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		<title>Il turismo triste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Redi Salìasi</strong> <br />Un paio di mesi fa mi è stato chiesto di fare da guida a un gruppo di venti studenti norvegesi, accompagnati dal loro docente, in giro per la città di Tirana. Ho detto subito di sì]]></description>
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<p>di <strong>Redi Salìasi</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-121613" width="551" height="368" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-2048x1365.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1920x1280.jpg 1920w" sizes="(max-width: 551px) 100vw, 551px" /></figure></div>



<p>Un paio di mesi fa mi è stato chiesto di fare da guida a un gruppo di venti studenti norvegesi, accompagnati dal loro docente, in giro per la città di Tirana. Ho detto subito di sì perché attività del genere le ho sempre svolte: un po’ per il mio mestiere di interprete – in questo caso, è lavoro retribuito – ma soprattutto per passione, per promuovere (gratuitamente) il mio paese a chi decide di trascorrervi le vacanze o un certo periodo della propria vita. Il giorno prima della visita, con senso di responsabilità e rigore, ho letto, (ri)studiato e preparato un bel piano di visita della capitale. Dal momento che avrei parlato a ragazze e ragazzi di circa vent&#8217;anni, perché non avessero voglia di fuggire da me dopo i primi cinque minuti, ho cercato di immaginare quali storie e luoghi fossero più appetibili per loro. La mattina dell’incarico sono andato all&#8217;hotel dove gli studenti alloggiavano, e ho chiacchierato con il docente che li accompagnava. Mi ha spiegato che i ragazzi e le ragazze, secondo il sistema scolastico norvegese, stavano frequentando un programma biennale che li avrebbe alla fine aiutati nella scelta del corso universitario da intraprendere. A un certo punto, senza che mi rendessi ben conto che il suo discorso stava passando a un altro argomento, ha cominciato a raccontarmi che alcuni ricchi cittadini norvegesi lasciano la Norvegia per trasferirsi in Svizzera con la precisa intenzione di eludere il sistema fiscale. «Questo è ingiusto nei confronti della nostra società», mi spiegava, «perché si sono arricchiti grazie alle risorse collettive e ora abbandonano il paese per non contribuire più al suo benessere, al suo equilibrio».</p>



<p>Sempre desiderando cha la mia visita fosse interessante, ho domandato all’insegnante come avrebbe preferito che la organizzassi, su quali aspetti dovessi concentrarmi di più, se i suoi studenti fossero più incuriositi dalla storia antica o da quella contemporanea della città. Con mia evidente sorpresa mi ha risposto che il desiderio di tutto il corpo docente – ovvero, dei colleghi e delle colleghe rimasti a casa in Norvegia &#8211; era che io parlassi alle ragazze e ai ragazzi della qualità della vita nell&#8217;Albania di oggi: in poche parole, volevano sentirmi parlare della corruzione albanese che sta dietro (o sotto, dipende dalla prospettiva) i palazzi altissimi che vedevano in giro per la città, del riciclaggio di denaro, dei motivi per cui, si prevede, il 43% delle persone tra i 15 e i 25 anni lasceranno il paese entro il 2050.</p>



<p>In quel momento mi è stato chiarissimo: lo scopo della loro visita non era vedere l&#8217;Albania per impararne un po’ di storia e conoscerne le bellezze naturali, il cibo, l’ospitalità. L&#8217;obiettivo degli insegnanti era quello di formare cittadini consapevoli attraverso un esempio negativo. Come se dicessero: vedete come potremmo diventare? Volete davvero che la nostra nazione si riduca così, a una valle di cemento? Mi sono sentito male davanti a questa richiesta, non perché non rappresenti una fetta della realtà albanese, ma perché si tratta della faccia più brutta del mio paese, e loro erano attratti solo da questa. Eravamo per loro una sorta di cavia, un esperimento politico da osservare per prenderne snobisticamente le distanze. L&#8217;Albania era il miglior paradigma – o il peggiore, anche qui dipende dai punti di vista – per mostrare dove finisce una società miope nella quale ogni individuo pensa ad arricchirsi il più possibile, a qualsiasi costo etico, sulle spalle dei propri concittadini; per sapere come si muove e che fine fa un paese nel cui immaginario collettivo i sostantivi politica e oligarchia, politica e criminalità sono diventati coppie di sinonimi.</p>



<p>Mentre pranzavamo, i ragazzi e le ragazze mi hanno domandato se volessi continuare a vivere in Albania. Ho risposto che l&#8217;Albania è una terra magnifica, con una geografia straordinaria che va dai mari ai fiumi e ai laghi, dalle colline alle Alpi; ma che, allo stesso tempo, è mortificata dalla corruzione, dal nepotismo e dalle disuguaglianze. Ho detto loro che, se ne avessi la possibilità, emigrerei in una nazione che possiede una sorta di pace sociale, dove l&#8217;arricchimento personale non è l&#8217;obiettivo di una minoranza a discapito dei più; dove esiste un senso collettivo di sicurezza, e non il timore di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un luogo dove ti svegli un giorno e non trovi l’ennesima squallida torre di venti piani eretta come per magia; dove nessun milionario perde la testa per un’isola protetta e decide di comprarla per costruirvi un resort di lusso per sé e i propri amici.</p>



<p>Questo, purtroppo, è il volto dell&#8217;Albania di oggi. È la realtà difficile nella quale noi albanesi dobbiamo sopravvivere ogni giorno. Avrei voluto dimenticare per un istante le storture che incontro ogni giorno, e per le quali sono ormai insofferente. Mi ero immaginato una giornata diversa: seppur per poche ore, avrei passeggiato per Tirana con gli occhi nuovi (e forse più clementi) di uno straniero giunto dal Nord Europa. Non ci sono riuscito. Ho capito che tra i tanti generi di turismo che in Albania esistono, ce n’è uno molto particolare: il turismo triste di chi vuole assistere alla distruzione del paese. Un turismo colto della presa di coscienza, un turismo-monito: <strong>«guardate l&#8217;Albania, per non finire come l&#8217;Albania.»</strong></p>
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		<title>Sessione plenaria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Irene Marino</strong><br />
Il tempo a disposizione di ogni presentazione – o “comunicazione” come mi ha corretta più volte il professore con la giacca che puzzava di cavolo – era di venti minuti]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_120700" aria-describedby="caption-attachment-120700" style="width: 2560px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="wp-image-120700 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1707" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-2048x1365.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-1920x1280.jpg 1920w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /><figcaption id="caption-attachment-120700" class="wp-caption-text"><a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/vintage-scuola-incontro-alunno-19253500/" target="_blank" rel="noopener">Foto di Sonny Vermeer</a></figcaption></figure></p>
<p class="LO-normal">di<strong> Irene Marino</strong></p>
<p class="LO-normal">Il tempo a disposizione di ogni presentazione – o “comunicazione” come mi ha corretta più volte il professore con la giacca che puzzava di cavolo accanto al quale mi sono seduta ieri sera – era di venti minuti. Il comitato organizzativo l’ha ricordato anche con l’ultima email ieri mattina, aveva un tono perentorio. Ho anche tagliato un pezzo delle conclusioni per rientrarci. “Organizzativo”. Il comitato aveva passato un paio di mesi a scegliere tra organizzativo e organizzatore, lo dicevano stamattina alla pausa caffè. Non stavano scherzando, non erano ironici. Forse compiaciuti è la parola giusta. “Organizzatore”. Poi, non riuscendo a decidersi, hanno chiesto un consiglio al professor Manfredi. Del resto è lui il comitato scientifico al completo. Loro, i dottorandi, stanno solo predisponendo l’intera struttura logistica del convegno per conto suo. Ridi. Tutti ridono, non ho capito cos’ha detto, mi sembrava un’affermazione normalissima. Rido. Quarantasette minuti. Gesucristo, ha una palata di fogli, legge, legge pianissimo, con quella voce tipica dei signori anziani che sarebbe anche tenera se non fosse adoperata allo scopo di sottrarti alla tua vita. Qui per la verità ce l’hanno quasi tutti. Meno il tipo che continua ad assentire ondeggiando, il prof. Bellocchio o Balocco. In compenso puzza di sigaro. È sempre seduto nella mia stessa fila, ma più verso il lato. Al momento ha il braccio piegato sul sedile di fronte – su cui per altro è seduto uno dei dottorandi del comitato organizzatore e sono quasi sicura che il professore gli stia tirando i lunghi capelli con il gomito; avrebbe fatto meglio a raccoglierli in uno chignon. Anche quell’altro sa di cavolo, quello che a cena ha raccontato commosso del periodo in cui aveva seguito l’ultimo corso completo di Althusser, l’anno prima del femminicidio. La professoressa Rinaldi invece non emana alcun odore in particolare. “Non hai letto <em>Dialettica dell’illuminismo</em>? Cara, qualcuno più severo di me potrebbe anche suggerirti di cambiare mestiere”. Le avevo chiesto solo il significato di una parola in tedesco citata nella sua comunicazione, che era una delle poche che mi aveva un pochino interessata. Neanche troppo, ma meglio di tutto il resto. Cambiare mestiere. Forse alla fine è meglio quello che puzza di cavolo.</p>
<p class="LO-normal">Il moderatore tiene un libro in mano e lo sfoglia, annuendo anche lui. A cena è stato quasi sempre zitto, immerso nel cellulare, mentre nel suo intervento di apertura ha più volte fatto riferimento, scusandosi, a un innominabile anglista, il cui nome porterebbe sfortuna. Che ore sono, devo guardare l’orologio. Posso farlo senza farmi notare, se allungo il telefono al lato un po’ sotto il sedile posso anche verificare l’identità dello studioso &#8211; il povero Mario Praz, secondo una diceria diffusa da Montanelli &#8211; senza far sfolgorare la luce. Perché ovviamente la sala è piombata nella penombra, dei milioni di bulbi dei lampadari barocchi ne saranno accesi soltanto un paio. Capisco il risparmio, ma santoddio.</p>
