. Fare ordine.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo creduto per molto tempo che l’intelligenza fosse il risultato ultimo dell’evoluzione umana, e si attribuisse, negli esseri umani, alla corteccia cerebrale, lo strato biologicamente più recente del nostro cervello. Abbiamo creduto quindi che lì risiedesse la coscienza. Ma probabilmente non è così.&nbsp;</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Coscienza = corpo, intelligenza = calcolo</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Una serie di neuroscienziati – fra gli altri, Jan Panksepp, Antonio Damasio, Mark Solms – ci insegna da decenni che la coscienza potrebbe trovarsi in un luogo altro, evoluzionisticamente più remoto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Figli di un illuminismo un po’ miope, tendiamo a sottovalutare il potere delle nostre sensazioni e dei nostri sentimenti, e tendiamo a privilegiare i nostri pensieri: invece, siamo riusciti a riprodurre artificialmente solo gli ultimi, ma non i primi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La coscienza, pare, necessita di un corpo. Un corpo che abiti lo spazio e il tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c’è coscienza senza corpo, col suo insieme di sensori che captano attraverso vista, udito, tatto, olfatto, gusto. Nel regno animale questi sensi si <em>immillano</em>, vedendo e percependo dimensioni del reale che noi limitati esseri umani nemmeno immaginiamo: lo spettro della luce dall’infrarosso all’ultravioletto, l’ecolocalizzazione, la percezione delle più tenui tracce chimiche con l’olfatto, con le antenne, con la pelle. Ci sono universi in una zolla di terra che ci rimarranno per sempre sconosciuti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo le sensazioni, ci sono i sentimenti. Coscienza è capacità di <em>sentire</em>: dolore e piacere, amore e odio.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall’altro lato, abbiamo capito che gran parte di quello che noi riteniamo intelligenza è una qualche forma di computazione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dagli inizi del secolo scorso – da Alan Turing, da John Von Neumann – il calcolo è diventato il paradigma silente e ubiquo del mondo. Più andiamo avanti, più non c’è nulla che il calcolo non conquisti con le sue orde di processori e processi infinitesimali. Continuiamo incessantemente a inventare nuove parole per contare il numero di calcoli che le nostre macchine sono capaci di fare al secondo. Miliardi di miliardi di miliardi di miliardi: mega, giga, tera, peta, exa, zetta, yotta, ronna, quetta. Viviamo sotto <em>la dittatura del calcolo</em>, come dice Paolo Zellini.&nbsp;&nbsp;</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>I barbari</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Come è accaduto molte volte nella storia dell’umanità, le frange più tradizionali si ritraggono, riescono a mantenere sempre meno terreno: i barbari inesorabilmente avanzano.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel Seicento, non si conosceva la natura del calore: si presupponeva esistesse una sostanza, chiamata “<em>flogisto</em>”, che lo trasportasse. Ma con l’avvento della scienza moderna, fondata sulla sperimentazione, questa speculazione filosofica era sempre più fragile. Non collimava con i dati sperimentali. Con rammarico di molti – ci si affeziona sempre alle idee, soprattutto quando sono presenti da molto tempo – si abbandonò l’idea “romantica” di una sostanza che dava calore, si abbracciò l’idea barbara e dissacratoria che la temperatura dipendesse dal movimento delle molecole. Accadde lo stesso con l’”etere”. Lo stesso accadde – e tuttora accade – con il concetto di Dio: la stessa Chiesa Cattolica accetta di buon grado (?) l’esistenza della teoria dell’evoluzione, o della genetica, o della psichiatria, anche solo della metereologia: tutti ambiti in cui il ruolo di un Dio onnipotente ha progressivamente perso terreno, ma su cui fino a pochi secoli fa si fondavano scismi, si combattevano battaglie, si bruciavano persone.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un processo che ritorna eternamente nella storia dell’uomo: c’è qualcosa che riteniamo sacro e vero. Una verità che saputa da sempre. Arrivano i barbari da fuori a dirci che non è così, che esistono altri dei. È una guerra, e spesso la perdiamo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sensazione è che siamo nel pieno di uno di questi momenti storici. I barbari sono alle porte, armati di GPU. Sul loro vessillo sventola una matrice di 0 e 1, il viso insondabile del Calcolatore. Sono venuti a distruggere ciò che abbiamo di più caro, l’ultima cosa che ci era rimasta dopo la morte di Dio: <em>l’eccezionalità umana</em>. La vostra intelligenza – dicono – non è che un insieme di processi di algebra lineare. Un computo parallelo di miliardi di neuroni. Siete reti neurali non troppo dissimili da quelle che interrogate nel vostro telefonino.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non avevamo computer abbastanza potenti per dimostrarlo venti anni fa, ma ora ce li abbiamo. Non c’è rivolo della creatività umana che non saremo in grado di riprodurre. Non c’è espressione umana che non saremo in grado di simulare.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Intelligence is in the eye of the beholder</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, le cose non accadono nel vuoto. Le relazione che abbiamo con l’intelligenza artificiale è una relazione culturale, che coinvolge la nostra psicologia, la nostra fisiologia. È un aspetto fondamentale che solitamente sottostimiamo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema con ChatGPT e compagni è proprio ciò che li rende incredibili: il loro essere <em>quasi</em> umani, ma non del tutto. Esiste un’<em>uncanny valley</em> anche del linguaggio, evidentemente.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come dice il filosofo Roberto Casati, sono <em>quasi–testi</em>. Sembrano testi “veri” ma non lo sono.