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Cè anche una piccola &lt;a href="http://www.nazioneindiana.com/netiquette/iscriviti/"&gt;guida sui feed&lt;/a&gt; che spiega tutto.</feedburner:browserFriendly><item><title>Un dossier sul futuro del libro</title><link>http://feedproxy.google.com/~r/NazioneIndiana/~3/yUJknqiMKoM/</link> <comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/05/25/un-dossier-sul-futuro-del-libro/#comments</comments> <pubDate>Fri, 25 May 2012 15:36:42 +0000</pubDate> <dc:creator>andrea inglese</dc:creator> <category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category> <category><![CDATA[alfabeta2]]></category> <category><![CDATA[alfalibro]]></category> <category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category> <category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category> <category><![CDATA[editoria]]></category> <category><![CDATA[libro]]></category> <category><![CDATA[maggio 2012]]></category> <category><![CDATA[maria teresa carbone]]></category> <category><![CDATA[n° 19]]></category> <category><![CDATA[TQ]]></category> <category><![CDATA[Vincenzo Ostuni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=42563</guid> <description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p><p>Vorrei segnalare a scrittori e lettori, addetti ai lavori e volontari della cultura, un dossier importante uscito come supplemento di <a href="http://www.alfabeta2.it">“alfabeta2”</a> di <a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/05/sommario-del-n-19-maggio-2012/">maggio</a> : si chiama <a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/05/sommario-di-alfalibro-maggio-2012/"><em>alfalibro </em></a>ed è curato da Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa e Vincenzo Ostuni in collaborazione con <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ</a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/25/un-dossier-sul-futuro-del-libro/">Un dossier sul futuro del libro</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p><p>Vorrei segnalare a scrittori e lettori, addetti ai lavori e volontari della cultura, un dossier importante uscito come supplemento di <a href="http://www.alfabeta2.it">“alfabeta2”</a> di <a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/05/sommario-del-n-19-maggio-2012/">maggio</a> : si chiama <a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/05/sommario-di-alfalibro-maggio-2012/"><em>alfalibro </em></a>ed è curato da Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa e Vincenzo Ostuni in collaborazione con <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ</a>. Sono in apparente conflitto d’interessi parlandone, in quanto membro del comitato di redazione del mensile. In realtà, scopro questo “alfalibro” da lettore esterno, non avendo contribuito in nulla alla sua costituzione. Inoltre, dopo aver fatto parte di TQ per alcuni mesi, ho deciso di abbandonare il gruppo. (La modalità di lavoro e collaborazione non mi conveniva per varie ragioni, la prima delle quali era la distanza geografica.) Ora ho l’occasione di leggere uno dei frutti più interessanti del lavoro di questo gruppo. <span id="more-42563"></span>Ma i temi trattati in questo dossier sono ben lungi da essere temi esclusivi di un determinato gruppo e toccano una questione di interesse generale. Toccano, in una parola, il “futuro del libro”.</p><p>La questione così formulata non è certo nuova e nella nostra società tardocapitalistica si traduce in prima battuta in questi termini: “nel mondo delle merci in continua mutazione a causa del progresso tecnologico e della riorganizzazione dei mercati, che futuro ha questa specifica merce? In che modo e forma essa può ancora interessare il capitale? In che modo, insomma, essa riesce a conservare il suo statuto di merce, in modo tale che il valore d’uso della lettura sia sempre in grado di fare da sostrato al valore di scambio del libro, come prodotto di mercato?” <em>Alfalibro</em> organizza i suoi interventi intorno a un filo conduttore che vuole ripercorrere a contropelo questa domanda, invertendone i termini: “in che forma può ancora sussistere il valore d’uso della lettura, se la merce-libro deve uniformarsi ai nuovi criteri di rendimento aziendali del tardo capitalismo?” L’interessante di questa raccolta di articoli è che, a differenza dei manifesti prodotti finora da TQ, abbiamo a che fare qui con analisi, discussioni, proposte, più che con dichiarazioni d’intenti. È un passo fondamentale. TQ, infatti, sta invertendo i termini del dibattito, così come è posto solitamente dai media e nei termini scelti dagli attori di mercato (i gruppi editoriali, le catene di librerie, i distributori, ecc.). Ciò apre uno spazio di confronto molto ampio, in cui prima ancora di correre a nobilitarsi con particolari prese di posizione, si può avviare una fase di comprensione critica delle nostre condizioni materiali di vita, anche in quell’ambito dell’agire apparentemente più libero ed autonomo che coincide con le pratiche culturali, intellettuali e persino artistiche e letterarie. Comprensione, si badi bene, che non dovrebbe essere appannaggio di individui dalle convinzioni più o meno marxiste – quasi si trattasse di un loro privilegio parlare di certe cose e difendere certe forme di conoscenza. Dovrebbe essere chiaro a tutti, indipendentemente dalla familiarità o meno con i testi di Marx o con quelli della tradizione marxista che: 1) le condizioni materiali di vita per chi vive all’interno, marginalmente o meno, del campo culturale, non sono così chiare in tutte le loro molteplici e concrete articolazioni, ed esigono quindi un <em>lavoro</em> di studio, analisi, comprensione e 2) decifrare la fisionomia di queste condizioni permette d’immaginare sia localmente che in forma più globale determinati gesti, in grado di modificarle.</p><p>Qualcuno potrà avere l’impressione, che siamo alla scoperta dell’acqua calda. Io credo invece che stia mutando un paradigma culturale, che nuove forme di solidarietà, di cooperazione, di mutua difesa stiano radicandosi e che tutto ciò indebolisca il quadro di riferimento che per anni ha dominato incontrastato, favorendo a seconda dei contesti una forte competitività individualistica o un’accorta strategia dell’adattamento tollerante e prudente. Una prima tangibile prova di questo è data dai contributi raccolti in <em>alfalibro</em>: non si limitano ad essere il florilegio di un gruppo di scrittori (romanzieri, prego!), momentaneamente emersi sotto le luci dei riflettori, sbandierando il loro nome d’autore con il pretesto di parlare d’altro. Questa volta i soggetti coinvolti hanno statuti diversi: editori, giornalisti, librai e scrittori, che parlano di librerie indipendenti, di legge Levi, di e-book, di premi letterari, di Self-publishing, di pagine culturali, di biblioteche, ecc. Questo abbattimento delle paratie non è per nulla un evento scontato, ed ha una portata autenticamente politica, in senso progressista. La compartimentazione è indispensabile per l’ordinario funzionamento della macchina. Rompere le paratie significa produrre casino, rimettere in discussione limiti e significato delle singole funzioni e degli statuti che ad esse si associano.</p><p>La domanda sul “futuro del libro” risulta allora una domanda davvero aperta in un senso democratico e non semplicemente aziendalistico. I membri di TQ non sono certo stati i primi a sollevarla, ma in questo dossier essi dimostrano di essere riusciti a darle una forma più concreta ed efficace, più corale. Mi sembra quindi che da questo lavoro, sobrio e documentato, possa nascere una più generale e sistematica esigenza di appropriazione, di discussione allargata, tra tutti coloro, semplici lettori inclusi, che sono interessati al libro muovendo dal suo valore d’uso, dal fatto antropologico della lettura, che a tutt’oggi ci pare insostituibile nella costituzione di una nostra compiuta umanità.</p><p>A conclusione di questa segnalazione, una sorta di monito benevolo. Rivolto non solo a TQ, ma a chiunque vorrà contribuire a una tale riflessione. Rispetto al discorso sul “futuro del libro”, quello relativo allo statuto delle opere letterarie e artistiche viaggia in controtempo. Il tentativo di accorpare l’un tema e l’altro è lodevole, ma pieno di insidie. Non si tratta, dicendo questo, di allestire una sorta di recinto mistico-magico, in cui ogni discorso relativo alle singole opere fosse votato a un terribile nominalismo o alla necessità di tacere. Si tratta semplicemente di ricordarsi che arte e cultura, o letteratura e cultura, sono entità in parte antinomiche, in perpetua contesa, ma all’interno di un gioco estremamente mosso, dove un medesimo nome può passare da un campo all’altro, mutando radicalmente di senso. Le singole opere portano con sé, se davvero importanti, un elemento distruttivo e anti-istituzionale, che ogni elaborazione “culturale”, ogni lavoro di trasmissione e memorizzazione, in parte devono tradire. L’ordigno semantico, che ogni grande opera letteraria inevitabilmente è, deve passare per le soavi mani degli artificieri della cultura, affinché possa circolare nella memoria condivisa con sufficiente fluidità, per eventualmente tornare ad esplodere sotto lo sguardo del lettore isolato, anni o secoli più tardi.</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/25/un-dossier-sul-futuro-del-libro/">Un dossier sul futuro del libro</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/08/27/armi-di-intrattenimento-di-massa/' rel='bookmark' title='Armi di intrattenimento di massa'>Armi di intrattenimento di massa</a> <small>Nanni Balestrini: L’editoria di massa all’estero si fa benissimo, infatti...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/03/13/i-debiti-illegittimi-intervista-a-francois-chesnais/' rel='bookmark' title='I debiti illegittimi. 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È un bancone da sarto molto lungo, dove possono convivere tranquillamente, uno accanto l’altro, parecchi libri, decine di immagini.</em></p>&#8230;</blockquote><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/25/isabella-mattazzi-l-immagine-inquieta-una-conversazione-con-georges-didi-huberman/"><small>ISABELLA MATTAZZI I’immagine inquieta: una conversazione con Georges Didi-Huberman</small></a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://doppiozero.com/materiali/interviste/l%E2%80%99immagine-inquieta-una-conversazione-con-georges-didi-huberman" target="_blank"><span style="color: #ffffff; background-color: #C71010; font-size: 16px; font-family: Arial;">&nbsp;L’immagine inquieta: una conversazione con Georges Didi-Huberman&nbsp;</span><br /> <span style="color: #ffffff; background-color: #C71010; font-size: 13px; font-family: Arial;">&nbsp;da DOPPIOZERO.com&nbsp;</span></a></p><p><a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/isabella-mattazzi/" target="_blank"><span style="color: #000000; font-size: 15px">di</span> <span style="color: #C71010; font-size: 15px;"><strong>Isabella Mattazzi</strong></span></a></p><blockquote><p><span style="Line-height: 14px; color: #000000; font-size: 12px"><em>Il mio tavolo di lavoro, del resto, non è una normale scrivania. È un bancone da sarto molto lungo, dove possono convivere tranquillamente, uno accanto l’altro, parecchi libri, decine di immagini. Tutto il mio studio, compresa la mia libreria, faceva parte dell’arredo di una vecchia sartoria, uno di quegli atelier dove un tempo si tagliavano grandi strisce di tessuto per cucire i vestiti.</em></span></p></blockquote><p><a href="http://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/" target="_blank"><span style="font-size: 11px; color: #000000;">pubblicato da</span> <span style="font-size: 11px;"><em>orsola puecher</em></span></a></p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/25/isabella-mattazzi-l-immagine-inquieta-una-conversazione-con-georges-didi-huberman/"><small>ISABELLA MATTAZZI I’immagine inquieta: una conversazione con Georges Didi-Huberman</small></a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/02/11/nengue/' rel='bookmark' title='&lt;em&gt;nengue&#8230;&lt;/em&gt;'><em>nengue&#8230;</em></a> <small>di Orsola Puecher &nbsp; &#8220;Tutto per lui era così piccolo,...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/visioni-in-tralice-vi-di-perle-e-rospi/' rel='bookmark' title='VISIONI in TRALICE [VI] &lt;em&gt;di perle e rospi&lt;/em&gt;'>VISIONI in TRALICE [VI] <em>di perle e rospi</em></a> <small>di Orsola Puecherla frale carta velina dei petali – il...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/04/28/o-virtus-sapientiae-hildegard-von-bingen-1098-1179/' rel='bookmark' title='&lt;em&gt;O virtus Sapientiae&lt;/em&gt; Hildegard Von Bingen [ 1098-1179 ]'><em>O virtus Sapientiae</em> Hildegard Von Bingen [ 1098-1179 ]</a> <small> O virtus Sapientiae, quae circuiens circuisti comprehendendo omnia in...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/05/19/di-presunzione-muraria/' rel='bookmark' title='di presunzione muraria'>di presunzione muraria</a> <small> [ fotografia di James D. 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Devo muovermi perché negli ultimi tempi abbiam fatto comunella già due volte – per fortuna ho evitato una certa festa, o erano tre – e, se continuiamo, il mio giudizio sarà irrimediabilmente falsato dalla conoscenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/24/tre-buone-ragioni-per-leggere-i-pappagalli/">Tre buone ragioni per leggere &#8220;I pappagalli&#8221;</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><img class="alignleft  wp-image-42517" style="margin-right: 10px;" title="I pappagalli / Filippo Bologna" src="http://static2.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/cover_pappagalli-215x300.jpg" alt="I pappagalli / Filippo Bologna" width="194" height="270" /><em>una recensione di Vanni Santoni</em></p><p>&nbsp;</p><p>Devo muovermi a parlare de <em>I pappagalli</em> di Filippo Bologna. Devo muovermi perché negli ultimi tempi abbiam fatto comunella già due volte – per fortuna ho evitato una certa festa, o erano tre – e, se continuiamo, il mio giudizio sarà irrimediabilmente falsato dalla conoscenza. Ma forse sono ancora in tempo, il Bologna che posso dire di conoscere è solo un ragazzone dalle camicie bizzarre, e quindi nessuno penserà a oscuri magheggi, analoghi magari a quelli descritti ne <em>I pappagalli</em>, se io adesso dico che dovete per forza leggere questo libro.</p><p>Io stesso, all’inizio, non so mica se lo volevo poi leggere: di certo non volevo leggerlo subito, tanto che lo prestai il giorno stesso in cui lo ricevetti dalla Fandango.</p><p>E qui veniamo alla prima ragione per cui dovete leggerlo.<span id="more-42516"></span><br /> Siccome oggi mi son reso conto che quella copia prestata avrei potuto non rivederla mai più, ho pensato: andiamo a prendere un bicchier di vino alla Edison, che me lo porto al tavolino e gli do almeno un’occhiata, così non faccio figurette se rivedo l&#8217;autore prima di riavere indietro la mia copia (perché al Bologna ho lasciato incautamente dei fumetti, e dovrò recuperarli – fumetti di pregio, mica una copia de <em>I pappagalli</em>, che si può dare anche per dispersa&#8230;). E dunque mi son messo lì col mio vino, ho iniziato sfogliare <em>I pappagalli</em> per provare a inquadrarlo un poco, diciamo una pagina sì e cinque no, ma ben presto mi sono scoperto a fare una sì e quattro no, poi una sì e due no, e verso pagina 30 lo stavo leggendo fitto. Ho preso un altro bicchiere di vino, ma quando ho finito anche quello, non ero che a pagina 84. Sicché l’ho comprato. Sì: un libro che possiedo già, che avrei potuto recuperare, che alle brutte mi sarei potuto far rimandare – che, soprattutto, avrei potuto riporre e finire tranquillamente il giorno dopo, sempre lì alla Edison – me lo sono comprato. E si converrà che questo fa riflettere.</p><p>Ma c’è una seconda ragione: quando sono arrivato a casa, mi sono ricordato che dovevo fare la spesa, e sono andato a farla. Bene, mentre venivo via dall’Esselunga pensavo che non vedevo l’ora di tornare a casa e mettermi a leggere <em>I pappagalli</em>. Ora, questa è una cosa che non succede spesso. Certo, succede spesso se si sta sui grandi, finché si ruzza tra i McCarthy e gli Houllebecq, tra i DFW e i Bolaño, e ancora meglio va coi classici, basta premurarsi di leggere solo Tolstoj e Flaubert e si può star tranquilli che succederà sempre. Ma coi contemporanei – peggio, coi coetanei – non succede mica spesso. Per dire, quando ho letto <em>Come ho perso la guerra</em> di Filippo Bologna, che pure ho apprezzato, mica mi è successo. E invece con <em>I pappagalli</em> sì. E allora me lo sono finito così, in poche ore, prima che venisse sera. Spiegare questo fatto dicendo che è scritto bene (sebbene sia scritto bene) o che l’autore gestisce in scioltezza i sistemi simbolici (e li gestisce in scioltezza), non sarebbe sufficiente. Di gente che scrive bene e sa gestire i sistemi simbolici ce n’è più di quanta un cristiano possa mai aver voglia di leggere. È che i protagonisti de <em>I pappagalli</em> – tre vermi di scrittori, un Esordiente, uno Scrittore affermato e un vecchio Maestro – fanno schiantare. Perché sono irresistibili nel loro agire scomposto, ferino, e finisci per riconoscerti in tutti e tre (magari nel secondo un po’ meno, perché ha un segreto davvero inqualificabile) e non sai più per chi tifare. Il che, in un romanzo che è la storia di una competizione, è la pietra filosofale (e la terza buona ragione per leggerlo).</p><p>Diceva qualcuno che non c’è nulla di più noioso dei libri sugli scrittori, e in effetti mentre leggevo <em>I pappagalli</em> ghignando come un demente, mi sfiorava il dubbio di starmi divertendo solo perché avevo visto un po’ di quel mondo, perché avevo conosciuto, o sfiorato, personaggi del genere. Ma quando sono arrivato in fondo, era chiaro che non era vero, che alla fine quello che conta dei protagonisti di questo romanzo è quanto portano dentro, come si relazionano al mondo, agli affetti, al tempo e a sé, e il gioco si sarebbe potuto fare tanto al ribasso (tra partecipanti al concorso pubblico per un’assunzione) quanto al rialzo (la gara per un Nobel) e in innumerevoli ambiti differenti (calciatori in gara per il Pallone d’Oro?) e se Bologna ha scelto gli scrittori è perché si è attenuto a una regola, quello “scrivi di ciò che conosci” che per un autore al secondo libro è indice di saggezza e promessa di efficacia – promessa, si sarà capito a questo punto, assolutamente mantenuta.</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/24/tre-buone-ragioni-per-leggere-i-pappagalli/">Tre buone ragioni per leggere &#8220;I pappagalli&#8221;</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/11/23/uovo-al-tegamino/' rel='bookmark' title='Uovo al tegamino'>Uovo al tegamino</a> <small>di Chiara Marchelli Ti hanno appena portato un uovo. 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A caldo, avevamo tutti scritto che, con l&#8217;attentato di Brindisi, per la prima volta veniva colpito un edificio scolastico. C&#8217;è invece un precedente, come ricordato da <a href="http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/7533/">Cinzia Gubbini</a> ieri sulle pagine de “il manifesto”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/24/sopraluogo-provvisorio-a-una-strage/">Sopraluogo provvisorio a una strage</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Leogrande</strong></p><p>Solo un&#8217;altra volta una bomba era esplosa in una scuola. A caldo, avevamo tutti scritto che, con l&#8217;attentato di Brindisi, per la prima volta veniva colpito un edificio scolastico. C&#8217;è invece un precedente, come ricordato da <a href="http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/7533/">Cinzia Gubbini</a> ieri sulle pagine de “il manifesto”. Il 12 novembre del 1974, alle 18,30, una bomba al tritolo esplose nell&#8217;atrio della scuola media Bartolomeo Guidobono di Savona.<span id="more-42554"></span> Per fortuna non morì nessuno. Era pomeriggio inoltrato, e il Collegio dei docenti si era concluso da oltre mezz&#8217;ora. Ma in quei mesi, tra l&#8217;aprile del 1974 e il maggio del 1975, ben 12 bombe esplosero nella città ligure. Si tratta di uno degli episodi più oscuri, per quanto dimenticati, dello stragismo italiano negli anni settanta.<br /> Nel caso di Brindisi le bombe sono esplose a ridosso dell&#8217;inizio delle lezioni. Hanno ucciso una ragazza, ridotto un&#8217;altra in fin di vita, ferito delle loro amiche. Questo costituisce sicuramente un salto in avanti, rispetto al precedente savonese. E non a caso la stessa parola inquietante, stragismo, torna a circolare. Ieri l&#8217;ha ripetuta persino il Presidente della Repubblica Napolitano. Seppure in un contesto storico radicalmente diverso, ha detto, “non possiamo escludere un ritorno della strategia stragista.”<br /> Chi ha messo le bombe di Brindisi? E quanti erano gli attentatori: uno, due, più di due? Le due domande, sinora prive di una risposta certa, sono strettamente intrecciate tra loro, quasi in un gioco di rimandi logici. Escluse di fatto dagli inquirenti come piuttosto improbabili sia la pista mafiosa che quella del terrorismo anarco-insurrezionalista, solo due ipotesi restano sul terreno. La prima è stata avanzata dal procuratore Dinapoli il giorno dopo dell&#8217;attentato: si tratterebbe un “gesto individuale”. Beninteso, “individuale” non è automaticamente sinonimo di “folle”. Potrebbe segnare invece l&#8217;irrompere di forme di terrorismo nichilistico-individuale nel nostro paese, un tipo di terrorismo nord-americano o nord-europeo. Si pensi ad esempio a Breivik, l&#8217;autore della strage di Utoya, o alla vicenda narrata nel bellissimo libro dello scrittore svedese Gellert Tamas, “L&#8217;uomo laser” (Iperborea): si racconta la biografia di un “uomo della porta accanto” che inizia a sparare con un fucile munito di mirino laser contro gli immigrati, colpendo una quindicina di vittime individuate a caso.