<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 27 Aug 2026 09:19:33 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.17</generator>
	<item>
		<title>I mangiafemmine</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/30/i-mangiafemmine/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/30/i-mangiafemmine/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Aug 2026 05:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=121806</guid>

					<description><![CDATA[<strong>Gianni Biondillo</strong> intervista <strong>Giulio Cavalli</strong> <br />
Torna in questo romanzo lo scenario distopico di DF, luogo che abbiamo conosciuto in Carnaio e Nuovissimo testamento. Cos'è esattamente DF?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="western" lang="en-US"><b><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121808" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/cavalli.jpg" alt="" width="406" height="573" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/cavalli.jpg 709w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/cavalli-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/cavalli-298x420.jpg 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/cavalli-150x212.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/cavalli-300x423.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/cavalli-696x982.jpg 696w" sizes="(max-width: 406px) 100vw, 406px" />Gianni Biondillo </b>intervista<b> Giulio Cavalli</b></p>
<p class="western" lang="en-US" align="right">Giulia Cavalli, <i>I mangiafemmine</i>, Fandango libri, 2023</p>
<p class="western" lang="en-US" align="left"><b>Torna in questo romanzo lo scenario distopico di DF, luogo che abbiamo conosciuto in <i>Carnaio</i> e <i>Nuovissimo testamento</i>. Cos&#8217;è esattamente DF<span lang="zh-TW">?</span></b></p>
<p class="western" lang="en-US">Avevo bisogno di un luogo non riconoscibile e non volevo correre il rischio che potesse essere associato nel nome a una zona d’Italia., settentrionale, meridionale o di centro. Quindi ho deciso un acronimo e da grande amante di Roberto Bola<span lang="es-ES-u-co-trad">ñ</span>o il Distrito Federal dei suoi romanzi.</p>
<p class="western" lang="en-US"><b><i>I mangiafemmine</i> è, se mi permette, una distopia fallita. Sembra invece un romanzo tragicamente realista, leggendo la cronaca di questi ultimi anni.</b></p>
<p class="western" lang="en-US">Talvolta ho la sensazione che si bolli la letteratura come dispotica per non doverci fare i conti. Filippo La Porta su Repubblica definisce il romanzo “iperrealista” e sono d’accordo con la sua definizione. La legalizzazione del femminicidio per decreto &#8211; come si immagina nel libro &#8211; è molto improbabile ma la normalizzazione della strage continua mi pare che sia già in essere. Non c’è nulla di profetico nel libro: molte delle dinamiche politiche e sociali sono diffuse non solo nel nostro Paese. La letteratura semplicemente mi permette di spingermi molto più in là, dicendo il non detto, estremizzando certe posture. Nei giorni di uscita del libro imperversava sui media italiani il dibattito dopo l’uccisione di Giulia Cecchettin e molti “mangiafemmine” si sono materializzati quasi adiacenti ai miei personaggi. Era facile, è la banalità del male.</p>
<p class="western" lang="en-US"><b>L&#8217;attenzione alla lingua della politica, così cinica e credibile, è figlia della sua esperienza in passato di consigliere regionale?</b></p>
<p class="western" lang="en-US">Da giornalista osservo, studio e scrivo di politica tutti i giorni. Al di là degli atti formali mi appassionano i comportamenti. L’antropologia della politica svela spesso una ferocia inaudita nonostante si mimetizzi nelle pieghe di apparenti ragionamenti. La nikefobia dei candidati, l’attaccamento atavico alla sopravvivenza intesa come mantenimento del potere li ho ritrovati spesso.</p>
<p class="western" lang="en-US"><b>Perch<span lang="fr-FR">é</span>, da uomini, non possiamo esimerci dalle nostre responsabilità di genere?</b></p>
<p class="western" lang="en-US">Perché siamo dei privilegiati semplicemente perché maschi e non riconoscere il proprio privilegio è una violenza. E perché il germe che porta al femminicidio molti passi prima nuota nelle piccole sopraffazioni quotidiane. Io non mi sento solo responsabile: io mi considero colpevole. Io ho letto e ho ascoltato le parole che ci fanno rabbrividire solo quando c’è una donna ammazzata e invece fanno bestialmente sorridere in uno spogliatoio o al bancone di un bar.</p>
<p class="western" lang="en-US">(<i>precedentemente pubblicato su </i>Cooperazione<i>, nel 2024</i>)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/30/i-mangiafemmine/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Intitolalo! Storia della mia arrendevolezza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/29/titolalo-storia-della-mia-arrendevolezza/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/29/titolalo-storia-della-mia-arrendevolezza/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi De Luca]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122014</guid>

					<description><![CDATA[di <strong> Luigi De Luca</strong> <br /> Non mi sono accadute poi tante sciagure nella mia vita, eccetto una: ho dieci decimi di vista. I miei occhi coordinerebbero, nudi, le mani di un chirurgo mentre sutura una vena danneggiata. Vedo troppo bene.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Luigi De Luca</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-122015" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-Octoscop-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-Octoscop-205x300.jpg 205w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-Octoscop-287x420.jpg 287w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-Octoscop-150x220.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-Octoscop-300x439.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-Octoscop.jpg 500w" sizes="(max-width: 205px) 100vw, 205px" /></p>
<p>Non mi sono accadute poi tante sciagure nella mia vita, eccetto una: ho dieci decimi di vista. I miei occhi coordinerebbero, nudi, le mani di un chirurgo mentre sutura una vena danneggiata. Vedo troppo bene. Questo, e nient’altro che questo, è l’origine della mia catastrofica esistenza.</p>
<p>Ho un neo in fronte terribilmente grosso, ma per fortuna non è proprio al centro del mio sguardo.</p>
<p>A chiunque ora verrebbe da chiedermi il perché avere dieci decimi di vista possa essere considerata la mia rovina.  Perciò lo dico. Anche perché questa è una specie di testimonianza, di quello che sono e di quello che domani non sarò più.</p>
<p>Io vedo tutto. Tutto. Posso contare le più sottili striature di un mobile di legno, anche ritinteggiato di nero, anche se distante decine di metri. Posso contare, pure, ogni singolo granello di polvere di quel mobile, oppure quanti ne fluttuano (incancellabili) nel fascio di sole che sbatte sul televisore, rilevando il numero esatto di granelli che se ne stanno poggiati sulla sua cornice. Poi chi è mai quel demonio che decide di dipingere i mobili di nero? nero come questo inchiostro, a patto che TU stia scrivendo con un inchiostro nero. Lo spero: odio l’inchiostro blu.</p>
<p>Sono Valerio Occhidipinti e sono l’uomo più vedente che esista al mondo.</p>
<p>Contavo le goccioline di sugo schizzato sulla tovaglia dove quella strega di mia moglie (quarant’anni di matrimonio il prossimo anno, due figli grandi che vivono fuori, nessun nipote) mi costringe a pranzare, a cenare, a farci ogni cosa in ogni momento del giorno, perché si impigrisce a metterla in ordine e a portarla in una lavatrice a farla girare girare girare finché non si pulisce e ritorna linda-linda. Io non posso portarcela, perché quando lo faccio poi un po’ mi schifo di quel cestello che raccoglie tutta la schifezza del nostro vivere quotidiano e mi viene da pensare che nello stesso posto delle mutande schizzate di urina ci si lava pure la tovaglia schizzata di sugo, sulla quale poggiamo le posate, il mio pane, che poi metto in bocca.</p>
<p>Dopo dieci minuti di discussione isterica le ho detto che l’ammazzo mentre dorme a fianco a me nel letto, che quei due guanciali su cui dorme sono così soffici che glieli faccio entrare tutti in bocca. Dato che forse (non lo so) per davvero ho pensato di farlo mi sono così tanto sentito in colpa che ho pianto per tutta la notte osservandola lì al mio fianco, nel mio letto. Il mattino, al più presto che potevo, sono uscito di casa.</p>
<p>Il dottor Ostinato Vincenzo &#8211; dottorissimo a mio avviso – che in questo modo, con questa operazione chirurgica, finemente eseguita, non sarò più capace di vedere come vedevo prima, anzi avrei bisogno di un paio di occhiali, ma io non ho nessunissima intenzione di recarmi da un ottico. Ne va della mia vita, ne va della mia storia, ne va del mio piccolo microcosmo, ho detto.</p>
<p>Ed ecco che non vedo più granelli di polvere e quindi il mobile mi pare ora perfettamente nero, nero come dovrebbe essere, senza imperfezioni polverose. Ed ecco che pure il fascio di sole ora è un autentico e luminescente fascio di sole, e nulla più. Se non mi avvicino abbastanza allo specchio non riesco neppure a vedere il mio neo al centro della fronte, e dunque non vedo più bene se è simmetrico o meno, se sta lentamente trasformandosi in un gigantesco tumore maligno che a breve mi porterà via da questo mondo pieno di lerciume.</p>
<p>Dopo che l’esimio dottorissimo ha deciso di salvarmi la vita, io e Tiziana abbiamo fatto l’amore quindici volte, una volta ogni due giorni. Tiziana, che è comunque l’amore della mia vita. L’abbiamo fatto quindici volte solo perché io (volutamente) ignoravo e omettevo di segnalarle che non è per nulla al mondo concepibile che lei si ostini a non tingersi i capelli, che mi sembra vecchia così, che già vecchi ci siamo, e vogliamo sembrare ancora più vecchi senza nemmeno un minimo curare il nostro apparirci. Vedo tutti quei settantenni che quando finalmente si sono sbarazzati del peso dei figli ritornano dei veri e propri giovanotti e tornano a fare sesso con chiunque e fanno climbing, trekking e si mettono addosso quei leggins attillati anche se hanno i culi flaccidi… e se ne fregano.</p>
<p>Poi io non so se questi si rendono conto, come faccio io, che la carta della caramella al pistacchio che qualcuno (non io!) ha prima succhiato e poi masticato si trovi ancora adagiata come una piuma sul mobile dell’ingresso. Se ne sta lì, imperterrita, come se aspettasse che una folata di vento la conducesse flemmatica diretta nella spazzatura. Ed ecco che non solo siamo ritornati a ferirci con le nostre lingue biforcute e velenose, ma abbiamo già smesso di fare l’amore. E io ho ricominciato a desiderare che muoia presto, magari per una intossicazione da botulino: le piacciono tutte le cose che sono sommerse dall’olio. Ho così tanto sperato che sono arrivato a crederci per davvero, come se la sua morte fosse imminente, tant’è che mi sono messo a fare i conti per capire quanti soldi spendere per il funerale che devo organizzarci. Ho pensato pure che non verserò neppure una lacrima, e non sarò certo io a portare il lutto.</p>
<p>Ma tutto questo ancora non è successo. Giunto a una nuova forma di disperazione, ho dovuto recarmi da quel dottorissimo dottore che, nolente, mi ha tolto definitivamente la mia facoltà di vedere le cose del mondo.</p>
<p>Ed eccomi oggi. Oggi che non posseggo più la vista, posseggo altresì la più preziosa delle perizie: il dono del tutto. Perché è tutto qui, qui in questo nulla cosmico che i miei occhi (non più occhi!) vedono. Pur non vedendo più io vedo molto più di prima, perché vedo tutto quello che voglio vedere, perché avendo avuto la vista per gran parte della mia vita posseggo memoria delle cose del mondo, ma le riproduce la mia mente così come dovrebbero essere per me. Vedo microorganismi e macrorganismi e posso, con inaudita facilità, entrare con tutto il mio corpo nella vagina di qualsiasi bella donna si sia impressa nella mia mente. Ora sono tutto e sono in tutto, con la mia potenza visiva.</p>
<p>Ma ecco che è già il giorno dopo e mi accorgo che sento tutto. E sento Tiziana che mi urla che sono malato. Che ho pagato un dottore per farmi togliere la vista. Che cosa ho in testa? Ho usato anche i soldi nostri per pagare questo dottore pazzo, e bla… bla… blatera, blatera e urla come una gatta in calore. E mi è tornata la voglia di ucciderla e di sentire la sua voce che si soffoca nel suo respiro. Tra l’altro quando parla posso pure vederla, mentre urla. Mi ritorna la vista: dannata memoria visiva.</p>
<p>Ora scrivi ragazzo questa ultima frase, e non scrivere che ti ho detto di scrivere.</p>
<p>Se quel dottore, dottorissimo, è stato il mio dottore della vista, la mia 9 x 21 sarà il mio medico dell’udito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E con l’intento di togliersi l’udito si è sparato un colpo nelle orecchie.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/29/titolalo-storia-della-mia-arrendevolezza/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Contro Ulisse</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/28/contro-ulisse-davide-orecchio-racconto/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/28/contro-ulisse-davide-orecchio-racconto/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 05:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[odissea]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Telemaco]]></category>
		<category><![CDATA[ulisse]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122038</guid>

					<description><![CDATA[ di <strong>Davide Orecchio</strong><br /> Verso la fine di questa estate nata nel segno di Omero e Nolan, rispolvero un mio raccontino odisseico. Nella nota a fine testo spiego da dove viene il racconto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_122042" aria-describedby="caption-attachment-122042" style="width: 760px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-122042 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/odissea01.jpg" alt="" width="760" height="341" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/odissea01.jpg 760w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/odissea01-300x135.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/odissea01-150x67.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/odissea01-696x312.jpg 696w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 760px" /><figcaption id="caption-attachment-122042" class="wp-caption-text">&#8220;Ulisse uccide i pretendenti&#8221; (1883), Fonte: <a href="https://digitalcollections.nypl.org/items/ecc80ef0-c5bd-012f-46b7-58d385a7bc34?canvasIndex=0" target="_blank" rel="noopener">New York Public Library Digital Collections</a></figcaption></figure>
<p>di<strong> Davide Orecchio</strong></p>
<p><em>Verso la fine di questa estate nata nel segno di Omero e Nolan, rispolvero un mio raccontino odisseico. Nella nota a fine testo spiego da dove viene il racconto.</em></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Si consideri il mare e si pensi che noi siamo acqua, anche quando il mare è arrabbiato noi siamo acqua, anche quando il mare percuote la spiaggia e gli scuri cigolano nell’orchestra del vento, anche quando, con l’argine degli scogli che spezzano e feriscono il mare, la terra si difende dalle onde e la tempesta è un lamento e i gemiti di un cane s’intrufolano tra le sue crepe, anche allora noi siamo acqua, e c’è una capanna dove due uomini parlano, il vecchio è appena sbarcato sull’isola, il vecchio ha nascosto tra le dune il suo gozzo, il giovane ha acceso un fuoco e senza guardare l’altro negli occhi gli dice, Ti ho riconosciuto.</p>
<p>Ma sono più vecchio!, protesta il vecchio, e un trucco invecchia il vecchio che sono.</p>