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma cosa vuol dire? Il fatto che ChatGPT e compagni siamo così simili a quella che abbiamo sempre riconosciuto come intelligenza non fa altro che buttare tutto l’onere delle prova sul lettore. È un po’ come è accaduto nel passaggio dalle enciclopedie tradizionali a Wikipedia: una volta c’era l’<em>autorità</em>, e nel bene e nel male la si prendeva per buona; poi si è passati ad un’<em>autorevolezza</em> che però doveva essere conquistata. Il principio di autorità è epistemologicamente sbagliato (nessuno ha sempre ragione) ma cognitivamente è molto semplice: come in ambito militare gli ordini non vanno discussi ma eseguiti, se mi fido ciecamente di un’istituzione (la Treccani, il New York Times) ci credo e basta. Diventa una questione di fede. E la fede è molto meno stancante dello scetticismo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con Wikipedia – con il web in generale – si è già operata una rivoluzione, come dalla fisica newtoniana e deterministica a quella quantistica e probabilistica: tutte le volte che il testo viene letto e interpretato, scopriamo se il gatto di Schrödinger è vivo o morto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In quel momento, il nostro senso critico decide se il testo è buono abbastanza o meno. Ma tutto il senso, tutto il peso è retto da quell’”<em>abbastanza</em>”. Abbastanza buono per quel contesto, per quella singola istanza nello spazio e nel tempo in cui il testo e il suo lettore si incontrano. Il lettore diventa – dovrebbe diventare – completamente responsabile. È abbastanza buono per me, adesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da un punto di vista cognitivo, questo è faticoso: leggere un messaggio di ChatGPT in questo senso è come ascoltare quell’amico logorroico che si inventa mille storie: non sai mai cosa è vero e cosa no. ChatGPT è questo: un <em>fuffarolo</em> professionista. Il più bravo e veloce di tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Paradossalmente, il fatto che le cose siano vere il 90 o 95% del tempo non aiuta. La paura di quel restante 5% di fuffa è sempre lì, presente. Siamo noi lettori a essere responsabili di accogliere o meno quel testo come “buono abbastanza”.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Un testo è un testo è un testo</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Ma siamo proprio sicuri che i testi generati automaticamente da ChatGPT siano “ontologicamente” differenti dai testi umani? A volte sembra solo una distinzione religiosa. Un testo è un testo è un testo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo, è un generatore di <em>significanti</em>, non significati: un generatore di parole, non di concetti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che diventa interessante e dirimente è che – spesso, non sempre – questo basti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza fra fenomeno e noumeno, fra parola e verità sottesa, fra senso e sintassi è una distanza che abbiamo sempre ritenuto assoluta e incommensurabile, ma non è così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei miei esempi preferiti è il calcio mercato, croce e delizia delle redazioni sportive di tutto il mondo. Ora, quanto sono <em>davvero</em> umani, autentici quegli articoli, e quanto invece scritti semplicemente per riempire una pagina dal “devo riempire una pagina sulla squadra X”? Che <em>agency</em> hanno? Che distanza c’è fra un testo scritto solo su una voce di corridoio e pubblicato per riempire uno spazio bianco, rispetto al meccanismo fuffogeno di ChatGPT?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non so se vi ricordate le interrogazioni alle superiori, quando, pur di non fare scena muta, con l’adrenalina che ottenebrava la mente, si rispescava a casaccio nella propria memoria per imbastire un discorso che – da fuori – fosse abbastanza coerente per strappare una sufficienza. A volte funzionava, a volte no. La nostra preparazione era, in gran parte, nell’occhio (a volte nel pregiudizio) della prof. Ecco, con ChatGPT è lo stesso.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una “macchina per la generazione di linguaggio”, attraverso meccanismi probabilistici. Completano le frasi calcolando quale parola sia più probabile oltre un’altra serie di parole.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è che questo, incredibilmente, è molto più potente di quello che ci aspettavamo.&nbsp;</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>I giochi sono una cosa seria</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Non è la prima volta che accade. Gli esseri umani non sono molto bravi a concepire o stimare la potenza di sistemi formalizzati (se non proprio sistemi formali).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensiamo al gioco degli scacchi. Una scacchiera larga 8 x 8, una manciata di pedoni e di pezzi. Eppure, un gioco che ha appassionato miliardi di persone in migliaia di anni, a tutti gli effetti inesauribile: il numero di posizioni possibili su una scacchiera è più grande del numero di particelle presenti nell’universo. Il numero di partite possibili è infinitamente più grande.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La matematica di inizio Novecento subì la sua grande crisi (al pari della musica, della pittura, della fisica) quando Gödel intuì che un sistema semplice come l’aritmetica (i numeri naturali e le quattro operazioni fondamentali) era complesso e potente abbastanza da essere <em>incompleto</em>, cioè da prevedere dentro di sè affermazioni che sono “vere” ma non dimostrabili.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La suggestione gödeliana ha poi influenzato tutto il secolo successivo, dall’arte alla scienza, ma ci ammonisce con una legge, ovviamente non dimostrabile: i sistemi che interagiscono con se stessi danno luogo a meraviglie inaspettate.<br>Una rete neurale che si manda segnali elettrici è potente abbastanza da ingannare un lettore umano.&nbsp;</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>L’IA come amica</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi, dobbiamo temere che l’intelligenza artificiale spazzi via tutto ciò che conosciamo? Impossibile dirlo, ma c’è almeno un settore in cui la superintelligenza artificiale ha superato gli umani da molto tempo, e le cose vanno piuttosto bene.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1996, la sfida Garry Kasparov vs il computer Deep Blue emozionò il mondo intero. Era una vera sfida “uomo contro macchina”, carne contro silicio. Kasparov vinse nel 1996, ma perse nel 1997. Su entrambi gli eventi si scrisse moltissimo, si girano documentari, si parlò nei programmi televisivi per mesi. Era “la fine della storia”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da allora, anno dopo anni, i computer hanno completamente surclassato gli umani, tanto che l’IA, negli scacchi, è cosa naturale e quotidiana.