<p class="LO-normal">Ora il Prof. Gualtieri sta cercando la citazione sfogliando il libro. Poteva chiederla a me e fare prima, dato che ho già letto lo studio che sta presentando. È sempre lo stesso dal 1983. L’abbiamo letto tutti per almeno uno o due esami della triennale, grazie alle numerose amicizie del luminare che di anno in anno inserivano il suo libro nei loro programmi didattici. O, forse, tutti facciamo finta di averlo letto. Questo intervento aveva un titolo diverso sul programma e poi, quando si è seduto, Gualtieri ha candidamente ammesso che anche stavolta avrebbe fatto qualche riferimento all’unico studio che l’ha reso famoso e per colpa del quale dobbiamo sorbircelo in ogni convegno dal 1983.</p>
<p class="LO-normal">La pausa alla ricerca del passaggio da citare (inizio citazione, fine citazione, inizio citazione, fine citazione, inizio citazione, fine citazione) sta durando troppo. Il professore tiene in effetti gli occhi abbassati sulle pagine del libro che tiene tra le mani, ma non lo sta più sfogliando. Il volume è lievemente rivolto verso avanti, riverso. Anche la testa del professore sembra riversa. Il professore sembra riverso. Credo che il professore si sia addormentato. Abbia addormentato sé stesso. Non mi devo guardare intorno. Qualcuno se ne sarà accorto? Al tavolo grande di castagno il moderatore è rivolto verso Gualtieri, porta il bicchiere alle labbra e continua a guardarlo attento. Ma sono io a non sentirlo? Con la coda dell’occhio, giro piano piano la testa di lato. Il signore che ha lo stesso odore del relatore continua a ondulare e ad assentire. Il dottorando non riesco a vederlo, dalla mia posizione vedo solo i suoi capelli davvero troppo lunghi &#8211; anche intrecciarli sarebbe stata una buona soluzione &#8211; tesi sotto il gomito del professore dallo stesso odore di quello che parrebbe essersi addormentato, essersi addormentato in tutti i sensi permessi dal si-riflessivo e dal si-reciproco. Si deve chiamare aiuto? Sessantuno minuti.</p>
<p class="LO-normal">Avrei dovuto saperlo che non era il caso di venire, ma ero così contenta di essere stata accettata, di parlare finalmente a una delle giornate di studio più importanti dell’AIdE, l’Associazione Italiana di Estetica. Finora ho fatto domanda due volte, una durante il dottorato e una il primo anno dell’assegno. Mi hanno sempre rifiutata, è sempre dispiaciuto informarmi che l’argomento della mia comunicazione non era attinente e visto il gran numero di richieste pervenute ecc. Cinquantaquattro minuti. Io mi sono cronometrata quattro volte per rientrare nel tempo consentito dal comitato organizzatore, diciotto minuti e trentasette secondi di comunicazione, per lasciare spazio a ringraziamenti e saluti. Dovresti cambiare mestiere. Ma vaffanculo, te e i francofortesi. Neanche lei è rimasta nei tempi, ma appena di dieci minuti.</p>
<p class="LO-normal">Ho persino telefonato a mio padre per dirgli che finalmente mi avevano presa e lui ha anche finto di essere felice per me e non mi ha neanche chiesto se questa volta mi avrebbero pagata. Non solo non mi pagano, caro papà, ma non avrò neanche l’usuale rimborso spese del mio Ateneo, dato che il convegno è stato spostato all’ultimo da Enna a Potenza. Ho provato a spiegare la situazione al Segretario amministrativo, ma non ha voluto saperne di ridestinare i miei fondi missione sulla nuova destinazione. Per lo meno si sono mantenuti su due città ugualmente irraggiungibili. Bel panorama e un cibo ottimo &#8211; del resto, pranzo e cena sociale mi sono costati altri novanta euro. È proprio vero che non so leggere i segni del destino, come diceva la mia coinquilina fricchettona, quella che mi invitava sempre ai cerchi lunari e che si preparava lo shampoo da sola, a volte con l’uovo, a volte meglio non sapere. Persino un cerchio lunare in spiaggia nell’umidità di ottobre sarebbe meglio, almeno in quella situazione a una certa avrei potuto fingere di essere annichilita dall’intensità dell’esperienza e sarei potuta fuggire.</p>
<p class="LO-normal">Vorrei tanto potermi semplicemente alzare, come dal cerchio, e andar via. Nulla fa cenno di mutarsi. Non ha senso restare, voglio andar via e posso farlo. Ma come? Quando mi alzerò spingendo sui braccioli di stoffa, per quanto lentamente possa fare, il sedile si chiuderà di scatto e cigolerà, lo fa sempre. Che succede se mi alzo e qualcuno mi guarda? Se mi chiedono perché penso di andarmene, il professor Gualtieri sta tenendo una comunicazione articolata e generosa. Generosa, qualcuno lo dirà certamente. Non solo, ma per andarmene devo passare davanti al professor Bagliocco o Baiocco seduto due quattro cinque posti dopo il mio. Il passaggio è stretto: o si alza anche lui oppure gli devo passare quasi in braccio. Ho rinunciato ad andare al bagno per tutta la mattina per evitare questo balletto. Voglio andar via, qui niente accenna a cambiare.</p>
<p class="LO-normal">Il moderatore fissa il Prof. Gualtieri, che continua a dormire. Non è che sta male? Un ictus, un infarto fulminante? O forse è morto? Professore? Professore? Se è morto dovremmo interrompere il convegno, o quantomeno il panel. No, non è morto, il petto si alza e si abbassa. Deve essere un pisolino profondo, ora sorride lievemente. Quasi quasi lo invidio, mi scappa una risatina complice. Ma i dottorandi che fanno? Nulla, continuano a prendere appunti sui loro pc, ma cosa staranno scrivendo? Me lo sono chiesto per tutta la mattina, hanno ricoperto pagine e pagine di appunti, ticchettando sui tasti con una foga rapita, quasi fossero impossessati dal demone dell’estetica, o soltanto di quello della dattilografia.</p>
<p class="LO-normal">Un movimento alla mia destra. Baiotti o Bellotti ha appoggiato la schiena al sedile, scrolla il cellulare a lunghe ditate. Non tira più i capelli al dottorando. Questo potrebbe essere un buon momento. Se incrociamo lo sguardo potrei fargli cenno di dover passare, alzandomi leggermente dal sedile e indicando l’uscita. Fortunatamente il bagno è da quella parte, nessuno se ne accorgerà. E perché portarmi lo zaino allora? Maledetta me che ho deciso di portare il laptop che pesa tre quintali, con i libri, ma dove pensavo di andare. Chi pensavo di essere. Potrei lasciare qui lo zaino e tornare a prenderlo più tardi? Ma più tardi quando? Siamo già fuori tempo di ben due ore, io sono l’ultima della serata, alle 18. Non farò mai in tempo a parlare, non voglio più parlare, non ricordo neanche di cosa – basta. Bellotti o Bellozzi non mi guarda.</p>
<p class="LO-normal">Vabbè, lo faccio, mi alzo, piano piano. Non mi guarda nessuno. Il relatore continua a dormire, il moderatore ora ha iniziato a prendere appunti, i dottorandi continuano a battere sulle rispettive tastiere. Berozzi o Bettozzi continua a guardare il cellulare. Adesso sono in piedi, ho preso lo zaino da una tracolla, ora deve solo alzarsi lui. Niente, non mi guarda. Non posso tornare indietro, dall’altro lato ci sono quattro persone, tra cui la Rinaldi. “Scusi Professore, permesso”. Nulla. Un limite invalicabile. Che fare? Ormai ho perso ogni freno, ogni premura, ogni ritegno. Sono in piedi nel mezzo dell’aula. Faccio un colpo di tosse. “Permesso?”, colpetto sulla spalla. Barozzi o Barocchi non reagisce. Lo afferro per la spalla e lo scuoto, ma la mia nemesi si limita a ondulare sul posto. Non mi guarda. Sono forse invisibile, mi chiedo. “Scusate, scusate, forse è una domanda stupida, ma mi chiedevo, ma sono forse invisibile? Cioè, io sono qui, ma voi non mi vedete, perciò non saprei: che altra conclusione trarne?” Nessuna risposta. La mia voce è l’unico suono della sala. La porta di fronte a me. L’impensabile. “Mi scusi, davvero, sono desolata”, dico, più per me, per il mio decoro forse, mentre sollevo la gamba – fortuna che non porto la gonna oggi, altrimenti avremmo raggiunto un nuovo insuperato livello di biasimo personale – e la allungo oltre Barnotti o Berzotti. Ruoto lievemente sulla pianta del piede destro, e ora il momento più delicato, sollevo la gamba sinistra e sorvolo il professore seduto – occhio al cellulare, mi dico –, lo sfioro per poco, ma fortunatamente non cade. Nella fretta mi dimentico dello zaino e glielo sbatto in testa. Quello incassa senza fiatare. Sono libera. Non guardo più che ore sono. Due passi verso l’uscita.</p>
<p class="LO-normal">Un’ultima volta mi giro per guardarli. Sul podio, a cui due lati si ergono due copie di statue greche e su cui troneggia un dipinto con una scena di caccia barocca, il relatore è più ricurvo di prima, il libro, che tiene ancora riverso in mano, adesso tocca per metà sul grande tavolo di castagno. Il moderatore ha posato il bicchiere d’acqua, adesso sfoglia gli appunti, guarda il relatore e sogghigna come rispondendo a un aneddoto arguto. Ecco lo schermo del laptop del dottorando, ora che sono in piedi lo vedo. Whatsapp web. Come biasimarlo. Mi giro verso la grande porta di legno, riprendo al volo la giacca che quasi mi cade dall’avambraccio mentre spingo sulla maniglia con difficoltà, senza badare allo scricchiolio dei cardini che rimbomba nella sala. Alle mie spalle, qualcosa si muove. Senza voltarmi del tutto mi guardo indietro, in tempo per vedere il Dottorando raddrizzarsi, chiudere lo schermo del laptop con un suono sordo, e legarsi i capelli mentre la collega alla sua sinistra gli sussurra qualcosa. Il moderatore ordina i fogli l’uno sull’altro e li raccoglie sbattendoli insieme sul tavolo. Benozzi o Benazzi infila il cellulare in tasca con uno scatto, si guarda intorno e per un secondo guarda nella mia direzione.Sembra vogliano alzarsi in piedi. Forse vogliono seguirmi? Per fermarmi o per unirsi a me? All’unisono i sedili si chiudono di scatto, cigolando, Rinaldi, Bertazzi o Bertozzi, il Dottorando e anche il moderatore, adesso, sono in piedi. Applaudono. Il professor Gualtieri sembra essersi svegliato: si guarda intorno compiaciuto e annuisce. Il moderatore gli stringe la mano, ringraziandolo. Sul tavolino del posto dove sedevo sono rimasti alcuni fogli della mia presentazione. Gli altri sono caduti a terra. Venti minuti precisi, nel rigoroso rispetto dei tempi.</p>
