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	<title>NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L’Autarchia è un piatto freddo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 05:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cibo]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[marco garbin]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Marco Garbin</strong><br />
L’intollerante ignora che un piatto come la polenta, oggi vessillo d’autarchia padana, è l’erede del tlaolli azteco e non esisterebbe senza il mais giunto dalle sponde del Messico delle Americhe]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_119651" aria-describedby="caption-attachment-119651" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119651" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-1068x712.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-119651" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/u11116-8530157/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3356778">Margo Lipa</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3356778">Pixabay</a></figcaption></figure>
<p>di <strong class="gmail_sendername" dir="auto">Marco Garbin</strong></p>
<p>L’intollerante siede al tavolino di un’osteria a menu fisso, un tempio della &#8220;cucina tipica&#8221; dove il rito del pranzo si consuma tra il tintinnio metallico delle posate e il brusio denso di un’umanità in pausa. In quell&#8217;atmosfera sospesa, tra vapori di cucina e tovagliette di carta paglia, trova conforto nella rassicurante ripetitività di gesti e sapori che sanno di casa. Prima di ordinare, il suo monologo è un nomadismo logorroico: attraversa il calcio, lambisce i progetti per le ferie, si rifugia in un vaneggiare nostalgico sulla fanciullezza. Poi, inevitabilmente, la conversazione precipita sulla politica, o meglio, su quella sua proiezione deformata che è la percezione del corpo sociale.</p>
<p>È qui che l’intollerante indossa la corazza dell’araldo della cultura nazionale. Evoca spettri di &#8220;sostituzione etnica&#8221;, traccia confini netti tra un noi rassicurante e un loro invasore, suggerendo che l’identità sia un monolite d’arenaria minacciato da una marea estranea. Eppure, mentre si dilunga in queste esegesi del pregiudizio, arrivano i primi piatti e con essi la prova tangibile della sua miopia storica.</p>
<h2>La distorsione cognitiva</h2>
<p>La matematica, tuttavia, sbatte contro il muro di una percezione che nell’ultimo biennio si è fatta sempre più plumbea. Sebbene gli sbarchi siano crollati di oltre la metà rispetto ai picchi del 2023, assestandosi su numeri decisamente più contenuti, il senso di insicurezza degli italiani non accenna a diminuire. Al contrario, si registra un &#8220;paradosso della sicurezza&#8221; in cui sebbene la criminalità denunciata resti stabile sui livelli di diversi anni fa, una famiglia su quattro continua a percepire un rischio elevato nel proprio quartiere.</p>
<p>Siamo di fronte a una distorsione cognitiva sistemica e ciò si evince dal fatto che l’Italia resta tra i paesi UE con la più alta sovrastima della presenza straniera. Mentre la realtà ci dice che gli immigrati sono il 9,1% della popolazione, l&#8217;immaginario comune è spesso convinto di trovarsi di fronte a una quota tre volte superiore, rimanendo vittima di uno &#8220;scoraggiamento percettivo&#8221;, sentimento che trasforma il dato demografico in una minaccia esistenziale, senza considerare che quel 10% di cittadini rappresenta una risorsa preziosa per la tenuta del sistema economico e sociale, necessaria a compensare la fragilità demografica che l&#8217;Italia sta attraversando.</p>
<h2>Il cibo mette in crisi la concezione autarchica</h2>
<p>Ma è proprio il cibo, linguaggio ben più preciso di qualsiasi grafico, a svelare la fragilità di questa concezione autarchica e se la nazione disegna confini ordinati, la biografia di ciò che mangiamo li travolge.</p>
<p>L’identità nazionale è, per sua natura, un processo di commistione; l’uomo è un primate ramingo: ottantamila anni fa, un manipolo di Sapiens risalì l’Africa verso l’Eurasia in un percorso che li portò a essere “noi”.</p>
<p>Questa risalita dall’Africa non fu una marcia trionfale di una specie isolata, ma un lungo, caotico e fecondo corpo a corpo con l’alterità. Circa 45.000 anni fa, giungendo in una terra che oggi chiamiamo Europa, i Sapiens non trovarono un deserto, ma le comunità stanziali dei Neanderthal, coi quali abbiamo condiviso caverne, prede e, inevitabilmente, letti di pelliccia. Noi, europei sedicenti &#8220;puri&#8221;, siamo i figli di quel meticciato primordiale e portiamo nelle eliche del DNA il ricordo di quegli incontri, con un genoma contenente circa il 2% di DNA neandertaliano.</p>
<h2>Ibridazioni primordiali</h2>
<p>Siamo, nel midollo e nelle sinapsi, il prodotto di un’ibridazione primordiale e il sistema immunitario che ci difende dai patogeni, la pigmentazione della nostra pelle e persino la nostra capacità di adattarci ai climi rigidi sono i regali genetici di un<em> altro</em> che abbiamo assorbito.</p>
<p>Mentre alcuni Sapiens si mescolavano ai Neanderthal, altri volsero lo sguardo a Oriente, spingendosi nelle immensità dell’Asia centrale e del Sud-est asiatico e là, in un altrove geografico e genetico, l’incontro si ripeté con l’uomo di Denisova, un altro modo di essere umano. I Denisoviani si erano adattati a condizioni estreme, dalle alte quote ai climi tropicali e gli incroci con Sapiens permisero a quest’ultimo di integrare varianti genetiche fondamentali per la sopravvivenza in nuovi ecosistemi. Oggi, le popolazioni dell&#8217;Oceania e del Sud-est asiatico conservano fino al 5% di DNA denisoviano. Un esempio concreto di questa eredità è il gene EPAS1, presente nelle popolazioni tibetane: questa variante, derivata dai Denisoviani, permette al sangue di gestire bassi livelli di ossigeno, evitando le complicazioni cardiovascolari che colpiscono chi vive ad alta quota.</p>
<h2>Siamo un mosaico</h2>
<p>Queste scoperte confermano che l&#8217;evoluzione umana non è stata una linea retta, ma un processo di<em> introgressione genetica</em>, in cui abbiamo assorbito i tratti vantaggiosi di chi ci aveva preceduto in quegli ambienti, rendendo il concetto di &#8216;purezza&#8217; biologica scientificamente infondato.</p>
<p>Siamo dunque un mosaico a più tessere di quanto osassimo immaginare. Se i Neanderthal ci hanno donato la corazza immunitaria e la pelle adatta alle brume europee, i Denisoviani ci hanno consegnato la chiave per conquistare le vette e le isole remote. Non siamo una linea retta che parte dall’Africa, ma un fiume che, scorrendo, ha accolto affluenti diversi, torbidi e preziosi. Ogni pretesa di purezza si infrange contro la realtà di un genoma che è, in verità, un diario di viaggio scritto a più mani: siamo il risultato di un desiderio che non ha conosciuto frontiere, un’umanità che è diventata tale solo accettando di perdersi l’una nelle braccia dell’altra.</p>
<h2>Quante culture nella polenta</h2>
<p>Questa stessa dinamica di &#8216;meticciato&#8217; biologico trova un corrispettivo speculare e immediato nella cultura materiale, e in particolare in quella cucina che oggi brandiamo come vessillo di una presunta identità immutabile.</p>
<p>Mentre l’intollerante ripete slogan mediatici, gli viene servita la polenta e mentre addenta la sua forchettata, ignora di masticare secoli di rotte commerciali dove si scambiavano merci e cultura.</p>
<p>L’intollerante ignora altrettanto che un piatto come la polenta, oggi vessillo d’autarchia padana, è l’erede del <em>tlaolli</em> azteco e non esisterebbe senza il mais giunto dalle sponde del Messico delle Americhe; avrebbe potuto scegliere la pasta, che egli celebra come dogma nazionale, ma essa è il lascito della dominazione araba in Sicilia, figlia della <em>itriya</em>.</p>
<h2>Non esistono &#8220;piatti tricolore&#8221;</h2>
<p>Se analizziamo la genesi di altri dei nostri “piatti tricolore”, ci accorgiamo che la tradizione è un precipitato di scambi globali; ad esempio, la lasagna non avrebbe quella sua architettura opulenta senza la besciamella, un’eredità tecnica giunta a noi dalle corti di Francia, dove la salsa <em>Béchamel</em> venne codificata prima di diventare il legante essenziale delle nostre domeniche. O si guardi ai pizzoccheri della Valtellina che non esisterebbero senza il grano saraceno, una pianta che a dispetto del nome è giunta a noi attraverso le rotte commerciali dell’Est Europa e dell&#8217;Asia centrale portando con sé il sapore di steppe lontane.</p>
<p>Ma l’esempio più lampante della nostra “purezza contaminata” rimane il pomodoro, frutto giunto dalle Americhe che per secoli fu relegato al ruolo di curiosità botanica e guardato con sospetto per una presunta tossicità e utilizzato esclusivamente come pianta ornamentale per adornare giardini aristocratici. Ben lontana dall&#8217;estetica rubina delle varietà contemporanee, questa solanacea presentava caratteristiche morfologiche e cromatiche profondamente distanti dagli standard odierni. Privo del pigmento rosso del licopene, il frutto brillava di un giallo così intenso da essere celebrato dai naturalisti del Cinquecento come <em>Mala aurea</em>, un&#8217;immagine luminosa rimasta scolpita nel tempo che ha dato origine al nome con cui ancora oggi lo chiamiamo: il <em>pomo d’oro</em>, al secolo pomodoro.</p>
<p>La sua trasformazione nel cuore pulsante di piatti tanto cari all’Intollerante come la pizza o la pasta al sugo non fu immediata, ma frutto di un lungo processo di addomesticamento e integrazione culturale; senza questa importazione transoceanica, l’idea stessa di cucina italiana che difendiamo oggi sarebbe del tutto irriconoscibile e priva dei suoi elementi più identitari.</p>
<h2>L&#8217;illusione della purezza gastronomica</h2>
<p>La narrazione della &#8220;purezza&#8221; gastronomica crolla definitivamente davanti all&#8217;evidenza di un menù che è, a tutti gli effetti, un atlante geografico mascherato da ricettario della nonna. Il secondo piatto dell’intollerante, un classico baccalà con patate, incarna perfettamente questa globalizzazione ante-litteram e si tratta di un cortocircuito temporale e spaziale: da un lato il merluzzo nordico, conservato grazie alle tecniche di essiccazione ereditate dai navigatori vichinghi, dall&#8217;altro un tubero che fino al tramonto del Medioevo era confinato negli altipiani andini del Nuovo Mondo, due mondi che non avrebbero mai dovuto toccarsi si ritrovano oggi fusi in un’unica identità locale.</p>
<p>Il culmine dell’ironia si raggiunge però con il dolce, spesso considerato l&#8217;apice della maestria artigianale nazionale. Il goloso Intollerante ha ordinato un semplice tortino al cacao il quale, in realtà, si dimostra un’operazione di assemblaggio planetario: la sua farina proviene dalle prime domesticazioni della Mezzaluna Fertile in Medio Oriente, lo zucchero e le uova affondano le loro radici evolutive in Asia, mentre il cacao e la vaniglia sono i frutti sacri delle terre degli Indios. Spacciare questa miscela per una tradizione autoctona significa ignorare i secoli di rotte commerciali e scambi che hanno reso possibile la sua esistenza.</p>
<p>Infine, il rito conclusivo del caffè. accompagnato dalla immancabile pretesa che &#8220;come lo fanno qui nessuno mai&#8221;, chiude il cerchio del paradosso nel quale celebriamo come massima espressione del genio locale un infuso ricavato da una bacca che è un dono delle alture dell&#8217;Etiopia. La tazzina che l’intollerante si accinge a sorseggiare non è il simbolo di un&#8217;autarchia culturale ma l&#8217;ultima traccia di un lungo viaggio che dalle foreste africane è passato per i porti dello Yemen e di Venezia prima di diventare quotidianità.</p>
<p>Questa immagine dell’intollerante satollo è il compendio plastico di un’ironia storica che sfugge a chiunque invochi la purezza delle radici. Seduto su una sedia, un’eredità tecnica della civiltà egizia, allenta una cintura di foggia persiana dai propri pantaloni di lino, fibra che ha risalito il Nilo per vestire l&#8217;Europa antica. È l’estetica di un benessere che si crede autoctono e che invece è cucito addosso con fili provenienti da ogni coordinata del mondo conosciuto.</p>
<p>L&#8217;atto finale del pasto, l&#8217;ordinazione di un limoncello, suggella questo paradosso geografico. Quel liquore che oggi brandiamo come vessillo dell’autenticità mediterranea è, in realtà, il prodotto di un doppio sincretismo, tecnologico e botanico, nel quale da una parte vi è la distillazione perfezionata dai chimici arabi medievali per scopi medici e alchemici prima di diventare la base della nostra industria degli spirit e dall&#8217;altra c&#8217;è il limone stesso; tale frutto non è un ospite ancestrale delle nostre coste bensì un ibrido tra il cedro e l’arancia amara, forgiato nelle serre naturali dell&#8217;Asia sud-orientale e introdotto nel bacino del Mediterraneo dagli Arabi intorno al X secolo.</p>
<h2>&#8220;Buono da pensare&#8221;</h2>
<p>Come suggerirebbe Lévi-Strauss, il cibo non è solo &#8220;buono da mangiare&#8221; ma anche e soprattutto &#8220;buono da pensare&#8221; e in questo contesto aggiungerei “buono da riflettere”. Indipendentemente dalle costruzioni ideologiche che abitiamo, ciò che mangiamo ci restituisce un’immagine di noi stessi nuda e puntuale, spesso in rotta di collisione con le narrazioni che elaboriamo a tavolino. In questo senso, il piatto agisce come lo specchio in una sala prove: una superficie di verità che riflette, o per meglio dire corregge, i passi falsi della nostra percezione, mostrandoci dove la teoria della sedicente purezza inciampa nella pratica dell&#8217;assimilazione.</p>
<p>Ogni boccone diventa così una lezione di realismo che demolisce il mito dell&#8217;isolamento, mostrando che non esiste un &#8220;io&#8221; autarchico ma solo un organismo che evolve grazie alla sua capacità di incorporare l&#8217;esterno. La tavola è l’ultima frontiera dove l’evidenza del gusto e la necessità del nutrimento trionfano sulla cecità del pregiudizio, rivelando che il meticciato non è una scelta ideologica ma la condizione stessa della nostra esistenza.</p>
<p>In questo scenario, il cibo smette di essere un semplice sostentamento per farsi manifesto politico dove diviene irrefutabile araldo anti-suprematista. La tavola ci dimostra che l’incontro tra culture non è un rischio di contaminazione da scongiurare e si configura come motore possibile del progresso; se la cultura italiana è diventata un’eccellenza globale non è stato nonostante gli innesti esterni ma proprio grazie ad essi e senza il coraggio di accogliere il “diverso”, fosse esso un tubero andino o una tecnica di distillazione araba, la nostra identità sarebbe rimasta un paesaggio arido, privo di quei colori e sapori che oggi mostriamo al mondo con orgoglio.</p>
<h2>C&#8217;è evoluzione quando c&#8217;è contaminazione</h2>
<p>La storia della nostra cucina insegna che l&#8217;evoluzione avviene solo quando ci si contamina e che l&#8217;isolamento produce stagnazione, mentre lo scambio genera innovazione e accettare questa verità significa riconoscere che la nostra tradizione è, in realtà, il successo di un’integrazione riuscita e rifiutarla continuando a sostenere una purezza identitaria diviene un atto di autolesionismo culturale. Sedersi a tavola oggi significa allora celebrare l’inevitabilità del meticciato come unica via per la bellezza e la sopravvivenza di una civiltà.</p>
<p>Se Feuerbach diceva che siamo ciò che mangiamo, dovremmo ricordare che siamo anche ciò che abbiamo mangiato e che mangeremo perché la tradizione non è un approdo statico, ma un istante di equilibrio in un flusso perenne: essa rimane tale solo finché non si accorge di essere già mutata.</p>
<p>L&#8217;intollerante ora si alza da tavola e si dirige ai servizi, apre l&#8217;acqua e inizia a lavarsi le mani col sapone che, come ultimo smacco, è prodotto gallico.</p>
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		<title>Les nouveaux réalistes: Nicolò Tonazzini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolò Tonazzini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Nicolò Tonazzini</b> <br />E, se uno, un qualcuno, un giorno, un giorno qualsiasi per il più futile dei motivi  dovesse decidere con precisa esattezza il giorno in cui quella canzone diventò la sua ossessione, la sua malattia,  sceglierebbe sicuramente il mercoledì.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119785" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-03-alle-17.22.45.png" alt="" width="1056" height="1044" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-03-alle-17.22.45.png 1056w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-03-alle-17.22.45-300x297.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-03-alle-17.22.45-1024x1012.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-03-alle-17.22.45-768x759.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-03-alle-17.22.45-425x420.png 425w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-03-alle-17.22.45-150x148.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-03-alle-17.22.45-696x688.png 696w" sizes="(max-width: 1056px) 100vw, 1056px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Arrio</strong><br />
