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		<title>Tempo medio di percorrenza</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 05:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Maria Cerino
Ninnella seduta aspetta l’ora del torcicollo. Tra un po’ prenderà a guardarsi le mani, a contarsi le linee tra i palmi e penserà a cosa potrebbe fare per distrarsi dal dolore che le pizzica, come se avesse le unghie, i nervi alla nuca. Sulle ginocchia il libro è fermo da novembre alla pagina [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/15/tempo-medio-di-percorrenza/">Tempo medio di percorrenza</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maria Cerino</strong></p>
<p>Ninnella seduta aspetta l’ora del torcicollo. Tra un po’ prenderà a guardarsi le mani, a contarsi le linee tra i palmi e penserà a cosa potrebbe fare per distrarsi dal dolore che le pizzica, come se avesse le unghie, i nervi alla nuca. Sulle ginocchia il libro è fermo da novembre alla pagina cinque e pure il titolo ricorda a sillabe mischiate; se lo tocca con le dita – dà piccoli colpetti per misurarne la consistenza, indovinarne il peso, impadronirsi della sfida: vincere qualcosa, perché no, chi glielo vieta, in fondo (spera) –: portare la brossura agli occhi le diventa impossibile. Ed è solo la raccolta di rosari per le preghiere alla Madonna, eppure una volta credeva di averle imparate, di conoscerla a memoria la definizione della parola augurata in copertina.<br />
<span id="more-31591"></span><br />
Ha la schiena dritta, Ninnella. La schiena di chi non si gira. E due accompagnatori, alla destra e alla sinistra, i braccioli.  Solo i braccioli misurano dalla  magrezza della pancia, la sua vita. I piedi – da quando le sono diventate pesanti le gambe e fa fatica ad alzarle a cinquanta centimetri da terra – non li ha più visti. Qualche volta le sale il dubbio che l’aria la stia divorando dolcemente prendendosi la carne partendo da sotto millimetro per millimetro, silenziosamente.</p>
<p>Giovanna manda Marco e Luisa a farle compagnia, i nipoti che Ninnella conosce di profilo. Marco ha il neo sotto al naso del padre e Luisa i capelli sottili con le doppie punte di ogni donna di famiglia. La ragazzina da qualche mese ha smesso di laccarle le unghie e le fa ribrezzo il pensiero che la zia possa – con uno scatto di due centimetri del mento a indicare lo smalto tenuto tra i biscotti, nella dispensa – richiederglielo. Ninnella ricorda ancora quanto lungo le era parso il tragitto, per le curve della carne, del piscio e quanto fosse rimasta più immobile di ogni volta che rimaneva immobile per fermare con la volontà il flusso d’urina. A raccoglierlo erano state le mani di Luisa tenute a coppa sotto l’alluce. Ci aveva provato Ninnella a tirarla via, a chiamare la gamba destra per farsi servire, E muoviti, smuoviti figlia mia. Poi aveva visto quella goccia, la prima,  fissare l’ovale del dito grosso, chiuderlo in una specie di luce il rosso fresco della vernice, con la nipote che restava paralizzata non dal puzzo rancido ma dall’annuncio di una qualche a lei estranea sconfitta. Ninnella non sposta il mento neppure per cacciare una mosca se in casa c’è Luisa.</p>
<p>Giuro che non mi ammazzi, ripete mentre sente arrivare sulla nuca il pizzico del folletto invisibile. Ninnella a vent’anni aveva visto la malattia sulla faccia di Cristina mentre camminava per strada e la sorella s’era girata a parlarle. Aveva guardato il folletto fare le smorfie, pizzicarle la nuca, aprirla con un ago e soffiarci dentro bolle piccole di saliva. Una ad una, le aveva accompagnate tutte le cinque figlie del padre Andrea sulla via che fa il funerale. E ora le era davanti l’ultima superstite con lo sguardo stretto e asciutto del tumore. Non l’avevano ancora visitata ma Ninnella riconosceva, oramai nell’espressione, i lineamenti della fine nell’ombra che struscia sulla schiena.  Dalla madre nulla era cambiato, neppure l’odore del malato che smette di lavarsi quando capisce di dover morire. E le aveva viste tutte girarsi verso di lei mentre le camminavano avanti prima che cominciasse il declino. Come se la torsione del busto sprizzasse in testa ogni cellula impazzita e di colpo concedesse le sembianze alla malattia, permettesse alla presenza incarognita di trovare un’apertura nell’osso sacro e venire. Erano morte di cancro in nemmeno due anni, tutte e cinque. Sulla bara di Cristina, Andrea aveva preso a chiamarla Ninnella, Ninnella. Accompagnami a casa, ma Ninnella era rimasta ferma finché il padre non si era allontanato dalla sua schiena. Quel giorno stesso ha inchiodato il suo collo alla testa e alle spalle, dritto, imponendo alla paura di fabbricare impalcature fisse.</p>
<p>Così quando il sangue corre nell’arrivarle alla testa e ha l’impressione che le puntine allentino la presa, che lo gnomo crudele la pizzichi con mani più piccole ma più acute quasi a voler far credere di esser stanco e che morirà lui per primo e stringerla poi di sorpresa in un sussulto, mentre la vita le attraversa la gola, le viene di nuovo il terrore di finire. Ferma il sangue dalle gambe stringendo tra la carne le vene con le dita, beve dal bicchiere tenuto sul tavolo dell’acqua vecchia, quasi tiepida e respira piano. Fa bene attenzione, poi, a battito calmato, a non abbandonare la testa ad alcun sospiro. Poco importa che la sua faccia non sia da tempo più quella di prima, che la fine potrebbe raggiungerla e prenderla nelle rughe – nascondersi in quelle piaghette che ha alla schiena da cui escono e ammuffiscono carne e ossa vive –  e non nel sorriso, come avrebbe fatto una trentina di anni prima. Ninnella concentra il peso di tutto il corpo nel collo e a volte crede che il dolore da cranio spezzato siano solo le dita dei piedi che spuntano sotto la testa e che sia proprio questo, in assoluto, l’unico modo per andarsene via.</p>
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		<title>Bufale dei Pirenei</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 18:47:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Pellini
Sul «Corriere della sera» di martedì 23 febbraio 2010, un articolo di Vittorio Messori (Da Zola a internet l’eterno duello su Lourdes), ricollegandosi al dibattito sul film di Jessica Hausner (Lourdes) e sulla recentissima traduzione di un taccuino di Émile Zola (Viaggio a Lourdes, Medusa edizioni, 2010), si scaglia contro le «vecchie leggende» [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/bufale-dei-pirenei/">Bufale dei Pirenei</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Pierluigi Pellini</p>
<p>Sul «Corriere della sera» di martedì 23 febbraio 2010, un articolo di Vittorio Messori (Da Zola a internet l’eterno duello su Lourdes), ricollegandosi al dibattito sul film di Jessica Hausner (Lourdes) e sulla recentissima traduzione di un taccuino di Émile Zola (Viaggio a Lourdes, Medusa edizioni, 2010), si scaglia contro le «vecchie leggende» laiciste che negano le apparizioni; depreca la proliferazione di «pareri opposti», «tanto più appassionati quanto più disinformati»; e poi porta, a favore della realtà dei miracoli, argomenti che lasciano esterrefatto chiunque abbia un minimo di conoscenze sull’autore dei Rougon-Macquart.<br />
Racconta Messori che, nel 1892, Zola «s’imbarcò sul treno dei malati del Pellegrinaggio Nazionale»; sul marciapiede di una non meglio precisata «stazione di Parigi», lo scrittore naturalista avrebbe osservato una «tisica all’ultimo stadio», Marie Lebranchu. Sempre secondo Messori, «le testimonianze sono unanimi»: Zola avrebbe promesso di convertirsi al culto mariano nel caso in cui le acque di Lourdes avessero guarito Marie; più tardi, di fronte al puntuale avverarsi del miracolo, avrebbe ignorato la promessa, cercando addirittura di corrompere la donna: sarebbe andato a casa di Marie chiedendole di tacere e emigrare in Belgio, in cambio di lauto compenso; «in quel momento», continua Messori, «tornò il marito, solido operaio, che buttò il romanziere giù per le scale».<br />
È vero che nell’estate del 1892, durante un viaggio nel sud della Francia con la moglie Alexandrine, Zola si fermò una dozzina di giorni a Lourdes, in concomitanza con il Pellegrinaggio Nazionale,  per prendere appunti in vista di un romanzo dedicato alla città di Bernadette. E tuttavia Zola e signora si guardarono bene dal viaggiare su un treno di pellegrini: la sera del 18 agosto, alla gare d’Orléans (l’attuale gare d’Austerlitz), salirono a bordo di un confortevole sleeping car del «Pyrénées-Express». Messori attribuisce allo scrittore le vicende (immaginarie) di Pierre Froment, il protagonista del romanzo Lourdes (1894): confondendo con superficialità disarmante vita e invenzione romanzesca. E condisce l’aneddoto riesumando senza alcun vaglio critico le calunnie mirabolanti diffuse da personaggi ambigui e interessati come il dottor Boissarie (il medico incaricato, a Lourdes, di constatare le guarigioni miracolose) e padre Lasserre (il primo biografo di Bernadette), e riprese con strepito dalla stampa clericale dell’epoca.<br />
Delle «unanimi» testimonianze invocate da Messori non c’è traccia nei documenti d’archivio e nei libri di studiosi seri dedicati all’argomento:<span id="more-31874"></span> nell’ottima edizione del romanzo curata da Jacques Noiray per «Folio» nel 1995, nella monumentale biografia (Zola, tremila pagine in tre volumi, a tratti prolisse ma impeccabilmente documentate) pubblicata da Henri Mitterand per Fayard fra il 1999 e il 2002, nel bel libro dell’antropologa Clara Gallini (Il miracolo e la sua prova. Un etnologo a Lourdes, Liguori, 1998). Né poteva esserci: trattandosi di pure e semplici invenzioni. Messori le copia da un libro pubblicato in Francia nel 1957 e tradotto da Mondadori l’anno successivo, Cento anni di miracoli a Lourdes di Michel Agnellet: un volume apologetico, privo di qualsiasi attendibilità storico-filologica. Del resto, della favola di Zola corruttore nella soffitta di Marie Lebranchu si era già appropriato nel suo Ipotesi su Maria (Edizioni Ares, 2005), da dove la riprende un altro giornalista digiuno di metodo storico, Antonio Socci, in un pezzo intitolato La Madonna sconvolge gli intellettuali, su «Libero» del 19 febbraio scorso.<br />
Fa specie che a più di mezzo secolo di distanza si prendano per buone le mistificazioni di Agnellet su un giornale serio come il «Corriere» (non stupisce invece «Libero»); e che a Messori sia permesso di scrivere grossolane sciocchezze su Zola (e su Renan), senza che a uno studioso dello scrittore sia concesso il diritto di replica. Con le credenziali di chi ha curato l’edizione italiana dei Romanzi zoliani, per i «Meridiani» Mondadori (il primo volume è in uscita a fine mese), ho inviato al Direttore del «Corriere», Ferruccio De Bortoli, una richiesta di rettifica: ignorata, in barba alle consuetudini e alla deontologia giornalistica. È triste che un pasdaran cattolico possa impunemente diffamare «un momento della coscienza umana» (così Anatole France definì Zola, nel suo celeberrimo elogio funebre). Ma è ancora più squallido – anche, anzi soprattutto, agli occhi di un credente, direi – il tentativo maldestro di ‘provare’ il miracolo, su un quotidiano laico e colto, ricorrendo a storielle che avrebbero potuto far breccia, tutt’al più, fra il pubblico di un oratorio degli anni Cinquanta. Si sa: se i comunisti mangiano i bambini, anche i positivisti hanno buon appetito.</p>
<p>Messori non è nuovo a simili scivoloni. In passato, nella sua smania di accreditare il Mistero (con la maiuscola, e quale che sia), è riuscito a sostenere, sempre sul laico «Corriere», il 24 febbraio 2003, che gli astrologi hanno previsto con secoli di anticipo la Rivoluzione francese, osservando che nel 1789 si sarebbero verificate numerose, temibili congiunzioni di Giove con Saturno. (Che la posizione della Chiesa in materia di astrologia sia complessa, è noto; però viene quasi voglia di rimpiangere i tempi di Urbano VIII, quando Messori qualche problemino con l’Inquisizione probabilmente ce l’avrebbe avuto). A parte l’assurdità in sé del presunto nesso causale, si dà il caso che nel 1789 Saturno non entrò mai in congiunzione con Giove.<br />
In un’altra occasione, sul «Corriere» del 13 agosto 2003, è la realtà delle visioni di Bernadette a ispirare al Nostro un’appassionata difesa. C’è una lettera del 28 dicembre 1857 in cui il procuratore generale di Pau mette in guardia il procuratore di Lourdes da «manifestazioni simulanti un carattere soprannaturale, miracoloso». Poche settimane più tardi, hanno inizio le apparizioni: forte il sospetto che si tratti di un’abile truffa, da tempo programmata, ai danni della credulità popolare. La storiografia apologetica contesta l’autenticità della lettera. In particolare, un ‘esperto’ di apparizioni mariane come don René Laurentin crede di dimostrare il falso sostenendo che il 28 dicembre di quell’anno era domenica: gli uffici giudiziari erano chiusi, il procuratore generale non poteva essere in servizio e scrivere al collega. E Messori, come sempre senza controllare, segue Laurentin: sullo smascheramento del presunto falso imbastisce un intero articolo. Peccato che il 28 dicembre del 1857 fosse lunedì.<br />
Di entrambi questi incidenti si è accorto a suo tempo l’astronomo Corrado Lamberti: non ottenendo dal «Corriere» diritto di replica – in nome di quali interessi, di quali protezioni, Via Solferino copre pervicacemente le ripetute bufale del suo opinionista? –, li ha denunciati sui numeri 49 (maggio-giugno 2003) e 54 (marzo-aprile 2004) di «Scienza &amp; Paranormale», la rivista del “Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale” (gli articoli di Lamberti si possono leggere anche in rete, sul sito del Cicap).<br />
Oggi Messori è recidivo, con l’aggravante della diffamazione nei confronti di uno dei maggiori scrittori e intellettuali di ogni tempo. Zola non ha mai viaggiato su un treno di pellegrini, non ha mai visto Marie Lebranchu prima della presunta guarigione miracolosa, tantomeno è andato in casa sua con l’intenzione di comprarne il silenzio. A Lourdes, dove ha constatato l’assenza di ogni serio controllo scientifico sulle presunte guarigioni, il romanziere naturalista ha suggerito di sottoporre i malati a visita medica accurata (con anamnesi, vaglio delle cartelle cliniche e fotografia delle piaghe evidenti) prima dell’immersione nelle piscine – il dottor Boissarie si limitava a constatare lo stato di salute dei pellegrini dopo le abluzioni, dando credito, per il pregresso, a certificati medici di dubbia attendibilità.<br />
Tutto ciò è evidente già a chi legga – per citare solo, fra le tante possibili, una testimonianza ora di facile accessibilità per il pubblico italiano – i manoscritti privati del Viaggio a Lourdes; anche se la traduzione delle edizioni Medusa, opera di Mario Porro, lascia molto a desiderare. (Per dirne una: come si fa, in un contesto che non ha nulla di arcaizzante, a tradurre règles con “regole”, quando significa correntemente “mestruazioni”? Zola nota con un disgusto, questo sì molto ottocentesco, che nelle piscine di Lourdes le donne vengono immerse anche avec leurs règles). Ma il taccuino di viaggio, anche nella sua non impeccabile veste italiana, è ugualmente straordinario: come altri appunti preparatori di Zola, costituisce un ricco e rigoroso reportage etnografico avant la lettre; e bene hanno fatto le piccole e vivaci edizioni Medusa a proporlo per la prima volta al pubblico italiano. Anche se poi è curioso che vadano nelle nostre librerie gli scartafacci (sia pure d’eccezione) e non il romanzo: a Antonio Socci, che non avendo letto né gli uni né l’altro confonde i due libri (il romanzo sarebbe «stato ristampato in Italia anche di recente»), sarà bene ricordare che di qua dalle Alpi l’ultima edizione di Lourdes (il romanzo) è quella stampata a Torino da Roux e Viarengo nel 1903. (Da oltre un secolo – stesso editore, 1904 – è assente dalle librerie italiane anche il secondo volume della trilogia delle Trois villes, Rome: un romanzo che nella trama concede troppo agli stereotipi del melodramma, ma è pur sempre la descrizione letteraria più ampia e più acuta della società romana di fine Ottocento. Stupefacente che in Italia pochissimi ne conoscano l’esistenza: come se vigesse ancora l’anatema del Vaticano, che a suo tempo lo mise all’Indice).<br />
Se Messori e Socci avessero letto Lourdes, saprebbero che nei confronti della fede degli umili, delle sofferenze dei malati, delle speranze dei familiari, Zola manifesta compassione e emozione, mai disprezzo. Condanna, invece, l’affarismo dei mercanti nel tempio, dei frati spregiudicati e accaparratori che gestiscono l’industria del miracolo. Per chi ha a cuore la dignità del sentimento religioso popolare, lo Zola degli anni Novanta dell’Ottocento è un bersaglio sbagliato. Viene il sospetto che lo scopo di Messori sia altro: evidentemente, il primo dei moderni intellettuali, uno dei classici del romanzo più letti e amati in tutto il mondo (tranne che in Italia), a qualcuno pare ancora pericoloso. Meglio non leggerlo. E diffamarlo: come faceva la stampa antisemita ai tempi dell’affaire Dreyfus. Non c’è da stupirsi: se i Feltri o i Belpietro possono ispirarsi (inconsapevolmente, temo) allo stile e ai metodi giornalistici di Édouard Drumont, che durante il processo Picquart pubblica sulla «Libre Parole» gli indirizzi di casa dei magistrati, dopo averli definiti «imbecilli», «felloni», «cameriere», i Socci rinverdiscono i fasti della «Croix», il foglio clericale che dopo «J’accuse» titola cristianamente Étripez-le, «Sbudellatelo» (bersaglio, naturalmente, Émile Zola); più melliflui, i Messori si limitano a scrivere sciocchezze.</p>
<p>Una sintesi di questo intervento, e in particolare della sua prima parte, è uscita a p. 18 de “Il Fatto Quotidiano” di sabato 13 marzo 2010, con il titolo Chi ha paura di Émile Zola.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/bufale-dei-pirenei/">Bufale dei Pirenei</a></p>


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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 13:47:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[articolo originale di Diego Casaes · tradotto da Antonella Grati · vai all&#8217;articolo originale inglese e italiano
La censura su Internet [it] è ancora uno dei problemi più sentiti in molti Paesi del mondo. In base a questo presupposto, Reporters Sans Frontières (RSF) organizzazione internazionale con sede a Parigi (di recente attivazione la versione italiana [it]) ha promosso — lo scorso [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-giornata-mondiale-contro-la-censura-online/">La giornata mondiale contro la censura online</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/internet_bleu.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-31841" title="internet_bleu" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/internet_bleu.gif" alt="" width="180" height="239" /></a>articolo originale di <a href="http://globalvoicesonline.org/author/diego-casaes/" target="_blank">Diego Casaes</a> · tradotto da <a href="http://it.globalvoicesonline.org/author/antonellagr/" target="_blank">Antonella Grati</a> · vai all&#8217;articolo originale <a href="http://globalvoicesonline.org/2010/03/12/global-world-day-against-censorship/" target="_blank">inglese</a> e <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/03/giornata-mondiale-contro-la-censura-online/">italiano</a></em></p>
<p>La <a title="Link a Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Internet_censorship" target="_blank">censura su Internet</a> [it] è ancora uno dei problemi più sentiti in molti Paesi del mondo. In base a questo presupposto, <em>Reporters Sans Frontières (RSF)</em> organizzazione internazionale con sede a Parigi (di recente attivazione la <a title="Reporters Sans Frontières in italiano" href="http://rsfitalia.org/" target="_blank">versione italiana</a> [it]) ha promosso — lo scorso 12 marzo — l&#8217;annuale<a title="Link al sito di Reporters Sans Frontières" href="http://www.rsf.org/World-Day-Against-Cyber-Censorship.html" target="_blank">Giornata Mondiale contro la censura online</a> [in]. Per l&#8217;occasione, RSF ha aggiornato l&#8217;elenco dei “<a title="Link al sito di Reporters Sans Frontières" href="http://www.rsf.org/ennemis.html" target="_blank">Nemici di Internet</a>“ [fr, in, sp]: Cina, Arabia Saudita, Vietnam e Tunisia sono in testa come casi esemplari di Paesi che censurano il web. Inoltre, alla vigilia della Giornata e con il sostegno di Google, <a title="Notizia su Reporters Sans Frontières in italiano" href="http://rsfitalia.org/2010/03/12/alle-cyberfemministe-iraniane-del-sito-%e2%80%9cchange-for-equality%e2%80%9d-il-primo-premio-netizen%e2%80%9d-organizzato-da-reporters-sans-frontieres-con-il-sostegno-di-google/" target="_blank">RSF ha assegnato</a> [it] il primo “Premio Netizen” alle cyberfemministe iraniane del sito <a title="Sito in inglese di Change for Equality" href="http://www.we-change.org/english" target="_blank">Change for Equality</a> [in].</p>
<blockquote><p>Reporters Sans Frontières celebra la Giornata Mondiale contro la cyber-censura il 12 marzo 2010. L&#8217;obiettivo è la mobilitazione generale per sostenere un&#8217;Internet non filtrata e accessibile a tutti. In seconda battuta, ciò significa attirare l&#8217;attenzione sul fatto che, con la creazione di nuovi spazi per lo scambio di idee e informazioni, Internet sia di fatto una forza a sostegno della libertà. Sono sempre più i governi che hanno fatto proprio questo concetto e i tentativi di controllare Internet ne sono la conseguenza.</p></blockquote>
<p><strong><span id="more-31837"></span>Rilanci dal web sulla Giornata contro la censura online</strong></p>
<p>Il blogger giordano Naseem Tarawnah su <a title="Link al Blog The Black Iris of Jordan" href="http://www.black-iris.com/" target="_blank"><em>Black Iris</em></a> [in] esorta i lettori a unirsi in una manifestazione online per sostenere la libertà d&#8217;espressione. Sostiene che negli ultimi anni sono emersi gli elementi per affermare che il Paese sta virando verso tempi duri per gli utenti Internet, specialmente alla luce di “progetti che il governo potrebbe elaborare per l&#8217;implementazione di una ‘Cyber Legge&#8217; mirata a regolamentare il mondo online”. Si rivolge dunque agli utenti di Twitter:</p>
<blockquote><p>Ai miei colleghi <em>tweep</em> posso solo chiedere di ritrovarsi per rilanciare i messaggi in circolazione nella blogosfera o di  inviarne di propri a sostegno di un&#8217;internet libera. Forse possiamo usare l&#8217;hashtag <em>#FreeNetJo</em> per contrassegnare tutti i nostri<em> tweet</em>.</p></blockquote>
<p>E come <a title="Link a Global Voices" href="http://advocacy.globalvoicesonline.org/author/ramyraoof/" target="_blank">sintetizza</a> [in] Ramy Raoof su Global Voices Advocacy:</p>
<blockquote><p><strong>Credete</strong> nella Libertà di parola?</p>
<p><strong>Pensate</strong> che sia normale essere schedati e seguiti mentre siete online?!</p>
<p><strong>Pensate</strong> che sia nel vostro diritto accedere a ricerche e blog su Internet senza censure?</p>
<p><strong>Credete</strong> nella Libertà d&#8217;Informazione? Nel Diritto ad accedere all&#8217;informazione?</p>
<p><strong>Volete</strong> difendere un&#8217;Internet senza restrizioni e accessibile a tutti, sempre e ovunque?</p>
<p>Allora sostenete la <a title="Link al sito di Reporters Sans Frontières" href="http://www.rsf.org/World-Day-Against-Cyber-Censorship.html" target="_blank">Giornata contro la Cyber-censura</a> [in] il 12 marzo…</p>
<p>Passate parola!</p></blockquote>
<p>La collaboratrice di Global Voices <a title="Link a Global Voices" href="http://globalvoicesonline.org/author/archana/" target="_blank">Archana Verma</a> [in] ha pubblicato una <a title="Link a Global Voices" href="http://globalvoicesonline.org/2010/03/11/against-cyber-censorship-voices-in-hindi/" target="_blank">rassegna</a> [in] in cui raccoglie riflessioni e punti di vista dalla blogosfera in lingua indù sui temi della libertà d&#8217;espressione e sulla censura. E <a title="Link" href="http://globalvoicesonline.org/2010/03/11/against-cyber-censorship-voices-in-hindi/" target="_blank">aggiunge</a> [in]:</p>
<blockquote><p>L&#8217;India <a title="Link a Wikipedia" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Internet_censorship" target="_blank">non rientra nella categoria </a>[in] dei “Buchi neri di Internet,” i <em>web writer </em>indù non si sono occupati molto della questione perché non hanno vissuto in prima persona il problema. Ciò non significa che svariati blogger non abbiano affrontato il tema della libertà di stampa da diverse angolature.</p></blockquote>
<p>Global Voices si impegna a dar voce a chi rimane inascoltato dalle testate tradizionali. Sappiamo che molti governi non consentono ai cittadini di usare il Web in modo libero e aperto, praticando spesso la censura e filtrando i contenuti. Qui di seguito sono elencati alcuni progetti di Global Voices per promuovere la libertà d&#8217;espressione, il cyber-attivismo e la trasparenza online.</p>
<p><strong>Global Voices Advocacy</strong></p>
<p><a title="Link a Global Voices" href="http://advocacy.globalvoicesonline.org/" target="_blank">Global Voices Advocacy</a> [in] è l&#8217;ambito dove si va di costruendo una rete globale anticensura di blogger e attivisti, dedicata alla protezione della libertà di espressione e al libero accesso all&#8217;informazione online. Da questo sito si accede a <a title="Link a Global Voices" href="http://advocacy.globalvoicesonline.org/projects/" target="_blank">una miriade di progetti </a>[in] finalizzati al sostegno di singoli impegnati nella lotta contro la censura del web, così come a modalità per gestire blog <a href="http://advocacy.globalvoicesonline.org/projects/guide/scrivere-un-blog-anonimo-con-wordpress-e-tor/">in maniera anonima</a> [it] in quelle aree dove gli utenti Internet devono spesso far fronte alle restrizioni governative.</p>
<p><strong>Threatened Voices</strong></p>
<p><a title="Link a Global Voices" href="http://threatened.globalvoicesonline.org/" target="_blank">Threatened Voices</a> [in] è un recente progetto di mappatura su base collaborativa finalizzato a costruire una banca dati di blogger minacciati, arrestati o uccisi per aver espresso la propria opinione online, e ad attirare l&#8217;opinione pubblica sulle campagne per la loro liberazione. Finora <em>Threatened Voices</em> ha già seguito <a title="Link a Global Voices" href="http://threatened.globalvoicesonline.org/bloggers/all" target="_blank">213 casi di blogger arrestati o minacciati</a> [in], come il caso di <a title="Link a Global Voices" href="http://threatened.globalvoicesonline.org/blogger/ahmad-mostafa" target="_blank">Ahmad Mostafa</a> [in], studente di ingegneria dell&#8217;Università di Kafr el-Sheikh, il primo blogger egiziano a comparire davanti a una corte militare <a title="Link a Global Voices" href="http://advocacy.globalvoicesonline.org/2010/02/28/egypt-a-blogger-sent-to-a-military-court-for-a-post-he-published-a-year-ago/" target="_blank">per aver curato un blog</a> [in].</p>
<p><strong>Technology for Transparency Network</strong></p>
<p>Accanto a Rising Voices, ecco <a href="http://transparency.globalvoicesonline.org/" target="_blank">Technology for Transparency Network</a>, un nuovo sito web interattivo mirato a sostenere le iniziative che promuovono trasparenza, responsabilità e coivolgimento civico in tutto il mondo. Il Network è un esempio dei modi in cui la libertà d&#8217;espressione può facilitare il monitoraggio sui governi e restituire ai cittadini dei Paesi in via di sviluppo informazioni corrette e non regolamentate, oltre a tenere sotto osservazione le decisioni e le azioni dei politici.</p>
<p>Su tale sito, Renata Avila, avvocatessa per i diritti umani e blogger in Guatemala, ha presentato il caso messicano di <a title="Link alla pagina di InternetNecesario su Global Voices" href="http://transparency.globalvoicesonline.org/project/internetnecesario" target="_blank">#InternetNecesario</a> [in], una serie di proteste online via Twitter e altri social network, per contrastare una tassa su Internet imposta dal Parlamento messicano. Questo movimento è un esempio di come un&#8217;Internet non-censurata possa munire i cittadini della forza necessaria per lottare a favore dei propri diritti.</p>
<p>Laura Vidal, blogger venzuelana a Parigi, <a title="Link alla pagina di InternetNecesario su Global Voices" href="http://transparency.globalvoicesonline.org/project/internetnecesario#comment-31" target="_blank">commenta</a> [in]:</p>
<blockquote><p>Questo progetto è un esempio di come sia possibile per una società civile unire e organizzare gli sforzi necessari per controbattere a un governo che agisce senza esercitare la funzione consultiva e a una stampa che non svolge la funzione di collegamento tra l&#8217;opinione pubblica e la classe dirigente del Paese.</p></blockquote>
<p><strong>Breaking Borders</strong></p>
<p>Infine <a title="Link al sito Breaking Borders" rel="nofollow" href="http://breakingborders.net/" target="_blank">il premio Breaking Borders</a> [in], promosso congiuntamente da Global Voices e Google e sostenuto da<a title="Link al sito Thomson Reuters" rel="nofollow" href="http://thomsonreuters.com/" target="_blank">Thomson Reuters</a> [in] per valorizzare i migliori progetti web promossi da individui o gruppi che dimostrano coraggio, energia e creatività nell&#8217;uso di Internet, con l&#8217;obiettivo finale di promuovere la libertà d&#8217;espressione. Il premio sarà diviso in tre categorie, ciascuna con un equivalente a 10.000 dollari USA: strumenti per la promozione della libertà d&#8217;espressione, attività degne di nota su politica e attivismo, produzioni giornalistiche che abbiano contribuito con voci o argomenti importanti. Gli esiti del premio saranno resi pubblici a maggio, nel corso del <a title="Link a Global Voices" href="http://summit2010.globalvoicesonline.org/" target="_blank">Global Voices Citizen Media Summit 2010</a> [in].</p>
<p>In questa giornata così importante per Internet, ci auguriamo che la gente si mobiliti per il cambiamento, per la lotta alla censura e per far crescere la consapevolezza di quanto sia importante uno spazio digitale libero. Per ulteriori approfondimenti sulla lotta a tutela della libertà d&#8217;espressione sul web, Global Voices ha anche messo a punto <a title="Link a Global Voices" href="http://globalvoicesonline.org/-/topics/freedom-of-speech/" target="_blank">questa sezione speciale</a> [in].</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-giornata-mondiale-contro-la-censura-online/">La giornata mondiale contro la censura online</a></p>