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		<title>“Ahimè, non ci sono più i poeti di una volta!” Su di un topos intramontabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 05:23:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong>  <br />La lamentazione per la nullità della poesia contemporanea è un luogo comune assodato. Ho tentato di smontarlo, a  partire dalla formulazione recente che ne ha dato Fabrizio Maria Spinelli, parlando della sua generazione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>“Una volta c’erano i poeti veri (con le palle?), oggi ormai ci sono solo i quaraquaquà”. Il piagnisteo poetico è senz’altro una forma espressiva, una forma prediletta ovviamente da poet* – e, secondo me, più dai poeti che dalle poete –, ma un forma espressiva ampiamente codificata, ossia è un topos, un luogo comune, una struttura retorica più che la formulazione di un’esperienza singolare. E ci si rende conto di questa dimensione “strutturale”, di forma collettiva e ben sedimentata di pensiero, in quanto gli argomenti e i motivi agitati nel piagnisteo sono incredibilmente simili da poeta a poeta, nonostante la diversità di età, esperienze e contesti specifici in cui la lamentazione poetica avviene. Di certo nessuno esprime il piagnisteo attraverso la metafora virilista che ho citato nell’incipit, anche perché ormai ampiamente sorpassata – almeno nell’ambiente poetico presumibilmente progressista. Ma il senso è quello di un decadimento di virtù, che una volta appartenevano a “veri”, “autentici” poeti, e che ormai sono rimpiazzate da patetiche debolezze, ben dissimulate però da nuove generazioni di millantatori in versi. Da noi, uno dei grandi codificatori del topos, è stato senz’altro <strong>Alfonso Berardinelli</strong>. Ma qualcuno di più giovane è già pronto a ergersi come principale continuatore dell’esercizio – <strong>Matteo Marchesini </strong>credo sia tra i candidati di spicco, ma confesso che non ne sono un lettore, dunque vado per sentito dire, e per qualche suo post, in cui mi sono malauguratamente imbattuto sui social. Di certo, come ho già ricordato <a href="https://alfabetadue.it/2012/06/07/berardinelli-o-il-talento-dello-scavafosse/">altrove</a>, Berardinelli ne ha fatto una matrice generativa di veri e propri libri. Ma il topos in sé circola più modestamente, ma anche più trasversalmente. Soprattutto alligna con gran facilità in rete. D’altra parte, cosa c’è di più virale di un “luogo comune”, una bella somma di piastrelle ben calpestate su cui con fiducia posare il piede del proprio discorso, e prendere slancio per darsi voce? Tipico del luogo comune è che si manifesta anche nelle migliori famiglie, e negli ingegni più vivi e perspicaci. Anche lo spirito più tonico e addestrato ha i suoi momenti di rilasciamento: e lì interviene il luogo comune, come uno sgabellino infilato sotto il sedere dell’atleta in pausa.</p>
<p>Recentemente, un <a href="https://www.nazioneindiana.com/2022/04/04/da-ecfrasi/">autore</a> che stimo per intelligenza e talento, <strong>Fabrizio Maria Spinelli</strong>, ha dedicato un <a href="https://napolimonitor.it/il-poeta-come-outsider-un-ricordo-di-nanni-cagnone/">meritorio omaggio</a> a <strong>Nanni Cagnone</strong>, poeta, intellettuale, traduttore, editore, che ha lavorato molto e bene, ma fuori dalla più tipica e contemporanea agitazione autopromozionale. Ebbene Spinelli, in questo omaggio a Cagnone, ad un certo punto, anche lui purtroppo, ha sentito il bisogno d’infilarsi sotto il sedere lo sgabellino della lamentazione. E lo ha fatto raccogliendo in un ampio paragrafo quasi tutti i migliori e più tipici motivi, che ne costituiscono appunto la struttura. Lo voglio citare questo paragrafo, e commentare brevemente, suddividendolo in due macro-motivi: A) i miei contemporanei sono solo l’ombra (la maschera inautentica), B) di una passata grandezza (autenticità).</p>
<p>Andiamo con il macro-motivo A:</p>
<p>“Non ho alcuna certezza nella vita, l’instabilità del mio umore, delle mie convinzioni è direttamente proporzionale alla forza con cui li affermo. Ma su una cosa non ho dubbi: che, almeno per quanto riguarda la mia generazione, gli outsider non abitano il mondo della poesia. Una pratica clownesca, priva di qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva e incapace di incidere sul corpo moribondo del mercato editoriale; di fare egemonia, di rivolgersi a una comunità che non sia quella dei poeti stessi. Questi, i poeti, dal canto loro, non smettono di percepire la propria marginalità come un curioso segno di nobilità ed elitarismo. Ma, soprattutto, e qui torniamo al punto iniziale, cioè a un discorso materialisticamente connotato, i poeti sono ormai tutti professori di poesia, e le rare volte che non insegnano all’università, lo fanno nelle scuole pubbliche. Se bisogna ragionare intorno a una crisi della poesia contemporanea, non lo si più fare senza tenere conto di questo irragionevole fattore materiale. Le persone credono fin troppo nella letteratura, e questa convinzione, romantica ed errata, nasce il più delle volte tra i banchi di scuola.”</p>
<p>Lettura ravvicinata.</p>
<p>1) <strong>“Per quanto riguarda la mia generazione”.</strong> Spinelli decide di darsi un limite: “parlo dei miei, di quelli o quelle che conosco”. Vedremo però che analizzando la seconda parte del suo ragionamento, la questione delle generazioni emerge in termini più confusi. Per me, la categoria “generazione” è sempre scivolosa, anche se capisco che è in parte utile, per tentare di articolare un campo poetico dato. Inoltre, nel topos, il riferimento generazionale serve per evitare indebite generalizzazioni. Ma la generazione è di per sé una categoria generalizzante! (A proposito: Spinelli è un millenials o generazione Y, quindi sono chiamati in causa tutti i pretendenti o le pretendenti all’arte poetica, compresi tra il 1981 e il 1996.)</p>
<p>2)<strong> “Non ci sono outsiders”</strong>, ossia – secondo Treccani – “chi opera in campo letterario, artistico e sim. al di fuori di ogni scuola o movimento”. Quindi i millenials scriventi in versi son tutti intruppati dentro correnti, scuole, movimenti. Qui non se ne cita nessuno in particolare, ma nella seconda parta del topos, sembra che alla fine si riducano “a due canoni”. Anticipo: i due canoni dominanti (prima e dopo il cambio di secolo) sono quello lirico-espressivista e quello sperimentale-di ricerca. Siam passati dalle scuole e movimenti ai canoni dominanti. E al di fuori dei due canoni dominanti, tra i millenials, nessuno oserebbe inoltrarsi.</p>
<p>3) <strong>La poesia non solo è un genere di nessun interesse culturale e estetico-letterario</strong> (“Una pratica clownesca, priva di qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva”), ma non è neppure in grado di “incidere sul corpo moribondo del mercato editoriale”. Ora, è pur vero che io ho un po’ più di fiducia nella poesia di Spinelli, ma pretendere proprio da essa un qualche impatto salvifico “sul corpo moribondo del mercato editoriale”, mi sembra troppo pretendere, troppo caricarla d’un tratto di superpoteri – lei che trionfava, invece, di tutti i vizi. Interessante è certo constatare che il mercato editoriale, non certo imperniato sul genere poesia, sia anch’esso moribondo, ma stavolta per vizi suoi specifici, che poco hanno a che vedere con quelli “poetici”. Di questa condizione ha parlato in tempi recenti e abbastanza impietosamente Francesco Quatraro (<a href="https://www.iltascabile.com/linguaggi/mai-piu-libri/">Mai più libri &#8211; Il Tascabile).</a></p>
<p>4) <strong>La poesia non solo può far ben poco per salvare il mercato editoriale</strong>, monopolizzato dal romanzo, ma non è neppure in grado di “fare egemonia”, produrre “comunità”, che non sia quella dei soli poeti. Ora chi è un po’ familiare con la storia della poesia, almeno dalla modernità e dai romantici in poi, sa che fare egemonia e produrre comunità non è una delle caratteristiche più felici e comprovate del genere. Ci sono circostanze in cui questo è sembrato accadere: i poeti come voci della nazione, nell’Ottocento; i poeti come voci della rivoluzione, nel primo novecento per certe avanguardie.  Ma queste tendenze aggreganti, che intersecano percorso poetico e politico, con tutti i rischi e le meraviglie del caso, hanno sempre convissuto con le tendenze “disaggreganti”, ma non nella logica atomizzante di qualche individualismo borghese, bensì in quella che <strong>Jacques Rancière</strong> definisce <em>dissensus</em>. Affinché emerga un al di là della comunità borghese, o di altre identità collettive, il lavoro della poesia “anti-egemonico”, “de-condizionante” può essere prezioso.</p>
<p>5) <strong>“La maggior parte dei poeti sono professori associati o ordinari di letteratura</strong>; quelli che non lo sono, insegnano italiano nelle scuole secondarie.” Spinelli ha senz’altro ragione di notare, sul piano sociologico, che i poeti appartengono al comparto umanistico, e quindi trovano lavoro più “naturalmente” nel mondo dell’insegnamento – finite le assunzioni da Olivetti o, più generalmente, come copyright durante i begli anni Sessanta! Solo che realisticamente dovrebbe invertire la distribuzione tra università e scuola secondaria. Gli universitari non precari sono comunque una minoranza a fronte di una gran quantità di poeti che insegnano nella secondaria. È senz’altro vero che il poeta-professore universitario ha su tutti gli altri poeti, impegnati a campare in altri ambiti più o meno prestigiosi, più o meno remunerativi, dei vantaggi: lui o lei, in breve, è sia giudice che parte in causa. Inoltre, può costruirsi delle reti d’influenza all’interno della corporazione, ecc. Alla lunga, però, questo vantaggio è assai relativo. I dipartimenti delle università sono zeppi di ordinari con raccolte di versi o romanzi nel cassetto, o direttamente in mano a qualche editore. Quando l’ordinario va in pensione, le sue reti d’influenza perdono di saldezza ed estensione, e restano i libri soli a difenderlo. Se consideriamo l’insegnamento nella scuola secondaria, non vedo quali siano né i “vantaggi” corporativi né le controindicazioni d’ordine estetico-creativo. Il precariato, inoltre, riguarda anche la scuola secondaria e, in via generale, conosciamo tutti le condizioni non particolarmente favorevoli di questo mestiere in Italia. (Per altro, grandi poeti e poete hanno insegnato per tutta la loro vita nelle aule di licei, istituti tecnici o persino scuole medie.)</p>