di<br />
<strong>Nicolò Tonazzini</strong></p>
<p>Rosso bianco, rosso bianco, rosso bianco, bianco rosso, bianco rosso, bianco rosso, nero:<br />
Nick tirò giù il finestrino davanti.<br />
— Dobbiamo andare ora che non c’è nessuno.<br />
I fari entrano di balzo nel campo secco. Frugano inquisitori nell’erba alta. Ma niente. Forse era solo la suggestione dei carri, quei carri rossi con le prese per l’aria. Niente. Niente bestie.<br />
— Il circo di Vienna eh?<br />
Pier con la faccia scocciata ribaltò gli occhi all’indietro.<br />
— E non passarci in mezzo con la macchina!<br />
— Stai tranquillo che non succede niente.<br />
— Te sei scemo dove ti pettini… ma guarda te dove cazzo ci infiliamo, dai! Sono zingari! Figurati se non sanno già che siamo dentro&#8230; e poi con la macchina svegli quelle bestiacce&#8230; fanno casino.<br />
— Stai sereno.<br />
— Occhio ai buchi!<br />
— Pier, stai tranquillo, lasciami fare! Così rise grottescamente.<br />
Lo stereo ruffiano in sottofondo cantava una canzone, sempre la stessa, di continuo ormai da giorni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Arrío (Arrivo)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/82jr7Nf0E8Y?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Se uno, un qualcuno, un giorno qualsiasi, dovesse decidere con precisa esattezza il giorno in cui quella canzone diventò la sua ossessione, sceglierebbe sicuramente il mercoledì.<br />
Perché di mercoledì dici? Perché il mercoledì si davano appuntamento ormai da settimane senza scoprirsi dalle lenzuola. Il primo mercoledì del mese di agosto Nick si tatuò in testa quella canzone; forse perché la sentiva vicina, forse perché era stata lei a rendergliela manifesta, spietatamente lucida nel suo genovese stretto:<br />
Arrio, arrio, aspëtime doman a mëzogiorno e me s’astrenze o cheu a pensâ che te vediò, prepara doî raieu che se i mangemmo.<br />
Tutto qui. In quella canzone c’era nascosto il suo segreto, il suo amore, il suo vestito rosso, agosto, il mare, le feste da bere, la puzza dei carruggi, l’aria satura di sali del porto e persino il tonno che pochi giorni prima aveva visto saltare e che all’Alice sembrava un delfino.<br />
Ora però bisognava controllare se ci fossero le bestie. Quelle che Pier aveva visto tornando dal lavoro. Quelle che trasportavano gli zingari. E a quella faccenda sì che bisognava andarci in fondo, non poteva rimanere a mezzo. Ora si doveva sapere, era necessario sapere! Necessario proprio come respirare, succhiare le caramelle senza romperle e morderle sul finale o sdraiarsi in un prato. Era necessario sapere esattamente, come se fosse un sesso gonfio che sta per esplodere in attesa dell’orgasmo, se fra quelle bestie là nel campo grande, ci fosse stata lei&#8230; magari seduta in mezzo al tendone con il suo vestito rosso cesellato nel nero a cantargli quella canzone, a schiarirgli quella sua ossessione, a sbrogliare il suo sogno lucido, Arrio.</p>
<p>— Svelto usciamo dal buco che dà sulla via.<br />
— Te Pier sei sicuro che c’erano i carri con le bestie eh?<br />
— Giuro, ti dico che le ho viste! Mi prendi per scemo?<br />
— Io non ne vedo, mi basta questo: Arrio, doman ritorno dòppo tanti anni.<br />
— Facciamo il giro lungo, magari da fuori si vedono meglio.<br />
— Ti giuro, te lo giuro che le ho viste!<br />
— No ghe a faxeiva ciù a stâ lontan de tii.<br />
— Fai il serio, che se ci prendono qui dentro ci fanno il culo.<br />
— Ti ho detto che va bene facciamo il giro lungo! Arrioo doman ritorno dopo tanti anni no ghe a faxeiva ciù a stâ lontan de ti, invita anche teu lalla che parlemmo.</p>
<p>Fuori il ciclico rumore delle ruote tagliava la strada meravigliosamente in tre: il campo, l’asfalto e il cielo stravaccato nel ciglio destro.</p>
<p>Che nero il cielo in agosto! C’è uno strano odore di fieno che punge il naso appena esci sulla destra, e il muretto spruzzato di sassi e cemento perimetra tutto il campo. Quando svolti vedi una lucina: è la luce degli zingari accampati. Eroica e ostinata basta da sola a sbranare il buio. Facci caso che si nasconde dietro a un telone, ora riappare, ora ti invita a cercarla fra gli stracci stesi al sereno. Non te ne accorgi ma ci sei già dentro. Vedi che quel palo bianco s’avvicina? La luce si fa calda, sempre più; intima matrigna, ti porta al pilone dritto piantato nel mezzo. Ci sali su senza saperlo e arrivi in quel cielo blu sicuro patinato. Adesso certamente blu, sicuramente blu. Guarda bene quel pilone rosso e bianco dritto là, se lo incontri con lo sguardo —ti dico— si incrociano gli occhi sulla cima. Adesso però non ti distrarre, tieni gli occhi fissi sulla strada!</p>
<p>Dietro la curva secca un ritmico lampeggìo insiste a scatti vomitando lampi di verde.</p>
<p>Quand’ea partio gh’aveiva quarche franco&#8230;<br />
l’idea de fâ fortuña me scialavaa, oua ritorno sensa ‘na palancaa.<br />
Così cantava la radio e così si gira l’angolo dietro la farmacia.<br />
Fermi d’un tratto assorti, i lemuri del deserto: due cammelli e un dromedario. Due serpenti, titolari dell’insegna, come fossero saette verdi attorcigliate al bastone lampeggiando, avevano smosso le viscere di Nick.</p>
<p>— Il caduceo che raccontavi prima eh?<br />
— Dove?<br />
— Su, stampato sull’insegna della farmacia.<br />
— Ah e sì — Nulla più. Non dissero altro. Adesso non contava più niente. Nemmeno che i grilli urlavano alle stelle le fatiche della giornata e che quelle, placide e inerti, rispondevano dal loro seggio borghese con eleganti sbadigli luccicosi. Niente più contava. Ora c’era il campo e dentro al campo le bestie sempre più nervose. Bisognava strapparle ora dal sogno, dall’immaginazione e renderle solo un po’ più vive.</p>
<p>— Dai scendi giù — insistendo — scendi giù dalla macchina.<br />
— Un attimo.<br />
— Scavalchiamo?<br />
— Gli animali — indicando il campo.</p>
<p>Silenzio! Odio interrompere ma è necessario! Signori e signore fermate adesso il disco. Silenzio. Notturno, erotico, intraducibile. Lungo non troppo da annoiare, ma nemmeno troppo poco da non poter essere goduto, lussurioso, primitivo: silenzio.<br />
Poi…</p>
<p>— La gabbia delle tigri. Laggiù in fondo — disse una voce dal buio.<br />
Davanti il nero del campo schermava la vista.<br />
— Sono quattro vero? I cavalli nel recinto sbuffano innervositi.<br />
— Sì, le ho viste questa sera mentre mangiavano — il cammello partigiano scuote il collo convulso.<br />
— Sai che però a me fanno pena con tutto sto caldo.</p>
<p>Nick si fermò d’istino come fotografato su una smorfia di un’istantanea scolorita.<br />
Faceva un caldo normale per essere estate, era normalmente agosto. La radio cantava normalmente una canzone, ormai da giorni, sempre la stessa, Arrio. Una scossa di polvere s’alza sul dorso del cammello. Fa ancora più caldo se ci pensi, eh?</p>
<p>— Muoviti che andiamo — Pier muoviti —<br />
— Non andare troppo in là — cosa lasci la macchina qui?</p>
<p>Dalla macchina parcheggiata a casaccio sulla strada puntinata, una canzone, un’ossessione, sempre la stessa, ormai da giorni: arrio, arrio, t’aspëto tutto o giorno in sciâ banchiña, nel suo genovese stretto quasi a perculare l’oltre mare, le banane, i chicchi di cioccolato amaro, il caffè.<br />
Se quande t’arriviæ no ti me conoscæ, son quello con e braghe repessæ.<br />
Un battito, adesso un colpo. Il ritmo di un’orrida danza carioca avanzava ora dentro Nick. Avanzava sempre più con le sue movenze carnevalesche e l’incedere frenetico. Ossessivo e spigoloso, lo spingeva in avanti con un passo malcerto, un po&#8217; più in là. Più in là nel fosso. Un passo, una pausa. Un passo e poi l’erba, la fossa per l’irrigazione, e i grilli ingessati dalla suola delle scarpe. Una gamba cede, l’altra recupera velocemente. Davanti: l’acciaio rugginoso della gabbia grande.</p>
<p>— Porca puttana, Nick non vorrai andarci dentro? Nick!</p>
<p>Non rispondeva più. Perso nelle saldature scarlatte della gabbia non rispondeva più come rapito dagli zingari. Pier agitava vorticosamente le piccole mani, insolitamente piccole per uno della sua stazza. Lo cercava frenetico con lo sguardo, nella speranza di attirare la sua attenzione; muoveva le mani e sgranava gli occhi azzurri per non farsi sentire dagli zingari. La voce gli si strozzava in gola. Nel velleitario tentativo di attirare l’attenzione produceva un verso criptico:</p>
<p>— Nick, sei un coglione!<br />
E ancora:<br />
— sei proprio un coglione — giuro che questa volta me la paghi.</p>
<p>Terribilmente elegante nel suo presagio di morte, dal nero oleoso della gabbia una sagoma sinuosa avanza nell’aria grassa. Chiama a sé le ombre trattenendole come marionette in un miscuglio striato aldilà del recinto. Qui il presente, sconfinato nel sacro, diventa plastico diritto d’esistenza.<br />
Nick di fronte alla rete cercava in lungo e in largo con lo sguardo; muoveva gli occhi su e giù come un bue nell’antrone del macello. Lo sapeva, lo sentiva, come il respiro ansioso che gli usciva dal naso, come l’incedere morboso di una samba tropicale, lo sapeva, sapeva che lei era lì. Il suo vestito rosso e quel foulard dorato che usava per fermare i capelli. I capelli neri come strisce sottili, sottilmente tigrati, lei era lì.</p>
<p>— È matto. Sospirò Pier.<br />
— Se continua così ci va a finire dentro.<br />
Pier non vedeva più niente vicino alla gabbia. Mentre deglutiva sentiva, in tutta la sua impotenza, il spore ferroso del sangue che scendeva giù dal naso alla bocca.<br />
— Smettila, ora basta! Gridò isterico.<br />
— Giuro che se non la smetti inizio a&#8230; mi metto a urlare&#8230; giuro che sveglio gli zingari!<br />
— Non preoccuparti, Arrio — poi silenzio.<br />
Sospirò. Salì con le ginocchia ossute quasi a sfiorarsi la gola. Mise prima un piede, poi l’altro sulle due sbarre grosse della gabbia. E lì, nel bilico, vide qualcosa muoversi dentro il silenzio.<br />
— Nick stai fermo per l’amor di dio — Pier adesso urlava pazzo senza alcun ritegno — ti prego stai fermo! Per l’amor di dio non c’è niente dentro, vieni via — vieni via — nel dire ciò si bruciò la gola mentre gli occhi gli strabuzzavano rossi di rabbia.<br />
Nick fissò la porta nera: ora finalmente riusciva a vedere qualcosa divincolarsi nel buio, delle righe asimmetriche condite di religioso silenzio. Era agosto e faceva caldo, un caldo normale. Adesso Pier quasi si metteva a piangere dal nervoso, solo, nella sua impotenza. Cercava aiuto tutto intorno negli sghembi fili d’erba nei grilli muti nei tendoni ondulati. Le vene gli pompano il sangue nei bulbi rotondi. Ha gli occhi pieni di terrore nel realizzare che domani non tornerà al lavoro.<br />
Poi un tonfo sull’erba secca. Adesso il silenzio si veste a strisce rosse e nere, elegante nei suoi brandelli. Nick rimase fermo come incantato. Adesso aveva capito. Pieno del suo sogno lucido, aveva finalmente capito. Chiuse gli occhi più stretti che poteva. Un sussurro gli rimase incartato in gola:<br />
— Arrio.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ho detto casa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/23/ho-detto-casa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Guendalina Bruni]]></category>
		<category><![CDATA[ho detto casa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Guendalina Bruni</strong> <br /> Lunedì scorso ho detto casa, per la prima volta. Ho detto casa. Ho detto casa e va bene così. Ho pensato a tutto quello che c’è dentro.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Guendalina Bruni</strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-120054" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/per-post-ni-08-300x188.jpg" alt="" width="300" height="188" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/per-post-ni-08-300x188.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/per-post-ni-08-1024x640.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/per-post-ni-08-768x480.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/per-post-ni-08-672x420.jpg 672w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/per-post-ni-08-150x94.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/per-post-ni-08-696x435.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/per-post-ni-08-1068x668.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/per-post-ni-08.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></strong></p>
<p>Lunedì scorso ho detto casa, per la prima volta. Ho detto casa. Ho detto casa e va bene così. Ho pensato a tutto quello che c’è dentro. Gli scaffali colmi di ricordi, accumulati negli anni, incastonati nel cervello; i passaggi di una vita che spariti tornano. Sono così tanti da affollare i ripostigli, chiusi a chiave, stanno lì.</p>
<p>Li ho messi lì e quando apro sono sempre lì, in salvo.</p>
<p>Ci ho messo i giorni della scuola, ci ho messo Pascal, i suoi capelli biondi e gli incisivi levigati, la voce rauca e il corpo tozzo. Ci ho messo lui e le sue gomme masticate, poi attaccate sotto il banco. Ci ho messo tutte le volte che ha risposto: “No, non Pasquale, Pascal, mia mamma è francese”.</p>
<p>Ci ho messo i pomeriggi in piazza, ci ho messo Lisa, che col tempo si trasforma, i capelli castani che ritrovo prugna; ci ho messo le sue camicette bianche, i colletti con su i ricami della zia, nascosti per bene sotto il chiodo.</p>
<p>Lisa che si presenta qui in tuta, il gilet imbottito, che dà un bacio a Pascal che l’ha portata, Pascal che non ha più gomme in bocca, che fabbrica il suo sorriso levigato e si affretta ad andar via. A dopo Pascal, dice Lisa, poi mi guarda e intona il solito Buongiorno Maurizio, come andiamo? Sei pronto? Ora attacca la lingua al palato e fai <em>li-i-i-li</em>.</p>
<p>Lisa, la volta scorsa ho detto casa. È difficile da dire, per via della <em>esse</em>. Vorresti che dicessi anche il tuo nome, accontentati Lisa. In <em>casa</em> c’è tutto, e se manca la <em>elle</em> prima o poi verrà fuori anche lei.</p>
<p>Devo solo ricordarmi dove l’ho messa, la credenza è piena, Pascal prende tutto lo spazio, più piccolo di così non posso ricordarlo; è cresciuto, gli anni passano per tutti.</p>
<p>Cerco la <em>elle</em> nel mobiletto del bagno, in mezzo alle altre lettere. Non provare a dirmi di spostare il rasoio, quello non si tocca. Deve rimanere lì, è l’unico posto a portata di mano, sulla sedia a rotelle non posso mica fare miracoli. Lo impugno e me lo passo sul mento &#8211; come fosse acceso &#8211; poi guance, collo, faccio tutte quelle smorfie che mi hai insegnato. Come ti facessi la barba dici sempre, così stringo le labbra e le spedisco a destra poi a sinistra, stiro e contraggo, fa bene ai muscoli. Muscoli con la <em>elle</em>, per intero non so dirlo, nel cassetto non c’entrano, troppo lunghi, ho provato nel water ma sono sgusciati via giù per lo scarico al primo sciacquone. Eh, mi avevi avvisato sì, ma ho voluto provare lo stesso, che vuoi farci sono un testadura. Ho pur sempre detto <em>casa</em>, è già tanto. I soldi non ci sono e le sedute costano, e <em>casa </em>non è mica da tutti. Ora so come funziona, Lisa, ci hai messo quattro lunedì, il primo gratis. Il prossimo verrà fuori tutto di botto, apro porte, cassetti e sportelli; stacco a unghiate la vernice ormai logora e allora vedrai, Lisa, vedrete che viene giù tutto, di strada ne ho fatta, non sta a me dirlo ma è così. Non ho detto <em>casa</em> tanto per dire, l’ho detto perché è la chiave, è il cuore, è dove vanno tutte le memorie che ancora resistono, è lì che ho messo tutto. C’è un disordine tremendo. Ci sei anche tu, Lisa, ma magari per ora trovo solo <em>Isa</em>. Non me ne volere, devo prima sfilare le altre mille parole impilate a casaccio e trovare quella lì. Se anche riuscissi ad aprire il cassetto giusto, ci vuole un po’ prima di scovarla. Ma tu hai pazienza, non è vero? Hai tanta pazienza tu, te la paga mia figlia, e se ci metto di più: pazienza, appunto, mangi un altro cioccolatino di quelli che mia moglie ti offre per riempire i silenzi, e aspetti. E intanto ingoi discreta, prima di ripetere quei suoni a bocca spalancata, che poi i denti neri si vedono. Del nero lo sai che non è modo, sei educata e bevi un sorso d’acqua, ti sciacqui con cura, e poi riprendi. Mi dici dai riprova, <em>li-i-i-li</em> e io ti vengo incontro, faccio il suono, metto in moto, ma ti guardo e confesso con gli occhi che non è una questione di provare, è solo questione di cercare: aprire e chiudere, spostare, frugare, infilarsi in fondo e scovare. E se poi non è esattamente la parola che volevi, bisogna sapersi accontentare. Che se quella esiste ci sono anche le altre, è la prova che è ancora tutto lì, bisogna saper aspettare. E con pazienza aprire:  porte, cassetti e sportelli. E tastare, spulciare, staccare a unghiate e sfilare, e finalmente, con pazienza trovare.</p>