<br /> Anche se la preparazione di un attentato come quello di Brindisi ha richiesto probabilmente una certa organizzazione, una certa meticolosità, non si può escludere a priori che si sia trattato di un solo uomo. In tal caso, saremmo sicuramente davanti a uno spartiacque: qualcuno spunta dal nulla e fa saltare in aria delle ragazzine davanti a una scuola. E questo come detto dagli inquirenti, dallo stesso Grasso e dallo stesso ministro Cancellieri è, comunque lo si voglia osservare, terrorismo puro.<br /> Ma se l&#8217;uomo immortalato dalle telecamere del chiosco verde situato davanti alla Morvillo Falcone ha avuto uno o più complici, le cose cambiano. Saremmo allora in presenza di un evento organizzato da un gruppo, tesi peraltro per cui propende il procuratore Cataldo Motta. In questo caso non ci sarebbero turbe individuali da scandagliare psicologicamente, e chi ha piazzato la bomba proprio lì, in quel giorno, ha voluto consapevolmente giocare con i simboli: i nomi di Falcone e Morvillo, l&#8217;avvicinarsi dell&#8217;anniversario della strage di Capaci, la vicinanza del tribunale&#8230;<br /> Perché? Con quale finalità? E soprattutto: se si tratta di un gruppo di persone, chi sono? Abbiamo detto che è scarsamente probabile che siano stati uomini della Sacra corona (peraltro alcuni esponenti di ciò che è – o è stata – la mafia pugliese, sia in carcere che a piede libero, hanno fatto capire chiaramente di non avere niente a che fare l&#8217;attentato). E abbiamo anche detto che non si tratta quasi certamente di anarco-insurrezionalisti. E allora di chi si tratta?<br /> “Se sono due, è un vero casino”, ha detto uno degli investigatori. Perché ciò, in un gioco di logiche esclusioni, vorrebbe poter dire che siamo in presenza di un gruppo oscuro e, forse, di “menti raffinatissime” che lo hanno utilizzato. Di sicuro c&#8217;è che questa è una strana bomba, un rompicapo investigativo, in cui tutte le piste hanno pro e contro, e finiscono per non stare in piedi. Vien quasi da pensare che chi l&#8217;ha messa l&#8217;abbia fatto non con l&#8217;intento di firmare un&#8217;azione e affermare chissà che cosa, bensì di mietere vittime gettando fumo negli occhi e spargendo un&#8217;enorme confusione.<br /> Quali sarebbero, oggi in Italia, le finalità di un nuovo stragismo di cui lo stesso Presidente della Repubblica non esclude il ritorno? Il fatto che dopo cinque giorni l&#8217;uomo in giacca nera che compare nel video non sia stato ancora individuato (non è escluso che venisse addirittura da fuori) sembra far ridurre le possibilità che si tratti di un “folle”. E fa aumentare, al contrario, quelle di un foschissimo ritorno al passato: quando le bombe potevano anche essere piazzate da una sola persona, ma alle spalle c&#8217;erano sicuramente trame complicatissime e obiettivi destabilizzanti.</p><p><em>pubblicato su</em> Corriere del Mezzogiorno<em>, 24 maggio 21012</em>.</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/24/sopraluogo-provvisorio-a-una-strage/">Sopraluogo provvisorio a una strage</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/05/22/il-saluto-di-mesagne/' rel='bookmark' title='Il saluto di Mesagne'>Il saluto di Mesagne</a> <small>di Domenico Pinto Un desiderio di chiarezza, come dire di...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/10/16/pomeriggio-del-15-ottobre-una-lettura-dei-fatti/' rel='bookmark' title='Pomeriggio del 15 ottobre &#8211; Una lettura dei fatti'>Pomeriggio del 15 ottobre &#8211; Una lettura dei fatti</a> <small>di Alessandro Leogrande La prima cosa che mi viene da...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/05/06/per-la-chiusura-del-cie-di-santa-maria-capua-vetere/' rel='bookmark' title='Per la chiusura del CIE di Santa Maria Capua Vetere'>Per la chiusura del CIE di Santa Maria Capua Vetere</a> <small>firmato da Maurizio Braucci, Goffredo Fofi, Alessandro Leogrande, Roberto Saviano,...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/06/06/a-destra-solidita-e-spostamenti/' rel='bookmark' title='A destra, solidità e spostamenti'>A destra, solidità e spostamenti</a> <small>di Alessandro Leogrande Quando si parla di fibrillazioni interne alla...</small></li></ol></p><div class="feedflare">
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un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/il-pomeriggio-del-23-maggio-1992/">Il pomeriggio del 23 maggio 1992.</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Evelina Santangelo</strong></p><p style="text-align: justify;">Il pomeriggio del 23 maggio 1992, ero su quell&#8217;autostrada in cui sarebbe scoppiata la bomba che avrebbe ucciso il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, insieme ai tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.<a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/il-pomeriggio-del-23-maggio-1992/images-14/" rel="attachment wp-att-42550"><img class="alignleft size-full wp-image-42550" title="Strage di Capaci" src="http://static1.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/images.jpeg" alt="" width="277" height="182" /></a><br /> Elicotteri e polizia ovunque, il traffico interrotto.<br /> L&#8217;impressione era quella di trovarsi in un paese in cui fosse in corso qualcosa che nella mia immaginazione si delineava come un colpo di stato.<br /> Non pensavo che pochi metri più avanti fosse scoppiata una bomba che avrebbe finito per uccidere, insieme al giudice Falcone, alla moglie e alla sua scorta, le speranze che tutti noi allora nutrivamo di un riscatto definitivo dal potere mafioso e dalle sue collusioni politiche e affaristiche.<br /> Quel che era successo l&#8217;ho saputo solo a notte fonda, una volta arrivata in città, dopo ore di tensione cieca (anche le linee telefoniche erano saltate).<br /> Fu in quel preciso momento che il giudice Falcone divenne per molti di noi non solo un uomo delle istituzioni ucciso per aver fatto con rigore e serietà il proprio lavoro, ma qualcosa di più intimo: l&#8217;incarnazione stessa del nostro desiderio viscerale di riscatto, individuale e collettivo, l&#8217;incarnazione di quella che definirei l&#8217;unica vera resistenza che ha conosciuto la Sicilia, e che ha lasciato un segno profondo nelle coscienze di molti siciliani.</p><p style="text-align: justify;">Il pomeriggio del 23 maggio 1992 ero dunque su quell&#8217;autostrada in macchina con mio padre, che da tempo pronunciava (in pubblico e in privato) parole che suonavano così: «La forza della mafia è in rapporto alla nostra debolezza e la sua durata dipende da disinteresse della coscienza che dovrebbe sentirsi offesa ed è invece paga di non aver ricevuto un torto diretto&#8230; Con freddezza la mafia uccide e con freddezza sia la nostra duratura risposta».<br /> «Il nostro dovere: l&#8217;estirpazione della sub cultura mafiosa che sfida la vera cultura dovunque le si oppone».</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/il-pomeriggio-del-23-maggio-1992/">Il pomeriggio del 23 maggio 1992.</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/03/02/la-scuola-a-casa-mia/' rel='bookmark' title='La scuola, a casa mia'>La scuola, a casa mia</a> <small>Da «il Fatto Quotidiano» &#8211; mercoledì 2 marzo 2011 A...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/02/23/un-punto-di-domanda-sullo-%c2%abstato-delle-cose-in-italia%c2%bb-inaugura-la-nuova-collana-di-critica-letteraria-edita-da-duepunti-edizioni/' rel='bookmark' title='Un punto di domanda sullo stato delle cose in Italia inaugura la nuova collana di critica letteraria edita da :duepunti edizioni'>Un punto di domanda sullo stato delle cose in Italia inaugura la nuova collana di critica letteraria edita da :duepunti edizioni</a> <small>GIANCARLO ALFANO • ANDREA CORTELLESSA • DAVIDE DALMAS MATTEO DI...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/04/19/il-silenzio-complice/' rel='bookmark' title='Il silenzio complice'>Il silenzio complice</a> <small>di Evelina Santangelo «Il silenzio è complice»; 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(è conveniente)</title><link>http://feedproxy.google.com/~r/NazioneIndiana/~3/4ZTr4uTYFbc/</link> <comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/risparmia-ora-e-conveniente/#comments</comments> <pubDate>Wed, 23 May 2012 13:29:27 +0000</pubDate> <dc:creator>helena janeczek</dc:creator> <category><![CDATA[allarmi]]></category> <category><![CDATA[Angela Merkel]]></category> <category><![CDATA[crisi euro]]></category> <category><![CDATA[critica del linguaggio]]></category> <category><![CDATA[debito pubblico]]></category> <category><![CDATA[Eurozona]]></category> <category><![CDATA[Francois Hollande]]></category> <category><![CDATA[helena janeczek]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=42545</guid> <description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br /> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/risparmia-ora-e-conveniente/angebot01/" rel="attachment wp-att-42546"></a><br /> Sensazione di una totale incomunicabilità che pagheremo in maniera devastante: forse non solo qui o in Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda.<br /> Un programma mattutino della ARD, il primo canale tedesco, commenta lo scontro fra Hollande e Merkel. Il primo, spiega la moderatrice, sarebbe visto quasi come un messia da tutti coloro che preferirebbero spendere (<strong>ausgeben</strong>) anziché risparmiare (<strong>sparen</strong>), ma la cancelliera difenderà inflessibilmente la linea del risparmio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/risparmia-ora-e-conveniente/">Risparmia ora!!! (è conveniente)</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br /> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/risparmia-ora-e-conveniente/angebot01/" rel="attachment wp-att-42546"><img src="http://static2.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/angebot01-236x300.jpg" alt="" title="angebot01" width="236" height="300" class="alignright size-medium wp-image-42546" /></a><br /> Sensazione di una totale incomunicabilità che pagheremo in maniera devastante: forse non solo qui o in Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda.<br /> Un programma mattutino della ARD, il primo canale tedesco, commenta lo scontro fra Hollande e Merkel. Il primo, spiega la moderatrice, sarebbe visto quasi come un messia da tutti coloro che preferirebbero spendere (<strong>ausgeben</strong>) anziché risparmiare (<strong>sparen</strong>), ma la cancelliera difenderà inflessibilmente la linea del risparmio.<span id="more-42545"></span><br /> L&#8217;inviato da Bruxelles ribadisce che dalla crisi del debito (Schuldenkrise), intesa come crisi del debito statale, non si verrebbe fuori altrimenti, e aggiunge pure che nei paesi dell&#8217;Eurozona, salvo in Germania, sarebbero aumentati i salari.<br /> L&#8217;opinione dell&#8217;esperto è orientata e orientante, però dell&#8217;informazione complessiva non si può nemmeno dire che sia scorretta. Mostra servizi dalla Spagna e dalla Francia, intervista qualche manifestante &#8220;caxerolero&#8221;, uno studente parigino che chiede maggiori investimenti.<br /> Il verme forse sta principalmente nelle parole, in ciò che implica il loro uso corrente in tedesco.<br /> Non solo (come si è osservato molto spesso) <strong>Schulden</strong> &#8211; debiti- ha la stessa radice etimologica di <strong>Schuld</strong> &#8211; colpa -, ma soprattutto <strong>sparen</strong> è un termine connotato solo e esclusivamente in senso positivo.<br /> I nostri corrispettivi come &#8220;austerity&#8221;, &#8220;rigore&#8221; o &#8220;sacrifici&#8221;, al confronto, risultano sostanzialmente più trasparenti. Alludono a un &#8220;male necessario&#8221;, ma non nascondono che sia dolorosa la sua messa in pratica.<br /> <strong>Sparen</strong>, invece, suggerisce che ci si priva di qualcosa che possa ancora passare per superfluo, per tenere da parte i soldi e impiegarli meglio: non la &#8220;rinuncia&#8221; a lavoro, pensioni, istruzione, cure mediche &#8211; quindi futuro.<br /> Anzi è proprio la parola dei volantini che reclamizzano le offerte, quelli intenti a convincerti che risparmiare, se cogli l&#8217;attimo, è conveniente.<br /> Tutto questo passa per un uso della lingua che accomuna tutti i suoi parlanti &#8211; anche i pochi che in Germania criticano duramente la linea Merkel, devono farlo ricorrendo esattamente alle stesse parole, con il compito difficile di cambiarvi i connotati.</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/risparmia-ora-e-conveniente/">Risparmia ora!!! (è conveniente)</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/04/27/oui-nous-nuje-nosotros-sommes-un-petit-poch-la-france/' rel='bookmark' title='Oui, nous, nuje, nosotros sommes (un petit poch&#8217;) la France!'>Oui, nous, nuje, nosotros sommes (un petit poch&#8217;) la France!</a> <small>di Helena Janeczek Com’è il bicchiere della riscossa a sinistra...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/the-monti-lessons/' rel='bookmark' title='The Monti Lessons'>The Monti Lessons</a> <small>di Helena Janeczek Forse è stato quando da Fazio ha...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/se-il-destino-degli-olandesi-dipendesse-da-scilipoti/' rel='bookmark' title='Se il destino degli olandesi dipendesse da Scilipoti'>Se il destino degli olandesi dipendesse da Scilipoti</a> <small>“Frau Nein” la chiamano ormai dalla Francia agli Stati Uniti,...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/11/29/ach-italien/' rel='bookmark' title='Ach, Italien!'>Ach, Italien!</a> <small>di Helena Janeczek Perché i contribuenti tedeschi dovrebbero sovvenzionare le...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/depressione/' rel='bookmark' title='Depressione'>Depressione</a> <small>di Helena Janeczek Sono giorni che mi vedo così. 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Azienda Municipale Ambiente" src="http://static3.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/26011.gif" alt="" width="240" height="240" /></a>Per chi c’era, per chi vorticava la propria tenera età allo scoccare degli anni duemila, quando la faglia tra i due millenni era così poco divaricata che lo sfregamento tra i secoli scatenava ancora euforia e speranza, io iniziavo l’università, ci andavano gran parte dei miei amici, abitavo a Milano, portavamo i capelli lunghi, la barba tardo hippie, i jeans larghi, le sneaker con i lacci colorati, <em>broccolare</em> stava per provarci con le ragazze, studiavo le nuovissime Scienze della Comunicazione, guardavamo <em>Amores Perros</em>, alle lezioni di storia del cinema mi accasciavo sui banchi davanti a <em>Quarto Potere</em>, appendevamo la bandiere della pace ai balconi, l’esame di economia politica dispensava la tinta unita della depressione, una volta ho messo la cravatta per vedere come stava, la parola <em>performanza</em> nel corso di semiotica ghiacciava all’istante ogni facoltà percettiva, si andava a ballare il reggae nel cavo in disuso dei centro sociali, nelle cuffiette scatenavo i Radiohead, tenevamo la fila per strappare dai vassoi dell’happy hour la sfoglia in vetroresina delle patatine, su internet cercavamo voli low cost per Porto Alegre, spedivamo i curriculum alle multinazionali di <em>finger food</em>, di giorno nel calore istituzionale delle università riportavamo su i quadernoni le slide di Power Point su come costruire e rendere appetibili i brand e i claim e i pay off, di notte nell’oscurità sovraffollata dei bilocali in affitto sognavamo di sbaragliare il capitalismo avanzato dei brand e dei claim e dei pay off, citavamo <em>Fight Club</em>, leggevamo <em>No Logo</em>, sopportavamo rette salatissime nelle università private per diventare i futuri quadri della classe dirigente, una scissione della personalità curata con la premurosa somministrazione di stage e tirocini che perdurano tutt’ora, anni dopo la fine della carriera universitaria, comunque sia andata, lode compresa.</p><p style="text-align: justify;">Come sia stato possibile, non dico leggere <em>No Logo</em>, ma tenerlo in verticale tra il manuale di diritto pubblico e gli albi di Dylan Dog in bella vista, senza neanche accorgersi che di solito il mattoncino nero di <em>No Logo</em> poggiava sulla superficie nera o bianca o marroncino chiaro del logo dei logo, cioè una libreria Ikea, resta un mistero generazionale. Ovviamente, Naomi Klein non ha avuto la stessa lungimiranza di David Foster Wallace. Dove la studiosa sociale scorgeva la scintilla di un movimento globale che avrebbe spazzato via brand e claim e pay off, la terribile dittatura degli sponsor, lo scrittore intuiva il profilo sinistro dei brand e dei claim e dei pay off allungarsi nel futuro, fino a prefigurare in <em>Infinite jest</em> un tempo in cui le grandi imprese acquistano il diritto di dare un nome a ciascun anno del calendario, da cui Anno del Pannolone per Adulti Depend.</p><p style="text-align: justify;">I brand, i loro logo, oggi, sono il paesaggio predominante dentro cui la vita quotidiana accade. Tutto è logo. Tutto è brand. Ma in maniera meno compatta di una volta. Il problema è che la porzione di realtà che il brand tenta di colonizzare con la costruzione e la narrazione di un mondo coinvolgente, appagante, definitivamente sexy, vedi alla voce Macintosh, per dirne una, non sempre riesce, il roseto della finzione è squarciato dalle spine aguzze della realtà.</p><p style="text-align: justify;">Prendete uno tra i brand più chiacchierati e forieri di leggende metropolitane della capitale. Ama Roma S.p.A. Azienda Municipale Ambiente specializzata in raccolta, trasporto, trattamento, riciclaggio e smaltimento dei rifiuti. Lasciate perdere le voci o le proteste infinite o la disavventura della raccolta differenziata o la ricerca spasmodica di nuovi siti per la discarica. Mettete da parte l’aura sentimentale che emana dai camioncini bordò con testa bianca stracarichi di maleodoranti sacchetti in seguito alla diffusione dell’acronimo aziendale. Guardate il logo. Come ogni macchia di Rorschach, anche qui è possibile leggere tutto il bene e tutto il male, la fantasia patinata del marketing e la nauseabonda composizione chimica della realtà. Sotto la lente d’ingrandimento delle associazioni di pensiero, il logo potrebbe designare in senso orario il primo quarto di un sole raggiante sulla natura restituita ai cittadini, uno dei guanti con cui gli operatori ecologici rimuovono i rifiuti fuori e dentro i cassonetti, la manata in questo caso bianca e non gialla che gli Uruk-hai si scambiavano l’un l’altro prima di precipitarsi in battaglia contro gli esseri umani, gli orchi che nella versione cinematografica de <em>Il Signore degli Anelli</em> perpetuavano sul loro corpo la Bianca Mano di Saruman il Saggio, il logo del male che non ha più abbandonato i ricordi dei giovani studenti seduti nel buio della sala, mentre fuori, poco tempo prima, chi in televisione chi per strada, avevano visto durante le manifestazioni contro il G8 di Genova le stesse mani dipinte di bianco sollevarsi nell’aria satura di fumo in segno di una sola parola: pace.</p><p style="text-align: justify;"><em>Questo testo è stato pubblicato su Vicolo Cannery</em> (<a href="http://www.vicolocannery.it/">http://www.vicolocannery.it/</a>)</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/no-logo-dodici-anni-dopo/">No Logo, dodici anni dopo</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/01/23/logorama/' rel='bookmark' title='LOGORAMA [ &lt;em&gt;Un fottuto ghepardo cieco che sbatte contro gli alberi...&lt;/em&gt; ]'>LOGORAMA [ <em>Un fottuto ghepardo cieco che sbatte contro gli alberi...</em> ]</a> <small> &nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;di Orsola Puecher &nbsp;&nbsp;&nbsp;La narrazione1 del corto francese...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/02/21/un-pallido-inverno-omaggio-a-wallace/' rel='bookmark' title='Un pallido inverno, omaggio a Wallace'>Un pallido inverno, omaggio a Wallace</a> <small> L&#8217;Archivio DFW Italia, lancia l&#8217;iniziativa &#8216;Pale Winter&#8217;: lettura collettiva...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/david-foster-wallace-ithaca-21-febbraio-1962-%e2%80%93-claremont-12-settembre-2008/' rel='bookmark' title='David Foster Wallace [Ithaca, 21 febbraio 1962 – Claremont, 12 settembre 2008]'>David Foster Wallace [Ithaca, 21 febbraio 1962 – Claremont, 12 settembre 2008]</a> <small> Reading di David Foster Wallace celebrazione del 150° Anniversario...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/09/19/politicamente-corrivo/' rel='bookmark' title='Politicamente corrivo'>Politicamente corrivo</a> <small>di Christian Raimo La notizia è che tra i 400...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2006/03/12/la-realta-e-uno-tsunami-le-sfide-della-non-fiction-e-gli-scrittori-marketting/' rel='bookmark' title='La realtà è uno tsunami. 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Traduttrice dal tedesco, ha ricevuto il Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria 2011. Le sue poesie sono apparse nell’antologia <em>7 poeti del premio Montale</em>, Scheiwiller, 1995.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/ombra-di-bestia/">Ombra di bestia</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giusi Drago</strong><br /> <img src="http://static2.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/ombra-300x246.jpg" alt="" title="ombra" width="300" height="246" class="alignleft size-medium wp-image-42542" /><br /> [Giusi Drago è nata a Trento e vive a Milano, dove lavora nell’editoria. Traduttrice dal tedesco, ha ricevuto il Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria 2011. Le sue poesie sono apparse nell’antologia <em>7 poeti del premio Montale</em>, Scheiwiller, 1995. Ha pubblicato il volume <em>La pazienza della mano</em> (Nicolodi, 2004) e diretto per cinque anni la rivista «Dialogica. Semestrale di ricerca e culture letterarie». Pubblico qui molto volentieri una selezione di sue poesie. <em>a.s.