<p>6) <strong>“Le persone credono fin troppo nella letteratura, a causa dell’insegnamento scolastico della letteratura”</strong>. Questa è una variazione interessante e particolarmente paradossale del solito topos: se non ci sono lettori per comprare i libri di poesia (o anche gli ultimi romanzi) è perché nei programmi scolastici ci si ferma a Ungaretti (o Moravia). Spinelli propone di rovesciare di segno il luogo comune: la scuola ha sempre torto, ma stavolta perché “trasmette fede nella letteratura”. Interessante. Questo, in effetti, bisognerebbe rispondere al piagnisteo, che addossa tutte le colpe delle “mancate vendite” di poesia (ma ormai anche di romanzi) alla scuola. Nel mondo attuale in cui viviamo, che vuole imporre senza quartiere la logica del profitto economico come unica forma di razionalità umana, l’insegnamento della letteratura è qualcosa di irragionevole e obsoleto. Trasmettere “fede nella letteratura” è qualcosa di arretrato e pernicioso. LA GENTE NON DEVE AVERE GRILLI PER LA TESTA. Deve capire come sia possibile fare soldi nel modo più efficace possibile per consumare nel modo più intenso possibile. End of the story. Fortunatamente per il capitalismo, ma purtroppo per noi, il sistema &#8220;tiene&#8221; grazie al fatto che un sacco di persone non applicano alla lettera i suoi principi e che un sacco di forme di vita non rispondono alla sua logica. Se così fosse la società capitalista collasserebbe con gran rapidità. E, questi tempi ahimè lo mostrano, più la società cerca di conformarsi all’immagine che lo specchio capitalista le rinvia, più rischia di implodere tra guerre civili e guerre interstatali, tra profezie di controllo definitivo e inefficienze proliferanti. Insomma, che ci piaccia o no, la <em>precondizione culturale</em> perché esista qualcuno interessato a leggere e scrivere poesia nella nostra società è la frequentazione della scuola secondaria.</p>
<p>Passiamo al macro-motivo B, formulato da Spinelli:</p>
<p>“Quando la poesia aveva un’altra rilevanza sociale, tra gli anni Settanta e Ottanta, e in televisione apparivano <strong>Sanguineti</strong>, <strong>Zanzotto</strong>, <strong>Rosselli</strong> e <strong>Zeichen</strong>, c’era un oceano sommerso di autori che lavoravano al di fuori del canone, anzi, dei due canoni a cui, da allora e fino a oggi, la poesia è stata ridotta. Da un lato quello lirico, <em>espressivista</em>, in cui un io più o meno simile all’autore ci racconta i fatti di una vita più o meno simile a quella dell’autore; e quello di ricerca, sperimentale, dove la carica emotiva del testo è molto più bassa e la poesia sembra più un gioco combinatorio di linguaggio (non c’è un io, non si capisce bene cosa dica, rifiuta un registro aulico – ma non per questo uno <em>colto</em> –, usa in maniera critica i cliché della millenaria tradizione poetica). Appare evidente anche a un non adepto che i risultati forse più interessanti della produzione poetica degli ultimi trenta-quaranta anni si muovano sul crinale tra questi due poli, spesso rifiutando una simile bipartizione. È il caso di poeti enormi come <strong>Vito</strong> <strong>Riviello</strong>, <strong>Giuliano Mesa</strong> e <strong>Emilio</strong> <strong>Villa</strong>, autori difficilmente rintracciabili sul mercato, poco pubblicati o male, ma che hanno avuto una grande influenza sulle generazioni successive. A questi nomi si può aggiungere quello di <strong>Nanni</strong> <strong>Cagnone</strong>, scomparso il 3 aprile 2026, poco prima di compiere ottant’anni. Cagnone, nato in <strong>Liguria</strong> e morto a <strong>Bomarzo</strong>, è stato un autore inclassificabile, che si muoveva tra la saggistica, il romanzo e, soprattutto, la poesia.”</p>
<p>Lettura ravvicinata.</p>
<p>1). <strong>I poeti hanno rilevanza quando vanno in televisione. Oggi non ci vanno più, non hanno rilevanza. </strong>Non so per quali numeri di spettatori (e/o lettori) avessero rilevanza Zanzotto e Rosselli, di certo la televisione degli anni Settanta non è quella post-berlusconiana. Considerando la <em>televisione così come è</em> realmente oggi, in Italia, mi sorprenderebbe vedervi poeti o poete, a meno che ess* non abbiano già fatto un notevole sforzo per adeguarsi al codice televisivo, cancellando da sé tutta una serie di incompatibilità. Naturalmente qualcuno griderà all&#8217;elitarismo! Solo che io non sostengo che poesia e televisione, come medium di massa, siano di per sé incompatibili: sostengo che <em>questa televisione italiana lo sia</em>, per come è costruita sulla propaganda, sullo scandalo, sull&#8217;obbiettvo d&#8217;infantilizzare lo spettatore.</p>
<p>2) <strong>Oggi la poesia si riduce a due “canoni dominanti”, quello lirico-espressivista e quello di ricerca-sperimentale. </strong>Più che canoni mi sembrano categorie molto lasche che servono a stabilire un primo orientamento nella galassia certo gassosa della poesia contemporanea. Non nego che queste categorie abbiano un loro fondamento teorico-critico, ma mi sembrano in sé insufficienti a riassumere la ricchezza di posizioni nel campo. Se cominciamo ad avvicinare chi scrive, e i differenti libri che pubblica, ci troviamo confrontati a itinerari più complessi e sfumati, rispetto a queste due categorie “orientative”. A tal punto, che sono avvantaggiati, nel discorso divulgativo sulla poesia contemporanea, coloro che tengono posizioni di netta riconoscibilità: il lirico-lirico, o la sperimentale-sperimentale. Ma ciò è frutto sia di inevitabile schematizzazione, sia di pigrizia critica.</p>
<p>3) <strong>Tutti i poeti interessanti degli ultimi trenta, quarant’anni, sono stati degli outsiders rispetto a queste due categorie (scuole, canoni, correnti?), e per altro sono tutti scomparsi. </strong>Qui Spinelli mette assieme degli autori indubitabilmente molto importanti, con storie editoriali complicate – parlo almeno per Villa e Mesa, che conosco meglio. Ma non appartegono alla medesima generazione. Si tratta per Riviello, Villa e Cagnone di autori della generazione precedente a quella dei boomers, mentre Mesa fa parte dei cosiddetti boomers. L’autore che conosco meglio è Mesa, perché eravamo amici, e non c’è dubbio che lui fosse un outsider, ma nel senso sociologico del termine. Sul piano della parabola biografica, Mesa, di origini popolari e senza titoli di studio universitari, è stato un puro autodidatta. Inoltre, è vero anche che, pur essendo ben riconducibile all’area sperimentale, aveva una naturale diffidenza per le scuole e i gruppi costituiti, fattore, ad esempio, che lo ha tenuto lontano dal gruppo 93, nonostante le tante prossimità “ideologiche” e di amicizia.</p>
<p>Facciamo ora un bilancio, che vorrei intitolare:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Consiglio a un* giovane poeta</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: right;">D’altronde, la libertà non ha buona reputazione, conﬁgurandosi ormai come anarchico rigurgito, vana ribellione, insulto alla sociale probità; innumerevoli, coloro che ambiscono al rango del servitore che farà carriera (patetica illusione, credersi servitori solo in basso).</p>
<p style="text-align: right;">Nanni Cagnone, <em>Sans gêne</em></p>
<p>Siamo grati a Spinelli per l’omaggio realizzato a un poeta davvero “inclassificabile” come Nanni Cagnone, scomparso lo scorso aprile. E ne approfitto per segnalare <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/03/28/da-sans-gene/">un post</a> che avevo dedicato a uno dei suoi ultimi libri proprio su Nazione Indiana. (Ero in contatto con lui, ma non conoscevo le sue condizioni di salute.) Cagnone possiamo considerarlo un maestro, in effetti, un maestro discreto, perché oggi l’arte di scrivere – che è anche un arte di pensare, e di vivere – non si può “trasmettere” che nella penombra. Le battaglie ideologiche importanti si possono, e per certi versi si devono fare in piena luce. Nel caso dell’arte, le cose funzionano diversamente. E chi pensa che &#8220;nella penombra” stia a indicare una postura elitaria, è davvero ottuso o ben farcito ormai dall’ideologia dominante. La penombra di cui parlo ha molto a che fare con<a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/07/06/da-en-exergue-in-esergo/"> la “granularità”, come la intende il poeta statunitense Guy Bennett</a>, ma come in fondo la intendono tutti coloro che hanno una frequentazione sufficientemente lunga e tenace con il fatto letterario (il leggere e lo scrivere). In un’epoca come la nostra, dove l’azione di comunicare è inglobata capillarmente dal mercato, e subisce quindi inevitabili processi di standardizzazione o di rarefazione “lussuosa” a seconda dei casi, la trasmissione dell’arte (di <em>leggere</em> – lo ribadisco – e di scrivere) avviene per itinerari singolari, <em>granulari</em>, individuo per individuo.</p>
<p>Ora, a differenza però dalla lamentazione che Spinelli ha finito per infilare nel suo sacrosanto omaggio a Cagnone, io avrei da dire questo:<strong> considerate la poesia, oggi, come un genere fantasma</strong>, dall’esistenza incerta. È incerto che la poesia esista, è incerto che esista chi la legga, ed è incerto che esista chi la produca. Eppure un amico poeta e documentarista ha fatto ieri una battuta: “quand tout fout le camp comme aujourd’hui, la seule chose qui monte c’est la poésie” / quando tutto va in malora come oggi, la sola cosa che cresca è la poesia. L’ho già ripetuto in varie occasioni: i poeti e le poete palestinesi lo insegnano. In un territorio reso fantasma, e popolato di fantasmi assassinati, scrivere mantiene paradossalmente la tenacia indistruttibile di un’apparizione ossessionante, che sembra, nella sua condizione ectoplasmatica, incapace di modificare qualcosa nella realtà, eppure costringe gli esseri reali a sollevare il capo e a guardarla. Ma come: è ancora qui? Una voce (singola o collettiva) ancora perdura? Un discorso che ha la singolarità di un volto? Ma come! La distruzione armata non ha cancellato tutte le condizioni organiche e simboliche della sua esistenza?</p>
<p>E nel nostro caso, nel caso del tempo di &#8220;relativa pace&#8221; capitalista, si dirà: Ma come! Malgrado la realtà del mercato e delle supertecnologie, la si incrocia di tanto in tanto questa cosa poco vendibile, poco funzionale, poco spettacolare? Certo, si cercherà di imbarcarla, di darle un abitino all&#8217;ultimo grido, per mostrare che anche lei tiene il passo coi tempi, ecc. Ma la forza degli spettri nasce dalla loro dissociazione temporale, dalla loro non contemporaneità. Abitino o meno all&#8217;ultimo grido, se c&#8217;è una potenza della poesia, essa passa per qualcosa di meno vistoso, ma più imprevedibile, più carico di sorprese.</p>