<p>Non importa, assicura il giovane, so chi sei, solo tu indossi Lacoste blu e pantaloni di lino, solo tu aspiri sigarette da un bocchino di plastica.</p>
<p>E il vecchio chiede al giovane quanti anni abbia, e la risposta è quasi trenta, e di cosa si occupi, e la risposta è che il giovane è stato delegato al governo dell’isola.</p>
<p>Ma ora tu sei tornato.</p>
<p>Una brace li separa e intiepidisce le scarpe dell’uomo che il giovane guarda e sorride e chiede, Indossi ancora Superga bianche?</p>
<p>Il vecchio annuisce, Come fai a ricordare?, eri piccolo.</p>
<p>Il giovane spiega, Ricordo tutto, ricordo il tuo sgabello di vimini, lo usavi per sedere di fronte al mare sulla spiaggia dei sassi grandi, a nord dell’isola, ricordo quando eri zoppo per via di una ferita e io ti sorreggevo sulle rocce e portavo lo sgabello per te.</p>
<p>Il vecchio raccoglie una fetta di pane, separa la crosta dal morbido, guarda la brace: Le mie scarpe di pezza però non sono bianche ma color panna e strette, a volte le calzo senza lacci per camminare meglio.</p>
<p>E il vecchio si sdraia e stringe la terra nel pugno ed espira dal petto largo quando il giovane chiede, Adesso che sei tornato riporterai tutto indietro?</p>
<p>Cosa vuol dire «indietro» per te?, domanda il vecchio e il giovane spiega, L’odio di un tempo, il comando, la produzione.</p>
<p>Ma una società ha bisogno di lavoro e nemici, riflette il vecchio e il giovane dice che non è d’accordo: Viaggia nell’isola, guarda, chiedi, ti accorgerai che nessuno più lavora per vivere, ma lavorare non è vietato, anzi lavorare rende felici fuori dai vincoli della sussistenza.</p>
<p>E nessuno odia?, chiede ancora il vecchio e l’altro risponde, Non per bisogno né disuguaglianza, non per motivi ideologici, però non mi hai ancora risposto: tu cosa farai?, riporterai tutto indietro?</p>
<p>Entra Eumeo, ravviva il fuoco, siede accanto ai due uomini, annuncia che tra poco piove, Eumeo non ha riconosciuto il suo re, crede all’inganno, versa del vino nei gusci e lo offre, sorride con l’imbarazzo del timido e isolato, il sorriso del porcaro è una corteccia sulle parole inespresse, è il sorriso del sé ignoto a se stesso, Eumeo sorride timido quando il vecchio gli chiede, Manco da molto tempo, l’isola è cambiata?</p>
<p>E il pastore risponde che ci sono altre leggi, ma non sa se siano migliori o peggiori, perché lui vive tra i porci e le capre, e non lascia mai il promontorio, e quando il vecchio prova a suggerire che gli saranno giunte delle voci lui spiega che non le ha capite, che non possiede parole per riferire le voci, che non sa dire nulla e che adesso deve badare all’asino, ed esce.</p>
<p>La brace crepita ancora e riscalda nella capanna dove il silenzio è una valigia che porta pensieri, attesa, questioni, il figlio l’apre e rimprovera, L’hai messo in difficoltà.</p>
<p>Il padre si difende, Non volevo.</p>
<p>Il figlio poi spiega, Le parole che non ti ha risposto il pastore sono pace, armonia, libertà, ozio, redistribuzione, ti preoccupano?</p>
<p>Il padre dice Forse sì, ma non m’interessa, voglio solo il tuo aiuto.</p>
<p>Il figlio chiede, Contro i pretendenti?; e il padre annuisce.</p>
<figure id="attachment_122046" aria-describedby="caption-attachment-122046" style="width: 518px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-122046" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/odissea02.jpg" alt="" width="518" height="760" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/odissea02.jpg 518w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/odissea02-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/odissea02-286x420.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/odissea02-150x220.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/odissea02-300x440.jpg 300w" sizes="(max-width: 518px) 100vw, 518px" /><figcaption id="caption-attachment-122046" class="wp-caption-text">Charles Baude, &#8220;L&#8217;incontro tra Ulisse e Telemaco&#8221; (1896). Fonte: <a href="https://digitalcollections.nypl.org/items/ec6d72b0-c5bd-012f-ecf6-58d385a7bc34?canvasIndex=0" target="_blank" rel="noopener">New York Public Library Digital Collections</a></figcaption></figure>
<p>– Spesso ha sognato il ritorno del padre, la restituzione di ogni avere masticato da lui (il figlio si credeva orfano): gli abiti nella muffa, i mobili ridipinti, il governo riformato, la reggia occupata, i nuovi libri, le nuove alleanze, la cartapecora dei vecchi libri, le alleanze consumate, le scarpe bucate dai pollici, i lacci dissipati, la sfortuna cambiata in fortuna, il lavoro del popolo ristrutturato in contemplazione, l’operosità convertita in filosofia, le ricchezze distribuite, il dolore rigurgitato dopo il falso sedimento degli anni nel senso di colpa per non essere più dolore ma appena memoria, le stecche di sigarette di carta azzurra e oro, i pomeriggi al cospetto del mare, il petto glabro, lo stomaco sporgente del re afflitto dall’ulcera, lo sguardo pronto a cattiverie, pronto a bontà, ha sognato il ritorno del padre e la resa del maltolto, ma la ruminazione dell’isola non può retrocedere, la ricostituzione dell’isola non vuole essere disgregata, la destituzione del regno è allergica al resuscitato re e nel sogno il figlio arrossiva, si vergognava, cercava il risveglio. –</p>
<p>– Poi il padre lasciò l’eredità ingombrante dei vecchi libri, sugli scaffali più alti il figlio collocò le opere di Togliatti e Lenin, le opere di Lenin erano in decine di volumi bordeaux e raccontavano di minuto in minuto la vita di Lenin con le sue opere prima durante e dopo la rivoluzione, la rivoluzione e i suoi figli dominavano nei libri vecchi del padre, di scaffale in scaffale il figlio ricostruiva la piccola storia della cultura del padre e le sue letture nel corso del tempo, a Togliatti e Lenin si affiancava la prima edizione degli scritti di Gramsci voluta dallo stesso Togliatti e curata da Platone che non era il filosofo, era un comunista, poi ecco Salvemini, Labriola, De Sanctis e il figlio riconosceva la politica culturale dei comunisti italiani negli anni quaranta e cinquanta del secolo morto, poi lo sguardo del figlio scendeva dove affioravano i testi del dubbio, gli scritti di Gramsci adesso erano in edizioni più oneste filologicamente, gli scaffali della filosofia non avevano più solo Engels e Marx, ma Lukács e Sartre e poi dottrine eterogenee, pensieri eclettici, altri saperi, la Scuola di Francoforte, Barthes, Foucault, Lévi-Strauss, Freud, persino Groddeck, nei territori di storia e politica compariva l’opera di Trockij e di Luxemburg, la <em>Storia della rivoluzione</em>, <em>La rivoluzione tradita</em>, le memorie di Djilas lo jugoslavo, i testi di Medvedev lo storico russo (dopo Budapest e Praga si fanno largo gli scritti del dissenso, le vite di eretici), altrove negli scaffali di letteratura il figlio vedeva che tra i russi Solženicyn aveva scalzato Gor´kij, e tra i francesi Queneau aveva superato Alain e Gide (un tempo maestri del padre, esempi di scrittura apolitica, non di regime), e negli scaffali più bassi, i più recenti, vivevano persino Brodskij e Cioran, poi il padre partì per la guerra di Troia, poi morì il suo secolo, ma il figlio non gettò mai i libri del padre, che adesso è tornato. –</p>
<p>E le braci covano ancora e riscaldano la capanna quando il padre chiede, Vuoi spiegarmi meglio la tua economia?</p>
<p>E il figlio risponde che Il mare è solo mare, non più un deposito per le nostre scorie, così la spiaggia è la spiaggia, e la sua sabbia è pura, al centro del lavoro non c’è l’ossessione, abbiamo smascherato l’ossessione, abbiamo rimboscato la foresta, abbiamo liberato le donne, abbiamo guarito gli uomini, i nostri bambini non cresceranno con l’ossessione, da un divano tra gli scogli e l’acqua il nostro popolo deciderà se alzarsi ed essere operoso oppure restare sdraiato a contemplare, la scelta non muove dalla necessità, la scelta sceglie di scegliere, tutti avranno comunque cibo, diritto, avvenire, che si lavori o no, questo consentirà di donare lavoro e sé stessi al bisogno e alla causa degli altri.</p>
<p>Il padre dice, Non capisco come funziona: senza l’offerta di lavoro per il denaro?, senza socialismo di stato?, senza pianificazione dell’avvenire?, oppure senza mercato?, senza fabbriche?, senza crescita?, senza capitalismo?</p>
<p>Il figlio insiste, Senza necessità, guarda queste braci, guarda la cenere, vedi com’è diffusa ai piedi del fuoco?, così sarà il patrimonio dell’isola, nessuno sarà più povero, la reggia amministrerà il benessere, attorno al lavoro costruiremo una fabbrica rispettosa, chiuderemo il petrolchimico e il maglificio, apriremo un’economia nuova.</p>
<p>Ed è redditizia la tua economia?, chiede il padre e il figlio risponde, Meno dei tuoi cantieri ma sì.</p>
<p>E il padre dice, È noiosa, è triste, non ha futuro.</p>
<p>E il figlio dice, Ti sbagli.</p>
<p>E il padre dice, È debole, chiunque sbarcasse saprebbe predarti, l’ingresso dei pretendenti è solo l’inizio.</p>
<p>E il figlio dice, Ma io li controllo.</p>
<p>E il padre dice, Li ucciderò uno a uno, cos’hai, sei preoccupato?</p>
<p>E il figlio dice, Ti aiuterò, ma dopo?</p>
<p>E il padre dice, Dopo, io a mia moglie e tu alla tua utopia.</p>
<p>E il figlio dice, Non torneranno le ciminiere, i sedimenti, le truffe, la sfiducia degli uomini verso gli uomini, le ricchezze ingiuste?</p>
<p>E il padre dice, Era questa la mia Itaca?; e il figlio annuisce, e il padre dice, È passato molto tempo, non ricordo più, come posso prometterti che non tornerà quello che non ricordo?</p>
<p>E il figlio dice, Basta che prometti con me: nessuna violenza sul popolo, nessuna vendetta, nessuno stato di necessità.</p>
<p>E il padre dice, Se per te è importante&#8230;</p>
<p>E il figlio dice, Lo è.</p>
<p>E il padre dice, Allora prometto.</p>
<p>Li interrompe il raglio di un asino, Eumeo impreca, un sasso rotola, la pioggia schiaffeggia il legno della capanna, i due ora stanno in silenzio, pensano ciascuno per sé, un tempo il figlio sognava il padre, ma il padre sognava la moglie, un tuffo nel letto della moglie, un’immersione tra cosce e capezzoli, pelurie morbide e nude, nel suono dei sospiri, il padre sognava il ritorno, la scena di una realtà non sognata ma vera, non bisognosa che qualcuno la sognasse, ed entrambi sognavano la tempesta, l’assenza, la morte, l’orfano, la vedova, la ciminiera, la fabbrica storpiata dall’uomo contro l’uomo laggiù sul ciglio della terra, dove finisce l’isola e inizia il mare, l’onesta realtà, e la fabbrica avrebbe potuto essere diversa, avrebbe dovuto, forse in un sogno o in un’altra isola.</p>
<figure id="attachment_122048" aria-describedby="caption-attachment-122048" style="width: 760px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-122048" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Odissea03.jpg" alt="" width="760" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Odissea03.jpg 760w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Odissea03-300x189.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Odissea03-665x420.jpg 665w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Odissea03-150x95.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Odissea03-696x440.jpg 696w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 760px" /><figcaption id="caption-attachment-122048" class="wp-caption-text">Hardy e Cousen, &#8220;Ulisse ara la riva del mare&#8221; (1888), Fonte: <a href="https://digitalcollections.nypl.org/items/ea403fe0-c5bd-012f-b19f-58d385a7bc34?canvasIndex=0" target="_blank" rel="noopener">New York Public Library Digital Collections</a>.<br />Per evitare di andare a combattere nella guerra di Troia, Ulisse finge di essere pazzo, arando il suo campo ma seminando sale al posto del seme. Il suo stratagemma viene rivelato quando Palamede pone Telemaco, il figlio neonato di Ulisse, davanti all&#8217;aratro, e Ulisse sterza per evitare di ucciderlo.</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>C’è stato un banchetto e ne resta l’odore, la natura morta degli avanzi nei piatti di stagno, le ossa del pollame, sfridi di pelle, l’aroma di carne abbrustolita nel ricordo, nell’olfatto, poi prugne, olive, uva, misticanza, strutto, teste di agnello, code, lombi di bue, rossori e poi il bianco dei pesci e il chiaro fermo degli occhi, ci sono gli arnesi e sono trinciapolli, squarcine, roncoli, spaccaossa e marranci, ci sono uova che sanguinano, mele sbucciate, nespole, il meticciato dei succhi, il vino ossigenato, l’acqua intiepidita nelle brocche che sugli orli hanno l’impronta delle labbra, orme calde e opache, i ventri degli uomini sono come mattoni, esce fiato da gole e sfinteri, entrano la dolcezza del sonno, l’euforia, il desiderio, la sfida.</p>
<p>Si alza in piedi Penelope per dire che apparterrà a chi tende l’arco e scocca la freccia nei dodici anelli, i pretendenti esultano con la promessa, accade un mescolamento di smorfie, pregusto, passione, sguardi, attesa e sospetto, il padre vestito di stracci studia i pretendenti da un angolo, il pretendente Agelao l’ha deriso dicendo, La tua Lacoste è fasulla ed è stinta, i tuoi calzoni sono deformi, hai le scarpe di pezza, fai schifo; e gli ha gettato un boccone, lo raccoglie il figlio mentre i pretendenti con la sugna ammorbidiscono l’arco e lo prendono a turno per incordarlo e tenderlo e scoccare la freccia ma nessuno ci riesce e s’infuriano dopo lo sforzo dei muscoli, dopo lo smacco, e uno di loro chiede, Di cosa è fatto quest’arco?; e un altro dice, Nessuno può usarlo; e versano ancora vino, mangiano bacche e dolciumi, vogliono il trono e la moglie del re, qualcuno ha sottratto le armi dalle pareti, qualcuno ha nascosto le asce e le spade, i pretendenti sono sazi, sono ebbri e indifesi, c’è chi ancora protesta, È impossibile incoccare la freccia!</p>
<p>Ora entra una rondine e vola tra i piedritti e plana sugli uomini quasi sfottendoli, sembra aggressiva, se parlasse li insulterebbe, stride minacce?, commina sentenze con le ali che batte, si libra nei propri scherzi come se le avessero eseguite già, è violenta, poi allegra, solo quando s’avvicina al vecchio si calma.</p>
<p>Ora il figlio s’accosta all’arco e lo raccoglie, ora l’arma è mansueta, non gli resiste, s’accomoda nella sua presa e lui l’imbraccia, monta una freccia, tende la corda, mira agli anelli e pensa, Ne sono capace; e cerca lo sguardo del padre e la sua approvazione ma incontra un rimprovero, Non puoi usare l’arco, non ti appartiene.</p>
<p>Ora tra il divieto e il limite, sul confine tra dominio e reggenza rincasa il potere, nel padre la violenza è legittima, nel figlio questa violenza è illecita e il giovane posa l’arco sul marmo e mostra il petto, le braccia e le cosce nude e si distrae pensando al suo popolo operoso solo per scelta e sensuale nelle ore libere, al popolo cittadino e con reddito, agli amplessi del popolo col tempo, il sonno, il mare, pensa alla memoria, pensa ai progetti che sono pensieri e non smanie: redimere il popolo, aggiustare il presente, riformare il futuro, ricostituire la nascita del popolo, redigere il calendario della libertà, poi pensa la pineta e il lecceto, e la proliferazione di lepidotteri sul materasso della natura ansiolitica, e un panorama senza intrusi, e un orizzonte di sola bellezza, <em>Ma sono frutti di un regno in prestito e di un governo per delega</em>, considera il figlio sul marmo freddo.</p>