</em>]</p><p>OMBRA DI BESTIA</p><p>I</p><p>in tre modi ha la meglio la paura:<br /> in forma di battito pressante<br /> anche muto o morituro,<span id="more-42532"></span><br /> in miseria occultata che riesplode<br /> senza far testamento, il terzo modo<br /> ha natura strana, si converte<br /> in ombra da assecondare,<br /> chiede indulgenza, confonde<br /> ombra con ombra<br /> e vede bestia<br /> quando è solo ombra,<br /> ombra vicaria<br /> forse di faggio o quercia<br /> o di nessun albero<br /> che sia noto</p><p>(poco lo spazio<br /> dentro gli occhi<br /> per frammenti di realtà<br /> e variazioni d’albero)</p><p>nascita a vuoto, vita ipotecata, pensiero<br /> non in atto: si è vinti da viltà</p><p>II</p><p>primo argomento in guerra è<br /> la paura, argomento d’amore<br /> la natura, in comune<br /> fra natura e paura<br /> a volte una nota bassa, ripetuta<br /> con insistenza di sangue<br /> con paura nel sangue<br /> quando goccia a terra, sui muri,<br /> o fiotta contro tamponi e mani</p><p>ora non lo si vede, meglio non vederlo,<br /> resti nel chiuso del corpo<br /> – se si spande fuori<br /> se all’esterno trabocca<br /> macchia</p><p>III</p><p>tutti sono nervosi e anch’io ho fretta<br /> (come sempre prima di un temporale)</p><p>stabilità mancata<br /> nelle forme che il mondo assume</p><p>siamo a corto di lumi<br /> (per giunta neanche immuni<br /> da nostalgia)</p><p>nessuno è immune a ciascuno è dato<br /> in un solo gesto più di un addio</p><p>in attesa che si sciolgano certi responsi<br /> o si raccolgano i dettagli<br /> per l’alibi che scagionerebbe il pieno<br /> dai suoi vuoti</p><p>(dèi di granito un tempo sulla terra<br /> peso di monoliti, montagne smosse<br /> dal profondo a separare<br /> continenti interi)</p><p>luce che si attenua si fa<br /> scura porta il lutto</p><p>IV</p><p>una casa vecchia proprio dentro,<br /> o dietro, quella nuova</p><p>va a finire che è lei, la vecchia,<br /> a imporsi</p><p>anche se la nuova le si stringe intorno<br /> come durante un assedio, prendendola<br /> per fame o assideramento</p><p>comunque ne ricalca<br /> proporzioni e rientranze,<br /> angolature e altezze</p><p>e quando cala notte non si sa<br /> in quale casa sono accese le luci<br /> che attraversano le vene<br /> di muri antichi e più recenti</p><p>nuova casa non si dà<br /> per abbaglio di tetti<br /> svettanti contro il cielo<br /> o di pavimenti<br /> illuminati a giorno<br /> da lampade a stelo</p><p>nuova casa si fa<br /> osservando la vecchia<br /> che pare alla nuova:</p><p>a) un paesaggio noto, nidificato<br /> su discordie<br /> b) un incidente in seguito al quale<br /> si è franati a valle</p><p>casa nuova non è mai finita<br /> finché morte non arriva</p><p>V</p><p>anno dopo anno gli alberi e le paure<br /> diventano imponenti</p><p>il noce che faceva ombra<br /> alla casa nuova (che si tiene dentro<br /> quella vecchia)<br /> è stato abbattuto dal vicino<br /> e il faggio centenario in un altro giardino<br /> ha rischiato l’avvelenamento<br /> per mano di un parente</p><p>(avvertiti, siamo stati avvertiti<br /> che senza fine che sempre l’invidia si ramifica<br /> in direzione della morte)</p><p>quanti anni ha la terra?<br /> l’età migliore in relazione al sole<br /> che è stella a metà di sua vita<br /> e forse sarà lui a spegnersi per primo<br /> (fra miliardi di anni, comunque)</p><p>un albero abbattuto è un contrattempo<br /> nella lunga vita della terra<br /> (che è superficie instabile e quando vuole<br /> si apre e ci inghiotte)</p><p>una paura superata lascia una traccia<br /> minima, dal punto di vista cosmico:<br /> corriamo il rischio di crepare sotto il peso di rami<br /> e case morte – se è trascorso il loro tempo<br /> e non il nostro</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/ombra-di-bestia/">Ombra di bestia</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/11/09/si-chiama-democrazia-poiche/' rel='bookmark' title='Si chiama democrazia poiché . . .'>Si chiama democrazia poiché . . .</a> <small>di Antonio Sparzani In questi giorni, sullo sfondo di quella...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/01/24/oh-lou-in-una-poesia-che-mi-riesce/' rel='bookmark' title='Oh Lou, in una poesia che mi riesce . . .'>Oh Lou, in una poesia che mi riesce . . .</a> <small>di Antonio Sparzani Quando tre anni fa visitai il castello...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/11/14/samuel-beckett-e-la-matematica/' rel='bookmark' title='Samuel Beckett e la matematica'>Samuel Beckett e la matematica</a> <small>di Francesca E. 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Non si hanno invece che frammenti, una sequenza di fotogrammi, nulla che ancora custodisca un senso fuorché la corrente di emozioni che continua a attraversare la città di Mesagne.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/22/il-saluto-di-mesagne/">Il saluto di Mesagne</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Pinto</strong></p><p>Un desiderio di chiarezza, come dire di pace, imperturbabile e dirimente, sarebbe il sogno di qualunque osservatore. Non si hanno invece che frammenti, una sequenza di fotogrammi, nulla che ancora custodisca un senso fuorché la corrente di emozioni che continua a attraversare la città di Mesagne. Ora che una larga folla si va adunando in piazza IV Novembre, dopo due giorni dall’attentato alla scuola Morvillo-Falcone di Brindisi, tutti i piani interpretativi di questa realtà, infinitamente mediata e congetturale, irrisolta, contraddittoria, si aprono per far posto al più duro degli oggetti di realtà: il corpo di Melissa Bassi entra  per l’arco della Porta Grande, viene seguito da un applauso; dalle finestre della biblioteca comunale si vede la folla dei vivi richiudersi su di esso.<span id="more-42531"></span><br /> Nel dominio della funzione religiosa ricade adesso ogni sentimento, è lo spazio in cui si trasmette, per contatto, il dolore, è l’involucro della rabbia. Tuttavia nei giorni che sono preceduti, l’urto della bomba aveva già mosso, in un istante, qualcosa: dalla massa schiacciante delle nostre paure – la Sacra Corona Unita, l’eversione anarchica e anche, più oscuramente, statale, oppure il terrorismo internazionale –, da questa nebbia di ipotesi, che in forza della sua aleatorietà si rivela persino più paralizzante, è sorta una reazione limpida e generosa. Nel punto in cui si aspetta l’arretramento della società civile – la SCU, benché in disarmo, è un antagonista concreto e spaventa -, è accaduto che i cittadini, di fronte a una minaccia gravissima, abbiano replicato con una condivisione profonda, attiva, commovente, rompendo l’incanto della paura. Sabato la città si è svuotata per riversarsi nelle piazze di Brindisi; le ragazze e i ragazzi di Mesagne e dei paesi limitrofi, gli studenti e i lavoratori, hanno non solo simbolicamente, bensì materialmente avocato a sé il terreno della vita comune, opponendosi ai nemici quali che fossero, il terreno dello stato di diritto come un possesso definitivo. La carovana antimafia, che è poi passata, la sera, per le strade, raccogliendo sul percorso numerosi partecipanti, ha ‘cucito’ i cammini cittadini, ridisegnando una nuova geografia umana dei luoghi. Sul sagrato della Chiesa Matrice, infine, più forte dei duemila anni di retorica che rotolano sulle nostre teste, si sono formati gruppi di preghiera spontanei che hanno intonato canti. Tutto questo ci ha abbagliato, così come la chiusura totale dei negozi, i lumini a ogni angolo di strada, il furore che ha segnato i social-network, la coesione improvvisa e senza ripensamenti, la messa a nudo del dolore, la riappropriazione immediata dei luoghi e del paesaggio cittadino dopo l’esplosione di una bomba.<br /> Una giovane ragazza non è più qui con noi. Era bella, mostrava una grande dolcezza. Scrive Fortini, in un appunto su Robert Walser, che tutto quel che aveva potuto fare è stato osservare, giorno dopo giorno, come si confondesse, sovrapponendosi alle voci dell’Io, «l’urlio detto mondo e storia». Per poco, in questi giorni, l’urlio si è placato, sostituito da un gesto collettivo di pietà e di forza.</p><p><strong><em>Articolo pubblicato sul «manifesto», oggi 22.05.2012.</em></strong></p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/22/il-saluto-di-mesagne/">Il saluto di Mesagne</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/07/29/photoshopero27-the-street-traversade/' rel='bookmark' title='Photoshoperò#27 the street traversade'>Photoshoperò#27 the street traversade</a> <small> Questo &egrave; un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:Photoshoperò#27...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/06/27/ingo-schulze-arance-e-angeli/' rel='bookmark' title='Ingo Schulze / &lt;em&gt;Arance e angeli&lt;/em&gt;'>Ingo Schulze / <em>Arance e angeli</em></a> <small>Il presente articolo è apparso sul «manifesto» del 24.06.2011 con il...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/10/12/scaffali-nascosti-1/' rel='bookmark' title='Scaffali nascosti (1) &#8211; BeccoGiallo Editore'>Scaffali nascosti (1) &#8211; BeccoGiallo Editore</a> <small>«Scaffali nascosti», senza pretese di completezza, vuole disegnare una mappa...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/08/04/pizzuto-decoupage/' rel='bookmark' title='Pizzuto découpage'>Pizzuto découpage</a> <small> di Domenico Pinto «Erice, odoranti di salvia i suoi...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/02/28/amnesie-chimiche/' rel='bookmark' title='Amnesie chimiche'>Amnesie chimiche</a> <small> [A lettura ultimata consiglio vivamente di seguire il link ...</small></li></ol></p><div class="feedflare">
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Dobbiamo in primis al magistero di Louis Havet e al suo <em>Manuel de critique verbale appliquée aux textes latins</em> (1911) le pagine più chiare e illuminanti al proposito.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/22/esercizi-di-copiatura-53-lettere-di-paul-cezanne/">Esercizi di copiatura: 53 lettere di Paul Cézanne</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/22/esercizi-di-copiatura-53-lettere-di-paul-cezanne/cezanne-paul-lettre-de-paul-cezanne-a-son-fils/" rel="attachment wp-att-42509"><img class="wp-image-42509 alignleft" src="http://static3.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/cezanne-paul-lettre-de-paul-cezanne-a-son-fils.jpg" alt="" width="122" height="162" /></a>La filologia ha ormai da molto tempo fatto i conti con una questione piuttosto delicata, quanto inevitabile: esiste una situazione, o meglio, una condizione <em>psicologica</em> della copiatura. Dobbiamo in primis al magistero di Louis Havet e al suo <em>Manuel de critique verbale appliquée aux textes latins</em> (1911) le pagine più chiare e illuminanti al proposito. Senza farla lunga: chi copia un testo (ad esempio un manoscritto) incappa inevitabilmente in errori, più o meno involontari. Havet ne elenca alcuni: errori diretti e indiretti, errori di udito e/o di vista, senza dimenticare l’influenza del modello, del contesto e – aggiunge – della personalità del copista. Il nostro copista, qui in questione, ha un nome: John Rewald. E’ lui che nel 1937, tra mille ricerche e un accanimento costante, pubblica i risultati di anni di lavoro dedicati al suo artista prediletto, Paul Cézanne.<span id="more-42508"></span></p><p>John, nato Gustav Rewald (Berlino, 1912; New York 1994) è con ogni probabilità lo storico dell’arte che più ha contribuito a far conoscere e a modellare – attraverso monografie, articoli, <em>catalogues raisonnés</em> – la figura di Cézanne, così come oggi per lo più la conosciamo. Sostiene alla Sorbona una tesi sui rapporti tra Cézanne e Zola. Nel 1937 pubblica la <em>Correspondance</em>, composta da 207 lettere (per i tipi di Grasset). Nel 1959 aggiunge un volume di lettere, nel frattempo rinvenute (cfr. John Rewald, <em>Cézanne, Geffroy et Gasquet. Suivi de Souvenirs sur Cézanne de Louis Aurenche, et de lettres inédites</em>, Quatre Chemins-Editart, Paris). Nel 1978 compatta il tutto in una nuova edizione della <em>Correspondance</em>, che egli dichiara “completa e definitiva”.</p><p>Chi scrive non è il biografo ufficiale di Rewald; ci siamo semplicemente avvalsi delle notizie riportate da Jean-Claude Lebensztejn nella sua introduzione a questo prezioso <em>Cinquante-trois lettres</em> (transcrites et annotées par Jean-Claude Lebensztejn)<em>, </em>L’Échoppe, Paris, 2011. Cinquantatre lettere di Cézanne, appunto, trascritte e annotate da Jean-Claude Lebensztejn; 34 apparse in precedenza sulle pagine dei Cahiers du Musée d’Art moderne, n. 111 (2010), autografi che Lebensztejn ha avuto modo di consultare (originali, microfilm tra Austin e Aix – o fotografie del fondo Vollard depositato presso il Musée d’Orsay). Le restanti 19 lettere risultano in buona parte inedite e provengono invece dal Musée des Lettres et Manuscrits di Parigi. Fanno luce sulla vita di Cézanne, e in particolare sui rapporti con Gustave Geffroy e Francisco Oller. Nulla è definitivo, dunque.</p><p>Professore emerito di storia dell’arte presso la Sorbona, Paris I., Lebensztejn ha insegnato come “visiting professor” in diverse università (Quebec, Berkeley, Virginia, soprattutto a Harvard). Si è principalmente occupato di teoria dell’imitazione (tra Neoclassicismo e Romanticismo) e dell’origine dell’astrattismo. In Italia è stata tradotta nel 1986 la sua trascrizione commentata (la prima filologicamente corretta) del diario del Pontormo. Di pochi anni fa è la pubblicazione del suo <em>Dell’imitazione nelle belle arti</em> (Solfanelli, 2008). Ma sono solo briciole. Altri libri aspettano di essere tradotti; tra questi, vale la pena ricordare almeno <em>L’art de la tache. Introduction à la Nouvelle méthode d’Alexander Cozens</em> (éditions du Limon, 1990), <em>Jacopo da Pontormo</em> (Aldines, 1992), e <em>Études cézanniennes</em> (Gallimard, 2006) che raccoglie una serie di saggi “cézanniani” scritti nel tempo. Ma perché raccogliere queste 53 lettere? Proprio per i motivi che abbiamo indicato più in alto. Possibile che una condizione <em>psicologica</em> della copiatura abbia giocato brutti scherzi a Rewald? Così sembra. Lebensztejn, dal canto suo, pur sottolineando l’importanza cruciale del lavoro dello studioso, dichiara di aver scelto queste lettere proprio perché vi apparivano diversi tipologie di errori. A volte semantici (parole trascritte male o saltate). Non sfuggono a questa condizione le toccanti missive di Cézanne al figlio, qui interamente riportate, ed emendate da alcuni errori di lettura, accompagnate da note esplicative (che appaiono in calce ad ognuna delle lettere). Sebbene Rewald sostenesse di aver copiato le lettere dai documenti originali, risulta invece chiaro il suo debito rispetto a pubblicazioni anteriori (Vollard, Geffroy, Mack), da cui ha ereditato anche una serie di imprecisioni, di errori (indiretti in questo caso). E di omissioni (a volte paragrafi interamente saltati, riguardanti personaggi ingiuriati da Cézanne, all’epoca della pubblicazione ancora in vita). Oltre a  questo, la scrittura di Cézanne, la sua punteggiatura piuttosto inusuale (l’uso costante del trattino, ad esempio), è stata da Rewald “normalizzata”, alterando – segnala Lebensztejn – la sua respirazione grafica, tanto che la totalità delle varianti avrebbe in questo caso appesantito assai l’apparato delle note.</p><p>Anche le cancellature e le aggiunte, salvo casi particolari, non sono state segnalate da Rewald. Eppure, di Cézanne rivelano il movimento del pensiero (nella lettera 31 – un incoraggiamento al pittore Louis Leydet – egli sostituisce «le ciel» con «les circonstances», ad esempio). Vengono poi gli errori di lettura, di cui riportiamo solo alcuni esempi: in una lettera a Pissarro del luglio 1876, Cézanne dichiara di voler passare almeno “un” mese a l’Estaque, per completare una grande tela di due metri. Lebensztejn vi legge “sei” mesi (dato che Cézanne non era il tipo da completare una grande tela in un mese; e solo da una trentina di giorni si trovava lì). In una lettera al figlio Paul scrive di vivere «un po’ come in un sogno (<em>rêve</em>)», e non «come in un vuoto (<em>vide</em>)», come vorrebbe la vulgata (Rewald, Mack). Cézanne – in molti si stupiranno (ma non Roger Fry e neppure Lebensztejn) – sognava. E poi errori di lettura che somigliano a censure: gli intellettuali del suo paese sono una «razza di rotti in culo (<em>enculés</em>), di cretini e di buffoni» e non una razza di <em>ignares</em>, cioè di «ignoranti, di cretini e di buffoni». Il carattere sanguigno di Cézanne è a tutti noto.</p><p>Appare dunque plausibile che l’edizione italiana delle <em>Lettere</em>, a cura di Elena Pontiggia, a sua volta basata sull’edizione Rewald del 1937, risulti inevitabilmente affetta da diversi errori indiretti. E pecchi a sua volta di qualche omissione. Un solo esempio: nell’ultima lettera al figlio Paul, Cézanne prega il figlio di ordinare due dozzine di pennelli “<em>émeloncilo</em>” (o “émeloncile”, secondo Vollard e Rewald), cioè dallo spagnolo <em>meloncillo</em>: un icneumone, animale conosciuto anche con il nome di mangusta. Va da sé che sapere quale tipo di pennelli sono utilizzati da un pittore non è cosa di poco conto. Eppure il termine nella traduzione dell’edizione italiana non appare (almeno in quella che abbiamo sotto gli occhi: Paul Cézanne, <em>Lettere</em>, Milano, SE, 1985-1997, p. 152).</p><p>Jean-Claude Lebensztejn considera la storia dell’arte come una <em>detective story</em>. Egli auspica che la scelta di pubblicare queste <em>Cinquante-trois lettres</em> spinga qualcuno a lavorare ad un’edizione critica della <em>Correspondance</em>. Mentre leggevo queste <em>Cinquante-trois lettres </em>ho immediatamente pensato a qualcosa di utopico. Ho pensato che l’esattezza è in fondo qualcosa di utopico. È ciò che sosteneva il personaggio di un libro: «La santità dell’esattezza. Il rispetto di se stesso. (&#8230;) L’utopia significa semplicemente l’esattezza! Il comunismo significa togliere gli errata dalla storia. Dall’uomo. Correggere bozze.». Forse queste cose si sono un po’ perse. Non per Lebensztejn, credo. In ogni caso, questo sosteneva “Il Gufo” o “Il Professore”, in un romanzo di George Steiner. Non so se “Il Gufo” sia davvero il ritratto alterato di Sebastiano Timpanaro. E non so neppure se sia stato il ruolo della mano, o la dettatura interiore, o la memorizzazione del testo, o gli errori di lettura ad aver portato John Rewald in errore. In ogni caso, il titolo di quel libro è <em>Il correttore</em>. Immagino che Jean-Claude Lebensztejn lo conosca.*</p><p>* <em>Pubblicato il giorno 04/05/2012 su </em>Il manifesto<em>, con il titolo &#8220;Esercizi di copiatura sulle lettere di Paul Cézanne&#8221;.</em></p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/22/esercizi-di-copiatura-53-lettere-di-paul-cezanne/">Esercizi di copiatura: 53 lettere di Paul Cézanne</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/03/17/the-atomic-cafe/' rel='bookmark' title='The Atomic Cafe'>The Atomic Cafe</a> <small>The Atomic Cafe (1982) è un film di compilazione costruito...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/30/togliere-gli-errata-dalla-storia-yervant-gianikian-angela-ricci-lucchi/' rel='bookmark' title='Togliere gli errata dalla storia (Yervant Gianikian, Angela Ricci Lucchi)'>Togliere gli errata dalla storia (Yervant Gianikian, Angela Ricci Lucchi)</a> <small>[Si pubblica la prima parte di un fondamentale contributo sulla...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/03/27/sua-gattita-john-gianvito/' rel='bookmark' title='Sua gattità John Gianvito'>Sua gattità John Gianvito</a> <small> di Rinaldo Censi Ciò che colpisce a prima vista,...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/02/28/amnesie-chimiche/' rel='bookmark' title='Amnesie chimiche'>Amnesie chimiche</a> <small> [A lettura ultimata consiglio vivamente di seguire il link ...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/05/12/peter-tscherkassky-istruzioni-per-una-macchina-ottico-sonora/' rel='bookmark' title='Peter Tscherkassky: Istruzioni per una macchina ottico-sonora'>Peter Tscherkassky: Istruzioni per una macchina ottico-sonora</a> <small>di Rinaldo Censi Vienna, 1969. 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Con un’operazione che classicamente si definirebbe “coraggiosa”, la band milanese ha smesso in tempi vertiginosi l’aura cantautorale, vagamente melanconica, che aveva giustificato il credito guadagnato nell’ambito della musica d’autore.