<p>È del tutto comprensibile che, ad ogni nuova generazione, qualcuno si avvicini alla poesia spinto da desideri contraddittori: brillare, lasciare una traccia, imparare un’arte, emanciparsi da una certa eredità culturale, ecc. Ed è comprensibile, rendersi conto un giorno che l’arte del leggere e dello scrivere “poesia” (e forme affini) non soddisferà alcuni di questi desideri. Ed è questo un buon motivo per dedicarsi ad altro, ma non c’è bisogno per questo di rinnegare quella pur discreta, ectoplasmatica, esistenza, trascinando nel proprio disincanto e nella propria rinuncia tutti i propri coetanei, un’intera generazione di poeti e poete. Chi sceglie questa forma di comunicazione oggi, e chi la sceglie attraverso la tortuosità e difficoltà dell’arte, sarà confrontato a varie ingratitudini e frustrazioni. Ma anche a qualche tesoro fiabesco. A patto però di accettare i limiti e la forza del genere fantasma. In un mondo dove persino un genocidio può essere visionato, senza che questo provochi nella realtà sociale e politica grandi conseguenze, o comunque conseguenza “palpabili”, i fantasmi poetici hanno una loro forza. (Mentre scrivevo questo, da un ripiano alto della scrivania di fronte a me è precipitato un libro di Massimo Rizzante, <em>Frontiere erranti</em>, facendomi schizzar via dalla scrivania la tazza di caffè per fortuna vuota. Non aggiungo altro.) È la forza dei sinonimi che si trovano nel termine francese “hanter” e in quello inglese “haunt”. Tutto ciò ha a che fare con quello che <strong>Italo Testa</strong> ha più volte sottolineato come il potere contro-fattuale della poesia.</p>
<p>“Sono tutta la realtà, bevimi fino alla feccia”, intima lo Spirito del tempo.</p>
<p>“Non ti credo”, risponde sghignazzando o assorto su un dettaglio secondario, lo spettro poetico, <em>anteriore</em>.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>I poeti appartati: Gian Paolo Ragnoli (detto Giambo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Paolo Ragnoli]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Gian Paolo Ragnoli</b> <br />
 “Col caffè alla mattina” avevo scritto
un altro giorno in cui pensavo a voi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120937" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/93790927_c6182718e4_o.jpg" alt="" width="403" height="298" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/93790927_c6182718e4_o.jpg 403w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/93790927_c6182718e4_o-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/93790927_c6182718e4_o-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/93790927_c6182718e4_o-150x111.jpg 150w" sizes="(max-width: 403px) 100vw, 403px" /></p>
<div class="canvasWrapper"></div>
<p><strong>Dedicated to You</strong><br />
(but you are always not listening&#8230;)</p>
<p>Perché il mio verso così poco aspira<br />
a varietà di forme e a cambiamenti?<br />
Perché col tempo non tengo di mira<br />
sistemi nuovi e inediti ingredienti?<br />
Sempre lo stesso e sempre uguale<br />
scrivo inventando quel ch’è già invecchiato,<br />
con la tristezza che ormai m’è abituale<br />
ripenso a te e riscrivo il passato.<br />
Oh tu lo sai, scrivo sempre di te.<br />
dolcezza mia, solo di te e d’amore,<br />
non ho paura di usare dei cliché<br />
di far rimare l’amore con il cuore.<br />
Di nuova veste le antiche parole<br />
vesto spendendo ciò che fu già speso<br />
senza pudore cito rose e viole<br />
aspettando qualcosa di inatteso.<br />
E come il sole è sempre nuovo e vecchio<br />
l’amore ha detto Patti che è un banchetto<br />
in queste sue parole io mi specchio<br />
così il mio verso dice quel che è detto.</p>
<p><strong>Incontro</strong></p>
<p>Seduti in quel caffè<br />
stavo pensando che<br />
mi hai detto lui non c’è<br />
stanotte sto con te<br />
anche l’amore è un contratto a chiamata<br />
mi hai detto sorridendo spudorata<br />
puoi passare con me questa giornata<br />
però il futuro è terra inesplorata<br />
un figlio dei fiori non pensa al domani<br />
citando i Nomadi scherzando ti ho risposto<br />
è questa notte l’orizzonte che mi basta<br />
non potrei dire che ne fossi entusiasta<br />
ma il desiderio comanda anche in agosto<br />
e ho carezzato i tuoi capelli strani</p>
<p><strong>Sonetto del Margarita</strong></p>
<p>Le curve sono quadri alle pareti<br />
probabilmente degli Hopper taroccati<br />
venduti da imbroglioni o da profeti<br />
in certi hangar da poco abbandonati<br />
la strada corre giù per la collina<br />
Neal al volante sembra rilassato<br />
ti sento ad ogni metro più vicina<br />
sono io, ritorno dal passato<br />
dopo il terzo, o forse il quarto Margarita<br />
peggio avere rimpianti che rimorsi<br />
morbidamente sulle labbra ti ho baciato<br />
non so dire perché tu sia allibita<br />
ed abbia poi invocato dei soccorsi<br />
l’attimo dopo ero collassato</p>
<p><strong>Una notte con Eva Green</strong></p>
<p>I tuoi capelli sparsi sul cuscino<br />
che facevano rima col destino<br />
il mal di testa dovuto al vermentino<br />
il dentifricio che fa a pugni con il vino<br />
Eri letale con quel vestitino<br />
stretto, corto, rosso, assassino<br />
era fatale mandarti un messaggino<br />
«voglio stare con te fino al mattino»<br />
Siamo finiti nel tuo mezzanino<br />
a rotolarci sul materassino<br />
e mi sentivo come un ragazzino<br />
Louis Garrel nel Maggio parigino<br />
M’hai svegliato col sorriso sbarazzino<br />
la colazione sopra al terrazzino<br />
ridendo mi hai mostrato il Sorrentino<br />
baciandomi mi hai detto «sei un cretino»</p>
<p><strong>Finale di partita</strong></p>
<p>Sembra una storia da romanzo tascabile<br />
di quelli che si comprano in edicola<br />
tu smetterai di leggere quel libro<br />
perché il finale è duro da mandar giù<br />
me ne vado come un attore scartato al provino<br />
la parte della star la farà qualcun altro<br />
lo so, non è difficile far meglio di me<br />
sono sempre in ritardo, confondo le battute<br />
non so mai se ridere o piangere<br />
e tu sei una regista esigente e ti annoi presto<br />
non ho mai imparato dai miei tanti errori<br />
e anche questa volta non so bene<br />
che cosa sia andato storto<br />
ho perduto il mio cuore senza capire<br />
è sparito e non riesco a riaverlo indietro<br />
la storia lascia un senso di incompiuto<br />
avrei voluto danzare il silenzio tra i tuoi passi<br />
ma non ho mai saputo far meglio di così<br />
inciampare, cadere, faticosamente rialzarmi<br />
e cercare la battuta giusta per uscire di scena</p>
<p>&nbsp;</p>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0">da <a href="https://www.cittadellaspezia.com/2022/09/15/gian-paolo-ragnoli-a-levanto-presenta-il-silenzio-fra-i-tuoi-passi-462864/">Il silenzio fra i tuoi passi</a><br />
Poesie 2017-2021</div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0">
<strong>Voi</strong></p>
</div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div style="text-align: right;" tabindex="0" data-main-rotation="0">“A voi io penso sempre. Penso alla mia<br />
infinita mancanza.<br />
Cos’altro ho avuto in testa,<br />
tutta la vita?<br />
Lo so, non ci sarete<br />
mai abbastanza.”<br />
Umberto Fiori, Voi</div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0">
<p>Penso spesso a voi. A volte<br />
mi pare possibile addirittura<br />
ricordare l’esatta composizione dei cordoni<br />
la fila dei volti, tutti i nomi, le storie.<br />
Quel giorno che mi ricordo oggi<br />
la primavera aveva un altro odore<br />
le leggi di natura, le mura dei castelli<br />
parevano pronte a piegarsi al desiderio.<br />
Il desiderio, quello che non è un tram, scherzavo<br />
ma fosse stato un tram sarebbe ripassato.<br />
Qui, alla fermata, il tempo è come appeso<br />
le angosce del presente son lontane<br />
all’edicola scorgo come sempre<br />
tre quotidiani comunisti.<br />
“Col caffè alla mattina” avevo scritto<br />
un altro giorno in cui pensavo a voi.</p></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0">da <a href="https://www.cittadellaspezia.com/2023/02/27/gian-paolo-ragnoli-e-sara-battolla-leggono-poesie-da-un-lungo-addio-e-il-silenzio-fra-i-tuoi-passi-485542/">Un lungo addio</a><br />
Poesie 1977-2017</div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
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		<title>Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera E &#038; F</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[abécédaire comique]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Ciacci]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Gelati]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Catalini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini</b> <br />Due comici entrano in una rivista culturale per esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_120172" aria-describedby="caption-attachment-120172" style="width: 1034px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-120172 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2.png" alt="" width="1034" height="735" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2.png 1034w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-300x213.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-1024x728.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-768x546.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-591x420.png 591w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-150x107.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-696x495.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 1034px) 100vw, 1034px" /><figcaption id="caption-attachment-120172" class="wp-caption-text">tutte le immagini sono di Laura Gelati</figcaption></figure></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>È il calcio, bellezza!</strong><br />
di<br />
<strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p>Fino ai dodici anni ero convinto di essere un Supereroe, di avere un dono speciale che mi rendeva diverso da quei comuni mortali che erano i miei compagnucci di classe. Il superpotere era la capacità di attirare pallonate dritte dritte in faccia. Capacità indubbia, già al centro di plurime equipe di scienziati, studiata nei manuali, manco fossi il Magneto dei palloni da calcio.</p>
<p>Placidamente a bagno nel materno liquido amniotico, in fase di progettazione di quello che sarebbe stato il mio avvenire, devo aver pensato: “Perché faticare, una volta là fuori, per sviluppare una personalità magnetica e un fascino non comune che mi permetteranno di attrarre ragazze anche solo pronunciando il mio codice fiscale, quando posso farmi ridere dietro da tutti i miei coetanei rimanendo paralizzato al centro di uno spartano campetto da calcio, attirando a me palloni di cuoio che mi faranno sanguinare (in gran copia) il naso e venire lividi grandi come 45 giri?”<br />
Ero un vero e proprio enfant prodige, il Mozart delle pallonate sulle gengive.</p>
<p>Ma torniamo a quel passatempo violento, ingiusto e sanguinario altrimenti noto come giuoco del calcio, che per un bambino dovrebbe significare svago e aggregazione sociale, ma che per me magicamente si traduceva in umiliazione, sofferenza e traumi. Durante gli anni delle elementari ricordo partitelle così violente che in confronto i gladiatori al Colosseo erano anziani alla bocciofila.<br />