<p>Ecco la prima freccia, il padre l’ha scoccata senza sforzo nella melodia della corda dopo aver teso con dolcezza l’arco, la freccia attraversa i dodici anelli, succede un amalgama dov’è l’urlo dei pretendenti, e le sedie cadono, e gli uomini balzano in piedi, e cercano le armi sulle pareti nude di armi, e la rondine vola nella battaglia, e il padre sulla soglia prende la mira e uccide, e il figlio corre fuori a raccogliere scudi e asce, e rifornisce Eumeo e l’altro servo Filezio che aiutano, e il padre massacra gli uomini tutti, frecce nel fegato, nei fianchi, nel petto, in gola, tra la mandibola e il fiato, frecce sulla resa, su reazione e protesta, sul calcolo, l’ambizione, il desiderio che lacerati sgorgano via col sangue, c’è chiasso ma le urla non sono proiettili, strepitare non basta, esagitati, poi feriti, infine coricati, muoiono i pretendenti col loro esercito di anelli, orologi Rolex e Iwc, abiti Armani, camicie di seta coi polsini di platino, <em>black ties</em>, fresco lana, vigogna, filo di Scozia, cinte di coccodrillo, oro, stivaletti <em>Chelsea five</em> macchiati d’intestino, qualche gemito si spegne <em>and fades away</em>, la rondine irride i cadaveri, defeca sui corpi.</p>
<p>Ora c’è la quiete e la morte in una sala di maschi (Penelope è fuggita prima della battaglia), i guerrieri completano lo sgozzamento, le pareti però spillano il pianto di giovani donne, il figlio s’avvicina al padre e gli chiede, Sei soddisfatto?, va’ da mia madre, bado io ai corpi.</p>
<p>Ma il padre risponde, Non abbiamo finito, le infedeli ci aspettano.</p>
<p>Ora entrano dodici ancelle e il padre ordina che tolgano i cadaveri e le ancelle obbediscono, ordina che puliscano il sangue da terra ed eseguono, poi dice che tradirono Itaca, che s’accoppiarono coi pretendenti e prende dodici corde che annoda a una trave, e le donne capiscono e piangono mentre il giovane le riconosce: alcune sono operaie, altre borghesi, il figlio ferma il braccio del padre: Avevi promesso, nessuna vendetta.</p>
<p>Ma il padre dice, Questa è giustizia, e sputa sulle donne e le chiama puttane, poi le guarda col ghigno, il padre severo, il re, adesso il potere, adesso il padre nomenclatore di coiti e impronte lasciate sul letto dall’ancella, dal pretendente, le gambe di lei lontane dal centro di lei e il nemico in mezzo alle gambe, la coscia contro la coscia, il motore del sesso, il piccolo viaggio veloce, la patria e la diserzione, la pelle, il sudore, il serpente, quanto basta di sangue, quanto basta di gemiti, levitazione del letto e dei corpi, il volo, l’ascesa verso il soffitto all’altezza del quadro e del gancio, accanto al lampadario, nel calore della lampada alogena, l’incoronazione dei buchi riempiti, dell’attrito, la combustione di muscolo, tessuto, energia, la prosecuzione di voglia e spinta, l’affanno, il collasso.</p>
<p>Puttane, le chiama il padre e sputa di nuovo.</p>
<p>Sono innocenti, protesta il figlio, anzi bisbiglia, perché il giovane è afono, ha smarrito la voce, non ha preso l’arco, ha obbedito, obbedisce, obbedirà, si rannicchia in un angolo, ringiovanisce, torna imberbe, gli si restringe il bacino, perde i peli sul petto, la stempiatura e la miopia, perde la ruga che solca il pomo d’Adamo.</p>
<p>Dodici sgabelli, dodici corde, dodici donne, sono bellissime nelle loro tuniche, hanno la scollatura, gli stinchi nudi, ogni capigliatura ha la sua storia, il suo colore, le operaie, le benestanti, le disoccupate, le maestre, le impiegate, il massetto della nuova società che adesso il re disarciona, il padre ordina il cappio, non ascolta le suppliche e il pianto, snobba vomito e svenimenti, ogni collo adesso ha la sua corda, ora il padre colpisce gli sgabelli col piede regale, col gesto del ritorno, uno dopo l’altro, le donne scalciano un poco e tutto finisce.</p>
<p>Ora l’adolescente rincasa nel bimbo perpetuo che se parlasse avrebbe nella voce un falsetto, ma sta zitto mentre il vecchio mondo risorge col lanificio e la <em>maquiladora</em>, e rinasce la produttività, la famiglia, il solvente, la sabbiatura dei jeans, la scoloritura, la silicosi, il marcatempo, il flusso, lo sversamento e lo scolo, il trono, il padre, la madre, il mare macchiato di Itaca, il catrame della fabbrica insonne, l’industria sonnambula, il fumo imbianca la notte tra l’acciaio e l’amianto, insemina il cielo e le nuvole, non consente aborti, la realtà ha il suo getto perpetuo, la vita disbosca la vita fino alla fine del bosco, non c’è più progetto, non c’è più tempo se non il tempo passato, ieri rigurgita, vomitare ieri e di nuovo cibarsene, obbedire alla realtà, aspettare di non essere pronti, acconsentire al potere che sbaglia, accettare che la vita sia un assassino, non c’è altro, ora c’è solo il ritorno del padre.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><strong>Nota</strong></p>
<p>Questo racconto si intitolava «Contro nessuno» e uscì originariamente sulla rivista <em>Wat</em>t <em>3,14</em>, 2013, pp. 25-33. Poi lo infilai in una mia raccolta di racconti che si intitola <em>Mio padre la rivoluzione</em> (minimum fax, 2017). Ma il titolo che avevo pensato per quel libro all’inizio, e poi scartato, era proprio <em>Contro nessuno</em>. Recupero il racconto adesso per parlare un po’ di Ulisse. Visto che ne parlano tutti, ne parlo un poco anche io, a modo mio. In realtà il testo non esprime esattamente la mia opinione su Ulisse. Perché a me lui piace. È l’unico acheo che mi piaccia nella guerra di Troia. Cos’altro aggiungere? In genere non riesco a rileggere le mie cose pubblicate, perché mi viene una sensazione di disgusto e inutilità testuale. Anche in questo caso ho provato una lieve nausea.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/28/contro-ulisse-davide-orecchio-racconto/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La terza creatura</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/27/la-terza-creatura/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/27/la-terza-creatura/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 05:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[La terza cratura]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Riva]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=121591</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Valentina Riva</strong>  <br />Adesso la cascata è fatta di carne, pelle e sangue. Lo sguardo dentro lo sguardo corre in un canale profondo. È tutto buio ma non fa paura. La Terza Creatura è formata.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><align=right>di <strong> Valentina Riva </strong></p>
<p>(Il racconto può essere letto in versione integrale, solo nella parte in corsivo o solo in quella in tondo: ogni percorso di lettura mantiene senso compiuto.)</p>
<p><em>Non saprei indicare con precisione l’epoca in cui, nella mia regione epigastrica, si sia prodotta questa sorta di cavità. In verità ne avverto l’esistenza da sempre, ma solo oggi ho deciso di esaminarla. Vi ho introdotto la mano, quindi l’intero braccio, senza tuttavia raggiungerne il fondo: il che induce a supporre che la cavità non presenti un limite definito, o che la sua estremità sfugga a qualsiasi accertamento. All’interno pare muoversi un’aria oscura, vorticosa, che ricorda il moto dei pensieri ossessivi. Non provoca dolore; piuttosto una lieve dispnea.</p>
<p>Esame fenomenologico – Venezia, Giorno 1 </em></p>
<p>Di Almerico, le era piaciuto come le aveva fatto scorrere gli occhi su ogni poro della pelle, senza averla nemmeno guardata. Le pupille, le aveva sentite brillare direttamente in corpo; buchi liquidi e caldi, che non smettevano di pulsarle nel petto. Avrebbe voluto nuotarci dentro a bracciate larghe. Pelle bianca che affiora sulla superficie nera. Respiro. Apnea. Respiro. Alla luce dei suoi occhi, era vivida. Vibrava. Voleva un’altra dose del suo sguardo, ma lui l’aveva lasciata a terra con il corpo in convulsione ed era sparito senza dire niente. Allora era costretta a darsi spiegazioni da sola, sdraiata sul tetto, mentre si mangiava le unghie e la pelle delle labbra, in mezzo ai miagolii. A seconda delle versioni che costruiva nella sua testa, lui appariva come una persona di grande eleganza o, al contrario, un superficiale. Allora smetteva di analizzare ogni parola che si erano detti e stringeva i pugni immaginando di poter leggere tutte le ragioni, semmai fossero esistite, direttamente in cielo; ma quella sarebbe stata magia e lei era una donna di scienza.</p>
<p><em>Il vortice pare aver ampliato la propria estensione, ma, data la natura cronica e strutturale della patologia, deduco che l’esito più probabile non sia la morte biologica, piuttosto uno stato di sopravvivenza gravemente menomato. Dall’osservazione del quadro somatico, risulta che il parametro più adatto per valutare lo sviluppo della cavità è il peso. Il vortice, pur composto di sola aria, manifesta infatti una pressione gravitazionale percepibile, il che spiegherebbe l&#8217;effetto dispnoico.<br />
Comincio a temere che i fenomeni osservati possano ripercuotersi a livello encefalico: si registra una certa difficoltà nel governare i pensieri e la gestione del tempo. Come è noto, non è possibile governare il tempo meteorologico. Tuttavia, avevo lungamente coltivato la convinzione di poter dominare il tempo cronologico. Tale persuasione appare ormai vacillante.</p>
<p>Prognosi e fisiopatologia – Venezia, Giorno 7</em></p>
<p>Avvicina il volto allo specchio e stende due strisce magenta sulle labbra. Sotto la luce artificiale, le linee intorno agli occhi e i solchi che scendono dal naso sono più evidenti. A forza di tirare avanti, il tempo ha smagliato la pelle dell’interno coscia. Alvise doveva avere una decina di anni meno di lei. Le sue braccia solide l’avevano stretta più di una volta. C’era qualcosa in quella forza che somigliava al possesso, alla fame degli animali. In fondo, lui era un essere semplice, fatto solo di corpo. Quando lei passava la mano sul suo torace, al posto della carne, percepiva aria: non perché anche lui fosse affetto dalla cavità, ma perché non sembrava affetto da niente. In almeno due occasioni lei aveva provato a modificare il DNA di uno di quegli insetti forbici. Avrebbe voluto ficcarglielo nell’orecchio così che gli suggerisse le cose giuste da dire. Ma gli insetti sono esseri minimi, difficili da manipolare. E lei aveva esperienza solo di animali veri.<br />
Oreste, invece, aveva la capacità di capire cose che gli altri non riuscivano nemmeno a immaginare. La sensazione che i suoi nervi fossero sensibili come fili elettrici scoperti a contatto con una goccia d’acqua, l’affascinava più di tutto. Come quella volta che lo aveva visto avvicinarsi a un papavero con la bocca aperta e gli occhi lucidi. Era bastato guardarsi. I pistilli nerissimi che trafiggono il centro; petali sanguigni così lievi da scorrere tra le dita. Eppure, quello era solo un fiore di campo. Ma per motivi che lei non comprendeva, Oreste non l’aveva scelta fino in fondo. Come se fosse facile trovare un’altra persona che guarda i papaveri allo stesso modo.</p>
<p><em>La pressione tende ad accentuarsi in assenza delle persone la cui prossimità sarebbe ritenuta necessaria. Ne deduco che una possibile terapia consisterebbe nello sviluppo di una completa autosufficienza emotiva; soluzione però difficilmente realizzabile poiché il comportamento umano, seppur influenzato da vari fattori, resta biologicamente orientato alla vita di gruppo e vincolato al fenomeno della riproduzione. In alternativa si può ipotizzare la ricerca di un’adeguata forma di quella che, per convenzione, chiamerò Terza Creatura. Nell’interazione tra due individui, ciascuno introduce nel rapporto una specifica sfaccettatura della propria personalità, modulata in relazione all’altro. Da questo incontro nasce un’entità distinta, la Terza Creatura, la cui configurazione varia a seconda degli interlocutori. Con individui compatibili, essa può svilupparsi fino a sublimare l’esperienza di entrambi e ridurre, se non sanare del tutto, la cavità. Su questi presupposti, procederò allo sviluppo di una cura.</em></p>
<p><em>Ipotesi terapeutiche – Venezia, Giorno 14 </em></p>
<p>Alvise era nudo e immobile sul letto di metallo con le palpebre molli rilassate nelle cavità oculari; Almerico era raggomitolato nella vasca dei cadaveri con le orbite vuote; il corpo di Oreste era sotto di lui, con la pelle che aveva già preso il colore della polvere perché tutto il suo sangue era stato trasfuso in un’ampolla.<br />
I bulbi oculari sono delicati, vanno maneggiati con cura. Lei li solleva uno a uno dal vassoio e li posiziona nelle cavità, appena sotto la palpebra molle contornata da ciglia rade. Passa una mano sul braccio freddo, ruvido. Preme due o tre volte per trovare la vena perché i liquidi corporei hanno già gonfiato lo strato sottocutaneo. Infila la cannula e il filo rosso comincia a percorrere il tubicino trasparente.<br />
L’ampolla è finalmente vuota. Lei sfila la cannula e collega gli elettrodi sul petto, polsi, testa e caviglie, così da provocare il collegamento dei neuroni interni. Preme il bottone di attivazione. Si tratta di un processo lungo e bisogna aspettare.</p>
<p><em>Nelle prossime ore si compirà una fase decisiva dell’osservazione clinica della terapia. Sarà necessario stabilire se la Terza Creatura possieda condizioni di vitalità. L’insorgenza del fenomeno è quasi immediata: basta che due individui si trovino a breve distanza perché l’entità cominci a delinearsi. I primi segni sono fondati su percezioni chimiche e psichiche, a loro volta influenzate dall’impostazione sociologica. Si annoverano postura, espressione del volto, odore percepibile; progressivamente si aggiungono timbro della voce, velocità dell’eloquio e contenuto semantico del discorso.<br />
La Terza Creatura è assimilabile al fenomeno del vento: è mutevole e invisibile, ma capace di produrre effetti rilevanti sugli individui che vi partecipano. Se —</em></p>
<p>Lo scricchiolio del letto di metallo la interrompe. Lei alza lo sguardo dalla pagina e poggia la penna. L’uomo ibrido si mette seduto: il gonfiore è sparito e non ci sono lividi o cicatrici visibili. Scende dal letto, oscilla, ma i piedi restano saldi sulle mattonelle. Comincia a camminare a piccoli passi. Lei lo guarda e si aggrappa alla sedia sulla quale è seduta. Ingoia aria, non aveva pensato a cosa dire e non aveva pianificato cosa fare; forse non aveva nemmeno creduto fino in fondo che l’uomo sarebbe resuscitato. Continua a sprofondare nella sedia di legno, con gli occhi sbarrati, mentre lui arriva con il volto a pochi centimetri dal suo.</p>
<p>“Come sei bella”</p>
<p>Lei riprende a respirare, intanto che il cuore torna a pulsare secondo ritmi normali. Gira il volto e guarda a terra. Con una mano, cerca di domare la nebbia dei capelli gonfi. Le occhiaie, le sente brulicare sottopelle; unico tocco vivo, il rossetto. L’uomo allunga la mano direttamente nella sua vestaglia di velluto. Lei abbandona la testa all’indietro, anche le braccia cadono molli. È una cascata di pelle e carne su una sedia di legno. L’ibrido apre l’ultimo drappo di velluto. Lei sussulta sotto il freddo del palmo che scorre dal collo, lungo tutto il torace.</p>
<p>“Cosa sono tutte queste cicatrici?”</p>
<p>Lei si guarda addosso, non sapeva di averle. Sembrano pezzi di lenzuolo cuciti male, proprio sopra la cavità vorticosa. L’ibrido passa la lingua su ogni taglio e il bianco si fa rosa, poi rosso come la pelle incisa. Dalle labbra magenta, versi dei gatti che s’incontrano sui tetti. Lui sopra; dentro di lei, attesa. Adesso la cascata è fatta di carne, pelle e sangue. Lo sguardo dentro lo sguardo corre in un canale profondo. È tutto buio ma non fa paura. La Terza Creatura è formata.</p>
<p><em>— la manifestazione dell’entità è quasi immediata, la sua validazione richiede tempo.<br />
Il metodo più attendibile resta l’osservazione dei fatti che il discorso non può manipolare. Tra gli indizi più rivelatori figurano una dimenticanza significativa, una menzogna accertata, la reiterata ambiguità nel comportamento o, semplicemente, l’assenza di una presenza solida. Non di rado, per il benessere psichico degli individui coinvolti, si rende necessario lasciare deperire l’entità o persino procedere alla sua soppressione deliberata. È esperienza comune che una Terza Creatura dissolta con un atto chiaro e netto risulti più accettabile di un’entità che svanisce senza causa manifesta o spiegazione intelligibile.</p>