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/22/la-paura-e-la-voglia-di-non-essere-soli/">La paura e la voglia di non essere soli</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/amor-fou.jpg" alt="" title="3701786_CD_6_4COL.indd" width="329" height="374" class="alignleft size-full wp-image-42500" /> di <strong>Gianluca Veltri</strong></p><p>Tra qualche tempo, con l’ultimo album degli Amor Fou “Cento giorni da oggi” ripasseremo in rassegna questi anni. Con un’operazione che classicamente si definirebbe “coraggiosa”, la band milanese ha smesso in tempi vertiginosi l’aura cantautorale, vagamente melanconica, che aveva giustificato il credito guadagnato nell’ambito della musica d’autore. L’electro esistenzialista di “La stagione del cannibale”, la scrittura pensosa di “I moralisti” — i due primi lavori — sono stati spazzati via da un vortice, dentro cui è finito il nuovo, terzo disco. Doveva essere un album-concept sui giovani, disse Alessandro Raina, il front-man e autore del gruppo. Una sbornia di gioventù. E gioventù è stata, però da una prospettiva che nel frattempo è cambiata, perché Raina e compagni è come avessero aperto le finestre sul frastuono del mondo, facendosene invadere. Dalle loro camerette, anziché guardarsi l’ombelico, hanno allungato la vista sugli altri continenti, su quel che accade a varie latitudini, riportandolo poi a casa. Sentirsi immersi in un tutto. Un viaggio in Africa proprio nell’anno delle rivoluzioni maghrebine ha dato a Raina nuove chiavi di lettura. E così il singolo che lancia l’intero album è una canzone dal titolo “Alì”; “La primavera araba” è un altro dei brani portanti, insieme a “Le guerre umanitarie”. È come se le canzoni volessero costantemente creare un ponte tra le nostre cose (quasi sempre asfittiche, piccole, rinchiuse in sé) e tutto quello che nel frattempo sconquassa il mondo. “I figli dei persiani di Berlino Ovest” sono visti in controluce ai “figli dei precari di Milano”: i primi, felici come giovani leoni, si dipingono il viso col sole; i secondi, golosi come giovani vampiri, si riparano il viso dal sole (dimenticando di esistere). In “Goodbye Lenin”, brano che prende in prestito il titolo di un film (non è l’unico), viene eletta a epitome di risveglio la rinascita della Germania orientale uscita dal giogo comunista. La decadenza del mondo occidentale viene letta nelle crepe del presente, dalle derive di Scientology alla dittatura televisiva. “Bombardiamo Tripoli/ puniamo chi bestemmia nei reality”, canta Raina paradossalmente — ma nemmeno tanto — in “Le guerre umanitarie”. Accostando due eventi di siderale distanza, che però arrivano appiattiti davanti ai nostri schermi: i bombardamenti su una città araba e la blasfemia nel reality show. Ma non c’è denuncia, non c’è protesta. Le canzoni sono come cartoline spedite dal mondo. “I volantini di Scientology” enumera come in un’indagine: “tre milioni di persone consumano un mese di vita fra le code dei nuovi I-phone […], tre milioni di ragazze dimagriscono non sempre per colpa di Photoshop/ hanno soltanto vent&#8217;anni e pochissime non sogneranno il titolo di Amici”. Piccolo trattato di sociologia.<br /> Intriso di presente, il nuovo lavoro degli Amor Fou ha in “contemporaneità”, oltre che in “gioventù”, le parole-chiave. Tempo reale. Vitalità, voglia di vita, straripante. Il titolo “Cento giorni da oggi” è il “carpe diem” degli Amor Fou. Descrive un perimetro sul domani immediato. La visibilità sul futuro non può superare, se non di poco, i tre mesi: cento giorni. Oltre questo sipario temporale non si possono stilare programmi. Niente nostalgia del futuro, bando alle malinconie. Il palinsesto è questo.<br /> I lemmi e i nomi che troverete in queste tracce oltre a i-phone, reality, Photoshop e “Amici”, sono: Erasmus, social network, Ikea, rave, flash mob, sesso sicuro, master, Saviano, mercato, Thyssenkrupp. Musicalmente i nuovi versi di Raina non potevano più accompagnarsi ai consueti vestiti cantautorali. Un disco poco italiano, “Cento giorni da oggi”, e una svolta musicalmente poco praticata, quella degli Amor Fou. Se si eccettuano possibili rimembranze del Battisti di “Anima latina” e dell’assai influente Battiato di “La voce del padrone”, i riferimenti sono tutti anglosassoni. Le influenze più remote, classicamente anni ’80, affondano negli ascolti di Cocteau Twins, Cure, Talking Heads, Flaming Lips. Ma è soprattutto nel brodo recente che vanno ricercati i maggiori link. Più di De Gregori, allora, ci troverete The Drums, e un pizzico dei Vampire Weekend anziché la rimembranza di un De André. Oggi gli Amor Fou guardano più agli Arcade Fire che ai Baustelle, ma in fondo, sebbene con ben altra profondità, anche ai Coldplay. Perché un’altra parola chiave degli ultimi Amor Fou è “POP”. Variamente declinato: dream-pop, pop-funky, synth-pop, afro-pop. Non è smarrita quella cifra citazionista che connota la nuova canzone d’autore (“vengo a prenderti stasera”, “ti voglio cullare”, “per fare un frutto ci vuole un fiore”). Ma più di questo, resta altro, dall’ascolto di “Cento giorni da oggi”. Resta il tentativo di far circolare l’aria quando una casa è stata troppo a lungo chiusa, e questa casa è l’Italia dell’ultimo ventennio. Respirare a pieni polmoni. Mettere in circolo l’energia. Urlare a più non posso, e non più da una cameretta angusta, “la paura e la voglia di non essere soli”.</p><p>(<em><a href="http://tv.wired.it/entertainment/2012/05/02/gli-amor-fou-e-il-tumblr-video-di-ali.html">qui</a> il video e un&#8217;intervista ad Alessandro Raina</em>)</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/22/la-paura-e-la-voglia-di-non-essere-soli/">La paura e la voglia di non essere soli</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/09/20/note-a-pie-di-pagina/' rel='bookmark' title='Note, a pie&#8217; di pagina'>Note, a pie&#8217; di pagina</a> <small> di Gianluca Veltri Mariano Deidda, che canta poemi d’altri...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/supereroi/' rel='bookmark' title='Supereroi'>Supereroi</a> <small> di Gianluca Veltri I. 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Adesso sono morti tutti e due.<br /> Melissa lo sanno tutti chi era e che è morta dilaniata da un’esplosione davanti alla sua scuola di Brindisi, mentre vi si stava recando, da Mesagne, come tutte le mattine.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/21/melissa-e-nicola/">Melissa e Nicola</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br /> Una ragazzina e un ragazzino. Adesso sono morti tutti e due.<br /> Melissa lo sanno tutti chi era e che è morta dilaniata da un’esplosione davanti alla sua scuola di Brindisi, mentre vi si stava recando, da Mesagne, come tutte le mattine. Atroce, semplicemente atroce.<br /> Chi sia Nicola lo sanno in meno persone:<span id="more-42526"></span> su <a href="http://napoli.repubblica.it/cronaca/2012/05/21/news/morti_napoli-35595084/?ref=HREC1-3">Repubblica</a> e il Corriere sta nella <em>homepage</em>, abbastanza in basso, mentre sulla <em>homepage</em> di Stampa, Unità e Manifesto non l’ho trovato. Nicola è stato lasciato cadere da una macchina che passava di corsa davanti a un pronto soccorso di Napoli alle 3 di notte, ed era già morto, sparato, alla gamba e al torace. Aveva 15 anni. Era nomade, forse ― ma non si sa bene, implicato in piccoli furti. Atroce, semplicemente atroce.</p><p>Ai funerali di Melissa lo sapete tutti chi c’è andato, sarebbe più facile elencare chi non c’è andato, l’elenco sarebbe meno lungo. Dei funerali di Nicola, se ne avrà, nulla sapremo, forse i suoi genitori saranno informati, ma noi certo no.<br /> Ma sono due ragazzini, l’una certo più fortunata, almeno finché era viva, dell’altro, con famiglia “regolare”, scuola, comunità, perfino religiosa era, così piamente ci garantiscono; l’altro non so cos’avesse di regolare, nessuno ha fatto indagini sulla sua vita passata, sulla sua difficile adolescenza, nessuno intervista i genitori, nessuno chiede al parroco, o al sindaco. Per chi viene gettato morto davanti a un pronto soccorso, come un boss importante, ma non è un boss importante, non c’è storia, non c’è notizia vera, appena una cronaca di dovere, che domani o dopo sarà già sparita.</p><p>Facile demagogia, direte, confronto impossibile, questo Nicola era già un delinquentello che sarebbe comunque finito male. Capisco, o meglio non capisco, questa argomentazione non riesce a toccarmi, io sento una immensa pietà per questo Nicola, più che per Melissa, che ha subìto una fine molto simile, ma ha già tanti compianti e tante prefiche. Se potessi andrei a piangere con i genitori di Nicola.</p><p>Che paese è, mi chiedo, quello nel quale viene lanciato un ragazzino ammazzato quindicenne davanti a un pronto soccorso, quante rivoluzioni dovremo fare perché questo non possa più accadere?<br /> Fatemelo dire con le parole che forse avrebbe usato Nicola, che in casa probabilmente parlava un’altra lingua:<br /> «io se ero Monti andavo al funerale di Nicola.»</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/21/melissa-e-nicola/">Melissa e Nicola</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/01/18/biagio-cepollaro-la-materia-delle-parole-opere-2008-2010/' rel='bookmark' title='Biagio Cepollaro, la materia delle parole (opere 2008-2010)'>Biagio Cepollaro, la materia delle parole (opere 2008-2010)</a> <small>Inaugurazione giovedì 20 Gennaio ore 18.30 Via Pastrengo 15, Milano...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/06/02/boris-pahor-qui-e-proibito-parlare/' rel='bookmark' title='Boris Pahor: qui è proibito parlare'>Boris Pahor: qui è proibito parlare</a> <small>di Antonio Sparzani Non so mai bene come cominciare una...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/03/18/il-ritorno-della-munnezza/' rel='bookmark' title='Il ritorno della munnezza'>Il ritorno della munnezza</a> <small> Questo video che documenta il primo carico di rifiuti...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/ma-di-quale-relativita-parliamo/' rel='bookmark' title='Ma di quale relatività parliamo?'>Ma di quale relatività parliamo?</a> <small>di Antonio Sparzani George Duroy, quando gli viene offerta dal...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2005/01/27/storie-di-classe-3/' rel='bookmark' title='Storie di classe'>Storie di classe</a> <small>di Antonio Sparzani Quinta non storia. 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Un tale di mezza età minaccia, prima ancora che il treno parta, di chiamare l’uomo nero.</p><p>Giulia osserva e non dice nulla. Non sorride. Sfiora con la destra la tempia e la tiene premuta qualche istante, come se avesse l’emicrania. Ma sta bene. Nonostante tutto, oggi può dirsi in buona salute. Non le pesano l’insonnia accumulata negli ultimi giorni, la cattiva digestione, l’aver fatto da una settimana in qua solo pessimi pasti: roba confezionata, riscaldata magari, trangugiata controvoglia.<span id="more-42420"></span></p><p>«Chiamo l’uomo nero&#8230;», continua intanto il tale a pochi sedili di distanza. Come se l’uomo nero fosse ancora patrimonio dell’immaginario comune, a uso e consumo di adulti capaci di suscitare un sano, opportuno senso di timore infantile. No. Il tale è chiaramente in difficoltà, lontano anni luce dagli spauracchi che potrebbero, forse, abitare il cielo notturno di questi ragazzini. Che, infatti, lo fissano con curiosità, abbozzando una risata larga e sdentata.</p><p>&nbsp;</p><p>Giulia chiude gli occhi fingendo di dormire. Nei posti dietro al suo si parla di impianti di condizionamento che non funzionano mai, che gelano i passeggeri in inverno e li lasciano asfissiare in estate. Con quel che costano i biglietti. E ancora: le promesse dei politici, i guai della gente, lo sfascio pubblico. Che aleggia grande e beffardo, come una nube radioattiva, e anzi travolge tutto e tutti: eccezion fatta, ovviamente, per i politici ladroni.</p><p>Giulia prova a dormire. Sente la stanchezza, il bisogno di abbandonarsi: rilassare prima la testa, perché si liberi delle troppe parole. Poi il corpo, dal primo muscolo all’ultimo.</p><p>Serra le palpebre per questo, e anzi le strizza: avverte la vibrazione delle ciglia, la tensione del cervello che non cede, ostinato. Con lui, il cuore: i suoi tonfi monotoni, in accelerazione.</p><p>&nbsp;</p><p align="center">–</p><p>&nbsp;</p><p>Ma le parole non lasciano mai la testa.</p><p>Resistono al sonno, alla follia, alle labirintiche fughe in veglia. Resistono al dolore, alla paura, anche – inutile, dunque, sforzare la carne fino a torcerla, paralizzarne la reattività. Non è quello il modo per avere un po’ di riposo. Ascoltare musica, magari – cerca con la mano destra l’iPod, Giulia, sempre tenendo gli occhi chiusi. Sfiora il giaccone, il velluto dei pantaloni, la tela della borsa che ha appoggiato sulle ginocchia. La affonda e trova il cellulare, una bottiglia d’acqua, un cartoccio di pizzette fredde comprate in pasticceria. Non ha fame. Continua. L’iPod è scivolato probabilmente sul fondo, non riuscirà mai a trovarlo finché gioca così, a mosca cieca.</p><p>&nbsp;</p><p>I due posti in faccia al suo sono stati occupati. Due donne giovani, probabilmente non molto più grandi di lei. Parlano di un convegno. Delle persone che hanno incontrato lì, di una certa Silvietta che non rivedevano da anni. È importante che si facciano i convegni: perché sono belle occasioni, un po’ come le feste, per ritrovarsi tutti quanti. Come quando si era studenti. È importante, è importante sul serio.</p><p>&nbsp;</p><p>Per un attimo le balena in testa l’idea di ritentare la carta della carriera accademica. Nemmeno un anno che è stata assunta a scuola e già ne ha a sufficienza. Ripensa poi alla boria del <em>curriculum vitae</em>: studi, perfezionamento, pubblicazioni. La fatica di essere sempre a posto, sempre pronta su tutto. E la facilità con cui, poco alla volta, ha rimesso piede – da insegnante – in un liceo.</p><p><em>Mi scusi, sa l’ora esatta della partenza?</em>, chiedono, intanto. Forse proprio a lei. Come se non fosse chiaro che Giulia sta provando a dormire, che è fuori dal mondo in questo momento, e non vuole essere disturbata. <em>Mi scusi, ma la valigia è la sua?</em>, chiedono daccapo, un istante dopo.</p><p>L’iPod, nel frattempo, si è lasciato afferrare. È sgusciato via, poi, ma di qualche centimetro appena. Giulia l’ha stretto nel palmo con rabbia.</p><p align="center">–</p><p>&nbsp;</p><p>Le due donne sedute di fronte hanno parlato ancora di Silvietta e del convegno. Hanno telefonato a una Tania per dirle dell’avvenimento. Dopo, hanno sentito un Gerardo e un Filippo. Quindi hanno aperto una confezione di wafers, o forse di cracker, e hanno iniziato a masticare. Hanno continuato anche a parlare: di Silvietta, di Gerardo quand’era fidanzato con Silvietta, e di Tania, quand’era innamorata di Filippo.</p><p>Qualche posto indietro, l’uomo nero è stato invocato ancora più e più volte prima che le mamme si decidessero a richiamare i loro bambini, costringendoli a stare per un po’ seduti senza disturbare. Anche in quel caso è stata aperta una confezione di cibarie, perché l’obbligo riuscisse meno odioso. Un ruminare infantile ha così sostituito i giochi.</p><p>Il capotreno ha percorso due o tre volte il corridoio, annunciando – a chi lo chiedeva – che il treno sarebbe partito in perfetto orario, ovvero, entro i prossimi cinque minuti. Molte le voci di commento: e nuove formule di deprecazione contro i politici corrotti, quei falsoni.</p><p>MGUS. La parola che non lascia più la testa di Giulia è, in realtà, un acronimo – il capotreno passa di nuovo, rapido. Di nuovo qualcuno domanda se la partenza sarà in orario.</p><p>&nbsp;</p><p>Le prime note sono quelle di un brano dei Radiohead. Tra i suoi preferiti: ma non oggi. Non adesso: piuttosto, Giulia cerca qualcosa di leggero, fosse anche della musica per minorenni. Scorre l’elenco, in su e in giù, senza fare caso ai nomi che legge. Si ferma su John Coltrane: poi torna a <em>Karma police</em>. Il treno, intanto, si è fiaccamente messo in moto.</p><p align="center">–</p><p>&nbsp;</p><p>La scienza non sa spiegare perché, a un certo punto, in un organismo sano, il midollo osseo presenti un accumulo di plasmacellule identiche, prodotte da un’unica plasmacellula madre che è andata incontro a un processo di proliferazione. Costituendo un clone, quelle plasmacellule tutte uguali si dicono monoclonali. Producono inoltre lo stesso tipo di gammaglobulina – con identica struttura chimica, mentre, nella normalità, le gammaglobuline sono una diversa dall’altra.</p><p>Sembrerebbe una banalità: un particolare utile, sì e no, alle dissertazioni accademiche – anche perché, tanto più quando la percentuale di plasmacellule monoclonali è modesta, nessun sintomo accompagna il processo proliferativo. Le immunoglobuline monoclonali si depositano infatti nel siero, dando vita a una componente monoclonale, o picco, visibile solo nella regione gamma del tracciato dell’elettroforesi sierica.</p><p>&nbsp;</p><p>C’è di buono che non sempre il riscontro di una componente monoclonale, detta anche gammopatia monoclonale, è sinonimo di una malattia tumorale. Esistono, infatti, delle forme di significato indeterminato – appunto: Monoclonal Gammopathies of Unknown Significance – che possono rimanere invariate negli anni. Diversamente, le gammopatie accompagnano eventuali patologie non ematologiche (anche rare, per la verità: come l’artride reumatoide o la TBC); si associano a linfomi o a leucemie linfatiche croniche; infine, manifestano la presenza di malattie proliferative gravi: amiloidosi, macroglobulinemia di Waldestrom, mieloma multiplo.</p><p>In genere, presentano MGUS pazienti in età piuttosto avanzata – età media 67 anni –, prevalentemente uomini (M: 60%, F: 40%). Non essendo comprovata la responsabilità di fattori ambientali vari (esposizione a pesticidi o altri agenti chimici, radiazioni, agenti infettivi), si ritiene peraltro che una perdita di efficienza del sistema immunitario – provocata dall’invecchiamento – sia all’origine del processo proliferativo.</p><p>Al momento della diagnosi, in ogni caso, nulla distingue una forma stabile da una destinata a evolversi. Le statistiche indicano che, anche in caso di MGUS, esiste un rischio di trasformazione – specie in mieloma – stimato nell’1% per anno: la probabilità di evoluzione neoplastica è di conseguenza  indicata nel 10% a 10 anni, 21% a venti anni, 26% a venticinque anni. Per questo, a chi sia stata riscontrata una MGUS, la medicina raccomanda controlli del sangue e delle urine periodici (ogni quattro-sei mesi), oltre a un’accurata indagine diagnostica iniziale (compresiva di ago aspirato midollare, radiografia dell’intero scheletro, ecografia addominale e dei linfonodi).</p><p>Per il resto, non esistendo alcuna terapia, non c’è che da aspettare e sperare.</p><p>&nbsp;</p><p align="center">–</p><p>Anche bere due litri di acqua al giorno, sostiene qualche ematologo, <em>fa bene</em> – cioè: fa bene comunque, a chiunque; tanto più se quel chiunque si porta nel sangue qualche grammo di immunoglobuline impazzite. In ogni caso, se pure non gli fa bene – nel senso che non contribuisce né tanto né poco a rimettere in sesto le cose, o, al limite, a mantenerle invariate  –  non può certo fargli male. E insomma, nel complesso, non può che contribuire al benessere generale della persona.</p><p>&nbsp;</p><p>Giulia beve un sorso o due di acqua. Richiude con lentezza la bottiglia, la infila nella borsa. Attraverso <em>Karma police</em> le arrivano parole a pezzi, sillabe appena – il treno ha preso finalmente ritmo, scivola con sveltezza nella campagna. Fermerà a Terni. Poi, passato l’Appennino, in una mezza dozzina di altri posti, fino ad Ancona: ma difficilmente arriverà in orario.</p><p>&nbsp;</p><p>Immagina come debba essere la Silvietta di cui parlano tanto le due donne sedute in faccia a lei. E poco importa se è bella o brutta, magra o grassa, piccola o grande come un frutto ipervitaminizzato. Giulia la vede, sa chi è, sa che cosa ha fatto in tutti questi anni. Indovina i suoi gusti, le insofferenze, le abitudini, i vizi. Stringe in mano il suo passato e lo regola – scorre su e giù, confronta, scarta. Preferisce di lei&#8230; cosa preferisce di lei? E la voce: che voce ha? Bassa e calda, oppure stridula, penetrante?</p><p>Da tempo le circola in testa una figura: una forma femminile. Disarticolata, sfocata. Non direbbe di lei: è giovane, è bionda, è intelligente. Ma non potrebbe dire nemmeno il contrario. Ha creduto, qualche volta, che potesse trattarsi della plasmacellula madre: la famosa plasmacellula che, chissà come, quando, perché, ha iniziato a riprodursi nel suo midollo osseo in tante plasmacellule uguali. Una plasmacellula, però, è una plasmacellula: per quanto disarticolata, deve essere più simile a una macchia che a un essere umano. Giulia ha mai sfogliato un opuscolo di medicina? E allora, magari, ricorderà che la forma è diversa, è diversa&#8230;</p><p>&nbsp;</p><p align="center">–</p><p>&nbsp;</p><p><em>E dove lavora, adesso, Silvietta? Dove ha detto che si trasferisce? A Boston, addirittura&#8230;</em></p><p>Ancora si parla di questo, nei sedili di fronte a quello di Giulia. E ancora versacci di bambini, rimbrotti e sbuffi – il capotreno si scusa con Giulia per averla svegliata, dormiva così bene: ma deve controllare il suo biglietto. <em>Un attimo</em>, risponde lei, e cerca, affonda daccapo la mano nella borsa: ritrova le pizzette, la bottiglia piena per tre quarti, la custodia dell’iPod. Il biglietto, tra diverse altre carte, sta schiacciato nel punto più basso: sicché, nel tirarlo fuori, trascina anche il referto («Si evidenzia C.M. IgG catene leggere Kappa») che, non fosse stato per il tono improvvisamente compunto del medico che per primo l’ha letto, a Giulia evocherebbe lo zero: non scorci di corsie d’ospedale, non camici, non spettri di alcun tipo.</p><p><em>Questo è suo</em>, si affretta a dire il capotreno restituendo a Giulia il foglio dell’ospedale. <em>Sì, lo so, è mio, è solo mio</em>, replica lei. Ma tra sé e sé.</p><p>&nbsp;</p><p>Una delle due donne sedute di fronte le sorride amichevolemente. Giulia ricambia, per educazione. Poi torna ad abbassare le palpebre, a cercare, nel sonno, di dare un volto e un tempo alla sua sindrome.</p><p>&nbsp;</p><p>Percepisce il paesaggio e i lampi di luce, la corsa del treno, i contorni delle cose disfatti e fusi, fastidiosi, brillanti. Quando sarà ad Ancona andrà anche lei a un convegno: questo aveva deciso, questo farà. Nonostante tutto: perché ha avuto un giorno di permesso a scuola, perché le andava. Perché Leopardi è l’autore su cui si è laureata, e le dispiace pensare che la scuola sia solo insegnare quel che si sa già, senza aggiungere niente di nuovo.