Non dico che i miei compagni lo facessero apposta, scambiarmi per una pentolaccia umana intendo, dico solo che &#8216;sti stronzi dovevano essere la reincarnazione di qualche cecchino sovietico, perché quella mira tanto precisa e letale non si spiega altrimenti. Il colpo era sempre perfettamente centrato, mai periferico da scivolare così sulla guancia e colpirmi di striscio causando niente più che una banale escoriazione, robetta cui poteva ovviare un qualunque Citrosil. No. Partiva dal naso, e poi giù giù per tutta la fisionomia, una compressione più simile al crash test, allo schiacciamento di bottiglia vuota Ferrarelle prima di buttarla nella differenziata, alla percussione del clacson come solo può avvenire sotto alla canicola agostana in pieno impasse sul Grande Raccordo Anulare; una vigorìa di schiacciamento con un solo precedente nella storia: il rosso pulsantone di Sarabanda quando l&#8217;Uomo Gatto beep!, “La indovino con una!”. In questo il caso il titolo della canzonetta non poteva che essere: Tumefazione.</p>
<p>Più la mina, come veniva chiamata in gergo tecnico, e mai soprannome fu più azzeccato, mai una volta che qualcuno lanciasse una piuma, un batuffolo, un soufflè, no i tiri degli adolescenti sono solo mine, bombe, cannonate o simili &#8211; non si è mai capito se si dovesse disputare un’amichevole o attaccare Pearl Harbour &#8211; più la mina, si diceva, era poderosa, più la precisione era infallibile e la mia faccia ne pagava le conseguenze. Sul pallone rimanevano stampate le mie fattezze, tipo Wilson di Cast Away. Tipo Sacra Sindone, da cui il processo di beatificazione avviato da vivo, il beato Ciacci, Patrono delle Schiappe. Tipo illustrazione di qualche manuale lombrosiano, fig.1) Lo sfigato.</p>
<p>Solo una volta ho provato a oppormi al mio Fato, al mio destino di mammoletta. Di vittima sacrificale della minella. Campetto da calcio delle scuole medie Marvelli di Rimini. Dalla difesa viene tirato un calcio lungo in favore del centrocampo, ove io mi trovo. Ma per pura casualità, volevo solo cercare le tracce di qualche coleottero nei cespugli a lato del campo, mica avevo capito che una squadra mi considerava dei loro. Un calcio talmente potente che per l&#8217;effetto-farfalla, quello spostamento d’aria ha appena provocato uno tsunami nelle Filippine. Il pallone, violando ogni legge di gravitazione, si ferma e volteggia in cielo tipo condor, tipo avvoltoio: sta cercando me, la carcassa del pusillanime su cui scendere in picchiata e non si darà pace finché non mi avrà trovato.</p>
<p>Affronto il mio destino come farebbe un vero uomo. Un vero uomo miope e con la riga da una parte: non scappo a nascondermi dietro a un albero, come mi urla il dna. No. Rimango lì, immobile, a piè fermo: un po&#8217; Fort Alamo un po&#8217; palo del telegrafo. Il pallone avanza, così preciso che una freccia di Legolas in confronto pecca di pressapochismo. Sempre più vicina, il vuoto d&#8217;aria mi scompiglia il capello, prontamente sistemato perché intendo morire sfoggiando la madre di tutte le acconciature impeccabili. È a tanto così, quand&#8217;ecco un atavico istinto di sopravvivenza mi fa reagire, mi detta un movimento, inconsulto, della mano deciso, salvifico&#8230; sbam!</p>
<p>Colpisco la palla, disinnesco la bomba, devio la cannonata di 90 gradi. Una manata talmente precisa che Guglielmo Tell è pregato di spicciarmi casa. Eroismo, fierezza, Alessandro Ciacci. Voglio come minimo una medaglia d&#8217;oro per alti meriti, che dico!, una targa in ottone che ricordi per sempre il momento solenne: Qui il giovane Ciacci si oppose al suo destino di pippa.</p>
<p>Stocazzo, giovane Ciacci. Pensavo di essere Enrico Toti, invece era solo un fallo di mano. L&#8217;arbitro fischia il rigore, gol per gli avversari che mettono in cassaforte l&#8217;1 a 0 definitivo. I miei compagni di squadra discutono animatamente per decidere chi sarà il primo a strapparmi il colon a morsi, poi la folgorazione perché uno alla volta quando si può fare contemporaneamente? E iniziano a stringersi attorno a me, tipo branco di lupi idrofobi e a digiuno attorno a una renna zoppa e ben pasciuta.</p>
<p>Fino ai 12 anni ero convinto di essere un Supereroe. Crescendo, ho capito che ero solo un Supersfigato.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121549" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E.png" alt="" width="831" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E.png 831w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-300x216.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-768x552.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-585x420.png 585w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-150x108.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-696x500.png 696w" sizes="(max-width: 831px) 100vw, 831px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Eulogia</strong><br />
di<br />
<strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p>Ad un workshop di scrittura, un insegnante diede l’esercizio: “Racconta la cosa che più ti fa infuriare”. A circa metà del tempo a disposizione, mi infuriai: mi resi conto che la cosa che più mi fa infuriare è l’esercizio “Racconta la cosa che più ti fa infuriare”, misteriosamente caro agli insegnanti di scrittura. Mi infuriai perché ormai era troppo tardi per ricominciare l’esercizio da capo, e quindi proseguii con la prima soluzione che avevo scelto, ovvero “essere interrotto mentre sto facendo qualcosa che mi piace”. Ed è quello che è successo a me un paio di giorni fa, quando mi è arrivata la notizia che mio nonno era morto…proprio mentre mi stavo masturbando. Avevo quasi finito, prossimo a raggiungere l’orgasmo sul ricordo di Rebecca, una mia compagna di classe al liceo, che in una camera d’hotel a Berlino in gita in quarta superiore mi mostra le tette. Che poi in realtà non è mai successo, è un episodio frutto della mia fantasia, ma ormai ce l’ho in testa da talmente tanti anni che è come se fosse accaduto davvero. Non è che mi sono immaginato la scena, mi sono proprio inventato la ragazza, e io per lei ci ho pure chiuso tre relazioni.</p>
<p>Dopo un decesso non hai mai un momento libero. Giorno uno: pianti, abbracci. Giorno due: camera ardente. Giorno tre, oggi: il funerale. Fossimo almeno ad un funerale da 8/8.5, non mi annoierei; ma questo è un funerale da 2, 2.4 al massimo. Non so se lo sapete, ma una regola non detta dei funerali è che più la morte è stata tragica e improvvisa, più sono avvincenti e carichi di pathos. Su un’ipotetica scala da 1 a 10, dove a “10” c’è l’insuperabile funerale di Lady Diana, quello di un ragazzo di quattordici anni che viene investito con il motorino assieme alla fidanzatina, presi in pieno da un pirata della strada con un tasso alcolemico che sul nuovo codice della strada risulta alla voce “Massimo Ceccherini”, segna un 8.7 di tutto rispetto. Calate il tutto in una piccola cittadina di provincia e vedrete accorrere all’evento tutto il paese, i cittadini disposti nella fila indiana più precisa della Storia, in attesa del proprio turno per avere un colloquio di sette secondi con la mamma del ragazzo, per poterle dire a voce bassa: “Si tratta di una terribile tragedia, suo figlio era un ragazzo d’oro, un santo!”.</p>
<p>E iniziano a circolare versioni dell’incidente in cui pare che il ragazzo avrebbe anche potuto salvarsi, anzi sicuramente ce l’avrebbe fatta, se non fosse che col suo ultimo riflesso non abbia deciso di fare di sé stesso uno scudo per la ragazza, salvandole la vita e sacrificando la propria. 9.2, standing ovation. A quel punto il Sindaco ha le mani legate e, intervistato dalla tv locale, chiosa: “Non si può morire così. Nel 2025 non si può morire così”, e invece a quanto pare si può, è proprio appena successo, quanti ragazzi innocenti devono morire ancora prima che i sindaci smettano di pronunciare la frase “nel 2025 non si può morire così”? E spesso, non paghi, rilanciano, e intitolano al ragazzo il nuovo palazzetto dello sport: in Italia ci deve essere una legge che stabilisce che, in caso di morte improvvisa di un adolescente, il comune debba intitolargli un nuovo palazzetto dello sport. Si può capire il numero di tragedie giovanili accadute in una città dal numero di palazzetti sportivi presenti; anzi, in certe zone della Calabria sono rimasti più palazzetti che ragazzi. Nel nostro caso invece abbiamo: età del morto, 96 anni; causa del decesso, un banale arresto cardiaco; n* di amici presenti: quattro, gli unici ancora vivi.</p>
<p>È quasi arrivato il mio momento. Non di morire, ci mancherebbe, il festeggiato c’è già. L’elogio funebre. La mia famiglia ha scelto me per farlo. Io ho provato a rifiutarmi eh, a dire che non me la sentivo, ma mia mamma ha usato il Re dei ricatti morali: “Non è che te lo sto chiedendo perché farebbe piacere a me, ma perché so che farebbe piacere a nonno”. Possibile che al mio piacere non pensi nessuno? E poi, conoscendolo, la cosa che veramente gli avrebbe fatto piacere, sarebbe stata essere qui presente, e magari farlo lui l’elogio a me. Andando al leggio a prendere la parola, mille domande affollano la mia testa, quesiti esistenziali come: “Ma è successo davvero? A cosa pensava mentre spirava?”; una domanda sovrasta però tutte le altre: dopo un decesso, quanti giorni di lutto devono trascorrere prima che uno possa riprendere a masturbarsi senza sensi di colpa né il sospetto di mancare di rispetto al morto? Mistero della fede. Alzo gli occhi e il mio sguardo si incrocia con quello di Cristo in croce, e per la prima volta in vita mia penso che io e lui siamo vicini, siamo collegati, che in qualche maniera viviamo la stessa dolorosa condizione: due persone impossibilitate a toccarsi, io per questioni sociali, lui perché ha letteralmente le mani inchiodate ad una spranga di legno. Lo guardo, con la sua espressione dolorante, e penso che, lui sì, avrebbe prontissima la risposta all’esercizio “Racconta la cosa che più ti fa infuriare”.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121551" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F.png" alt="" width="831" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F.png 831w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-300x216.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-768x552.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-585x420.png 585w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-150x108.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-696x500.png 696w" sizes="(max-width: 831px) 100vw, 831px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Finché c&#8217;è chirurgia c&#8217;è speranza</strong><br />