<p>(n.d.r.: foto di Daniele Muriano)</p>
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		<title>«Bisogna riscrivere i classici?»: dèmoni e fate della riscrittura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani </strong> <br /> «Sembra la matrigna di Biancaneve»: quante volte l’avremo detto, o anche solo pensato, per alludere a una donna malvagia? Eppure questa non è la versione originale della fiaba, bensì un piccolo esempio delle infinite vite della riscrittura]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_120663" aria-describedby="caption-attachment-120663" style="width: 1276px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120663" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32.png" alt="" width="1276" height="429" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32.png 1276w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-300x101.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-1024x344.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-768x258.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-1249x420.png 1249w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-150x50.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-696x234.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-1068x359.png 1068w" sizes="(max-width: 1276px) 100vw, 1276px" /><figcaption id="caption-attachment-120663" class="wp-caption-text">Untitled (Roses), 2008. ©Cy Twombly Foundation, Photo: Elisabeth Greil, Bayerische Staatsgemäldesammlungen, Museum Brandhorst, Munich</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>«Sembra la matrigna di Biancaneve»: quante volte l’avremo detto, o anche solo pensato, per alludere a una donna malvagia o antipatica? La fiaba appartiene da sempre al nostro immaginario, strettamente collegata allo schema di un rapporto governato dall’invidia, in cui un’adulta non riesce a sopportare di essere meno bella di una bambina dalla pelle candida. Che choc psicologico, dunque, scoprire che, nella prima versione dei fratelli Grimm (1812), la donna non è la matrigna di Biancaneve, bensì la madre. Funesto è stato per lei il desiderio di avere una figlia «bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano», perché da quel momento, alla domanda «Specchio mio che stai sul muro/sono io la più bella, è sicuro?», lo specchio non farà che rispondere: «Regina signora, siete la più bella in questa stanza/ma Biancaneve vi supera a oltranza!»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Divorata dalla gelosia, la madre tesse varie trame infanticide. Probabilmente troppo «estrema», la stesura originale sarà modificata dagli autori già nell’edizione del 1819, trasformando il personaggio crudele da madre in matrigna, così da rendere il suo odio più “moralmente sostenibile”. Eppure è questa narrazione «aggiornata», modificata, che – almeno per il momento – è passata alla storia, influenzandone la ricezione, generando <em>topoi</em> e finanche clichés linguistici.</p>
<p>È un piccolo esempio dei tanti percorsi della riscrittura: chi fruisce di narrazioni vive immerso in una costellazione di versioni diverse, edizioni scorciate o modificate, traduzioni più o meno infedeli, interpretazioni radicali, che si sovrappongono, sostituiscono o coesistono in un movimento incessante e in buona parte imprevedibile, dimostrando, come diceva Borges, che «il concetto di testo definitivo appartiene soltanto alla religione o alla stanchezza»; e, si sa, Borges ha quasi sempre ragione.</p>
<p>La questione della riscrittura è tornata alla ribalta del dibattito contemporaneo per via del caso Roald Dahl, scoppiato nel 2023 a seguito della decisione, da parte della Puffin Books, di proporre delle edizioni dei suoi libri purgate del lessico suscettibile di urtare la sensibilità del pubblico per motivi di ordine razziale, sessuale o legati alla rappresentazione del corpo. Se ne è molto discusso e nell’arco dell’ultimo anno sono apparsi in Francia due libri che esplorano gli universi delle riscritture.</p>
<p>Il primo è un volumetto tascabile della storica Laure Murat, intitolato <em>Toutes les époques sont dégueulasses </em>(Verdier 2025): distinguendo la «réécriture» (riscrittura creativa, a fini artistici: un esempio su tutti, la <em>Phèdre </em>di Racine, che riprende il mito greco per trasformarlo in una delle opere più belle della letteratura francese) dalla «récriture» (il rimaneggiamento di un testo per ragioni morali o comunque non estetiche: il caso Dahl, appunto), l’autrice sottolinea come la seconda sia quasi sempre dovuta a esigenze di mercato e, proponendo una casistica editoriale varia, evidenzia anche il ruolo politico-culturale importante che hanno e avranno le case editrici negli anni a venire: decidere quali pratiche adottare e quali non (vale, peraltro, anche per l&#8217;uso delle IA). Per Murat, contestualizzare (attraverso paratesti, prefazioni, postfazioni, ecc.) e problematizzare (ad esempio a lezione, ampliando lo spettro di letture somministrate) i classici che possono urtare la sensibilità degli studenti è senz’altro una via percorribile, tenendo a mente che la portata delle «récritures», cioè delle riscritture a fini non estetici, è sì da tenere sott’occhio, ma non va confusa col nemico vero e proprio, che è altro ed è rappresentato dalla censura – termine del quale a suo avviso si abusa in tempi di guerre culturali. «Al XXI secolo tocca raccogliere la sfida di questo conflitto fra arte e morale. E questo non può avvenire falsificando le opere, cioè mettendo la polvere sotto al tappeto, ma dando prova di lucidità rispetto al canone, di coraggio intellettuale e, soprattutto, di creatività». Una creatività che può consistere nel trovare nuove maniere di dialogare con testi problematici, come ha fatto Percival Everett con <em>James</em>, in cui ripercorre <em>Le avventure di Huckleberry Finn </em>di Mark Twain dal punto di vista dello schiavo Jim. In occasione di un incontro svoltosi all’università Sciences Po di Parigi lo scorso gennaio, Murat, che è autrice di un precedente saggio sulla Cancel Culture intitolato <em>Qui annule quoi? </em>(Seuil 2022), ha evocato l’idea di interagire col passato coloniale non cancellandone le tracce, ma rispondendovi, come è stato fatto ad esempio a Nancy, dove, piuttosto che abbattere la statua del sergente Blandan, figura chiave della colonizzazione in Algeria, è stato commissionato un «contro-monumento», la <em>Table de désorientation</em>, che ora fronteggia e mette in discussione il monumento precedente. Insomma, nelle sue parole, «eliminare ciò che oggi disturba perché lo si ritiene offensivo significa privare gli oppressi della loro oppressione».</p>
<p><em>Toutes les époques sont dégueulasses</em> mira a distinguere le pratiche di riscrittura, a osservarle caso per caso – ce lo insegna, del resto, l’infinita pratica di riscrittura che è la traduzione, un campo nel quale la frase mantra è «dipende dal contesto»; è un saggio breve che si prefigge di discernere gli scopi puramente commerciali di alcune riscritture, dietro le quali può annidarsi una strumentalizzazione di pur sacrosante rivendicazioni identitarie.</p>
<p>Se Murat invita dunque a non polarizzare il discorso, a uscire dallo schema pro/contro la riscrittura, il recente libro di Tiphaine Samoyault, <em>Toutes sortes de Misérables </em>(Seuil 2026), va oltre e spariglia le carte, facendo esplodere lo stesso concetto di riscrittura in una miriade di frammenti che tutti attraversano la galassia letteraria. Pur ammettendo che il neoliberismo si traduca anche in una pluralità di versioni pensate <em>ad hoc</em> per un certo mercato, l’autrice evidenzia come il movimento della riscrittura abbia una portata molto più ampia: considerarne le diverse declinazioni significa ragionare sulle dinamiche arborescenti e complesse della «repubblica mondiale delle lettere».</p>
<p>Il punto di partenza è ancora una volta Borges: in quanto «fatto mobile», il testo è in continua evoluzione, anche il cosiddetto «testo originale». Questa idea, che presiede all’intera poetica borgesiana e si presta a proficue applicazioni nel campo traduttologico<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, va intesa non tanto alla lettera, ma piuttosto come una direzione ideale; la sua <em>mise en abyme</em> perfetta è il racconto <em>Pierre Menard, autore del Chisciotte</em>, che in <em>Dopo Babele</em> Georges Steiner definiva «probabilmente il commento più acuto e più denso che sia mai stato proposto al problema della traduzione».</p>
<p>Le opere letterarie non sono immutabili, annuncia dunque in apertura Samoyault, ma anzi, nel considerare le loro numerose evoluzioni, sembra che i classici diventino tali anche per via delle loro riscritture, che, pur nella loro diversità tipologica, l’autrice vede come «il contrario della cancellazione», perché sempre serbano memoria dell’originale e contribuiscono in qualche modo a tenerlo in vita. Possono comportare una messa in discussione dell’autorità (patriarcale, coloniale o puramente letteraria, del canone), ma si inseriscono in un movimento tutt’altro che mortifero e raccontano, semmai, una contro-storia.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Mi sono innamorata della letteratura divorando edizioni ridotte – comincia l’autrice – e non permetterò a nessuno di dire che quella non era la vera vita […]. È proprio per aver letto <em>I Miserabili </em>in una versione per ragazzi che poi l’ho letto e riletto in edizione integrale. È un libro che ho amato fin dal primo momento, e fin dal primo momento leggerlo ha rappresentato per me un’esperienza.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p>
</blockquote>
<p>I primi due capitoli, che costituiscono una sorta di preludio al saggio, sono dedicati al racconto di tre diverse letture di questo stesso romanzo, senza mai trascurare la «lettre du texte», cioè sempre immergendosi nell’analisi di estratti puntuali del testo nelle varie edizioni. Nel primo capitolo vengono ripercorse le «mille e uno» versioni di <em>Cosette</em>, personaggio dei <em>Miserabili </em>di Hugo, periodicamente presentato dagli editori come un romanzo autonomo: in verità si tratta di versioni abbreviate per l’infanzia, il cui close-reading non è privo di sorprese, quando ad esempio si prendono in esame le implicazioni della rimozione di un’esclamazione dalla forte impronta religiosa. Al netto dei cambiamenti effettivi operati nel testo, della sua incredibile <em>mobilità</em>, Samoyault evidenzia inoltre come, ad ogni rilettura, entri in gioco anche la soggettività di chi legge, trasformando di volta in volta l’opera in questione, perché la sensibilità e l’esperienza mutano col tempo; ci ritorno più avanti.</p>
<p>Questa concezione aperta, borgesianamente irriverente, del sistema letterario dialoga molto bene con ciò che l’autrice definisce una teoria «euforica» della traduzione, meno preoccupata cioè dal rimpianto dell’impossibile fedeltà al testo di partenza, ma piuttosto curiosa e stimolata dal rapporto che le varie traduzioni intessono fra loro; in fondo, se la traduzione <em>dipende </em>dall’originale, è pur vero che l’originale diventa tale solo nel momento in cui viene tradotto. La traduzione finisce per essere la condizione stessa dell’esistenza di un’opera, sicché «un testo dev’essere considerato come l’insieme di tutte le sue traduzioni significativamente diverse»: nel citare il poeta e traduttore Léon Robel, Samoyault compie un passo ulteriore verso un’analisi del testo, dei testi, alla luce di due sue caratteristiche fondamentali, ossia la pluralità e la capacità di cambiamento. Lo si vede nel paragrafo intitolato <em>Voyages lointains </em>e dedicato alle traduzioni di Hugo in Cina, Giappone e Russia. Un caso clamoroso è quello del componimento <em>Les pauvres gens</em>, tradotto in russo da Tolstoj, ritradotto poi in cinese e in questo paese diffuso, fino a tempi recenti, come un’opera di paternità tolstojana, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista della ricezione: nondimeno, <em>Les pauvres gens </em>ha circolato anche in Cina. A cosa serve ritracciare queste traiettorie? Serve a mettere a fuoco che, se al centro del sistema letterario restano i testi, la loro permanenza nel tempo e nello spazio non dipende da una loro presunta immutabilità, da una «materia inalterabile», ma al contrario da una grande capacità di trasformazione.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Ciò che definisce un classico o un autore mondiale, non meno della sua presunta atemporalità, è che si tratta di un’opera infinitamente ripresa, citata, fatta propria, modificata, in una parola, riscritta. Per cui la domanda «bisogna riscrivere i classici?» è una falsa domanda, perché i classici sono tali proprio nella misura in cui vengono costantemente riscritti.</p>
</blockquote>
<p>Dunque, più un autore è mondiale, più i suoi libri conosceranno variazioni, e viceversa. Non tutte le variazioni hanno un interesse, né sono «neutre» (così come non lo sono le traduzioni: la stessa autrice ne ha ampiamente discusso nel precedente saggio <em>Traduction et violence</em>, Seuil 2020). Tuttavia, è auspicabile vedere la moltiplicazione dei testi come un’addizione piuttosto che una sottrazione: le variazioni sarebbero così come onde collaterali, che non hanno certo la pretesa di sommergere il testo di partenza. Si può amare la letteratura alla follia nei suoi testi «originali», scrive Samoyault, ammettendo però che i testi circolino seguendo dinamiche varie: è inevitabile quanto confortante, perché testimonia di una condizione non stagnante della letteratura.</p>
<p>Ora, uno degli spettri che la riscrittura porta con sé è, come si accennava, la messa in discussione di un’autorità. L’autrice lo dimostra attraversando una varietà di testi: si comincia con il contro-esempio costituito dalle versioni della <em>Bella e la bestia</em>, successive all’originale e inscrittesi nell’immaginario collettivo perché corrispondenti all’ordine sociale dominante (la storia della fanciulla prigioniera), mentre, nella sua prima apparizione in Francia nel 1740 ad opera di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve, la Bella ha un potere sulla bestia e non è intrappolata nel castello, può andarsene quando vuole; «la riscrittura patriarcale delle fiabe trasforma il soggetto della storia tanto quanto una riscrittura femminista. Ma siccome impone una versione che corrisponde all’ordine sociale dominante, non ha alcuna difficoltà a essere considerata come originale». Si passa poi dalla <em>Medea </em>di Christa Wolf (esempio di riscrittura come sovvertimento dell’autorità maschile) al già citato <em>James </em>di Percival Everett (riscrittura come sovvertimento dell’autorità coloniale): queste ultime due opere non mirano a sostituirsi agli originali, ma a instaurare con essi un dialogo. La casistica è ampia e le scelte potenzialmente illimitate: anche rispetto alle traduzioni epurate di termini lesivi di alcune sensibilità, pur definendo «ridicole e inutili» le manipolazioni sui testi di Dahl, Samoyault ritrova nella storia della letteratura esempi di traduzioni persino più razziste degli originali: se queste sono state ammesse, si potrebbe forse concepire anche l’eventualità di traduzioni che lo siano meno.</p>
<p>La memoria culturale non è immobile, come l’autrice ricorda ancora attraverso le parole di Borges: non si rilegge mai un libro allo stesso modo, come non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume; le acque si muovono così come si muovono e cambiano lettori e lettrici, già soltanto rispetto a sé stessi.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Ho fatto la scelta, forse discutibile, di utilizzare lo stesso termine «riscrittura» per parlare ora di riscritture <em>ad usum delphini</em>, ora di adattamenti ludici mirati a sovvertire le versioni canoniche, ora di riprese autoriali di testi del passato. Queste ultime attengono spesso al campo dell’arte, a differenza delle edizioni censurate o dei rimaneggiamenti moralizzanti. Ma l’importanza sociale della letteratura sta soprattutto nel confondere le categorie d’arte e discorso, nell’essere oggetto di usi diversissimi, che non sempre hanno uno scopo estetico. Nella pratica è molto difficile distinguere con certezza cosa ha a che vedere con l’invenzione e cosa le è estraneo. Sebbene alcuni casi siano indiscutibili, molto altro resta nell’indeterminatezza.</p>