</p><p><em>Faccia buon viaggio, e si goda la vacanza</em> – l’ha salutata la dottoressa di base qualche giorno prima della partenza per Ancona. Aggiungendo, con l’intenzione di essere soltanto spiritosa: <em>Non si abbatta. In fondo, di qualche cosa bisogna pur morire</em>.</p><p align="center">–</p><p>&nbsp;</p><p>Cosa c’entra una MGUS con una donna di nemmeno quarant’anni? Mah.</p><p>Qualcuno dice che è la troppa sofisticatezza degli esami che ci sono oggi. Altri fanno spallucce. <em>Vedrà, magari camperà quindici, anche vent’anni senza problemi</em>. Altri tacciono. Altri ancora sorridono. E poi, in fondo, non sarebbero gammopatie di significato indeterminato, se la scienza ne sapesse qualcosa.</p><p>&nbsp;</p><p>Tra una Silvietta sconosciuta e reale, e un Leopardi amato e fuori fuoco, Giulia abbassa il tiro: e, per passare il tempo, lascia che certe fantasie si trascinino da un bordo all’altro della memoria, come scatole in un portabagagli semivuoto, durante un percorso accidentato. No, non ricorda più i versi come li ricordava un tempo – <em>beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi e tu, tu</em>&#8230; <em>tu, pensosa e lieta</em>&#8230; <em>lieta e pensosa, il limitare</em>&#8230; <em>di gioventù</em>&#8230; Sicché il parallelo, spontaneo, le consegna comunque una vittoria: perché la Silvia recanatenese morì nemmeno ventenne, mentre lei, di anni, ne conta circa il doppio.</p><p><em>Di qualche cosa, in fondo, bisogna pur morire</em>: sagge, saggissime parole – squilla in quel momento il cellulare. O meglio: vibra. Portando scompiglio ulteriore nella testa e tra le mani: tra le dita che cercano, e trovano carta, untuosità, plastica gelida.</p><p>&nbsp;</p><p><em>Allora ho parlato con l’ematologo di cui ti dicevo&#8230; dice che proprio non devi preoccuparti&#8230; hanno un sacco di pazienti nelle tue condizioni&#8230; tranquilla. Mercoledì, però, devi essere lì in reparto alle nove precise&#8230; Si è raccomandato&#8230; la raccolta delle urine&#8230; Tu quando ritorni da Ancona? </em></p><p>&nbsp;</p><p>Quindi la chiamata si interrompe. Giulia guarda fisse le due donne sedute in faccia a lei.</p><p>&nbsp;</p><p><em>Let down</em>. L’album è <em>OK Computer</em>, uno dei suoi preferiti.</p><p>Infila di nuovo l’auricolare, alza un po’ il volume. Ha caldo, ma non le importa.</p><p>Dà uno sguardo in alto – riconosce sulla cappelliera la busta della farmacia, la scatola del contenitore sterile avvolta nel cellophane. No, certe parole non lasciano mai la mente.</p><p>Alza ancora il volume. Chiude gli occhi come per dormire.</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/20/mgus/">MGUS</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/05/04/lunico-scrittore-buono-e-quello-morto/' rel='bookmark' title='L’unico scrittore buono è quello morto'>L’unico scrittore buono è quello morto</a> <small>di Gianni Biondillo Marco Rossari, L’unico scrittore buono è quello...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/18/lubicazione-del-bene/' rel='bookmark' title='L&#8217;ubicazione del bene'>L&#8217;ubicazione del bene</a> <small> di Gianni Biondillo Giorgio Falco, L&#8217;ubicazione del bene, 141...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/08/31/ce-molto-di-vivo-ma-non-ha-vita-facile/' rel='bookmark' title='C&#8217;è molto di vivo ma non ha vita facile'>C&#8217;è molto di vivo ma non ha vita facile</a> <small>di Daniele Giglioli Eccovi, a grande e giustissima richiesta, il...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/' rel='bookmark' title='Il punto vulnerabile'>Il punto vulnerabile</a> <small> di Nikos Kachtitsis Non voglio l’eternità, ho solo chiesto...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/07/03/mariti-di-donne-dagli-occhi-grandi/' rel='bookmark' title='Mariti di donne dagli occhi grandi'>Mariti di donne dagli occhi grandi</a> <small> di Franz Krauspenhaar Angeles Mastretta è una brava scrittrice...</small></li></ol></p><div class="feedflare">
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An excited Church with an Exciting Mission&#8221;: guardando questa avvertenza sul retro di un pulmino di parrocchiani, posteggiato accanto alla ‘cappella’ di Hyde Hall sul campus della University of North Carolina a Chapel Hill, mi sono chiesta se potesse valere anche per la congregazione che per tre giorni, inizio maggio, lì si è ritrovata per discutere i pro e contro della “Anomia della terra” (titolo del convegno).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/an-exciting-mission/">An Exciting Mission</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Monica Jansen</strong></p><p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/an-exciting-mission/affiche-postautonomia/" rel="attachment wp-att-42506"><img class="alignnone  wp-image-42506" src="http://static1.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/affiche-postautonomia-300x119.png" alt="" width="267" height="104" /></a></p><p>&#8220;Caution Church Van. An excited Church with an Exciting Mission&#8221;: guardando questa avvertenza sul retro di un pulmino di parrocchiani, posteggiato accanto alla ‘cappella’ di Hyde Hall sul campus della University of North Carolina a Chapel Hill, mi sono chiesta se potesse valere anche per la congregazione che per tre giorni, inizio maggio, lì si è ritrovata per discutere i pro e contro della “Anomia della terra” (titolo del convegno). Il progetto veniva da una rete internazionale di ricerca creatasi l’anno scorso tra le università di Amsterdam e Utrecht, Parigi (Nanterre), Michigan e Chapel Hill con il titolo generale “Precarity and Postautonomia: the Global Heritage”. Una delle conclusioni più sorprendenti del convegno-“assemblea”, almeno per me, è stata che l’autonomia concepita nell’Italia travagliata degli anni Settanta, non solo ha conquistato l’intellighenzia accademica statunitense in questi primi anni 2000, ma starebbe perfino cambiando la società americana nei suoi fondamenti. Gustavo Esteva, professore/attivista trasferitosi negli USA dal Messico nel 1954, nel dibattito conclusivo ha complimentato gli americani per il loro risveglio politico, con un (ironico?) “welcome to the boiling!” Ma cosa vuol dire applicare la (post)autonomia alla realtà sociale e economica delle due Americhe: dico due perché l’America del sud è ampiamente rappresentata nelle università dell&#8217;America del nord e lo spagnolo è ormai seconda lingua se è lecito trarre conclusioni dalle doppie scritte inglese/spagnolo nei servizi pubblici. E cosa si intende per “autonomia” se si estrae il concetto dalle sue origini operaistiche degli anni Settanta in Italia, segnati non solo da rivolte di studenti e operai ma anche dal terrorismo, di destra, di sinistra, e di Stato? Come ha osservato giustamente Andrea Righi, autore di <em>Biopolitics and Social Change in Italy</em> (2011), i pensatori che negli Stati Uniti vanno per la maggiore, da Negri e Virno a Bifo, son tornati alle giovani generazioni italiane dopo la loro riabilitazione nei campus americani. Un altro partecipante faceva notare invece che il nesso tra i <em>Black Panthers</em> e Autonomia non era stato indagato a sufficienza mentre era essenziale per comprendere il valore sociale del pensiero radicale negli Stati Uniti. E che risposta dare all’indignazione di una relatrice, rappresentante dei diritti degli indigeni americani, i <em>first nation</em>, non inclusi da nessun relatore nella ‘moltitudine’ dei richiedenti diritti, da Autonomia a <em>Occupy</em> ad <em>Anonymous</em>? Intanto, seduta accanto a me, una signora legge un giornale locale recante in prima pagina la foto di un poliziotto con sotto la dicitura “Life without Activism would be dull”, la vita senza attivismo sarebbe noiosa. In quale quadro concettuale si deve allora concepire l’attivismo, che per molti dei presenti al convegno andrebbe diretto contro lo Stato? Per tornare alla domanda sugli indigeni: forse, come ha suggerito un relatore, la strategia <em>Occupy </em>di diventare invisibili, di fondere la propria soggettività con quella dei passanti che popolano la strada, è più difficile da realizzare quando si appartiene a una minoranza “visibile”? Osservazione contraddetta da altri secondo i quali nel movimento <em>Occupy</em> negli Stati Uniti sono state proprie diverse minoranze specifiche, come i caraibici newyorkesi, a prendere l’iniziativa per azioni locali tipo<em> ‘urban gardening’ </em>che hanno funzionato come nuclei di aggregazione. Ma allora come la mettiamo con un episodio <em>Occupy</em> in Messico, dove il comitato organizzatore ha violentemente rifiutato i rituali iniziatici di un gruppo indigeno, provocando la scissone del gruppo d’azione? Contraddizioni su contraddizioni, paradossi che generano altri paradossi: in questo convegno, l’ambivalenza sembrava il punto di partenza per intravvedere le possibilità di legare l’astrazione teorica a modalità nuove di intervento politico. Karen Pinkus, per esempio, professore di letteratura italiana, ha preferito lasciare da parte l’intervento sulla fiction preannunciato, per richiamare l’attenzione sul gigantesco problema del cambiamento climatico e sull’azione concreta degli attivisti nella zona della sua università, Cornell, contro le tecniche di sfruttamento chiamate ‘fracking’; questi attivisti fanno leva, paradossalmente, su uno dei provvedimenti americani più conservatori, ovvero il prevalere della sicurezza dei cittadini in situazione di pericolo. Però, un altro partecipante aveva apposto sul suo “mac” un adesivo con lo slogan: “the green scare”, affermando che occorre resistere contro ogni strumentalizzazione della paura del cambiamento climatico, che distoglie la nostra attenzione da altre emergenze più problematiche. Nonostante le controversie interne, tutti i presenti sembravano d’accordo con la “missione” di cui gli intellettuali dovrebbero farsi carico per –almeno – limitare i danni. Molti di loro sono attivi sia nell’università sia in movimenti, che talvolta sono anche accademici: Elise Danielle Thorburn, dottoranda e rappresentante di <em>EduFactory</em>, ha lanciato un appello a favore degli studenti in Quebec, le cui manifestazioni contro l’aumento delle tasse sono state represse con violenza dalla polizia, con tanto di feriti e arrestati, e quindi notevoli costi legali per il movimento. George Caffentzis, professore di filosofia dell’università di Southern Maine invece ha chiesto solidarietà con la lotta studentesca contro il debito del prestito di studio, che negli Stati Uniti pare sia ancora più grave di quello della carta di credito. Si sentiva insomma che alcuni partecipanti provenienti da varie aree di attivismo, si aspettavano che i relatori non offrissero solo analisi teoriche ma concepissero anche strategie pratiche. E si è creata anche una divisione tra gli antagonisti del capitalismo e chi sosteneva che il capitalismo ormai capillare sia piuttosto un nemico interno; tra chi sosteneva una visione anti-umanistica della lotta, proponendo una dimensione impersonale allargata alle entità di animali e molecole, e chi riteneva essenziale riportare i problemi a realtà concrete e soluzioni pragmatiche; tra chi si sentiva attratto all’‘anomia della terra’, che oltrepassa il concetto territoriale di Stato, e chi invece rigetta una critica irresponsabile e elitaria dello Stato. Un esempio: l’autonomia sanitaria può funzionare senza l’assistenza da parte dello Stato?</p><p>Per me, partecipare a questo convegno, è stata un’esperienza davvero molto eccitante, ma che perde la sua pertinenza se non ci si sforza di comprenderne le ambivalenze, le contraddizioni e i paradossi. Non per fermarsi all’impotenza della complessità, ma proprio per poter aprire altri orizzonti di pensiero. E perciò la sfida posta dall’anomia della terra, lanciata dall’organizzatore Federico Luisetti sulla scia del filosofo tedesco Carl Schmitt, ha funzionato bene come propulsore provocatorio che ha liberato diversi tipi di vitalismo, complementari e conflittuali.</p><p>Per ulteriori informazioni: postautonomia.org</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/an-exciting-mission/">An Exciting Mission</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/05/08/madri-figlie-follia/' rel='bookmark' title='Madri figlie follia'>Madri figlie follia</a> <small>di Silvia Contarini Sto finendo di leggere l’ultimo romanzo di...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/la-vera-alternativa-e-lautoproduzione/' rel='bookmark' title='Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?'>Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?</a> <small> [La prima parte di questo post è uscita su...</small></li></ol></p><div class="feedflare">
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</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/NazioneIndiana/~4/ElawbAo7t1o" height="1" width="1"/>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/an-exciting-mission/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> <feedburner:origLink>http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/an-exciting-mission/</feedburner:origLink></item> <item><title>Da “Le Qualità”</title><link>http://feedproxy.google.com/~r/NazioneIndiana/~3/G2eMdyo4ODk/</link> <comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/da-le-qualita-2/#comments</comments> <pubDate>Thu, 17 May 2012 09:00:19 +0000</pubDate> <dc:creator>andrea inglese</dc:creator> <category><![CDATA[carte]]></category> <category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category> <category><![CDATA[Le qualità]]></category> <category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=42495</guid> <description><![CDATA[<p>di <strong>Biagio Cepollaro</strong></p><p>1.</p><p>il corpo si rende conto che senza secernere un po’<br /> di gentilezza non offre spazio né accoglimento<br /> in cui l’umano possa trar conforto dallo specifico<br /> delle sue peregrinazioni: è come se uno dovesse<br /> simulare l’arco aperto del porto che ferma<br /> il mare ma che non trattiene tempesta o male<br /> ma lui non può: è ancora colmo d’odio che è<br /> olio che dal vaso trabocca ad ogni occasione<br /> e così vorrebbe lui una specie di miele o di oblio<br /> così &#8211; come si dice &#8211; morde la serpe coda ch’è sua</p><p style="text-align: right;">.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/da-le-qualita-2/">Da &#8220;Le Qualità&#8221;</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Biagio Cepollaro</strong></p><p>1.</p><p>il corpo si rende conto che senza secernere un po’<br /> di gentilezza non offre spazio né accoglimento<br /> in cui l’umano possa trar conforto dallo specifico<br /> delle sue peregrinazioni: è come se uno dovesse<br /> simulare l’arco aperto del porto che ferma<br /> il mare ma che non trattiene tempesta o male<br /> ma lui non può: è ancora colmo d’odio che è<br /> olio che dal vaso trabocca ad ogni occasione<br /> e così vorrebbe lui una specie di miele o di oblio<br /> così &#8211; come si dice &#8211; morde la serpe coda ch’è sua<span id="more-42495"></span></p><p style="text-align: right;"><span style="color: #ffffff;">.</span></p><p>2.</p><p>il corpo in background smaltisce anche l’odio<br /> insieme alle altre passioni passa e ripassa ruota<br /> intorno alla stessa nota fino a che logora a mezza<br /> bocca si spegne: non si odia più come palpito<br /> presente ma la traccia resta che è una caricata<br /> molla pronta a scattare alla prossima occasione<br /> c’è spazio perché quella sacca si riempia ancora<br /> la chiamano ferita non rimarginata o anche trauma<br /> in realtà è una modifica permanente del corpo<br /> trasformazione profonda operata dal suo odio<br /> è sua nuova attitudine e potenza è la sua faccia</p><p style="text-align: right;"><span style="color: #ffffff;">.</span></p><p>3.</p><p>i corpi si danno forma attraverso le mani: disegnano<br /> su e giù dei percorsi che modellano con brividi e<br /> leggeri sussulti le nuove curve i nuovi avvallamenti<br /> e così si ricompongono i seni come gli occhi e le anche<br /> ritrovano un’onda di movimento fin qui solo sognata<br /> le gambe poi chiamate a sostenere e a provocare veloci<br /> energiche spinte più che a deambulare sembrano fatte<br /> per rendere possibili nuove aperture di cielo per i sessi</p><p style="text-align: right;"><span style="color: #ffffff;">.</span></p><p>4.</p><p>il corpo dopo aver perso pensieri e liquidi si reintegra<br /> lasciando che l’acqua inondi i tessuti e venga lentamente<br /> assorbita e ricombinata in complessiva attesa di prodigio<br /> a questo i muscoli sono chiamati ora che immobili<br /> si distendono lungo la banchina del divano quasi già pronti<br /> a scattare: è questo il profumo che domani vorrà sentire</p><p style="text-align: right;"><span style="color: #ffffff;">.</span></p><p>5.</p><p>il corpo raccoglie nello stesso spazio e nello stesso tempo<br /> ciò che una volta si sarebbe chiamato spirito e ciò che avrebbe<br /> avuto la sorte ottusa del nome di materia: insieme abbraccia<br /> i due attributi dell’infinita sostanza e un po’ si orienta<br /> nel gran mistero dove essere ancora vivi e vigili è di per sé<br /> fatto poetico in questo mondo che fin dal sangue traligna</p><p style="text-align: right;"><span style="color: #ffffff;">.</span></p><p>6.</p><p>il corpo interamente ideologico si fa strada nel senso<br /> della sua identità come indossando l’ovvietà<br /> di un abito un detto un modo antico di fare<br /> lo stile che ne consegue aggredendo il verso<br /> è l’effetto che la violenza del mondo e la sua<br /> propria hanno sulla parola che da tale forza è vinta<br /> lo stile è decisione e giudizio lo stile è pensiero</p><p style="text-align: right;"><span style="color: #ffffff;">.</span></p><p>7.</p><p>il corpo si fa teatro e fondale ma anche onda che cresce<br /> e che batte e ribatte sull’argine del tempo che si dà tra<br /> sonno e veglia rosicchiando alla notte tutto il suo margine<br /> invadendo le sue terre fino a strappare dall’acre fondo<br /> anche le ultime erbe: è umido al confine tra luce e buio<br /> e di quest’acqua rappresa e pronta a defluire ora se ne gloria</p><p>*</p><p>Da <em>Le Qualità (2008-2011)</em>, La Camera verde, Roma, 2012</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/da-le-qualita-2/">Da &#8220;Le Qualità&#8221;</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/04/12/biagio-cepollaro-alla-camera-verde/' rel='bookmark' title='Biagio Cepollaro alla Camera Verde'>Biagio Cepollaro alla Camera Verde</a> <small>a Roma, sabato 14 aprile 2012, alle ore 19:30 in Camera verde (via G.Miani 20) ....</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/04/12/minuterie-dune-horloge-biagio-cepollaro/' rel='bookmark' title='Minuterie d&#8217;une horloge: Biagio Cepollaro'>Minuterie d&#8217;une horloge: Biagio Cepollaro</a> <small> Biagio Cepollaro, Un Minuto di Poesia in video. 2011...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/02/20/senza-titolo-biagio-cepollaro/' rel='bookmark' title='senza titolo : Biagio Cepollaro'>senza titolo : Biagio Cepollaro</a> <small>ho voluto il caldo. evitando il rincasare alla luce gialla...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/06/03/da-le-qualita/' rel='bookmark' title='da &#8220;Le qualità&#8221;'>da &#8220;Le qualità&#8221;</a> <small> di Biagio Cepollaro (work in progress, 2007- ) 8....</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/05/11/in-difesa-dellusignolo-e-di-una-conchiglia/' rel='bookmark' title='In difesa dell&#8217;usignolo. E di una conchiglia.'>In difesa dell&#8217;usignolo. E di una conchiglia.</a> <small>Riflessioni su poesia ed esperienza, a partire da una recente antologia...</small></li></ol></p><div class="feedflare">