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed ecco il fatto incredibile: non interessa a nessuno. Ci si convive tranquillamente. L’intelligenza artificiale, dopo aver vinto, è diventata uno strumento utilissima per tutti: giocatori di ogni livello la usano per allenarsi, durante i tornei le analisi vengono svolte in tempo reale, per cui lo spettatore sa sempre quale sarebbe la mossa migliore secondo l’algoritmo, al contrario del giocatore davanti alla scacchiera. Non solo l’IA ha migliorato la nostra percezione del gioco, ma si può dire che lo ha reso anche più spettacolare. Come se lo spoiler non rovinasse davvero la visione di un film. Come se il viaggio fosse l’importante, e la meta non poi così tanto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una cosa che non facciamo quasi mai, abbiamo capito col tempo, è guardare le partite che l’IA gioca contro se stessa. Non ci interessa. Continuiamo a voler guardare esseri umani, capaci di sbagliare. </p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Commodity</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora, anche con le immagini generate dal’IA sta succedendo qualcosa di interessante.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al momento &#8211; ma è molto presto, tecnologicamente &#8211; è piuttosto facile capire quando un’immagine è stata fatta artificialmente o naturalmente. La luce è spesso la stessa, a volte è tutto troppo perfetto, dettagliato. Il primo giorno le troviamo incredibili, bellissime, rivoluzionarie. Ma dopo una settimana siamo già stanchi: sono tutte uguali. Da pezzi unici e irripetibili diventano genere, <em>commodity</em>,<em> </em>materia prima senza differenze qualitative.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fatto, l&#8217;AI spesso ci annoia molto in fretta. Torniamo in fretta alle nostre faccende umane.<br>È questo dunque il destino dell’IA: <em>not with a bang but with a wimper</em>? Impossibile dirlo, anzi: diffidare sempre di apocalittici e integrati. Ogni settore professionale, ogni segmento della società avrà le proprie peculiarissime vittorie e sconfitte. L’unica certezza è che la battaglia ci sarà.</p>
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		<title>Intrecci butleriani</title>
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		<pubDate>Sun, 14 May 2023 20:30:41 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>Una versione più aggiornata di questo articolo è stata pubblicata su</em> <a href="https://quantsmagazine.com/2023/11/darwin-tra-le-macchine/">Quants Magazine.</a> </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/01/image.png"><img loading="lazy" width="1024" height="576" data-attachment-id="87900813" data-permalink="https://aubreymcfato.com/2023/05/14/intrecci-butleriani/image-2/" data-orig-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/01/image.png" data-orig-size="1536,864" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="image" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/01/image.png?w=300" data-large-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/01/image.png?w=750" src="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/01/image.png?w=1024" alt="" class="wp-image-87900813" srcset="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/01/image.png?w=1024 1024w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/01/image.png?w=150 150w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/01/image.png?w=300 300w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/01/image.png?w=768 768w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/01/image.png?w=1440 1440w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2024/01/image.png 1536w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle mille invenzioni incredibili del <em>Dune</em> di Frank Herbert è sicuramente il &#8220;<em>jihad butleriano</em>&#8220;: la rivolta contro l&#8217;intelligenza artificiale, accaduta in un passato remoto rispetto a tutti gli eventi del libro (e del film). È il motivo per cui non ci sono computer, in Dune, ma ci sono i &#8220;<em>mentat</em>&#8220;, i calcolatori umani, mezzi mistici mezzi fogli excel.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Usare questa idea in un romanzo di fantascienza, nel 1965, è ovviamente geniale, ma non nasce nel vuoto: l&#8217;aggettivo &#8220;butleriano&#8221; è un omaggio a Samuel Butler, autore nel 1872 del romanzo <em>Erewhon</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Erewhon</em> è un&#8217;utopia distopica, un romanzo satirico di un &#8220;militante eterodosso&#8221; e ironico iconoclasta che lanciò i suoi strali contro ogni cosa, tradusse l&#8217;Iliade e l&#8217;Odissea, scrisse un romanzo autobiografico dal titolo perfetto, <em>Così muore la carne</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Contemporaneo di Darwin, Butler fu prima affascinato dalla teoria dell&#8217;evoluzione per poi esserne – a ragione – terrorizzato. L&#8217;evoluzione darwiniana era una forza acefala, caotica, né senso. Senza mente creatrice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel paese di Erewhon (&#8220;<em>Nowhere</em>&#8221; al contrario), le macchine sono state tutte distrutte, perché un pensatore di genio aveva intuito che ogni macchina porta in sé il germe di una macchina più potente. Di evoluzione in evoluzione, le macchine un giorno avrebbero comandato l&#8217;uomo, e per questo furono distrutte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per uno di quei casi divertenti, nel 1965, lo stesso anno di <em>Dune</em>, esce &#8220;Erewhon&#8221; per Adelphi, fra i primissimi libri pubblicati dalla casa editrice, nei Classici disegnati da Enzo Mari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è sconsiderato ipotizzare che <em>Erewhon</em> fosse una lettura di Bobi Bazlen, e che lui avesse amato la immaginazione swiftiana dell&#8217;autore, ma avesse anche ritrovato in quei capitoli folgoranti in cui si descrivono le ragioni della rivolta contro le macchine – intitolati &#8220;Il libro delle macchine&#8221; – una vera &#8220;primavoltità&#8221;, come amava dire. La prima volta che un&#8217;idea veniva espressa in un libro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;idea che la tecnologia stessa custodisce dentro di sè il germe della propria evoluzione – e quindi, necessariamente, di un progresso che la porterà a superare i limiti umani, a diventare coscienza, vera &#8220;intelligenza artificiale&#8221; – diverrà poi un tema fondamentale del XX e del XXI secolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In maniera ovviamente diversa, io ne lessi da Kevin Kelly, Ray Kurzweil e Ted Kaczynski, matematico geniale &#8220;best known for other works&#8221;, con lo pseudonimo Unabomber.