di<br />
<strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p>Quando Dante smarrisce la diritta via ha poco più di trent’anni: coincidenze? Io non credo. Perché è quell&#8217;età disagiata in cui non stiamo più bene con noi stessi, è facile perdersi. A me è capitato, mi sono ritrovato ficcato in una selva oscura fatta di insoddisfazione, in primis della mia immagine.</p>
<p>Un momentaccio autostima “livello: Calimero”, in confronto a me Cesare Pavese era Gianluca Vacchi e una paziente del dott. Nowzaradan Elettra Lamborghini. Un solo modo per uscirne e non me ne vergogno: la chirurgia estetica. Ho deciso: mi rifaccio.</p>
<p>Quesito numero 1: rifarsi, va bene, ma cosa? Liposuzione? Ma se sono tonico quanto una mummia di Similaun, ho la massa grassa di una sottiletta e l&#8217;adipe di un&#8217;acciuga. Depilazione laser? Ma se sono così glabro che da nudo potrei fare il cosplay di un filetto di platessa, cosa vuoi depilare che i miei peli sul petto non raggiungono il quorum per fare una squadra di calcetto. Ingrandimento del pene? Il mio andrologo dice che più lungo ancora si vìola la Convenzione di Oslo sulla dimensione delle armi, roba da InterPol e finire col pisello in tribunale non è il mio desiderio quando soffiavo sulle candeline. Ma allora, Ciacci, dove interveniamo? Sto brancolando, quando finalmente un Virgilio venuto dal Brasile giunge in mio soccorso. E’ Rodrigo Alves. Meglio noto come il Ken Umano. E mi dice: “Ti guido io verso la felicità terrena.”</p>
<p>Fin da bambino, Alves, questo monumento all’inutilità umana, aveva un sogno: trasformarsi fino ad assomigliare a Ken di Barbie e l&#8217;ha realizzato. A forza di baulate di silicone è diventato l’anello di congiunzione tra l’uomo e il canotto. I dati parlano chiaro, nei giorni in cui è stato chiuso nella casa del Grande Fratello, l’inquinamento da plastica è diminuito dell’81%.<br />
Ma non si è accontentato, no, lui, il vero Ulisse dei nostri giorni, voleva andare oltre le sue colonne d&#8217;Ercole, essere direttamente Barbie. 90 interventi chirurgici e ce l&#8217;ha fatta. Ha dichiarato: Sono felice al 95% del mio aspetto, e quel 5% è perché stamattina non mi son tagliato le unghie.<br />
Torniamo al Ken umano, anzi alla Barbie umana. Intanto sono curioso di vedere il terzo step, quando decide di diventare il camper umano di Barbie. Dico: questo ha capito il senso della vita. Maestro insegnami a vivere! Faccio come lui. Mi scelgo un mito e mi rifaccio fino ad assomigliargli.</p>
<p>Ora, io da piccolo impazzivo per la favola dei Tre porcellini, ma da qui a spendere i milioni per farmi il cazzo a cavatappi ce ne vuole. No, Ciacci, qual è il suo sogno ora? Sono un autore, punto in alto: assomigliare a Shakespeare. Ovvio non fisicamente, perché il caro vecchio Bardo fisicamente faceva piuttosto cagare, con quella zazzera da pornodivo Germania Est 1987. No, la grandezza di un autore è il suo mondo interiore, il suo immaginario, bisogna intervenire lì, ho deciso: mi rifaccio l&#8217;inconscio. Una pompatina di botulino platonico qui, una rinoplastica al Super-Io lì, e zac!, fatto lo Shakespeare umano.</p>
<p>Dopo aver deciso cosa rifarmi, quesito numero 2: rischio il rigetto? Sì, ho fatto delle ricerche, il rischio c&#8217;è. Ho letto di un corriere Amazon di Ivrea che voleva rifarsi l&#8217;inconscio di Sean Penn, per essere un filantropo, impegnato in difesa degli ultimi, degli oppressi ma si è beccato anche il suo alcolismo. Adesso fa partire raccolte firme su Change.org… ma gli rimangono tre mesi per via della cirrosi.</p>
<p>E infine, quesito numero 3: a chi mi rivolgo? Son robe delicate, vanno fatte per bene. Mi sono informato sulle cliniche, i prezzi le offerte&#8230; La prima è questa clinica a Tirana dove hanno allestito un sottoscala sterilizzato, ti prelevano e ti riportano sotto casa, incaprettato con le fascette bianche nel bagagliaio di un Fiat Ducato.</p>
<p>La fascia media me la copre una clinica di Capalbio, di certo dott. Recalcati. Per prepararti all&#8217;intervento devi ascoltare il suo podcast a digiuno 2 volte al dì, un po&#8217; come quei bibitoni prima della colonscopia, peraltro gradevole quanto la voce di Recalcati stesso. Con 15000 euro fai tutto, arrivi e ti danno un camice 100% cachemire e mocassino sterile monouso.</p>
<p>Ecco perché alla fine ho scelto la terza, il top di gamma, l’eccellenza, un po’ lo squacquerone di Romagna della chirurgia: una clinica a Ginevra che non si accontenta di un banale intervento, no: ti regala la Shakespeare experience. Intanto il chirurgo ti opera con la gorgiera, ispirandosi all’Otello: “Lesta il bisturi a me consegna, impudente baldracca!”. L&#8217;anestesia te la fa questo speziale che ti fa bere una fialetta che sembri morto per qualche ora. L&#8217;operazione te la fanno su una riproduzione in scala 1:1 del balcone di Giulietta, mentre sotto tuo babbo e tuo suocero disquisiscono con una pacatezza vista soltanto in certi combattimenti clandestini tra galli.</p>
<p>Con il mio inconscio shakespeariano il successo nella vita è assicurato, già me la vedo un&#8217;escalation di soddisfazioni:<br />
1: opinionista a Pomeriggio 5, seduto accanto al mio maestro di vita, Ken umano che nel frattempo è diventato il minipony umano di Barbie. A commentare eventi di pregio e culturalmente rilevanti come la stipsi del chiuhahua di Belen.<br />
2: concorrente a Celebrity Masterchef, eliminerei i miei rivali uno a uno in stile Riccardo III: assassinati durante la Mistery Box con una coulis di coltellate, una decapitazione tartar o una strangolata flambè.<br />
3: giudice a Ballando con le stelle. Già mi vedo, siparietti un po&#8217; Casa Vianello con Selvaggia “la bisbetica domata” Lucarelli, i pettegolezzi delle allegre comari di Windsor, Fabio Canino e Guillermo Mariotto. Ma una sera parte la rissa, tutti lì a discutere per quel passo di kizomba sbagliato da Paolo Mieli, e mi si chiude la vena, e caccio un 3. Zazzaroni, che come è noto ci capisce di ballo quanto Tina Cipollari di scissione dell’atomo, sbotta: “Ciacci, vergogna! Per dare 3 devi aver avuto un&#8217;infanzia triste e una madre assente.” Io lo guardo negli occhi e lo sfido a duello. La Carlucci impanicata tipo le galline quando la volpe entra nel pollaio, “Regia regia, sipario! Scusate amici a casa, è solo una piccola commedia degli equivoci che stiamo risolvendo. Sì, sembra che Zazzaroni stia urlando come uno che è appena stato trapassato da parte a parte, ma non vi preoccupate, è solo molto rumore per nulla…”</p>
<p><figure id="attachment_121553" aria-describedby="caption-attachment-121553" style="width: 2336px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-121553 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone.png" alt="" width="2336" height="2502" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone.png 2336w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-280x300.png 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-956x1024.png 956w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-768x823.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-1434x1536.png 1434w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-1912x2048.png 1912w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-392x420.png 392w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-150x161.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-300x321.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-696x745.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-1068x1144.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-1920x2056.png 1920w" sizes="(max-width: 2336px) 100vw, 2336px" /><figcaption id="caption-attachment-121553" class="wp-caption-text">immagine di Laura Gelati</figcaption></figure></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Furto</strong><br />
di<br />
<strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p>Era una serata di primavera. Una di quelle serate di primavera a cui, in letteratura, si riservano descrizioni accurate, ma siccome dopo un quarto d’ora di blocco (e stiamo parlando della prima riga) l’incipit era ancora: “Una di quelle serate di primavera che salutano l’inverno …”, frase di una banalità raccapricciante, si dirà solo che era una serata di primavera.</p>
<p>Era una serata di primavera, dunque, e avevo appena passato un paio d’ore a bere vino nella mia quarta enoteca preferita. Non ero troppo lontano da casa e fuori si stava bene (per forza, in una serata di primavera così…), perciò decisi di tornare a casa a piedi. Arrivato quasi al ponte, all’angolo della strada opposto al locale “Spaghetti a mezzanotte” (che, contrariamente a quanto promesso dal nome, non prevede nel suo menù gli spaghetti, neanche a mezzanotte) notai un uomo che camminava in maniera incerta, con aria confusa. Dava la forte impressione di essersi perso. Mi avvicinai a lui. Era anziano e, cosa strana in una piacevolissima serata di primavera, sembrava avere freddo. “Potrebbe aiutarmi per favore?”, chiese con voce tremante, appena si accorse di me. “Certo” &#8211; dissi io, che nella mia straripante empatia e capacità di lettura, avevo fiutato il suo stato di bisogno da lontano – “qualunque cosa”. Ero pronto a dargli indicazioni stradali ben precise, così da farlo arrivare ovunque volesse; perdipiù, in una serata di primavera così, avrebbe potuto orientarsi anche semplicemente con l’ausilio della Stella Polare e del resto del firmamento. Il vecchio disse allora: “Avrei bisogno che tu andassi al market a comprarmi una scatola di riso”. Rimasi spiazzato. Non ebbi neanche il tempo di balbettare qualcosa né sulla particolarità della richiesta, né di constatare con lui l’assenza nella zona di un locale chiamato “Riso a mezzanotte” (comunque un bluff), che il vecchio aggiunse: “Ti accompagnerà mio figlio”. All’istante, si materializzò dietro di me un ragazzo alto e possente, physique du rôle da pugile amatore, e faccia da cavia di laboratorio con troppi anni di esperienza nel settore. Non so dove si trovasse fino ad un attimo prima, era apparso dal buio non appena nominato, come un attore chiamato in scena a teatro. Mi prese sottobraccio, e con forza mi fece camminare con lui, lasciandoci il vecchio alle spalle. Dopo pochi passi feci notare al Neanderthal la presenza di un market. “Ne conosco