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Ho scritto una cosa, &#8220;all&#8217;impronta&#8221;, che solo ora riesco a pubblicare</em>)</p><p>“Sei stato a <a href="http://www.macao.mi.it/">Macao</a>?” mi chiede via skype Marco Rovelli e io non capisco la domanda.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/piazza-macao/">Piazza Macao</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static3.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/macao.jpg" alt="" title="macao" width="503" height="287" class="alignnone size-full wp-image-42497" /><br /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p><p>(<em>ero in </em>Piazza Macao <em>il giorno dello sgombero. Ho scritto una cosa, &#8220;all&#8217;impronta&#8221;, che solo ora riesco a pubblicare</em>)</p><p>“Sei stato a <a href="http://www.macao.mi.it/">Macao</a>?” mi chiede via skype Marco Rovelli e io non capisco la domanda. Vengo a conoscenza così dell’occupazione della torre Galfa, gioiello dell’International Style meneghino tanto amato da Gio Ponti. Ma quelli erano gli anni Cinquanta e bastava Melochiorre Bega per farsi ammirare dal mondo, senza bisogno di chiamare <em>archistar </em>irachene o giapponesi per rifare il trucco alla città. Ho passato, per lavoro, buona parte della scorsa settimana fuori Milano. “Ci vado appena posso”, ho risposto, convinto che l’occupazione sarebbe durata più a lungo. Non per romantico spirito ribellista, ma per ingenua convinzione che l’inerzia avrebbe sopraffatto tutto, come al solito. In fondo il grattacielo è rimasto vuoto per quindici anni, a pochi passi da un ganglio urbano in piena trasformazione. Un vuoto sordo, incomprensibile. Che artisti, musicisti, designer, scrittori, avessero deciso di trasformarlo in un luogo vero, pieno di contenuti condivisi con la cittadinanza mi sembrava una cosa importante, oggi, in un tempo del quale persino il Ministro della Cultura sembra un <em>desaparecido </em>(qualcuno di voi sa cosa sta facendo? Ha notizie dal Ministero? Com’è che inizio a provare una nostalgia indicibile per Bondi?).</p><p>Come al solito la sinistra meneghina non ha capito niente. Il capogruppo PD al Comune, Carmela Rozza, innervosita, ha trattato gli occupanti come dei perdigiorno <em>radical chic</em>. I “cosiddetti creativi”, così li ha apostrofati, vadano a Quarto Oggiaro, ché lì c’è bisogno di cultura. Eppure Rozza, per la sua storia personale,  dovrebbe sapere che in quel quartiere già molta gente lavora sul territorio, organizza eventi, invita scrittori. C’è Vill@perta, <a href="http://www.facebook.com/quarto.posto">Quarto Posto</a>, <a href="http://www.spaziobaluardo.it/">Il Baluardo</a>… Associazioni che fanno tutto – e tanto &#8211; nell’indifferenza dei media e, sospetto, della politica. Occupare la Torre Galfa &#8211; il “torracchione” che, nella <em>Vita Agra</em> di Lizzani, Ugo Tognazzi vuol far saltare in aria -, trasformarla in un “Temporary Cultural Center”, dopo tanti inutili “Temporary Shop”, è un gesto oculato, intelligente, fortemente mediatico. Significa, in breve, che la democrazia partecipata, quella che ha portato a Palazzo Marino questa giunta, vuole fare di un simbolo del capitale finanziario un luogo di cultura popolare.</p><p>Perché questi che sono stati sgomberati stamattina non sono ragazzi capricciosi, finiamola con la retorica paternalistica dello Stato forte ma giusto. Li vedo, ora che li ho raggiunti in bicicletta, mentre occupano la strada, trasformata in una forzosa piazza pedonale. Ci sono studenti universitari, designer, artisti, musicisti, scrittori. Non c’è la cupa e passatista atmosfera da centro sociale – “poche birre, niente cani”, m’è stato detto, per gioco -, sembra più un <em>vernissage</em>, un <em>Fuori Salone</em>. Questi con cui parlo sono persone che vorrebbero e dovrebbero vivere di cultura ma non ce la fanno, perché mai come in questi anni l’unico talento che potrebbe farci uscire dalla crisi, il loro, viene continuamente represso. Sono la classe creativa, gli intellettuali, gli artisti, che nel resto d’Europa avrebbero già spazi dove esprimere le loro idee innovative, senza doverli  rubare ad un capitalismo indifferente alle novità. Sapevano benissimo di aver forzato la mano, sapevano benissimo che li avrebbero sgomberati. Sono usciti senza opporre resistenza.</p><p>Guardo i pochi poliziotti e finanzieri in assetto da battaglia, che presidiano l’ingresso, sbadigliando sotto il sole. Nessuno li considera, tutti presi come sono a inventarsi altre forme di lotta creativa. Mi dispiace davvero di non aver visto i concerti gratuiti, le letture, i dibattiti dentro la torre, assieme a loro. Di non aver goduto del panorama agli ultimi piani. Ho perso un’occasione, penso. Ma, quel che è peggio, è che forse anche la politica ha perso la sua, di occasione. Speriamo sappia recuperare al più presto questo inespresso desiderio di dignità e di gioia collettiva. Conviene.</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/piazza-macao/">Piazza Macao</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/03/31/ancora-minacce-a-giulio-cavalli/' rel='bookmark' title='Ancora minacce a Giulio Cavalli'>Ancora minacce a Giulio Cavalli</a> <small> una nota di Gianni Biondillo Carlo Cosco, ieri, pochi...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/05/18/non-ce-%e2%80%9ctempo%e2%80%9d-da-perdere/' rel='bookmark' title='Non c&#8217;è “tempo” da perdere!'>Non c&#8217;è “tempo” da perdere!</a> <small> Milano, Mercoledì 19, alle ore 17.30 Teatrino del Parco...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/12/13/ole/' rel='bookmark' title='Olè'>Olè</a> <small>di Mirfet Piccolo Marinella è casa da sola ed è...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/07/01/la-citta-che-sale/' rel='bookmark' title='La città che sale'>La città che sale</a> <small>[lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/06/07/gentilissimo-vittorio-sgarbi/' rel='bookmark' title='Gentilissimo Vittorio Sgarbi'>Gentilissimo Vittorio Sgarbi</a> <small> di Gianni Biondillo Gentilissimo Vittorio Sgarbi, le parlo non...</small></li></ol></p><div class="feedflare">
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Lo scopo è <em>&#8220;costringere l’azienda ad abbandonare l’uso del carbone per adottare un nuovo piano industriale, che segni un forte investimento sulle fonti rinnovabili&#8221;</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/enel-il-carbone-e-greenpeace/">Enel, il carbone e Greenpeace</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jan Reister</strong></p><p>A fine marzo 2012 Greenpeace Italia ha lanciato una campagna contro l&#8217;uso del carbone nelle centrali termoelettriche di Enel. Lo scopo è <em>&#8220;costringere l’azienda ad abbandonare l’uso del carbone per adottare un nuovo piano industriale, che segni un forte investimento sulle fonti rinnovabili&#8221;</em>. La campagna in sé è meritoria ed vi invito a conoscerla e sostenerla. In questo articolo vorrei invece fare alcune considerazioni critiche sugli aspetti tecnici e sociali della campagna digitale, e sui problemi e prospettive che possono avere analoghe iniziative di attivismo civile in rete.</p><ul><li>Obiettivo della <a href="http://www.facciamolucesuenel.org/missione/" target="_blank">campagna</a></li><li>Enel ed il cabone: <a href="http://www.facciamolucesuenel.org/indiziato/" target="_blank">profilo</a></li><li>Carbone e mortalità: <a href="http://www.facciamolucesuenel.org/indiziato/" target="_blank">infografica</a></li></ul><p>&nbsp;</p><h2>Il sito web della campagna: <a href="http://www.facciamolucesuenel.org/" target="_blank">www.facciamolucesuenel.org</a></h2><p><a href="http://www.facciamolucesuenel.org/" target="_blank">Facciamo luce su Enel</a> è una campagna ufficiale di <a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/" target="_blank">Greenpeace Italia</a>. I comunicati, le iniziative e la documentazione delle azioni sono raccolti sul <a href="http://www.facciamolucesuenel.org/" target="_blank">sito</a> dedicato: esso presenta al pubblico i materiali della campagna e le notizie, cerca di coinvolgere le persone nel sostegno all&#8217;iniziativa ed è il luogo in cui la comunità degli attivisti sostenitori si incontra e cresce.</p><p><img class="alignright size-full wp-image-42485" title="RIC-logo" src="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/RIC-logo.png" alt="" width="138" height="127" />Ciò che colpisce immediatamente sul sito web è l&#8217;uso professionale e sofisticato della rete e dei social network. Dove una campagna tradizionale avrebbe chiesto la firma ad una petizione ed al massimo una donazione, <em>Facciamo Luce su Enel</em> cerca di usare tutte le possibilità sociali della rete per divulgare il messaggio e coinvolgere più strettamente i sostenitori. Per farlo utilizza tecniche di <em>gamification</em> (ludicizzazione) che trasformano il sostegno alla campagna in un percorso personale, fatto di riconoscimenti, premi e rinforzi sociali, e progettato per divertire ed appagare il sostenitore.</p><div id="attachment_42484" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://static1.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/vetrina-hp2.jpg"><img class="size-medium wp-image-42484" title="vetrina-hp2" src="http://static3.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/vetrina-hp2-300x178.jpg" alt="" width="300" height="178" /></a><p class="wp-caption-text">un gruppo di investigatori climatici al lavoro</p></div><p>Il problema del carbone viene quindi proposto nella cornice di un&#8217;indagine criminale fittizia secondo l&#8217;immaginario delle serie televisive alla CSI: un gruppo di investigatori con tanto di tuta banca e torcia in pugno accoglie dalla home page il visitatore invitandolo ad unirsi alla squadra. I danni ambientali sono &#8220;il crimine&#8221;, il carbone è &#8220;l&#8217;arma&#8221;, &#8220;l&#8217;indiziato&#8221; è l&#8217;Enel e &#8220;la missione&#8221; proposta all&#8217;attivista è diventare &#8220;investigatore climatico&#8221; ed inviare un &#8220;avviso di garanzia&#8221; climatico ad Enel.</p><p>&nbsp;</p><p><img class=" wp-image-42486 alignright" title="pagina-premi-magliette" src="http://static2.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/pagina-premi-magliette.png" alt="" width="242" height="169" />Iscrivendosi si accede ad un profilo personale (<a href="http://www.facciamolucesuenel.org/profilo-utente/?userid=5320" target="_blank">qui un esempio</a>) in forma di <em>dashboard</em> (cruscotto) che propone diversi percorsi di attività (dalla diffusione della campagna al coinvolgimento di altre persone alla raccolta di documentazione) corredati da un punteggio, medaglie e distintivi con cui arricchire il proprio profilo ad ogni azione fatta. In un riquadro è visibile la classifica degli attivisti e degli amici dal punteggio più alto, in un altro le persone attive in tempo reale sul sito. In palio ci sono <em>gadget</em> per i primi classificati, per stimolare l&#8217;emulazione e lo spirito competitivo.</p><h2>Scelte tecniche</h2><p>Il sito della campagna è realizzato con WordPress e componenti personalizzati, come spiega Salvatore Barbera, responsabile Campagna Clima. L&#8217;autenticazione è integrata con Facebook, mentre le attività per gli iscritti facilitano l&#8217;uso di Facebook e Twitter per la diffusione del messaggio e per l&#8217;acquisizione di nuovi partecipanti. Il sito tuttavia è autonomo, ha un proprio database di utenti ed usa le reti sociali in modo strumentale, senza delegare all&#8217;esterno la gestione degli utenti che avviene internamente, in un percorso anche tradizionale: invio di newsletter, coinvolgimento nelle altre iniziative di Greenpeace, sostegno all&#8217;associazione.</p><div id="attachment_42488" class="wp-caption alignleft" style="width: 115px"><img class="size-full wp-image-42488 " title="badge-pedinatore" src="http://static3.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/badge-pedinatore.png" alt="" width="105" height="105" /><p class="wp-caption-text">badge pedinatore</p></div><p>Punteggi, badge e referral sono gestiti a livello software da strumenti di profilazione, fidelizzazione ed affiliazione analoghi a quelli usati nel marketing e nel commercio elettronico, con <a title="esempio di link con tracciamento del referrer" href="http://www.facciamolucesuenel.org/?userid=24085&amp;invite=1">codici personali</a> nei link da distribuire agli amici, cookie per misurare l&#8217;interazione col sito, rank del profilo. Si può immaginare il ciclo vitale dell&#8217;attivista in rete: iscrizione, azioni di sostegno, retribuzione (badge e punti), coinvolgimento nella comunità online, donazioni, fine campagna e convolgimento nelle altre attività di Greenpeace.</p><h2>La demografia dei lettori</h2><div id="attachment_42489" class="wp-caption alignright" style="width: 115px"><a href="http://static1.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/badge-gola-profonda.png"><img class="size-full wp-image-42489 " title="badge-gola-profonda" src="http://static1.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/badge-gola-profonda.png" alt="" width="105" height="105" /></a><p class="wp-caption-text">badge gola profonda</p></div><p>Suppongo che questa campagna sia stata progettata in base al profilo demografico del sostenitore di Greenpeace, analizzando il Social Graph della pagina Facebook dell&#8217;associazione. Una campagna ambientale impostata sul gioco in rete avrà successo? Molto dipende dai partecipanti. E&#8217; facile prevedere che l&#8217;iniziativa potrà coinvolgere meglio persone a loro agio in rete, al corrente della cornice narrativa: una fascia di età giovane, fino ai 35-40 anni. Più difficile sarà coinvolgere fasce di età più alte o chi, per forma mentale e preparazione intellettuale si trova a disagio davanti all&#8217;esposizione guidata e semplificata di temi complessi.</p><h2>Il marketing dell&#8217;attivismo</h2><p><img class="alignright size-full wp-image-42487" title="pagina-premi-stikers" src="http://static1.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/pagina-premi-stikers.png" alt="" width="169" height="137" />Ma è corretto usare sofisticate tecniche pubblicitarie per attività di impegno civile? Tradizionalmente questo è il territorio della società civile, dell&#8217;impegno politico di base che diffida dei tentativi di manipolazione.</p><p>Una prima risposta si può cercare nella storia di Greenpeace, che ha sempre fatto campagne di comunicazione molto elaborate, basate su azioni spettacolari di poche persone specializzate, ma che è poco radicata nel territorio. Per usare la rete come ambiente di socializzazione e non come semplice canale comunicativo servono competenze e linguaggi differenti da 10 anni fa, e occorre soprattutto sperimentare.</p><p>Barbera non ha problemi a pronunciare la parola <em>marketing</em>, che considera un insieme di strumenti necessari per una una comunicazione seria sui temi ambientali. Molti elementi della campagna vengono dalla sua esperienza in precedenti iniziative sul nucleare in Turchia e su Volkswagen, in cui sono stati sperimentati vari gradi di coinvolgimento in rete dele persone, con risultati incoraggianti.</p><p>Credo in effetti che il sito della campagna, pur essendo congegnato come un <em>funnel</em> (imbuto), sia differente dai percorsi simili su siti commerciali. Per prima cosa non mira a produrre una vendita, ma piuttosto l&#8217;ingresso nella comunità dei sostenitori di Greenpeace e la consapevolezza sui temi ambientali. Inoltre, a differenza dei percorsi obbligati nell&#8217;<em>ecommerce</em> (merce-carrello-cassa), la <em>dashboard</em> offre un percorso a schema libero, senza tappe obbligate. Piuttosto vi sono analogie con i sistemi di formazione online, dato che la piattaforma misura e premia la raccolta di documentazione e l&#8217;aggiornamento, gli &#8220;indizi&#8221; da raccogliere nel &#8220;dossier&#8221; (che è analogo al curriculum di studi).</p><p>E&#8217; vero tuttavia che il percorso offerto al sostenitore di Greenpeace è ben definito: sostegno, donazioni, appoggio materiale alle iniziative dell&#8217;associazione, e solo dopo due anni di documentato e distinto attivismo è possibile presentare domanda di ammissione a socio dell&#8217;<a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/chisiamo/ufficioitaliano/Lo-statuto/" target="_blank">associazione Greenpeace ONLUS</a>.</p><h2>Il rischio di banalizzazione</h2><p><a href="http://static3.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/vetrina-hp2-cut.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-42493" title="un cupo e plumbeo paesaggio" src="http://static3.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/vetrina-hp2-cut.jpg" alt="" width="203" height="197" /></a>Un ulteriore aspetto critico è la semplificazione del problema del carbone ad uso termoelettrico. La cornice narrativa usata è a senso unico e riduce i temi trattati a unità giocabili, moduli di cui viene già data una definizione. Questo modo di trattare l&#8217;informazione è funzionale alla campagna ed è gratificante per chi vi partecipa (vedo un problema, agisco, ho un riscontro), ma rischia di banalizzare la complessità del problema, che ha aspetti sientifici, economici, sociali. Un attivismo ambientale vissuto esclusivamente in questi termini lascerebbe privi di strumenti critici per capire i nuovi problemi che incontreremo in futuro e richiederebbe il costante ricorso alla delega, a qualcuno capace di spiegarci le cose complesse in modo semplice.</p><p>A questa critica Barbera fa notare che Facciamo Luce su Enel è una iniziativa a vari livelli, fuori e dentro la rete, e che la campagna si articola attorno ad uno studio approfondito sugli effetti ambientali del carbone commissionato a <a href="http://somo.nl/" target="_blank">SOMO</a>, un istituto di ricerca ambientale olandese.</p><p>In effetti credo che ogni costruzione di un messaggio persuasivo implichi una scelta degli argomenti e una riduzione dello spazio retorico, specie in una situazione asimmetrica come Greenpeace contro la colossale Enel. Questa impostazione tattica non dovrebbe però precludere la possibilità di approfondire criticamente la complessità del problema, cosa che sul sito della campagna non è facile fare: manca ad esempio una sezione bibliografica, o link a documentazione esterna, a wikipedia (<a title="Effetti_nocivi_della_combustione_del_carbone" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Carbone#Effetti_nocivi_della_combustione_del_carbone">carbone</a>, <a title="Environmental_effects_of_coal" href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/en/wiki/Environmental_effects_of_coal">coal</a>).</p><h2>Clicktivism o impegno?</h2><div id="attachment_42490" class="wp-caption alignleft" style="width: 115px"><img class="size-full wp-image-42490 " title="badge-motivatore" src="http://static1.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/badge-motivatore.png" alt="" width="105" height="105" /><p class="wp-caption-text">badge motivatore</p></div><p>Chiunque abbia organizzato un incontro pubblico attraverso Facebook sa che i partecipanti saranno pochissimi rispetto ai &#8220;mi piace&#8221; ricevuti e dei rilanci degli amici. Che possibilità di cambiamento sociale ha una iniziativa online a cui è facile e gratificante partecipare, ma che non richiede nessun comportamento concreto nella vita quotidiana? E&#8217; il problema dello <em><a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/en/wiki/Slacktivism#Clicktivism" target="_blank">slacktivism</a></em>, l&#8217;attivismo digitale dove il basso costo di partecipazione e la facilità di comunicazione creano velocemente grandi aggregazioni online prive però di una presenza offline rilevante.</p><p>Rebecca Borraccini, Assistente Nuovi Media, è la persona che mi ha segnalato inizialmente <em>Facciamo Luce su Enel</em> e che segue la comunità sul sito. La sua impressione è che a molti sostenitori l&#8217;attività online non basti e che cerchino altre azioni concrete offline, come cambiare fornitore di energia elettrica o installare un impianto fotovoltaico. Questo è un paradosso per la campagna, che non ha lo scopo di influenzare il mercato in ottica di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Consumerismo" target="_blank">consumerismo</a>, ma che si prefigge invece di spingere per dei cambiamenti in Enel stessa, il principale produttore di energia in Italia. Però è un indicatore di desiderio di impegno pratico molto incoraggiante. Anche la recente campagna per il referendum sul nucleare, che ha coinvolto 2.000.000 persone senza precedenti esperienze attiviste, sembra dimostrare un interesse ad azioni concrete a partire dalla rete.</p><p>Il grado di coinvolgimento dei partecipanti si può misurare facilmente dalle donazioni e dagli invii di materiale (adesivi e magliette), io stesso ho visto gli adesivi gialli della campagna per le strade del mio quartiere. E&#8217; importante distinguere tra forme di impegno interne alla logica associativa di Greenpeace (donazioni) e azioni rivolte all&#8217;esterno, per quanto piccole (l&#8217;adesivo incollato sul lampione, la maglietta indossata, la manifestazione in strada).</p><h2>Il software è il messaggio</h2><blockquote><p>A chi usa solo il martello tutti i problemi sembrano chiodi.</p></blockquote><p>Il linguaggio e gli strumenti software caratterizzano fortemente l&#8217;interazione che una persona ha con gli altri. Se un sito web promuove interazioni sociali con gli strumenti del marketing e della pubblicità, c&#8217;è il rischio che il frequentatore si senta oggetto di manipolazione commerciale.</p><p>Una ulteriore conseguenza dell&#8217;abile uso delle reti sociali (Facebook, Twitter) da parte di <em>Facciamo Luce su Enel</em> è un allineamento dei modi espressivi nella campagna, poco sfumati (mi piace, oppure nulla) e unidirezionali: gli investigatori climatici sono tutti personaggi positivi che possono solo  migliorare ancora di più, tutta la negatività si concentra verso l&#8217;obiettivo della campagna, Enel. Ci saranno pure attivisti che sbagliano, che usano il carbone nella stufa, che sono ammalati: per loro non c&#8217;è un badge, il gioco sacrifica le finezze della vita per gli obiettivi della campagna.</p><p>Queste semplificazioni sono la conseguenza inevitabile delle scelte progettuali. Scelte diverse (una campagna decentrata, via email, collaborativa su un wiki&#8230;) comporterebbero distorsioni differenti, ma altrettanto forti. Occorre esserne consapevoli, senza negare né assolutizzare come progettisti e come utilizzatori le connotazioni del mezzo che abbiamo scelto per incontrarci in rete.</p><h2>In attesa dei risultati</h2><p>La campagna è in pieno svolgimento ed è imminente la <a href="http://www.facciamolucesuenel.org/studio-shock-il-carbone-di-enel-fa-un-morto-in-piu-al-giorno/" target="_blank">pubblicazione dello studio di SOMO</a> sui danni delle emissioni atmosferiche.  Enel da parte sua <a href="http://www.facciamolucesuenel.org/scattata-la-foto-che-incastra-enel/" target="_blank">ha annunciato querela</a> (aggiornamento: la <a href="http://www.facciamolucesuenel.org/enel-quanto-costa-la-verita/" target="_blank">risposta</a> di Greenpeace).</p><p>L&#8217;abbandono del carbone negli impianti termoelettrici italiani è un obiettivo importante, ma ugualmente interessante (anche se meno cruciale per l&#8217;ambiente) sarà conoscere gli esiti sociali di questa campagna: ha funzionato meglio delle precedenti? ha generato impegno critico? e cosa può insegnare questa esperienza a chi vuole costruire spazi di collaborazione e condivisione in rete?</p><p><a href="http://www.facciamolucesuenel.org" target="_blank">www.facciamolucesuenel.org</a></p><p>&nbsp;</p><p><em>Ringrazio Rebecca Borraccini e Salvatore Barbera per la chiaccherata e le delucidazioni. Tutte le opinioni non attribuite esplicitamente sono ovviamente mie. Le immagini sono tratte dal sito <a href="http://www.facciamolucesuenel.org" target="_blank">www.facciamolucesuenel.org</a>. JR</em></p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/enel-il-carbone-e-greenpeace/">Enel, il carbone e Greenpeace</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/04/17/la-pesca-nel-pacifico-occidentale/' rel='bookmark' title='Pesca e oceano nel Pacifico occidentale'>Pesca e oceano nel Pacifico occidentale</a> <small> Alexander Hofford è un fotografo di Hong Kong da...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/02/06/le-basi-scientifiche-dei-mutamenti-climatici-una-sintesi-per-i-politici/' rel='bookmark' title='Le basi scientifiche dei mutamenti climatici: una sintesi per i politici'>Le basi scientifiche dei mutamenti climatici: una sintesi per i politici</a> <small>Segnalo via Sergio Baratto il rapporto riassuntivo per i politici...</small></li></ol></p><div class="feedflare">