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In due libri il cui titolo è tutto un programma (<em>Quello che vuole la tecnologia</em> e <em>L&#8217;inevitabile</em>) Kelly tratta la tecnologia come se possedesse una propria forza, come se fosse figlia e connaturata all&#8217;essere umano come l&#8217;arte e la musica. &#8220;<em>Technium</em>&#8220;, la chiamava. Bombe a parte, Kelly affronta seriamente i testi di Kaczynski, autore che definire controverso è un eufemismo ma che sicuramente ha argomenti a volte incontrovertibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono certo – ma da ore cerco senza successo – di aver letto di <em>Erewhon</em> (e del suo seguito, <em>Ritorno a Erewhon</em>) da Roberto Calasso. Certamente Calasso ne scrisse il risvolto, dato che è la prima delle <em>Cento lettere a uno sconosciuto</em>, raccolta appunto di risvolti scrissi dall&#8217;autore-editore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chissà, forse i miei ricordi sono alterati e galeotto fu la sola quarta, con la frase sublimamente calassiana: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">«Ma quel che forse colpirà di più il lettore d’oggi sarà la chiaroveggenza di Butler sul futuro di una civiltà tecnologica che è già diventato, per noi, presente».</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Funny enough, Calasso sparla di Kelly ne <em>L&#8217;impronta dell&#8217;editore</em>, mentre ne <em>L&#8217;innominabile attuale</em> ce l&#8217;ha con Kurzweil.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è dato sapere cosa ne pensasse di Kaczynski.</p>
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		<title>Avvicinamenti</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Apr 2023 07:45:31 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>«Una spirituale devozione al mistero di ciò che esiste è stile per virtù propria, come dimostra l&#8217;ammirabile linguaggio, oggi in via di estinzione, dei contadini. Un poeta che ad ogni singola cosa dell&#8217;invisibile, prestasse l&#8217;identica misura di attenzione, così come l&#8217;entomologo s&#8217;industria a esprimere con precisione l&#8217;inesprimibile l&#8217;azzurro di un&#8217;ala di libellula, questi sarebbe il poeta assoluto».</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>«Posso immaginare un luminoso trattato sulla vita dei funghi o sui nodi del tappeto persiano, la descrizione accurata di un grande schermitore, una raccolta di lettere dal bel numero di parole in bel rapporto tra di loro».</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Bruciarsi a vent&#8217;anni venerando la diade Jorge Luis Borges-Cristina Campo produsse alcune storture, all&#8217;epoca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fra tutte, la convinzione che bastasse una certa attenzione per accedere alle porte di un&#8217;Attenzione superiore, o – più prosaicamente – un atto estetico, un senso di piacere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci ho messo anni a rendermi conto che fosse una cosa falsa: che non bastava volere che mi piacessero alcune cose perché queste cose effettivamente, poi, mi piacessero. Credo sia, d&#8217;altronde, l&#8217;esperienza di ogni adolescente, tipo ascoltare la musica che ascoltano i propri amici per poi rendersi conto, con un certo disappunto o sgomento o terrore, che quella musica non ci piace. Quando sei in cerca di identità vuoi cose che il tuo cuore spesso non vuole. Fare a pace con questa asimmetria è quello che chiamiamo diventare adulti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma mentre ci sei in mezzo è tutto sempre confuso, complicato. Mi feriva profondamente rendermi conto che in realtà, mi annoiavo di fronte ai cherubini e serafini dalle sei ali dipinti sulle pareti dei santuari in Moldova, o dentro, di fronte alle icone russe. Seguendo Campo, o Dostoevskij, avrei voluto sentire una bellezza salvifica, giustificante. Avrei voluto epifanie, se non teofanie; ricevevo banalissimi silenzi in cui i miei occhi vagavano inquieti in cerca di un messaggio che non arrivava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono sempre stato un pessimo utente di musei, frequento l&#8217;arte come frequento il vino: con una binaria suddivisione mi piace/non mi piace. Frequento diversamente la letteratura – o la birra se è per questo: lì ho educato le mie sensazioni immediate tramite un lungo apprendistato di mediazione. Ho letto – e bevuto – abbastanza da avere una mia esperienza, un&#8217;esperienza fisica e cognitiva. Conosco, quindi so giudicare. Questo apprendistato cognitivo ha raggiunto una massa critica tale da diventare educazione emotiva: mi emoziono perché capisco. Oserei dire che mi emoziono solo quando capisco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quest&#8217;ultima fra non è del tutto vera, ci sono state e ci saranno eccezioni: in prima media non capivo Francis Bacon ma mi emozionò lo stesso, capii che in qualche modo mi parlava. Lo portaii all&#8217;esame due anni dopo, con la prof che mi prese da parte chiedendomi se a casa andava tutto bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scrivo questo perché è uno dei pochi casi in cui emozione e &#8220;volere&#8221; sono in sincronia: farsi piacere Francis Bacon alle medie fa figo, me ne rendevo conto già allora ed ero contento che, per una volta, ci fosse sincronia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando ieri sono stato ad Entomodena – fiera entomologica che da quasi sessant&#8217;anni si tiene nella mia città e che, in un modo o nell&#8217;altro, avevo sempre saltato – ha rimestato in questa dialettica fra piacere reale e piacere desiderato. A vent&#8217;anni, guardare insetti crocefissi su uno spillo sarebbe stato tutto legato a Cristina Campo – sue le citazioni in esergo – al Jünger di &#8220;Cacce sottili&#8221; che non avevo letto ma desideravo ardentemente. A quarant&#8217;anni il management delle aspettative è pratica quotidiana, per cui è stato bello godersi una fiera così com&#8217;era, senza troppe sovrastrutture. Tommi si è appassionato all&#8217;arnia trasparente delle api, abbiamo visto ragni, farfalle, sanguisughe, lumache giganti. È stata una gitarella padre-figlio e me la sono goduta così. Ho percepito, quello si, un senso di comunità che avevo un po&#8217; perduto: una &#8220;comunità di pratica&#8221; – come quando le studiavo all&#8217;università – comunità di appassionati. Gli entomologi – come i wikipediani, come gli speleologi – lo diventanto soltanto quando smettono di fare i postini, gli impiegati, gli avvocati, i poliziotti. A volte l&#8217;identità si trova dalle cinque alle nove, e non il contrario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il pomeriggio sono tornato da solo, sono andato ad ascoltare <a href="https://www.facebook.com/tommaso.lisa.7?