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		<title>La responsabilità dell’autore: Franco Cordelli</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 08:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Cordelli]]></category>
		<category><![CDATA[inchiesta]]></category>
		<category><![CDATA[la responsabilità dell'autore]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori italiani]]></category>

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		<description><![CDATA[
[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi e Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, ecco le risposte [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">La responsabilità dell&#8217;autore: Franco Cordelli</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cordelli11.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cordelli11-300x300.jpg" alt="" title="cordelli1" width="300" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-31867" /></a></p>
<p><em>[Dopo gli interventi di <a href="../2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a></em><em> e <a href="../2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea Inglese</a></em><em>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="../2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a></em><em>, <a href="../2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi Bernardi</a>,</em><em> <a href="../2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela Murgia</a>, <a href="../2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio Mozzi</a>, <a href="../2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule Trevi</a> e <a href="../2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio Parazzoli</a>, </em><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/" target="_blank">Claudio Piersanti</a>,</em><em> ecco le risposte di Franco Cordelli</em><em>.]</em></p>
<p><em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</em></p>
<p>Sulla poesia non so che dire, ho smesso di leggerla – almeno quella nuova. Ma anche dei poeti che più mi piacevano non ho l’impulso a prendere in mano i libri, tranne, di tanto in tanto, i poeti meno poeti «di professione». Ogni tanto rileggo i due libri ultimi di Bassani, Racconto d’amore di Quarantotti Gambini, Via delle cento stelle di Palazzeschi o Poesie della fine del mondo di Delfini). Riguardo al romanzo, direi che ce n’è così tanto che sarebbe difficile parlare seriamente di una (sua) mancanza di vitalità. Il problema, va da sé, è che in questa abbondanza di narrazioni è difficile trovare ciò che è davvero «vitale». (Benché anche questo sia un luogo comune: se si vuole, i libri importanti si trovano con un colpo d’occhio, non ci si sbaglia quasi mai).<span id="more-31844"></span></p>
<p><em>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</em></p>
<p>Certo. Ciò che qui viene chiamato «industrializzazione»  orienta non solo il lettore ma anche lo scrittore. Però la vera domanda diventa: quale tipo di scrittore questo fenomeno orienta?</p>
<p><em>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</em></p>
<p>Su tale argomento stendiamo un velo pietoso. È un aspetto del fenomeno di industrializzazione di cui sopra. I giornali, quotidiani e settimanali, come è ovvio sono una parte intrinseca (non, cioè, antagonista) di uno stesso processo. Addirittura, ne pongono le fondamenta.</p>
<p><em>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</em></p>
<p>Credo vi siano editori, per lo più i piccoli, ma anche i medi, e perfino i grandi (penso a qualche «editor» illuminato) che non abbiano dimenticato la lezione ricevuta dalle generazioni precedenti e, più in generale, l’idea di valore in letteratura. (Non vorrei che questa risposta suonasse ottimista, ma è proprio così, basta guardarsi intorno, noi continuiamo a leggere – non solo libri del passato. Leggiamo anche libri del passato che altrimenti, non fossero riproposti, avremmo dimenticato).</p>
<p><em>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</em></p>
<p>Del web non so nulla. Non ho il computer e non potrei esprimere un’opinione se non dal di fuori, per sentito dire. L’unico punto che posso immaginare è che il computer sia una causa del fatto che le narrazioni si sono allungate a dismisura.</p>
<p><em>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?</em></p>
<p>Sostenere la letteratura? Be’, non c’è altro modo che farne. Oppure farne un po’ di meno.</p>
<p><em>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</em></p>
<p>Sempre più spesso ogni trasmissione televisiva si adorna della presenza di uno scrittore. Non basta per pensare che gli scrittori italiani possano dire come la pensano sul mondo e, dunque, avere un’influenza?</p>
<p><em>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</em></p>
<p>Sarebbe vile sostenere che l’unica responsabilità è nei libri che si scrivono e pubblicano.</p>
<p><em>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</em></p>
<p>In un senso drammatico, questa separazione tra politica e cultura (in Italia) è sempre più evidente. Ma in un senso ancora più drammatico l’una è omogenea all’altra, tanto quanto lo sono (vedi sopra) la grande editoria e la quotidiana risposta al suo operato.</p>
<p><em>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe &#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</em></p>
<p>Nel ’91 o ’92, collaboravo all’«Indipendente» fondato da Ricardo Franco Levi. Poi cambiò direttore e, con lui, il caporedattore degli spettacoli (un protoleghista). Costui ritenne che non dovessi recensire Gli ultimi giorni dell’umanità di Luca Ronconi: uno spettacolo “non milanese”. Guadagnavo bene, ma mi dimisi. Poco dopo cominciai una collaborazione al Tg2 diretto da un uomo «di destra». Perché in quel caso non mi dimisi? Perché ritenevo che la testata, non essendo proprietà privata ma rappresentante dell’intera comunità (una istituzione) mi consentisse di collaborare – almeno finché non mi fossero posti divieti, come in effetti mai avvenne.</p>
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		<title>Francis Ponge, Il partito preso delle cose</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/da-francis-ponge-il-partito-preso-delle-cose/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 07:43:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Francis Ponge]]></category>
		<category><![CDATA[Gherardo Bortolotti]]></category>
		<category><![CDATA[Il partito preso delle cose]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=31826</guid>
		<description><![CDATA[di Francis Ponge
traduzione di Jacqueline Risset
La candela
La notte a volte ravviva una pianta singolare il cui bagliore scompone le camere ammobiliate in cespugli d’ombra.
La sua foglia d’ora si regge impassibile nel cavo di una colonnetta di alabastro, attraverso un peduncolo nerissimo.
Le farfalle povere la assalgono preferendola alla luna troppo alta, che vaporizza i boschi. Ma [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/da-francis-ponge-il-partito-preso-delle-cose/">Francis Ponge, Il partito preso delle cose</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francis Ponge</strong><br />
traduzione di <strong>Jacqueline Risset</strong></p>
<p><strong>La candela</strong></p>
<p>La notte a volte ravviva una pianta singolare il cui bagliore scompone le camere ammobiliate in cespugli d’ombra.<br />
La sua foglia d’ora si regge impassibile nel cavo di una colonnetta di alabastro, attraverso un peduncolo nerissimo.<br />
Le farfalle povere la assalgono preferendola alla luna troppo alta, che vaporizza i boschi. Ma subito bruciate o sfinite bella battaglia, tutte fremono sull’orlo di una frenesia vicina allo stupore.<br />
Intanto la candela, con il vacillare dei chiarori sul libro nel brusco sprigionarsi dei fumi originari, incoraggia il lettore – poi si inclina sul suo piatto, e affoga nel suo alimento.<span id="more-31826"></span></p>
<p><strong>Gli alberi si disfano</strong><br />
<strong>all’interno di una sfera</strong><br />
<strong>di nebbia</strong></p>
<p>Nella nebbia che circonda gli alberi, le foglie sono loro sottratte e queste, sconcertate da una lenta ossidazione, e mortificate dal ritirarsi della linfa a vantaggio di fiori e frutti, fin dalle grandi calure di agosto già erano meno attaccate ad essi.<br />
Nella scorza si scavano canaletti verticali attraverso cui l’umidità del suolo è portata a disinteressarsi alle parti vive del tronco.<br />
I fiori sono dispersi, i frutti vengono deposti. Dalla più tenera età, rassegnare qualità vive e parte dei loro corpi è diventato per gli alberi un esercizio familiare.</p>
<p><strong>Il pane</strong></p>
<p>La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande.<br />
Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe&#8230; E tutti quei piani subito così nettamente articolati, quelle lastre sottili dove la luce allunga con cura i suoi fuochi, – senza uno sguardo per l’ignobile mollezza sottostante.<br />
Quel flaccido e freddo sottosuolo che chiamano mollica ha il tessuto simile a quello delle spugne: foglie o fiori vi stanno come sorelle siamesi saldate gomito a gomito tutte assieme. Quando il pane si rafferma i fiori appassiscono e si restringono: si staccano allora gli uni dagli altri, e la massa si fa friabile…<br />
Ma rompiamola: nella nostra bocca infatti il pane deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riverenza.</p>
<p><strong>Il ciclo delle stagioni</strong></p>
<p>Stanchi di essersi contratti per tutto l’inverno, gli alberi all’improvviso si lusingano dell’essere ingannati. Non ce la fanno più: lasciano andare le parole, un flusso, un vomito di verde. Cercano di raggiungere un infogliamento completo di parole. Tanto peggio! Tutto si metterà in ordine come potrà! Ma, in realtà, si mette in ordine! Nessuna libertà nell’infogliarsi… Lanciano, perlomeno lo credono, parole qualsiasi, lanciano gambi per appendervi ancora parole; i nostri tronchi, pensano, ci stanno per assumersi tutto. Cercando di nascondersi, di confondersi gli uni negli altri. Credono di poter dire tutto, poter ricoprire il mondo interno con parole variegate: non dicono altro che “gli alberi”: neanche capaci di trattenere gli uccelli che se ne volano via, mentre essi si rallegravano di aver prodotto fiori così strani. Sempre la stessa foglia, sempre lo stesso modo di spiegarsi, e lo stesso limite, sempre foglie simmetriche a se stesse, simmetricamente sospese! Tenta, ancora una foglia! – La stessa! Ancora un’altra! La stessa! Niente insomma che possa fermarli se non improvvisamente questa riflessione: “Non si esce dagli alberi con mezzi di alberi”. Una nuova stanchezza, un nuovo capovolgimento morale. “Lasciamo che tutto ingiallisca, e cada. Venga lo stato taciturno, lo spoglio, l’AUTUNNO”.</p>
<p><strong>Il pezzo di carne</strong></p>
<p>Ogni pezzo di carne è una specie di fabbrica, mulini e frantoi per il sangue.<br />
Tubature, altiforni, vasche vi coabitano con i magli, con i cuscini di grasso.<br />
Il vapore vi sorge, bollente. Fuochi cupi o chiari avvampano.<br />
Ruscelli a cielo aperto trascinano scorie con il fiele.<br />
E tutto ciò si raffredda lentamente verso la notte, verso la morte.<br />
Avvengono subito, se non la ruggine, per lo meno altre reazioni chimiche, che emanano odori pestilenziali.</p>
<p><strong>Questi testi, scelti da <a href="http://bgmole.wordpress.com/" target="_blank">Gherardo Bortolotti</a>, sono tratti da: Francis Ponge, <em>Il partito preso delle cose</em>, trad. di J. Risset, Einaudi, 1979.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/da-francis-ponge-il-partito-preso-delle-cose/">Francis Ponge, Il partito preso delle cose</a></p>


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		<title>Ora pro Anobii- varie ed eventuali</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 07:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ora pro Anobii
di
effeffe

Un libro come un&#8217; urna per le ceneri elette

L&#8217;originale di Laura
Di Vladimir Nabokov, Anna Raffetto (Traduttore), Dmitri Nabokov (Curatore)
Dalle prefazione del figlio Dimitri, il racconto dell&#8217;atelier del padre, delle cadute pericolose, si aprono misteriose pagine di una Letteratura assoluta, un romanzo incompiuto- ma quale romanzo non lo è?- che è una partita a [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/13/ora-pro-anobii-varie-ed-eventuali/">Ora pro Anobii- varie ed eventuali</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ora pro <a href="http://www.anobii.com/effeffe/books">Anobii</a><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/machine.jpeg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-31790" title="machine" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/machine-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>Un libro come un&#8217; urna per le ceneri elette</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-1.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31786" title="image_book-1.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-1.php_.jpeg" alt="" width="95" height="150" /></a></p>
<p><em>L&#8217;originale di Laura</em><br />
Di <strong>Vladimir Nabokov</strong>, Anna Raffetto (Traduttore), Dmitri Nabokov (Curatore)<br />
Dalle prefazione del figlio Dimitri, il racconto dell&#8217;atelier del padre, delle cadute pericolose, si aprono misteriose pagine di una Letteratura assoluta, un romanzo incompiuto- ma quale romanzo non lo è?- che è una partita a scacchi con la morte, e dove la follia di una mossa, indovinata o meno, permetterà di avere la meglio sul temibile avversario. Litte- rature, lettera della cancellazione, del levare, in cui ogni segno &#8211; le pagine riprodotte dei taccuini ti scorticano le dita e fatichi a dirle, le parole- traccia una linea, un destino, una voce, quella di Nabokov che ripete, con una certa ossessione sul finale: estirpare, espungere, cancellare, sopprimere, strofinare via&#8230;<span id="more-31784"></span></p>
<p><strong>Un libro che è un dono</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-3.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31789" title="image_book-3.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-3.php_.jpeg" alt="" width="103" height="146" /></a><br />
<em>Imperdonabili</em><br />
Di <strong>Philippe Djian,</strong> D. Petruccioli (Curatore)<br />
&#8220;Pour pardonner, il faut d&#8217;une part s&#8217;entendre, des deux côtés, sur la nature de la faute, savoir qui est coupable de quel mal envers qui ». scrive Derrida a proposito del perdono. Ecco perché nessuno dei protagonisti di un romanzo che si vuole crudele, poetico ma spietato, riesce a dare un seguito alla propria richiesta o azione di perdono. Nessuna riconciliazione è possibile perché in fondo nessuno di loro, sia che si tratti del romanziere Francis, voce narrante, di sua figlia Alice, della seconda moglie, Judith o del giovane Jérémie, riesce a stabilire una forma chiara e netta di colpevolezza . Il perdono è vissuto allora nella sua purezza, non cede alla tentazione della riconciliazione, ma assume una per una tutte le condizioni esecrabili dell&#8217;esistenza, la morte, il lutto, la follia. Imperdonabili, allora, perché ancora umani.</p>
<p><strong>Un libro che è una lettera d&#8217;amore (non al lettore)</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-4.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31792" title="image_book-4.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-4.php_.jpeg" alt="" width="92" height="150" /></a><br />
<em>Il peso della farfalla</em><br />
Di <strong>Erri De Luca</strong><br />
Ci sono dei libri che sai &#8211; lo immagini- dalle prime frasi non appartenerti. Sono libri che appartengono innanzitutto a un luogo, poi, ma non per successione casuale o sintomatica di un falso, a una persona. Non c&#8217;è nulla che possa trattenerti in quei luoghi, a prescindere dal libro che stai leggendo, ora una storia di marinai, e di oceani, una di magnifiche macchine volanti e di aria, perché non sai distinguere i venti o la direzione delle correnti. E sai anche che la donna &#8211; l&#8217;uomo- a cui quelle parole sono indirizzate, frasi rivolte e spezzate, non sei tu. Nella buca delle lettere che quella sì ti appartiene, ti è noto il mittente ma c&#8217;è un errore ne destinatario. Quella lettera te la giri tra le mani, come quando sfogli un libro che ti è estraneo, e la tentazione di aprirla affida il suo alibi all&#8217;errore dell&#8217; attribuzione, al fatto che sia capitata a te.<br />
Allora leggi ogni frase con distacco che perfino ti commuove la frase a te non indirizzata, l&#8217;impressione del viaggio che non farai mai, il peso di una farfalla, o di una visione che non ti farà cadere. Almeno così, ti pare.</p>
<p><strong>Un libro che è un atto di fedeltà all&#8217;uomo (e alla donna)</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-2.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31787" title="image_book-2.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-2.php_.jpeg" alt="" width="88" height="150" /></a><br />
<em>Quel fantastico giovedì</em><br />
Di<strong> John Steinbeck</strong><br />
In francese, il titolo recita tendre (tenero) e in inglese, ovvero nella sua versione originale, sweet, dolce. Si sa che noi italiani siamo gente da superlativi, issimi in ogni nostra esternazione sull&#8217;esistere. Intanto Steinbeck la cui poetica è tutto tranne che tenera, o dolce, affida ai suoi personaggi, innanzitutto Doc, biologo reduce della seconda guerra mondiale e poi Suzy, una prostituta nella piccola cittadini di cui Doc è originario un messaggio semplice. Grazie alla comunità degli amici in cui la storia si svolge, i due si incamminano nella realizzazione delle più segrete ambizioni, &#8220;l&#8217; amore &#8221; su tutte, e che pur perdendone a tratti la speranza riescono a realizzare. Come spesso accade nella vita di ognuno &#8211; qui è il lettore che parla- quando i fatti della vita, della comunità a cui si appartiene e soprattutto la storia, la Storia in cui si è, sembra suggerire che &#8220;nulla sarà come prima&#8221; ci si scopre d&#8217;un tratto ancora una volta capaci di fare di quel mutamento una ragione in più di vitalità, una forte, seppure disperata vitalità.</p>
<p><strong>Sulla magnifica resa degli scrittori</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31785" title="image_book.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book.php_.jpeg" alt="" width="96" height="150" /></a><br />
<em>Bartleby e compagnia</em><br />
Di <strong>Enrique Vila-Matas</strong>, D. Manera (Traduttore)<br />
Non amo particolarmente la parola scrittore. Preferisco che si parli delle opere scritte proprio in un tempo in cui lo scrittore senza opera sarebbe la più grande ambizione di ogni critico o casa editrice. Leggere e pubblicare libri non scritti, che si leggono assai facilmente, senza consumare carta, distruggere alberi, pensateci solo per un attimo! Eppure, molti sanno che ad ogni libro si accompagna un altro, silenzioso, alter ego mai nato, e solo accorti lettori riescono dalla voce del solo sopravvissuto a indovinarne il respiro. Vila-Matas ricostruisce passo dopo passo la cartografia dei libri mai esistiti, di quelli che attraverso la rivolta dei personaggi, degli &#8220;scrittori&#8221;, Bartleby, Lord Chandos, Kafka, Benjamin, affidano alla negazione di sé la più autentica testimonianza di essere, nonostante tutto, vivi.</p>
<p><strong>Un libro come quello degli ospiti</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-5.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31794" title="image_book-5.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-5.php_.jpeg" alt="" width="102" height="147" /></a><br />
<em>Atti relativi alla morte di Raymond Roussel</em><br />
Di <strong>Leonardo Sciascia</strong><br />
Per la prima volta senti la distanza del come se. Si ha come la sensazione di un ribaltamento delle vite. Raymond Roussel abita la città di Sciascia, la sua civiltà composta e ricomposta nelle stanze di un grande albergo, così come lui avrebbe potuto percorrere i corridoi del suo equivalente a Parigi. Del resto gli arrondissement citati, per dovere di cronaca, sia ben chiaro, sono più o meno gli stessi in cui lo scrittore siciliano risiedeva in ognuno dei lunghi soggiorni nella capitale. E così sembra riecheggiare tra le pagine del celebre dandy, la stessa dimensione libertina cui tutta l&#8217;opera di Sciascia aveva guardato, lo stesso fascino suggerito dalla grazia di una donna mai descritta e il cui nome diventa negli atti stilati dai burocrati, ogni volta diverso. Qui la signora Fredez diventa Dufrène poi Freder e infine nuovamente Fredez, mentre nelle pagine di Sciascia avevamo appena sfiorato la vedova Roscio, intravisto la Nicolosi&#8230;</p>
<p><strong>Un libro dell&#8217;interno ritorno</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-6.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31796" title="image_book-6.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-6.php_.jpeg" alt="" width="94" height="150" /></a><br />
<em>Il tempo invecchia in fretta</em><br />
Nove storie<br />
Di <strong>Antonio Tabucchi</strong><br />
Di uno scrittore si possono amare soltanto i libri. Ogni libro è una storia d&#8217;amore a sé che non vi dice nulla degli amori a venire, o di quelli passati. per quanto un profumo, una voce sembrino attraversarli tutti. Lo stile di Tabucchi è nella frase. Nella composizione delle voci che i suoi personaggi, assai discreti sussurrano, vincendo ogni rumore di fondo.<br />
In quasi tutte le storie &#8211; storie ancor più che racconti- una canzone, talvolta fischiettata, altre immaginata accompagna i personaggi. Due filosofi francesi, Deleuze e Guattari avevano scritto che nel refrain, nel ritornello, avveniva, per i bambini, un complesso processo di appropriazione dello spazio &#8211; eppure la musica è innanzitutto una questione di &#8220;Tempo&#8221;. Il bambino che ha paura si ripete il la la la, di una frase dimenticata, un verso, una parola che sembrava davvero importante. Lèo Ferrè cantava <em>Avec le temps&#8230; Avec le temps, va, tout s&#8217;en va </em><br />
Tabucchi invece ci dimostra attraverso le sue storie che non è affatto vero che il tempo se ne vada, e di come ogni sua briciola, istante, corso, a patto che sia condiviso, ritorni, insperato, ogni volta. La storia che a mio parere racconta meglio come sia possibile adescare il tempo, si intitola <em>Fra Generali</em>. Si racconta di come due &#8220;uomini contro&#8221; ai primi colpi di tosse del comunismo, all&#8217;epoca dei fatti d&#8217;Ungheria, ufficiale contro ufficiale, cedessero ciascuno à son temps, di fronte alla marcia inarrestabile della Storia. E di come a distanza di mezzo secolo l&#8217;uno dei due trovasse il coraggio di ritrovare il tempo perduto. Perché non è vero che esiste la felicità, ma solo il tempo dell&#8217;essere stati felici. Il tempo che parla le parole delle &#8220;pauvres gens&#8221;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/13/ora-pro-anobii-varie-ed-eventuali/">Ora pro Anobii- varie ed eventuali</a></p>