</blockquote>
<p>Si tratta di un libro ricchissimo di esempi e spunti di riflessione, che spaziano, oltre a quanto già detto, dagli adattamenti teatrali a dei casi di studio finali legati al campo dell’arte, oggetto di considerazioni su cosa sia davvero l’<em>effacement</em>, la cancellazione, e su quale sia anche il suo potere immaginifico. Ma <em>Toutes sortes de Misérables </em>è soprattutto un saggio che invita a non aver paura delle riscritture, a ragionare sul ruolo sociale della letteratura, a pensarla come un sistema in continuo movimento, in cui la collusione fra le trasformazioni a fini estetici e quelle a fini commerciali è in fondo sempre esistita. Inoltre, per l’autrice un testo manipolato perché diventi più appetibile sul mercato è ancora una maniera di far esistere il libro «originale» nello spazio pubblico, uno spazio che tende sempre più a trascurarlo; è molto probabile che desacralizzarlo consenta di farne meglio circolare la linfa vitale, di declinarne in maniera multipla il valore sociale. Le «variazioni» di un testo possono quindi essere interpretate in senso musicale: non comportano mai la scomparsa del tema, ma forse assicurano, attraverso continue metamorfosi, la vitalità della letteratura, che resta in ogni caso «lo spazio della critica di tutte le istituzioni», come detto in chiusura.</p>
<p>Mentre il testo di Murat si presta più immediatamente a una completa adesione da parte di chi legge, perché separa in modo piuttosto netto ciò che è artistico da ciò che è commerciale, ciò che è intellettualmente interessante da ciò che non lo è, il saggio di Samoyault induce a una messa in discussione continua dei propri assunti e rappresenta dunque una lettura che invita all’impegno, nel senso formativo e politico del termine – che invita cioè a interrogarsi profondamente: cosa ci aspettiamo da una riscrittura o da una traduzione, quali sono le funzioni e i parametri che attribuiamo alla letteratura, che ruolo crediamo rivesta nel mondo di oggi?</p>
<p>Questi due libri, diversi per ambizione (come si è detto, un testo breve da un lato e un saggio molto più ampio dall’altro) e per impostazione del discorso, sono interessanti da leggere anche in un’ottica complementare, così com’è stato arricchente ascoltare le due autrici discuterne in occasione della già citata conferenza di gennaio, in un dialogo da cui emergeva un rispettoso e parziale – non completo – disaccordo. È in fondo questo ciò che ci si aspetta dalla vera critica: che non dimentichi le grandi questioni, che non le polarizzi in dibattiti sterili, ciascuno arroccandosi sulla propria posizione da difendere a tutti i costi, ma che apra piuttosto a nuovi e appassionanti modi di guardare alle opere letterarie, più o meno consacrate, sempre mutabilissime e dotate di vite infinite.</p>
<p>____</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Cito da <em>Tutte le fiabe</em> (prima edizione integrale 1812-1815), traduzione e cura di Camilla Miglio, Donzelli 2015. Ringrazio Bruno Berni, che mi ha suggerito questa lettura a margine del suo intervento al convegno «Tradurre il trauma», Università per Stranieri di Siena, 5-7 dicembre 2023.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Ricordo sempre volentieri un ricco saggio sull’argomento: Sergio Waisman, <em>Borges e la traduzione. L’irriverenza della periferia</em>, trad. Alessio Mirarchi, Arcoiris 2014.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Trad. mia per tutte le citazioni.</p>
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		<title>Tra le tracce del colonialismo italiano: «Il posto dove dovrei morire», di Marco Perez</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[libia]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Perez]]></category>
		<category><![CDATA[Mattia Bonasia]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Storia coloniale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mattia Bonasia</strong> <br />
La memoria distorta del colonialismo italiano continua a godere di non poca fortuna. “Italiani brava gente”: l’Italia avrebbe condotto un colonialismo minore, tendenzialmente associato al ventennio fascista e alla volontà di ripresa del mito della Roma Imperiale da parte di Mussolini. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Mattia Bonasia</strong></p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-120655 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Foto-Nazione-Indiana-571x1024.jpg" alt="" width="357" height="640"/></p>
<p>La memoria distorta del colonialismo italiano continua a godere di non poca fortuna. “Italiani brava gente”: l’Italia avrebbe condotto un colonialismo minore, tendenzialmente associato al ventennio fascista e alla volontà di ripresa del mito della Roma Imperiale da parte di Mussolini. Sempre più assente dai programmi di scuola, il colonialismo italiano in Africa è stato invece violento, aggressivo e duraturo al pari di quelli di Francia e Inghilterra: cominciato con l’acquisto della baia di Assab del 1869 e concluso con la fine del protettorato in Somalia nel 1960. Nel mezzo una ripugnante storia fatta di campi di concentramento, madamato, ghettizzazione razziale e armi chimiche.</p>
<p><em>Il posto dove dovrei morire</em> di Marco Perez (Transeuropa, 2025) cerca di colmare questa consapevole amnesia collettiva, e lo fa attraverso gli strumenti della letteratura. Si parte dalla necessità della restituzione della memoria del padre e dello zio dell’autore, tra il 2021 e il 2022, grazie ai quali Perez era entrato in possesso di foto, documenti, archivi relativi al periodo coloniale dell’Italia in Libia. La storia coloniale e postcoloniale viene dunque ricostruita attraverso le genealogie di due clan familiari fittizi, che idealmente collegano i cento anni che dalla fine del dominio turco portano alla caduta di Mu’ammar Gheddafi.</p>
<p>Temi e visioni differenti che si compenetrano nella stessa realtà: la generazione dei pionieri dell’esperienza coloniale, quella dei giunti in Africa negli anni del fascismo, quella del boom economico degli anni Settanta e della caccia al petrolio dei tecnici dell’ENI. Evento fondamentale l’espulsione della comunità italo-libica, da parte del Rais Idris I nel 1970, che approda poi in un’Italia che ne disconosce l’esistenza.</p>
<p>Nel personaggio di Vincenzo Scarpelli queste molteplici migrazioni e narrazioni si compenetrano: da giovane siciliano emigrato a New York viene dirottato a Tripoli; infine, dopo più di quarant’anni passati in Africa, parte per il Nord Italia, negli anni Cinquanta, e nel contesto industriale padano troverà i miti e gli stereotipi del boom economico, che coincidono con la rimozione della memoria coloniale e della guerra. Il titolo del romanzo, <em>Il posto dove dovrei morire</em>, risponde al nomadismo permanente dei personaggi.</p>
<p>Il romanzo gioca molto sulla ripresa stralunata dell’assurda retorica coloniale a cavallo dei due secoli, simboleggiata dal testo<em> La grande proletaria si è mossa</em> (1911) di Giovanni Pascoli, che legava direttamente emigrazione e necessità di colonizzazione:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">&#8220;È tutta colpa dei nonni&#8221; diceva la mamma, ovvero del nonno materno e di quello paterno che al posto di portarci in America, come avevano promesso alle nonne, si erano impantanati tra le dune dello scatolone di sabbia.</p>
</blockquote>
<p>La retorica glorificante del processo di unità nazionale dimentica di solito l’enorme emorragia migratoria che portò milioni di italiani nella seconda metà dell’Ottocento a emigrare in America e in Europa. Contadini spesso costretti a fare lavori umili, soggetti razzializzati ben lontani dal contemporaneo <em>expat</em> italiano – che si muove senza frontiere forte del suo potente passaporto europeo –, i soggetti di questa diaspora vengono “richiamati” dalla retorica della riattivazione anacronistica del <em>mare nostrum</em> – <em>Make Rome Great Again</em> – e incentivati a portare la loro manovalanza nei territori libici neocolonizzati: «‘Madre mia Zinuzzo, ma dove ci hai portato? <em>Ma nun era meggiu iri pi America</em>?’. Qua è come l’America, con i pistoleri che sparano agli indiani. Solo che qui gli indiani parlano arabo’». D’altronde il migrante italiano negli Stati Uniti non trovava certo un’accoglienza a braccia parte, né veniva visto come un bianco:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">Il nonno ci raccontò che per gli anglo-sassoni anche noi non eravamo del tutto bianchi e che quando arrivò a Ellis Island nel 1906 un funzionario della dogana gli aveva distribuito una scheda con scritte tutte le razze di appartenenza. Per esempio un cubano di colore era <em>black</em> e un cubano bianco era <em>hispanic</em>. Gli italiani del nord erano associati ai bianchi e passavano nella lista di “hard-workers”, mentre quelli del sud entravano nella categoria <em>other races</em> e dovevano rispondere a varie domande per capire se fossero anarchici, mafiosi o poligami.</p>
</blockquote>
<p>L’autore, Marco Perez, storico di formazione, sceglie la scrittura narrativa perché gli permette di raccontare una realtà più estesa e pluriforme: la funzione della letteratura è qui quella della contro-narrazione rispetto ai discorsi nazionali. <em>Il posto dove dovrei morire</em>, grazie alla forma letteraria ibrida, tra romanzo, biografia e storia familiare, difficilmente etichettabile come biofiction, autofiction e così via, va a colmare i vuoti della storia ufficiale, proponendo una diversa rappresentazione dell’imperialismo (pur straccione, come quello italiano, definizione dell’autore). Da un lato, Perez dà peso a degli eventi del colonialismo italiano poco presenti nell’immaginario collettivo, come la battaglia di Sciara Sciat o il pogrom del 1945; dall’altro restituisce l’assurdità dell’impresa coloniale italiana in Libia, condotta con pochissimi mezzi economici e militari. Costruisce così uno stretto legame tra memoria personale, percorso del singolo e storiografia ufficiale, che ricorda <em>I figli della mezzanotte</em> (1981) di Salman Rushdie, il cui narratore e protagonista Saleem Sinai nasce allo scoccare dell’indipendenza dell’India. Così Vincenzo Perez:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">La guerra europea finì dopo pochi mesi, quando concludeva l’anno scolastico e poco prima di fare la comunione, evento che mi aveva obbligato a lunghissime sedute da modello nel laboratorio da modista della mamma. Per la conclusione della guerra mondiale ci volle ancora un po’, precisamente il 2 settembre del 1945, lo stesso giorno in cui compivo 10 anni.</p>
</blockquote>
<p>Nel tono grottesco e allucinato si rilegge anche tanta letteratura sudamericana (forse perché l’autore vive e insegna in Spagna?); il <em>real maravilloso</em> di Garcìa Márquez e Fuentes lo accomuna poi a un altro romanzo italiano contemporaneo che ne ricorda lo stile: <em>Ferrovie del Messico</em> (2022) di Gian Marco Griffi.</p>
<p>«Di quando mi recai la prima volta in patria non ricordo nulla, avevo meno di un anno»: il lettore si trova davanti a un testo in prima persona, scritto da un narratore iperbolico, grottesco e ironico che non vuole moralizzare e schematizzare in facili categorie, ma restituire la complessità e l&#8217;assurdità dell’esperienza. Nella voce polimorfica del narratore si mischiano le memorie del padre dell’autore e la voce autobiografica dell’autore stesso che mette in relazione eventi del passato coloniale con elementi della globalizzazione iper-contemporanea. Non è dunque una restituzione storiografica, ma un romanzo che vuole restituire l’inaffidabilità della memoria: la distorsione e l’esagerazione dei ricordi interpreta non solo una funzione letteraria ma assume anche un risvolto conoscitivo.</p>
<p>Il narratore si rivolge a un lettore che sembra rappresentare l’italiano medio, la cui memoria del colonialismo italiano non è del tutto rimossa, ma lo ricollega al fascismo e ai suoi crimini, lavandosi la coscienza nel mettere Mussolini a testa in giù:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">Cosa dice? Che suo padre era uno dei ventimila coloni mandati dal Duce a colonizzare la Cirenaica alla fine degli anni trenta? Ma certo che so di cosa sta parlando, anzi, le dirò che noi li abbiamo pure visti sbarcare quelle masse di contadini veneti e piemontesi mandati a colonizzare il deserto.</p>
</blockquote>
<p>La politica del fascismo nelle colonie era pienamente aderente all’<em>apartheid</em>: separazione netta dei quartieri in base all’appartenenza etnica e interdizione dei rapporti sessuali tra colonizzatori e colonizzati. La comunità tripolina protagonista del romanzo è invece spiccatamente multietnica: accanto ad arabi ed ebrei sefarditi non ci sono italiani, ma siciliani, veneti e romani: il pluristilismo e il gusto per il grottesco e l’assurdo sono accompagnati dal multilinguismo. Se la voce del narratore è italiana, la lingua dei discorsi diretti è il dialetto siciliano, che spesso in maniera anti-mimetica e parodica finisce per strabordare anche in lingua di comunicazione degli alberi o dei militari inglesi («Ognuno parlava l’italiano a modo suo, perché da noi i linguisti preferivano non dire che nel paese c’erano più lingue che in Cina e che tutte quante erano indipendenti dal toscano»).</p>
<p>Anche il narratore è transculturale: «Il mio nome autobiografico è Vincenzo Perez: anche se a casa mi hanno sempre chiamato ‘Nzinu o Zinu o magai Zinuzzo nella variante diminutiva affettiva». E quel cognome che in Italia è esotizzante, come scritto dal narratore, in realtà in Spagna è comunissimo, la norma la fa il punto di vista: «al posto di dire <em>un pinco pallino qualunque</em>, da quelle parti si dice un <em>Perez cualquiera</em> e il cognome perde tutto quel carattere esotico che può rivendicare in Italia».</p>
<p>L’identità transculturale tripolina è dunque essenzialmente opposta a quella italiana, attraverso un procedimento retorico che oppone il <em>noi </em>al <em>voi</em>:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">La famiglia Peres, o Perez, arrivò a Tripoli nel 1914, quando papà aveva sette anni e gli italiani erano davvero pochi.</p>
<p style="text-align: left;">Voi ci siete arrivati negli anni trenta, con le strade costruite e le città piene di edifici razionalisti, un mondo già tutto costruito e allo stesso tempo già decadente e finito. Solo i fascisti potevano pensare di colonizzare l’Etiopia e la Libia in quel periodo, con i movimenti anticolonialisti e panafricanisti già forti e radicati.</p>
<p style="text-align: left;">Ma nel 1914 noi ci credevamo ancora a quella cosa dell’uomo bianco che porta il proprio fardello in giro per il mondo per civilizzarlo, anche se poi noi siciliani non eravamo molto più bianchi degli arabi e non eravamo così stronzi da pensare che tutti quanti stessero lì ad aspettarci per imparare a stare al mondo. Anche se in fatto di civiltà ne avevamo una molto più antica e nobile di quella dei britannici e del signor Kipling.</p>
</blockquote>
<p>L’alterità si misura anche in base all’adesione al fascismo, in particolare nel dopoguerra:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">In patria tutti raccontavano più o meno la stessa storia: al passaggio del fronte, magari un po’ prima, si diventava antifascisti. C’erano anche quelli che lo erano stati per davvero, partigiani della prima ora, esiliati o brigatisti della Guerra civile di Spagna. Ma erano casi rari.</p>
<p style="text-align: left;">In Africa le cose erano diverse. Gli antifascisti erano un fenomeno trascurabile, prima e dopo il passaggio del fronte: magari poteva capitare che una camicia nera diventasse un semplice fascista e che un fascista diventasse un qualunquista, ma tutto finiva lì.</p>
</blockquote>