<a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/NazioneIndiana?a=MNDap8_7uJk:q9Gdfi7mumU:ANkz6nJbUoM"><img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/NazioneIndiana?d=ANkz6nJbUoM" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/NazioneIndiana?a=MNDap8_7uJk:q9Gdfi7mumU:D7DqB2pKExk"><img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/NazioneIndiana?i=MNDap8_7uJk:q9Gdfi7mumU:D7DqB2pKExk" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/NazioneIndiana?a=MNDap8_7uJk:q9Gdfi7mumU:dnMXMwOfBR0"><img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/NazioneIndiana?d=dnMXMwOfBR0" border="0"></img></a>
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Cartoline dalla Fiera</title><link>http://feedproxy.google.com/~r/NazioneIndiana/~3/nLCCdYpZeOI/</link> <comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/leditore-riluttante-cartoline-dalla-fiera/#comments</comments> <pubDate>Thu, 17 May 2012 04:00:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Andrea Raos</dc:creator> <category><![CDATA[diari]]></category> <category><![CDATA[marilena renda]]></category> <category><![CDATA[prosa]]></category> <category><![CDATA[racconto]]></category> <category><![CDATA[Salone del Libro di Torino]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=42491</guid> <description><![CDATA[<p>di <strong>Marilena Renda</strong></p><p>Alla Fiera del Libro di Torino si va per incontrare gli editori, o almeno così dicono. Gli esperti del settore, i redattori, gli uffici stampa, gli scrittori. In ultimo si incontrano anche i libri, la cui quantità è spropositata e la cui presenza fisica, anche volendo, non è facilmente ignorabile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/leditore-riluttante-cartoline-dalla-fiera/">L&#8217;editore riluttante. Cartoline dalla Fiera</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marilena Renda</strong></p><p>Alla Fiera del Libro di Torino si va per incontrare gli editori, o almeno così dicono. Gli esperti del settore, i redattori, gli uffici stampa, gli scrittori. In ultimo si incontrano anche i libri, la cui quantità è spropositata e la cui presenza fisica, anche volendo, non è facilmente ignorabile. Alla Fiera del Libro di Torino i libri si presentano come un immenso dinosauro cartaceo che lascia sgomento anche il visitatore più volenteroso; anche solo farsi un’idea più che generale di quello che pubblica l’editoria italiana è impossibile, a meno di non interrarsi vivi dentro l’immenso dinosauro.<br /> Ecco come sono andate le cose a me, che volevo solo comprare alcuni libri che mi interessavano e vedere alcune persone che non vedevo da tempo. <span id="more-42491"></span><br /> Subito dopo il mio arrivo incontro l’editore numero 1, che conosco come generoso e lungimirante, anche se non particolarmente ferrato in materia di libri (a volte sono i migliori, quelli più disponibili a rischiare). Mi siedo con lui sulla poltroncina e ci mettiamo a parlare della congiuntura economica critica che attraversa l’industria del libro, delle difficoltà dei piccoli editori nella quotidiana lotta per sopravvivere ed essere presenti sul mercato e non essere schiacciati dai grandi gruppi, e così via, come da copione. Mi viene in mente un libro che sta per uscire da loro e gli chiedo:</p><p>-	Ma il libro di F., com’è?<br /> -	Eh.<br /> -	Come sarebbe: “eh”?<br /> -	“Eh” significa che ci voleva un editing. Se avesse avuto cento pagine in meno sarebbe stato un bellissimo libro. Così invece è una brodaglia noiosa che avrebbe potuto essere un bellissimo libro.<br /> -	Tu sei l’editore però. Devi importi se pensi che un libro non vada bene così com’è.<br /> -	Non importa, è andata così. Il bello è che ora lui va dicendo in giro che sarebbe stato meglio tagliare cento pagine.<br /> -	Eh, sono così gli scrittori. Non si rileggono, non hanno senso critico su quello che scrivono.</p><p>Naturalmente, la domanda sul perché neanche gli editori rileggano ed esercitino il loro senso critico resta inevasa nella mia testa almeno fino allo stand dell’editore numero 2, dove incontro lo scrittore T.</p><p>-	Ciao, scrittore T.<br /> -	Ciao, M.<br /> -	Allora, come va? Ho visto il tuo ultimo libro, complimenti, bello.<br /> -	Mah, sai, io non lo volevo fare.<br /> -	Come sarebbe a dire che non lo volevi fare?<br /> -	Bah, è un libro di frammenti. Forse è rimasto un po’ sfilacciato, sai com’è. E poi il mio editore non è che mi stia sostenendo più di tanto. Cioè, sì, sono loro che hanno insistito per farlo, ma forse adesso si sono accorti che per il nostro mercato è un libro un po’ impegnativo, per cui l’hanno un po’ abbandonato al suo destino.<br /> -	Eh, ma allora perché l’avete pubblicato?<br /> -	Mah. Che vuoi che ti dica. E’ andata così.</p><p>Sul treno incontro l’editore numero 3. Mi dice che lavora tantissimo, che fanno tanti, troppi libri, che deve parlare con moltissima gente, che sono sommersi dai manoscritti, che certe volte non ce la fa più, che quasi quasi vorrebbe cambiare lavoro. Io:</p><p>-	Bello il vostro nuovo libro sulle sette religiose degli atolli della Papua Nuova Guinea, quasi quasi lo compro.<br /> -	Bah. Io l’avrei fatto decisamente più apocalittico.</p><p>Basta, mi arrendo. L’anno prossimo vado alla fiera del cosmetico di Montecarlo, magari ci trovo gente che apprezza i rossetti che produce.</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/leditore-riluttante-cartoline-dalla-fiera/">L&#8217;editore riluttante. Cartoline dalla Fiera</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/04/02/personaggi-precari-2012-six-for-perseus/' rel='bookmark' title='Personaggi Precari 2012 &#8211; Six for Perseus'>Personaggi Precari 2012 &#8211; Six for Perseus</a> <small> di Vanni Santoni &nbsp; &nbsp; &nbsp; Massimo &nbsp; – Ma...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/02/14/mostrare-una-piccola-emozione/' rel='bookmark' title='Mostrare una piccola emozione'>Mostrare una piccola emozione</a> <small>di Stephen Rodefer traduzione di Marilena Renda per il granito...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/11/15/improvvisazioni/' rel='bookmark' title='Improvvisazioni'>Improvvisazioni</a> <small>di Silvia De March 8.6.10 «buongiorno, principessa!», le sussurrò il...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/10/25/la-tigre-nella-giungla/' rel='bookmark' title='La tigre nella giungla'>La tigre nella giungla</a> <small>di Marilena Renda - Mi sono svegliata che ti stavo...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/06/01/il-grande-regno-dellemergenza/' rel='bookmark' title='Il grande regno dell&#8217;emergenza'>Il grande regno dell&#8217;emergenza</a> <small>di Alessandro Raveggi Betta per fortuna non la scovava, non...</small></li></ol></p><div class="feedflare">
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In tutta la confusione di programmi a base di psicologia e attivismo e novità, e nella routine di tutti i giorni», diceva nella lettera di accompagnamento. Nella quale fa anche presente che i maestri sono persone «molto suscettibili, molto maniache e molto tranquille», che la loro vita a Vigevano «è addirittura umiliante». Parla di «mentalità all’antica della piccola borghesia provinciale». Dice: «Si cercano di tenere le distanze con la classe operaia. Poi ci si accorge che le distanze le tiene la classe operaia che guadagna più di noi. Anzi, per dirla da maestro: un operaio di terza categoria ha una paga pari a un insegnante del coefficiente 229 nono scatto!». A quella data Mastronardi è un «coefficiente 229, sesto scatto».<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Sebbene si rivolga a Calvino dandogli del lei, Lucio non esita a confidarsi con lui, come se avesse bisogno di qualcuno che lo incoraggi e, forse, lo protegga, anche da se stesso. Non aveva, infatti, cercato disperato conforto da Vittorini, una sera dell’inverno precedente, quando era piombato a Milano, nell’abitazione dello scrittore, e – non trovandolo – aveva lasciato un biglietto «folle» alla cameriera? C’era scritto: «Mi spiace, volevo salutarti per l’ultima volta». Lo avevano cercato disperatamente per tutta Milano, presso gli amici dai quali alloggiava quando si trovava in città, nei pronto soccorso degli ospedali, persino all’obitorio. La cameriera riferì a Vittorini: «Aveva la faccia di un pazzo». Ma il giorno dopo era nuovamente a Vigevano. Agli amici, preoccupati, raccontò di aver trascorso la notte passeggiando. Poche settimane più tardi la polizia lo ferma alla stazione Centrale mentre, come in un delirio surrealista, distribuisce biglietti da diecimila lire ai passanti. Viene ricoverato nel manicomio di Mombello, vicino a Milano, il più grande d’Italia, dove resta internato per tre mesi. Sappiamo com’erano i manicomi prima della legge Basaglia: qualcosa di molto simile ai lager, dove i malati si curavano con l’elettroshock, la segregazione, i letti di contenzione, le camicie di forza. Mombello, per fortuna, è immerso in un grande parco, che ospita anche una villa dove aveva abitato Napoleone. Quando glielo consentono, Lucio legge: Hemingway, Gogol, Sartre, Pavese. Riceve anche una lettera da Mario Tobino, lo scrittore che è direttore dell’ospedale psichiatrico di Lucca, il quale lo invita ad andarlo a trovare non appena possibile per discutere di letteratura. È in manicomio che Mastronardi comincia a scrivere <em>Il maestro di Vigevano</em>. Il caso vuole che quando, due anni dopo, lo presenterà allo Strega verrà battuto proprio dallo scrittore toscano con <em>Il clandestino</em>.<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Qualche mese dopo essere stato dimesso, per l’esattezza il 25 ottobre 1960, Lucio scrive un’altra lettera a Calvino: «Mi rifaccio vivo dopo un anno. Che vuole? Mi hanno rinchiuso in una clinica psichiatrica per curarmi l’esaurimento nervoso che mi trascinavo addosso da tempo; e fra elettrochoc e cure del sonno e altre storie mi ci hanno tenuto tre mesi abbondanti». Gli confida di essersi innamorato, «ma la ragazza non ne ha voluto sapere ché, dice, non ero completamente guarito; almeno a giudicare dai miei ragionamenti». Allora «mi sono dato all’ozio più completo », ma «fare niente a Vigevano è una tortura perché lavorano tutti, tutti sono presi, girano, trafficano, e il far niente dà la sensazione proprio<br /> di essere degli anormali da sopportare».<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Così come Vittorini era stato un padre, Calvino a poco a poco diventa un fratello maggiore. Il carteggio tra i due si fa ogni giorno più voluminoso (alla fine le lettere saranno un centinaio). Il corpus epistolare è quasi un’autobiografia, Lucio racconta aneddoti, si apre, confida i suoi desideri, le sue paure. È facilmente intuibile quello che vorrebbe sentirsi dire dall’autorevole interlocutore, qualcosa che né suo padre, né sua madre – un ispettore scolastico e una maestra alle soglie della pensione – gli diranno mai: Lucio, lascia l’insegnamento, non perdere tempo con la scuola, scrivi e non pensare ad altro. Perché la scuola, scrive Lucio, «è un mondo interessante e triste. Interessante per chi è fuori dalle mura, triste per chi è dentro». Nella scuola «la retorica più puzzolente a base di Cicerone e Manzoni imperversa ancora, e tutto cambia, meno la mentalità suscettibile e boriosa dei maestri elementari». Nei giorni successivi la Einaudi gli invia il contratto per <em>Il calzolaio di Vigevano</em> e per il racconto <em>L’assicuratore</em>, che tuttavia non verrà pubblicato per volontà dello stesso Mastronardi, il quale all’improvviso dice di vergognarsi d’averlo scritto (lo riprenderà molti anni dopo, nel marzo del ’75, la Rizzoli, che pubblicherà un’antologia di vecchi racconti sparsi, a cura di Sergio Pautasso, intitolata appunto <em>L’assicuratore</em>).<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Per Italo Calvino <em>Il maestro</em> è una grande sorpresa. Raramente, lui così misurato, ha fatto ricorso a toni altrettanto entusiastici: «È un libro fuori del comune, con una forza poetica dentro, una forza di disperazione, una visione assolutamente nera dell’umanità, che riesce a diventare visione poetica. Lo pubblicheremo senz’altro e sarà un avvenimento ». Queste parole restituiscono fiducia a Lucio. Anche se non nasconde qualche riserva e, in particolare, giudica l’episodio finale del ragazzo «d’una brutalità al di là d’ogni misura», Calvino assicura che «il libro ha una sua logica interna, è tutto legato, si vorrebbe accettarlo com’è, senza togliergli una virgola». Poi fa un rapido confronto: «il Calzolaio è un libro più bello perché la stessa visione dell’umanità è espressa in modo più oggettivo e più unitario; ma il Maestro è un libro più infernale e ricco e impressionante». Lo stesso Giulio Einaudi, molti anni dopo, in un libro-intervista di Severino Cesari, ricorderà una lusinghiera lettera indirizzatagli nel marzo ’62, ovvero «nel pieno del nostro innamoramento per Lucio Mastronardi», dall’illustre critico Gianfranco Contini. A dire di questi, <em>Il maestro non ha la medesima «vivacità d’invenzione poetica più o meno espressa in forma vernacolare, che m’aveva interessato, anzi rapito» nel </em><em>Calzolaio</em>, ma «anche questo libro è decorosissimo», una «specie di <em>Nausée</em> subalpina», parente «più del Faldella e del Panzini, che di Gadda e Pasolini e in un qualche senso al Mastronardi ne va reso merito».<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;L’inizio del rapporto epistolare con Calvino, che si potrarrà fino al settembre ’67, quando i rapporti con la casa editrice torinese s’incrineranno, non interrompe il rapporto personale di Mastronardi con Vittorini. Il 7 dicembre del ’60 Lucio torna, più tranquillo, a Milano e fa visita allo scrittore siciliano che non vede da mesi. Vittorini lo invita non rimettere le mani nel <em>Maestro</em>, a lasciarlo esattamente com’è. È per questo che Mastronardi lascia fare a Calvino: «Faccia lei, come crede opportuno. Se sono necessari tagli, tagli pure, dove crede», gli risponderà il giorno dopo tutti quegli elogi. Quando poi, durante l’incontro, Lucio dice a Vittorini che sta anche rielaborando <em>Il calzolaio</em> per la nuova edizione, l’autore di <em>Uomini e no</em>, racconta lo stesso Mastronardi, «si portò le mani nei capelli».<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Incurante del consiglio, Mastronardi trascorre le sue notti a rivedere <em>Il calzolaio</em>. Come un maniaco. Il perché non si capisce. Qualcuno ha espresso giudizi negativi sul romanzo? Non risulta. Al contrario. O forse lo agita la sua consueta ansia, l’insoddisfazione, l’insicurezza? Non si sa, sta di fatto che Lucio si chiude nella sua stanzetta, accende la luce e si mette a lavorare alla parte finale del <em>Calzolaio</em>, quella che più lo preoccupa. Poi affronta quella iniziale. Nel marzo del ’61, però, ci rinuncia: «L’ultima stesura del Calzolaio non va, me ne sono accorto; quella del Menabò me l’hanno resa odiosa amici e familiari. Mandiamolo a farsi fottere questo calzolaio che m’ha fatto perdere un mare di tempo, e mena gramo oltretutto».<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Di nuovo questo suo nervosismo ansioso, insopprimibile, implacabile anche dopo le rassicurazioni di Calvino sulla sicura pubblicazione del nuovo romanzo. Lucio diventa suscettibile con gli amici, intollerante con i suoi scolari, insofferente in famiglia. Sente che non può ancora dirsi scrittore e il fatto che sia maestro di ruolo da più di cinque anni non è certo un punto d’approdo. A Calvino ora non fa altro che chiedere se <em>Il maestro</em> «vale un Corallo», lo prega di dirgli qualcosa, perché «questa incertezza mi snerva; e chi ne va di mezzo sono i miei vecchioni e i miei scolari, che mi devono sopportare, poveracci». Il 13 marzo si reca a Milano per assistere ai lavori del Congresso socialista, sperando di trovare Calvino. Poi cambia ancora una volta idea e riprende la revisione del <em>Calzolaio</em>: «Spero che sia pubblicabile sui Coralli – scrive a Calvino dalla nuova casa di via Simone del Pozzo – come era stesa sul Menabò non mi andava. Ci trovavo troppe parti sforzate e troppa sociologia. Ogni volta che mi leggo sul Menabò provo crisi di angoscia. Pensa che a furia di pensare al Calzolaio, mi era venuta la sua mentalità. Ho fatto un sacco di figuracce!».<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;L’attesa della pubblicazione è snervante. Lucio decide di andare a Torino, prova ne sia un biglietto fatto consegnare a Calvino, occupato in una delle innumerevoli riunioni einaudiane, sul quale ha scritto con la sua calligrafia infantile queste semplici parole: «Italo sono io Lucio». Nient’altro. Come se non bastasse, i suoi nervi sono messi a dura prova da un incidente: la casa editrice non trova più il dattiloscritto del <em>Maestro</em>. Lucio non ha un’altra copia, entra in fibrillazione, s’infuria con tutti, si dispera. Alla fine è Calvino a rassicurarlo personalmente durante un incontro a Milano nella libreria Einaudi di via Manzoni: «Lo troveremo », gli dice. Nei giorni successivi gli scrive: «Abbiamo capito dove si trova e tra breve lo riavrò», si legge in un biglietto curiosamente indirizzato, per errore, a «Luciano» Mastronardi, il nome del padre. Questo non è evidentemente sufficiente a calmarlo se, nell’ottobre ’61, fugge di casa e finisce per la seconda volta in manicomio.<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Primo ottobre 1961: la scuola riapre, <em>Il maestro</em> – che Mastronardi vede come la sua unica salvezza – tarda ad essere pubblicato. Lucio è disperato, attanagliato dall’angoscia, si sente soffocare. Passa una notte insonne, in compagnia dei pensieri più cupi, poi, all’alba, fugge di casa. Non sa dove andare, ma la cosa importante è lasciarsi alle spalle l’ambiente scolastico, dove si sente vittima di maldicenze dei colleghi maestri e del direttore didattico. Da giorni non dorme, non apre bocca, fuma in continuazione, non tocca cibo. Quel primo di ottobre la sua crisi raggiunge il culmine. È una giornata che va ricostruita nei dettagli.<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;La madre ha tentato di fermarlo sulla soglia, ma non è riuscita a trattenerlo. È l’alba. Lucio corre via da casa con un pacco di fogli sotto il braccio, la testa confusa, le gambe affaticate perché non ha dormito. Lo stato di prostrazione non gli impedisce di riflettere. Dove cercare aiuto per non morire? C’è soltanto una persona di cui si fida ciecamente: Vittorini, il suo maestro, l’unico che ha veramente compreso il suo talento. Per arrivare alla stazione, da via Simone del Pozzo, bisogna attraversare tutto il centro di Vigevano, prendere via del Popolo, scendere per piazza Ducale, girare in via XX settembre, passare sotto la manica lunga del Castello e percorrere tutta via Cairoli. Treni per Milano ce ne sono ogni momento.<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Alle cinque del mattino, mentre i suoi scolari dormono le ultime ore prima dell’inizio dell’anno scolastico, Mastronardi piomba a casa di Vittorini. Ricorda Oreste del Buono nel suo libro di «ritratti» di scrittori: «La nuova casa di Elio Vittorini alla Darsena di Milano aveva un portone che dava su viale Gorizia e un portone che dava su via Vigevano. Uno dei portoni veniva aperto presto perché molti degli inquilini andavano a lavorare presto. Lucio Mastronardi svegliò un’assonnata cameriera, le mise in mano un pacco di fogli. “Non disturbi nessuno, glieli dia”, disse e scomparve. Quando Elio Vittorini si alzò, constatò con inquietudine che tra quei fogli c’era anche la carta d’identità di Lucio». Del Buono racconta che «quei fogli erano cosparsi di elenchi, colonne e colonne di parolacce, e per questo Elio Vittorini e Raffaele Crovi si allarmarono maggiormente come se fosse un’estrema testimonianza».<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Mastronardi è visibilmente alterato, ma farla finita non è ancora tra i suoi pensieri. Probabilmente gira come un pazzo per le strade di Milano, l’improvvisata a casa Vittorini non ha placato la sua angoscia. Torna alla stazione Centrale e, probabilmente, prende un treno per Torino. Vuole andare da Calvino? C’è un problema, è tardi, non ce la farebbe a raggiungere via Biancamano con gli uffici aperti. Allora scende a Vercelli, dove pernotta in un albergo. Non è difficile immaginare il suo stato d’animo. Lui stesso, in seguito, racconterà di aver scagliato il portafogli contro l’albergatore, che era entrato in camera sua con un passepartout. Un gesto «alla De Amicis», dirà. La circostanza si può spiegare con lo smarrimento della carta d’identità, probabilmente l’albergatore è salito in camera per sollecitargliela.<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;L’indomani mattina, il 2 ottobre, Mastronardi fila diretto alla stazione e, anziché proseguire per Torino, prende un treno per Alessandria. Che cosa gli sia passato per la testa non si sa, forse fa confusione con le partenze. Sta di fatto che, giunto alla stazione di Alessandria, sale su un treno diretto al capoluogo piemontese, ma si siede in una carrozza riservata a una comitiva turistica. Dirà, esattamente un anno dopo, a Giampaolo Pansa, inviato della <em>Stampa</em>: «Ero su quel treno perché volevo fuggire da Vigevano. Qui mi sembrava di soffocare, in casa non ci resistevo più».