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		<title>Cina: parlano le mogli di tre attivisti per diritti umani</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 06:49:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[articolo originale di Andy Yee · tradotto da Elena Intra · vai all&#8217;articolo originale inglese italiano su Global Voices
A febbraio, in occasione della Festa di Primavera (il Capodanno cinese), il momento più importante in Cina per riunire la famiglia, Duting (杜婷) ha intervistato le mogli di alcuni prigionieri di coscienza cinesi. Si tratta di Liu Xia, Ceng Jinyan, [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/13/cina-parlano-le-mogli-di-tre-attivisti-per-diritti-umani/">Cina: parlano le mogli di tre attivisti per diritti umani</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>articolo originale di <a href="http://globalvoicesonline.org/author/andy-yee/" target="_blank">Andy Yee</a> · tradotto da <a href="http://it.globalvoicesonline.org/author/elenai/" target="_blank">Elena Intra</a> · vai all&#8217;articolo originale <a href="http://globalvoicesonline.org/2010/02/27/voices-of-the-wives-of-china%E2%80%99s-prisoners-of-conscience/" target="_blank">inglese</a> <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/03/le-voci-delle-mogli-dei-prigionieri-di-coscienza-della-cina/">italiano</a> su Global Voices</em></p>
<p>A febbraio, in occasione della Festa di Primavera (il Capodanno cinese), il momento più importante in Cina per riunire la famiglia, Duting (杜婷) ha intervistato le mogli di alcuni prigionieri di coscienza cinesi. Si tratta di Liu Xia, Ceng Jinyan, Wang Qinghua e Ceng Li, e sono le mogli rispettivamente di Liu Xiaobo, Hu Jia, Tan Zuoren e Huang Qi.<span id="more-31769"></span></p>
<p><a title="Voce su Wikipedia in italiano" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Liu_Xiaobo" target="_blank">Liu Xiaobo</a> [it], un intellettuale conosciuto per aver lanciato Charta 08, con cui si richiedeva maggiore libertà, diritti umani ed elezioni, nel dicembre 2009 è stato condannato a 11 anni di carcere. <a title="Voce su Wikipedia in italiano" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Hu_Jia" target="_blank">Hu Jia</a> [it], il cui lavoro si concentrava sulla democratizzazione della Cina, sui movimenti ambientalisti e sul sostegno ai malati di AIDS, nell&#8217;aprile 2008 è stato condannato a 3 anni e mezzo. <a title="Voce su Wikipedia in inglese" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Tan_Zuoren" target="_blank">Tan Zuoren</a> [in], ambientalista e scrittore famoso per la sua indagine sullo stato decadente delle scuole a seguito del terremoto a Sichuan nel 2008, a febbraio 2010 è stato condannato a 5 anni. <a title="Voce su Wikipedia in italiano" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Huang_Qi" target="_blank">Huang Qi</a> [it], webmaster e attivista per i diritti umani noto per aver fondato il Centro Tianwang per le Persone Scomparse, a novembre 2009 è stato condannato a 3 anni.</p>
<p>Ecco di seguito alcuni estratti e citazioni dal <a title="Servizio originale in cinese" href="http://www.bullogger.com/blogs/duting/archives/353289.aspx" target="_blank">servizio-intervista</a> [cin] di Duting.</p>
<p><strong>Liu Xia: quando penso che non potrò toccarlo per 11 anni, mi si spezza il cuore<br />
</strong></p>
<p>Questo è stato il suo commento su Twitter dopo il giudizio di secondo grado per Liu Xiaobo, accusato di aver ‘incitato all&#8217;eversione del potere statale.’</p>
<p>Pochi giorni dopo il verdetto, Duting ha cercato di parlare con Liu Xia, che inizialmente aveva acconsentito, ma poi ha preferito mettere per iscritto i suoi sentimenti:</p>
<blockquote><p>两个人这些年风风雨雨走过来，那么多的事情一 时很难用语言表达清楚，与其有一句没一句地说，还不如我自己零敲碎打地写出来。我这个人嘴挺笨的，一向不善于口头表达，这也不是我的风格，还是文字比较适 合我。</p></blockquote>
<p>Noi due veniamo da questi anni tempestosi, ed è difficile esprimere con chiarezza quanto è successo. Piuttosto che dirlo frase per frase, preferisco scriverlo volta per volta. Non so essere eloquente, non riesco ad esprimermi bene parlando, non è il mio stile. Le parole scritte mi si adattano meglio.</p>
<p><strong>Ceng Jinyan: ci sono troppo poche persone alla cena di riunione familiare. Non vedo l&#8217;ora di preparare una vera cena-riunione un giorno</strong></p>
<p>Questo suo commento risale alla vigilia del Capodanno cinese mentre preparava la tradizionale cena per la riunione familiare. Ceng ha sposato Hu Jia nel 2006. Hu è detenuto dal 2007, ed è stato condannato a 3 anni e mezzo di carcere nell&#8217;aprile 2008 con l&#8217;accusa di ‘incitare all&#8217;eversione del potere statale.’ Questa è la terza volta che Ceng trascorre la Festa di Primavera senza il marito.</p>
<p>Suo compito principale è prendersi cura della loro figlia di due anni. Hu è stato arrestato un mese dopo la nascita della bambina.  Pur se tutto appare triste e penoso, Jinyan ha cercato di controllarsi creando un ambiente affettuoso e sicuro per la figlia:</p>
<blockquote><p>我把我和胡佳的合影贴在床头，告诉宝宝这是爸爸，去探望胡佳的时候也都尽量带她去，现在她已经知道怎么去监狱，坐什么车了。每次见到胡佳宝宝都很开心，又唱又跳的，把平时我和她做的游戏做给胡佳看。</p></blockquote>
<p>Ho messo una foto di me con Hu Jia a lato del letto e spiego a mia figlia che si tratta di suo padre. La porto con me anche quando vado a visitare Hu Jia. Ora sa che autobus dobbiamo prendere per andare al carcere. Ogni volta che vede il padre, è molto felice. Salta, canta e mostra a Hu Jia i giochi che facciamo insieme.</p>
<p>Da giovane Jinyan ha avuto una grave miocardite, che le avrebbe impedito di sostenere il test per entrare all&#8217;università. Ma ha preso delle medicine per nasconderne i sintomi, ed è stata ammessa con successo all&#8217;Università Renmin per studiare economia. Proprio per averlo sperimentato in prima persona, conosce la sensazione di impotenza che si prova di fronte alla malattia e alla morte. Così decise di fare la volontaria per un&#8217;organizzazione non governativa che affronta i problemi dell&#8217;AIDS, e lì ha incontrato Hu Jia. Allora Hu Jia era coinvolto già da parecchio tempo sulle questioni dell&#8217;AIDS e dell&#8217;ambiente, ed era una ‘persona politicamente sospetta’ agli occhi dell&#8217;autorità. La sicurezza pubblica le disse di interrompere la relazione con Hu, ma:</p>
<blockquote><p>也许是因为身体的缘故所以我看得比较开吧。人总要经历各种苦，有些人终其一生都无法遇到自己爱的人，我很幸运遇到胡佳。虽然选择和他在一 起就注定不会有稳定的生活，但这是我必须承受的。</p></blockquote>
<p>Forse è per via della mia malattia, ma non mi spavento facilmente. La gente deve poter sopportare il dolore. Alcuni sono destinati a non incontrare la loro anima gemella, ma io sono stata fortunata a trovare Hu Jia. Sebbene scegliere lui voglia dire rinunciare a una vita stabile, sono pronta a sostenere questo peso.</p>
<p>Jinyan ha raccontato che il 2005 e il 2006 sono stati anni difficili, perchè Hu Jia non c&#8217;era. Quando è stato pronunciato il verdetto nel 2008, ha provato rabbia e tristezza, ma almeno era una certezza. Commentando il fatto che il 26 giugno 2011 sarà il giorno del suo rilascio, ha aggiunto:</p>
<blockquote><p>最糟的时候已经过去了，胡佳现在比较平静，我的焦虑感也就随之降低了。但我也知道他回来之后的生活会是一个巨大的挑战。之前胡佳每次 失踪回来后的头几天对我和他来讲都非常痛苦，他潜意识中会把对抗的情绪带回家，把我当做反抗的对象，虽然他并不想如此。阿兰牧师曾说过『对于一个囚犯而言，真正的监狱是在他走出监狱的那一天才开始的。』</p></blockquote>
<p>Il momento più difficile è passato. Hu Jia ora è più calmo, e io sono meno preoccupata. Ma so che quando tornerà, dovremo affrontare vari problemi. In passato, ogni volta che tornava dopo che era stato assente per qualche giorno, mi diceva che si sentiva infelice, e portava in casa un senso di antagonismo, trattandomi come un bersaglio, anche se non era sua intenzione. Il pastore A Lan ha detto, ‘per chi è stato in carcere, la vera prigione inizia il giorno in cui esce.’</p>
<p><strong>Wang Qinghua: sono la sua compagna. Siamo sulla stessa barca</strong></p>
<p>Pochi giorni prima della Festa di Primavera, il marito di Wang, Tan Zuoren, è stato condannato a 5 anni di carcere. Wang ha raccontato:</p>
<blockquote><p>已经是第2个春节不在一起过了，去年的时候他去灾区，其实那个时候更担心他，怕他出事。现在他在看守所，至少人是安全的。</p></blockquote>
<p>Questa è la seconda Festa di Primavera in cui non possiamo stare insieme. L&#8217;anno scorso si trovava nella zona colpita dal terremoto [Sichuan]. In realtà, ero più preoccupata per la sua sicurezza allora. Ora, per lo meno è al sicuro nel centro di detenzione.</p>
<p>Quando Wang ha conosciuto Tan quando lui come anestesista in ospedale.</p>
<blockquote><p>他当时在华西医科大学附属医院，是成都很好的一家医院。后来离开是因为六四。六四时他去了北京，回来后知道 肯定没办法再在医院工作下去，就辞职了。</p></blockquote>
<p>Allora lavorava all&#8217;ospedale Western China Medical affiliato con l&#8217;università, un ottimo ospedale a Chengdu. Si è licenziato per i fatti di Piazza Tiananmen del 1989. Si trovava a Pechino duranti quegli eventi, e sapeva che gli sarebbe stato impossibile continuare la carriera lì.</p>
<p>Per vari anni ha gestito una piccola azienda a Shenzhen. Poi un amico lo convinse a coinvolgersi nella tutela ambientale, che era il suo interesse. Così Tan è tornato a Chengdu, fondando l&#8217;organizzazione non governativa <em>Green Rivers</em>, ‘visitando ogni angolo della campagna di Chengdu, scrivendo articoli e dando suggerimenti al governo ogni volta che s&#8217;imbatteva in un problema.’ In quegli anni Tan non aveva entrate fisse, e il sostentamento della famiglia dipendeva da Wang:</p>
<blockquote><p>他总和朋友们说对不起我，我就很生气。我和他讲『这个家也是我的家，我不觉得一定要男人来 养家。我们分工不同，你做的事情我做不了，那我来养家好了。</p></blockquote>
<p>Diceva sempre agli amici che non mi trattava bene. Mi arrabbiavo molto. Gli dicevo, ‘questa famiglia è anche mia; non penso che una famiglia debba essere sostenuta solo dal marito. Facciamo cose diverse. Non posso fare quello che fai tu, quindi consentimi di mantenere la famiglia.</p>
<p>Sebbene Tan pensasse di non correre rischi con le sua attività, ebbe una premonizione su quel che alla fine è successo:</p>
<blockquote><p>国保经常找他谈话，软的硬的，那时候他就感觉到可能要出事。他和我谈过几次，当时他就说 如果做这些事都能被抓那就让他们抓吧。所以那时开始我们就常和两个女儿讲，爸爸做的事情是对的，但可能会有危险，让她们也有个心理准备。我是没什麽想不开 的，我一直是个挺洒脱的人。之前他正常做事的时候我是他的妻子，我支持他。他一旦有了危险，那我就是他的战友，我们早就在一条船上了。</p></blockquote>
<p>Gli agenti della sicurezza statale hanno avuto molte discussioni con lui, sia pesanti che leggere. Ciò l&#8217;aveva messo in guardia. Me ne ha parlato parecchie  volte, e diceva che se proseguire quelle attività lo avrebbe portato all&#8217;arresto, allora così doveva essere. Da quel momento in poi, abbiamo spiegato alle nostre due figlie che il lavoro del padre era qualcosa di giusto ma pericoloso. In tal modo erano preparate psicologicamente. Non mi faccio sconvolgere facilmente dalle piccole cose. Quando Tan faceva l&#8217;attivista,  io ero già sua moglie e l&#8217;ho sostenuto. Quando è in pericolo, io sono la sua compagna, e siamo sulla stessa barca.</p>
<blockquote><p>之前我不太关心他做的那些事，我只是和他一样是个见到不公平的事就要站出来说话的人。现在他被抓，那我就要代他去参加这些活动，然后，等他出来。</p></blockquote>
<p>In passato, non mi importava molto di quanto facesse.  Avevamo solo personalità simili, eravamo contro l&#8217;ingiustizia. Ora che è stato arrestato, continuerò le sue attività, e ne aspetterò il rilascio.</p>
<p><strong>Ceng Li: sto facendo solo quanto credo giusto. Pensavo fosse corretto. Lo credo ancora.</strong></p>
<p>Ceng ha raccontato di essere ormai abituata a passare la Festa di Primavera senza il marito. Nel 2000, Huang Qi è stato arrestato con l&#8217;accusa di ‘incitare all&#8217;eversione dello Stato’, e 3 anni dopo è stato condannato a 5 anni di carcere. È stato rilasciato nel 2005, ma è stato arrestato di nuovo nel 2008 con l&#8217;accusa di ‘possesso illegale di documenti riguardanti segreti di Stato.’</p>
<blockquote><p>之前黄琦做生意，我在机关工作，那时候我什麽心都不操，一点压力都没有。这些年就完全不一样了，所有的事情都要一个人来承担。05年黄琦出来的时候说『你怎么完全变成了另外一个人』，他希望我还是之前那个无忧无虑，什么事都依赖他的小女人。</p></blockquote>
<p>In passato è stato un uomo d&#8217;affari e ha lavorato nel governo. Non dovevo preoccuparmi di niente. In questi ultimi anni, è cambiato tutto.  Ho dovuto sopportare tutto da sola. Quando Huang è stato rilasciato nel 2005, mi ha chiesto, ‘perchè sei diventata una persona completamente diversa?’ Sperava ancora che fossi la giovane donna spensierata del passato.</p>
<p>Nel 1998, Ceng e Wang misro insieme i loro risparmi dagli affari per fondare il ‘Centro Tianwang per le Persone Scomparse’, per aiutare i genitori a ritrovare i loro figli scomparsi.</p>
<blockquote><p>有政府支持，有媒体宣传，一切都挺顺利。后来在做的过程中渐渐接触到许多上访者，许多弱势群体，就想尽量帮帮他们，于是我们99年就做了网站，希望能提供一个平台。</p></blockquote>
<p>Grazie a un certo sostegno e rilanci ufficiali, tutto è filato liscio. Più avanti, ci siamo messi in contatto con alcune persone che avevano presentato delle petizioni  e gruppi di minoranze perchè volevamo aiutarli. Nel 1999 abbiamo creato un sito web con la speranza di fornire loro una piattaforma.</p>
<p>A parte materiali per la ricerca degli scomparsi, sul sito apparvero alcuni commenti politici riguardanti Falun Gong e Rabiye [dirigente e dissidente di Xinjiang], che li misero nei guai.</p>
<blockquote><p>最初完全没有想到做这个会有风险，只是觉得顶多是往里贴钱，偶尔也会因为经济上的问题和黄琦抱怨。但那种不快很快就会被看到父母找到失踪儿童后一家人团聚的 喜悦所取代，那种幸福感和满足感很难用语言去表达，就是你实实在在帮到了别人，别人从中受益，这是一种很难得的体验。</p></blockquote>
<p>All&#8217;inizio, non pensavamo affatto che fosse qualcosa di rischioso, al massimo che bisognava metterci dei soldi. Abbiamo discusso un pò sulle questioni economiche. Ma quando vedevamo dei genitori ritrovare i figli scomparsi, i problemi venivano spazzati via da una felicità inesprimibile a parole. Tutto ciò aiuta davvero la gente,  un&#8217;esperienza molto preziosa.</p>
<p>Dopo il suo rilascio nel 2005, Wang ha riaperto il sito web, questa volta trasformandolo in un sito sui diritti umani.</p>
<blockquote><p>他更坚定了，也没有了之前的顾虑，还能怎么样呢？大不了再进去吧。但这一次他就不让我参与了，和之前不同这次他知道风险性，再说总要有个人打工挣钱，孩子要读书，大人要吃饭。</p></blockquote>
<p>Era più determinato, e senza le preoccupazioni precedenti. Cos&#8217;altro poteva succedere? Il peggio era essere incarcerato nuovamente.  Ma stavolta non mi ha permesso di prendervi parte. Sapeva che era rischioso. Dopo tutto, una persona deve guadagnarsi da vivere per pagare l&#8217;istruzione dei figli e nutrire gli adulti.</p>
<p>Dopo il secondo arresto di Wang, Ceng si è licenziata dal suo lavoro a Pechino per prendersi cura dei loro genitori e figli.</p>
<blockquote><p>难是难，但也挺坦然的，我只是做了我认为正确的事情，当时我觉得那是对的，现在我依然这么认为。</p></blockquote>
<p>È dura, ma vado avanti. Sto solo facendo quanto credo giusto. Pensavo fosse corretto. Lo credo ancora.</p>
<p>Dopo aver letto queste storie di mogli, madri e libertà, e di resistenza, attesa e speranza, <a title="Leggi post originale in cinese" href="http://www.bullogger.com/blogs/shafa/archives/353446.aspx" target="_blank">Lan Xiaohuan</a>[cin] (兰小欢) ha citato l&#8217;autrice americana vincitrice del premio Pulitzer, Annie Dillard, su cosa potrebbe dare loro il coraggio di andare avanti:</p>
<blockquote><p>Dedicare (donare, dare tutto) la tua vita a qualcosa di più grande di te e la gioia alla cosa più grande che ci sia: a Dio, per alleviare la sofferenza, per contribuire alla conoscenza, alla letteratura, o a qualcos&#8217;altro. La felicità giace qui, e supera ogni piacere vuoto.</p></blockquote>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/13/cina-parlano-le-mogli-di-tre-attivisti-per-diritti-umani/">Cina: parlano le mogli di tre attivisti per diritti umani</a></p>


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		<title>Appello per il Cile e i Mapuche</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 06:13:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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Nei giorni scorsi un devastante terremoto (con Tsunami lungo la costa)ha colpito il Cile causando centinaia di morti in sei regioni e la distruzione totale delle infrastrutture (ferrovie ponti,strade,autostrade,aeroporti e tutti porti principali di queste regioni). Il disastro ha coinvolto milioni di persone lasciando letteralmente 2 milione di abitanti senza tetto, senza luce, acqua, gas, [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/13/appello-per-il-cile-e-i-mapuche/">Appello per il Cile e i Mapuche</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/2eeWnfNQ040&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/2eeWnfNQ040&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Nei giorni scorsi un devastante terremoto (con Tsunami lungo la costa)ha colpito il Cile causando centinaia di morti in sei regioni e la distruzione totale delle infrastrutture (ferrovie ponti,strade,autostrade,aeroporti e tutti porti principali di queste regioni). Il disastro ha coinvolto milioni di persone lasciando letteralmente 2 milione di abitanti senza tetto, senza luce, acqua, gas, comunicazione telefoniche e via internet. Ora la popolazione colpita da questo disastro ha bisogno di tutto e di tutta la solidarietà possibile dei popoli e delle società che possono e devono attivarsi per andare in loro soccorso. Come in tutte le tragedie di questa portata a pagare il prezzo più alto sono gli strati più deboli, i più poveri, quelli che già vivevano in uno stato di esclusione e di abbandono dal modello neoliberista portato alle estreme conseguenze.<span id="more-31817"></span> In Cile l’85% del PIL è in mano a pochi e il rimanente 15% al resto della popolazione. Questo disastro ha evidenziato ancora di più cosa è oggi e cos’è stato il modello neoliberista nato dalla dittatura di Pinochet e portato avanti senza nessuna modifica da parte dei governi civili della concertazione. In vent’anni il fossato tra ricchi e poveri si è allagato in tal maniera che oggi i poveri e gran parte delle popolazione sono ancora più poveri e una minoranza capitalista è ancora più ricca e potente di prima .</p>
<p>Impressionante il silenzio che la stampa cilena, e quella internazionale, asservita al potere, stanno attuando sulle conseguenze del terremoto nel territorio Mapuche. I Mapuche forse non vengono nominati ne presi in considerazione come vittime perché questo popolo ha un contenzioso storico con lo stato Cileno il quale non solo ha occupato e si è appropriato delle loro terre ma non gli riconosce nessun diritto</p>
<p>Da anni questo popolo, tenuto volutamente in uno stato di miseria e sottosviluppo, chiede la restituzione delle proprie terre sottratte dallo stato cileno, ma l’unica risposta che i governi hanno saputo e voluto dare è stata di tipo repressivo.</p>
<p>L’ Associazione Comitato Lavoratori Cileni Esiliati, in contatto con analoghe associazioni in Francia e Spagna, lancia oggi una campagna di solidarietà a sostegno delle popolazioni colpite dal terremoto.</p>
<p>I fondi raccolti verranno destinati ad associazione e gruppi con cui da anni lavoriamo in stretto contatto e in cui riponiamo una grande fiducia, onde evitare quello che succede sempre in questi casi, in Italia il caso del terremoto in Abruzzo ne è l’esempio, e che sono impegnate direttamente sul territorio a fianco della gente colpita.</p>
<p>IL POPOLO CILENO E IL POPOLO MAPUCHE HANNO BISOGNO DI SOLIDARIETA’!</p>
<p>CHI VUOLE AIUTARCI PUO FARLO PRENDENDO I CONTATTI CON L’ASSOCIAZIONE COMITATO LAVORATORI CILENI ESILIATI</p>
<p>Cel.. 3206784840 cel.3356990774 oppure al numero 0144-372860 e-mail: ascolace@gmail.com</p>
<p><em>OPPURE VERSANDO DIRETTAMENTE SUL CONTO DEL</p>
<p>COMITATO LAVORATORI CILENI ESILIATI</p>
<p>CASSA DI RISPARMIO DI RIVALTA BORMIDA CODICE IBAN IT 20 U 06075 48550 000000015604</p>
<p></em></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/13/appello-per-il-cile-e-i-mapuche/">Appello per il Cile e i Mapuche</a></p>


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		<title>ETERNAL SUNSHINE</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 14:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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Personale di Federico Gori.
A cura di Fabio Migliorati.

APERTURA: sabato 13 Marzo ore 18.00 presso Alexander Alvarez Contemporary Art
(presentazione catalogo)
SEDI: Alexander Alvarez Contemporary Art
2° piano Palazzo Melchionni, Via Migliara, 15121 Alessandria
13 Marzo – 10 Aprile 2010
info@alexanderalvarez.it tel. 3331053479
da martedì a sabato 15.30 – 19.30
Museo MAEC della Città di Cortona
Piazza Signorelli n. 9, Cortona (AR)
17 Aprile – [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/eternal-sunshine/">ETERNAL SUNSHINE</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="" src="http://farm5.static.flickr.com/4048/4424408623_fb0f933b41.jpg" class="alignnone" width="500" height="178" /></p>
<p>Personale di <strong>Federico Gori</strong>.<br />
A cura di <strong>Fabio Migliorati</strong>.<br />
<span id="more-31778"></span></p>
<p>APERTURA: <strong>sabato 13 Marzo ore 18.00 presso <a href="www.alexanderalvarez.it">Alexander Alvarez Contemporary Art</a></strong><br />
(presentazione catalogo)</p>
<p>SEDI: <strong>Alexander Alvarez Contemporary Art</strong><br />
2° piano Palazzo Melchionni, Via Migliara, 15121 Alessandria</p>
<p><strong>13 Marzo – 10 Aprile 2010</strong><br />
info@alexanderalvarez.it tel. 3331053479</p>
<p>da martedì a sabato 15.30 – 19.30</p>
<p><strong>Museo MAEC della Città di Cortona</strong><br />
Piazza Signorelli n. 9, Cortona (AR)</p>
<p><strong>17 Aprile – 16 Maggio 2010</strong></p>
<p><strong>Con il Patrocinio di: Regione Piemonte, Regione Toscana, Provincia di Alessandria, Comune di Alessandria,<br />
Comune di Cortona.</strong></p>
<p>Nel 1717, il poeta inglese Alexander Pope scrive “Eloise to Abelard”, non primo omaggio a una delle storie d’amore più intense di tutti i tempi. La romanica, parigina vicenda è sfruttata da Pope per il proprio sentire, e ciò serve a sua volta, qui e ora, in senso nuovo,per estrarre il titolo di una mostra da una frase del componimento: «Eternal Sunshine of the Spotless Mind».<br />
“Eternal Sunshine” sia, quindi; e con la pretesa di alludere all’arte di Federico Gori in modo indiretto, meditato e mediato, ma suggestivo, seducente e modernamente affabulante. Come scrive in catalogo Fabio Migliorati – curatore dell’esposizione cortonese – «L’opera di Gori si fa scoprire per l’incanto che suscita, nell’esercizio di una riflessione intorno alla mimesi contemporanea, fino all’afflato di un’estetica del piacere che sa donarsi ancora in bellezza». Il concetto di natura guida, infatti, un suggerimento per la considerazione nostalgica delle cose, ma senza il peso drammatico della perdita o dello smarrimento, perché l’artista diventa un chimico sentimentale capace d’indurre, nel testo dell’arte, il riferimento emozionato alla trasformazione del mondo: dal passato al presente, attraverso lo strumento e la finta soluzione dell’artificialità. Nel linguaggio di Gori, sicché, non c’è nulla da risolvere. «Ci si offre – continua il critico aretino – all’intimità di un approccio visivo quasi sempre riconoscibile, distante così poco dall’appartenenza immutabile dell’umanità al mondo, che pare di sorprenderlo per innato slancio, di comprenderlo per congenita propensione. E, questo, nel gusto di un’immagine della fredda natura tanto sentita, da divenire personale, con tracce, cenni lievi di lirismo». Fotografia, dunque; quella di ambienti vegetali che, antichi ma vivi, pervadono di mistero la dimensione quotidiana dell’essere odierno: a farlo sembrare stanco di sé, perché sorretto da un’eleganza che giunge da lontano, forse dall’alto&#8230;<br />
Il dubbio si presenta allorché, nel trovarsi di fronte al lavoro di Gori, si percepiscono strane forme di profondità: eterno, ciclo, trascendenza; nell’alito iconico e aniconico di un’espressione ignota ma presente, da sempre. È la voce segreta delle cose, più forte nella natura che nel resto; è un canto di vita, perché da quella si propaga: a noi e, per noi, in tutto il resto.</p>
<p><em>Immagine: Federico Gori, “Eternal Sunshine 05”, 2010, 47 pezzi, smalto e inchiostro su alluminio, cm 156 x 450</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/eternal-sunshine/">ETERNAL SUNSHINE</a></p>