<p>Si misura poi soprattutto attraverso lo sguardo dell’italiano nato in Italia nei confronti dell’italiano libico, una volta tornato in Italia negli anni Settanta, portatore di un’identità africana:«Noi, che in Italia venivamo chiamati ‘africani’ e quando puntualizzavi che eravamo siciliani che risiedevano in Africa ti correggevano così: ‘<em>va ben, inscì ti set un terun, te set cuntent incoeu?</em>’». L’italiano per il narratore è un essere estraneo e diversissimo, personificato dall’ingegnere dell’ENI che ripiomba in Libia negli anni Settanta alla ricerca di petrolio, ma che ora parla una lingua neostandard, perché ha studiato: «Ora venivano ingegneri dell’Eni e dell’Agip, tecnici del petrolchimico, gente studiata che parlava un ottimo inglese e ci guardava come delle creature bizzarre uscite da un libro di Kipling».</p>
<p><em>Il posto dove dovrei morire</em> è un esordio letterario dirompente, un romanzo-mondo che si muove tra le differenti cartografie dell’identità italiana, deterritorializzandola dalla madre-patria. Si aveva bisogno di un romanzo che trattasse il tema della colonizzazione con questo registro, richiamandone i traumi ma anche le assurdità deformanti, nel segno della grande letteratura picaresca e donchisciottesca.</p>
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		<title>Les nouveaux réalistes: Piergianni Curti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
		<category><![CDATA[Piergianni Curti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Piergianni Curti</b> <br />È così che divenni il suo angelo custode. Nell'unico modo in cui potevo esserlo: seguendolo come un'ombra.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_119603" aria-describedby="caption-attachment-119603" style="width: 571px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119603" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-13.26.37.png" alt="" width="571" height="551" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-13.26.37.png 571w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-13.26.37-300x289.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-13.26.37-435x420.png 435w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-13.26.37-150x145.png 150w" sizes="(max-width: 571px) 100vw, 571px" /><figcaption id="caption-attachment-119603" class="wp-caption-text">Opera di Franyo Aatoth (dettaglio)</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;"><strong>L&#8217;angelo custode</strong><br />
di<br />
<strong>Piergianni Curti</strong></p>
<p>Sono un angelo custode. Un autentico angelo custode. Anche se sono carnale, e mortale, almeno così credo. Non l&#8217;ho saputo da subito. Adesso, guardandomi indietro fino alla prima infanzia, vedo chiaramente che era già così da quel tempo. C&#8217;erano i segni.<br />
Il primo, e il più sicuro, era questo: la memoria. Possiedo la Memoria Assoluta. Una terribile malattia, se non fossi quello che sono. Una condanna per un uomo normale, un ferro del mestiere indispensabile per me. Ricordo tutto, i minimi dettagli. Se estraggo un istante della mia vita e lo analizzo — lo sottopongo a qualcosa che nello spazio sarebbe una zoomata, ma qui si tratta del tempo — ritrovo innumerevoli microistanti, ciascuno carico di cose da ricordare.<br />
Conoscevo a memoria nome e data di nascita di tutti i miei compagni di scuola, e di tutti i bambini di tutte le classi. Tutte le sere prima di addormentarmi passavo in rassegna un album immaginario: le facce di quei bambini, e sotto ciascuna immagine cognome, nome, data di nascita, come se leggessi sfogliando un catalogo. Ero ossessionato. Non potevo farne a meno. Era come se la loro vita dipendesse dalla mia memoria, e la mia vita da loro, dal tenere sempre acceso il ricordo di quei compagni.<br />
Erano tutti un po&#8217; circospetti con me. Ma ho imparato a diventare, se non proprio un essere sociale, un simulatore. Ho fatto così: ho fatto finta di perdere la memoria. Che ti succede? mi diceva spaventata mia madre. Non ti ricordi più? Certo che mi ricordavo. Ma non potevo più sostenere quell&#8217;handicap sociale del ricordo universale e assoluto. Sono diventato come volevano che fossi — ricordavo tutto, ma di nascosto. E ricordare di nascosto è un po&#8217; come non avere memoria.</p>
<p>Il secondo segno era questo: sentivo un bisogno irrefrenabile di seguire la gente. Mi vergognavo perché quello che facevo dovevo farlo di nascosto. Nessuno lo faceva come lo facevo io, con quella necessità. Mi sentivo come un pesce che scivola nel suo ambiente naturale. Gli altri al massimo erano dei bagnanti nel loro mondo innaturale.<br />
Mi ricordo la prima volta come mi ricordo tutte le altre, attimo per attimo. Quella fu la volta che cominciai a seguire l&#8217;amico più piccolo e smarrito che avevo, il mio compagno di banco. Lo vedevo andare sulle sue gambette sottili in calzoni corti. Qualunque caratteristica di lui che isolassi — la camminata, il movimento della testa, la posizione delle spalle, la legge matematica della velocità dell&#8217;andatura — diventava un&#8217;impronta digitale che identificava il mio amico. Di lui memorizzavo quanti passi avesse fatto, la posizione dei piedi, delle mani, quanti respiri, quanti litri d&#8217;aria immessi. Dentro di me appariva la sua essenza: fisica, dinamica, sentimentale, emotiva, razionale, felice e infelice.<br />
Da quel momento, e per tutta la mia infanzia, ho seguito con discrezione compagni di scuola, amici di un giorno, maestri, professori, e perfino mia madre e mio padre. Era nel seguirli, nel movimento e nella sua dinamica, che leggevo e mi si rendeva chiara la dinamica interiore. E contemporaneamente deglutivo miriadi di dati che non riuscivo a dimenticare, con fastidio, perché mi sembravano inutili. Cercavo di separarli dal resto della mia conoscenza di quegli esseri nei confronti dei quali, senza esserne cosciente, mi comportavo come un angelo custode in erba. Non sapevo che gli uni erano inseparabili dagli altri.<br />
Tremavo per loro. O tremavo forse per me. Che razza di compito mi aspettava nella vita? Quella di registratore impotente, di banca dati vivente che non sapeva darsi risposta alla domanda: cosa provi per loro?</p>
<p>Per qualche anno andai avanti così, da bambino socialmente perfetto, attestato su ottimi voti senza esagerare, assennato, servizievole, premuroso. Un essere umano tra parentesi. In attesa. Con preoccupazione. Ma imbattibile nella fermezza della simulazione.<br />
Nella mia classe c&#8217;erano due poveri, Gino e Guarise. Il maestro li aveva messi insieme nello stesso banco. Al pomeriggio si fermavano al doposcuola. Credo che gli dessero anche da mangiare, ma la cosa non era mai entrata nei discorsi di noi bambini normali.<br />
Gino aveva un barlume di coscienza di classe. Ogni tanto tirava fuori un temperino con la lama non più lunga di quattro centimetri e diceva: ti sbudello, ti sbudello. Il maestro cominciava le lezioni chiedendoci se quella mattina avessimo salutato il nostro angelo custode. Sì, rispondevamo in coro. Anche Gino rispondeva sì. Guarise non si accodava al coro dei sì. E non faceva commenti.<br />
Guarise non vedeva quasi nulla. I suoi occhiali erano tenuti insieme con la carta gommata e avevano delle lenti che sembravano blocchi di ghiaccio giallastro. Per leggere doveva cercarsi delle fessure nel vetro da cui potessero giungere alle sue retine frammenti di immagini. Riusciva a mettere a fuoco una lettera alla volta, e il più delle volte cercava di indovinare l&#8217;intera parola dopo aver decifrato le prime due o tre lettere. Ma quando a fatica era riuscito a leggere un&#8217;intera pagina non aveva più bisogno di rileggerla. La ricordava perfettamente. Bastava che il maestro pronunciasse la frase fatidica «legga Guarise», che lui, con la sua voce calma e orgogliosamente rassegnata, attaccava a ripetere da quel punto, senza sbagliare una virgola. Aveva anche sviluppato una formidabile memoria uditiva: teneva a mente tutte le lezioni, le domande e le risposte nelle interrogazioni, e perfino le soluzioni dei problemi. Aveva un talento in matematica: era in grado di calcolare a mente il risultato di qualsiasi operazione. Non era il primo della classe perché era lento a scrivere e il maestro non gli dava più tempo che agli altri. Io ero il primo della classe. Ma lo invidiavo.</p>
<p>Un giorno il maestro ci diede un tema: scrivi una lettera al tuo angelo custode. Sapevo come fare contento il maestro. Ogni tanto sbirciavo verso Guarise. Con gli occhiali a cinque centimetri dal foglio, le mani sudate che bagnavano tutto quello che toccava, scriveva lentamente, ma senza aver bisogno di pensare. Nella seconda parte della mattinata il maestro corresse i componimenti. Si soffermò più a lungo sul tema di Guarise. Lesse e rilesse. Poi lo chiamò alla cattedra. Gli disse che era un tema curioso. Poi lo rimproverò: tutti ce l&#8217;abbiamo un angelo custode. Gli mise un sette. Si rimangiò il voto dicendo che era dispiaciuto perché per il resto era un bel tema, anzi bellissimo, anche commovente, molto originale. Speravamo che ce lo leggesse. Poi disse che non era un tema da leggere in classe. Alla fine gli diede otto, poi gli aggiunse un mezzo punto. Come si poteva dare dieci a un tema in cui si negava l&#8217;esistenza dell&#8217;angelo custode, seppur solo del proprio?<br />
Però, forse sentendosi in colpa, gli fece una concessione. Da dopo natale lo avrebbe promosso a compagno di banco del primo della classe. Guarise timidamente ringraziò, per il voto e per il premio.<br />
Natale sarebbe arrivato fra quindici giorni. Ero inquieto e confuso. Da una parte sentivo la superiorità di Guarise, e per questo ero in ansia; dall&#8217;altra ne ero attratto. Il maestro non aveva fatto altro che apprestare un ring su cui ogni giorno si sarebbe materializzata una gara impari. Il maestro tifava per me, ma sapevo che avrebbe vinto Guarise.<br />
Il primo giorno in cui ci trovammo insieme il maestro ci dettò un problema. Guarise, prima che avessi il tempo di rileggere il testo, incrociò gli indici perpendicolarmente indicandomi il più della somma. Poi li dispose in modo da formare il per della moltiplicazione. Non volse lo sguardo nella mia direzione. Non disse nulla.</p>
<p>È così che divenni il suo angelo custode. Nell&#8217;unico modo in cui potevo esserlo: seguendolo come un&#8217;ombra. Cos&#8217;altro avrei potuto fare per lui che mi era superiore, se non riempire l&#8217;unico spazio libero e vuoto nella sua vita? La cosa era divampata di colpo, come un incendio in un deposito di carta. Mi faceva delirare che avesse bisogno di me. Ma il delirio nascondeva la verità: volevo seguirlo perché era il più forte. Volevo rubargli i segreti, mangiargli il cervello e il fegato e impossessarmi della sua potenza. In realtà era lui che mi stava facendo da angelo custode, e questo mi aveva fatto impazzire.<br />
Lo amavo e lo odiavo. Ma non potevo più vivere senza di lui. Mi riempiva d&#8217;orgoglio essere suo compagno di banco, ricevere il suo aiuto discreto, e ricambiare come potevo, suggerendogli risposte che lui già conosceva ma che per gentilezza, o complicità, o per pietà, faceva finta gli fossero necessarie. All&#8217;uscita mi aspettava e mi ringraziava. E io ero costretto a stare a questo gioco per salvarmi, il che non faceva che alimentare il desiderio e l&#8217;impellenza a seguirlo di nascosto fino al tugurio in cui abitava, lungo la ferrovia. Lui avanzava lentamente, con la testa bassa, tastando il terreno con i piedi; sapeva quanti passi dovesse fare e di quale misura. E io credevo che senza di lui non mi sarei salvato.<br />
Formalmente non eravamo amici. Durante l&#8217;intervallo lui stava solo. Ma segretamente eravamo amici. Piccoli segnali d&#8217;amicizia invisibili agli altri segnavano la nostra mattinata. E lui sapeva di dover stare al suo posto.<br />
All&#8217;inizio dell&#8217;anno seguente Guarise non c&#8217;era più. Il maestro si limitò a dire che aveva cambiato città. Qualcuno aveva messo in giro la voce che fosse finito in un istituto per ciechi. Non avevo più rivali. Ma la malattia di essere il suo angelo custode non mi aveva lasciato. Anzi, era divampata. Sognavo a occhi aperti le avventure di me e di lui, di lui che aveva bisogno di me, che sentiva la necessità del mio aiuto, che senza di me si sarebbe perduto. Quello rimasto davvero solo ero io, non Guarise. Lui non aveva davvero bisogno di me.<br />
Passarono gli anni. Non mi era rimasto, in tutti quegli anni, che essere uno volenteroso e ligio al dovere. Prendevo bei voti, ero benvoluto, non era possibile decidere se fossi dotato di autentica intelligenza o di solo desiderio di emergere. Mi ero specializzato in storia della critica letteraria. Non mi ero sposato. Avevo relazioni di poco conto. Ogni volta che incontravo uno con occhiali spessi da miope provavo un tuffo al cuore. Mi innamoravo di ragazze che portavano gli occhiali e potevo mettere alla prova se il mio innamoramento fosse reale in un modo solo: seguendole. Speravo che camminassero come Guarise. Nessuna camminava come Guarise.</p>
<p>Un giorno mi aveva prestato il suo quaderno di temi casalinghi. Erano meravigliosi. Un altro giorno mi aveva scritto un racconto. Non gliel&#8217;avevo più restituito e lui non mi aveva chiesto nulla. Ma conosceva la risposta. Mi tremavano le mani quando avevo ricevuto quel regalo. E mi tremavano ancora quando lo tiravo fuori dalla cartellina in cui lo conservavo.<br />
Quando me lo ritrovai di fronte cominciai a tremare. Ero con Olga al Coleridge, a quel tempo di moda. Si era staccato dal fondo oscuro e si era avvicinato tastando il pavimento del palco davanti a sé. Incerto nell&#8217;avanzare, ma sicuro di sé nel tenere il suo strumento tra le mani. Teneva, come già da bambino, i piedi divaricati e le ginocchia flesse in avanti, come se stesse su un inginocchiatoio perenne. Gli occhiali di ghiaccio giallastro.<br />
Cominciò senza preamboli. Tre secondi immobile. Poi dal suo oboe il preludio del terzo atto di Tristan und Isolde, lavorato piano piano, a lungo, fino a farlo scivolare quasi impercettibilmente in una musica tutta sua, dal triste e disperato all&#8217;intelligente amarognolo venato di disincanto. Olga mi sussurrò che ne aveva già sentito parlare così bene. Io per l&#8217;emozione mi ero versato in grembo il rosso del mio cocktail. Le sussurrai: il mio compagno di banco. Ma stavo per tradirmi e dire: il mio angelo custode. Sudavo. Durò ore. Guarise era instancabile. Poi di colpo smise. Qualcuno andò a congratularsi con lui; gli strapazzava la mano libera e lui si limitava a stringere l&#8217;oboe a sé. Salii anch&#8217;io.<br />
— Guarise.<br />
— Il mio angelo custode! — disse illuminandosi.<br />
Gli era bastato il suono della mia voce. Con la stessa voce pacata con cui da bambino ripeteva a memoria le pagine appena lette disse al microfono: «Questo è il mio più grande amico». Poi mi abbracciò.<br />
Raccontava a tutti che ero io che lo aiutavo a scuola, che gli suggerivo le risposte, che lo proteggevo. Non lo contraddicevo. Non ce n&#8217;era bisogno. Abitava nella Chinatown milanese. Lo seguivo fino a venti metri dalla porta di casa, poi tornavo sapendo che da questa vita non sarei più uscito. Il mio lavoro non aveva bisogno della mia mente. La mia mente era tornata alla piena sintonia con la mia vera vocazione. Ero felice della sua genialità musicale.<br />
— Era l&#8217;unica cosa che potessi fare — mi disse una sera. — Sono quasi cieco. Se avessi potuto avrei fatto il matematico. In istituto avevano un oboe. «Può servirti», mi dissero. Intendevano per chiedere l&#8217;elemosina. In effetti ho cominciato suonando in strada. Poi il signor Brovida mi ha notato e mi ha offerto di suonare qui. Mi piace. Ho cominciato a comporre. È il mio modo di fare matematica.<br />
Andammo avanti così per un anno. Poi una sera, mentre lo seguivo sotto la pioggia, un&#8217;auto sbandò, invase il marciapiede e lo scaraventò contro il muro. L&#8217;auto fuggì. Corsi a soccorrerlo. Non sapevo se mi avesse riconosciuto. Stavo lì a guardarlo, inebetito.<br />
— Non è niente — provò a dire.<br />
Cercò di muoversi, ma non ci riusciva. Si puntellò come per tentare di rialzarsi, poi ricadde. Mi feci riconoscere.<br />
— Non muoverti.<br />
— Ah, per fortuna sei qui. — Lo disse con un filo di voce.<br />
— Adesso chiamo il 118. Non muoverti. — Mi tolsi l&#8217;impermeabile e lo coprii. — Adesso chiamo.<br />
Ma non riuscivo a chiamare. Non ci riuscivo proprio. Era più forte di me. Qualcosa me lo impediva, qualcosa di profondo. Potevo solo stare lì. Stare lì senza poterci fare niente. Ero finalmente diventato, in modo inequivocabile, il suo angelo custode. Quello che faceva quello che doveva fare. Stare lì a guardare. E basta.</p>
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		<title>L’utopia indigena di Gabriela Wiener</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alice Pisu]]></category>
		<category><![CDATA[Atusparia]]></category>