__cft__[0]=AZW5BO7bc9tx8eQwDJfz5FzoV8yPOVWBV4KOTTsozjMSlNHG-BFJtabvEr-4_xeNxz8d0eCg8tJTFLZDYX3RK_w3OZFWm2BgJi9vYLIhjzHryRrIRFBy99Pv2OetPJpOyYk&amp;__tn__=-]K-R">Tommaso Lisa</a> che presentava il suo nuovo libro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da tempo voglio leggere i libri di Tommaso, mi ero segnato l&#8217;appuntamento sul calendario. E chiacchierare con lui di entomologia, di letteratura, di quel continente insulare che è Nabokov, ha rimestato ancora questi pensieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Passeggiando fra le teche di farfalle, non sono stato sedotto dal demone dell&#8217;entomologia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è differenza, fra letteratura e vita. Leggere l&#8217;ecfrasi di una farfalla è diverso, per me, che osservare una farfalla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al momento, l&#8217;atto estetico mi accade solo nel primo caso: perché la lettera scritta è il modo che io ho imparato ad usare da tempo immemore per relazionarmi col mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se scritto abbastanza bene, potrei leggere di ogni cosa – per definizione, ogni cosa scritta abbastanza bene diventa letteratura, quindi epifania, quindi porta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trovo importante che Tommaso stia solitariamente provando a costruire questo ponte fra letteratura ed entomologia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Magari aiuterà anche a me a colmare la distanza fra lettere e farfalle.</p>
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		<title>Tesla Battery Day 2020</title>
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		<dc:creator><![CDATA[aubreymcfato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Mar 2023 08:07:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tesla]]></category>
		<category><![CDATA[auto elettriche]]></category>
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					<description><![CDATA[Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Domani il 29 settembre 2020. Il 22 settembre a Fremont, in California, si è svolto il battery day, un evento in cui l’azienda americana Tesla, guidata da Elon Musk, ha rivelato nel dettaglio la propria strategia per «accelerare l’avvento dell’energia sostenibile». È stata un presentazione senza prototipi avveniristici<a class="more-link" href="https://aubreymcfato.com/2023/03/19/tesla-battery-day-2020/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">"Tesla Battery Day 2020"</span></a>]]></description>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2023/03/1-j6hg_ztwedfgbla1nu3efq.png"><img loading="lazy" width="800" height="440" data-attachment-id="87900784" data-permalink="https://aubreymcfato.com/2023/03/19/tesla-battery-day-2020/1-j6hg_ztwedfgbla1nu3efq/" data-orig-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2023/03/1-j6hg_ztwedfgbla1nu3efq.png" data-orig-size="800,440" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="1-j6hg_ztwedfgbla1nu3efq" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2023/03/1-j6hg_ztwedfgbla1nu3efq.png?w=300" data-large-file="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2023/03/1-j6hg_ztwedfgbla1nu3efq.png?w=750" src="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2023/03/1-j6hg_ztwedfgbla1nu3efq.png?w=800" alt="" class="wp-image-87900784" srcset="https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2023/03/1-j6hg_ztwedfgbla1nu3efq.png 800w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2023/03/1-j6hg_ztwedfgbla1nu3efq.png?w=150 150w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2023/03/1-j6hg_ztwedfgbla1nu3efq.png?w=300 300w, https://aubreymcfato.com/wp-content/uploads/2023/03/1-j6hg_ztwedfgbla1nu3efq.png?w=768 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Questo articolo è stato originariamente pubblicato su </em><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.editorialedomani.it/ambiente/il-piano-di-elon-musk-per-raggiungere-e-superare-le-auto-tradizionali-t0k14bjk" target="_blank"><em>Domani</em></a><em> il 29 settembre 2020.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 22 settembre a Fremont, in California, si è svolto il <em>battery day</em>, un evento in cui l’azienda americana Tesla, guidata da Elon Musk, ha rivelato nel dettaglio la propria strategia per «accelerare l’avvento dell’energia sostenibile».</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stata un presentazione senza prototipi avveniristici né demo finite male, come <a href="https://www.youtube.com/watch?v=DPQP68aGiqo" rel="noreferrer noopener" target="_blank">quella del Cybertruck </a>di un anno fa, ma probabilmente più importante e rivoluzionaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Batterie</strong><br>&nbsp;L’argomento principale, come da titolo, erano le batterie, la componente più importante di un’auto elettrica: composte da materiali come litio, nickel, grafite, cobalto, sono molto pesanti e molto costose. Proprio per questo, sono il perno fondamentale della transizione ad un trasporto elettrico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questioni fisiche, un motore elettrico è naturalmente superiore a un motore termico: possiede accelerazione istantanea, non ha marce, è composto da meno componenti e necessita quindi di minore manutenzione, oltre ad essere soggetto a meno malfunzionamenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un motore termico invece brucia carburante per ottenere energia meccanica e muovere il veicolo: ma è profondamente inefficiente, perché genera molto calore. Di fatto, tutto il calore è energia sprecata, cioè benzina — o diesel, o metano — che viene bruciato inutilmente, con un gratuito surplus di inquinamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un motore termico può dissipare fino al 90 per cento di energia in questo modo. Un motore elettrico è molto più efficiente, e meno inquinante anche quando utilizza energia elettrica prodotta da combustibili fossili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero problema della macchina elettrica non è dunque il motore, ma “il serbatoio”, cioè la batteria dove si immagazzina l’energia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attualmente, le batterie sono composte da tanti piccoli cilindri, chiamati celle, che funzionano esattamente come le pile ricaricabili che mettiamo negli elettrodomestici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A parità di peso, un serbatoio pieno di carburante può contenere fino a decine di volte più energia di quanta ne riusciamo a immagazzinare in una batteria al litio: riempiendo di benzina un serbatoio da 50 litri, un’auto può percorrere anche mille chilometri, mentre un’auto elettrica avrebbe bisogno di una batteria enorme per fare lo stesso tragitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio per questo ogni innovazione che aumenti la densità energetica delle batterie, ne diminuisca il peso o il costo avvicina i veicoli elettrici alla parità con le auto normali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al momento, la maggior parte delle batterie in commercio ha un costo fra i 100 e i 200 euro per kilowattora (un kilowattora è la quantità di energia immagazzinata: una famiglia ne consuma circa 1.500 in un anno, in casa.)</p>