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		<title>L’amore vince sempre</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 13:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
[...] Anche la foto di copertina che ovviamente lo ringiovanisce non rimanda più alla cura di sé e al trucco seduttivo ma propone lucentezze oleose ed emana un forte odore di Prep, cattiva colonia e pensiero stantio, sembra il cartellone di una barberia meridionale, di quelle che stavano sotto l&#8217;invitante scritta &#8220;taglio italiano&#8221;. Anche il [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/lamore-vince-sempre/">L&#8217;amore vince sempre</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/berlusconi.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-31807" title="berlusconi" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/berlusconi-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a></p>
<p>[...] Anche la foto di copertina che ovviamente lo ringiovanisce non rimanda più alla cura di sé e al trucco seduttivo ma propone lucentezze oleose ed emana un forte odore di Prep, cattiva colonia e pensiero stantio, sembra il cartellone di una barberia meridionale, di quelle che stavano sotto l&#8217;invitante scritta &#8220;taglio italiano&#8221;. Anche il ricorso alla foto-patacca è insomma così smodato da rivelare Berlusconi nella sua verità più crudele.</p>
<p>Alla fine ci rimane solo l&#8217;amarezza per la scelta della Mondadori. <span id="more-31806"></span>Il libro, infatti, non è pubblicato dal &#8220;Partito delle Libertà&#8221; ma dalla casa editrice che, con l&#8217;Einaudi, fu la più autorevole, la più amata, la più coraggiosa e la più geniale, un tempio e un&#8217;istituzione paragonabili, che so?, alla Gallimard francese, alla Collins e alla Phaidon inglesi, alla Random House americana, alla Suhrkamp Verlage tedesca. E bisogna dirlo forte che questo libro nella parte centrale diventa, in carta patinata, un volantino elettorale, pura propaganda che sarebbe anche legittima, certamente più della stanca agiografia senile, se non portasse appunto il marchio Mondadori.</p>
<p>Ebbene, da questo punto di vista il volume è peggio di una statuetta sul viso della Mondadori. E&#8217; un attentato riuscito alla nostra memoria, una bestemmia contro la fonte battesimale di chiunque in Italia abbia creduto di potere capire il mondo attraverso i libri. In un Paese meno corrotto e più civile sarebbe uno scandalo. Perché nessun voto in più o, chissà, magari &#8211; involontariamente &#8211; in meno a Berlusconi, vale la reputazione (perduta) della Mondadori.</p>
<p><strong>Francesco Merlo</strong></p>
<p><em>da Repubblica, 12/3/2010</em> (la versione integrale dell&#8217;articolo si può trovare <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/03/12/news/il_libretto_bianco_di_silvio_ceausescu-2600051/">qui</a>).</p>
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		<title>Un colore viola per pensare l’Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 08:15:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il colore del sito web Nazione Indiana oggi è cambiato (chi ci legge via feed venga a controllare di persona :-). Vogliamo richiamare la vostra attenzione e spingervi a E&#8217; un momento importante per pensare al nostro paese, all&#8217;importanza della nostra democrazia, alla forza generosa che ci occorre per sopravvivere alla crisi economica. Se poi [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/un-colore-viola-per-pensare-litalia/">Un colore viola per pensare l&#8217;Italia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il colore del sito web Nazione Indiana oggi è cambiato (chi ci legge via feed venga a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/un-colore-viola-per-pensare-litalia">controllare</a> di persona :-). <span style="text-decoration: line-through;">Vogliamo richiamare la vostra attenzione e spingervi a</span> <ins datetime="2010-03-12T15:19:43+00:00">E&#8217; un momento importante per</ins> pensare al nostro paese, all&#8217;importanza della nostra democrazia, alla forza generosa che ci occorre per sopravvivere alla crisi economica. Se poi vorrete muovervi ed incontrarvi, <strong>sabato 13 marzo</strong> è un ottimo giorno per farlo:</p>
<p><strong>Contro la mafia, per la legalità</strong> (No Mafia Day a Reggio Calabria, piazza Garibaldi ore 15)<br />
<strong>Per la Costituzione e la democrazia</strong> (Piazza del Popolo a Roma ore 14)<br />
<strong>Per il lavoro e la libera informazione</strong> (a Milano, piazza Mercanti ore 14 e Bologna piazza XX Settembre ore 14).</p>
<p><strong>Reggio Calabria</strong> ore 15 piazza Garibaldi<br />
<strong>Roma</strong> ore 14 piazza del Popolo<br />
<strong>Bologna</strong> ore 14 piazza XX settembre<br />
<strong>Palermo</strong> ore 16 via Principe di Belmonte<br />
<strong>Torino</strong> ore 15 piazza Castello davanti al Palazzo della Regione<br />
<strong>Londra</strong> ore 14-18 presso 10 Downing Street (Gordon Brown&#8217;s Office)<br />
<strong>Milano</strong> ore 14 tra piazza Mercanti e largo Cairoli<br />
<strong>Bruxelles</strong> ore 11 davanti all&#8217;Ambasciata Italiana in Rue Emile Claus 28<br />
<strong>Trento</strong> ore 10-18 in via Belenzani tra la chiesa e via delle Orne<br />
<strong>Parigi</strong> da definire luogo e orario<br />
<strong>Siracusa</strong> ore 18 davanti Tempio di Apollo<br />
<strong>Parma</strong> dalle 15 alle 20 la Festa democratica del Popolo Viola in piazza della Steccata<br />
<strong>Monaco di Baviera</strong> dalle 14 alle 18 a Karlsplazt Stachus sul lato della Karlstor</p>
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		<title>Una modestissima cosa. Collage per Howard Zinn (1922 – 2010)</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 07:59:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Luca Lenzini
1. Quando, nel dicembre 2009, Barack Obama ritirò a Oslo il Premio Nobel per la Pace, nel discorso di accettazione(1) non mancò di notare – e lo fece in esordio, senza tanti preamboli – che il fatto di avergli assegnato quel premio poteva, per più ragioni, sollevare legittimi dubbi. In primo luogo, osservò, [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/una-modestissima-cosa-collage-per-howard-zinn-1922-%e2%80%93-2010/">Una modestissima cosa. Collage per Howard Zinn (1922 – 2010)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Lenzini</strong></p>
<p><strong>1.</strong> Quando, nel dicembre 2009, Barack Obama ritirò a Oslo il Premio Nobel per la Pace, nel discorso di accettazione(1) non mancò di notare – e lo fece in esordio, senza tanti preamboli – che il fatto di avergli assegnato quel premio poteva, per più ragioni, sollevare legittimi dubbi. In primo luogo, osservò, egli era all’inizio, e non alla fine, del suo impegno «sul palcoscenico del mondo», perciò a confronto con i risultati ottenuti da «giganti della storia» come Schweitzer, King, Marshall o Mandela, che avevano anch’essi ricevuto il Premio Nobel per la Pace, i propri meriti erano poca cosa. Il secondo motivo, «forse più profondo», era dato dall’essere egli Comandante in capo dell’esercito e non dell’esercito di una nazione qualsiasi, bensì di una nazione impegnata in due guerre. Guerre diverse tra loro, ma in ogni caso: « … siamo in guerra, ed io sono responsabile dello spiegamento di migliaia di giovani americani che combattono in terre lontane. Di essi qualcuno ucciderà. Qualcuno sarà ucciso.»<br />
<span id="more-31775"></span><br />
Nel prosieguo del discorso Obama richiamò il concetto di “guerra giusta”, osservando che «vi sono momenti in cui le nazioni – a livello singolo o collettivo – si troveranno a giudicare l’uso della forza non solo necessario ma moralmente giustificato». Nel dir questo, aggiunse, non dimenticava quanto aveva dichiarato, proprio in occasione del Nobel, Martin Luther King: «La violenza non porta mai una pace duratura. Non risolve i problemi sociali: ne crea soltanto di nuovi e più complicati»; ma, quanto a sé, pur riconoscendo di esser lui stesso, Barack Obama, una prova vivente dell’efficacia delle battaglie di King e della «forza morale della non-violenza», nondimeno come capo di stato – precisò – non poteva assumere a guide esclusive uomini come King o Gandhi, rimanendo inerte di fronte alle minacce rivolte al popolo americano. Insomma, «For make no mistake: evil does exist in the world» (non sbagliamoci: il male esiste, nel mondo.)<br />
L’esempio portato da Obama per illustrare la “guerra giusta” è quello della Seconda Guerra mondiale. A questo proposito, è da citare quanto, in una conferenza tenuta agli studenti del Massachusetts College of Art di Boston, appena un mese dopo l’attacco alle Torri Gemelle, ebbe a dire Howard Zinn, lo storico americano autore di <em>A People’s History of United States</em>(2) , da poco scomparso:</p>
<p>&#8220;Ricordiamo che la Seconda Guerra Mondiale fu la “guerra giusta” per antonomasia. Quando io stesso ero in guerra, però, non riuscivo a capire la distinzione tra guerre giuste e guerre ingiuste. Una volta una studentessa scrisse nel suo tema: “Le guerre assomigliano al vino. Ci sono annate buone e annate cattive. Ma la guerra non è come il vino. È come il cianuro. Una goccia e sei morto”.&#8221;(3)</p>
<p>Zinn concluse il suo discorso a Boston con i versi di Daniel Berrigan: <em>In loving memory – Mitchell Snyder</em>. Nel corso della conferenza aveva ricordato altri artisti americani per l’impegno contro la guerra: da E.E. Cummings (<em>I sing of Olaf glad and big</em>) a Dalton Trumbo (<em>E Johnny prese il fucile</em>), da Eugene O’Neill a Joseph Heller (<em>Comma 22</em>), Kurt Vonnegut (<em>Mattatoio n. 5</em>), Bob Dylan (<em>Masters of War</em>). E poiché la memoria della strage e il dolore per quanto avvenuto a Manhattan erano allora vivissimi, in quell’ottobre 01, ma già altrettanto chiare le intenzioni del governo americano in carica quanto alla reazione, egli avvertì:</p>
<p>&#8220;Non possiamo rispondere a un atto terroristico con la guerra, poiché in questo modo stiamo commettendo lo stesso tipo di azione dei terroristi. Quella mentalità ragiona in questo modo: “sì, sono morti degli innocenti, peccato. Ma è stato fatto per un fine importante. Si è trattato di ‘effetti collaterali’.  Gli ‘effetti collaterali’ sono accettabili se facciamo qualcosa di importante”. Questo è esattamente il modo in cui i terroristi giustificano le loro azioni. Ed è lo stesso modo in cui lo fanno le nazioni. Vorrei che tutti noi riflettessimo con attenzione e chiarezza. Perché se ci uniamo a sostegno di azioni che renderanno il mondo ancora più pericoloso di quanto non lo sia ora, ci pentiremo di essere rimasti in silenzio e di non aver levato le nostre voci di cittadini per chiedere: “non sarebbe meglio tentare di risolvere questo problema alle sue radici? È giusto rispondere alla violenza con la violenza?”(4)&#8221;</p>
<p><strong>2.</strong> Sulla prima pagina di un quotidiano italiano l’11 dicembre 2009, il giorno dopo il conferimento del Nobel al Presidente americano, è apparso un commento intitolato <em>Il soldato riluttante</em>, a firma di Vittorio Zucconi. Nell’articolo si fa riferimento al passaggio del discorso di Obama sulla “guerra giusta”: «Per la nobile sensibilità del pacifista – è il commento di Zucconi – quella fra “giusta” e “ingiusta” è una distinzione senza una differenza, essendo ogni guerra per definizione il Male assoluto da respingere. Per la responsabilità dell’uomo pacifico e del guerriero riluttante, le armi sono invece l’ultimo ricorso, quando ogni altro tentativo, se fatto seriamente, e non soltanto per predisporsi un alibi propagandistico, è fallito. » Così conclude l’articolo:</p>
<p>&#8220;Obama è l’uomo tranquillo che non vorrebbe battersi, ma non può accettare la violenza, il sopruso e la minaccia alla nazione che gli si è affidata. È il leggendario “Sergente York” interpretato nel 1941 da Gary Cooper, strenuo obbiettore di coscienza e pacifista che, costretto in trincea, impara a uccidere e a sconfiggere il nemico. E sa che la strada per ogni pace, pur effimera, è sempre, nel calvario della storia umana, lastricata dalla guerra. Se quello sarà il risultato, questo Nobel sarà stato ben meritato.&#8221;</p>
<p>Merita attenzione, nel pezzo di Zucconi, la contrapposizione tra<em> sensibilità</em> e <em>responsabilità</em>; ma anche e soprattutto la citazione, compendiata nell’immagine del <em>soldato riluttante</em>, del film di Howard Hawks, <em>Sergeant York</em>. È qui implicito un parallelismo tra Pearl Harbour e Twin Towers, ricorrente nei media. Il film di Hawks si ispirava alla figura di Alvin York (1886-1961), caporale dell’82a Divisione dell’esercito americano sul fronte delle Argonne nell’ottobre 1917,  che da solo catturò 132 prigionieri e rese inoffensive 35 mitragliatrici tedesche: figura leggendaria e, per gli americani, «il più grande eroe della prima guerra mondiale», come ha ricordato, dando notizia del ritrovamento (nel 2006, dopo lunghe ricerche) dei bossoli sparati da York sulla collina di Chatel-Chehery, il «Corriere della sera (6)». L’articolo del «Corriere» annotava inoltre, in quell’occasione:</p>
<p>&#8220;Nel 1940, quando l’America si interrogava se entrare o no in guerra contro la Germania di Hitler, alla Casa Bianca si ricordarono del sergente York. Nacque l’idea di un film. Il regista Howard Hawks si mise all’opera con il grande Gary Cooper nelle vesti del sergente York e la dolce Joan Leslie nel ruolo della fidanzata. Ne venne fuori un’opera di straordinaria propaganda, con il buon contadino che non vorrebbe uccidere, ma si convince a usare le armi per evitare guai maggiori, per combattere contro il male, per salvare la libertà. Gli americani uscivano dalle sale cinematografiche convinti che la guerra è una cosa morale se serve a rimettere ordine e a portare giustizia. Così, dopo l’attacco di Pearl Harbor, l’opinione pubblica era pronta a entrare in guerra. C’è sempre una missione per la superpotenza, c’è sempre bisogno di un sergente York che salvi i buoni e castighi i cattivi: quando Bush ha mandato i soldati in Iraq ha indicato come scopo dell’invasione la necessità di abbattere il tiranno e portare democrazia.&#8221;</p>
<p><strong>3.</strong> «Evil does exist in the world», dice Obama. Zucconi, da parte sua, ci rammenta il «calvario della storia umana». Un’altra finezza gnomica è quella pronunciata da Robert McNamara nel film-documentario di Erroll Morris <em>The fog of war. Eleven Lessons from the Life of Robert S. McNamara</em> (2003), quando all’intervistatore che poco prima aveva ricordato il numero dei soldati americani e dei civili morti in Vietnam, sentenzia: «You can’t change human nature». </p>
<p>Nel luglio del 2009, quando McNamara morì, Howard Zinn partecipò a un dibattito televisivo sulla sua figura complessiva e sul suo lascito come Segretario alla Difesa con Kennedy e Johnson. Questo fu allora il suo intervento(7) :</p>
<p>&#8220;Beh, nel valutare la sua eredità, mi sembra che una delle cose su cui dovremmo riflettere è che McNamara rappresentava tutte quelle qualità superficiali di brillantezza, intelligenza e istruzione che, com’è noto, sono tanto ammirate e rispettate nella nostra cultura. Quest’idea dominante per cui i giovani di oggi sono giudicati in base al punteggio nei test, a quanto sono brillanti, a quante informazioni possono assimilare, restituire e tenere a mente: era questo in cui eccelleva McNamara. Certo: era brillante, era abile. Ma non aveva intelligenza morale.&#8221;</p>
<p>Quanto al lascito, Zinn aggiunse qualche altra riflessione:</p>
<p>&#8220;Delle molte lezioni che possiamo imparare dall’esperienza di McNamara, quella che più mi colpisce è che noi dobbiamo smettere di ammirare e rispettare quelle qualità superficiali di brillantezza e abilità, e educare una generazione che pensi in termini morali, che possieda un’intelligenza morale e che non domandi “stiamo vincendo, o perdendo?”, ma: “È giusto? È sbagliato?” E McNamara non pose mai questa domanda, anche quando lasciò la carica di Segretario alla Difesa, anche quando decise … quando dovette dimettersi. E le sue dimissioni non si basavano sul fatto che la guerra era sbagliata. La ragione per cui lasciò era, invece, che non stavamo vincendo.</p>
<p>E venendo ai nostri giorni, cioè ai tempi di Obama:</p>
<p>&#8220;Purtroppo, l’attuale amministrazione è tuttora bloccata in questo tipo di concezione. Li ascolto quando parlano alla Casa Bianca e dintorni, Obama e gli altri, di vincere in Afghanistan, invece di chiedere, piuttosto: “È giusto essere in Afghanistan?”. […] Un’altra cosa su cui riflettere [in merito a McNamara] è il fatto che dopo aver deciso che bisognava lasciare il Vietnam, egli rimase in silenzio. Come sapete, se ne va in silenzio. Non va a parlare al resto del paese, a dire “Dobbiamo andarcene.” Non critica la guerra in corso, sia sotto la presidenza di Johnson che più tardi di Nixon. No, continua a starsene in silenzio, mentre la guerra continua. E questo è il tipo di cosa che non si può perdonare e di cui penso dovremmo molto seriamente preoccuparci.&#8221;</p>
<p>In linea con queste considerazioni, all’indomani della notizia del Nobel conferito a Obama Zinn osservò :</p>
<p>&#8220;Ho provato sgomento quando ho saputo che era stato dato il Premio Nobel per la pace a Barack Obama. È stato un vero shock pensare che a un presidente che porta avanti due guerre venga assegnato un premio per la pace; finché non ho rammentato che Woodrow Wilson, Theodore Roosevelt e Henry Kissinger ricevettero, tutti, il Nobel per la pace. Il comitato del Nobel è famoso per i suoi giudizi superficiali, per farsi conquistare da gesti di vuota retorica, e per ignorare clamorose violazioni della pace nel mondo.<br />
Sì, a Wilson si attribuisce il merito della Lega delle Nazioni – organismo inefficace, che nulla fece per prevenire la guerra. Ma egli bombardò la costa messicana, inviò truppe d’occupazione a Haiti e nella Repubblica dominicana, e portò gli Stati Uniti nel mattatoio della Prima guerra mondiale, che di certo quanto a guerre stupide e letali è in cima alla classifica.<br />
Certo, Theodore Roosevelt negoziò la pace tra Giappone e Russia. Ma era un guerrafondaio che prese parte alla conquista di Cuba, fingendo di liberare l’isola dalla Spagna ed in realtà soggiogandola agli Stati Uniti. E come Presidente guidò la sanguinosa guerra per sottomettere i Filippini, addirittura congratulandosi con un generale americano che aveva appena massacrato 600 inermi abitanti di un villaggio delle Filippine. Il Comitato del Nobel non dette il Premio a Mark Twain, che denunciò Roosevelt e criticò quella guerra, né a William James, allora a capo della lega anti-imperialista.<br />
Eccome, il Comitato ha ritenuto bene di dare un premio per la pace a Henry Kissinger, in quanto firmò l’accordo che poneva fine alla guerra in Vietnam, di cui era stato uno degli architetti. Kissinger, il quale di buon grado seguì Nixon nell’estendere la guerra, con il bombardamento dei villaggi di contadini vietnamiti, del Laos e della Cambogia. Kissinger, al quale calza a pennello la definizione di criminale di guerra, ha ricevuto un premio per la pace!<br />
Si dovrebbe dare un premio per la pace non sulla base delle promesse – come nel caso di Obama, uno che ne sa fare con eloquenza – ma sulla base degli effettivi risultati raggiunti per porre fine alla guerra, e Obama ha continuato a compiere azioni inumane e letali in Irak, Afghanistan e Pakistan.<br />
Il comitato del Nobel per la pace dovrebbe andarsene in pensione e devolvere le sue enormi risorse a qualche organizzazione internazionale per la pace non succube della retorica e dalla fama, e che abbia una qualche comprensione della storia.&#8221;</p>
<p><strong>4.</strong> Il forte accento pedagogico che caratterizza gli interventi di Zinn, e che ha un immediato riscontro nella chiarezza espositiva dei suoi libri, comporta necessariamente un versante polemico. Il suo leggere la storia e il presente deve passare attraverso l’erosione dei luoghi comuni, delle continue manipolazioni operate dai media, della mascheratura di interessi particolari fatti passare per generali (analoga funzione hanno i filosofemi con cui è ribadita l’antropologia perenne dell’<em>homo homini lupus</em>, tanto cara ai lupi). Nel 1999 Zinn disse di sé e del proprio mestiere di storico: «Non m’interessa soltanto la produzione di libri e non mi interessa soltanto tenere un corso dopo l’altro da cui usciranno persone di successo che occuperanno diligentemente il posto preparato per loro dalla società. Quello in cui dobbiamo essere impegnati – che siamo insegnanti o scrittori, cineasti, sceneggiatori, registi, musicisti, attori, qualunque cosa facciamo – non deve solo far sentire bene la gente e farla sentire unita, ma deve anche educare una nuova generazione per fare una modestissima cosa: cambiare il mondo».</p>
<p>Cambiare il mondo? La “sinistra” – quella televisiva democratica progressista di governo non estremista disincantata realista riformista adulta e responsabile &#8211; raccomanda il Sergente York come modello, il soldato riluttante, pacifista redento. Quanto all’educazione dei giovani, l’intima sua aspirazione è che essi divengano, finalmente, <em>smart and bright</em>, superando i test aziendali e entrando nel “numero chiuso” planetario. Che pertanto non si chiedano “è giusto?”, “è sbagliato?”, ma credano nelle <em>guerre umanitarie</em>, nelle missioni congiunte di democrazia e di pace (uno che alla storia guardava dalla parte di quelli che “stanno in basso” ha scritto: «Quando chi sta in alto parla di pace / la gente comune sa / che ci sarà la guerra. // Quando chi sta in alto maledice la guerra / le cartoline precetto sono già compilate(9).») Ma se essi, invece, vorranno imparare dalla storia, è all’intelligenza morale di un maestro come Zinn che dovranno rivolgersi.</p>
<p>*</p>
<p>Note:<br />
  1) Il discorso si legge in http://nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/2009/obama-lecture_en.html<br />
  2) Trad. it. Storia del popolo americano. Dal 1492 ad oggi, Milano, Il Saggiatore, 2005. Sulla “guerra giusta” vedi anche l’intervento a Roma del 2003: http://it.peacereporter.net/articolo/3038/La+guerra+giusta<br />
Il sito dedicato a Zinn: http://howardzinn.org/default/<br />
  3) H. Zinn, Artisti in tempo di guerra, in Dissento. Storie di artisti in tempo di guerra, San Lazzaro di Savena, Nuovi Mondi Media, 2005, p. 15<br />
  4) H. Zinn, Artisti in tempo di guerra cit., pp. 24-25.<br />
  5) «La Repubblica», a. XXXIV, n. 293, 11.12.2009, p. 45.<br />
  6) Marco Nese, Ritrovati i bossoli di York pacifista che beffò i tedeschi «Corriere della Sera», 13 novembre, 2006, p.2.<br />
  7)http://www.democracynow.org/2009/7/7/vietnam_war_architect_robert_mcnamara_dies<br />
  8) A «The Guardian», 10/10/09. http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2009/oct/09/nobel-peace-prize-war-obama<br />
  9) Bertolt Brecht, Quando chi sta in alto parla di pace, in Poesie di Svendborg (1938), traduzione di F. Fortini, Torino, Einaudi, 1976.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/una-modestissima-cosa-collage-per-howard-zinn-1922-%e2%80%93-2010/">Una modestissima cosa. Collage per Howard Zinn (1922 – 2010)</a></p>


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		<title>Per Barthes</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 07:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[  di Valerio Magrelli
[in occasione della pubblicazione di Riga 30 – Roland Barthes a cura di Marco Consolini e Gianfranco Marrone, marcos y marcos editore, (ne abbiamo parlato qui) Marco Belpoliti ci regala una poesia di Valerio Magrelli che si trova nel volume, che verrà presentato domani.]