		<category><![CDATA[gabriela wiener]]></category>
		<category><![CDATA[La Nuova Frontiera]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa peruviana]]></category>
		<category><![CDATA[sudamerica]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Alice Pisu</strong>  <br />
In una sorta di romanzo di formazione politica, Wiener riconosce il ruolo della rabbia nell’agognare un cambiamento radicale, associando la vocazione politica a un sentire ‘vagamente utopico’ in risposta alla guerra intestina...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alice Pisu</strong></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-119966" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/51oO-XjhFfL._SY466_.jpg" alt="" width="380" height="570" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/51oO-XjhFfL._SY466_.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/51oO-XjhFfL._SY466_-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/51oO-XjhFfL._SY466_-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/51oO-XjhFfL._SY466_-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/51oO-XjhFfL._SY466_-300x450.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />In quello che è stato definito dalla critica un monumento al rivoluzionario, <i>La danza immobile</i>, Manuel Scorza si interroga su amore e rivoluzione attraverso le vicende di due uomini che perseguono strade diverse, chi rinunciando alla lotta, chi rendendola l’unica ragione dell’esistenza, nella convinzione che il problema più grave sia l’imperialismo, perché “anche se provvisoriamente la rivoluzione significa la morte per noi, la rivoluzione è e sarà la vita”.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Tra le più alte espressioni della letteratura latinoamericana, il fondatore della corrente letteraria neoindigenista definisce nella militanza e nella scrittura gli strumenti per denunciare le vessazioni delle minoranze e dare voce alle rivendicazioni contadine delle Ande con opere dove l’espediente fantastico amplifica il reale. Nella poetica di Scorza emerge la convinzione che l’essere umano non sarà mai, veramente, né allegoria, né carne, né anni, né sogni, “se prima l’uragano della rivoluzione non spazza via il fango putrido della miseria umana”.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Il pensiero di Scorza anima le istanze sollevate dalla scrittrice e giornalista peruviana Gabriela Wiener che nel suo ultimo romanzo, <i>Atusparia</i>, (trad. Elisa Tramontin, La Nuova Frontiera) delinea un immediato futuro con una politica di sinistra boicottata per essersi fatta portavoce del movimento indigeno, della classe operaia, delle rivolte contadine. Sono pagine vergate dalla denuncia della repressione subita in Perù da quanti nel difendere i diritti negati delle minoranze sono tacciati di terrorismo e arrestati. <i>Atusparia</i> è il nome scelto dalla protagonista per sancire una nuova identità, in omaggio al modello indigenista della scuola sovietica mariáteguista in cui si è formata, intitolata al leader della ribellione di Huaraz del 1885 costata lo sterminio di migliaia di indigeni a opera dell’esercito.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">“Siamo i pionieri peruviani che consumano narrativa russa nella lotta contro l’imperialismo culturale in piena Guerra Fredda. Cantiamo in russo per intrattenere i marinai e convincerli della nostra idoneità quali epigoni della Repubblica socialista. Noi siamo il terzo mondo, gli schiavi senza pane, i paria della Terra, famelica regione, quelli che dovrebbero stare in alto invece che in basso, secondo l’inno ufficiale dei lavoratori”.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Quella educazione in un istituto sperimentale di profilo internazionalista che celebra un combattente andino definisce negli anni la coscienza di classe della protagonista, sopita nell’adolescenza tra degrado e dipendenze, e risvegliata in età adulta con l’adesione alla Marcia su Lima contro la deriva autoritaristica della presidente Dina Boluarte. Aspetti centrali nell’intera produzione dell’autrice che già nel precedente romanzo, <i>Sanguemisto</i>, investigava le conseguenze dello sguardo coloniale attraverso quanto compiuto dal suo trisavolo sul finire dell’Ottocento nel saccheggiare migliaia di reperti archeologici peruviani, finiti all’Esposizione Universale di Parigi.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Risuona l’indagine sul corpo, inteso come corpo-patria saccheggiato e offeso, e corpo-oggetto di questioni identitarie, razziali, culturali. Sono emblematiche in <i>Atusparia</i> le descrizioni dell’adolescenza nel complesso residenziale La Resi affrontate con la necessità di un’alienazione da sé nell’abuso.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">“Essere giovane e drogarsi è come stare dentro a una serie apocalittica in cui, da copione, il mostro non ti mangerà. Il mio personaggio si diverte a fuggire. Mi spengo e mi riaccendo in un’altra dimensione dei miei io catarifrangenti. Anche la sofferenza è immaginaria, perché con un altro tipo di fragola tossica il dolore svanisce. Ti fumi il dolore. La mia vita alla Resi è fumarmi il dolore”.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Pur essendo strutturato in forma di romanzo, con <i>Atusparia</i> Wiener affronta vicende dimenticate dalla Storia. Attraverso l’impegno della sua protagonista nel collettivo femminista delle Rite, l’autrice ricorda la contadina e maestra Rita Puma, torturata e uccisa per aver fondato e continuamente ricostruito una scuola per alfabetizzare aymara e quechua e organizzare insubordinazioni nelle campagne.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Memore dei racconti scritti dalla sua insegnante Asunción Grass con al centro un alpaca marxista che parla come il comunista peruviano José Carlos Mariátegui, Atusparia matura la necessità di catalizzare le proteste degli oppressi contro lo sfruttamento delle risorse umane e del territorio per interessi internazionali.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">L’itinerario letterario e politico dell’opera rivela debiti verso grandi pensatori, filosofi, teologi, sociologi, rivoluzionari, come Alberto Flores Galindo, Aníbal Quijano, Antonio Gramsci, Gustavo Gutiérrez, Hugo Blanco, Víctor Polay, le cui intuizioni sollecitano Wiener a compiere continui ingrandimenti sulle diverse forme di assenza di libertà.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Con pagine memorabili sul quotidiano allucinato in una colonia penale agricola nella foresta vergine, l’autrice illumina il dramma carcerario giocando sul paradosso insito nel nome, “El aire”. Dietro l’abbaglio del carcere felice per leader indigene contrarie allo sfruttamento minerario, attiviste ecologiste, sindacaliste, dirigenti di sinistra, si nasconde il vero volto di una “discarica della Storia” in cui far cadere nell’oblio prigioniere scomode.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">“A volte la notte sogna che vive, lavora, ha figli a Wancho. L’utopia andina è esistita con questo nome. Per fortuna, pensa, non bisogna inventare le utopie da zero, le utopie dei vinti sono sempre lì per chiunque le voglia prendere”.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">In una sorta di romanzo di formazione politica, Wiener riconosce il ruolo della rabbia nell’agognare un cambiamento radicale, associando la vocazione politica a un sentire ‘vagamente utopico’ in risposta alla guerra intestina, al terrorismo, al dramma dei <i>desaparecidos</i>, agli attentati di <i>Sendero Luminoso</i>, alla crisi economica, alla fine del comunismo, al prosperare della dittatura, tra scorci sul passato e finestre su un prossimo futuro segnato dall’incapacità della società di distinguere tra un rivoluzionario e un assassino.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Nella concezione degli spazi clandestini di militanza femminista come incubatori di utopie, a prefigurare un rovesciamento del potere egemonico è la formazione di una forza sociale che attraverso la mobilitazione e la lotta di massa ambisce all’istituzione di un governo proletario. La pluralità di visioni è scandagliata anche per riflettere su una frammentazione ideologica e una chiusura dogmatica che possono culminare in un settarismo fatale, per divergenze tra chi si apre al dialogo con le istituzioni e chi interpreta in questo intento un tradimento dei principi fondanti dell’antagonismo.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">“Non sarà la civilizzazione, non sarà l’alfabeto del bianco né dell’uomo a elevare la nostra anima. È il mito: la speranza che un giorno faremo la vera ribellione nella fattoria. La rivoluzione non sarà né calco né copia, ma creazione eroica dell’alpaca”.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Con <i>Atusparia</i> Gabriela Wiener intona un inno alla disobbedienza civile con l’esortazione a concepire la memoria come pratica attiva attraverso quanto compiuto dal movimento indigeno, dalle lotte anticoloniali, dalle rivolte di Túpac Amaru, Pedro Pablo Atusparia, Micaela Bastidas e Rita Puma, dalle insurrezioni contadine, dalla resistenza zapatista, mapuche, aymara, quechua e amazzonica di oggi. La sovrapposizione temporale con una proiezione su un immediato futuro induce chi legge a oltrepassare il mero esercizio celebrativo per canalizzare il desiderio di riscatto dalle persecuzioni subite dagli attivisti estromessi dalla partecipazione politica. Un invito a coltivare fantasie di cambiamento per riappropriarsi della visione della lotta come poesia dei popoli.</p>
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		<title>Hajar Azell, Il senso della fuga (Marcos y Marcos 2026)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Beirut]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo di guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[marcos y marcos]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[scrittrice marocchina]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Hajar Azell</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-120598 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar-190x300.jpg" alt="" width="319" height="504" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar-190x300.jpg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar-266x420.jpg 266w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar-150x237.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar.jpg 300w" sizes="(max-width: 319px) 100vw, 319px" /></p>
<p style="text-align: center;">Prime pagine del secondo romanzo dell&#8217;autrice</p>
<p style="text-align: left;">Beirut, gennaio 2010<br />
Alice cammina per le strade buie di Beirut un’ora dopo essere atterrata. Passa davanti ai bar dalle luci soffuse, percorre due volte avanti e indietro la stessa stradina prima di riuscire a trovare quello che le aveva indicato Paul, nascosto nel cortile di un palazzo. Entra, si siede su uno degli sgabelli al bancone e ordina: «Vodka, salsa piccante, limone, oliva».<br />
«Il doudou?»<br />
«Sì, tre doudou».<br />
Il barman, intrigato, la guarda buttar giù gli shot. Alice, poggiando l’ultimo bicchiere sul bancone, avverte un bruciore alla gola. Si trova finalmente dove ha sempre sognato di essere: in un paese sconosciuto, da sola, con il giornalismo come unica occupazione. Morde l’oliva scandagliando il locale con lo sguardo. Non assomiglia affatto al covo di corrispondenti che le aveva descritto Paul.<br />
In fondo alla sala, alcuni adolescenti muovono timidamente i fianchi sulla pista da ballo. Il barman le spiega che il locale ha cambiato proprietario da qualche mese. «Per fortuna siamo riusciti a salvare il bancone…» dice passando la mano sul legno segnato. Alice annuisce. Prima che possa prendere il cellulare, l’uomo le mette un bicchiere sotto il naso. «Offre la casa» le dice fiero presentandosi: si chiama Hussein. Alice sorride. Il chili le ha lasciato un sentore di piccante sulle labbra. Sono rosse e lucide. Hussein si apre una birra Almaza. I loro bicchieri si toccano, poi Alice torna a guardare il telefono per leggere la mail di Paul. Quando è riuscita a ottenere lo stage al giornale libanese, è stato il primo a saperlo. Era contento di farle scoprire la città nella quale era stato corrispondente per più di quindici anni. “A Beirut si danza intorno alle tombe” le aveva raccontato, con una strana fascinazione negli occhi. Alice lo aveva aspettato al termine del corso che teneva nella sua scuola di giornalismo per fargli alcune domande. Voleva sapere come diventare reporter, da dove cominciare, dove andare. Da quel momento, ogni volta che doveva prendere una decisione importante, Alice consultava Paul.<br />
A poco a poco il bar si riempie. La musica si alza e i muri sono inondati da lampi di luce. Alice si lascia trascinare dal ritmo, stringendo un altro bicchiere fra le mani. È mezzanotte quando finalmente il dj mette su la dance. I corpi si dimenano al suono di Get It Right degli Y.A.S. Hussein guarda Alice allontanarsi dal bancone per ancheggiare sulla pista con le mani in aria. I lunghi capelli ondeggiano prima da un lato poi dall’altro, e Hussein si chiede chi sia quella ragazza che, dopo aver buttato giù quattro doudou, balla sola la sera. “Let it laugh, let it crash”. La voce vellutata di Yasmine Hamdan si sovrappone ai ronzii elettronici e tutti ripetono in coro: “Let it laugh, let it crash”. Alla fine del suo turno, Hussein si passa una mano tra i capelli e cerca Alice con lo sguardo.<br />
Invano. È sparita. Non l’ha vista uscire. “Let it shine on, let it die”.<br />
Alice esce dalla porta sul retro senza salutare Hussein. Non sa mai cosa dire quando arriva il momento di lasciarsi. Entra in un bar, poi in un altro, si ferma a guardare le persone che si abbracciano, ridono a crepapelle, camminano incespicando, parlano troppo forte. Una sensazione di vuoto la invade.<br />
Si sente estranea alla scena, come se un vetro la separasse da ciò che vede. Continua a camminare tenendo l’ultima sigaretta fra le dita. Fa girare la rotella con il pollice che si arrossa, ma l’accendino si rifiuta di funzionare. Non fa più clic, si sente solo il sibilo del gas che fuoriesce. Nulla per rischiarare la notte.<br />
Alice traccia il suo cammino nell’oscurità allontanandosi dalla festa. Quella mattina era ancora a Parigi, nell’appartamento snobbato dalla luce. E ora, attraversa questa città le cui strade le sembrano già familiari. Cammina senza meta da quando ha lasciato Gemmayzé, poi decide di seguire rue de Damas, la Linea verde. Durante la guerra civile quella linea tagliava in due la città: a ovest, i quartieri musulmani, a est, quelli cristiani. Ha letto decine di articoli a riguardo. La Linea verde: gli abitanti sono fuggiti e la vegetazione l’ha invasa. Nelle foto di Paul, si vedevano alberi cresciuti un po’ ovunque, grandi alberi folti di un verde brillante.<br />
Alice cammina per un’ora, legge i nomi delle vie, tenta di ricomporre i quartieri. Lo sguardo diretto ai piani alti dei palazzi. Gli alberi si erano fatti strada attraverso le finestre, fin negli appartamenti disertati dai loro inquilini. Si chiede chi li abiti oggi. Da che parte stavano quelle famiglie durante la guerra? Quali paure le tormentano ancora la sera? E poi, sfinita dalle domande che le frullano in testa, Alice si ferma alcuni minuti a osservare il cielo. È un’abitudine di quand’era bambina. Ogni sera, prima di dormire, cerca la Luna con lo sguardo. Intorno all’astro perlaceo brillano le stelle, guardiane silenziose di tutte le storie mai raccontate. Fin dai primi giorni a Beirut, Alice vaga per la città. Ama l’ebrezza dell’ignoto, l’euforia delle prime volte. Può finalmente parlare arabo, dopo averlo studiato per anni ai corsi serali. Le persone si stupiscono della sua padronanza linguistica, le chiedono da dove viene, se in fondo, a cercar bene, non abbia un po’ di sangue libanese. Col passare del tempo, finisce per dire che sì, forse viene anche un po’ da qui, chissà.<br />
Il proprietario dell’appartamento che ha affittato è un ex architetto. Le racconta che, negli anni Novanta e Duemila, condomìni nuovissimi sono spuntati un po’ dappertutto, come a nascondere le tracce della guerra. Solo poche famiglie sono riuscite a battersi per salvare la propria casa. La collina verde di Beirut è diventata una montagna biancastra sulla quale il cemento cresce come le ortiche.<br />
Da quando ne hanno parlato, per Alice la città è come un puzzle di cui sta ricostruendo l’immagine.<br />