<p>Protocollo di validazione – Venezia, Giorno 21</em></p>
<p>L’ibrido sistema un mazzo di papaveri al centro del tavolo di legno, sotto il cono di luce soffocato dalle tende di velluto. Sorride, si muove piano nella stanza, seguito dagli occhi di lei, seduta con le mani in grembo e la schiena curva. Sono troppo in alto per vedere chi passi per il canale, ma ogni tanto arriva la voce dei gondolieri, lo strido di qualche gabbiano. Lei ascolta solo il suo stesso respiro per capire se la cavità si stia chiudendo. Ma forse è troppo presto per capire.</p>
<p><em>Va precisato che l’essere umano non è riducibile a etichette generiche come “noioso” o “simpatico”, né tali aggettivi possiedono valore positivo o negativo in senso assoluto. Gli individui possono partire da qualsiasi configurazione caratteriale e osservare la forma che scaturisce dal loro incontro. In ogni caso, per garantire la durata della Terza Creatura, i soggetti coinvolti devono possedere due caratteristiche fondamentali:</p>
<ul>
<li>la volontà, tradotta nell’aderire in modo reiterato e consapevole al supporto del fenomeno</li>
<li>un sufficiente grado di stabilità psicologica</li>
</ul>
<p>Quanto al primo punto, per gli individui rivolti soprattutto alla propria energia intrapsichica, la valutazione dell’altro non avviene tramite un autentico apprezzamento della persona, ma secondo modalità superficiali e strumentali, subordinate a fini utilitari. Ne deriva una facile soppressione dell’entità nei momenti di difficoltà, o persino la mancata attivazione iniziale per scelta deliberata. Non di rado, questo tipo di individuo arriva a creare innumerevoli Terze Creature, perseguendo scariche dopaminiche alla stregua di una vera e propria dipendenza.<br />
Riguardo agli individui irrisolti richiamati nel secondo punto, non dispongo ancora di elementi sufficienti per formulare un’opinione solida.</p>
<p>Fattori determinanti Parte Prima – Venezia, Giorno 28</em></p>
<p>La Terza Creatura aleggia nell’aria, non dice niente, non si agita, non minaccia e, soprattutto, non abbandona.<br />
Il respiro dovrebbe entrare nei buchi nel naso, scendere per la gola e gonfiare tutto lo stomaco. Solo allora può lasciare il corpo passando per le labbra. C&#8217;è sempre bisogno di aria nuova. Lei non ha il coraggio di guardare la cavità. Non ancora. Infila una mano nella vestaglia e, con la punta delle dita, si tocca le ferite spesse e frastagliate. Mentre tiene lo sguardo fisso sull’ibrido, si muove nella stanza, sposta il vaso di papaveri e si sdraia sul tavolo. Apre le gambe come si aprono le margherite all’alba e la vestaglia scivola giù. L’ibrido si avvicina a leccare ogni ferita.<br />
La luna è un puntino luminoso al centro dei drappi di velluto che pendono alla finestra. L’uomo dorme su un lato. La casa è imbottita della pazienza della Terza Creatura. Lei si alza dal letto, infila la vestaglia, spinge il portone e la sua pelle si inumidisce dell’odore della pioggia appena passata. Attraversa i ponti a piedi nudi, serpeggia nei vicoli tra i gondolieri che controllano i ferri di prua e riparano i remi. Gli sguardi degli uomini restano attaccati alla sua scia. Lei si appoggia a un muro, sposta i capelli da un lato e offre il collo al vento. Fa scivolare una mano dal seno all’inguine; dall’apertura della vestaglia, mostra tutta la lunghezza delle gambe. Alle sue orecchie, arriva qualche risata e la voce dei gondolieri.</p>
<p>“Hey… Hai voglia di divertirti un po’?”</p>
<p>E due braccia ispide di peli le circondano la vita. Corpo a corpo. Palmi larghi e ruvidi percorrono la sua schiena, si aggrappano alle curve. Dal canale salgono vapori e rumori liquidi. Le labbra di lei si aprono a un centimetro da quelle del gondoliere; si scambiano fiato bianco per qualche istante. Ora sono una sola sagoma impressa nel buio frusciante. Nell’acqua la luna trema.</p>
<p>“Ahi! Ma sei pazza?!”</p>
<p>Il gondoliere arretra con una mano sul labbro sanguinante. Lei ride a bocca aperta. Ride reggendosi lo stomaco, fin quando le lacrime le colano giù per le guance. Tornerà a casa prima che l’ibrido si svegli.</p>
<p><em>Alla luce di ulteriori studi, posso finalmente chiarire il ruolo del soggetto portatore di conflitti psico-emotivi nella gestione della Terza Creatura. Anzitutto, egli/ella manifesta incapacità di valutarne con obiettività lo stato di formazione, reagendo spesso con timore: paura che l’entità abbia origine tossica, che non giunga a compimento, oppure, paradossalmente, che nasca davvero. Emergono limiti anche nella gestione successiva alla formazione, a causa della generale mancanza di obiettività e fermezza. L&#8217;evoluzione più preoccupante si manifesta, tuttavia, nella fase di morte della Terza Creatura. L’elaborazione del lutto può essere un processo emotivamente invalidante per qualsiasi individuo, ma nel soggetto irrisolto tale perdita può addirittura coincidere con la morte psicologica del soggetto stesso. Egli/ella può infatti interpretare l&#8217;entità come parte del suo stesso corpo, provando, alla sua scomparsa, un dolore quasi fisico, paragonabile alla perdita di un arto o della vita stessa. In alcuni casi il soggetto irrisolto arriva addirittura a costruire Terze Creature immaginarie e a soffrire per la loro morte come se fossero state vive e durature.</p>
<p>Fattori determinanti Parte Seconda – Venezia, Giorno 35</em></p>
<p>Lei è in piedi sul tetto avvolta dai suoi stessi capelli. Sul suo corpo struscia il velluto della vestaglia e il pelo del gatto che le accarezza le caviglie. Ha con sé il quaderno degli appunti. Chiude gli occhi, prova a concentrarsi sul suo stomaco per capire se si è fatto più leggero, ma il vento confonde il respiro. Si affaccia giù. Teste colorate si spostano lungo le viuzze; sale odore di carne arrostita, mare e urina, e lei è abituata solo a quello dell&#8217;umidità. Alza lo sguardo alle nuvole fumose e il vento le lava la testa dai capelli e da tutti i pensieri.</p>
<p><em>Le informazioni acquisite finora sono sufficienti a formare un quadro abbastanza completo della Terza Creatura, ma non sono ancora in grado di stabilire la sua efficacia come cura della cavità. Per completezza riporto che, secondo articoli scientifici recenti, ogni individuo possiederebbe una forza intrinseca sufficiente a supportare la guarigione. In particolare, si rileva che il cervello, in quanto organo dotato di plasticità, è capace di modificare la propria forma se supportato da grande forza di volontà e percorsi specifici. In ogni caso, a mio avviso, non si può sottovalutare la complessità, la natura strutturale, e talvolta contraddittoria, delle patologie psico-emotive, la cui radice tuttora mi sfugge.<br />
Criticità delle ricerche esterne – Venezia, Giorno 42</em></p>
<p>Non si può più aspettare. Slaccia la vestaglia, apre un drappo, poi l’altro. Abbassa la testa e apre gli occhi: la cavità è ancora lì; e gira allo stesso modo. Prende il quaderno e scrive un’ultima frase:<br />
Il cervello è plastico, ma il cuore rimane un muscolo involontario.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/27/la-terza-creatura/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>«Sainte» di Mallarmé. Una lettura ascetica</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/26/sainte-di-mallarme-una-lettura-ascetica/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/26/sainte-di-mallarme-una-lettura-ascetica/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 05:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[lettura ascetica]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Sainte]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Grandone]]></category>
		<category><![CDATA[Stéphane Mallarmé]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122005</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Salvatore Grandone </strong> <br /> Mallarmé l’oscuro, il poeta del nulla, il simbolista. Leggere i suoi componimenti è come trovarsi di fronte a un rebus: uno scintillio di parole, immagini sospese, una morfosintassi che si reinventa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_122085" aria-describedby="caption-attachment-122085" style="width: 287px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" wp-image-122085" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/images-1-1.jpeg" alt="" width="287" height="404" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/images-1-1.jpeg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/images-1-1-150x211.jpeg 150w" sizes="(max-width: 287px) 100vw, 287px" /><figcaption id="caption-attachment-122085" class="wp-caption-text">Nicolas De Staël, &#8220;Portrait de femme&#8221;, 1954</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Salvatore Grandone </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Preambolo </em></p>
<p>Mallarmé l’oscuro, il poeta del nulla, il simbolista. Leggere i suoi componimenti è come trovarsi di fronte a un rebus: uno scintillio di parole, immagini sospese, una morfosintassi che si reinventa. Si vaga in una densa trama, tra i fili sottili di una ragnatela dove ondeggiano il senso e i significati. Si ha la sensazione di viaggiare in uno spazio siderale, di essere proiettati verso l’orizzonte degli eventi: spazio e tempo si confondono e l’istante si sottrae alla narrazione per tramutarsi in un vuoto presente.<br />
Eppure, i critici e i pensatori non hanno smesso di cercare la storia dietro i segni, lo “strato sufficiente d’intelligibilità” (Gardner Davies), la dottrina (Hegel, il platonismo, ecc.) che informa la parola poetica. L’opera di Mallarmé è una mappa da decifrare: che si ricorra alla psicoanalisi, all’approccio tematico, a quello filologico o filosofico, l’assioma di partenza è che “dietro” debba necessariamente esserci qualcosa, fosse anche il Nulla.<br />
Poco esplorato dalla storiografia resta invece un sentiero che affonda le sue radici nell’esperienza enigmatica de <em>Il Libro</em>. Mallarmé era alla ricerca di un testo per produrre testi, di un’<em>ars combinatoria</em>. In <em>Il Libro, strumento spirituale</em> si legge l’intenzione tra le righe:</p>
<blockquote><p> Il libro, espansione totale della lettera, da questa deve trarre, direttamente, una mobilità e spazioso, per corrispondenze, istituire un gioco, non si sa quale, che confermi la finzione.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p></blockquote>
<p>Ma è soprattutto nelle note autografe per <em>Il Libro</em> che emerge l’idea di una grammatica generativa. Magistrali restano le analisi di Jacques Scherer condotte su questi fogli sparsi, che appaiono come l’abbozzo di un complesso algoritmo. <a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a><br />
Che il pensiero del<em> Libro</em> ossessionasse Mallarmé lo si coglie anche nella corrispondenza. Basti ricordare la celebre lettera a Verlaine del 16 novembre 1885. Cito un noto passaggio:</p>
<blockquote><p>Ho sempre sognato e tentato qualcos’altro, con una pazienza da alchimista, pronto a sacrificarvi ogni vanità e ogni soddisfazione, come un tempo si bruciavano i propri mobili e le travi del tetto per alimentare il forno della Grande Opera. Che cosa? È difficile a dirsi: un libro, molto semplicemente, in molti volumi, un libro che sia un libro, architettonico e premeditato, e non una raccolta di ispirazioni casuali, per quanto meravigliose… Andrò oltre, dirò: il Libro, convinto che in fondo ce ne sia soltanto uno, tentato a sua insaputa da chiunque abbia scritto, persino dai Geni. La spiegazione orfica della Terra, che è l’unico dovere del poeta e il gioco letterario per eccellenza: poiché il ritmo stesso del libro, allora impersonale e vivo, persino nella sua impaginazione, si affianca alle equazioni di questo sogno, o Ode.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p></blockquote>
<p>Il progetto del<em> Libro</em> si intreccia a un altro grande tema della riflessione poetica mallarmeana: il rapporto tra poesia e musica. Secondo il poeta, la musica ha un grande privilegio: non è accessibile a tutti.</p>
<blockquote><p>Apriamo a caso Mozart, Beethoven o Wagner, gettiamo sulla prima pagina della loro opera un occhio indifferente: siamo presi da un religioso stupore alla vista di queste processioni macabre di segni severi, casti, sconosciuti. E richiudiamo il messale vergine d’ogni pensiero profanatore.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a></p></blockquote>
<p>Di contro, chiunque può cimentarsi, ad esempio, nella lettura dei <em>Fiori del male</em> di Baudelaire, «i primi venuti entrano direttamente in un capolavoro».<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a><br />
La poesia è fragile, esposta. Un qualsiasi occhio distratto può percorrere i suoi segni e travisarli. Si potrebbe pensare che, per difenderla dai “profani”, Mallarmé abbia scelto di avvolgerla nel mistero.<br />
Il punto è come intendere l’oscurità: forse essa nasce dall’impermeabilità dell’opera mallarmeana alle letture tradizionali.<br />
Mi spiego meglio. La difficoltà potrebbe non riguardare la dimensione del senso, ma la postura. L’ipotesi è che Mallarmé non abbia lasciato semplici rompicapi: i suoi testi sono spartiti che il lettore deve eseguire e interpretare. Non solo: sono incompleti e contengono al loro interno le regole per comporre i possibili pezzi mancanti. Le poesie di Mallarmé si configurano allora come spartiti di parole che, a un tempo, sono macchine generative, capaci di produrre testi.<br />
La mia lettura non è un azzardo; molti luoghi possono confermarla. <em>Un colpo di dadi</em> è pensato esplicitamente come una partitura:</p>
<blockquote><p>Quest’uso a nudo del pensiero con concentrazioni, prolungamenti, fughe, o il suo stesso disegno, costituisce, per chi vuole leggere ad alta voce, una partitura.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a></p></blockquote>
<p>In <em>Igitur</em>, il poeta dice al lettore: «questo Racconto si rivolge all’Intelligenza del lettore che mette in scena le cose, essa stessa».<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a><br />
Se uniamo i punti del ragionamento, siamo confrontati a un’attitudine poetica che attraversa buona parte della produzione mallarmeana. Ecco perché, per leggere Mallarmé, non basta ricostruire i riferimenti intertestuali ed extratestuali. Non è sufficiente applicare complesse griglie ermeneutiche. Con i metodi collaudati della critica si raggiungono, certo, buoni risultati; sfugge però l’essenziale: il tenore ascetico – nel senso etimologico del termine.<br />
Lancio una provocazione: Mallarmé è più facile a “farsi” che a “dirsi”. Con Mallarmé siamo chiamati a esercitarci; la sua opera si presenta come un manuale, una sorta di <em>Enchiridion</em>. Come per gli antichi l’<em>Enchiridion</em> (il manuale) di Epitteto era una summa di massime, sentenze e riflessioni da tenere sottomano per convertire il proprio sguardo e il proprio stile di vita, così l’opera mallarmeana è un arabesco di esercizi che vanno eseguiti per cambiare il nostro modo di abitare il linguaggio.<br />
Non resta che proporre un esempio concreto.</p>
<p><em>Esercizio </em></p>
<p>Premetto che la mia è soltanto una prova, un tentativo di strimpellare e comporre sulle note di Mallarmé. Sebbene non brillante, potrà offrire al lettore un’idea di come potrebbe funzionare una postura ascetica, che “gioca” con il testo poetico.<br />
Scelgo come traccia per il mio esercizio la poesia <em>Sainte</em>.<br />
La riporto in francese e nella traduzione italiana.</p>
<p>SAINTE</p>
<p>A la fenêtre recélant<br />
Le santal vieux qui se dédore<br />
De sa viole étincelant<br />