Suites inglesi
           A Roland Barthes
           maestro di solfeggio
Ero andato a [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/per-barthes/">Per Barthes</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/30-barthes.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/30-barthes.jpg" alt="" title="30-barthes" width="197" height="280" class="alignnone size-full wp-image-31607" /></a>  di <strong>Valerio Magrelli</strong></p>
<p>[<em>in occasione della pubblicazione di <strong>Riga 30 – Roland Barthes</strong> a cura di Marco Consolini e Gianfranco Marrone, marcos y marcos editore, (ne abbiamo parlato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/08/en-amitie-fidele">qui</a>) Marco Belpoliti ci regala una poesia di Valerio Magrelli che si trova nel volume, che verrà presentato domani.</em>]<br />
<span id="more-31608"></span></p>
<p><strong>Suites inglesi</strong></p>
<p>           <em>A Roland Barthes<br />
           maestro di solfeggio</em></p>
<p>Ero andato a incontrarlo da studente<br />
per una tesi, e invece chiacchierammo<br />
solo degli spartiti che portavo con me.<br />
Suonava al piano Bach e la corrente<br />
di quel «ruscello» lo sospinse via<br />
fra mulinelli e anse.<br />
A che serve suonare?<br />
Un’obbedienza cieca,<br />
un’arte marziale: l’ascesi,<br />
e in fondo il suono che si leva uguale,<br />
il Sempre-uguale,<br />
nell’ostinata speranza,<br />
se non di un lenimento,<br />
di un mite risarcimento musicale.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/per-barthes/">Per Barthes</a></p>


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		<title>I mondi di Guido Mazzoni</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 18:36:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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Era il 1991, l’avventura dei Quaderni di Poesia Italiana Contemporanea era all’inizio: stava per uscire il secondo volume, quando ricevetti da Pisa un estratto della rivista Paragone contenente alcune poesie molto accattivanti &#8211; scelte da Cesare Garboli - di uno studente non ancora ventiquattrenne, Guido Mazzoni. Subito scrissi all’autore di inviarmi altri testi [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/i-mondi-di-guido-mazzoni/">I mondi di Guido Mazzoni</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="" src="http://farm3.static.flickr.com/2747/4414651461_aa9f99284b.jpg" class="alignleft" width="200" height="359" />di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Era il 1991, l’avventura dei Quaderni di Poesia Italiana Contemporanea era all’inizio: stava per uscire il secondo volume, quando ricevetti da Pisa un estratto della rivista Paragone contenente alcune poesie molto accattivanti &#8211; scelte da <strong>Cesare Garboli </strong>- di uno studente non ancora ventiquattrenne, <strong>Guido Mazzoni</strong>. Subito scrissi all’autore di inviarmi altri testi &#8211; che pure mi piacquero molto &#8211; e così nacque la mia conoscenza e quindi l’amicizia con Guido.<br />
Le sue poesie sotto il titolo <em>La scomparsa del respiro dopo la caduta</em> apparvero nel III Quaderno, nell’autunno del 1992, accompagnate da una prefazione che così si concludeva: “Grazie allo stile: duro, elegante, forgiato. Riconoscibile per gli azzardi a colmare fino all’orlo la misura senza debordare di una goccia. Arte poetica? Certamente. E di quella destinata a fiorire”. Invece seguirono lunghi anni di silenzio poetico. Interrotti soltanto da qualche splendida traduzione uscita su <em>Testo a fronte </em>e, nel 2003, da un manipolo di inediti su rivista: <em>Nuovi Argomenti, Versodove</em> e <em>Trame</em> di letteratura comparata, il semestrale di quello che era allora il mio dipartimento, a Cassino.<br />
Ma certamente quegli anni non furono infruttuosi per Guido Mazzoni: ricordiamo soltanto due fondamentali libri di critica letteraria come <em>Forma e solitudine </em>(Marcos y Marcos 2002) e <em>Sulla poesia moderna </em>(il Mulino 2005), che hanno suscitato un acceso dibattito e non solo in Italia, ponendo l’autore al centro della riflessione critica sulla poesia contemporanea.<span id="more-31658"></span><br />
Di fatto <em>I mondi </em>(Donzelli, 2010) sono un’opera prima in poesia, scritta tra il 1997 e il 2007, matura e meditata, lungamente annunciata, ma pur sempre opera prima. E presentano una piacevole alternanza fra poesia e prosa, che ne rende la lettura vivacemente imprevedibile.<br />
Se da un piano formale scendiamo verso una più sostanziale pur se rapida disamina, possiamo affermare che I mondi presentano anche un altro tipo di alternanza: quello tra due tipi di sguardo. Da un lato, lo spazio dell’io, dei destini privati, della prima persona singolare, legato a una tradizione di lirismo tragico che fa capo a Montale, Sereni e Fortini; dall’altro, una movenza saggistica che riflette sul «campo delle forze» (Elephant and Castle) collettive dove gli individui si trovano presi. I due momenti si alternano e si contrappongono, in una dialettica filosofica ancor prima che letteraria.<br />
I mondi compongono quindi un’autobiografia per frammenti, una sorta di anamnesi della vita personale, ma chi dice io è continuamente trasceso e collocato in uno sfondo universale fatto di entità sovrapersonali (l’epoca, la classe sociale, i rapporti di forza e, al di sopra, le grandi costanti della vita naturale e cosmica, oggettivate nel paesaggio, nei movimenti delle nuvole, nel «cielo puro e indifferente», AZ 626).<br />
Un libro popolato di monadi che ricercano un equilibrio nei loro microcosmi sociali. I «mondi» cui il titolo del libro allude sembrano essere innanzitutto le piccole sfere di vita dove gli individui privati si trovano a esistere. L’io per lo più guarda, osserva gli altri e se stesso. Nel libro tornano spesso vetri, finestre, finestrini e schermi. E tornano paesaggi urbani o periferie, non-luoghi, mezzi di trasporto, toponimi che appartengono a ambienti diversi (generiche periferie occidentali, Prato, Pisa, Parigi, Londra, Chicago, Milano), in un nomadismo che toglie ogni specificità ai luoghi attraversati.<br />
Credo vi sia qualcosa di definibile come “generazionale” in questo sguardo. Perché Mazzoni sa intercettare come pochi altri alcuni aspetti fondanti dello <em>Zeitgeist</em>. E questo è quanto un fastidious reader &#8211; come mostra queste breve scelta  &#8211; non può non chiedere a un vero libro di poesia.</p>
<p><strong>AZ 626</strong></p>
<p>Ora che le nubi ci lasciano vedere<br />
per intero la curva della terra, nella forma<br />
dei sobborghi senza forma dove dovremo vivere,<br />
ascolto il flusso del sangue nella cuffia alla fine della musica<br />
guardando i mondi degli altri che si incrociano col mio, le loro reti<br />
di paura e desiderio dentro il tubo fragilissimo -</p>
<p>o i gesti che li legano al presente<br />
quando fissano il ghiaccio sul lago inverosimile,<br />
la nostra vita umana otto chilometri più in basso.<br />
Ora so che non ha senso rompere<br />
la miopia che ci fa esistere, vedo diversamente<br />
le monadi che ci proteggono, le loro trame nel disordine;<br />
seguo le macchie di luce che il sole<br />
getta sul paesaggio, il cielo puro e indifferente.</p>
<p><strong>Parcheggio</strong></p>
<p>Benché la vita di queste persone che escono dalle auto parcheggiate fra le strisce degli spazi condominiali gli sembri incomprensibile ora che sta uscendo dall’infanzia, sa bene che il luogo e il tempo in cui è nato lo destinano a diventare come loro, una versione migliorata di loro. Per non posteggiare la propria auto davanti a un palazzo come questo, per non perseguire avanzamenti di carriera fra i quadri intermedi di una gerarchia aziendale, dovrà attraversare dei conflitti invisibili e feroci con gli esseri che oggi formano il suo mondo, con le persone che ama. Appoggiando la fronte al legno degli infissi, studiando la cura insensata con cui i vicini incerano le macchine prima di coprirle con i teli, crede di sentire il peso di quello che sta per accadere. Ha tredici anni; sa che la vita è solo sua; vede solo se stesso.<br />
Non vede invece che è stato il lavoro di queste persone, la fatica che hanno fatto per uscire dai poderi mezzadrili e raggiungere una periferia residenziale, a consegnargli il potere di essere diverso, di coltivare altre mete e altre paure. Nella crudeltà della prima adolescenza può capire solo poche cose degli individui dispersi lungo il piazzale. Vivono per sé; accettano la sfera di relativa sicurezza che questa periferia sembra custodire; non credono in nulla che oltrepassi i destini familiari. Fra pochi mesi forze ignobili gli faranno desiderare di trascendere ciò che vede, di vivere vite più prestigiose o più morali. Cercherà di procurarsi un’altra biografia, proverà passioni per conflitti lontani, soffrirà per ingiustizie che non gli appartengono, finché un giorno, con vergogna e ostinazione, darà a questo desiderio la forma più banale, mettendo su carta il proprio io ingigantito per sperare di sopravvivere più a lungo.<br />
Vent’anni dopo, mentre le stesse strisce ridisegnate brillano sotto gli alberi di Natale e i suoi coetanei ritornano nelle case dove sono cresciuti portando passeggini, crede di capire meglio. Oggi pensa che nulla possa trascendere la nostra sorte singolare, la vita infissa nei lineamenti che la luce bianca sembra cancellare quando tocchiamo i pupazzi appesi sopra i cruscotti o attraversiamo l’aria fra le macchine vuote, seguendo la traiettoria che forze invisibili hanno preparato per noi, l’ellittica di una deriva personale. Oggi crede che non esistano valori ma solo vite, modi di interpretare un destino che rimane solo privato, per tutti. Loro lo sanno da tempo: tutta la loro identità è modellata su questa certezza. Sanno che quanto accade in questo recinto è tutto quello che realisticamente esiste qui e ora, ai margini di una città europea di medie dimensioni; e dentro questo spazio ricavano le loro minime sacche di valore, rimuovendo ciò che li trascende e che un giorno si mostrerà all’improvviso in un prepensionamento, in un divorzio, in un’analisi medica, in un incidente stradale.<br />
Miliardi di uomini che hanno vissuto o vivono in altri tempi o in altri luoghi hanno desiderato e desiderano la vita che la classe media occidentale ha conosciuto nella seconda metà del ventesimo secolo, dopo millenni di violenza e povertà. E se è vero che la sicurezza di queste case nasce sul risvolto di rapporti di forza che infliggono violenza e povertà a miliardi di esseri lontani per i quali sarebbe difficile, sarebbe irrealistico provare qualcosa, è altrettanto vero che pochissimi degli individui che occupano questo luogo e questa epoca ne sono consapevoli o hanno colpe. Oggi capisce la dignità, la complessità delle persone che esistono per sé, senza bisogno di trascendenze, risarcimenti, giustificazioni. Il parcheggio si è coperto di automobili; nelle borse giacciono i regali di Natale. E’ come loro, e non ha nulla da opporre se non il proprio sguardo, la rabbia senza oggetto con cui osserva i volti dei nuovi individui, le sagome delle nuove costruzioni sotto il solito cielo.</p>
<p><strong>La parete</strong></p>
<p>Torna il silenzio oltre i vetri dell’auto e la parete<br />
del sole fra lo svincolo e la strada<br />
è invisibile da qui. Correvamo<br />
fra i tralicci e gli abeti che ora vedo<br />
per l’aria bianca oltre il tempo attraversare<br />
il primo giorno del 1983 insieme a noi.<br />
Vuoti e colore nel paesaggio disgregato, il porto<br />
di Livorno alla fine della gita,<br />
i parenti che non conoscevo. Dietro le ciminiere,<br />
come un sacco opaco o un enorme<br />
animale sospeso sui tetti delle case, si gonfiava<br />
fra il pulviscolo viola il temporale.<br />
Rigido io li guardavo nella nube che entra<br />
elettrica dai vetri e li ascoltavo<br />
dentro il volume della radio accesa raccontare<br />
pezzi della propria vita, le solite<br />
banalità &#8211; gli adulti, i genitori. Allo stupore<br />
che prima del sonno mi annullava ho domandato<br />
spesso di non essere così -</p>
<p>Vorrei scusarmi e difendervi ora<br />
da questa fragilità in cui vi vedo<br />
come nel fondo di un vetro, mentre diventate<br />
giorno dopo giorno più comprensibili e vicini.<br />
Il temporale ha scosso i rami<br />
finti degli abeti, vi sovrasta<br />
la voce della radio, una parete<br />
d’aria mi divide da voi. Basta<br />
un istante ad oscurarvi: scaglie<br />
dell’accadere, mie persone che siete<br />
solo sagome, ora, nella nube che si chiude.</p>
<p>E quando tornavamo, più tardi,<br />
alla fine di quello che ricordo, guardando<br />
le stesse cose replicarsi, io andavo in bagno,<br />
aprivo l’acqua fredda, la lasciavo<br />
paralizzare la mano. Solo dopo<br />
mi calmavo di nuovo, di nuovo comprendevo.<br />
A volte, prima di dormire, una paura<br />
inumana mi attraversa e queste cose<br />
che non riesco a nominare<br />
mi riportano da voi, quando cala<br />
uno stupore dal soffitto e nella mente<br />
cresce l’onda del sonno dove posso</p>
<p>non esistere mai più, non ricordare.</p>
<p><strong>Superficie</strong></p>
<p>Ora che la conversazione ti lascia da parte in una specie di cono e le cose che pochi minuti fa provocavano un’increspatura nei rapporti fra te e le persone sedute al tuo tavolo sembrano prive di peso, percepisci ancora il campo di tensioni che un discorso sulle automobili, sulle forme di un vestito, su un modo di vivere, su una notizia che fra dieci giorni dimenticherai può aprire all’improvviso, ma fatichi a recuperare il valore di ciò che per un attimo è stato così importante da rappresentare la tua identità e da meritare una difesa. La risacca che ti trascina via lacera la patina delle tue azioni e ti fa capire quanto sia piccola la distanza che ti separa dagli altri, quanto siano fragili i contenuti con cui riempiamo il gioco di equilibri e di squilibri che lega insieme le persone, generando la superficie dove ci muoviamo. Tu però vivi sulla superficie, tu sei la superficie che ti ha fatto parlare con una foga assurda di un’elezione amministrativa o di un individuo che non conosci; ed è per questo che, quando uscirai poco prima dell’alba e la rete dei fanali, gli alberi allineati fra le case del sobborgo, le sagome dei pendolari che vanno a lavorare ti sorprenderanno, verrai colto da una forma di vergogna che supererai facilmente, perché questa è ormai la tua vita, l’unica cosa che conta per te, l’orizzonte che non puoi oltrepassare.</p>
<p><strong>I mondi</strong></p>
<p>Guardavo i tetti coperti di brina e un pezzo di campagna industriale dalla finestra dell’ex-albergo in cui vivevo, mentre l’edificio sembrava girare su se stesso moltiplicando la sua parete immensa e i suoi cinquecento monolocali. Era un istante di assoluto straniamento e io cercavo di prolungarlo, perché ciò che accadeva, ciò che pensavo, quella specie di navigazione in un’estraneità che non diventava parte della mia vita, fra oggetti presi in af¬fitto che non portavano alcun segno di me, prendesse una patina nuova &#8211; e per un attimo, nello stupore di chi riconosce ciò che ha sempre saputo, ogni cosa (il battito del sangue sulla tempia appoggiata al vetro, la periferia di Londra, le persone che esistevano nel mio stesso edificio, le espe¬rienze elementari che formano il fondo di ogni vita e sfuggono alle parole) diventasse nitida e leggibile.<br />
Avevo quasi trent’anni; di lì a poco avrei avuto un destino; delle azioni irreversibili mi avrebbero guardato dallo specchio del bagno e sarebbero state me. Intanto lottavo, come tutti, perché il mio posto nel mondo corrispondesse ai miei desideri: per rimanere in vita, per non cedere un pezzo troppo grande di me al meccanismo che ci tiene in vita, per occupare posizioni, per catturare lo sguardo degli altri, per compiacere lo sguardo degli altri, per emergere; e tutto intorno, nel movimento delle strade che si aprivano sotto la finestra, nei rumori delle cinquanta stanze che davano sul mio stesso corridoio, migliaia di esseri pullulavano nello stesso spazio: pensionati, immigrati pachistani, segretarie venute da qualche frazione della periferia a consumare il proprio presente in un monolocale mansardato. Era la vita collettiva in una grande metropoli mondiale, figura accelerata della logica di ogni sistema umano, quella che ognuno di noi ritrova quotidianamente, ma che in realtà non vede mai.<br />
Siamo incompiuti e bisognosi. Entriamo fra le cose legati a un corpo, a un tempo, a aggregazioni di esseri che ci preesistono, popolano i nostri spazi e chiedono di appagare il vuoto di un desiderio che persiste ben oltre la conservazione di sé, slittando su oggetti diversi a seconda dei sistemi dove ognuno di noi si trova preso &#8211; corpi e beni da possedere, posizioni da occupare, equilibri da trovare nel rapporto e nel conflitto con gli altri -, fino a quando, in un momento precario della vita che forse non arriverà mai, il desiderio si trova rispecchiato nella realtà e la forza sembra placarsi un attimo, per poi ricominciare. Pensando a quante poche cose mi interessassero davvero, a quanti pochi moventi elementari reggessero la vita mia e degli altri, capivo che in queste formazioni, in questi minimi eventi si svolge la lotta per quell’equilibrio cui diamo il nome di felicità, e che oltre questo pulviscolo, oltre questa rete non c’è nulla. Ma capivo anche la profonda irrealtà di quella comprensione momentanea, la gratuità di quell’attimo di straniamento così fragile in rapporto alle forze primarie, banali, che entravano in gioco dentro le piccole sfere di vita che potevo vedere nei vetri illuminati, tutte incomparabilmente più vere della mia idea ancora giovanile che la realtà non fosse, non potesse essere solo questo. Gli ammassi delle nubi si rompono e si riformano; i gruppi di rondini si muovono fra i tetti e creano gerarchie; le cassiere di Safeway rifanno i conti e comparano le vite dei nipoti. Chiuso nel proprio territorio, ogni organismo appaga la forza che lo fa essere e modifica, per quanto può, questo piccolo intero dove ogni azione ha un significato solo locale e solo simbolico, e dove tutto tende al proprio equilibrio senza alcun disegno, senza alcuna giustificazione. Esiste solo questo.</p>
<p><strong>Pure Morning</strong></p>
<p>L’urto delle gocce sulle foglie,<br />
la condensa, la luce che rischiara<br />
i gerani strappati e ancora vivi nel vapore<br />
del ghiaccio che si scioglie,<br />
la terra sparsa sul balcone dai vasi &#8211; vedevamo<br />
una periferia enorme oltre le grate<br />
del terrazzo e nelle luci<br />
di casa le persone vivere,<br />
mettere nel buio le stanze illuminate; e poi più in là<br />
tra gli spazi vuoti, i fili e il muro<br />
della circonvallazione, cominciava<br />
la rete dei viali e la metropoli<br />
immensa si mostrava. Dopo, se il cielo<br />
diventava chiaro e le colonne<br />
dei fari segnavano le strade, il rombo<br />
fuori dai vetri era pieno<br />
delle vite che vedevo<br />
rapprendersi in quegli attimi, quando la fila<br />
delle auto si ferma e ci guardiamo<br />
esistere dai finestrini, tra i fanali,<br />
il loro cerchio nel cono della pioggia, dentro i secoli<br />
che ora mi vengono incontro<br />
dai campi coltivati, dai caselli<br />
di Milano se la nebbia si dischiude. Ogni vita<br />
è solo se stessa: questa luce<br />
bassa sulle case, i primi treni<br />
che aprono il vento e ci sorprendono<br />
in una specie di torpore,<br />
la pastiglia nel bicchiere, gli adolescenti,<br />
nel video, che cantano il dolore;<br />
quando sembra che la mente nasconda<br />
a se stessa il gesto di fuggire<br />
la mattinata pura, i fatti nudi,<br />
nel rumore di tutti il tempo che si perde<br />
per essere solo ciò che siamo adesso,<br />
per diventare solo solitudine.</p>
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		<title>La natura dei poeti</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 11:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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MONTE GIBERTO (FM)- DOMENICA 14 MARZO 2010, ore 10.30
PALAZZO COMUNALE – SALA DELLE VOLTE
La natura dei poeti
VII Edizione – a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri
Incontro con Marilena Renda e Luigi Socci
Introduce Massimo Gezzi

&#160;
Anche quest&#8217;anno La natura dei poeti, la rassegna di &#8220;Poesia e natura&#8221; curata da Adelelmo Ruggieri e Massimo Gezzi per Italia [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/la-natura-dei-poeti/">La natura dei poeti</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/locandina-natura-2010.jpg" alt="" width="448" height="633" border=1/></p>
<p align="center"><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=841,height=1189,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://ilmareadestra.files.wordpress.com/2010/03/locandina-natura-2010.jpg" target="_blank" rel="nofollow"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/zoom.png"/></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>MONTE GIBERTO (FM)- DOMENICA 14 MARZO 2010, ore 10.30</strong></p>
<p style="text-align: center;">PALAZZO COMUNALE – SALA DELLE VOLTE</p>
<p style="text-align: center;"><big><strong>La natura dei poeti</strong></big></p>
<p style="text-align: center;"><strong>VII Edizione – a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri</strong></p>
<p style="text-align: center;">Incontro con <strong>Marilena Renda</strong> e <strong>Luigi Socci</strong></p>
<p style="text-align: center;">Introduce<strong> Massimo Gezzi</strong></p>
<p><span id="more-31751"></span><br />
&nbsp;<br />
Anche quest&#8217;anno<em> La natura dei poeti</em>, la rassegna di &#8220;Poesia e natura&#8221; curata da Adelelmo Ruggieri e Massimo Gezzi per Italia Nostra sez. del Fermano e giunta ormai alla VII edizione, ospiterà poeti giovani e nuovi, molti diversi stilisticamente l&#8217;uno dall&#8217;altro: i due appuntamenti del 7 e del 14 marzo vedranno protagonisti, infatti, quattro giovani poeti italiani, due marchigiani (Luigi Socci e Barbara Coacci) e due provenienti da fuori regione (Marilena Renda, siciliana ma di residenza romana, e Fabio Franzin, veneto).<br />
&nbsp;<br />
La mattinata del 14 marzo, che si svolgerà a Monte Giberto con la cura di Massimo Gezzi, vedrà come ospiti Luigi Socci e Marilena Renda. Socci (1966), anconetano, ha pubblicato una prima silloge di versi in<em> Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano</em>, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos 2004), con un&#8217;entusiasta prefazione di Aldo Nove. Di recente uscita (2009) è la sua prima <em>plaquette Freddo da palco</em>, per le Edizioni d&#8217;If di Napoli.<br />
Marilena Renda (1976), originaria di Erice (TP), ha esordito nel 2001 con la raccolta <em>Ceneri minime</em> (Kepos), seguita da varie apparizioni in rivista. Oltre alla poesia, ha scritto racconti e saggi su Bassani, Levi, Rosselli e altri. Sta ultimando un poema intitolato <em>Ruggine</em>.<br />
&nbsp;<br />
Il 21 marzo sarà invece la volta di Barbara Coacci (1969) e Fabio Franzin (1963), a Ponzano di Fermo, con la cura di Adelelmo Ruggieri.<br />
Barbara Coacci, che vive ad Ancona, ha esordito quest&#8217;anno con un apprezzato libro di poesia, <em>Nessuna nuova</em>, per le edizioni La Camera Verde di Roma. Fabio Franzin, poeta soprattutto dialettale, ha pubblicato di recente <em>Fabrica</em> (Edizioni Atelier 2009), raccolta che si è aggiudicata il prestigioso Premio Pascoli per la poesia neo-dialettale.</p>
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		<title>Danilo De Marco: L’INSONNIA DELLA TERRA</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 09:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[testo di Erri De Luca

 Haiti: Bimbo con le patate
 Brasile: L&#8217;uomo che esce dal forno

L&#8217;umanità ha inventato il grano, il riso, l&#8217;orzo. La staffetta innumerevole delle generazioni contadine ha migliorato i semi, li ha resi più fecondi. Nessun potente ha potuto fare a meno dei coltivatori. Li ha oppressi, predati, ma sempre ne ha [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/linsonnia-della-terra/">Danilo De Marco: L&#8217;INSONNIA DELLA TERRA</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <strong>Erri De Luca</strong><strong><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/18-HaitiBimbo-con-le-patate-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30530" title="18 HaitiBimbo con le patate copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/18-HaitiBimbo-con-le-patate-copia-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a> Haiti: <em>Bimbo con le patate</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/brasile-luomo-che-esce-copier-copia2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31177" title="brasile l'uomo che esce copier copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/brasile-luomo-che-esce-copier-copia2-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a> Brasile: <em>L&#8217;uomo che esce dal forno</em></p>
<p><span id="more-30305"></span></p>
<p>L&#8217;umanità ha inventato il grano, il riso, l&#8217;orzo. La staffetta innumerevole delle generazioni contadine ha migliorato i semi, li ha resi più fecondi. Nessun potente ha potuto fare a meno dei coltivatori. Li ha oppressi, predati, ma sempre ne ha avuto bisogno.<br />
Oggi qualche imbizzarrita ditta ha messo sotto suo brevetto il grano, il riso, l&#8217;orzo. Dicono legalmente di averlo inventato loro. Oggi i potenti fanno in modo che i contadini abbiano bisogno di loro. In questa inversione sta il preciso segno del progresso. Progrediamo verso l&#8217;asservimento della terra e dei coltivatori. Perciò siamo oggi tutti senza terra, anche chi ha un campetto ben iscritto a suo nome in un catasto.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/Sri-Lanka-donne-tamil-del-té-3-copia1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31179" title="Sri Lanka donne tamil del té 3 copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/Sri-Lanka-donne-tamil-del-té-3-copia1-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a></p>
<p>Sri Lanka: <em>Le donne del té</em></p>
<p>Prima la terra ha perso il suo sabato di riposo poi i suoi lavoratori hanno perduto il sonno. Danilo De Marco fotografa l&#8217;insonnia della terra, trasmessa dal suolo alle facce di chi ci sta chino sopra. Le loro fattezze sono quelle della terra senza sabati.<br />
Avete voglia di andare dietro a gazzette e notiziari: là passa solo il rumore della storia, il mangiavite che sbatte il mondo come un tappeto. Lontano dagli usci ferrati, dal mazzo delle chiavi che aprono solo a noi, la storia scrive piano addosso ai poveri, con tecnica di acquaforte, a punta d’incisione e bagno di mordente. Scrive le loro facce. Quelle dei ricchi le lascia in bianco, a una salute tiepida, imbottita, le trasforma in visi, che sono facce addomesticate, cartoline da illustrazione, buone per arredarci i rotocalchi.<br />
Sulle facce dei poveri scrive le avventure: il gelo, il vento, gli insetti, l’acqua piovana che straripa e inzuppa, la siccità che sfrega polvere sugli zigomi, mentre agli occhi affiora la malinconia dello stomaco, e ancora; il sole quando pesa come un sacco sulla schiena di chi ci sta sotto. E solo un bracciante può dire: niente di lieve sotto il sole.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/R-Messico-copia2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31180" title="R Messico copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/R-Messico-copia2-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a><em> </em></p>
<p>Messico: <em>La difesa della terra</em></p>
<p>La storia ama la pergamena cotica dei poveri e la spiana a pagina. Un tempo anche da noi c’erano facce così. Ecco la curva del polso di chi sa impugnare roncola, zappa, badile, ascia, piccone, il manico delle leve che bussa alla porta per chiedere. Donne, uomini dal chiuso dei recenti premono per spostare il confine del campo. Qui stanno gli ospiti della polvere del suolo, quelli che hanno diritti di scarto, documenti rilasciati da soldati di malavoglia, in lingue diverse dalle loro.<br />
Chi si è inteso con il suo simile e si è associato a lui per conforto, coraggio, convinzione, chi ha pensato che due non è il doppio ma il contrario di uno, la smentita di essere soli, l’esperienza di formare catena, questa persona ha una faccia politica. Povera la pretesa della fotografia che crede di fissare, che presume da sé il diritto dell’inquadratura.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/R-Zanzibar-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31181" title="R Zanzibar copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/R-Zanzibar-copia-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a> Zanzibar: <em>Le donne delle alghe</em></p>
<p>Il sorriso è la smorfia che più somiglia allo sbadiglio. Nelle fotografie di Danilo che fruga tra le croste spellate del pianeta, spuntano sorrisi rari, nessuno sbadiglio. Chi è senza terra è insonne. La terra maledice.<br />
Insieme ai brevettatori abusivi di semenze vitali, spuntano i nuovi proprietari delle acque. Sarebbero capaci di esibire un diritto di sfruttamento delle nuvole, della neve.<br />
Senza terra è un primo passaggio, una tappa dell&#8217;esproprio. Già si sta  in vaste zone dell&#8217;Asia senza cielo, scomparso oltre una condensa di gas e di fumo. Crescono bambini che ignorano le stelle. Presto l&#8217;aria verrà erogata come la corrente. Chi perde la terra sotto i piedi ha perso.<br />
Ci si dedica all&#8217;alpinismo per poter abbracciare di nascosto la superficie perduta, con la scusa di praticare uno sport.<br />
Col suo bianconero illuminato a giorno Danilo anticipa un pianeta svuotato di colori. Mentre scivoleranno i giorni dell&#8217;anno 08 di un secolo con data avvicinata di scadenza, il vento gioca a fare mulinelli e cicloni sopra un suolo espropriato. La sua trottola fa rima con la frase di chi disse: &#8220;Mia è la terra, stranieri e residenti di passaggio voi siete presso di me&#8221; (Levitico/Vaikrà 25,23).</p>
<address>[Le foto di De Marco e il testo di De Luca sono tratte dal calendario <em>Senza terra</em>, 2008]<br />
</address>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/linsonnia-della-terra/">Danilo De Marco: L&#8217;INSONNIA DELLA TERRA</a></p>