<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Chi va soggetto a sbalzi di umore sa che il cattivo tempo è un nemico insidioso. Alla stazione di Alessandria, quel giorno, scende una pioggerellina fastidiosa. Un anziano controllore, di nome Giulio Barbi, livornese, lo invita a cambiare posto. Lucio ha uno scatto dei suoi: «A chi è riservato questo treno? Forse al presidente Gronchi?». E giù insulti: «Io alla tua divisa ci sputo sopra». Barbi chiama la polizia ferroviaria e denuncia Mastronardi al pretore (competente del caso è il dottor Dell’Aquila). Lo interroga in prima battuta un certo Caramello, maresciallo della Polfer, che si rende conto del suo stato di agitazione e lo accompagna al pronto soccorso di Alessandria. Il medico di turno, tal Cotroneo, non ha dubbi: crisi depressiva, il paziente deve essere rinchiuso in manicomio. Anche il responso del direttore dell’ospedale psichiatrico San Giacomo, Piero Pappalardo, è netto: trattasi di un «episodio dissociativo di tipo schizofrenico». Lo mettono in uno stanzone con «una quarantina di pazzi, includendoci gli infermieri», dirà Lucio. Poi, grazie anche ai buoni uffici di casa Einaudi, lo trasferiscono al primo piano, «fra gli esauriti».<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;La situazione è piuttosto grave se la madre, Maria, donna umile e schiva, che ha sempre vissuto nell’ombra del marito, il 22 novembre 1961 sente l’esigenza di prendere carta e penna e scrivere a Calvino: «Sono la mamma di Lucio Mastronardi». Chiede notizie del nuovo romanzo: «Mi dica, Dottore, sarà pubblicato il libro di Lucio del maestro? Basta un monosillabo. Quel che voglia dire per me non importa. La vita mi ha inflitto già tante amarissime esperienze, saprei affrontare anche questa ». E conclude: «A una mamma può far grazia di una piccola importante risposta». Lucio non è al corrente dell’iniziativa.<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Calvino risponde a stretto giro di posta. Ha appreso dai giornali la notizia dell’episodio e del conseguente ricovero: «Non gli ho mai scritto – si giustifica – perché non so se le preoccupazioni letterarie hanno una parte nella sua malattia e non so se una mia lettera può turbarlo». Una seconda lettera della madre gli toglie ogni dubbio: «Sì – scrive senza esitazioni Maria Pistoja in Mastronardi – le preoccupazioni letterarie hanno avuto parte fondamentale nella depressione di Lucio. Quel povero ragazzo, che trascina da dieci anni l’ingrato lavoro nella scuola, dove, fin dal primo giorno ha giurato a se stesso di evadere il più presto, vede o s’illude di vedere in ogni sua manifestazione extra, un miraggio<br /> di liberazione».<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Nell’estate del ’60, racconta ancora la madre a Calvino, «sperò in un concorso Rai Tv, promosso quasi alla chetichella, non disse niente a nessuno e sostenne la prova, ma non si accorse che i vincitori, raccomandatissimi, erano già segnati e ne sofferse». Qualche tempo prima partecipò, invece, a un bando dell’Olivetti: «Fu chiamato nella prima scelta, ma, da ragazzo ingenuamente sincero, fece sapere che fu per alcuni mesi in una clinica psichiatrica». Il manicomio di Mombello.<br /> &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;A quel punto Calvino invia a Lucio una breve lettera in ospedale. È datata 29 novembre 1961: «Caro Lucio, ti pensiamo sempre e non vediamo l’ora di riaverti tra noi. Tra un paio di mesi uscirà <em>Il maestro di Vigevano</em>, di cui mi sto occupando personalmente. Spero d’avere tue buone nuove. Un caro saluto». Come prevedibile, Lucio si sente rinascere: «I benefici li ho subito sentiti». Ora dorme in una cameretta a due letti con un agente della guardia di finanza che soffre di manie di persecuzione. Racconta a Calvino: «Mi fanno la cura dell’insulina. Ogni mattina mi mandano in coma con una puntura, poi dopo qualche ora, con un’altra mi risvegliano». Durante la degenza legge tutto Svevo e <em>Il ponte sulla Drina</em> di Ivo Andric: «Sono riuscito persino a finirlo». Annuncia poi di aver scritto un racconto sulla sua disavventura e di averlo intitolato <em>Un giorno qualunque</em>. Ma di questo racconto non si sa nulla. Le sue ultime parole spiegano indirettamente le ragioni della sua disperazione: «Sono felice che fra qualche mese mi esce il Corallo. Ci tenevo tanto». Verrà dimesso dall’ospedale psichiatrico – con l’obbligo di proseguire la «cura» e ripresentarsi quattro mesi dopo – il 21 dicembre. Giusto in tempo per trascorrere il Natale in famiglia. Nel frattempo, per aver insultato un controllore, si è fatto quasi tre mesi di manicomio.</span><br /> &nbsp;&nbsp;&nbsp;<br /> <a href="http://static3.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/1674-3-Mastronardi_coopertina.jpg"><img src="http://static3.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/1674-3-Mastronardi_coopertina.jpg" alt="" title="" width="150" height="221" class="alignleft" style="border:0px solid #7F7F7F;"/></a><br /> &nbsp;&nbsp;&nbsp;<br /> <strong>Riccardo De Gennaro</strong><br /> <strong>LA RIVOLTA IMPOSSIBILE</strong><br /> <em>vita di Lucio Mastronardi</em><br /> [ pag. 46-56 ]<br /> ⇨ <a href="http://www.ediesseonline.it/" target="_blank"><strong>EDIESSE</strong></a> [ 2012 ]<br /> &nbsp;&nbsp;&nbsp;<br /> &nbsp;&nbsp;&nbsp;<br /> &nbsp;&nbsp;&nbsp;</p><p><iframe width="700" height="394" src="http://www.youtube.com/embed/KhwFu8KcsxU?start=6105&#038;fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p><p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/16/la-rivolta-impossibile-vita-di-lucio-mastronardi/">LA RIVOLTA IMPOSSIBILE <em>vita di Lucio Mastronardi</em></a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/11/30/con-levita/' rel='bookmark' title='MARIO MONICELLI &lt;em&gt;&#8220;&#8230; con levità.&#8221;&lt;/em&gt; [ post in progress - comments off ]'>MARIO MONICELLI <em>&#8220;&#8230; con levità.&#8221;</em> [ post in progress - comments off ]</a> <small>Vicino al Colosseo&#8230; c&#8217;è Monti [ 2008 ] Mario Monicelli...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/05/01/di-sassi-e-cristalli/' rel='bookmark' title='* * * di sassi e cristalli'>* * * di sassi e cristalli</a> <small>* hiberno pulvere&nbsp;&nbsp;** da cenere oro&nbsp; &nbsp; L&#8217;uomo è come...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/27/radiobahia-racconti-per-canzoni-007/' rel='bookmark' title='RADIOBAHIA: racconti per canzoni [007]'>RADIOBAHIA: racconti per canzoni [007]</a> <small>di Marco Ciriello RADIOBAHIA: suona “One of These Things First”...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/05/14/vivavoce03-sylvia-plath-1932%e2%80%931963/' rel='bookmark' title='VivaVoce#03: Sylvia Plath [1932–1963]'>VivaVoce#03: Sylvia Plath [1932–1963]</a> <small> Daddy [ dalla viva voce di Sylvia Plath -...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/brundibar-di-hans-krasa/' rel='bookmark' title='&#8220;Gli alberi crescono, nuvole corrono, gli anni in fretta passano.&#8221; da Brundibár di Hans Krása'>&#8220;Gli alberi crescono, nuvole corrono, gli anni in fretta passano.&#8221; da Brundibár di Hans Krása</a> <small>di Orsola Puecher “Abbiamo lasciato il campo cantando” Così scrive...</small></li></ol></p><div class="feedflare">
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un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/16/stati-caldi-di-vacanza/">stati caldi di vacanza</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong>di Roberto Cavallera</strong></p><p>&nbsp;</p><p><strong>stati caldi di vacanza 1</strong></p><p>tra sé e sé, una per una, infarcite delizie di casa per forni più capienti. lenti con tutto disputano sul prezzo. non s&#8217;alza nessuno. muti sul posto. le corrispondenze su quello che cade. un guadagno sulle vendite i subalterni confusi entrano da dietro danno il resto ne danno un altro s&#8217;adoperano superlativi per il lancio. riprendono con gusto, si fanno vedere disgiunti dal piano, più d&#8217;uno s&#8217;appaga smuovendo un trillo, un tintinnìo<span id="more-42326"></span></p><p style="text-align: center;">***</p><p><strong>stati caldi di vacanza 2</strong></p><p>qua l&#8217;orpello si pesa in grani. un proforma annuale. era, fu, bella, senza affanno. riassunta la pelle chiara come si diventa di più come si leva la mano sullo spreco, un po&#8217; avventate le caviglie immerse nell&#8217;orda. la manutenzione del respiro, il disavanzo rapido, la corte si esprime. rideva del sonno appena fatto. ma come. ma dormi. il torace, il fiato, l&#8217;esame morale delle punte, dei gialli. ardita consuma prima uno, poi l&#8217;altro, l&#8217;organo esterno intanto, più avanti, passato quello, come sarebbe. e se non creduti partivano i pianti. cose ridicole per l&#8217;anniversario dove crescevano, dove. sulla tuta una mezza medaglia vinta a carte. tracciate prossime teorie, genetiche importanti contro la porosità della storia. qui si vince sempre</p><p style="text-align: center;">***</p><p><strong>stati caldi di vacanza 3</strong></p><p>riassunto. il disimpegno che porta alle camere. la sala, promettono, immensa. se non hai mai visto il mare ora lo vedrai, rassicura. tenuto stretto. a domani. vai. chissà le albe, i dintorni. a quelli grossi è fatto un segno sotto il primo strato. la misura è la perfezione e il suo sviluppo. svestiti e sdraiati. un po&#8217; di diaspora. rassegnandosi, tanto da non pensar più di mettere su il disco. al tepore di giugno viene aggiunta una sezione intera delle valve e una parziale dell&#8217;atrio. dalle cavità risuonano schietti piccoli tocchi, il paesaggio tinteggiato da tempo. sospesi dalle ore in affitto, aspetta un attimo. ironicamente il maratoneta sbriciolava la passeggiata concessa, le ossa, sosteneva, non hanno un consumo uniforme</p><p style="text-align: center;">***</p><p><strong>stati caldi di vacanza 4</strong></p><p>si scommette sulla carenza e sulla fuga. chi stenta, chi perde. concertano estive le parti interpretate. apprendono candide le altre acquerellando sul foglio. vane le ricerche al mercato. così prevalgono le indovine, le grazie della processione che passa, sfidano immortali. chi risolve infilando guanti, un&#8217;avanzata importante avvertite le prime crepe sulla porta con nettezza si ascolta l&#8217;aria filare, le cadute di stile delle decorazioni. si cucina per finta, si guarisce per contemplazione. così, all&#8217;oscuro del progresso. sfibrando le braccia nel nuoto scosta maree allunga sul fondo. mite come solo il male che ha già colpito</p><p>&nbsp;</p><p>Questo &egrave; 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In fila indiana, tenendosi appena un fazzoletto sul naso, non sempre vestiti di nero, si aggirano fra le tombe di Montparnasse nella speranza che il proprio caro venga sepolto di fianco a Guy de Maupassant.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/15/le-fossoyeur-y-don-manuel-bueno-martir-miguel-de-unamuno-recensione-per-la-quale-e-necessario-avere-letto-il-libro/">Le fossoyeur y Don Manuel Bueno, mártir, Miguel de Unamuno – Recensione per la quale è necessario avere letto il libro</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p><p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/15/le-fossoyeur-y-don-manuel-bueno-martir-miguel-de-unamuno-recensione-per-la-quale-e-necessario-avere-letto-il-libro/le-fossoyeur-y-don-manuel-bueno-martir/" rel="attachment wp-att-42451"><img src="http://static3.nazioneindiana.net/wp-content/2012/05/Le-fossoyeur-y-Don-Manuel-Bueno-màrtir-100x100.jpg" alt="" title="Le fossoyeur y Don Manuel Bueno, màrtir" width="100" height="100" class="alignleft size-thumbnail wp-image-42451" /></a></p><p>Durante i funerali i parigini mantengono una compostezza invidiabile. In fila indiana, tenendosi appena un fazzoletto sul naso, non sempre vestiti di nero, si aggirano fra le tombe di Montparnasse nella speranza che il proprio caro venga sepolto di fianco a Guy de Maupassant. Piangono, è vero, poi mi notano a due tombe di distanza, in attesa con la mia macchina fotografica – quest’oggetto violento – e reprimono il naturale sfogo del dolore. Io scatto una foto, poi mi giro dall’altra parte.<br /> <span id="more-42450"></span><br /> Rimango in attesa per delle ore, nella speranza di un funerale. Vengo due volte a settimana e mi piace passare del tempo seduto su queste panchine dopo un caffè nell’unico bar economico di rue Daguerre, perché qui, in questo cimitero atemporale, è solo una questione di spazi, perché il mio tempo non coincide mai con quello degli altri, che è quello di una presunta eternità. Quando sono qui ho la strana sensazione che a crescere sia il futuro. Col passare del tempo il passato si affievolisce, e cresce a dismisura l’altro tempo. È come la storia dell’universo che si allarga, mi ripeto spesso. C’è chi venera il passato, che era prima del verbo, nato già coniugato (al passato, per l’appunto), e a ogni funerale mi accorgo di come la chiesa vinca ciclicamente sull’uomo perché ha lanciato un’opa sul futuro: inappellabile fine. Che l’eternità sia dopo, e non prima? Allora penso che l’eternità sia orrenda, e che il futuro ne sia una porzione, una particola di orrore. Il loro dio ha la straordinaria capacità di essere prima e dopo. Noi, solo dopo. È il passato che ci distingue da dio, e questo distinguo si assottiglia man mano che ci avviciniamo alla morte. Dopo c’è solo un’eternità di niente, e se l’eternità è nulla e il passato così poco, allora anche dio non deve avere un gran valore.</p><p>Mi distraggo un attimo dai miei pensieri e mi metto a passeggiare per queste strette viuzze cimiteriali. Quando posso, porto sempre un fiore alla Sontag, lo appoggio sul marmo scuro ed elegante, disadorno e ancora fuori dai circuiti turistici. Mi chiedo se desiderare una donna come lei nasconda davvero il desiderio di impossessarsi dell’intelligenza altrui, con un marchio mascherato da stima intellettuale. Nel dubbio le sorrido timidamente, e le lascio un fiore, chiaro approccio patriarcale. Taglio tutto il cimitero, e arrivo al boulevard Edgar Quinet dove il mercato del mercoledì è ricolmo di gente che compra frutta e verdura. Mi attardo a leggere i prezzi e, da bravo immigrato spagnolo, mi lascio circondare dal francese, una lingua che prima di trasferirmi a Parigi immaginavo più dolce, e sorrido all’idea che qualche anno fa non riuscivo neanche a immaginare un francese arrabbiato. Mia nonna me lo diceva sempre, «Non lasciarti abbindolare dall’eleganza». Anche lei morì. E anche lei, come i francesi, pregava in silenzio, con compostezza. Niente a che vedere con le sguaiate richieste delle sue concittadine, convinte che dopo anni di stenti fosse dio a dovere loro qualcosa. «Ne ho viste fin troppe», mi ripeteva mentre a fatica preparava il caffè, «di persone anziane, e sole, indirizzare le proprie paure a dio, renderlo, se non colpevole, almeno presente al loro martirio, di una presenza necessaria e molto vicina alla colpevolezza. È un atteggiamento molto codardo quello di rendere partecipe di un martirio qualcuno, tirandolo in causa incidentalmente. Molto codardo». Poi mi versava il caffè, prendeva un biscotto e mi pregava – piccole contraddizioni cattoliche – di non innamorarmi di ragazzette alla Françoise Hardy, mi diceva che in Francia c’è un mucchio di gente che parla e canta senza aspirare, e mi pregava – ancora una volta con compostezza – di non rinunciare mai a Unamuno, al nostro Unamuno.</p><p>Seduto a un bar in rue Delambre leggo qualche pagina del libro che mia nonna mi regalò subito dopo il caffè: “Yo no puedo perder a mi pueblo para ganarme el alma”, dice Don Manuel Bueno, e nella nota a piè di pagina leggo di un’assurda disputa su questa frase. C’è chi pensa che dietro ci sia un pentimento dello stesso Unamuno per le sue continue provocazioni spirituali; chi tira in ballo un anacronistico pericolo di autodistruzione della Spagna. Mi trovo d’accordo con alcuni critici che sottolineano come nella narrazione, al punto in cui si è giunti, Don Manuel non abbia alcun motivo per confessarsi ad Angela. E allora perché? La confessione arriverà più in là con conseguente assoluzione (se c’è sempre un’assoluzione, come si può credere nel peccato?), e con la verità (che arriva sempre, anche se si fa finta di non crederle). “Yo no puedo perder a mi pueblo para ganarme el alma”, forse perché Don Manuel Bueno sarebbe semplicemente libero senza il suo popolo? Potrebbe mostrare quell’eterna tristezza e quell’eroica santità che nasconde a tutti tranne che a Lázaro e Angelina, incarnerebbe la prova martirizzata della falsità della religione. La religione è un trucco, una “tortura di lusso”, una favola fedele a se stessa che rende felice il suo popolo, il popolo di ogni Don peccatore sospeso tra una montagna incrollabile e un lago dove galleggiare a vista. E peccatore lo è davvero Don Manuel Bueno, non perché nutra dei dubbi, ma perché dice di trovare il suicidio nella sua opera e nel suo popolo, tradendo in vita quello che predicava, e disobbedendo, ancora una volta, ai dogmi della Santa Madre Chiesa.</p><p>Arriva il caffè, brutto. Non che quelli spagnoli siano più buoni, ma di sicuro costano meno. Mi guardo attorno, e vedo l’ombra della torre pendere sulle nostre teste. Anche oggi non è successo niente, salvo qualche riflessione su un paio di libri che ho letto e riletto. Ripongo il taccuino nel quale ho appuntato queste righe, e in questo giorno di fresco aprile francese mi godo une allumette al cioccolato.</p><p>*</p><p>[foto di Eleonora Quadri]</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/15/le-fossoyeur-y-don-manuel-bueno-martir-miguel-de-unamuno-recensione-per-la-quale-e-necessario-avere-letto-il-libro/">Le fossoyeur y Don Manuel Bueno, mártir, Miguel de Unamuno – Recensione per la quale è necessario avere letto il libro</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/01/26/il-mal-di-montano-di-enrique-vila-matas/' rel='bookmark' title='&#8220;Il mal di Montano&#8221; di Enrique Vila-Matas'>&#8220;Il mal di Montano&#8221; di Enrique Vila-Matas</a> <small>recensione per la quale è necessario avere letto il libro...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/11/29/murene-il-secondo-volume-ingo-schulze-langelo-le-arance-e-il-polipo/' rel='bookmark' title='Murene, il secondo volume: Ingo Schulze, “L’angelo, le arance e il polipo”'>Murene, il secondo volume: Ingo Schulze, “L’angelo, le arance e il polipo”</a> <small> [Sta per essere spedita la seconda Murena. 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un panorama poetico&#160;<br /> &#160;innenansichten – ein panorama in gedichten&#160;<br /> <em>www.lettretage.de/Innenansichten.pdf</em>&#160;</a></p><p>[ <em>compresenza possibile - naturale - e necessaria - di poetiche differenti</em> ]<br /> &#160;<br /> &#160;<br /> <a href="http://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/" target="_blank">pubblicato da <em>orsola puecher</em></a></p><p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/14/visti-dallinterno-un-panorama-poetico/">visti dall&#8217;interno &#8211; un panorama poetico</a></p><p>Related posts: <a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/importanza-di-un%e2%80%99opera/' rel='bookmark' title='Importanza di un’opera'>Importanza di un’opera</a> Andrea Inglese L’importanza di un’opera poetica contemporanea non dovrebbe basarsi...&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/14/visti-dallinterno-un-panorama-poetico/">visti dall&#8217;interno &#8211; un panorama poetico</a></p> ]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;<br /> &nbsp;<br /> <a href="http://www.lettretage.de/Innenansichten.pdf" target="_blank"><span style="Line-height: 18px; color: #ffffff; background-color: #5f5f5f; font-size: 14.4px;">&nbsp;visti dall‘interno &#8211; un panorama poetico&nbsp;<br /> &nbsp;innenansichten – ein panorama in gedichten&nbsp;<br /> <em>www.lettretage.de/Innenansichten.pdf</em>&nbsp;</span></a></p><p><span style="Line-height: 16px; color: #C71010;">[ <em>compresenza possibile - naturale - e necessaria - di poetiche differenti</em> ]</span><br /> &nbsp;<br /> &nbsp;<br /> <a href="http://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/" target="_blank"><span style="font-size: 11px; color: #000000;">pubblicato da</span> <span style="font-size: 11px;"><em>orsola puecher</em></span></a></p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/05/14/visti-dallinterno-un-panorama-poetico/">visti dall&#8217;interno &#8211; un panorama poetico</a></p><hr/><p>Related posts:<ol><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/importanza-di-un%e2%80%99opera/' rel='bookmark' title='Importanza di un’opera'>Importanza di un’opera</a> <small>Andrea Inglese L’importanza di un’opera poetica contemporanea non dovrebbe basarsi...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/02/25/poesia-fuori-del-se-poesia-fuori-di-se/' rel='bookmark' title='Poesia fuori del sé, poesia fuori di sé'>Poesia fuori del sé, poesia fuori di sé</a> <small>Poesia fuori del sé, poesia fuori di sé / Vincenzo...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/02/16/poeti-degli-anni-zero-allesc-2/' rel='bookmark' title='Poeti degli anni zero all&#8217;Esc'>Poeti degli anni zero all&#8217;Esc</a> <small>POETI DEGLI ANNI ZERO Venerdì 25 febbraio 2011, alle ore...</small></li><li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/24/sul-tiresia-di-giuliano-mesa/' rel='bookmark' title='Sul &#8220;Tiresia&#8221; di Giuliano Mesa'>Sul &#8220;Tiresia&#8221; 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