<h3 class="wp-block-heading">La legge di&nbsp;Wright</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Anche chi non è un informatico, in questi ultimi anni ha sentito parlare della “legge di Moore”, che afferma: «Un microprocessore raddoppia di potenza ogni 18 mesi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una legge empirica che ha saputo predire con grande precisione l’incredibile aumento di capacità di calcolo dei nostri computer. Soprattutto, descrive una curva esponenziale e, come abbiamo tristemente imparato a conoscere in questi tempi pandemici, con le leggi esponenziali non si scherza. Una lenta crescita all’inizio può risultare senza controllo più avanti. Quello che al principio sembra un lieve scalpiccio può annunciare l’avanzata furiosa dei cavalieri dell’Apocalisse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La legge di Moore ha predetto e guidato per decenni la gigantesca tecnologizzazione del mondo, quella per cui negli anni Sessanta i mainframe occupavano intere stanze e oggi un ragazzino ne ha uno in tasca migliaia di volte più piccolo, e miliardi di volte più potente. Un’innovazione tecnologica senza precedenti che ci pare scontata in informatica, ma raramente abbiamo visto in altri ambiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una legge simile alla legge di Moore è la cosiddetta “legge di Wright”: per ogni unità di beni prodotta, il costo diminuisce di una percentuale costante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La legge di Wright, al contrario della prima, si basa sull’esperienza e non sul tempo: più faccio qualcosa, meno mi costerà farla in futuro. L’esperienza rende migliori e più veloci: a livello aziendale significa conoscere sempre meglio i propri processi manifatturieri, che potranno essere migliorati ancora e così via, secondo una crescita costante. Ed esponenziale. Già negli ultimi dieci anni, il costo per kilowattora è diminuito dell’80 per cento, e anche il fotovoltaico ha visto abbattere i prezzi in maniera simile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La legge di Wright è dunque fondamentale per nuove industrie come quella delle auto elettriche: un lento ma stabile flusso di produzione potrà aumentare di velocità con il passare del tempo, portando a batterie più performanti, meno costose e più leggere, fino a che la differenza economica con le auto termiche non sarà minima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un pianeta che sta alterando il proprio clima per gli effetti di una società completamente e totalmente dipendente dai combustibili fossili, questa parità diventa una questione fondamentale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche a questo, dunque, servono gli incentivi statali su tecnologie come fotovoltaico, eolico, auto elettriche. L’investimento iniziale dà i frutti dopo pochi anni, con il calo dei prezzi, fino a che gli incentivi non diventano più necessari. Si tratta di spingere faticosamente una palla di neve su per una salita, prima che scavalli il crinale e scenda da sola, a valanga.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Battery day</strong><br>Le innovazioni illustrate da Elon Musk e da Drew Baglino, rispettivamente CEO e ingegnere capo di Tesla, sono state tutte in questa direzione: non nuovi prodotti, ma tanti miglioramenti manifatturieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono state presentate delle nuove celle, ben più grosse delle attuali (46 mm di diametro e per 80 mm di altezza, contro le precedenti misure di 21 e 70 mm), che avranno 5 volte più energia, 6 volte più potenza, 16 per cento in più di autonomia, 14 per cento in meno di costi rispetto allo standard attuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le nuove celle non verranno più inserite dentro moduli organizzati in una batteria: verranno invece incorporate direttamente dentro il telaio, diventando parte della struttura della macchina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La strategia dell’azienda californiana è sempre stata quella dell’integrazione verticale, cioè di lavorare e produrre più componenti possibili direttamente in azienda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Invece di comprare migliaia di componenti da centinaia di fornitori, l’obiettivo è incorporare gradualmente ogni segmento della filiera nel proprio flusso produttivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio per questo Tesla ha appena comprato una miniera di litio in Nevada, ed estrarrà e lavorerà direttamente il minerale. Evitando così l’inquinamento dato dal trasporto delle componenti, e occupandosi direttamente del riciclo delle batterie vecchie.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Obiettivi</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il programma a lungo termine è dunque quello di passare dai circa 50 gigawattora annuali di produzione fino a 3 terawattora entro il 2030 (un tera equivale a mille giga): sessanta volte tanto, in dieci anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sommando tutte le innovazioni presentate, Tesla afferma di poter dimezzare il costo delle proprie batterie, arrivando a circa 50 dollari per kilowattora, aumentando inoltre l’autonomia dell’auto del 54 per cento. Questo porterebbe i costi talmente in basso da raggiungere la fantomatica parità con le auto a motore termico, e persino andare oltre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rispondendo ad una domanda dal pubblico, che chiedeva cosa avrebbe fatto in futuro l’industria automobilistica tradizionale, Musk ha chiosato: «Non credo ci sarà un’industria dell’auto termica, nel lungo termine».</p>