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		<title>Scaffali nascosti (8) – :duepunti edizioni</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 07:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=31764</guid>
		<description><![CDATA[«Scaffali nascosti», senza pretese di completezza, vuole disegnare una mappa dell’editoria indipendente dei nostri tempi. Medio-piccoli, piccoli, piccolissimi editori, spesso periferici, con idee e progetti ben precisi, che timidamente emergono, o forse emergeranno, o si spera che emergano, fra gli scaffali delle librerie. A cura di Andrea Gentile (andreagentilenazione_at_libero.it).
di Andrea Gentile
Nelle fiere del libro li [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/scaffali-nascosti-8-duepunti-editore/">Scaffali nascosti (8) &#8211; :duepunti edizioni</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>«Scaffali nascosti», senza pretese di completezza, vuole disegnare una mappa dell’editoria indipendente dei nostri tempi. Medio-piccoli, piccoli, piccolissimi editori, spesso periferici, con idee e progetti ben precisi, che timidamente emergono, o forse emergeranno, o si spera che emergano, fra gli scaffali delle librerie. A cura di Andrea Gentile (andreagentilenazione_at_libero.it).</em></p>
<p><strong>di Andrea Gentile</strong></p>
<p>Nelle fiere del libro li vedi da lontano anche se non hanno lo stand più grande. Partono da Palermo e portano con loro una grande botte di vino, una di quelle che si trovano facilmente nelle cantine dei nostri nonni o bisnonni. Ogni tanto scatta l’happy hour. Ti offrono un bicchiere e ti parlano di Platone o Ourednik, Aristotele o Le Clézio. Tu sei attento e ti lasci convincere.</p>
<p>Il progetto <a href="www. duepuntiedizioni.it" target="_blank">:duepunti </a>nasce nel 1997 da Andrea L. Carbone, Roberto Speziale e Giuseppe Schifani. Parte come rivista letteraria fotocopiata in proprio e distribuita nei ferventi corridoi dell’università palermitana ma parallelamente è un sito internet (<a href="http://www.duepunti.org/">www.duepunti.org</a> ancora attivo).<span id="more-31764"></span></p>
<p>Nel 2004 – col motto <em>intus legere</em>, «leggere dentro», e con un pesce radiografato, derivazione manuziana, come marchio – nasce la casa editrice :duepunti, con l’obiettivo ambizioso – ci dice Schifani – di tessere un «dialogo serrato con i lettori inteso alla costruzione di una “biblioteca ideale”, selettiva e non esaustiva, nutrita di rimandi e connessioni, che sfugga all’ottica del libro come “bene di consumo” <em>veloce </em>e punti invece sul <em>catalogo </em>come spazio inesauribile di vitalità e promozione della cultura».</p>
<p>Il richiamo ad Aldo Manuzio, l’idea di «biblioteca ideale», la guerra al libro come bene di consumo: caratteristiche, obiettivi volutamente lontani dalle consuetudini contemporanee, toni che quasi richiamano alcuni carteggi di intellettuali-editori degli anni ’50-’60 (da Vittorini a Sereni fino a Niccolò Gallo, che pure lavoravano in grandi aziende).</p>
<p>Del tutto in linea con il progetto allora la pubblicazione, per esempio, della <em>Settima lettera </em>di Platone (2005) e della <em>Vita, attività e carattere degli animali </em>di Aristotele (2008), nella collana «Terrain Vague». Nella stessa collana, la più attiva, compare <em>Il verbale </em>(2005) di Le Clézio, uscito in Italia solo nel 1965 nella «Ricerca letteraria» einaudiana, varata da Guido Davico Bonino.</p>
<p>«Questo caso – ci dice Schifani – è illuminante per comprendere uno dei filoni del nostro piano editoriale che attraversa i vecchi cataloghi e riscopre inediti assoluti in Italia, tra le grandi pagine della letteratura europea».</p>
<p>Nel 2005 esce anche <em>Europeana </em>di Patrik Ourednik, intervistato da Giorgio Vasta nel 2007 su <em>Notable </em>e su <em>Nazione Indiana</em>, mentre nel corso degli anni la collana si infittisce di gemme come <em>Alla deriva </em>di Karl Huysmans (2007), gli <em>Scritti pornografici </em>di Boris Vian (2007), gli <em>Scritti patafisici </em>di Alfred Jarry (2009), fino a <em>Rue de l’Odeon </em>di Adrienne Monnier (2009), la storia della grande libreria frequentata da Joyce, Beckett, Rilke e Proust: un libro che ha ricevuto anche l’attenzione di Stefano Salis sul <em>Domenicale </em>del <em>Sole 24 Ore</em>, Gabriella Bosco su <em>Tuttolibri </em>e Gian Paolo Serino sulla <em>Repubblica</em>. Sarà poi Ourednik a curare il <em>Trattato sul buon uso del vino </em>di Rabelais (2009), inedito sfuggito all’editoria italiana.</p>
<p>Il tutto in una veste grafica raffinata, con «oggetti-feticcio» che col passare del tempo» i bipuntinisti hanno raccolto e che «entrano in simpatia armonica con le suggestioni offerte dal libro.</p>
<p>Più specifiche e giovani anagraficamente le altre collane. Il 2006 è l’anno della «Dossier», dedicata alla saggistica letteraria, con titoli come <em>Il romanzo e la storia </em>a cura di Michela Sacco Messineo (2008) o <em>Letteratura, identità, nazione </em>a cura di Matteo Di Gesù (2009).</p>
<p>Nel 2008 nasce l’«Argo», diretta da Michele Cometa, che «si propone come uno strumento indispensabile per la ricerca in un ambito multidisciplinare in piena espansione (estetica, storia dell’arte, semiotica, letteratura)» e ha cinque titoli all’attivo.</p>
<p>Il 2009 è poi l’anno delle «Cronografie» su politica e sociologia, collana inaugurata da <em>Mondo bastardo </em>dell’europarlamentare Giusto Catania; sempre nel 2009, con la pubblicazione di <em>Miracoli contemporanei di Santa Rosalia </em>di Serena Giordano, sembra ripartire con intenti programmatici («immagine e immaginario») la collana «Punti di fuga» – di graphic novel, rivolta a un pubblico di lettori giovani  –  avviata nel 2005 con <em>Una giornata nera </em>di Claudio Morici e Marco Failla, e fermatasi nel 2006 con <em>Progetto isole 2005</em>.</p>
<p>Con sede in via Siracusa, a pochi passi da via Notarbartolo lì dove abitò Giovanni Falcone, con un catalogo <em>raffinato </em>e con una veste grafica riconoscibile, così cresce la casa editrice :duepunti, distribuzione Pde, sei anni di attività, e – ci dice ancora Schifani &#8211; «un’ottica eccentrica che ci permette di mettere a fuoco con il giusto distacco alcuni fenomeni in atto nel nostro paese o in Europa», abbattendo la «limitazione» del regionalismo siciliano.</p>
<p>Tra le prossime uscite il <em>Grande romanzo europeo </em>di Koen Peeters, la <em>Filosofia del cane </em>di Diogene e un misterioso e anonimo <em>Elogio del nulla / Elogio di qualcosa.</em></p>
<p><strong>Andrea Gentile (Isernia, 1985) ha lavorato con Enrico Deaglio a <em>Patria 1978-2008</em> (il Saggiatore, 2009), ha curato, con Aurelio Pino, <em>Mala storie </em>di Piero Colaprico (il Saggiatore, 2010). Collabora con «Alias», supplemento settimanale del «manifesto», e con il mensile «Il Bene Comune».</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/scaffali-nascosti-8-duepunti-editore/">Scaffali nascosti (8) &#8211; :duepunti edizioni</a></p>


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		<title>Elogio della macchia cieca. Lazy Suzie di Suzanne Doppelt</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 09:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Rinaldo Censi
Rue Vieille du Temple, un sabato soleggiato di febbraio, a Parigi. Tagli per una traversa e giungi in rue Sainte Anastase, dove ha sede la galleria d’arte Martine Aboucaya. Percorri un lungo corridoio bianco e ti ritrovi in una sala dove sono esposte minuscole fotografie, miniature d’emulsione. Sono le foto che espone Suzanne [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/10/elogio-della-macchia-cieca-lazy-suzie-di-suzanne-doppelt/">Elogio della macchia cieca. Lazy Suzie di Suzanne Doppelt</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Rinaldo Censi</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/lazy13.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-31741" title="lazy13" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/lazy13-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a>Rue Vieille du Temple, un sabato soleggiato di febbraio, a Parigi. Tagli per una traversa e giungi in rue Sainte Anastase, dove ha sede la galleria d’arte Martine Aboucaya. Percorri un lungo corridoio bianco e ti ritrovi in una sala dove sono esposte minuscole fotografie, miniature d’emulsione. Sono le foto che espone <strong>Suzanne Doppelt</strong>. Fanno parte della serie che ha intitolato <em>Un homme est tombé de la lune</em>: un frammento presocratico, probabilmente di Eraclito. Un uomo è caduto dalla luna, dunque. Suzanne dice che è come se questa caduta corrispondesse ad un passaggio: dal sogno al pensiero. Piccole capsule di tempo lavorate chimicamente, esposte alla luce, bagnate dal riverbero di riflessi luminosi: sono i fotogrammi di Moholy-Nagy, l’incontro, l’effetto <em>serendipity</em>, l’inaspettato caro a Man Ray.<span id="more-31739"></span> Chiusa in una stanza buia, Suzanne osserva i risultati raggiunti. Prodigi del rivelatore. Come un piccolo chimico altera i supporti, li riquadra, isola dettagli: il risultato è prodigioso, aloni, linee, griglie, paesaggi flou, insetti, masse curvilinee. È la materia che si riassesta, l’aria che si sposta, si posa sulla pellicola, sulla carta fotografica. È una danza. Gli elementi sedimentano sul supporto. Basta avere un po’ di pazienza. L’esposizione fotografica è stata accompagnata da letture e dalla proiezione di alcuni film delle origini: esperimenti scientifici, piccoli poemi di celluloide. La scelta non poteva essere più pertinente.</p>
<p>Suzanne Doppelt ha insegnato filosofia a Parigi. Scrittrice e fotografa, ha fondato con Pierre Alferi la rivista letteraria «Détail». È membro del comitato di redazione della rivista «Vacarme». Dirige la magnifica collana «Le rayon des curiosités» per i tipi di Bayard. Ha scritto numerosi libri dove riesce a coniugare tutti i suoi interessi: filosofia, pittura, cinema, scrittura, fotografia. Ha vissuto in Italia. A Roma per un anno, poi a Napoli. In Italia – che io sappia – è stato pubblicato solo un suo libro, <em>36 candele</em>, per i tipi di Cronopio. In Francia, molti dei suoi libri vengono pubblicati dalla casa editrice P.O.L. È il caso dell’ultimo, magnifico, che contiene alcune delle foto esposte presso la galleria Aboucaya. <em>Lazy Suzie</em> è apparso nel novembre del 2009.</p>
<p>Suzie la pigra? Il titolo si presta a diverse interpretazioni. <em>Lazy Suzie </em>è – pure – quel vassoio girevole che si usa in Cina, su cui vengono posate vivande, condimenti: è un disco rotante per alimenti. C’è chi giura che questo vassoio sia stato inventato dalla moglie di Thomas Jefferson. Piccolo formato, senza numerazione, <em>Lazy Suzie </em>è un breve trattato sull’anamorfosi e i suoi effetti. Sarebbe piaciuto a Baltrusaitis. Punto linea superficie. Effetto di rotazione. Cornice. Inquadratura. Luce. Camera oscura. Sguardo. Specchi convessi. Flusso. Spostamento. Sono alcuni degli elementi che tengono insieme questa macchinazione tipografica, una condensazione di effetti che fanno di questo piccolo libro un esperimento cinetico, cinematografico, un poema degli elementi, una riflessione sulla visione, come se l’uomo dagli occhi a raggi X di Roger Corman fosse finito tra le pagine del libro e ci narrasse il suo stupore davanti ad oggetti che mutano di stato, si alterano a seconda del punto da cui li si osserva (la nostra scatola cranica è una cinepresa, oppure una camera oscura con due finestre e una porta). Depravazioni ottiche, rifrazioni e prospettive alterate, enigmi: l’anamorfosi non è che questo. La realtà, come viene scritto, non è che questione di regolazione, il passaggio ridotto da un mondo, una pittura gigantesca, a un’altra per semplice rotazione. <em>Lazy Suzie</em>: un’incessante rotazione, appunto. Il sole, la luna. Gli sbalzi luminosi, qualche nuvola, pietre che sono nasi, alberi che sono capelli. Ogni cosa si disgrega in un moto circolare: cambia di stato. La cornice non fissa nulla. Ogni cosa è in movimento. Le forme si allungano, scompaiono inghiottite nel vuoto per effetto di una macchia cieca. O forse è uno zoom che ne disperde la figura.</p>
<p>Questa circolarità è una gravitazione terrestre. A noi non resta che seguirne il flusso. A volte, per vedere meglio le cose, può esserci utile una lente (ce la porgono Giambattista della Porta, o – <em>faute de mieux – </em>Charles Baudelaire). <em>Lazy Suzie </em>in rotazione, le evoluzioni di una trottola (E.A. Poe sull’Etna). Le cose <em>arrivano</em>, prendono forma. Eppure, un leggero spostamento dello sguardo può disgregarle nell’aria, mostrando l’instabilità della loro materia. Splendore dell’anamorfosi. La realtà sfuma, si disfa, per ricomporsi differente in un altro punto dello spazio, ad ogni pagina di questo libro.</p>
<p><em><strong>L&#8217;articolo è apparso sul </strong></em><strong>«manifesto»</strong><em><strong> sabato 27 febbraio 2010.</strong></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/10/elogio-della-macchia-cieca-lazy-suzie-di-suzanne-doppelt/">Elogio della macchia cieca. Lazy Suzie di Suzanne Doppelt</a></p>


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		<title>Anteprima Rivista Sud n°14- Paolo Mastroianni legge Patrizia Posillipo</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 12:27:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Contenitori per acqua accatastati senza ordine, di lato Merita Saciri, 14 anni a settembre, l’espressione un po’ pensierosa un poco intrigante, i contenitori non riescono a nasconderne la bellezza del volto e del giovane corpo &#8211; Campo nomadi di S. Maria Capua Vetere, maggio 2005, foto di Patrizia Posillipo

Giugno 2005. Alie Fetani controlla l’ora dal [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/anteprima-rivista-sud-n%c2%b014-paolo-mastroianni-legge-patrizia-posillipo/">Anteprima Rivista Sud n°14- Paolo Mastroianni legge Patrizia Posillipo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Contenitori per acqua accatastati senza ordine, di lato Merita Saciri, 14 anni a settembre, l’espressione un po’ pensierosa un poco intrigante, i contenitori non riescono a nasconderne la bellezza del volto e del giovane corpo &#8211; Campo nomadi di S. Maria Capua Vetere, maggio 2005, foto di <strong>Patrizia Posillipo</strong></em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/01-1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/01-1-236x300.jpg" alt="" title="01-1" width="236" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-31735" /></a></p>
<p><strong>Giugno 2005</strong>. Alie Fetani controlla l’ora dal polso, la mano raggrinzita aggiusta il fazzoletto sul capo, il suo sguardo da topo intercetta gli orecchini appoggiati sopra una mensola e si posa, senza mettere a fuoco, sulla parete interna della roulotte. Zuppa di patate e cipolla nella pentola media nel caso qualcun altro ritorni, pochi minuti per sbucciar le patate, una quarantina per cucinare, ha più di un’ora davanti. Sistemati i pensieri sul pranzo, apre un cassetto da cui tira fuori la foto della nipote, Merita, protetta da due cartoncini legati da un pezzo di spago. Nel campo c’è calma, sono quasi tutti in città, soltanto vecchi e qualche bambino. Con in mano la foto, Alie scende e si siede sotto il telo veranda che si allunga dalla roulotte, con le dita allontana l’immagine della nipote alla giusta distanza dai suoi occhi neri da presbite: manca poco che diventi una donna, non si può più aspettare. Alla ricerca della soluzione migliore, soppesa, si sforza di non dimenticare nessuno, nessuna famiglia, lancia un’occhiata al marito intento a capire se un paio di scarpe recuperate da un cassonetto si possono mettere in sesto, scorre di nuovo la catena delle possibilità, chiude un attimo gli occhi, sospira: nessun candidato all’altezza in Campania.<br />
<span id="more-31732"></span></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/02-1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/02-1-234x300.jpg" alt="" title="02-1" width="234" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-31736" /></a></p>
<p>Trasportata come una reliquia da una vecchia golf rumorosa, la foto attraversa l’Italia, approda in un campo al margine della zona industriale di Padova; segue altro viavai di emissari, si discute, si tratta. Il futuro marito possiede un camion/furgone da cui vende bevande e panini alla piastra, un grande furgone che ogni mattina parcheggia in un punto strategico della zona industriale dove nessuno si azzarda a dargli fastidio; decine di extracomunitari i clienti, anche qualche italiano. Attività ricca, famiglia potente, elemosina e piccolo furto alle spalle, forse intelligenza e freddezza per qualche traffico grande. E’ quasi terminata l’estate quando si chiude l’accordo. Le donne del campo cucinano attorno a pentoloni fumanti in un inseguimento di parole e di voci alla cui ombra Alie riflette sul cambiamento di vita che attende Merita, sul benessere che ha conquistato per lei: la possibilità di una casa, la fine degli inverni gelati e delle estati roventi, degli sfollamenti improvvisi, degli arresti notturni, delle sassaiole sul campo. Merita avrebbe aiutato il marito, la sua bellezza, il suo sorriso, il suo volto avrebbero incantato i clienti, al sicuro delle protezioni di lui, avrebbero irrobustito gli affari.</p>
<p>Una giornata piovosa e ventosa annuncia l’autunno e il lunghissimo tunnel che separa il presente dal matrimonio; dopo tanto parlare, adesso è bene tacere, evitare di esporsi a occhi e orecchie invidiosi: come l’equilibrista di un circo su un filo, in bilico fino all’ultimo metro, qualunque buona promessa futura può dissolversi anche l’ultimo istante; così, se qualcuno torna sul matrimonio, è evasiva, si limita a qualche frase di circostanza, prova a cambiare discorso. Subentra l’inverno che porta chiusura, incattivisce l’esterno che, assurdamente padrone, si sfoga sfollandoli da S. Maria Capua Vetere. L’insediamento nel nuovo campo di Teverola, alle porte di Aversa, si assesta all’inizio del 2006. Per giorni non smette di piovere, la vita fatica a ridiventare normale, gelo e umidità nelle ossa, fuoco soltanto nei bronchi di tosse, infinitamente lontano l’entusiasmo con cui – partendo da quella foto – Alie si era data da fare, il grigio che soffoca il cielo le impedisce di vedere il futuro, d’immaginare che la pioggia a un certo punto finisca lasciando il posto all’estate, all’allegria e all’ubriachezza della festa di matrimonio, alle 2 notti a piedi nudi a ballare con le gonne lunghe fruscianti, i volti sudati rischiarati dal fuoco, l’odore di carne arrostita, le note dei musicisti che non lasciano tregua a violini, fisarmoniche e ottoni: il matrimonio annunciato è promessa di ciarlatano. Rimestando con la saliva un sapore amaro d’inganno, il sospetto di Alie va oltre: sarà solo la lontananza di Merita da loro il prezzo pagato? Come la tratteranno, come si troverà? E se dovesse iniziare a picchiarla, a trattarla come una schiava, a venderla ai clienti nello squallore di una zona industriale? E se ci fosse già un’altra donna a incatenare il cuore di lui, a muoverne fili di burattino, a gestirne vita e ricchezza? Il rumore di zampe di un cane randagio col pelo bagnato, spintosi sotto la tenda-veranda alla ricerca di cibo, scuote la donna, che con un urlo lo scaccia. Con lentezza, Alie riabbassa la testa verso le foto che ha preso nel tentativo di conquistare qualche ora all’immobilità del maltempo. Meccanicamente le sfoglia, si ferma all’immagine che la ritrae col marito: Saban seduto sulla poltrona, la camicia a righine, le sue grandi orecchie, lei in piedi di lato un po’ discosta da lui, poiché le sembrava strano abbracciarlo o stringersi a lui come fossero due fidanzati; erano rilassati quel giorno. Lo aveva sposato che era poco più di una bimba, era bella anche lei, lui sicuramente più solido, ma quasi nemmeno ricorda: soffocato da quel cielo di merda, il passato è un frammento malfermo d’infanzia lontana, la testa riesce a vedere soltanto il presente, i volti rugosi di adesso, gli occhi acquosi e la tosse che scuote il torace di suo marito, senza passaggi intermedi. </p>
<p>La luce di un raggio di sole ammorbidisce la penombra della roulotte; animali ammaestrati, i pensieri di Alie cambiano direzione, passano per l’invidia di alcuni che serpeggia nel campo per il destino da privilegiata della nipote, sostano un attimo sull’istinto di soffocare le malelingue, proseguono. Negli ultimi mesi Merita si è fatta ancora più bella, lo sguardo è diventato profondo, involontariamente sensuale, i seni sono usciti forti all’infuori. Un paio di settimane prima, lungo lo stradone che porta in città, dopo il pezzo di terra incolta che lo separa dal campo, Alie aveva posato lo sguardo su un gigantesco cartellone pubblicitario, dove una bruna avvenente con una camicetta bianca scollata pubblicizzava caffè; al posto di quella donna Alie aveva immaginato Merita: stessa posa, stesso vestito, stessi rossetto, smalto sulle unghie e gioielli; con una foto del genere forse avrebbe potuto fare ancora più strada.<br />
Tempo addietro Alie aveva sentito di una loro ragazza assai bella che in Calabria aveva fatto perdere la testa al figlio del macellaio del paese, all’inizio c’era stata tensione, quasi uno scontro tra i parenti dell’italiano, che non volevano che uno di loro sposasse una zingara, e la gente del campo, che non voleva che una di loro andasse con un italiano; alla fine il ragazzo l’aveva sposata.</p>
<p>Merita sposa di un italiano; come se poi diventare italiano fosse una cosa da desiderare. Negli occhi stanchi di Alie viene a galla il ricordo di una serata dello scorso dicembre in un quartiere ricco di Napoli dov’era stata mandata in perlustrazione: decine e decine di auto bloccate nel traffico, parte degli automobilisti esasperati, altri come assuefatti. Sui marciapiedi la gente cercava regali, freneticamente guardava vetrine, sui volti espressioni di noia e fastidio: forse non c’erano soldi, forse già avevano tutto, forse non c’era il piacere di farli i regali. Di tanto in tanto qualcuno incontrava un conoscente o un amico: partivano auguri, bacini e bacetti frettolosi ed insulsi. Forse era un mal di testa fortissimo a renderle insopportabile tutto, o forse, semplicemente, a farle vedere le cose com’erano. Senza esitare aveva imboccata una strada residenziale semideserta ancora più ricca spuntata dal nulla; a destra il golfo di Napoli la cui magnifica vista non le faceva né caldo né freddo. Il mal di testa forse si sarebbe calmato bevendo qualcosa di forte, ma non c’erano bar, non c’era anima viva per strada, era una strada chiusa, dorsale di un quartiere esclusivo e isolato dove l’unica chance consisteva nel chiudersi in casa convincendosi di sentirsi appagati per il fatto di vivere lì, con annessi livello sociale e ricchezza. Mentre a soli due passi era un inferno di clacson e fumo di tubi di scappamento, lì regnava il silenzio, un silenzio innaturale e ovattato, incrinato soltanto ogni tanto da un uomo o una donna con un cane al guinzaglio, che la guardavano di sottecchi, all’inizio con circospezione, poi, resisi conto che si trattava di una vecchia che non rappresentava pericolo, con aria schifata: puzza sotto il naso da gente che si crede padrona incongruente con il tanfo sgradevole e la vista delle decine e decine di merde di cane che imbrattavano il marciapiede. Davvero le sarebbe piaciuto svaligiare un appartamento di persone del genere, ma non era un lavoro per loro, che andasse lei con 2 amiche con i soliti mazzi infiniti di chiavi, cacciaviti e ferretti, o i ragazzi, armati della loro sveltezza, di piede di porco e coltello. Antifurti sofisticati avrebbero richiamato le forze dell’ordine, in pochi secondi li avrebbero sbattuti in galera, non come in quartieri più anonimi, dove, al massimo, iniziava a suonare una fastidiosa e stanca sirena che nessuno cagava.</p>
<p> Nauseata da quell’atmosfera imbalsamata, era tornata nell’inferno di traffico da cui era venuta ed era andata alla metro; erano passate le nove e mezza di sera; il fischio assordante del treno in frenata l’aveva irritata, sembrava non volesse finire, fin quando si erano aperte le porte; a bordo pochissimi passeggeri, quasi nessuno italiano: due giovani pieni di brillantina, uno bassino con il piglio sicuro a nascondere l’aspetto tarchiato; perlopiù donne dell’est fra i 40 e i 50: cameriere e badanti che si ritiravano a casa o si avviavano verso turni notturni, sciolte, a proprio agio nel sentirsi comunità tollerata. Il vento sferzante che spazzava la strada buia e semideserta l’aveva aggredita all’uscita della stazione centrale; sotto una pensilina una barbona agonizzava seduta sopra un cartone, avanzando aveva potuto distinguerla meglio: era italiana, doveva avere non più di 30 anni, faccia di buona famiglia, famiglia con un dente d’ingranaggio saltato, negli occhi e nel volto contratto la devastazione della tossicodipendenza, la disperazione sorda di una solitudine senza ritorno, no, non sarebbe mai accaduto a un rom di vivere quell’abbandono! Non era vero che avrebbero scambiato la loro esistenza con quella degli italiani, l’invidia per loro era solo apparenza, un espediente per lamentarsi, sentirsi vittime, avere maschera adatta a elemosinare, rubare, accettare il disprezzo. Desideravano solo la loro ricchezza, le cose, gli oggetti che avevano: quello sì, l’avrebbero preso. A conferma di questo, le era venuto in mente quello che aveva ascoltato una volta: a uno dei loro, in un posto che si chiamava Toscana, avevano offerto un lavoro come operaio e una casa; viveva accanto ad altri italiani, i suoi figli andavano a scuola, ma fuori da scuola e lavoro, non li avvicinava nessuno anche se, a dire il vero, anche gli altri italiani in quel posto non frequentavano quasi nessuno. Erano andati avanti un anno così, finché il gelo del sentirsi isolati, il senso di prigionia di una vita banale e ripetitiva li aveva fatti scoppiare. Una mattina d’estate, avevano abbandonato casa e lavoro, erano andati in un campo, lui era tornato a campare con piccoli lavoretti, elemosina e furti.</p>
<p>C’erano ancora un po’ di cose da organizzare per il matrimonio. 3 giorni prima, l’aveva attirata una foto di sposa in una vetrina a Caserta; si era fermata a guardare. La commessa da dentro al negozio si era accorta di lei, pensando di non essere vista, era rimasta a scrutarla con preoccupazione. Accanto alla foto, erano esposti 2 album, uno chiuso così da mostrare la copertina di cuoio, l’altro aperto, in modo da far vedere l’effetto delle foto all’interno; ad Alie era venuto lo sfizio di capire un intero servizio di matrimonio com’era, così si era data lo slancio e era entrata; aveva messo a tacere il disagio della commessa posando una banconota da 100 euro sul banco. Nelle foto che si susseguivano, aveva provato a vedere Merita. Era bello quell’album, belle le foto, ma non era per loro: non avrebbe saputo dove tenerlo; i nipoti, i bambini del campo l’avrebbero preso d’assalto, decine di piccole mani sporche di tutto, sarebbe durato pochissimi giorni. Mentre rifletteva su questo, aveva perso lo sguardo nel verde cangiante della banconota, ma subito si era ripresa; con un movimento quasi aggressivo, la mano aveva ripreso il denaro dal banco e senza degnare nemmeno di uno sguardo veloce la commessa, ferma tutto il tempo su un’espressione a metà tra disgusto e sorriso, era andata.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/anteprima-rivista-sud-n%c2%b014-paolo-mastroianni-legge-patrizia-posillipo/">Anteprima Rivista Sud n°14- Paolo Mastroianni legge Patrizia Posillipo</a></p>