Jadis avec flûte ou mandore,</p>
<p>Est la Sainte pâle, étalant<br />
Le livre vieux qui se déplie<br />
Du Magnificat ruisselant<br />
Jadis selon vêpre et complie :</p>
<p>A ce vitrage d’ostensoir<br />
Que frôle une harpe par l’Ange<br />
Formée avec son vol du soir<br />
Pour la délicate phalange</p>
<p>Du doigt que, sans le vieux santal<br />
Ni le vieux livre, elle balance<br />
Sur le plumage instrumental.<br />
Musicienne du silence.<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a></p>
<p>SANTA</p>
<p>Alla finestra sta, celando<br />
Il vecchio sandalo della viola<br />
Che discolora, scintillare<br />
Un tempo con flauto o mandola,</p>
<p>La pallida Santa, mostrando<br />
Il vecchio libro che si spiega<br />
Dal Magnificat ruscellante<br />
Un tempo da vespro e compieta:</p>
<p>Alla vetrata d’ostensorio<br />
Che dall’Angelo un’arpa sfiora<br />
Fatta col volo della sera<br />
Per la sua falange d’avorio</p>
<p>Che pur senza sandalo vecchio<br />
Né vecchio libro, scende e sale<br />
Sopra il piumaggio strumentale,<br />
Musicante del silenzio.<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a></p>
<p>Una chiesa silenziosa e deserta. Si avverte un leggero odore aromatico: la traccia di un officio? Una virgola di fumo si solleva, «per l’azzurro incenso dei pallidi orizzonti».<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><sup>[10]</sup></a><br />
Lo sguardo si posa sulla vetrata, dove è raffigurata Santa Cecilia. I raggi del vespro si riflettono all’interno; un cono di luce illumina battaglie di granelli di polvere: si urtano, si azzuffano. È un rumore polveroso e infeltrito.</p>
<blockquote><p>Tu guarda attento, ogni volta che raggi filtranti infondono la luce del sole nel buio delle stanze: vedrai sospesi nel vuoto molti corpi minuti mischiarsi in mille modi proprio nella luce dei raggi, e come in guerra eterna muovere assalti e battaglie scontrandosi a torme senza conceder mai tregua, scompigliati da rapidi congiungimenti e dissidi. [Lucrezio, <em>De rerum natura</em>, Libro II, 114-124].<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a></p></blockquote>
<p>O è «la Poesia […] legata al suolo, con fede, alla polvere in cui tutto resta»?<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a><br />
La confusione si placa un istante nell’immagine della Santa. Il suo volto pallido, la viola scolorita, il Magnificat. Nuove domande affollano la mente: è in procinto di suonare o ha già suonato? Quale spartito cela il vecchio libro?<br />
Santa Cecilia è sulla soglia di un evento: accenna, indica. È «un segno indecifrato».<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a><br />
L’aria si fa fredda, quasi irrespirabile; la vetrata è ora «il trasparente ghiacciaio di quei voli che mai seppero l’altezza».<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a> Un senso di impotenza mi attraversa. Tutto appare tremendamente vuoto, «crepuscoli si imbiancano tiepidi nella mente».<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a><br />
Faccio un passo indietro. Esco dalla <em>rêverie</em> e torno al concreto; ricomincio, insoddisfatto, da lì. Mallarmé vuole scrivere una poesia per l’onomastico di Cécile Brunet, moglie dell’amico e poeta Jean Brunet e madrina della figlia Geneviève. Bene: riapro il libro di poesie e rileggo <em>Sainte</em>, come per rintracciare gli indizi dell’evento.<br />
Nulla. I versi tintinnano come vuoti campanacci. Dove sono Cécile e Geneviève? Nessun affresco di parole per descrivere il vissuto, nessun vestito variopinto. Avevo provato a muovermi sulle note di Mallarmé, ma dopo qualche scala, mal eseguita, balbetto e stono. «Sfuggiron gli imenei troppo augurati da chi cercava il <em>la</em>».<a href="#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a><br />
Sono di nuovo al punto di partenza. Dove ho sbagliato?<br />
La domanda decisiva è un’altra: come può la parola poetica nominare un evento?<br />
Le cose accadono prima che ne abbia coscienza; le nomino solo dopo che sono accadute e che il pensiero le ha percepite. La parola arriva sempre in ritardo: in ritardo sull’essere, in ritardo sul pensare.<br />
La pretesa mimetica del poeta si riduce allora a una pantomima: un dramma la cui artificialità aumenta con i particolari. Nell’aggiungere, la finzione offre un’illusione di realtà, un simulacro di emozione, in cui il lettore si commuove (muove-con), credendo di accordarsi all’anima del poeta.<br />
La pretesa “disvelativa” è poi la <em>hybris</em> di chi ritiene che l’essere si dia nel linguaggio, o che la parola possa portarlo nel non‑nascondimento.<br />
La parola poetica sarebbe il dire originario in cui l’essere si istituisce. Il poeta – e con lui, soprattutto, il filosofo – porterebbe così a compimento la funzione dell’uomo come “pastore dell’essere” (cfr. M. Heidegger, <em>Lettera sull’umanismo</em>).<br />
Il soggettivismo della modernità prende qui la sua piega più esoterica: l’essere avrebbe dei prescelti per manifestare il suo senso.<br />
Dire mimetico, dire disvelante: non sono queste le vie seguite da Mallarmé. La sua parola non imita, non dettaglia, non dona: svuota. «Sulle credenze, nel salone vuoto io non discerno: abolito gingillo di inanità sonora»<a href="#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a>.<br />
Occorre un gesto di umiltà, apprendere l’arte del sottrarre.<br />
Mi ritorna in mente un passo del X libro della <em>Repubblica</em> di Platone, dove si parla di Glauco Marino:</p>
<blockquote><p>Agli occhi di chi lo vede: non è più facile scorgerne la natura originaria, perché le parti antiche del suo corpo sono in parte spezzate, in parte corrose e del tutto sfigurate dalle onde, mentre altre vi sono concresciute – conchiglie, alghe, pietre – sicché assomiglia piuttosto a una sorta di bestia che alla sua natura di prima. [611d]<a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a></p></blockquote>
<p>Gli strumenti ermeneutici, le sovrastrutture interpretative, i miei pregiudizi e i miei giochi linguistici: tutto mi appesantisce. Sono come orpelli, chiavi abbandonate e alghe che devo lasciare cadere per risalire verso la partitura.<br />
Mi dico:</p>
<blockquote><p>Fa come lo scultore di una statua che deve diventar bella. Egli toglie, raschia, liscia, ripulisce finché nel marmo appaia la bella immagine: come lui, leva tu il superfluo, raddrizza ciò che è obliquo. [Plotino, <em>Enneadi</em>, I, 6, 9]<a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a></p></blockquote>
<p>Una lezione che Mallarmé aveva ribadito ai suoi lettori:</p>
<blockquote><p>Non ho creato la mia Opera se non per eliminazione, e ogni verità acquisita non nasceva che dalla perdita di un’impressione che, dopo aver brillato, si era consumata e mi permetteva, grazie alle sue tenebre liberate, di avanzare più profondamente nella sensazione delle Tenebre Assolute. La Distruzione è stata la mia Beatrice. [Lettera a Eugène Lefébure, Besançon, 27 maggio 1867]<a href="#_ftn20" name="_ftnref20">[20]</a></p></blockquote>
<p>Avanzare nelle tenebre lasciate da un’impressione, che non può essere pensata e detta. Quando essa accade, siamo già nella sua luce: è lì come una miriade di esplosioni che si modulano, in differita, sugli eventi del mondo. Le cose avvengono e le impressioni si danno come luce riflessa: sono un evento derivato, <em>natura naturata</em>.<br />
La parola non può che dire il proprio accadere: non il sorgere delle cose, non lo scintillio del percepire, ma la soglia in cui stanno per dischiudersi il senso e i significati.<br />
Mallarmé si sforza di far suonare le parole e la grammatica, non al fine di produrre una poesia sonora; egli mira a una musica del silenzio, del paradosso, in cui affiorano impressioni di significati e la sensazione del senso.<br />
Ritorno a Santa Cecilia.<br />
Abbandono la chiesa e l’atmosfera. Aderisco all’immagine stilizzata. È una pellicola: l’ala dell’angelo un’arpa. Tra la falange e le corde si genera un campo di tensione, uno squarcio dove le immagini sono sfibrate, pulite, tornite.<br />
La viola è il gioco dei versi; il Magnificat rappresenta la partitura: l’esercizio che va interpretato ed eseguito in silenzio.<br />
La falange è il segno che prova a farsi evento e la volontà di non cedere alla poesia che canta l’essere.<br />
L’arpa sono le catene montuose dell’alessandrino; la falange le parole‑vette, emerse dai movimenti tellurici di una grammatica che suona i significati e il senso.<br />
La vetrata è la superficie della poesia mallarmeana: l’imene in cui dialogano trasparenza e opacità. Perché la parola poetica di Mallarmé è tanto più trasparente quanto più essa si fa opaca. Il suo chiarore avanza nelle tenebre, nella rinuncia, nella sottrazione, nella disciplina di chi apprende a spogliarsi dell’io: «sono ora impersonale […] un’attitudine che ha l’Universo spirituale di vedersi e di svilupparsi, attraverso ciò che fu io» [Lettera a Henri Cazalis, 14 maggio 1867].<a href="#_ftn21" name="_ftnref21">[21]</a><br />
La vetrata è lo spazio‑tempo neutro in cui la parola tende a farsi evento, attraverso un io che si esercita nell’oblio per sentire il senso, per sentire i significati.</p>
<blockquote><p>L’opera pura implica la scomparsa elocutoria del poeta che cede l’iniziativa alle parole, rese mobili dall’urto della loro disuguaglianza; esse si incendiano di riflessi reciproci come una virtuale scia di fuochi su pietre preziose.<a href="#_ftn22" name="_ftnref22">[22]</a></p></blockquote>
<p>Sparire come soggetto che sente e immagina, per sentirsi e immaginarsi attraverso le parole. Il linguaggio diventa forma sensibile impersonale, nell’orizzonte di una grammatica che si fa mondo. È così che la poesia sboccia come vita.</p>
<p>_____</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> S. Mallarmé, <em>Le Livre, instrument spirituel</em>, in Id., <em>Œuvres complètes</em>, a cura di H. Mondor e G. Jean-Aubry, Paris, Gallimard, 1945, p. 380; per la traduzione italiana seguo: Id., <em>Il Libro, strumento spirituale</em>, in Id., <em>Poesie e prose</em>, tr. it. V. Ramacciotti e A. Guerini, Milano, Garzanti, 2005, p. 329.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. J. Scherer, <em>Le Livre de Mallarmé</em>, Paris, Gallimard, 1957.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> S. Mallarmé, <em>Correspondance 1854-1898</em>, a cura di B. Marchal, Paris, Gallimard, 2019, ed. digitale. Trad. mia.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> S. Mallarmé, <em>L’art pour tous</em>, in Id., <em>Œuvres complètes</em>, cit., p. 257. Trad. mia.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> <em>Ibid</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Id., <em>Un coup de dès</em>, in Id., <em>Œuvres complètes</em>, cit., p. 16; tr.it., pp. 401-402.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Id., <em>Igitur</em>, in Id., <em>Œuvres complètes</em>, cit., p. 433.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> S. Mallarmé, <em>Sainte</em>, in Id., <em>Œuvres complètes</em>, cit., pp. 53-54.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> S. Mallarmé, <em>Santa</em>, in Id., <em>Poesie e prose</em>, cit., p. 81.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Id., <em>Les fleurs</em> in Id., <em>Œuvres complètes</em>, cit., p. 34; tr. it., p. 27.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Lucrezio, <em>De rerum natura</em>, tr. it. A. Fellin, Torino, Utet, 2013, ed. digitale.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> S. Mallarmé, <em>Théodore de Banville</em> in Id., <em>Œuvres complètes</em>, cit., p. 521; tr. it., p. 279.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> F. Hölderlin, <em>Mnemosine</em>, in Id., <em>Alcune poesie di Hölderlin</em>, tr. it. G. Contini, Torino, Einaudi, 1982, p. 30.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> S. Mallarmé, <em>Le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui</em>, in Id, <em>Œuvres complètes</em>, cit., p. 67; tr. it., p. 113.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> Id., <em>Renouveau</em>, in Id., <em>Œuvres complètes</em>, cit., p. 34; tr. it., p. 29.</p>
<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> Id., <em>L’après-midi d’un Faune</em>, in Id., <em>Œuvres complètes</em>, cit., p. 51; tr. it., p. 71.</p>
<p><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> Id., <em>Ses purs ongles très hauts dédiant leur onyx</em>, in Id., <em>Œuvres complètes</em>, cit., p. 68; tr. it. modificata, p. 117.</p>
<p><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> Platone, <em>Repubblica X</em>, a cura di M. Vegetti, Napoli, Bibliopolis, 2007, p. 69.</p>
<p><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> Plotino, <em>Enneadi</em>, a cura di G. Faggin, Milano, Rusconi, 1992, p. 141.</p>
<p><a href="#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> S. Mallarmé, <em>Correspondance </em>1854-1898, cit., ed. digitale. Trad. mia.</p>
<p><a href="#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> Ivi, ed. digitale. Trad. mia.</p>
<p><a href="#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> Id., <em>Crise des vers</em>, in Id., <em>Œuvres complètes</em>, cit., p. 366; tr. it., p. 299.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/26/sainte-di-mallarme-una-lettura-ascetica/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Prati generali #3</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/25/prati-generali-3/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/25/prati-generali-3/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2026 11:15:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Cava]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Alessandrini]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Ferroni]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Coacci]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetta Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Babino]]></category>
		<category><![CDATA[Diana Brodoloni]]></category>
		<category><![CDATA[Diletta D'Angelo]]></category>
		<category><![CDATA[Dorinda Di Prossimo]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Manuel Salvioni]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Davoli]]></category>
		<category><![CDATA[franca mancinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca D'Annibali]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Laera]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Corraducci]]></category>
		<category><![CDATA[Letizia Polini]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Di Pasquale]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Esposito]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Plebani]]></category>
		<category><![CDATA[mariagiorgia ulbar]]></category>
		<category><![CDATA[Mariagrazia Galasso]]></category>
		<category><![CDATA[marilena renda]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Trizio]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Passerini]]></category>
		<category><![CDATA[Norma Stramucci]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[prati generali]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Benzina]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Frolloni]]></category>
		<category><![CDATA[Sante Diomede]]></category>
		<category><![CDATA[Serena Di Lecce]]></category>
		<category><![CDATA[Valeria Eufemia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122159</guid>

					<description><![CDATA[<strong>Prati generali, terzo incontro di poesia: </strong><strong></strong><br />
<br />
Macerata, Sasso d’Italia, sabato 29 agosto, dalle 16 alle 19:30<br />
<br />
Nel terzo, quarto, dodicesimo, settantottesimo, centonovantaseiesimo o anno zero di guerra, genocidio, crisi, riarmo, policrisi, emergenza, transizione, collasso...