<h3 class="wp-block-heading">La transizione elettrica</h3>



<p class="wp-block-paragraph">È facile liquidare le affermazioni di Musk come mere trovate di marketing: l’imprenditore è molto controverso per le proprie ambizioni fantascientifiche (intende colonizzare Marte) e un uso sconsiderato dei social, che rende il suo profilo Twitter più simile a quello di un adolescente nerd che a quello di un miliardario con 38 milioni di follower.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è sbagliato sottovalutarlo. Tesla ha raggiunto risultati impensabili fino a qualche anno fa: in dieci anni è passata dall’essere una piccola azienda da poche centinaia di auto vendute all’anno a divenire il leader mondiale del trasporto elettrico, con 50mila dipendenti, centinaia di migliaia di auto vendute in tutto il mondo e un tasso di crescita ancora paragonabile a quello di una startup.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Le auto elettriche non sono la soluzione al cambiamento climatico. O meglio: sono una condizione necessaria, ma non sufficiente.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Solo il mercato automobilistico può permettersi gli investimenti necessari per avere batterie al giusto prezzo, e con una filiera sostenibile dal punto di vista ambientale e dei diritti umani. Nei paesi che si sono potuti permettere una vasta campagna di incentivi economici, le auto elettriche rappresentano un segmento significativo del mercato: in Olanda hanno raggiunto il 10 per cento, in Norvegia addirittura il 50 per cento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Raggiungere prezzi accessibili è dunque fondamentale, non solo per le automobili ma per tutto il settore energetico. Le stesse celle che fungono da serbatoio per un’auto possono immagazzinare l’energia in eccesso generata da un campo fotovoltaico, o da pale eoliche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con un sistema di accumulo a batterie, l’intermittenza dell’energia solare (prodotta solo di giorno) e dell’energia eolica (prodotta solo quando c’è vento) diventano costanti e affidabili tanto quanto le centrali a carbone. Che possono quindi venire sostituite anche nella loro funzione di stabilizzazione della rete elettrica, come già accade in alcuni progetti pilota nel mondo. Il tutto, ovviamente, senza emissioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, batterie abbastanza leggere ed economiche potranno permettere l’elettrificazione dei camion e dell’intero trasporto su gomma, cioè una fetta consistente delle emissioni globali. Per poi, in futuro, anche gli aerei e le navi (ma qui, la competizione è anche con l’idrogeno).</p>



<p class="wp-block-paragraph">In attesa di una società culturalmente ed economicamente pronta a liberarsi dal concetto di macchina privata, l’elettrificazione delle auto è un pezzo fondamentale per il raggiungimento dei nostri obiettivi climatici. E le batterie sono il punto nevralgico di questa elettrificazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se di rivoluzione si può davvero parlare, dunque, lo sapremo solo fra qualche anno, se e quando tutte le innovazioni presentate da Musk saranno state implementate. Se le promesse verranno mantenute, il <em>battery day</em> di Tesla verrà ricordato a lungo.</p>
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		<title>Terraforming Musk</title>
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		<dc:creator><![CDATA[aubreymcfato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Mar 2023 20:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[Articoletto che avevo scritto nel dicembre 2021 per Areale, la newsletter di Domani curata da Ferdinando Cotugno. L&#8217;idea era spiegare in pochissime parole, e concretamente, perché ritenessi importante il lavoro di Tesla, e conseguentemente di Musk. È un articolo cinico ma secondo me rimane importante distinguere i piani &#8211; si può detestare la sua politica<a class="more-link" href="https://aubreymcfato.com/2023/03/18/terraforming-musk/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">"Terraforming Musk"</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>Articoletto che avevo scritto nel dicembre 2021 per </em>Areale<em>, la newsletter di </em>Domani<em> curata da Ferdinando Cotugno. L&#8217;idea era spiegare in pochissime parole, e concretamente, perché ritenessi importante il lavoro di Tesla, e conseguentemente di Musk. È un articolo cinico ma secondo me rimane importante distinguere i piani &#8211; si può detestare la sua politica su Twitter e allo stesso tempo riconoscere il fatto che senza Musk non avremmo avuto l&#8217;accelerazione</em> &#8220;green tech&#8221;<em> che abbiamo visto negli ultimi dieci anni. Lo ripropongo dunque con qualche modifica. Si, l&#8217;immagine è ironica, ho solo scritto &#8220;Terraforming Musk&#8221; su Midjourney.</em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity" />



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo dalla conclusione risalendo alle premesse, che è un metodo sempre efficace: <em>pensare che la transizione energetica globale possa avvenire in maniera naturale, organica, senza conflitti, portata avanti da persone di buona volontà, con spirito ambientalista e collaborativo, di comune accordo, è puro pensiero magico</em>. È qualcosa che non esiste, e non può esistere. <br>È pensiero magico non per la poca nobiltà degli ideali, ma per quelle che gli ingegneri chiamano le <em>condizioni al contorno</em>: primo, viviamo in un mondo capitalista, dove cioè il libero mercato è il modo in cui le persone si scambiano beni e servizi. Si possono dire un milione di cose sul capitalismo, ma nessuno contesterà il fatto che sia un meccanismo consumista &#8211; basato sul continuo desiderio di possedere nuovi beni e nuovi servizi &#8211; e sull&#8217;abbondanza di questi beni e servizi: il che comporta, sistematicamente, un grande spreco. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo, il capitalismo è un dato di fatto: adesso è così. Si può sognare un altro sistema, si può lavorare per costruire un altro sistema, ma al momento questo abbiamo. Sì, è puro &#8220;realismo capitalista&#8221;, ma ogni altro sistema o è iperlocale o è di là da venire. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Terzo, il sistema è interamente basato sull&#8217;utilizzo di combustibili fossili. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Quarto, il climate change ha una data di scadenza, che è poi è una data di arrivo: il tempo per agire è sempre meno. Abbiamo moltissima fretta. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ne consegue, tenendo conto di tutti quattro i punti, che sognare a occhi aperti con il <em>climate change</em> non è permesso: diventa, purtroppo, solo un altro modo di perdere tempo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Si parte da qui.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity" />