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		<title>La responsabilità dell’autore: Claudio Piersanti</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 07:50:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittori italiani]]></category>

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		<description><![CDATA[
[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi e Ferruccio Parazzoli, ecco le risposte di Claudio Piersanti]
Come [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">La responsabilità dell&#8217;autore: Claudio Piersanti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/scritture.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-31727" title="scritture" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/scritture-248x300.jpg" alt="" width="248" height="300" /></a></p>
<p><em>[Dopo gli interventi di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a></em><em> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea Inglese</a></em><em>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a></em><em>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi Bernardi</a>,</em><em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela Murgia</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio Mozzi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule Trevi</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio Parazzoli</a>, ecco le risposte di Claudio Piersanti</em><em>]</em></p>
<p><em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</em></p>
<p>Questi giudizi sommari sono forme della stessa isteria ideologica che anima da decenni dibattiti inutili. Questi critici-guru, questi santoni pataccari che da generazioni intonano litanie funebri sul romanzo… Sarebbe divertente studiare da vicino i loro percorsi e i loro pentimenti. Ora il Grande Guru Americano si pente di entusiasmi che noi autori periferici e muti non abbiamo mai condiviso (mentre i nostri critici scrivevano paginoni osannanti ai Veri Scrittori e si sgomitavano in affollatissimi party con i bicchieri di plastica). I critici-guru hanno un grande svantaggio sugli autori: sbagliano sempre. Sono progettati intellettualmente per non vedere nulla al di fuori di se stessi, essendo infatti l’opposto speculare di un autore. Il versante italiano del critico-guru è naturalmente più pecoreccio, e oscilla tra il collezionista di ragazzini e il tipo materno-protettivo. Mentre il primo può paragonare un giovanissimo esordiente assai grazioso a Céline (per poi dirgli in pubblico, dopo qualche anno: ma perché scrivi?, rafforzando la sua fama di implacabile) il secondo considera grandi autori solo quelli non solo scoperti e sostenuti editorialmente da lui, ma più precisamente quelli a cui ha dato per anni da mangiare. C’è anche la variante del Grande Intellettuale (detto senza ironia) che limita la letteratura a quella prodotta dal suo compagno di banco delle medie (peraltro anche lui grande scrittore davvero). In generale il giudizio isterico “non ci sono più romanzi” è espresso da personalità schizoidi <span id="more-31710"></span>che non hanno di sé altra percezione che la loro panza piena di lingue: in un convegno si commuovono per Gadda e lo incensano tra le lacrime, nel convegno successivo giurano che la letteratura è finita e si dimenticano anche del povero Gadda. In realtà per ritagliare il presente da un libro (orrendamente, dico io) “nuovo” ci vuole del talento vero, che soltanto gli autori hanno. Contini, Bo, Mengaldo, Maria Corti, per fare finalmente alcuni nomi. Autori-pensatori, letterati, filologi, filosofi. Ce ne sono ancora, ce ne sono stati tanti. Li abbiamo dimenticati, insieme ai narratori con i quali avevano intrecciato le loro vite mentali. Dal punto di vista della scrittura (che è l’unico che conta) non c’è alcuna differenza di grado tra Contini e Bilenchi, che considerava Carlo Bo perfetto e quindi di gran lunga superiore anche a lui.</p>
<p><em>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</em></p>
<p>Credo sia già avvenuto. Ci saranno sempre più opere prime e per gli autori che vendono poco sarà sempre più difficile andare avanti. Oggi è più facile esordire, rispetto ai miei anni settanta, ma è quasi impossibile continuare a lavorare. È opinione comune che oggi molti capolavori assoluti del novecento non sarebbero neppure pubblicati. Ma io trovo stupido e fatalista questo atteggiamento: su scala internazionale c’è ancora un pubblico in grado di leggere opere di qualità. Il mondo non è soltanto un ipermercato.</p>
<p><em>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</em></p>
<p>Si possono ancora definire pagine culturali trenta recensioni da mezza cartella ammucchiate in una pagina? L’unica proposta culturale che mi sento di fare ai giornali è questa: perché non assumete qualche ragazzo che vi corregga gli errori? Le edizioni on-line sono cimiteri grammaticali.</p>
<p><em>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</em></p>
<p>Nelle case editrici ci sono ancora parecchie persone che di libri capiscono molto, direi che spesso sono migliori delle loro collane. Onestamente io non saprei fare meglio, conoscendo le aziende e i consigli d’amministrazione. (Peraltro il problema non si pone: oggi nessuno assumerebbe uno scrittore per fargli dirigere una collana o per affidargli la direzione editoriale di una casa editrice.) Tra i nostri veri provincialismi c’è anche quello delle mitologie editoriali internazionali. Purtroppo i grandi editori di queste mitologie non esistono più, siamo alle ultime sopravvivenze. Insieme al declino degli autori c’è quello degli editori puri. Ma come dicevo non credo affatto che questo sarà un assetto definitivo e immutabile. Tutto cambia. Lo dico con un sorriso: dal letame nascono i fiori.</p>
<p><em>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</em></p>
<p>Le vie della letteratura sono infinite. Io ho imparato a leggere e sono diventato uomo leggendo e distruggendo libri tascabili. A casa mia i libri venivano considerati una spesa futile e quasi perversa. Compravo Kafka e poi lo nascondevo come materiale pornografico. Il web è una grande occasione e insieme un grande pericolo. Un autore guadagna circa il dieci per cento del prezzo di copertina; un traduttore molto meno (il che è male, essendo letteralmente essenziale). Entrambi devono guadagnare, per vivere. E gli editors? Non servono a nulla? E le collane? Siamo tecnologicamente molto avanti, ma culturalmente non abbiamo neanche cominciato a ragionare. Il web è una rivoluzione paragonabile a quella della stampa. Ha già cambiato il mondo, ma il mondo non lo sa. Lo usiamo come un gruppo musicale inesperto usa un super-sintetizzatore, come un organetto di Barberia.</p>
<p><em>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </em></p>
<p>La letteratura deve inventarsi un suo pubblico, anche dove non c’è. Un letterato non ha diritto a un trattamento speciale, deve essere una persona comune, o comunque sembrarlo. Non chiedo soldi allo Stato. Anzi, se non suonasse provocatorio, gli proporrei tranquillamente un risparmio: chiudete gli Istituti di cultura italiana all’estero. In generale trovo nefasto l’intervento dello Stato (o dovrei dire: dei Partiti?) nell’industria culturale. Parlo dei finanziamenti ai giornali, ma anche nel cinema ha prodotto effetti devastanti. Uno Stato che possiede anche televisioni commerciali non può essere una cosa seria.</p>
<p><em>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</em></p>
<p>Credo che non abbiano alcun peso, se non trasformandosi in operatori politici, cioè in altro. Un tempo mi tremavano i polsi quando scrivevo giudizi e pensieri “forti”, ci rimuginavo sopra per giorni e ne sentivo anche troppo la responsabilità. Poi mi sono accorto che quasi non se ne accorgevano neppure i lettori “professionali”. Gli scrittori diventano più visibili nei paesi totalitari, dove pochi hanno il coraggio di dire la verità. Un corpo a corpo diretto con il ventre molle della nostra realtà non ha senso. In Italia si può dire la verità, ma nessuno la ascolta.</p>
<p><em>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</em></p>
<p>Non lo credo. Molti singoli bravi scrittori hanno espresso chiaramente le loro opinioni ma uno scrittore senza lettori resta un don Quijote.</p>
<p><em>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</em></p>
<p>Sciascia ha già detto quel che c’era da dire sulla partecipazione politica diretta di uno scrittore: niente.</p>
<p><em>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali «Libero» e «il Giornale», caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe&#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</em></p>
<p>Estendendo il ragionamento agli editori (anche) di libri si tornerebbe a ragionare su cose già dette da altri molto bene. Credo che alla fine ogni firma rappresenti se stessa. Ognuno è responsabile di quello che scrive. Non frequento razzisti e se posso evito anche di ascoltarli quando parlano tra loro. Su due grandi fronti la storia che ci aspetta spazzerà il presente: il fronte razziale (il Sud salirà a Nord) e quello del rapporto cittadini-Stato (sarà fiscale, il motore del collasso? O sarà innestato dal nostro mafioso debito pubblico?).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">La responsabilità dell&#8217;autore: Claudio Piersanti</a></p>


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		<title>SOLDI DEI PADRI, SCUOLA DEI FIGLI</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 06:07:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli
Questa volta ci sarebbe da dire che non tutte le statistiche vengono per nuocere, perché  a differenza di molte che sembrano essere nate solo per conferire un’alea di verità aritmetica all’opinione dominante, quella diffusa dall’OCSE sul legame tra i guadagni dei padri e dei figli presenta alcuni elementi di grande interesse. In [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/soldi-dei-padri-scuola-dei-figli/">SOLDI DEI PADRI, SCUOLA DEI FIGLI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Questa volta ci sarebbe da dire che non tutte le statistiche vengono per nuocere, perché  a differenza di molte che sembrano essere nate solo per conferire un’alea di verità aritmetica all’opinione dominante, quella diffusa dall’OCSE sul legame tra i guadagni dei padri e dei figli presenta alcuni elementi di grande interesse. In breve si tratta di una statistica, apparsa su <em>Repubblica</em>, sulla mobilità della posizione stipendiale dei figli rispetto a quella dei genitori in ogni nazione membro dell’OCSE: se la testa della classifica, ovvero i paesi in cui vi è una maggiore mobilità stipendiale e quindi sociale, non riserva particolari sorprese perché occupata dai paesi scandinavi e l’Austria, ossia quelle nazioni nelle quali lo stato sociale è ancora forte, al fondo delle classifica vi sono alcuni dati meno prevedibili perché i paesi meno mobili risultano essere la Gran Bretagna, l’Italia, gli Stati Uniti e la Francia.<br />
<span id="more-31654"></span><br />
E’ davvero curioso che a contendersi il primato dell’immobilismo sociale sia un paese come il nostro, roccaforte del familismo amorale e della raccomandazione, insieme ai paesi anglosassoni all’avanguardia della modernità economica, spesso citati come modello per uscire da questa nostra arretratezza. In particolare perché i tipi di scuola di questi paesi sono profondamente diversi e secondo l’ideologia dominante è la scuola a essere responsabile principale della mobilità sociale di una nazione.</p>
<p>  Nell’ultimo ventennio a più riprese sono  intervenuti esponenti politici, commentatori e economisti illustri a spiegare che tra le cause dell’immobilismo sociale del nostro paese c’era, oltre al peso del fisco e a una burocrazia folle, una scuola inadeguata al mondo del lavoro. Per esempio mi ricordo che quando l’allora ministro Moratti andò in televisione per spiegare la sua riforma della scuola, quella i cui decreti applicativi sono stati approvati tra l’anno scorso e quest’anno e sono chiamati comunemente riforma Gelmini, disse che gli USA avevano una mobilità sociale molto maggiore dell’Italia grazie al tipo di scuola che avevano più immediatamente vicino ai bisogni dell’economia nazionale. Quella della signora Moratti non era un’uscita individuale, ma al contrario corrispondeva all’opinione corrente anche nello schieramento rivale  perché  una  delle linee guida dell’ideologia liberista afferma che la possibilità di mobilità sociale dipende quasi esclusivamente dalla qualità dell’istruzione di un paese. </p>
<p>Naturalmente è vero che la qualità della scuola, specie se pubblica e in grado di fornire livelli di prestazione relativamente omogenei, è un’occasione per la mobilità sociale, ma da sola serve a poco se tutta la politica economica di un paese non è indirizzata in tal senso.  Nel dibattito pubblico dominato dal liberismo, e quindi nelle opinioni dei tecnici, dei politici e dei grandi giornalisti, invece la scuola diventa  l’unico garante della mobilità sociale. Questo discorso sulla scuola ha una funzione fondamentale perché deve nascondere,con la sua insistenza sui meriti dell’individuo all’interno di un’istituzione che da sola garantirebbe la promozione lavorativa, il fatto che la mobilità sociale in realtà dipende da quanti diritti collettivi uno gode e non solo a scuola. </p>
<p>  Ma questi dati gettano anche una luce inedita sul caso italiano perché in fondo sembrano testimoniare che le storture più tipiche del nostro paese e che ne costituiscono l’arretratezza, come i mali che derivano dal familismo amorale, producono effetti generali  sulla società  non troppo diversi da quelli delle politiche liberiste grazie alle quali, secondo un’idea dominante, i mali italiani dovrebbero essere curati. Anzi si potrebbe dire che queste logiche arcaiche  hanno trovato un terreno perfetto di adattamento nel contesto della globalizzazione neoliberista perché il liberismo con il suo attacco allo stato sociale favorisce diverse forme di privilegio, sia quelle che assumono vesti moderne e tecnocratiche sia quelle nepotistiche più tradizionali. </p>
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		<title>Sebben che siamo donne…</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 17:52:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<title>PIERA OPPEZZO. UNA LUCIDA DISPERAZIONE</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 11:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luciano Martinengo
Ci sono stati numerosi riscontri –scritti e telefonate- alla notizia della morte di Piera pubblicata da Nazione Indiana (qui). Mi sembra perciò opportuno continuarne il ricordo con qualche informazione sui suoi ultimi mesi di vita per tentare di sondare il mistero della sua creatività tanto impervia e sofferta.
La sofferenza, che in Piera si [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/08/piera-oppezzo-una-lucida-disperazione/">PIERA OPPEZZO. UNA LUCIDA DISPERAZIONE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luciano Martinengo</strong></p>
<p>Ci sono stati numerosi riscontri –scritti e telefonate- alla notizia della morte di Piera pubblicata da Nazione Indiana (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/09/per-ricordare-piera-oppezzo/">qui</a>). Mi sembra perciò opportuno continuarne il ricordo con qualche informazione sui suoi ultimi mesi di vita per tentare di sondare il mistero della sua creatività tanto impervia e sofferta.</p>
<p>La sofferenza, che in Piera si manifestava come stato permanente d’ansia, era davvero la cifra della sua ricerca? Scavando nei ricordi miei e delle poche persone che l’hanno avvicinata emerge una incapacità –o forse una volontà- di non essere felice. All’origine c’è forse quell’ ”infanzia saccheggiata” a cui accenna in una sua poesia o la perdita di una persona amata, o ancora una forma di orgoglio che raggela la speranza. Solo la scrittura sembra contare. Questo è ciò che si vede dal di fuori, ciò che si tenta di decifrare.<br />
<span id="more-31648"></span><br />
Seguendo questa traccia, par di scoprire negli avvenimenti ultimi della sua vita la fatale conseguenza di una scelta. Negli ultimi mesi, Piera non scriveva quasi più. All’ospedale, dopo un incidente domestico che la costringeva a letto, diceva: “non c’è più posto per me in questo mondo.” oppure: “ma perché devo continuare a vivere?” La musica e la lettura non la invogliavano più. Solo una stentata conversazione, inframmezzata da parole di sconforto e da lunghe pause, riusciva a impegnarla per una mezz’ora o giù di lì. Nel successivo breve soggiorno presso il convalescenziario di Miazzina sul lago Maggiore perse le ultime difese della lucidità lasciandosi andare ad angosciosi rantoli che l’accompagnarono alla morte. Pochissimi giorni, poi la pace. L’espressione del suo volto tornò distesa, sembrava finalmente pacificata.</p>
<p>Per sondare il mistero di Piera, restano i suoi scritti: la forma della sua esistenza è la chiave di lettura delle poesie e dei racconti. E, inversamente, le sue opere testimoniano il dipanarsi delle sue giornate.</p>
<p>Quello che è certo è il valore assoluto che Piera  attribuiva alla scrittura. In un’intervista a Paola Redaelli pubblicata su <em>LAPIS</em> (n.4, Milano, giugno 1989) affermava:</p>
<p>“…Allora compio l’atto di scrivere  che è l’atto principale che ritengo di dover compiere. Evidentemente a suo tempo ho deciso che era mio compito. Da allora ho questo impegno. Per cui non si tratta mai di scrivere una certa poesia ma di fare poesia. Questo fare poesia può avere un centro diverso nei diversi  periodi, è comunque un centro che alimento e definisco –tolgo all’indistinto- scrivendo. E così posso quindi dire: niente mi ispira. Il poetico è un equivoco che detta sentimenti equivoci, sentimenti sentimentali…. Scrivo per decisione di scrivere… E’ darmi questo compito che è stata una ispirazione. Forse attingo da lì”.</p>
<p>Per sua stessa ammissione, la caratteristica fondamentale della sua poesia è ‘l’espressione basata sui concetti e non sul sentimento.’</p>
<p>Alcune poesie, pubblicate nel febbraio del 1961 sulla rivista La nostra Rai  sembrano testimoniare il passaggio da una poesia di sentimento a una scrittura di ricerca. Sebbene Piera le situasse ln un mondo poetico ormai lontano, conservano un’incanteviole freschezza di echi pascoliani e aperture che richiamano inconsapevolmente Umberto Saba, Sandro Penna e perfino Alda Merini con la quale non ci fu nessun rapporto né personale né artistico. I mondi poetici talvolta si intrecciano, figli dei loro creatori quanto del loro tempo. Le ripropongo di seguito perché svelano  una tenerezza che la pudica e severa Piera degli anni successivi non ha più lasciato scorgere.</p>
<p>1</p>
<p>Passa sul Po<br />
La nebbia di novembre,<br />
Un’altra realtà è sommersa<br />
Come il fiume nel suo letto.<br />
La facile estate trascorsa<br />
A contatto di guance<br />
Affettuosamente comprensive,<br />
All’orecchiabile ritmo<br />
Del piacevole istinto<br />
Morbidamente infedele<br />
Al pensiero diretto.</p>
<p>2</p>
<p>Una luna come un’arancia<br />
Non si era vista in tutto l’anno<br />
Né tale bellezza si sperava durasse</p>
<p>Tanto è faticoso sopportare<br />
Che i desideri più remoti si avverino.</p>
<p>Quando venne il giorno<br />
“Ho tanti ricordi”<br />
Poteva benissimo non desiderare più.</p>
<p>Mentre i più giovani parlavano di questo e di quello<br />
“Per non parlare di ciò che attendo”.</p>
<p>Cercavano luoghi dal mattino alla sera<br />
Aderendo a tutto ciò che produceva sapere<br />
Nel loro respiro<br />
Finché a uno gli si aprirono le vene<br />
Proprio<br />
Come da lungo tempo invocava.</p>
<p>3</p>
<p>Amo il corpo<br />
Che ancora dorme voltato su un fianco<br />
Quando mi sveglio al mattino.</p>
<p>Quello che resta con me solo un’ora<br />
Mi tormenta più a lungo.<br />
Ma non ne parliamo più.</p>
<p>L’amore si è decomposto nei lacrimatoi<br />
Mentre voleva un dolore violento.<br />
Il muschio è spuntato sul ricordo.</p>
<p>Troppe volte, inutilmente,<br />
Lo sguardo<br />
Si è purificato durante la notte<br />
La vena sulla tempia<br />
Ha rinnovato il suo sangue.</p>
<p>*</p>
<p>Piera non è catalogabile. Malgrado il tentativo di schizzarne i contorni, sfugge alla definizione, E ciò, per volontà sua propria e dichiarata (“il ‘ritornare’ mi è estraneo” . “… ‘ripassare’ tutta la propria vita, ,,,il rischio è di svianti approssimazioni se risolte in poche righe…”) e per un istinto di estrema difesa. Ecco come parla di sé –non parlando di sé- in questo stralcio da <em>Le strade di Melanchta</em> (Ed. Nuovi Autori, 1987):</p>
<p style="padding-left: 720px;">.</p>
<p>Ma dove vai</p>
<p>l&#8217;interroga qualcuno</p>
<p>tollerante        la voce ordinata</p>
<p>distraendola da se stessa        lei</p>
<p>riconoscendo un po&#8217; tutte le presenze</p>
<p style="padding-left: 210px;">dolcemente</p>
<p>con tono pacato</p>
<p>così come viene la voce</p>
<p style="padding-left: 30px;">vado da qualche parte sussurra</p>
<p style="padding-left: 30px;">come Melanchta        sono io</p>
<p>ho avuto sempre un forte bisogno d&#8217;andare</p>
<p>Melanchta decisa eccitata        con</p>
<p>nella testa un</p>
<p>continuo battito d&#8217;ali</p>
<p style="padding-left: 90px;">vagabondare</p>
<p>rientrando la sera</p>
<p style="padding-left: 30px;">si può vagabondare sempre</p>
<p style="padding-left: 30px;">anche chiudendo la porta di casa</p>
<p style="padding-left: 30px;">non è vero che non c&#8217;è nessuno</p>
<p style="padding-left: 30px;">ci sono io        ho capito</p>
<p style="padding-left: 180px;">mi sate inseguendo</p>
<p style="padding-left: 30px;">dice a qualcun altro che insiste per sapere.</p>
<p style="padding-left: 720px;">.</p>
<p>E ora, parlando di Piera, temo di cogliere il rimprovero che si cela in queste righe scarne. Il rispetto impone di lasciar parlare la sua voce, anche dove è imprecisa e frammentata. Ogni lettore poi la completerà con il proprio ascolto.</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.7</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 10:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Territorio]]></category>
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di Fabrizio Tonello
Paolo Mieli, da direttore del Corriere, amava farsi intervistare dalla televisione nel suo ufficio, con alle spalle un’austera libreria interamente occupata da quella che sembrava proprio l’enciclopedia Treccani; non sappiamo se Ferruccio de Bortoli abbia conservato l’arredamento o abbia sostituito i grossi volumi rilegati con un più moderno link al portale Treccani.it, ma [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/08/31641/">carta st[r]amp[al]ata n.7</a></p>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Paolo Mieli, da direttore del <em>Corriere</em>, amava farsi intervistare dalla televisione nel suo ufficio, con alle spalle un’austera libreria interamente occupata da quella che sembrava proprio l’enciclopedia Treccani; non sappiamo se Ferruccio de Bortoli abbia conservato l’arredamento o abbia sostituito i grossi volumi rilegati con un più moderno link al portale <a href="http://www.treccani.it/Portale/homePage.html">Treccani.it</a>, ma consigliamo affettuosamente ai responsabili della gloriosa testata milanese di avviare un programma di sostegno ai loro redattori. Materia: “cultura generale”, con un modulo aggiuntivo “ricerche on line”.</p>
<p><span style="color: #000000;">La necessità di tale intervento si è palesata in tutta la sua urgenza il 26 febbraio quando Pigi Doppiomento Battista ha registrato una puntata della sua rubrica Il sorpasso per <em>Corriere-Tv</em> dedicata al processo Mills (l’avvocato inglese di Silvio B.). Seduto in una poltroncina palesemente inadatta alla sua mole, Pigi Doppiomento esordiva dicendo che “avremmo tutti dovuto laurearci in giurisprudenza per capire cosa succede nella politica italiana” e ha poi continuato dicendo che sempre di più “bisogna scendere in tecnicismi, dettagli molto specializzati di quello che sono i processi…”<br />
<span id="more-31641"></span><br />
E’ interessante che un laureato in Lettere moderne (La Sapienza, 1978) parli di “dettagli molto specializzati”: il mio professore di italiano alle medie avrebbe forse detto “specialistici”, essendo che “specializzato” si riferisce (Treccani dixit) a chi “ha conseguito una specializzazione (es. un medico) o a chi è dotato di particolare competenza e abilità in un determinato settore professionale” e quindi non è aggettivo che possa essere associato al sostantivo “dettaglio”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ma proseguiamo nell’ascolto: “…quello che sono i processi, di cos’è la prima istanza, poi l’appello, poi la Cassazione…” Urca! Nientemeno che “l’appello”, che mai sarà? Forse Pigi Doppiomento pensava a una delle definizioni Treccani: “Il chiamare più persone per nome, secondo un ordine stabilito (per lo più alfabetico), per accertarsi che siano presenti”. O, forse: “Nell’ordinamento universitario, ciascuna delle convocazioni previste per ogni sessione ordinaria d’esame: primo, secondo appello.” O, ancora: “Nel linguaggio giornalistico, appello alle urne, la convocazione delle elezioni” (stessa fonte). Ha ragione, una gran confusione. Che si tratti di un secondo grado di giudizio, come appare dalla definizione in fondo alla pagina del dizionario, evidentemente costituiva una ricerca troppo faticosa per il nostro editorialista (laureato in Lettere moderne, ricordiamolo).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E poi, la Cassazione! Magari il nostro Pigi Doppiomento Battista, fino a poco tempo fa videdirettore con delega alle <em>pagine culturali</em> di via Solferino, avrà avuto in mente la definizione “Composizione strumentale in più tempi, simile alla serenata e al divertimento, diffusa in Germania nel tardo Settecento” e questo lo sconcertava tanticchia (come direbbe Camilleri), impedendogli di prendere in considerazione l’uso più comune: “Supremo organo giurisdizionale, che assicura l&#8217;esatta osservanza e l&#8217;uniforme interpretazione della legge”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Preso del vortice delle incertezze, Pigi  Doppiomento poi continuava: “…che cosa significa la prescrizione, se la prescrizione corrisponde a un’assoluzione, se invece l’assoluzione leva la prescrizione. Insomma, una grandissima confusione”. Certo, alle pagine culturali del <em>Corriere</em> non tengono dizionari (e quindi si sarebbe dovuto fare tutta la passeggiata fino all’ufficio di de Bortoli, per chiedere in prestito il volume “P” della Treccani) ma un aiutino da Wikipedia, o dall’amichevole sito web dell’</span><a href="http://www.britannica.com/"><span style="color: #0000ff;">Encyclopedia Britannica</span></a><span style="color: #000000;">?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">D’accordo, la Britannica è in inglese ma si suppone che un vicedirettore del <em>Corriere</em> almeno “good morning, please, thank you” sappia dirlo. Se proprio si trovasse in difficoltà, potrebbe salire al piano della sezione Esteri, dove hanno perfino la CNN in lingua: gli avrebbero detto che prescrizione, nella lingua di Shakespeare, si dice “statute of limitation”. Digitando nell’apposito box “search” questa espressione gli sarebbe comparso un </span><a href="http://www.britannica.com/EBchecked/topic/341434/statute-of-limitations"><span style="color: #0000ff;">link</span></a><span style="color: #000000;"> dal quale avrebbe perfino scoperto che si tratta di un “legislative act restricting the time within which<span style="color: #0000ff;"> </span></span><a href="http://www.britannica.com/EBchecked/topic/477661/procedural-law"><span style="color: #000000;"><span style="color: #0000ff;">legal proceedings</span> </span></a><span style="color: #000000;">may be brought, usually to a fixed period after the occurrence of the events” e una veloce email al corrispondente da Londra gli avrebbe fatto avere la traduzione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In attesa della risposta, Pigi  Doppiomento avrebbe potuto cliccare il solito portale della Treccani, dove avrebbe potuto leggere, in italiano, la seguente definizione: “Nel diritto penale, estinzione del diritto di punire (prescrizione del reato), che opera prima che sia intervenuta una sentenza definitiva di condanna (…) in conseguenza del decorso del tempo”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ora, il bidello della facoltà di Giurisprudenza dell’università statale di Milano, che è sempre molto gentile e amato da tutti, potrebbe tranquillamente rischiarare le menti dei dubbiosi spiegando che “estinzione del diritto di punire in conseguenza del decorso del tempo” non ha nulla a che fare con “riconoscimento dell’innocenza” dell’imputato. Tanto è vero che il giudice, quando la prescrizione si avvicina, gli chiede “se intenda rinunciare alla prescrizione per essere assolto nel merito”. Gli innocenti, di solito, così fanno, mentre il pluriprescritto Silvio B. (che suscita in Doppiomento gli amletici dubbi di cui sopra) ha l’abitudine di accorciarsi le prescrizioni, come quando si va dalla modista: “Ghedini, mi accorci un po’ la prescrizione per la corruzione, che così lunga mi sta malissimo?”</span></p>
<p><span style="color: #000000;">PS per la sezione Esteri: se vi capita, fate una stampata delle conclusioni dell’articolo dell’Encyclopedia Britannica, a beneficio di Pigi Doppiomento: “</span><a href="http://www.britannica.com/EBchecked/topic/188090/English-law"><span style="color: #0000ff;">In England there is no general statute of limitations applicable to criminal law</span></a><span style="color: #000000;">”. Poi la traducete e gliela portate con una tazza di tè.</span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong><span style="color: #000000;"> </span></strong></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/08/31641/">carta st[r]amp[al]ata n.7</a></p>