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>incontro di poesia</strong></p>
<p> </p>
<p><strong>[terzo di cinque]</strong></p>
<p> </p>
<p>Nel terzo, quarto, dodicesimo, settantottesimo, centonovantaseiesimo o anno zero di guerra, genocidio, crisi, riarmo, policrisi, emergenza, transizione, collasso, grande accelerazione, fine della storia, fine del [aggiungi], nell’ottantesimo della Repubblica, nell’ Xesimo anniversario di Collodi, dell’<em><i>Ultimo uomo</i></em> di Mary Shelley, del disastro di Čhernobyl, del G8 di Genova, dell&#8217;alluvione di Firenze, del primo uso di<em><i> artificial intelligence</i></em>, del <em>pursuit of happiness</em>, del primo razzo, nel pieno dello svuotamento, oppure nell’eccesso, per il terzo anno consecutivo, su un prato di una qualunque provincia, nel cuore delle province selvagge d’italia, nella provincia ideale più remota del mondo, nel provincialismo dei generi, nella provincia affettiva, con o senza cittadinanza, comunque coi corpi, da vicin3 di casa e/o avvicinantisi, per coincidenza, caparbietà, curiosità, errore geografico o mancanza di meglio, senza manifesti, senza fondi, senza programma di salvezza, forse senza pubblico, a farci domande, e leggere.</p>
<p><strong><b>Prati generali,</b></strong><strong><b> terzo incontro di poesia:</b></strong><strong><b> </b></strong></p>
<p><strong><b>Macerata, Sasso d’Italia</b></strong><strong><b>, sabato 29 agosto, dalle 16 alle 19:30</b></strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/09/12/prati-generali/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> la notizia del primo incontro, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/07/31/prati-generali-2/" target="_blank" rel="noopener">qui</a> del secondo.</p>
<p>Si consiglia di venire con una coperta, un cuscino o un seggiolino.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-122165" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/IMG-20260822-WA0033.jpg" alt="" width="1242" height="1240" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/IMG-20260822-WA0033.jpg 1242w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/IMG-20260822-WA0033-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/IMG-20260822-WA0033-1024x1022.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/IMG-20260822-WA0033-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/IMG-20260822-WA0033-768x767.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/IMG-20260822-WA0033-421x420.jpg 421w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/IMG-20260822-WA0033-696x695.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/IMG-20260822-WA0033-1068x1066.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1242px) 100vw, 1242px" /></p>
<p> </p>


<p></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/25/prati-generali-3/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Monologhi del mito</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/25/monologhi-del-mito/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/25/monologhi-del-mito/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2026 05:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[Dante]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Conte]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[mito]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[sogni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=121861</guid>

					<description><![CDATA[<strong>Marino Magliani</strong> intervista <strong>Giuseppe Conte</strong><br />  Sì, sapevo che avrei disturbato i manovratori della società letteraria italiana, certa critica, certi autori. Ma era una cosa oggettiva. Io non è che volessi disturbare loro, non me ne fregava niente di loro.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Marino Magliani</strong> intervista <strong>Giuseppe Conte</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-121982 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9788830110182_0_0_536_0_75.jpg" alt="" width="380" height="583" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9788830110182_0_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9788830110182_0_0_536_0_75-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9788830110182_0_0_536_0_75-274x420.jpg 274w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9788830110182_0_0_536_0_75-150x230.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/9788830110182_0_0_536_0_75-300x461.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>MARINO MAGLIANI Sul sogno, Giuseppe, ho letto narrazioni (non molte, sebbene anche io faccia dire qualcosa di simile a un mio personaggio) in cui una persona, interpellata, risponde a un’altra: ma c&#8217;è bisogno di avere dei sogni per vivere? Per svegliarsi il mattino e dedicarsi a un lavoro, pagare le bollette, correre o passeggiare lungo una riva, trascorrere serate in città sfavillanti o sedersi davanti a una balconata di montagna. A correre durante una partita di calcio o a Porto, nuotare tre volte dalla riva di Spiaggia d&#8217;Oro alla boa, innaffiare una fascia d&#8217;orto a Verdeggia e rispettare la legge, quel genere di codice che uno si fabbrica o lo trova, ma anche ciò che gli propone abbastanza presto una società civile&#8230; Amare una donna o un uomo, o semplicemente frequentare una persona e spartire con lei, o con un Breton o un bassotto, spartire con qualcuno del tempo&#8230; Una vita senza sogno o sogni, anzi, una vita e basta, bella e solitaria, con la scrittura, la lettura, le immagini, la musica, e basta, basta perché se il sogno non c&#8217;è, forse non se non se ne sente la necessità. E se non si ha un sogno è anche perfettamente inutile menzionarlo. Già, che sarebbe, una vita lo stesso possibile, forse. Ma ecco, il personaggio di questo libro, vecchio, che giunge su una spiaggia e si avvicina a un tronco spiaggiato per sdraiarcisi accanto, deporvi la testa, e guardare per aria mentre gli giungono le voci, non potrebbe essere un essere umano senza sogno.</p>
<p><em>GIUSEPPE CONTE Certo, caro Marino, che può esistere una vita fine a sé stessa, di chi vive lasciandosi vivere, guardando il mondo con occhi rispettosi, innocenti, accontentandosi di ciò che offre il presente e la realtà. Instaurando con gli altri rapporti appagati, quieti, elementari, giocando a calcio, nuotando, ascoltando musica&#8230; amando una donna, o un uomo, in totale abbandono e in totale semplicità, come si ama un bassotto o un cane lupo. Tutto questo è possibile, ed è il mondo in cui vivono gli esseri umani nella loro stragrande maggioranza. È augurabile che conoscano momenti di felicità. Ma non è detto. La vita, la realtà sono orribilmente più complicate. Ci sono condizioni materiali che delimitano e deformano, ci sono soprassalti di passione che esaltano e sfigurano, ci sono momenti di crisi che fanno implodere. Allora ti accorgi che la realtà e la tua condizione esistenziale non sono tutto, che devi scontrarti, fuggire, cercare altrove. Lontano. O vicinissimo dentro di te, in quei movimenti umani, così li chiama Dante giunto al culmine del Paradiso, che rappresentano tutte le pulsioni contraddittorie, tutta la tensione tra buio e luce dell’anima. La letteratura nasce qui, in una ferita, in una faglia che si apre nella realtà, che ti mostra in un momento di mancanza terrorizzante la verità della tua vita nella società e nell’universo. Il sogno nasce qui. Nella certezza della vanità. Nel regno dell’ombra. Nella ricerca di un senso. Sognare non vuol dire desiderare qualcosa di materiale. Quanti avviliscono i propri sogni nel possesso di qualche oggetto! Sognare vuol dire capire la propria natura di ombra, e volerne andare oltre, voler cogliere l’essenza delle cose e della esistenza delle cose, dunque interrogarsi sul divino, sulla sua assenza e sulla sua presenza. Prendere atto del vorticoso mistero che ci circonda. Si può vivere per vivere. Tutti abbiamo la tendenza a farlo. Per me, quanto è bello nuotare al mattino in un mare limpido e deserto sulla scia luminosa del sole, leggere un grande romanzo ma anche uno piccolo che sia divertente, ascoltare in cuffia Radio Swiss Jazz come sto facendo in questo momento, gustare un piatto della più semplice e suprema cucina ligure, come farò stasera con una torta di “trombette”. Ma poi torniamo scrittori. E allora viviamo per dare, nella scrittura, un senso alla vita. Proprio così. Sembra eccessivo, forse antidemocratico per la ipocrita idea di democraticità oggi imperante nel mondo intellettuale al potere. Ma la letteratura è nata per quello, per scavare nell’ombra, nel non detto, nel mistero delle cose. Io sono stupefatto che sia un dionisiaco pelandrone come Vasco Rossi a farlo (</em>Voglio trovare un senso a questa vita/anche se questa vita un senso non ce l’ha<em>) mentre il 99 % delle scrittrici e degli scrittori italiani rifiutano anche soltanto di ammettere che esiste la necessità di interrogarsi sul senso delle cose ultime, preferendo un realismo aristotelico ma cupo, cronachistico, sociologico, solipsistico, egoico, senza coscienza del simbolico. Anzi nemico del simbolico, con una specie di allergia piena di bruciori e pruriti di fronte al sacro e al divino. Il sogno è il motore di ogni viaggio e di ogni avventura spirituale. E una letteratura che non sia anche una avventura spirituale si impoverisce molto, perde status, diventa gioco per giocolieri e mestieranti. Il sogno è visione, capacità di trascendersi. Il senzatetto di </em>Della stessa sostanza dei sogni<em> è un uomo vinto, sconfitto, esule, che ha abbandonato tutto, tra cui l’amico Novembre (serio, raziocinante intellettuale novecentesco) e Libellula (un amore sessuale fine a sé stesso). In crisi con sé stesso, con il mondo, con il suo passato lavoro di scrittore, è rotolato giù per l’Italia sino alla spiaggia di Giardini Naxos, dove si è fermato in riva al mare. Ha ridotto la sua biblioteca a due libri. Omero e Ovidio. Sa che millenni prima dalla Calcide arrivarono proprio su quella riva le navi dei Greci che fondarono la prima colonia in Sicilia e costruirono un tempio di Apollo. Più la sua condizione si fa terribile e dura, portandolo a due passi dal morire, più i suoi sensi si aguzzano, il suo desiderio di ritrovare la luce diventa forte, vitale, sinché una mattina arrivano le visioni, le navi del Greci, questa volta con le eroine e gli eroi, le dee e gli dei del loro mito. Lui accetta la sua follia. Guarda, ascolta, trascrive. Sogna? E chi lo sa. Certo vuole uscire da sé stesso, non tornare quello di prima, tanto che alla fine dona al narratore il suo manoscritto, neppure essere scrittore gli basta più. È un mio alter ego? mi chiedono. Sì, mi sento un senzatetto sul piano intellettuale, non ho protezioni sul capo, non ho più radici nel Novecento, vivo al mare come in esilio. Ma a me scrivere basta. Non vorrei fare niente di meno o niente di più. Scrivere, realizzare il più fragile, assurdo, impensabile sogno della mia adolescenza, quando i sogni sono ustionanti e crudeli, e quando ho scritto centinaia di pagine di commedie, tragedie, poesie, romanzi. Quelle pagine le ho tutte perdute, finite chissà dove. Invece il sogno di diventare scrittore, quello tra mille tempeste e difficoltà, tra mille Scilla e Cariddi da varcare, è rimasto e si è realizzato. </em></p>
<p>MM Non è la prima volta che la narrazione inizia sulla riva del mare (ma di un mare parleremo), e stavolta è una spiaggia viva, anche il fatto di trovarci rovine di tronchi raccolti dalla furia di acque dolci e gettati sulla sabbia salata, la rende viva. Quell&#8217;essere umano, anziano, un maglione tarlato, di statura alta, e lì e avviene l&#8217;incontro. Non è uno studioso alla ricerca del mito, ma è lì perché su quella spiaggia avviene qualcosa di miracoloso, un contatto: sono le voci che provengono a una a una dagli dei. A un certo punto della vita, alcuni decenni fa, Giuseppe, hai sentito che la nostra civiltà si stava perdendo in qualcosa, e che qualcosa che contava se lo faceva portar via dal nulla. Hai cominciato un tuo percorso e una tua ricerca e forse prima ancora di cominciare (anche di questo potremmo parlare) sapevi che sarebbe stato difficile, che avresti “disturbato”, ne hai avuto conferma col tempo: tu e quanti si fossero dedicati al mito, alla natura, alla sua forza, avreste trovato l&#8217;ostacolo di ideologie, e questo, occorre dirlo, malgrado fossero dalla tua parte e percorressero i tuoi stessi sentieri alcuni intellettuali ben più avanti negli anni, come Italo Calvino. Quanto è amaro il sapore e il sapere della rivincita, ora che tanti si sono dovuti ricredere?</p>
<p><em>GC Sì, sapevo che avrei disturbato i manovratori della società letteraria italiana, certa critica, certi autori. Ma era una cosa oggettiva. Io non è che volessi disturbare loro, non me ne fregava niente di loro. Io volevo essere fedele a me stesso, condurre le mie ricerche di stile e di senso per sentieri non battuti, ed esplorare e rilanciare le idee di natura e di mito (profondamente connesse, il mito è quintessenza della natura, la natura è quintessenza del mito) che quando ho esordito io erano completamente dimenticate o avversate. Io conoscevo il sapere della Neoavanguardia, mi ero formato nel suo clima. Però per essere me stesso mi sono ribellato ad essa, che aveva ridotto la poesia a antipoesia e esperimento a freddo da “operatore poetico”. Sanguineti, con cui intrattenevo rapporti personali di simpatia, scrisse un giorno che ero il poeta che sentiva più lontano da sé. Io mi ero affrancato dal suo fascino, ma ancora oggi lo considero un autore importante. Invece i suoi tardivi seguaci li considero dei ringhiosi, maneggioni, insopportabili </em>laudatores temporis acti<em>. I nemici spuntavano anche da parti insospettabili. Bernardo Bertolucci, il grande (ma poi mi sono venuti dei dubbi) regista mise il veto alla assegnazione a me del Premio intitolato a suo padre, il caro, mite Attilio, perché io ero “il poeta del mito”. Oggi si vede sin troppo bene che sui temi della natura e soprattutto del mito, avevo ragione io. Naturalmente pochi lo riconoscono. Ma qualcuno sì, ogni tanto me ne arriva testimonianza. Allora ebbi la fortuna che notarono e sostennero il mio lavoro Italo Calvino e Pietro Citati. Devo a loro se ho potuto esordire. Devo ad Antonio Porta la pubblicazione del mio primo romanzo </em>Primavera incendiata<em>, che fu odiatissimo, soprattutto dai poeti miei coetanei. Porta notò in quel breve romanzo generazionale la mia ricerca di nuove dimensioni dell’esistenza. Colse nel segno, una delle più costanti caratteristiche del mio lavoro è proprio la ricerca di nuovi modi di intendere l’amore e la vita. Non ho mai odiato nessuno (disprezzato qualche volta), non ho mai coltivato l’amarezza né una forma di agonismo, di competitività. Dunque non c’è rivincita. C’è la coscienza di essere stato fedele alle mie passioni, e di avere visto in anticipo cose che sarebbero venute negli anni. </em></p>
<p><em> </em>MM La struttura, che poi è la sostanza. Rileggevo, su questa costa del Nord, bruciata d&#8217;estate e fra poco di nuovo inzuppata, come lo è dieci mesi all&#8217;anno, l&#8217;attacco di <em>Mensagem</em>, le poesie di Pessoa. <em>Ulisses</em>, il primo verso: <em>O mito é o nada que é tudo</em>. Io credo che la scelta di far giungere le voci degli dei a riva, di farsi raccontare da loro stessi, come durante una confessione, dove si ammettono amori e passioni, piaceri e rovine, fragilità (colpe?) sia stata la scelta che ha permesso alle voci di scegliersi anche l&#8217;interlocutore. Da quanto erano a ridosso della penultima onda, in attesa? Ora era ora, la loro voce assorbita dal sussurro del risciacquo, vicino e distante. Perché abbiamo avuto paura del mito e l&#8217;abbiamo sepolto come si sepelliva la pignatta con marenghi e mai più si ritrovava? Quale furto ha perpetrato la parte “che contava” nell&#8217;avvelenare la narrazione del mito e della natura? Un libro sui sogni, e come ne scrive molto bene Mario Baudino: <em>Che cosa resta dei sogni, allora? La risposta è: tutto.</em> <em>Quel tutto che è un richiamo a Pessoa.</em></p>
<p><em>GC I personaggi che parlano nel libro mi aspettavano al varco. Vedi, io non sono un grecista, un antichista. Il 90% dei libri sul mito sono scritti da loro. Io ho fatto il giro dei miti del mondo, prima di ritornare a quello greco, in cui sono nato. Così in parte è avvenuto per le religioni, sono stato taoista, induista, animista, zoroastriano, islamico prima di riavvicinarmi alla religione di mia madre, quella in cui sono nato e in cui intendo morire. Del mito greco, mi affascina la potenza teogonica, lo scavo nelle origini dell’universo e dell’anima umana, la sua connessione profonda con la natura. Ogni aspetto naturale era divino. Ogni movimento dell’anima era divino. I Greci, i più saggi e felici tra gli uomini, si sentivano molto simili ai loro dei, come i loro dei assomigliavano terribilmente a loro. Ogni pulsione, ogni passione, un movimento divino. Mi aspettava Gea per dirmi come dal Caos del nulla è nato il nostro mondo, giù via via sino a Pan, il Tutto, la natura nella sua selvatichezza vitale. Afrodite e Atena, passione e saggezza, slancio e equilibrio si scontrano. Medusa e Anfitrite accusano di stupro il dio del mare, Ifimedia e Amimone lo difendono con amore, tutto è contraddittorio e metamorfico nel mito, come nella vita. Mi aspettava Prometeo perché io gli ribadissi la mia accusa: è da lui, dal suo furto del fuoco celeste che parte il processo occidentale che approderà all’industria pesante, allo sfruttamento degli esseri umani e del suolo, delle foreste, delle acque, dell’aria e infine alla bomba H. Mi aspettava Antigone, la coraggiosissima eroina che sfida, in nome della legge dell’affetto, della giustizia, del sacro, la Legge ottusa, feroce del potere: mi aspettava perché anche io mi inchinassi davanti a lei, come il mio Senzatetto. L’uomo occidentale del XXI secolo ha perduto la connessione con i primi perché, con le origini, la tradizione, la conoscenza del mistero, la verità della carne: tutto questo glielo può ridare la energia inesausta del mito. Fai bene a ricordare Mario Baudino: a lui si deve l’organizzazione al Salone del libro di Torino di un convegno sul mito che vide tra i protagonisti James Hillman, Pietro Citati, Carlo Fruttero, oltre che chi scrive. Tanti anni fa, quando il Salone ragionava ancora senza influencer, tiktoker e autrici di romance, e non sembrava una proiezione del Foglio, con la sua prosopopea modaiola. Baudino è uno scrittore che ha una sua versione disincantata, ironica, non meno felice di momenti mitici. E fai bene a chiamare in causa Pessoa. Anche Borges ci starebbe, ma so che non è nelle tue corde. È nelle mie, lo adoro. Gli devo sempre qualcosa. </em></p>