<p class="wp-block-paragraph">Elon Musk è un <em>terraformatore</em>. In questa singola parola &#8211; vaga ma non troppo &#8211; abitano tutti i suoi difetti e tutti i suoi pregi. È testardo, ambizioso fino alla follia, terribilmente determinato verso i suoi obiettivi. E, cosa che molti detrattori non sembrano capire, è terribilmente capace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Twitter a parte (cosa di cui non parleremo e che è, a conti fatti, fondamentalmente marginale) quali sono sempre stati i suoi obiettivi? Rendere gli esseri umani una specie multiplanetaria e accelerare l’avvento di una civiltà che utilizzi energia sostenibile. Per il primo ha creato SpaceX e per il secondo ha co-fondato Tesla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensiamo per &#8220;principi primi&#8221;, come tanto piace a lui: una civiltà sostenibile, per definizione, è una civiltà che si basa su energia rinnovabile, senza emissioni. Qual è la maggiore e più sostenibile fonte di energia rinnovabile? Il sole. Per questo, nel 2003, Musk investì in un’azienda di energia solare, SolarCity, che è stata leader del mercato americano per anni prima di venire acquisita da Tesla nel 2016.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo punto: qual è il settore che emette più emissioni e che ha più probabilità di essere reso sostenibile da una svolta tecnologica? Quello dei trasporti. Fra i più difficili da &#8220;pulire&#8221; e di fatto anche una leva per aprire ad altri settori (come quello del riscaldamento o dell&#8217;accumulo energetico). Per questo, sempre nel 2003, Musk investì in Tesla e ne divenne CEO.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Musk ha spiegato tutto questo già nel 2006, quando scrisse il primo “Master Plan” (altri ne sono seguiti, di complessità crescente). La idea originaria era piuttosto semplice: per prima cosa, costruire una macchina elettrica di lusso; con i profitti costruirne una più abbordabile, in volume maggiore; con i profitti di questa, costruire un’auto veramente di massa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con qualche rallentamento, il piano ha fondamentalmente funzionato. Al momento, Tesla è leader del mercato globale delle auto puramente elettriche, e ne vende oltre un milione di auto elettriche l’anno, con l’intenzione di raddoppiare praticamente ogni due, grazie a nuove Gigafactory, alcune appena aperte e altre in costruzione.<br>In termini di autonomia, batterie, velocità, software, connettività, rete di ricarica, bassi costi, Tesla è nettamente la prima al mondo (io ho le mie fonti, voi controllate pure).</p>



<p class="wp-block-paragraph">A tutto questo si aggiunge la guida autonoma, che, quando arriverà, renderà possibile un modello di sharing molto più capillare, e, si spera, aiuterà anche ad avere meno auto su strada, ma usate molto di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avendo le migliori batterie al minor costo, Tesla riesce a declinerle in diversi prodotti: soprattutto auto, per cui il brand è più conosciuto, ma a breve anche camion a lunga e media percorrenza (una cinquantina di camion sono già in uso alla Pepsi). Grandissimo potenziale è quello delle batterie per accumulo, come i Megapack, che permettono ai sistemi di energia solare ed eolica di diventare una fonte stabile (e non solo intermittente), promettendo quindi di cambiare totalmente la rete elettrica. La crescita di questo settore è vertiginosa, ma si sta partendo praticamente da zero. <br>A livello residenziale da anni sono in vendita i Powerwall, che possono connettersi per formare delle “centrali elettriche virtuali”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l&#8217;ambientalista più radicale conviene con il fatto che la transizione energetica globale non è una condizione sufficiente per mitigare il <em>climate change</em>, ma una condizione necessaria si.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un’epoca divisa fra il sacrosanto movimentismo dei giovani &#8211; che per definizione hanno poco potere &#8211; e gli spuntatissimi politici dei governi &#8211; tipo l’ultima Cop&#8230; -, siamo ridotti al più classico dei dilemmi&nbsp;del prigioniero. Il terzo polo rimane il più importante: l’industria, che deve assolutamente, spinta dal mercato, dai governi e dalla gente, fare la sua parte, seriamente, al netto di ogni <em>greenwashing</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tesla è la più forte e la più grossa e la più ricca realtà industriale a lavorare nella direzione di una transizione energetica.<br>È ormai assodato che senza Tesla tutte le altre case automobilistiche avrebbero continuato, con il loro lobbying, a rallentare la transizione elettrica, facendo uscire il minimo possibile di modelli elettrici per ingraziarsi pubblico e politica. Chiedere a Marchionne e Stellantis.<br>D&#8217;altronde, come sarebbe stato altrimenti possibile per una piccola startup californiana battere giganti come Toyota e Volkswagen in una delle industrie più costose e ricche del mondo? È molto semplice: l&#8217;automotive non ha mai voluto, e spesso tuttora non vuole, una transizione all&#8217;elettrico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, a mio avviso, che a fare tutto questo sia una persona che &#8220;non piace&#8221; all&#8217;intero movimento ambientalista e progressista è un problema tutto sommato minore. La transizione ha bisogno di tutti: anche i &#8220;cattivi&#8221;. Forse soprattutto i cattivi.<br>In un mondo capitalista l’azienda che guida la transizione è ovviamente valutata triliardi: Musk, che ha milioni di azioni, è diventato conseguentemente l’uomo più ricco del mondo (fra quelli che dichiarano le proprie finanze, cosa che non include sceicchi e oligarchi vari).<br>Se può consolare qualcuno, tutti i 120mila dipendenti di Tesla nel mondo per contratto hanno delle stock options, aspetto più unico che raro nel panorama industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conclusione: Musk non è l’eroe ambientalista che può piacere all’ambientalismo – per quello c’è Greta – ma è decisamente un antieroe che di cui al momento abbiamo bisogno.</p>
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