C’è la Beirut festosa, la Beirut della guerra, la Beirut delle comunità, la Beirut ricca. La città ha in sé qualcosa di inafferrabile che affascina Alice. Da quando è arrivata, ogni fine settimana corre lungo la strada panoramica, l’album degli Y.A.S. nelle orecchie. Alice guarda Beirut sfilare come un film accelerato. Costeggia il lungomare, gli occhi assorbiti dalle onde che si infrangono sugli scogli.<br />
Correre le regala un senso di pace. I pensieri che si agitano confusi trovano finalmente un ordine. Le sembra di rimbalzare sull’asfalto. Quando corre, Alice si sente invincibile.</p>
<hr />
<p><strong>Hajar Azell </strong>è nata a Rabat nel 1992, Hajar Azell non aveva ancora vent&#8217;anni quando, tra il 2010 e il 2011, la ‘primavera araba‘ infiammò le strade di Tunisi, Il Cairo, Damasco e Algeri, prima che le speranze che aveva suscitato fossero spazzate via o represse nel sangue. Oggi Hajar vive tra Parigi e Rabat; ha dato vita alla rivista www.onorient.com, che celebra lo slancio creativo del Nord Africa e del Medio Oriente.</p>
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		<title>Limoni neri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Coppola]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Francesca Coppola</strong><br />
L’estate in cui si fece donna, Cora raccoglieva mozziconi sulla spiaggia. Li fumava di nascosto sul retro di una barca. Polvere e salsedine]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_119643" aria-describedby="caption-attachment-119643" style="width: 2560px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119643" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/peschereccio-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1707" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/peschereccio-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/peschereccio-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/peschereccio-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/peschereccio-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/peschereccio-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/peschereccio-2048x1365.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/peschereccio-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/peschereccio-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/peschereccio-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/peschereccio-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/peschereccio-1920x1280.jpg 1920w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /><figcaption id="caption-attachment-119643" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/mare-navigando-nebbia-vista-sul-mare-18776745/">Kássia Melo</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Francesca Coppola</strong></p>
<p>L’estate in cui si fece donna, Cora raccoglieva mozziconi sulla spiaggia. Li fumava di nascosto sul retro di una barca. Polvere e salsedine.</p>
<p>La notte di San Giovanni, si scioglievano tavolette di piombo per interrogare il futuro. A lei non importava, faceva il bagno il ventiquattro di giugno.</p>
<p>«Cosa fai?» le chiese inclinando la testa.</p>
<p>La ragazza sobbalzò. Le cadde il mozzicone, un segno grigio su un angolo del piede.</p>
<p>«Ah ah ah, che bambina!»</p>
<p>Cora si alzò ma il giovane la bloccò.</p>
<p>Neanche lei sapeva perché si fosse nascosta dietro la barca dello zio di Nevio.</p>
<p>Gli undici pescherecci erano in rimessa sulla spiaggia. Nello stretto fra i due palazzi del Corso si rivendicava da cinquant’anni lo spazio destinato ai bagnanti.</p>
<p>«Il polipo ha nove cervelli e tre cuori» disse la ragazza, ricordando di averlo letto da qualche parte.</p>
<p>Il ragazzo fece una smorfia divertita. «Sei fuori di testa ma…»</p>
<p>«E allora?» rispose Cora.</p>
<p>«Sei carina» e le toccò i capelli.</p>
<p>Un vento leggero, il mare liscio. Nel buio gli occhi di Nevio erano ancora più scuri. Si mormorava non ci fossero labbra che lui non avesse toccato.</p>
<p>«Ma fammi il piacere…» rise.</p>
<p>Cora si allungò verso l’acqua ma vide il busto di San Giovanni galleggiare in mare. Solo lui poteva farlo. Un avvertimento che, negli anni, era diventato un canto. Lo si intonava ai bimbi, la sera. Veniva usato per mettere paura ai ragazzi che entravano in acqua di notte. I vecchi lo avevano appreso da tempo, dalla sera dei limoni neri: un rito nato tra le reti dei pescatori quando si incagliavano contro gli scogli e i pesci morivano prima di arrivare a riva.</p>
<p>Erano trascorsi diciassette anni dalla notte in cui partirono dodici imbarcazioni.</p>
<p>“Non si cambiano i nomi alle barche” avevano detto gli altri pescatori al padre di Nevio. La moglie aveva sciolto il piombo per scoprire se avrebbero avuto figli, lui aveva sognato i limoni neri. Erano sposati da sei anni, la pelle cotta dal sole. I limoni piccoli e scuri rappresentavano i bimbi che avrebbero avuto. Così Pandemonio prese il nome di Limone nero, auspicio di prosperità.</p>
<p>Partirono la notte di ferragosto, il mare non raccoglieva preghiere. Un lampo preannunciò la mareggiata. Gli uomini cercarono di mantenere la rotta ma dall’acqua salì il tanfo di alici marce.</p>
<p>La mattina seguente le undici barche tornarono in fila indiana, come a un funerale.</p>
<p>«Allora sei frigida» le disse.</p>
<p>«Ti piacerebbe, vero?»</p>
<p>«E perché mai?»</p>
<p>« Nessuno può resistermi.»</p>
<p>«Gne, gne, gne».</p>
<p>Cora non aveva capito.</p>
<p>Il padre di Nevio non fu mai ritrovato. Da quella notte i limoni caduti dagli alberi vennero rinchiusi nei barattoli di vetro e stipati all’interno della cupola costruita al posto della barca scomparsa. “Il mare non dimentica, prende sempre ciò che è suo”, diceva lo zio.</p>
<p>Per i due mesi successivi le reti calate in acqua restarono vuote.</p>
<p>Fino a quando la moglie dell’uomo scomparso scoprì di essere incinta di Nevio.</p>
<p>Ogni anno, il ventitré giugno a mezzanotte, la gente si inginocchiava davanti al falò, stringendo fra le mani piccoli oggetti di piombo.</p>
<p>Cora aveva provato a interpretare il futuro. Si erano formati dei cuori. Avrebbe voluto sapere dei sogni che faceva, del sangue dalla bocca e del mare che scompariva quando provava a bagnarsi. A volte spostava la frangia dagli occhi, per sentirsi più grande. Due settimane prima, aveva messo il blush sugli zigomi e aveva spento quindici candeline.</p>
<p>«Ha qualcosa di magico la processione, non è vero?» le chiese.</p>
<p>«Boh! L’odore di bruciato mi inquieta.»</p>
<p>«Tuffiamoci allora» propose il ragazzo.</p>
<p>Cora sentiva il cuore saltare come una pietra nell’acqua.</p>
<p>«Se non mi avessi fermato, lo avrei fatto» rispose seccata.</p>
<p>«Il mare è tuo». Nevio restò fermo sulla riva. Gli occhi fissi su di lei.</p>
<p>Il falò non era lontano, le spighe bollivano nei bidoni neri, i gabbiani erano statue sulla scogliera.</p>
<p>La ragazza prese un respiro e si bagnò i piedi. L’acqua era calda come se qualcuno l’avesse già attraversata. Fece un passo indietro. Sotto la superficie qualcosa si mosse. Piccoli limoni neri risalivano dal fondo. Uno dopo l’altro, oscillando. Ne sfiorò uno con la punta del piede: questo si sollevò lento, fino a toccarle la pancia. Cora serrò gli occhi e il mare lesi richiuse intorno. Tremò. I capelli si distesero, le mani aderirono ai fianchi. Trattenne il fiato. Quando riemerse i suoi occhi erano diventati scuri come quelli di Nevio.</p>
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		<title>Outre-mer</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/16/outre-mer/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2026 05:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[avventura]]></category>
		<category><![CDATA[corsari]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Giuliano]]></category>
		<category><![CDATA[La Réunion]]></category>
		<category><![CDATA[pirati]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Guido Giuliano </strong> <br />
Dopo vent’anni trascorsi cercando il tesoro di Goa, Pierre Bretodeau, esaurita ogni risorsa e lasciati alla moglie e al figlio nient’altro che debiti, crepò di cirrosi sull’isola di Mahé.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><span lang="it-IT"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-119917" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Cimetiere-La_Reunion-2.jpg" alt="" width="313" height="800" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Cimetiere-La_Reunion-2.jpg 313w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Cimetiere-La_Reunion-2-117x300.jpg 117w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Cimetiere-La_Reunion-2-164x420.jpg 164w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Cimetiere-La_Reunion-2-150x383.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Cimetiere-La_Reunion-2-300x767.jpg 300w" sizes="(max-width: 313px) 100vw, 313px" />di <strong>Guido Giuliano</strong></span></p>
<blockquote>
<p lang="it-IT" style="text-align: right;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="it-IT">&#8220;Non dire di alcun mortale che è felice prima che abbia varcato il suo ultimo giorno</span>.” </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: right;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="it-IT">Sofocle, <em>Edipo re</em></span></span></span></span></p>
</blockquote>
<p><span lang="it-IT">Michel-Gazi </span>Bretodeau<span lang="it-IT"> guarda il mare e non lo vede. I suoi occhi vanno oltre l’orizzonte e il cielo. Due spilli neri piantati in un giovane viso di <em>métis</em>. Sul ponte della nave mastica rabbia e salsedine mentre la camicia azzurra aperta sul petto litiga col vento. Tra i piedi un borsone di tela, stretto nel pugno destro affondato in tasca un oggetto di metallo sottile.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Il cargo sul quale si è imbarcato a Mahé </span>la<span lang="it-IT">scia dietro di sé una scia di spum</span><span lang="fr-FR">a c</span><span lang="it-IT">ome una cicatrice tra le onde, finché </span><span lang="fr-FR">supera Pointe des Galets </span><span lang="it-IT">e attracca a Le Port.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Grattacieli di container, baracche, gru e, lungo le banchine, imbarcazioni battenti bandiera francese. Non è poi così diverso dal porto commerciale di Marsiglia, dove è cresciuto respirando carburante e alghe marce.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Si avvicina al chiosco in legno di un’agenzia che affitta auto. Dietro il bancone un’impiegata dai tratti asiatici mangia pollo al cocco da una vaschetta di plastica e gioca un solitario sul computer dondolando la testa al ritmo di una maloya trasmessa alla radio. Quando si vede porgere le chiavi di una vecchia Peugeot e una pianta stradale sulla quale si legge: “Bienvenue à La Réunion!”, il ragazzo le chiede indicazioni per Saint-Denis.</span></p>
<p>“<span lang="it-IT">Désolé monsieur,” risponde l’altra continuando a masticare, “cette semaine les rues les plus directes sont fermées pour travaux. Vous devrez faire un détour plus long.”</span></p>
<p><span lang="de-DE">Michel</span><span lang="it-IT">&#8211;</span>Gazi<span lang="it-IT"> si trattiene dal dare un calcio al bancone e torna a stringere quel piccolo oggetto di metallo che ora gli pare di sentir bruciare in tasca.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Un dito ancora ancora un po</span>’ <span lang="it-IT">unto di pollo gli indica sulla cartina il percorso alternativo. Dopo un tratto verso sud lungo la costa, dovrà tagliare nell’interno, per poi affacciarsi sulla riva opposta e risalire a nord.</span></p>
<p>“<span lang="it-IT">Mais l’</span>î<span lang="it-IT">le est petite et vous arriverez en tous cas avant le soir.”</span></p>
<p><span lang="it-IT">Compra un piccone e una pala in una ferramenta all</span>’<span lang="it-IT">uscita del porto. Li soppesa per qualche istante. Poi li butta nel bagagliaio e richiude il portellone.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Saint-Paul, Saint-Leu, Saint-Louis. Quasi tutte le città sul mare portano nomi di santi, ma ovunque </span><span lang="de-DE">mosch</span><span lang="it-IT">e</span>e<span lang="it-IT">, templi buddisti e</span> ind<span lang="it-IT">uisti sorgono impassibili accanto alle chiese</span>.<span lang="it-IT"> I volti che scorrono oltre i finestrini sono mosaici di discendenze </span>malgasce<span lang="fr-FR">, eur</span><span lang="it-IT">opee, indiane e cinesi. È in questa goccia di Africa che Parigi ha incontrato Bombay sulla strada verso Pechino.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Per le vie del centro facciate colorate di case in stile coloniale si mescolano a bettole che sfoggiano grandi insegne ridicole nel tentativo di richiamare boutiques e locali della Ville Lumière. Nel vento caldo, odore di fritto e di rum alla vaniglia, donne in abiti sgargianti e auto di seconda mano.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Tra un santo e l’altro la strada scivola accanto all’Oceano Indiano. Michel-</span>Gazi <span lang="it-IT">si lascia alle spalle lunghe spiagge di sabbia bianca dove le onde si mettono in fila per frangersi sulla barriera corallina: il genere di panorami che catturano i turisti dalle vetrine delle agenzie di viaggi. Ma Michel-</span>Gazi Bretodeau<span lang="it-IT"> non è un turista, passa oltre e non li vede, mentre le ruote alzano polvere sull’asfalto. Per lui la bellezza che sta attraversando è una contingenza irrilevante, la strada da percorrere non è altro che una distanza da azzerare al più presto, un ostacolo tra sé e un cimitero a Saint-Denis.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Già a Mahé aveva cercato un cimitero. Quello nel quale era convinto di trovare su una lapide il nome del padre, ma, una volta lì, aveva scoperto che i suoi resti erano stati buttati in un ossario, come ci si disfa degli scarti del pesce dopo una cena. Soltanto questo aveva saputo guadagnarsi in tutti gli anni sperperati lontano da casa quell’Ulisse incapace ubriaco di sogni sbagliati.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Francese di Marsiglia, Pierre Bretodeau era partito giovanissimo per il Burkina Faso, assunto da una multinazionale come coordinatore responsabile dell’attività estrattiva in una miniera d’oro. Ed era vissuto lì fino a quando una sua imperizia aveva causato un incidente, il crollo nel quale erano morti alcuni minatori, tra cui Gazi Sanou, padre di Akanke, la ragazza quindicenne dalla quale aspettava un figlio. Licenziato, tornò a Marsiglia portandola con sé e trovò lavoro alla dogana del porto. Michel-</span>Gazi<span lang="it-IT"> aveva quattro anni quando suo papà iniziò a trascorrere le serate fuori giocando d’azzardo. La madre non riuscì o non volle mai integrarsi nel Paese dove era sbarcata orfana, seguendo l’uomo che le aveva ucciso il padre, ma iniziò a fare in casa piccoli lavori di rammendo e cucito per riuscire a restituire quanto gli strozzini venivano a pretendere dopo aver prestato a Pierre i soldi che giocava. E Pierre perdeva quasi sempre. Ma una notte vinse da un uomo a cui mancava l’occhio sinistro &#8211; un disgraziato di passaggio che disse di non possedere altro &#8211; una piastra d’argento che recava inciso un codice. Lo stesso oggetto che vent’anni dopo Michel-Gazi e sua madre ricevettero per posta il giorno in cui arrivò da Mahé un plico con i documenti, i pochi effetti personali e il certificato di morte di Pierre. La stessa piastra che ora viaggia nella tasca di un ragazzo su una vecchia Peugeot, mentre da una strada costiera de La Réunion svolta verso nord-est, in direzione delle foreste e dei vulcani dell’entroterra.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Nel consegnarlo a Pierre, l’uomo gli aveva raccontato la storia del medaglione e lui, raccolti dal cassetto gli ultimi quattro soldi che c’erano in casa, aveva lasciato Akanke e il bambino in quella stanza che dava sul porto, forse cogliendo l’occasione per fuggire da una vita che per nessuno era stata una scelta</span>.<span lang="it-IT"> Stregato come chissà quanti altri prima di lui, era partito per le Seychelles con gli occhi e il sorriso di un pazzo, certo di avere tra le mani le più belle carte che la vita avrebbe mai potuto riservargli e con la presunzione che sarebbe stato in grado di decifrare le diciassette righe di quel crittogramma. Una scrittura iniziatica forse </span>l<span lang="it-IT">egata al simbolismo massonico, allo z</span>odiaco<span lang="it-IT"> o alla Chiave di Salomone.</span></p>