<p>MM Ricordo un tuo romanzo, ambientato a Nizza, un altro anziano, e altri romanzi e poesie e quel mare. Ricordo una volta che ti hanno chiesto in mia presenza a Sanremo, mi pare, durante un&#8217;intervista: e le sue radici? E hai risposto in mare&#8230; Non perché nel fango si possono sporcare, ma in mare come scelta baudelairiana. E ancora: era da tanto che pensavi al verso di Shakespeare?</p>
<p><em>GC Ricordi bene, caro Marino. In </em>Il male veniva dal mare<em>, del 2013, era centrale il personaggio di un senzaterra, Marlon, anche lui accampato sulla spiaggia, in questo caso sulla spiaggia sotto la Promenade des Anglais di Nizza, città dove ho avuto casa per molti anni, e che ho vissuto con particolare intensità. Tra le mie poesie, ce n’è una che inizia: </em>Il mio demone è un senzatetto<em>. C’è una continuità tematica, il Senzatetto diventa un archetipo, un simbolo chiave. Non ho progettato io che lo diventasse. È lui che ha scelto me, veniva prima di me, ha deciso di abitarmi senza che io potessi farci niente. Anche il mare è cruciale come tema e come simbolo in tutta la mia opera. Un paese come l’Italia, dalla tradizione delle repubbliche marinare, con migliaia di chilometri di costa, non ha paradossalmente una letteratura di mare. Non la prevede neppure. Quando uscì il mio </em>Terzo ufficiale<em>, nessuno in Italia ne colse il lato marinaro, dovetti aspettare la traduzione francese e quella greca, perché il libro venisse inserito in quella corrente di libri di mare che comprende autori come Melville, Stevenson, Conrad. Ho detto che ho le mie radici nel mare? Ma nel mare niente è stabile e fermo, il movimento è la sua caratteristica prima, insieme all’infinito. Forse ho anche radici nel vento, nel cielo. Non so. Non sento di appartenere a niente. E guarda che non è bello. Avere un senso di appartenenza ti dà sicurezza, impegno, coraggio. Io mi sento solo radicato nella mia lingua italiana, nella sua tradizione magnifica. Siamo partiti parlando del sogno. E alle origini della letteratura italiana c’è il sogno di Dante. Prima di quello che lo porta a fare il più straordinario pellegrinaggio con la visione dell’Aldilà che mai essere umano abbia fatto (solo il Profeta Mohammed, pare, prima di lui), fa un piccolo viaggio magico, fantastico, intessuto di giovinezza, amicizia, avventura, gioco, piacere, amore condiviso, su un veliero inviato da Mago Merlino, il </em>buon incantatore<em>: la quintessenza, l’apoteosi del sogno. </em>Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io/fossimo presi per incantamento/ e messi in un vasel che ad ongi vento/per mare andasse al voler vostro e mio<em>. Io ho sempre quella nave in mente, e con essa l’amicizia, la giovinezza, il viaggio, l’eros, il </em>ragionar sempre d’amore<em>. Il titolo shakespeariano non è farina del mio sacco. Spesso gli editori scelgono il titolo, ma per esempio </em>Il male veniva dal mare<em> è un titolo sbagliato, io volevo un più modesto e diretto </em>Meduse assassine<em>. In questo caso invece è un titolo ben scelto, di cui sono grato a Bompiani editore. </em></p>
<p><em> </em>MM Non mi sono addentrato nella specificità di ogni figura che si racconta. Vorrei però fossi tu a dirci &#8211; perché un&#8217;idea credo tu l&#8217;abbia &#8211; quale sia stata, o quali siano state, le voci che più di ogni altra, hanno fatto abbassare le palpebre al vecchio nel desiderio che non finissero mai.</p>
<p><em>GC Gea e Pan sono all’inizio e alla fine, chiudono il cerchio. Le figure che il senzatetto ascolta con più reverenza, lo dichiara, sono quella di Nausicaa (mia fonte di ispirazione, ho scritto su di lei e il suo rapporto con Ulisse un poema drammatico, intitolato proprio Nausicaa) e Antigone. Poi sorride con Ermes, con Pigmalione, altro gran sognatore&#8230;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/25/monologhi-del-mito/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Una storia italiana</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/24/una-storia-italiana/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/24/una-storia-italiana/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 05:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[marcello luberti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=121384</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Marcello Luberti </strong> <br /> Intravedo nel vecchio compagno Gordiani la paura della vittoria più che della sconfitta. E dire che di sconfitte ne ha masticate abbastanza; sono dieci anni che è assente dal Parlamento]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_121387" aria-describedby="caption-attachment-121387" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-121387" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci.jpg" alt="" width="1280" height="1103" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-300x259.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-1024x882.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-768x662.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-487x420.jpg 487w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-150x129.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-696x600.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/pci-1068x920.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-121387" class="wp-caption-text"><a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bandiera_del_partito_comunista_italiano,_1900-25_ca._01.jpg">Sailko</a>, <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/3.0">CC BY 3.0</a>, via Wikimedia Commons</figcaption></figure></p>
<p>di <strong>Marcello Luberti</strong></p>
<p><em>Finalmente una persona come si deve</em>, mormora la gente che accorre in piazza credendo che si possa arrestare il declino della città, visibile a occhio nudo lungo le strade deserte del centro storico. Umberto Gordiani, attempato ex-ministro della Seconda Repubblica, si anima sul palco a motivare la sua candidatura a sindaco della città di C. È convincente, questa volta ci credo anch’io: è lui la persona che ci può risollevare, tirar fuori la città dal pessimismo atavico, vendicare le recenti amministrazioni guidate da reazionari e incapaci.</p>
<p>Non è mai stato uno showman, ma riesce a infondere la giusta energia. Si muove quanto basta per corroborare la retorica della rivoluzione che vorrebbe realizzare nella sonnacchiosa città della collina dalle pendici franose, senza dimenticare le contrade di campagna e la città di pianura, con lo scalo delle attività produttive. Perfino Cicerone farebbe fatica a tenere tutto insieme, ma Gordiani è bravo, è un figlio del vecchio Partito Comunista Italiano sopravvissuto a tutte le tempeste. La lezione l’ha imparata, e non l’ha accantonata. Anzi, il suo modo di fare ha un certo fascino retrò, per come si è trasformata la politica in Italia.</p>
<p>Ma mi viene un dubbio: lui ci crede?</p>
<p>Conosco Umberto da quando navigavamo nelle assemblee studentesche alla metà degli anni ’70, mi sembra ieri. Mentre illustra il programma della coalizione, vedo sul volto dell’uomo una piega amara, un segno, che non è solo il portato degli anni. Anzi, direi che non è invecchiato male: alto, distinto, un po’ stempiato, capelli grigi ma non bianchi come i miei, l’accento inconfondibile delle nostre parti, una cultura solida ma non intellettualistica, un eloquio sobrio, elevato e umile allo stesso tempo. Si aggira sul palco, senza cravatta, dentro un mini-trench grigio scuro fuori stagione, in un nuvoloso pomeriggio di maggio, a 330 metri sul livello del mare.</p>
<p>La campagna elettorale è un compito delimitato da portare a termine in maniera efficace, nulla di più. È come una partita di calcio, un mettersi il paraocchi senza dover guardare il prima e il dopo. La può vincere.</p>
<p>Forse ci crede, uno come lui che ha dedicato la vita alla politica, ci deve credere, per forza. Dicono che abbia attraversato una brutta malattia e che ora ne sia fuori. L’intonazione del volto non è quella di un uomo che presagisce la morte. No, mi sembra che lo pervada la dannazione a fare quello che ha sempre fatto, che lo ha reso vivo nella buona e nella cattiva sorte: la Politica. Con la coscienza della vana utilità a curare le ferite e i problemi di una comunità.</p>
<p>Sembra che sorrida col timore di rivelare una riserva mentale, è dominato dal pudore di chi sa che la vita non è sempre riassumibile in un sorriso.</p>
<p>Lui è da tempo consapevole dell’intima contraddizione dell’azione politica: fermi non si può stare, muoversi non serve poi a tanto. È per lui una missione esistenziale più che collettiva. Un destino. Che io non ho avuto la forza di seguire, pur facendo parte come lui della Ditta: mi proposero a vent’anni di diventare funzionario del grande partito comunista di Gramsci, Togliatti e Berlinguer, dissi di no.</p>
<p>Umberto divenne prima avvocato e poi disse sì. Da allora ha accumulato un discreto cursus honorum.</p>
<p>Ha di fronte una missione quasi impossibile: risollevare la sinistra depressa in un’intera città depressa, che potrebbe sopravvivere solo valorizzando il proprio grande passato. La modernità l’ha scavalcata, facendola passare dai 57 mila abitanti del 1991 ai 46 mila di oggi. Umberto cammina con disinvoltura sull’asse di equilibrio: deve sollecitare il demos senza però vendere fumo populista. A proposito di asse d’equilibrio, ora che ci penso, mio padre fu insegnante di educazione fisica del redivivo Gordiani, diceva che fosse bravo nella corsa a ostacoli.</p>
<p>Non so spiegare, ma vedo nel vecchio compagno Gordiani la paura della vittoria più che della sconfitta. E dire che di sconfitte ne ha masticate abbastanza; è assente dal Parlamento da dieci anni e non ha più incarichi. C. è la sua ultima stazione.</p>
<p>Vengono ora chiamati sul palco due giovani candidati per l’elezione al consiglio comunale che, nessuno lo dice ma molti lo pensano, stanno ad esorcizzare il declino e l’invecchiamento della popolazione di C.</p>
<p>«Io sono tornato perché credo in questa città» dice un rampantino molto simpatico dalla parlata contagiosa e un cognome di origine straniera, impegnato nel campo del web design e nell’innovazione digitale.</p>
<p>«La sfida più grande è quella di chi decide di restare, perché vuole vivere l’intera vita nella città che tutti amiamo», sentenzia accorata una ragazza neolaureata con un sorriso portatore di speranze che ho dimenticato. Io il problema lo risolsi individualmente: la mediocrità di C. mi stava stretta e preferii diventare un numero nella Capitale.</p>
<p>«Mai più partire» sintetizza Gordiani, consapevole della piaga dell’emigrazione di cervelli in una città che ha sempre vantato delle ottime scuole superiori.</p>
<p>Tutti applaudono, finalmente, pensando di aver trovato la sintesi per superare la mentalità così radicata in C., quella della denigrazione e dell’esaltazione al tempo stesso. Mio padre era un genio in questa specialità.</p>
<p>Quando mi sono permesso di chiamarlo per postulare la mia candidatura nella sua lista civica, Umberto mi ha apostrofato con <em>Egregio Cavaliere, ogni suo desiderio è un ordine. </em>E subito è scoppiato in una fragorosa risata come ai vecchi tempi, quando agli attivi di Federazione del Partito intervenivano certi personaggi del popolo minuto con la loro involontaria comicità.</p>
<p>«Valerio, non si dica che non raccolgo il tuo grido di dolore … ma ti interessa ancora la politica della tua città, tu che ormai sei cittadino di Roma da tanti anni? Devi sempre ricordare che il tuo cognome è il più diffuso nel piccolo paese in cui sono nato. Morganti e Gordiani, Gordiani e Morganti, a Monterto non si scappa. Vedi, la storia fa giri incredibili. Tu che sei nostalgico amante di C. vivi a Roma, mentre io mi candido a sindaco della città che a suo tempo mi ha adottato. Tu sei scappato e io sono rimasto, faccio l’ultimo giro proprio qui».</p>
<p>Pensavo che mi avrebbe liquidato in breve tempo, un uomo della sua rilevanza, e invece no. Aveva utilizzato proprio le parole di cui la nostra generazione conosce tutto il peso.</p>
<p>«Vuoi che ti metta come capolista?» disse senza piaggeria.</p>
<p>«Ti ringrazio, mi basta testimoniare il mio attaccamento alla città e darti una mano a raccogliere un po’ di voti. Mi ricordo che non eri credente, ma ti dico che la tua candidatura mi sembra come un dono proveniente da un’entità superiore, credimi».</p>
<p>Al telefono Umberto ricordò perfino quando nei primi anni ’90 gli mandai una lettera per spiegargli le motivazioni a sostegno di un nuovo partito della sinistra dopo la caduta del Muro di Berlino. Una lunga nota che si concludeva con l’incipit di un testo latino dei primi anni del V sec d.C., noto come Inno a Roma.</p>
<p>Si mise a recitare a memoria la frase che io invece dedicavo alla nostra città di C.</p>
<p>«Non c’è tedio in ciò che piace senza fine».</p>
<p>Proprio così conclude il comizio Gordiani, con quelle parole di Rutilio Namaziano che gli ha fatto conoscere il candidato Morganti. Mi indica col braccio spianato tra i suoi primi sostenitori davanti al palco e sorride, sornione. Tutti battono le mani, esilarati. Lui ha una pausa, non sa come continuare, mi commuovo, chino il capo e stendo anch’io la mano verso di lui. Sorrido, dopo tanti anni, per un nobile motivo.</p>
<p>Gordiani ha ancora un’anima, ho pensato, sono orgoglioso di salire anch’io sulla giostra, di dire alla mia città che non l’ho mai abbandonata.</p>
<p>Le nuvole afose che hanno sorvegliato il comizio ci hanno voluto bene: dal cielo non è piovuta nemmeno una goccia.</p>
<p>Si torna tutti a casa, per una notte i cattivi pensieri tornano in cantina.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/24/una-storia-italiana/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ipostatizzare</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/23/ipostatizzare/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/23/ipostatizzare/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2026 05:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Silvano]]></category>
		<category><![CDATA[ipostatizzare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=121904</guid>

					<description><![CDATA[di <strong> Federico Silvano </strong> <br /> Le dico che non è colpa di nessuno, che semplicemente è venuta a mancare l’ipostasi.

«Eh?»

Il cameriere poggia sul tavolino due spritz. Alla vista di tutto quel liquido mi trema la gamba. Ho la vescica in fiamme, ma non ho intenzione di alzarmi finché non avrò finito di dirle ciò che ho da dire.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Federico Silvano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-121905" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-CamposantoPisa_Cosmographia_detalle_mapamundi-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-CamposantoPisa_Cosmographia_detalle_mapamundi-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-CamposantoPisa_Cosmographia_detalle_mapamundi-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-CamposantoPisa_Cosmographia_detalle_mapamundi-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-CamposantoPisa_Cosmographia_detalle_mapamundi-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/500px-CamposantoPisa_Cosmographia_detalle_mapamundi.jpg 500w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>
<p>Le dico che non è colpa di nessuno, che semplicemente è venuta a mancare l’ipostasi.</p>
<p>«Eh?»</p>
<p>Il cameriere poggia sul tavolino due spritz. Alla vista di tutto quel liquido mi trema la gamba. Ho la vescica in fiamme, ma non ho intenzione di alzarmi finché non avrò finito di dirle ciò che ho da dire.</p>
<p>«Ipostasi. Dal greco: <em>hypòstasis</em>. Stare sotto. Dare concretezza a ciò che non ne ha».</p>
<p>Lei spalanca gli occhi per poi socchiuderli: lo sguardo di quando è senza occhiali e cerca di mettere a fuoco qualcosa. Gli occhiali però ce li ha.</p>
<p>«Mi stai lasciando?»</p>
<p>«Non ti sto lasciando. Tu mi piaci, lo sai. La prima volta che ti ho vista in foto mi sono venute le vertigini, giuro. Anch’io ti piacevo, suppongo. Altrimenti non saremmo qui. Poi ci siamo scritti e in un certo senso… già lì stavamo ipostatizzando il nostro rapporto. Stavamo dando concretezza alla cosa. Mi segui?»</p>
<p>«No. E per la cronaca, sei tu che mi hai scritto. Io all’epoca mi frequentavo con un altro».</p>
<p>«Fa niente. Quello che voglio dire è che… insomma, dopo quei messaggi siamo usciti, e se non sbaglio ci siamo dati anche un bacio che, seguendo il mio ragionamento, possiamo definire l’ipostasi di quell’uscita. Ora ci sei?»</p>
<p>«In realtà ti ho baciato io la seconda volta, perché al primo appuntamento tu me l’hai chiesto e me l’hai fatta asciugare».</p>
<p>L’inguine ha inizia a pulsarmi. Lo massaggio con una mano e accavallo strette le gambe.</p>
<p>«Va bene, era la seconda volta, non la prima. Comunque… dopo un po’ abbiamo iniziato a tenerci per mano. Non dico di avertela presa io per primo. Forse me l’hai presa tu, ok? In ogni caso, quel tenerci per mano dava ancora più concretezza alle foto, ai messaggi, al bacio. Poi siamo andati in gita a Garda, giusto? Ecco, per me quella è stata un’altra ipostasi. E poi c’è stato l’unicorno. L’unicorno viola che ho vinto alle giostre e ti ho regalato, quello che tieni sul cruscotto della macchina. Per come la vedo io anche quella è un’ipostasi. Ti chiederai: com’è possibile che un portachiavi di peluche dia concretezza a due persone in carne e ossa? Ti rispondo: perché no? Se ci pensi non è così assurdo. Quando mi sono fatto fare la ceretta da te, quando sono venuto al pranzo con la tua famiglia, alla serata karaoke coi tuoi colleghi, era per dare concretezza alla nostra relazione. Persino il nostro primo litigio, al cinese, ricordi?, quando ti ho detto che se non volevi dividere il dolce non l’avrei ordinato neanch’io, e da lì apriti cielo, mi hai detto che eravamo due entità separate e che dovevo imparare a scegliere per conto mio… anche lì io ci vedo l’ultima di una lunga serie di ipostasi, cominciata con una tua foto in bikini del 2018. Ma ecco, adesso ho la sensazione che quel ciclo si sia interrotto. Che non ci sia più niente da ipostatizzare. Questo e soltanto questo sto cercando di dirti, ok?»</p>