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		<title>I 60 anni di Filmcritica (II)</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 10:17:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[filmcritica]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Turroni]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo esposito]]></category>
		<category><![CDATA[senso come rischio]]></category>

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		<description><![CDATA[[Ricorrono i 6o anni della rivista «Filmcritica», per chi voglia abbonarsi il modulo si trova qui. DP]
Sulla rivista si sono alternate figure di scrittori (di nuovo: non a caso non si dice critici cinematografici), assolutamente atipici rispetto al parlar di cinema in Italia. Una di queste era Giuseppe Turroni, pittore, studioso di fotografia, critico,  forse [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/08/i-60-anni-di-filmcritica-ii/">I 60 anni di Filmcritica (II)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>[Ricorrono i 6o anni della rivista «Filmcritica», per chi voglia abbonarsi il modulo si trova <a href="http://www.filmcritica.com/pop_up_abbonamento.htm" target="_blank">qui</a>. DP]</strong></p>
<p><span style="font-size: xx-small;"><em>Sulla rivista si sono alternate figure di scrittori (di nuovo: non a caso non si dice critici cinematografici), assolutamente atipici rispetto al parlar di cinema in Italia. Una di queste era Giuseppe Turroni, pittore, studioso di fotografia, critico,  forse il più acuto interprete di cinema americano che si sia letto nel nostro Paese.</em><br />
<em>La scelta cade su due interventi. Il primo, a pochi mesi dalla morte, vede Turroni cimentarsi, a margine del tradizionale appuntamento che la rivista dedica ai dieci migliori film dell’anno, con una riflessione teorica sul mestiere del critico (con in testa i suoi 10 migliori del 1989). Il testo è tratto dalla sezione </em><a href="http://www.ibs.it/code/9788880125150//senso-come-rischio.html" target="_blank">Americana<em> </em>(a cura di L. Esposito)</a>, pp. 153-154<em>.</em><br />
<em>Il secondo è una conversazione fra Turroni stesso e Alfred Hitchcock, all’inizio degli anni Settanta, in cui si vede bene come anche il concetto di intervista su </em>Filmcritica <em>vira prepotentemente in direzione letteraria. La conversazione sembra una battaglia fra titani, dove il più sorprendente è Turroni… La sezione di riferimento è intitolata </em>Discorsi (a cura di L. Esposito e D. Turco), pp. 191-193.<br />
(<a href="http://loresp.wordpress.com/" target="_blank">Lorenzo Esposito</a>.)</span></p>
<p><span style="font-size: xx-small;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/the-passenger.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31691" title="the passenger" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/the-passenger.jpeg" alt="" width="493" height="267" /></a><br />
</span></p>
<p><strong>1.</strong></p>
<p><strong>Il lavoro del critico</strong><br />
di <strong>Giuseppe Turroni</strong><br />
n. 391/392, gennaio 1989</p>
<p style="padding-left: 210px;"><small><em>L’impero del sole, </em>di Steven Spielberg<br />
<em>Intrigo a Hollywood, </em>di Blake Edwards<br />
<em>Frantic, </em>di Roman Polanski<br />
<em>Monkey Shines, </em>di George A. Romero<br />
<em>Danko, </em>di Walter Hill<br />
<em>L’ultima tentazione di Cristo, </em>di Martin Scorsese<br />
<em>Come sono buoni i bianchi, </em>di Marco Ferreri<br />
<em>Chi protegge il testimone, </em>di Ridley Scott<br />
<em>Omicidio allo specchio, </em>di Arthur Penn<br />
<em>Encore, </em>di Paul Vecchiali</small></p>
<p style="padding-left: 210px;"><small><span id="more-31662"></span></small></p>
<p>Ci è sempre piaciuto ripetere un concetto che, fin qui, avevamo sempre creduto nostro e personale, insomma inventato da noi: quello secondo cui l’artista deve essere anche critico e il critico deve essere anche poeta, poco o molto che sia. Ci è capitato invece di leggere un concetto analogo, espresso in forma similare da Baudelaire: «Compiango i poeti guidati dal solo istinto; li credo incompleti. In essi, infatti, si manifesta infallibilmente una crisi, laddove vogliono ragionare sulla loro arte, scoprire le leggi oscure in virtù delle quali si è prodotta, e trarre da questo studio una serie di precetti&#8230; Tutti i grandi poeti, diventano naturalmente, fatalmente, critici. Chi parla della pittura meglio del nostro grande Delacroix? Diderot, Goethe, Shakespeare: tanto artisti, quanto ammirevoli critici».</p>
<p>E i critici? I critici, come gli scienziati, se non sono ragionevolmente alimentati dal fuoco insieme speculativo e istintivo dell’arte, a poco a poco finiscono con lo schematizzare il loro procedimento creativo, con l’inaridirlo; e, magari, arrivano a scoprire, come se si trattasse di grandi rivoluzioni teoriche, realtà già conosciute. Un critico, dovrebbe anche “lavorare con le mani”: non si dice proprio fare film, cosa complessa e costosa, ma operare con qualche materia del visivo: per esempio, qualcuno di noi ha mai provato, dopo aver visto un film, non a scriverne, ma a disegnare, proprio con la matita o il pennarello, in sintesi, l’idea che il film stesso gli ha procurato e donato, una scena, un volto, un taglio di inquadratura che l’hanno particolarmente colpito?</p>
<p>Certo, il disegno è un’arte che ha bisogno di tante regole, studio, e tecniche specifiche. Siamo più bravi a manovrare le parole, a giocare con esse, a giostrare coi loro sensi e significati, e quindi, dopo aver visto un film, ci è più comodo cercare di individuare il suo nucleo espressivo attraverso i concetti letterari e teorici. Comunque sia, Baudelaire era alla ricerca di una idea assoluta e totale di autenticità, quella poi avanzata per tutta la vita da Paul Valéry negli scritti teorici e nei componimenti poetici: «Amo l’autentico», dice Valéry, «come altri amano il nudo», ricollegandosi così al concetto di natura e soprattutto di corpo: «Il pensiero è serio soltanto grazie al corpo. Che cosa potrebbe sostituire le lacrime per un’anima senza occhi, e donde essa potrebbe trarre un sospiro e uno sforzo?».</p>
<p>Il lavoro del critico consiste nel trovare questa autenticità, che può essere definita in diversi modi: carica vitale, espressione originale, persino ispirazione poetica, termine questo che si usa soltanto, da parte dei più facili divulgatori, per coloro che paiono toccati dalla “grazia” inimitabile, come per esempio Fellini, Bergman, e pochi altri&#8230;</p>
<p>Come trovare questa autenticità? Non unicamente alla luce di pure teoriche estetiche. Cercare, allora, di calarsi, col corpo, nell’opera stessa, nel suo farsi, nel suo divenire, nella sua dinamica spaziale e temporale. Cercare di capire quella che Marinetti, inopinatamente, definiva «la piacevole naturalezza di forme», inventate, secondo il grande futurista, non tanto dalle «macchine celibi» di Duchamp, quanto, è una metafora coniata proprio da Marinetti, dalle «macchine angeliche», quelle che ruotano nell’aria e negli spazi siderali alla ricerca di un ordine naturale e metafisico insieme.</p>
<p>Macchine angeliche sono, per il critico di buona volontà, teorico e artista insieme, quelle che ci trasportano in quell’altro e in quell’altrove di cui parlano, scrivono, cantano, ragionano, inventano gli artisti che anche quest’anno abbiamo amato: lo Spielberg de <em>L’impero del sole</em>, il Romero di <em>Monkey Shines</em>, il Ferreri di <em>Come sono buoni i bianchi</em>, e via discorrendo e citando.</p>
<p>Noi li abbiamo guardati con un bisogno autentico di vedere quel tanto in più e di altro che essi generosamente hanno dimostrato di saper donare con grazia, naturalezza, amore e sincerità di espressione. Lo diciamo? Con la forza della loro personale ispirazione.</p>
<p>Siamo convinti che questa carica di autenticità, da parte dell’artista-critico e del critico-artista, in un rapporto armonioso e dinamico, “celibe” e “angelico”, di comprensione, possa andare al di là di tanta massificazione culturale che oggi circonda, plasma e modifica la nostra comprensione del cinema e del film. Critici, giornalisti, informatori della radio e della tv, ci insegnano ogni giorno a vedere in maniera sempre più falsa, complicata e sterile il film, ci inducono a tradire le nostre più vere condizioni umane, a seppellire i ricordi validi, a mitizzare fenomeni che invece non meritano che scarsissima stima. È assurdo invitare gli spettatori, lettori di un film, in una sala o davanti al televisore, ad ascoltare con gli occhi e a guardare con le orecchie, ad essere insomma molto cauti, e al tempo stesso veri, reali, autentici: se stessi?</p>
<p>Troppe parole cave, troppo intellettualismo facile guastano il piacere della lettura visiva: pensiamo a come i vari festival del cinema sono commentati, guastati, traditi da inchieste e cronache giornalistiche e televisive. Un mondo falso, irreale, di spettacoli tetri, di fiere informi, di irrealtà sconvenienti. Pensiamo alle «tavole rotonde» televisive e non, su questo o quel capolavoro, su questo o quel mago della cinepresa. Roba da fare accapponare la pelle dal terrore come nei racconti di Poe, di Hawthorne, di Landolfi. Ebbene, non ci resta che fidarci sempre meno di questi mielati e cattivi consiglieri. Non ci rimane che pensare con la nostra testa, ragionare col nostro cuore, partecipare col nostro corpo.</p>
<p>Parole facili, le nostre? Senza dubbio, ma costituiscono pur sempre un invito sereno a non farsi prendere dalle false apparenze, ed a guidare con coraggio e risolutezza quelle macchine celibi e quelle macchine angeliche che sono, queste sì, in grado di attraversare spazi inauditi, di toccare prospettive insolite dietro il pigro paesaggio delle cose codificate, e di inventare un po’ di vera luce per chi, critico, artista o spettatore, viva nel grigiore di <em>media </em>sempre più terroristicamente riduttivi e condizionanti.</p>
<p><strong>2.</strong></p>
<p><strong>Conversazione con Alfred Hitchcock</strong><br />
a cura di <strong>Giuseppe Turroni</strong><br />
n. 228, ottobre 1972</p>
<p>FILMCRITICA: <em>Il soggetto di </em>Frenzy <em>è analogo a quello de </em>L’assassino di Rillington Place <em>di Richard Fleischer; almeno “apparentemente” mi pare che i due film abbiano parecchi</em> <em>punti in contatto, per quel che riguarda il tema, da lei spesso svolto, dell’individuo accusato</em> <em>di una colpa che non ha commesso.</em></p>
<p>Hitchcock: Sì. Ho visto il film di Fleischer. Mi è sembrato un film con molti difetti sul piano della tecnica del racconto; e anche senza atmosfera. Senza una linea precisa di azione e di sviluppo.</p>
<p>FC: <em>Questo lo dice lei.</em></p>
<p>H.. Sì.<em> </em></p>
<p>FC: <em>Il film di Fleischer è buon cinema.</em></p>
<p>H: Questo lo dice lei!&#8230;</p>
<p>FC: <em>Cosa è buon cinema?</em></p>
<p>H: Il cinema è visualizzazione. Oggi si fa molto spesso del teatro parlato.</p>
<p>FC: <em>Anche </em>The Rope <em>è soprattutto parola, o comunque è un film “parlatissimo”, ricorderà.</em></p>
<p>H: Lo ricordo. Cinema è <em>La finestra sul cortile</em>, perfetto, il mio film preferito insieme a <em>L’ombra del dubbio</em>.</p>
<p>FC: <em>Sono d’accordo. È un capolavoro del “sublime cinematografico”; in casa ho un altarino</em><em>dedicato a questo film, prego sempre davanti a questo altare,</em><em>, </em><em>so di essere nel giusto</em><em>della mia fede, della nostra fede, del mio amore per lei.</em></p>
<p>H: Grazie (primo sorriso occhio-brillante, primo sguardo cattivo, gentile e complice).</p>
<p>FC: <em>Dunque, l’amore per lei. Cosa ne pensa di Chabrol, cosa ne pensa di Truffaut?</em></p>
<p>H: Di Chabrol ho visto solo <em>Delitti e Champagne</em>.</p>
<p>FC: <em>Non è tra i migliori film di Chabrol.</em><em>.</em></p>
<p>H: L’ho saputo. Ma non ho visto altri film.</p>
<p>FC: <em>Chabrol e Truffaut le hanno dedicato dei libri, Truffaut addirittura un librone,</em><em>quasi un romanzo. Cosa ne pensa?</em></p>
<p>H: Sono buoni libri.</p>
<p>FC: <em>E dello stile di questi due registi? Si rende conto che l’adorano?</em></p>
<p>H: Me ne rendo conto. L’imitazione è la più sincera espressione dell’adulazione. (Uno sguardo astratto, non più cattivo ma compreso, quasi religioso).</p>
<p>FC: <em>E i carrelli di Chabrol? Lo sa che sono molto virtuosi?</em></p>
<p>H: Ricordo poco di Chabrol, da quel film che ho visto, del 1967.</p>
<p>FC: <em>Parliamo del cinema. Che ne pensa della vecchia grande scuola di Hollywood,</em><em>John Ford, Howard Hawks, William Wellman, Raoul Walsh, George Cukor?</em></p>
<p>H: Sono registi che in passato hanno dato cose buone, ora molto più raramente. Hanno fatto molto, eccetto tutto. O almeno abbastanza.</p>
<p>FC: <em>Che ne dice della nuova scuola americana?</em></p>
<p>H: Esiste una nuova scuola americana?</p>
<p>FC: <em>Diciamo: i giovani registi di Hollywood, o ai margini di Hollywood, in attesa di</em><em>entrare.</em></p>
<p>H: In genere è gente che dice parole e non compie fatti. Non sa visualizzare un fatto. Molto spesso non sa cosa è il cinema. Non ha mai attuato una ricerca di linguaggio. Ricordo poco di questo cinema.</p>
<p>FC: <em>D’altra parte questo nuovo cinema, diciamo così, è molto ambiguo, non nel senso</em>che lei dà alle sue immagini ma proprio nell’imposizione, estetizzante, facile, esteriore,<em>con quella fotografia sempre uguale e quelle situazioni molto più canoniche di quelle</em><em>mostrate dalla Hollywood di tanti anni fa.</em></p>
<p>H: Non hanno tecnica. Nel cinema ci vuole tecnica. Fanno dei carrelli senza motivo, non ragionati, non pensati e quindi non sentiti.</p>
<p>FC: <em>Che ne pensa del suo carrello</em><em>, </em><em>all’inizio di </em>Frenzy <em>sul Tamigi, che dà quasi l’impressione</em><em>di passare sotto il ponte?</em></p>
<p>H: È buono.</p>
<p>FC: <em>E di quello all’indietro lungo le scale, sino a scoprire in esterni il mercato generale?</em></p>
<p>H: È molto buono. Mi è costato molto lavoro. Ma ne sono rimasto soddisfatto.</p>
<p>FC: <em>La sua ricerca linguistica, il suo studio dell’inquadratura e del particolare, può</em>essere avvicinato alla scuola rivoluzionaria russa, al cine-occhio di Vertov?</p>
<p>H: No. Quella dei russi è un’arte perduta.</p>
<p>FC: <em>Forse. (H. mi guarda dubbioso; si incrociano due sguardi singolari, H. pensoso</em>nella cattiveria trionfa di sé, T. commosso e intenerito perché pensa: sì, è genio, avevagià smaltito questa scuola trenta anni fa, o anche prima, all’epoca inglese). Anzi quasisicuramente. Però facevano del cinema.</p>
<p>H: Cinema perduto.</p>
<p>F.: <em>Perché oggi lei dice che in genere il cinema non è più buono?</em></p>
<p>H: Perché è eseguito da gente che non fa del cinema, che pensa a tutt’altro.</p>
<p>FC: <em>Una volta erano meglio, i registi?</em></p>
<p>H: Sicuro. Essi imparavano, molto prima di cominciare. Ora cominciano senza saper niente. Credono di imparare per strada. Ma si impara prima. Se no si resta sempre dei dilettanti.</p>
<p>FC: <em>Ma bisognerà pur cominciare una volta o l’altra. Cominciare per imparare, o meglio</em>per perfezionarsi, se no non si comincia mai.</p>
<p>H: Ci vuole tecnica, tenacia ragione e senso del cinema.</p>
<p>FC: <em>Perché in </em>Frenzy <em>le donne sono così brutte?</em></p>
<p>H: Perché dovevano essere strangolate quasi tutte e non volevo dispiacere al mio pubblico. Del resto adesso le facce da cioccolatino non vanno più di moda&#8230;</p>
<p>FC: <em>Ma ad esempio Grace Kelly non è mai stata tanto bella come in </em>Caccia al ladro<em>. E</em><em>Ingrid Bergman era stupenda in </em>Notorius<em>.</em></p>
<p>H: È vero, erano belle però hanno vinto l’Oscar quando non lavoravano con me, quando erano meno belle, meno truccate e spersonalizzate. Quando Grace Kelly ha recitato ne <em>La ragazza di campagna </em>ha vinto subito l’Oscar.</p>
<p>FC: <em>Erano attrici di qualità, che sarebbero state comunque brave, con o senza la faccia,</em> <em>come lei dice, da cioccolatino.</em></p>
<p>H: È sempre questione di qualità. La qualità dei miei film non è mai dominata dai contenuti; è lo stile che conta, che li determina e li fa vivere.</p>
<p>FC: <em>Li fa vivere sempre in una luce ambigua, anche per quel che riguarda il tema</em>morale.</p>
<p>H: Ci vuole molto cervello per essere ambigui.</p>
<p>FC: <em>Che ne pensa di Buñuel?</em></p>
<p>H: È il mio regista preferito. Ho visto molti dei suoi film.</p>
<p>FC: <em>Sono ambigui anche quelli d Buñuel.</em></p>
<p>H: Sì. Ci chiamano i fratelli ambiguità. (Ride, lo sguardo un po’ tremulo e pauroso).</p>
<p>FC: <em>Ricordando </em>The Rope <em>e il suo piano-sequenza, vorrei, dato che lei sembra non conoscere</em><em>gran che i nuovi registi internazionali, dirle che Micklos Jancso, usa stabilmente</em><em>la tecnica dei piani-sequenza, da lei utilizzata in quel grande film (dimenticato) che</em><em>in Italia si chiamava </em>Nodo alla gola <em>(e poi ancora un altro titolo, che non rammento).</em></p>
<p>H: Grazie d’avermelo detto. Non conosco i film di Jancso. Non so se la sua tecnica sia valida o sia imperfetta e velleitaria.</p>
<p>FC: <em>Cosa è che fa velleitario un film?</em></p>
<p>H: La verbosità.</p>
<p>FC: <em>La verbosità di intenti o di dialogo?</em></p>
<p>H: Entrambe le cose. Un film verboso è sempre un film confuso e quindi velleitario e quindi non buono, perché senza tecnica e senza stile.</p>
<p>FC: <em>Che ne pensa del cinema italiano?</em></p>
<p>H: Ho visto pochissimo, non posso pronunciarmi.</p>
<p>FC: <em>Dicono che nei suoi film c’è sempre la preferenza verso il male.</em></p>
<p>H: Ho sempre cercato di presentare bene e male in pari misura.</p>
<p>FC: <em>In </em>Frenzy <em>c’è una inquadratura superba, con quella dominante azzurroviola come</em>Marnie <em>ed è l’inquadratura dall’alto dell’assassino che porta nel sacco il cadavere della</em><em>donna verso il camion, dove la caricherà tra le patate. Mi pare un’inquadratura</em><em>espressionista, da vecchia scuola tedesca. È un’ arte perduta” anche quella dell’espressionismo</em><em>tedesco?</em></p>
<p>H: No. Amo molto ad esempio Murnau.</p>
<p>P.S.: <em>Frenzy </em>è ancora una volta un discorso sulla teoria del film, rigoroso, divertito e cattivo. Hitchcock è da “studiare” sempre nei suoi film. Le parole non so se volano. Queste che mi (ci) ha detto sono però rigorose e superbe, e polisense come le sue immagini. Sono superbe perché molto belle, sagge e profonde, e perché sanno di essere superbe.<em>Frenzy </em>è una cosa giusta. Giusta perché fa soffrire e pensare con la saggezza e la moralità del grande creatore distruttore di immagini cinematografiche.</p>
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