<p><span lang="it-IT">La piastra d’argento era appartenuta a Olivier Levasseur, ufficiale di marina, poi corsaro ai Caraibi al servizio della Corona di Francia sotto il Re Sole e infine pirata nell’Oceano Indiano, quando, al termine della guerra di successione spagnola, aveva rifiutato di cedere il comando della propria nave e di rientrare in patria. Si era guadagnato il soprannome di “La Buse”, “La Poiana”, per il naso adunco e l’abile ferocia con la quale attaccava le sue prede. Un colpo di sciabola lo aveva reso cieco da un occhio, ma non aveva fermato le sue ali veloci.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Un giorno d’aprile del 1721 la poiana volò in picchiata su </span><span lang="pt-PT">Nossa Senhora do Cabo</span><span lang="it-IT">, un galeone portoghese che tornava dall’India verso Lisbona. A bordo il Viceré, il vescovo di Goa e il tesoro della sua cattedrale. La Buse si impossessò del carico senza sparare un colpo. Pochi giorni prima, per salvarla dal naufragio durante una tempesta, i marinai avevano ricevuto l’ordine di buttare a mare i settantadue pesanti cannoni di cui era armata la nave. Quando La Buse la sorprese, </span><span lang="pt-PT">Nossa Senhora do Cabo</span><span lang="it-IT"> era ferma in una baia a la Réunion con le vele ammainate, mentre l’equipaggio riparava le falle che la burrasca aveva aperto nelle fiancate. Una lepre ferita senza vie di fuga.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Nella stiva sete, gemme, metalli preziosi, forzieri pieni di monete e poi reliquie e oggetti sacri, tra i quali </span>l<span lang="it-IT">’enorme Croce fiammeggiante </span>d<span lang="it-IT">ella </span><span lang="da-DK">Cattedrale</span><span lang="it-IT"> di Goa in oro massiccio. Ci vollero</span> <span lang="it-IT">tre uomini per caricarla sulla nave di Levasseur.</span></p>
<p><span lang="it-IT">La Buse aveva tra gli artigli uno dei più grandi tesori di tutta la storia della pirateria, ma non aveva modo di goderne. L’Olivier di un tempo, l’ufficiale di marina nato a Calais, il corsaro che era stato o un qualunque onesto suddito di Sua Maestà avrebbe potuto acquistare palazzi, cavalli, carrozze e poi avere servi, organizzare balli e banchetti. Ma non l’Oliver pirata. Come può un fuorilegge sempre in fuga da una costa all</span>’<span lang="it-IT">altra sfruttare una ricchezza simile vivendo per mare? Solo tornando a essere un borghese rispettabile, solo chiedendo l’amnistia offerta dalla Corona francese ai </span><span lang="pt-PT">pira</span><span lang="it-IT">ti dell’Oceano Indiano </span><span lang="it-IT">che </span>av<span lang="it-IT">essero rinunciato alla loro attivit</span>à<span lang="it-IT">.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Nel 1724 Levasseur inviò </span>un <span lang="it-IT">messo al governatore dell’isola de La Réunion per contrattarne i termini. La risposta non potè soddisfarlo: la Francia era disposta a concedergli il perdono, ma il prezzo che chiedeva in cambio</span> <span lang="it-IT">era proprio il tesoro di </span><span lang="pt-PT">Nossa Senhora do Cabo</span><span lang="it-IT">. A una poiana non serve il perdono se gli viene tolta l’unica ragione per la quale lo ha chiesto.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Nell’attesa di decidere in quale direzione volare, scese a terra per nascondere tutte quelle ricchezze in una qualche isola. Molti dicono a Mahé. Ma, quando si posa, un predatore può diventar preda. Fu catturato vicino a Fort Dauphin, in Madagascar, e condannato a morte.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Per un bizzarro dispetto del caso, quella che avrebbe potuto essere la sua più grande fortuna lo portò alla forca proprio là dove l’aveva incontrata, a La Réunion. Olivier Levasseur fu impiccato per pirateria </span><span lang="fr-FR">a Saint-Denis</span><span lang="it-IT"> il 7 luglio 1730 alle cinque del pomeriggio.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Pochi istanti prima dell’esecuzione, come un attore consumato salito sul palco per la sua ultima replica, dal patibolo lanciò tra la folla accorsa a vedere lo spettacolo il medaglione che aveva al collo, gridando: “Trouve mon trésor, celui qui saura le comprendre!”</span></p>
<p><span lang="it-IT">Dicono che il suo cadavere sia stato esposto appeso in riva al mare, che in seguito sia stato sepolto in una fossa sulla spiaggia sotto la linea dell’alta marea e quindi del suo corpo si sia persa ogni traccia.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Nel cimitière marin di Saint-Paul esiste però una tomba con una croce di pietra sulla quale sono incisi un teschio e due ossa incrociate. A lato si vede un piccolo cannone e dall’altra parte un cartello nero in metallo:</span></p>
<p style="text-align: center;"><em><span lang="it-IT">Olivier Levasseur<br />
</span><span lang="it-IT">dit<br />
</span><span lang="it-IT">La Buse<br />
</span><span lang="it-IT">Pirate<br />
</span><span lang="it-IT">des mers du Sud</span></em></p>
<p><span lang="it-IT">Un monumento celebrativo alle sue imprese, un’eco della sua leggenda. Turisti e appassionati di storie sui pirati vengono a lasciare sulla lastra sepolcrale biglietti, monete,</span> <span lang="it-IT">fiori e collane. Ma talvolta compaiono anche targhe di <em>remerciement</em>, sigarette e bicchieri di rum lasciati da gente del posto durante rituali di magia nera.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Peccato che il cimitero sia stato costruito quasi sessant</span>’<span lang="it-IT">anni dopo l’esecuzione di Levasseur. Peccato che quella tomba sia comparsa solo nel 1970. Peccato sia vuota. E peccato sia nel posto sbagliato.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Michel-Gazi questo lo sa, perché lo sapeva suo padre. </span></p>
<p><span lang="it-IT">Pierre non riuscì mai a decifrare il crittogramma di La Buse, ma, dopo aver scoperto su alcuni scogli della costa sud di Mahé graffiti scritti forse nello stesso alfabeto, si convinse di aver individuato l’area nella quale concentrare le proprie ricerche. I suoi trascorsi di responsabile dell’attività estrattiva nelle miniere in Burkina Faso gli consentivano di muoversi con agio nell’ottenere autorizzazioni ufficiali per procedere agli scavi, aprire cantieri, assoldare manodopera locale, affittare</span> metal detector<span lang="it-IT"> ed escavatori. A ogni fallimento lui aumentava il raggio delle sue illusioni, mentre diminuivano i mezzi che aveva a disposizione, così come il numero delle persone che volessero ancora lavorare per lui. Finché rimase da solo, con una pala, un piccone e una bottiglia di rum.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Nei primi anni tornava a casa per Natale, talvolta anche per il compleanno di Michel-Gazi, poi soltanto quando aveva finito i soldi, per prenderne altri dal cassetto di Akanke. Diversi gli occhi, scuri, di straccione. Il giorno in cui non gli restò nemmeno di che comprarsi il biglietto per Marsiglia, i soldi iniziò a farseli mandare.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Dapprima, attraverso racconti di avventure in luoghi esotici e promesse sempre rinnovate di un imminente ritorno con ricchezze favolose, l’eroe faceva sognare il bambino. Quindi, con le sue assenze e le continue richieste di denaro, l’egoista sordo ai suoi doveri e agli affetti familiari accendeva la rabbia nel ragazzo. Infine la solitudine e la miseria che il fallito non poteva più nascondere proiettavano nel giovane uomo un’ombra di pietà che attutiva appena il suo rancore e lui avrebbe preferito non provare.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Chissà se a quel punto suo padre avesse </span>già <span lang="it-IT">capito </span><span lang="de-DE">che</span><span lang="it-IT"> per lui non sarebbe mai arrivata la mano vincente, ma avesse ritenuto meno disonorevole bluffare raddoppiando ancora la posta, piuttosto che lasciare il tavolo</span>, <span lang="it-IT">tornare a casa e ammettere davanti a chi l’aveva visto partire di aver perso anche quella partita.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Dopo vent’anni</span> <span lang="it-IT">trascorsi </span><span lang="pt-PT">cerca</span><span lang="it-IT">ndo il tesoro di Goa, Pierre Bretodeau, esaurita ogni risorsa e lasciati alla moglie e al figlio nient</span>’<span lang="it-IT">altro che debiti, crepò di cirrosi sull</span>’<span lang="it-IT">isola di Mah</span><span lang="fr-FR">é</span><span lang="it-IT">.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Per un bizzarro dispetto del caso, come già era accaduto a Levasseur, quello che all’inizio gli era parso il più grande colpo di fortuna della sua vita aveva avuto come esito ultimo la morte.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Akanke, appassita anzi tempo per la fatica e gli stenti, con la stessa rassegnazione con la quale aveva seguito il marito dal Burkina Faso alla Francia, di lì a poco lo aveva raggiunto anche in quell’altro Paese, il più lontano, l’ultimo. Solo dopo averla sepolta, Michel-Gazi aveva deciso di partire.</span></p>
<p><span lang="it-IT">A Mahé, nello scoprire che suo padre non aveva nemmeno una tomba sulla quale potesse sputare, aveva di nuovo provato pena per colui che credeva di odiare e dentro di sé aveva dirottato il capitale di rabbia accumulato nel tempo verso chi, lanciando come una maledizione quel medaglione alla folla, per quasi trecento anni aveva illuso e portato alla rovina chissà quanti altri </span><span lang="fr-FR">Pierre Bretodeau</span><span lang="it-IT">.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Aggrappandosi a un particolare tra tanti nelle favole narrategli dal padre quando era bambino, si era imbarcato sul primo cargo che partisse per La Reunion, con l’intenzione di vendicare oltre a lui, anche la madre e sé stesso. Una sera, uno degli uomini con i quali aveva scavato, dopo molti, troppi, bicchieri di rum perché lo si potesse prendere sul serio, aveva raccontato a Pierre una storia: nella sua famiglia si diceva che il cadavere di Levasseur, raccolto dal suo secondo in un gesto di deferente pietà, fosse stato tenuto nascosto per anni e poi sepolto tra i senza nome in un cimitero sul mare a Saint-Denis.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Tra il Piton des Neiges e il Piton de la Fournaise, che quando vuole riversa ancora nell’oceano il suo carico di fuoco, si distende come un corridoio la regione percorsa dall’unica strada che attraversa per intero La Réunion. Su questa, ora </span><span lang="de-DE">Michel-Gaz</span><span lang="it-IT">i si inerpica con la sua Peugeot in mezzo a monti e foreste pluviali. La vegetazione sempre più intricata inghiotte l’auto tra felci arboree e tamarindi, lungo crateri di vulcani o strapiombi nati dal crollo di originarie camere di lava sotterranee.</span> <span lang="it-IT">Il verde scurissimo è interrotto dai nastri d’argento delle cascate che talvolta rimbalzano direttamente sull’asfalto e come improvvise tende d’acqua coprono per qualche secondo il parabrezza di chi le attraversa. </span></p>
<p><span lang="it-IT">Il ragazzo supera i piccoli centri urbani dell’interno, quelli in cui si stabilirono per primi gli schiavi malgasci o africani fuggiti dalle piantagioni di vaniglia, caffè e canna da zucchero. In questa zona un tempo inaccessibile, adesso Michel-Gazi può comodamente fermarsi in un Leclerc dove comprare per pochi euro un panino alla salsiccia rougail e una Pepsi-Cola. Nel parcheggio del supermercato alcune rane saltano tra i resti di quelle schiacciate dalle ruote delle auto, millepiedi giganti dormono sotto le rocce nelle aiuole, mentre enormi ragni gialli e neri catturano zanzare nelle loro tele filate tra i carrelli della spesa.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Sceso sulla costa orientale, lungo la strada che lo riporta verso nord, incontra altri santi: </span><span lang="fr-FR">Saint-Beno</span>î<span lang="fr-FR">t, Saint-André, Sainte-Suzanne, Sainte-Clotilde</span><span lang="it-IT">.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Tra una citt</span>à <span lang="it-IT">e </span>l’<span lang="it-IT">altra frangipani e zuccherifici si inseguono fino a Saint-Denis. Onde di spuma e perle d</span>’<span lang="it-IT">acqua battono grandi rocce nere sulle quali talvolta alcune iscrizioni ricordano persone scomparse in mare.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Quando arriva al cimitero il sole sta tramontando e il guardiano ha già chiuso i cancelli. </span>Michel-Gazi <span lang="it-IT">lascia l’auto sul lato verso Rue du Cimetiè</span><span lang="fr-FR">re de l</span>’est<span lang="it-IT">, prende dal bagagliaio la pala e il piccone e scavalca senza fatica il basso muretto di cinta.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Nella parte nord i ricchi riposano in cappelle di basalto scuro tra vialetti curati, a sud tombe modeste si accalcano senza ordine. Cammina rapido guardandosi attorno finché trova la zona più vecchia del camposanto, quella dove erano accolti clandestini, schiavi, stregoni il cui nome non andava nemmeno pronunciato e cadaveri di naufraghi che il mare aveva riportato a riva. Chi ha per epigrafe un sole e una luna, chi un serpente, una tartaruga o uno squalo, chi un’ancora o una rosa dei venti, ma tra le tombe coperte di muschio e senza nome ce n’è una rivolta verso il mare, sulla cui pietra sepolcrale è inciso un uccello con le ali spiegate. Michel-Gazi le spezza, spaccando la lastra col piccone. Il rumore dei colpi fa eco ai rintocchi cupi di un campanile in città. La poiana non vola più</span>.</p>
<p><span lang="it-IT">Sposta i frammenti di pietra e pianta la pala nel suolo compatto. Scavando scopre lo scheletro di due mani che trattengono sul petto l’impugnatura di una sciabola. La terra ha colmato le orbite nel cranio, ha riempito la bocca dietro le arcate dei denti, tra le coste ha preso il posto dei polmoni e del cuore, ha inondato il bacino.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Raccoglie la sciabola. Incise sull’elsa due lettere: O. L.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Michel-Gazi ora ne è sicuro. Vibra di rabbia e soddisfazione mentre nell’alito caldo della notte si toglie la camicia azzurra e riprende il piccone per sbriciolare quel che resta di un uomo vissuto di violenze e rapine, un assassino diventato leggenda che, nonostante tutto, a differenza di suo padre, una tomba ce l’ha.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Ripensa a se stesso bambino, ripensa alla madre, a quegli anni trascorsi aspettando che a Natale tornasse prima l’eroe, poi l’egoista e quindi il fallito che, oltre alla propria vita, stava spendendo anche quelle della moglie e del figlio.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Schegge d</span>’<span lang="it-IT">osso schizzano via sotto i suoi colpi, ma a un tratto, t</span><span lang="fr-FR">ra le</span><span lang="it-IT"> coste</span> <span lang="it-IT">spaccate, dietro lo sterno, dove poteva esserci il cardias, un oggetto scintilla sotto la luna. Si inginocchia per prenderlo. È una piastra d’argento simile a quella che ha in tasca, ma forata. La Buse poteva averla inghiottita poco prima di salire sul patibolo. Una copia? No. Sovrapponendole per confrontarle Michel-Gazi si accorge che con uno scatto si incastrano in un’unica posizione possibile. Attraverso le fessure della seconda ora si legge sulla prima un messaggio inequivocabile: una serie di numeri. Delle coordinate.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Ovvio che suo padre e nessuno prima di lui fosse mai stato in grado di decifrare quell’alfabeto misterioso, quelle diciassette righe in codice che da sole non volevano dire niente. Non una scrittura iniziatica, ma un escamotage pensato allora secondo lo stesso banale principio per cui oggi si tiene il PIN separato dalla carta di credito. Il lancio sprezzante dal patibolo era stata solo un’esca, una beffa volta a trarre in inganno chi per quel tesoro lo aveva impiccato.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Sul Cimetière de l’Est gridando striduli volano in cerchio i pipistrelli. Michel-Gazi guarda i numeri sulle piastre d’argento ora ricongiunte e le labbra scoprono i suoi denti di maiolica in un sorriso di luna. Negli occhi la luce di un pazzo, la stessa che aveva visto in quelli del padre il giorno in cui era partito la prima volta andandosene oltre il mare. </span></p>
<p><span lang="it-IT">Pianta la sciabola di Levasseur nel trito di terra e ossa rotte con l’elsa girata in modo che si leggano le iniziali. Salta di nuovo il muro di cinta e corre via.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Nella notte, lieve e continuo lo sciabordio delle onde.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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