<p>«Senti, forse è meglio affrontare il discorso chiaramente».</p>
<p>«No guarda, ti fermo subito. So dove vuoi arrivare. Ti assicuro che non c’entra».</p>
<p>«Io invece credo che c’entri eccome. E forse dovremmo dirlo, una buona volta. Si chiama disfunzione erettile. Dal greco: non lo so. Ma so che dovremmo parlarne».</p>
<p>«Ecco. Vedi?»</p>
<p>«Mio padre mi ha dato il numero del suo andrologo».</p>
<p>«Cosa? Che? Perché tuo padre lo sa?»</p>
<p>«Come perché?»</p>
<p>«Perché gliene hai parlato? Chi ti ha dato il permesso?»</p>
<p>«Permesso? Dovevo chiederti il permesso? Questa è una cosa che riguarda tutti e due».</p>
<p>«Cristo Santo. Cristo Santissimo. Non posso crederci».</p>
<p>A questo punto levo la mano dall’inguine e do un colpo deciso al tavolino. Lei fa la bocca di  quando è senza occhiali e la cosa che cercava di mettere a fuoco è uscita dal suo campo visivo, e cioè una specie di ghigno strafottente. Poi mi risponde afferrando lo spritz e se lo scola tutto in una volta sola. Il risucchio della cannuccia sul fondo è la goccia che fa traboccare il vaso.</p>
<p>Mi alzo e corro in bagno.</p>
<p>Una volta tirata giù la patta, me ne sto lì e aspetto. Porta pazienza, mi dico. Adesso arriva. Intanto fa tempo a spegnersi la luce. Muovo la testa per riattivare la fotocellula. Poi le spalle. Non funziona. In quel limbo maleodorante penso all’etimologia delle prime parole che mi vengono in mente. Bagno (<em>balaneion</em>). Tazza (<em>t</em>ā<em>sa</em>). Urina (<em>oúron</em>). Etimologia. <em>Étymos</em>, <em>logos</em>, parola autentica. Sento una goccia che cade nell’acqua. Do una scrollata là sotto, fiducioso. Poi mi accorgo che sono solo io che piango nel buio. Da quant’è che sono in bagno? Cinque minuti. Forse dieci. Rimango in questa posizione finché la fotocellula non si riattiva da sè. Qualcuno bussa alla porta.</p>
<p>«Sì, occupato».</p>
<p>Tiro su col naso e tiro su la patta.</p>
<p>«Guarda che io me ne sto andando. Ho già pagato».</p>
<p>Non so cosa rispondere, quindi ripeto: «Occupato!»</p>
<p>Sento i suoi passi allontanarsi intanto che fisso la pozza del wc. Concludo che è meglio tirare l’acqua anche se non ho sporcato.</p>
<p>Quando ritorno al tavolino, il cameriere sta sparecchiando e al nostro posto si è già seduta un’altra coppia.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/23/ipostatizzare/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>West &#8211; Eastwood: Rocco Sedona</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/22/cinematico-rocco-sedona/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/22/cinematico-rocco-sedona/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2026 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Della Starza]]></category>
		<category><![CDATA[Clint Eastwood]]></category>
		<category><![CDATA[I ponti di Madison County]]></category>
		<category><![CDATA[John Ford]]></category>
		<category><![CDATA[Robert James Waller]]></category>
		<category><![CDATA[Rocco sedona]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122124</guid>

					<description><![CDATA[di <b>Rocco Sedona</b> <br />Ho con me il libro di Robert James Waller e quello di Adriano Della Starza su John Ford e Clint Eastwood. Li apro lì, accanto al ponte. Leggo davvero. Ogni tanto alzo gli occhi e ritrovo nelle pagine quello che ho davanti: il legno, l’acqua, gli alberi, la strada. Per qualche minuto il libro e il luogo coincidono.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-122127" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566.jpg" alt="" width="985" height="1335" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566.jpg 985w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-221x300.jpg 221w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-756x1024.jpg 756w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-768x1041.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-310x420.jpg 310w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-150x203.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-300x407.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/mnfcin566-696x943.jpg 696w" sizes="(max-width: 985px) 100vw, 985px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>L’ultimo dei cowboy</strong><br />
di<br />
<strong>Rocco Sedona</strong></p>
<p>È mattina presto a Des Moines, Iowa. Nonostante il jet lag, non sono stanco. Sono qui per onorare una promessa fatta a Derna, la madre di una mia amica. Derna. Nome residuo dell&#8217;esperienza coloniale? In Iowa suona come una parola di un&#8217;altra lingua, un frammento portato da un&#8217;altra sponda del Mediterraneo. Me la immagino come una di quelle città di palazzoni sul lungomare, lambite dal deserto, circondate da palme e viali che portano verso il nulla. Così distante da questa mattina continentale del Midwest.</p>
<p>Salgo sull&#8217;auto a noleggio e imbocco l&#8217;Interstate verso sud, direzione Kansas City. Supero l&#8217;aeroporto e, dopo una ventina di miglia, esco dall&#8217;autostrada. Comincia un saliscendi su una statale che non va mai dritta, tra campi e colline ancora avvolti nella nebbia. La strada è vuota, il cielo è un&#8217;assenza, e la radio, per lunghi tratti, non emette altro che musica country. Il traffico sparisce.<br />
Supero Winterset, prendo Elderberry Avenue e arrivo al ponte Roseman. Parcheggio in uno slargo. Non c&#8217;è nessuno.<br />
Qui Clint Eastwood girò <em>I ponti di Madison County,</em> interpretando Robert Kincaid, accanto a Meryl Streep nel ruolo di Francesca Johnson.<br />
Scendo. Il silenzio è fisico, interrotto soltanto dall’acqua del Middle River sotto le assi e dalle gocce della pioggia notturna che cadono ancora dalle foglie. Ho con me il libro di Robert James Waller e quello di Adriano Della Starza su John Ford e Clint Eastwood. Li apro lì, accanto al ponte. Leggo. Ogni tanto alzo gli occhi e ritrovo nelle pagine quello che ho davanti: il legno, l’acqua, gli alberi, la strada. Per qualche minuto il libro e il luogo coincidono.</p>
<p>Tiro fuori la macchina fotografica, una Nikon Zf digitale. Una discendente della Nikon F che Robert Kincaid portava al collo. La Kodachrome 25 è uscita di produzione all&#8217;inizio degli anni Duemila. I rullini, comunque, ho scelto di non portarli: troppi controlli, troppi aeroporti. Ma ho con me, insieme a un adattatore, una vecchia lente degli anni Sessanta.<br />
La giro tra le dita prima di montarla. Il barilotto porta i segni degli anni; la ghiera oppone una lieve resistenza, quasi ricordasse ancora le mani che l’hanno percorsa prima delle mie. È una cosa sciocca, certo, ma mi piace che almeno un pezzo della macchina venga da un tempo abbastanza vicino a quello che sono venuto a cercare. Il corpo macchina è nuovo, il sensore è digitale, l&#8217;immagine comparirà subito sullo schermo. La lente no, quella appartiene ancora a un mondo in cui bisognava aspettare, trattenere il respiro, sperare, senza sapere mai con certezza se ciò che si era visto sarebbe rimasto.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-122128" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-20-à-15.34.15.png" alt="" width="555" height="548" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-20-à-15.34.15.png 417w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-20-à-15.34.15-300x296.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-20-à-15.34.15-150x148.png 150w" sizes="(max-width: 555px) 100vw, 555px" /></p>
<p>Attorno, la nebbia sta appena cominciando a levarsi. Ha piovuto tutta la notte. Ci sono pozzanghere ovunque e, camminando nell&#8217;erba alta con i sandali, sento l&#8217;umidità della vegetazione sulle caviglie. Osservo, cerco la composizione giusta, scatto.<br />
L&#8217;interno del ponte è molto buio. Sul legno si leggono le scritte che mi immagino incise da molte coppiette: nomi, date, iniziali, cuori. Alcune sembrano incise in fretta, con la punta di un coltello; altre hanno una calligrafia lenta, solenne, come se chi le ha lasciate avesse pensato di poter durare più del legno. Quasi tutte prevedibili; un paio, però, riprendono le battute del film. Rimango a leggerle una per una. Alcune sembrano vecchie, vecchie abbastanza da chiedersi che cosa sia successo, dopo.</p>
<p>Questo è il luogo dove, alla fine, Robert e Francesca tornano insieme, per sempre. O meglio, non insieme nel modo in cui avrebbero potuto esserlo. Le ceneri di Robert vengono disperse al Roseman Bridge; Francesca, nel testamento, chiederà ai figli la stessa cosa per sé. Ci avevo pensato spesso, rileggendo il romanzo: due persone che non hanno vissuto insieme e che pure scelgono di condividere il luogo in cui non si è mai presenti, se non come cenere portata dal vento.</p>
<p>Guardo il legno del ponte, le assi umide, le scritte lasciate da ragazzini del luogo e da turisti che probabilmente non torneranno mai più tra le sterminate praterie dell&#8217;Iowa. È curioso che certe storie abbiano bisogno di un luogo proprio quando non hanno più un tempo. Un ponte coperto, il legno rosso mattone, le ringhiere bianche, i graffiti, l’acqua lenta, i moscerini. Mi viene da pensare a un tunnel, ma anche a una bara. Certi passaggi servono a questo: portarci dall’altra parte lasciando qualcosa indietro.</p>
<p>Il film, del resto, comincia quando tutto è già finito. I figli aprono cassetti, leggono quaderni e lettere, guardano fotografie. Scoprono che la donna che hanno conosciuto per tutta la vita ne conteneva un&#8217;altra, rimasta quasi interamente segreta. Quattro giorni che non avevano visto e che pure, in qualche modo, erano rimasti lì per decenni. Gli oggetti sopravvivono alle storie: non si scopre un amore, si scopre che l&#8217;amore ha lasciato una traccia, una scatola, una macchina fotografica, una lettera. E la traccia impone di essere guardata, anche quando non può più cambiare nulla.</p>
<p>Torno nella Chevrolet blu elettrico che ho noleggiato. Collego il telefono al Bluetooth e metto il Bhairavi, suonato dal flauto di Hariprasad Chaurasia. Poi prendo il quadernetto e una penna.<br />
«Roseman Covered Bridge, mattina. La nebbia si alza. I nomi restano sul legno. Almeno fino alla prossima mano di vernice.»<br />
Resto ancora un po’ con il quaderno appoggiato al volante, la penna in mano. Mi accorgo che, senza averlo deciso, anch’io sto mettendo insieme delle tracce: fotografie, un quaderno, qualche riga che chissà chi leggerà. È la prima volta, da quando sono partito, che scrivo qualcosa di non strettamente necessario. Anche le parole, come le fotografie, hanno bisogno di un tempo intermedio, di una camera oscura? Quando rialzo gli occhi, la nebbia si è quasi sciolta.</p>
<p>Mi rimetto in strada verso gli altri ponti: il Cedar, citato nel libro e l’unico che si può ancora attraversare in auto, e l’Holliwell, che compare invece nel film: è lì che Robert fotografa Francesca. Quando lascio il Roseman, è quasi pomeriggio. La mattina è rimasta da qualche parte tra il ponte, l’abitacolo dell’auto e le pagine del quaderno.<br />
Con il pomeriggio arrivano più visitatori. Coppie non più giovani camminano piano, si aspettano all’ingresso dei ponti, si fotografano a vicenda. Osservo soprattutto le donne. Qualcuna rimane a guardare il ponte un poco più a lungo dell’uomo che le sta accanto. O forse sono io a volerlo vedere.<br />
Poco più avanti, una donna con un abito chiaro si ferma davanti all’erba bagnata. Si sfila i sandali, li prende per i cinturini e continua a piedi nudi. Nell’afa quel gesto ha qualcosa di inatteso, una piccola libertà che dura pochi metri. Poi il marito la chiama. Lei si volta, i sandali ancora in mano. Gli risponde qualcosa che non sento e torna verso di lui, lentamente.<br />
Per un istante penso a Francesca. Non a quella del film, ma a quella che avrebbe potuto diventare molti anni dopo, in un altro pomeriggio d’agosto, mentre attraversa un ponte senza più sapere che cosa, una volta, un ponte aveva significato.</p>
<p>Mi torna in mente una frase di Francesca: «Non era ciò che avevo sognato da ragazza». Guardo ancora la donna con l’abito chiaro. Il marito le sta dicendo qualcosa, lei ride. Poi si rimette i sandali.<br />
Ma la giovinezza non c’entra. Francesca non ritrova la ragazza che è stata; intravede, piuttosto, la donna che avrebbe potuto essere. Ci avevo pensato una volta, non ricordo più quando di preciso, alla Villa dei Misteri di Pompei. Quelle figure sono ancora lì dopo due millenni, ferme sulle pareti, dentro un rito di cui abbiamo perduto il senso, eppure continuano a guardarci da un tempo che non è più il nostro. Davvero non lo è? Ad ogni modo, le vite non vissute fanno qualcosa di simile. Non scompaiono. Restano accanto a quella che abbiamo scelto.<br />
La vita di Francesca non è infelice. Ed è questo, in fondo, a rendere la sua storia così crudele. Il marito Richard non è un uomo cattivo, i figli non sono una prigione. Non c’è nessuno contro cui ribellarsi, nessun errore abbastanza evidente da poterlo correggere. Per quattro giorni, semplicemente, si apre accanto alla sua un’altra vita: altre strade, fotografie, un uomo che la guarda come se la vedesse per la prima volta. È intera quanto la prima, e proprio per questo impossibile. Alla fine non le chiede di scegliere fra due uomini. Le chiede quale delle due donne che è diventata dovrà continuare a vivere.</p>
<p>A vent&#8217;anni, una storia come questa parla dell&#8217;amore che si incontra. Più tardi parla anche delle vite che non abbiamo vissuto. Non necessariamente migliori. Soltanto possibili. E delle porte che non si sono aperte, e che restano lì, socchiuse, nel punto esatto in cui una mano ha esitato.<br />
La donna di prima appoggia la mano alla ringhiera del ponte mentre il marito la fotografa. Rimane così un istante, poi si volta verso di lui e sorride. Non so cosa stia pensando. Non so nemmeno se vorrei saperlo.<br />
Riparto verso Winterset, la città dove è nato John Wayne. Una ventina di minuti per strade sterrate, tra fattorie, silos, tralicci con le banderuole che segnano il vento e case dai grandi portici. Cerco l’incrocio dove, nel film, Francesca vede Robert per l’ultima volta. Per qualche minuto le due vite, appena separate, tornano ancora vicine. Parcheggio al distributore.<br />
È ancora lì, anche se non è più un Texaco. Nel film piove. Anche oggi è agosto, e il cielo si è chiuso quasi nello stesso modo. La luce è cambiata di colpo; tra poco pioverà forte. Entro a prendere un caffè. La donna dietro il banco riempie un bicchiere di cartone e me lo porge senza quasi alzare gli occhi. È bollente, devo tenerlo per il bordo. Per lei, penso, questo è soltanto un distributore.</p>
<p>Appoggio il caffè sul cofano e resto a guardare l’incrocio. Il semaforo cambia colore, passano poche auto. Un distributore, due corsie, un marciapiede in cemento. Nient’altro. Eppure proprio qui, per pochi secondi, un’intera vita resta ferma al rosso.<br />
Rivedo Robert sotto la pioggia, dall’altra parte della strada. Francesca è nell’auto del marito. Si guardano. Poi Robert torna al pickup. Poco dopo Francesca e Richard se lo ritrovano davanti al semaforo: lui nel pickup, loro nell’auto dietro.<br />
Robert si china verso il vano portaoggetti. È un gesto da nulla, ma Francesca lo riconosce: pochi giorni prima, facendo lo stesso movimento, il suo braccio le aveva sfiorato una gamba. Per un istante il tempo si confonde. Il pickup, la pioggia, Richard accanto a lei; e insieme quei quattro giorni, già lontani come un ricordo eppure non ancora finiti.<br />
Scatta il verde.<br />
Robert non parte.<br />
Rimane fermo ancora qualche secondo. Anche l’auto dietro di lui aspetta. Richard si spazientisce. Francesca guarda la nuca di Robert attraverso il parabrezza bagnato.<br />
Poi la sua mano cerca la maniglia.<br />
Si posa lì, le dita si stringono. Per andarsene basterebbero pochi centimetri. La mano avanza, esita, avanza ancora. Non abbastanza. In quel momento i quattro giorni sono scomparsi, il ponte è lontano, Robert stesso quasi non si vede più. Restano una mano, una portiera, quella distanza minima.<br />
Robert aspetta ancora.<br />
Poi parte.</p>
<p>Svolta all’incrocio e il pickup scompare nella pioggia. Francesca non ha aperto la portiera. Richard le chiede che cosa le sia successo. Lei gli chiede soltanto un momento.<br />
Quello che trovo più difficile nella scena è ciò che viene dopo: non accade niente di straordinario. La strada continua, il semaforo torna rosso, si torna a casa. Una decisione può dividere una vita in due senza lasciare, almeno all’inizio, nessun segno visibile.</p>
<p>Poi gli anni fanno il resto. Ciò che Francesca non ha scelto non scompare davvero. Resta nelle fotografie, nelle lettere, negli oggetti che sopravvivono a chi li ha toccati. I fantasmi sono anche questo: non presenze che ritornano, ma assenze che continuano a lasciare segni.<br />
Resto ancora un po’ davanti al semaforo. Adesso comincia a piovere. Le prime gocce sono larghe e scure sull’asfalto caldo.<br />
Robert se ne va lungo John Wayne Drive.<br />
John Wayne, a Winterset, ci era nato davvero. L’ironia è quasi perfetta. Robert sembra appartenere a un altro tempo: viene da altrove, viaggia leggero, non resta abbastanza a lungo da appartenere davvero a un luogo. L’ultimo dei cowboy. Ma un cowboy che non conquista nulla. Non porta Francesca con sé, non abbatte l’ostacolo, non forza il destino.<br />
Se ne va. E l’ultimo gesto da cowboy è sapere quando andarsene.<br />
Il western è tramontato qui, a Winterset, Iowa.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/22/cinematico-rocco-sedona/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-08-30 11:10:38 by W3 Total Cache
-->