un altro più avanti” – mi gelò – “nel vicolo”. Ora la situazione mi era chiara: stavo per essere rapinato. O almeno così speravo, dato che mi sembrava l’ipotesi migliore. La passeggiata si interruppe al rosso di un semaforo pedonale. Iniziai a pensare a come uscire da quel pasticcio in cui ero finito, in quella che fino a poco prima sembrava una tranquillissima serata di primavera. Mentre i miei pensieri scorrevano, ed iniziavo ad accettare l’eventualità di un accoltellamento, financo di un rapporto sessuale non consensuale (da parte mia), il mio vigilantes fu distratto dagli schiamazzi di una rissa che si stava tenendo in fondo alla strada, dal lato opposto rispetto a me. Con una prontezza che mai, MAI, avevo precedentemente dimostrato in vita, estrassi dalla tasca il portafogli, e da questo una banconota da 5 €; quindi ricacciai il borsello in fondo alla tasca. Il rosso del semaforo era agli sgoccioli. Mi guardai intorno: il vicolo designato all’amplexus era vicino, ma c’erano ancora abbastanza persone nei nostri paraggi. Con uno strattone mi liberai dalla presa, e immediatamente offrii la mia banconota al ragazzo. “Scusa, mi sono ricordato che mi stanno aspettando in un posto. Prendi questi, per il riso”. Il semaforo era ancora sullo stop, ma ormai era questione di istanti. “Mi servirebbe anche del tonno”, protestò. “Bastano”, ebbi l’ardire di ribattere. Quindi lasciai cadere la banconota ai suoi piedi, mi voltai, e cominciai a camminare velocemente, senza più voltarmi. Rifacendo il percorso al contrario, mi rimbattei nel vecchio, il quale, stavolta, non mi degnò di uno sguardo.</p>
<p>Quando fui finalmente al sicuro, mi fermai. Il cuore mi batteva a mille. Avevo dentro un miscuglio di emozioni: paura, sollievo, rabbia…ma soprattutto imbarazzo e senso di colpa. Sì, senso di colpa. Avevo mentito. Certo, avevo mentito per una buona ragione, e lo avevo fatto nei confronti di un uomo probabilmente malintenzionato. Quel “probabilmente” era però il nocciolo della questione. Esisteva infatti una piccola, remota possibilità che in effetti al vecchio servisse una busta di riso nel cuore della notte, e che suo figlio apparso dal nulla (era poi apparso davvero dal nulla?) mi stesse accompagnando ad un market dove vendono il riso col rapporto qualità/prezzo più vantaggioso al mondo. Ed io gli avevo mentito, spudoratamente, persino offendendolo lasciando ai suoi piedi del vil denaro.</p>
<p>Non ci dormii la notte.<br />
La sera dopo, tornai allo stesso incrocio. Il vecchio era di nuovo lì. Mi chiese del riso. Apparve il figlio.<br />
Ed è così che è cominciato tutto Vostro Onore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong></p>
<p>Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.</p>
<p><strong>Abécédaire comique</strong><br />
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.</p>
<p><strong>Alessandro Ciacci</strong> e <strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
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		<title>Transcription</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Ben Lerner]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Lucrezia Fontanelli]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Transcription]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>  Lucrezia Fontanelli </strong> <br />
Ho ordinato e letto Transcription sull’onda di un amore furioso per la scrittura di Ben Lerner che ancora non mi abbandona. In poche pagine, Lerner costruisce un libro estremamente stratificato, che ruota attorno al confine tra realtà materiale e digitale, tra arte e vita, tra la memoria e la sua cancellazione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="left"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><i><b>You call it fiction, but it is more. </b></i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><b>L’ultimo romanzo di Ben Lerner</b></span></span></p>
<p align="left"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">di</span> <strong><span style="font-family: Garamond, serif;">Lucrezia Fontanelli</span></strong></span></p>
<p align="left"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-121493" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1091" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-300x128.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-1024x436.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-768x327.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-1536x654.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-2048x873.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-986x420.jpg 986w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-150x64.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-696x297.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-1068x455.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-1920x818.jpg 1920w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Ho ordinato e letto </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> sull’onda di un amore furioso per la scrittura di Ben Lerner che ancora non mi abbandona. La quarta prova narrativa dell’autore statunitense si presenta come un romanzo esile e compatto, ma non appena si inizia a leggerlo ed attraversarlo sfugge, si rifrange come un prisma colpito dalla luce: sfaccettature e significati si moltiplicano. Il centro è dappertutto, come il cervello del polpo in </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Nel mondo a venire</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">. Secondo una pratica consolidata in Lerner, è la </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>texture</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> della scrittura con i suoi </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>pattern</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> a strutturare il romanzo, questi ultimi disposti in modo che la densità del libro aumenti gradualmente. Arrivata alla fine,</span> <span style="font-family: Garamond, serif;">sicuramente influenzata dalle meditazioni estetiche disseminate nelle sue opere, ho pensato al </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Trittico Portinari</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">: tutto si tiene insieme con incredibile compostezza, anche se la cornice che congiunge la pala centrale con quelle laterali crea un’ellissi nel paesaggio, un non detto che deve essere ricostruito dal lettore. In poche pagine, Lerner costruisce un libro estremamente stratificato, che ruota attorno al confine tra realtà materiale e digitale, tra arte e vita, tra la memoria e la sua cancellazione («art and life, the hinge between them», p. 130).</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><i><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-121498" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/copertina.jpg" alt="" width="303" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/copertina.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/copertina-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/copertina-273x420.jpg 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/copertina-150x231.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/copertina-300x461.jpg 300w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" />Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> (uscito ad aprile 2026 per Farrar, Straus and Giroux e non ancora tradotto in italiano) si apre con il ritorno del narratore a Providence per intervistare il suo mentore, Thomas, ormai novantenne. L’intervista non viene registrata perché il suo iPhone si rompe poco prima dell’incontro, fatto che egli è però inspiegabilmente incapace di confessare. L’occasione narrativa, quasi comica, innesca una riflessione su come le nuove tecnologie modifichino i nostri rapporti e la nostra capacità abitare il presente. Fin qui </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> appare un romanzo quasi scontato, ma Lerner è più intraprendente e capace di così. Diviso in tre sezioni, il romanzo ci mostra poi una conferenza in onore di Thomas, ormai deceduto, in cui il narratore rivela di aver ricostruito gran parte di quell’ultima intervista sulla base dei suoi ricordi, gesto che molti interpretano come una falsificazione. Nell’ultima sezione, il narratore ha una conversazione con Max, il figlio di Thomas, in cui addensano e sovrappongono tutte le linee narrative, passando per la pandemia e i disturbi alimentari.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Non sorprende che le tre sezioni del romanzo portino il titolo di tre hotel, luogo </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>tra</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">nsitorio per eccellenza, luogo di passaggio (nella </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>tra</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">duzione italiana, il primo romanzo di Lerner si intitola </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>L’uomo di passaggio</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">). Né che la seconda sezione sia titolata tra parentesi quadre, </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>[Hotel Villa Real]</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, come se fosse un ponte tra i veri “luoghi” del romanzo. Delle tre sezioni, è questa l’unica in cui si realizza un dialogo vero e proprio tra il narratore e la sua interlocutrice, Rosa. </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Hotel Providence</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> e </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Hotel Arbez</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, invece, si configurano di fatto come dei monologhi: l’apporto del narratore alla conversazione è minimo e spesso impacciato, a parlare sono soprattutto Thomas e Max. </span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Di conseguenza, il narratore diventa essenzialmente un mezzo, un </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>tra</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">mite per mettere in comunicazione padre e figlio e rendere possibile il dialogo che non poteva realizzarsi mentre Thomas era in vita. Gli eventi raccontati nel romanzo, alcuni dei quali precedenti al tempo della narrazione, ci mostrano infatti Thomas che, semicosciente in ospedale, ascolta da un telefono la voce del figlio dire quello che non era in grado di dire di persona; in seguito, Thomas comunica al narratore ciò che lui stesso non è riuscito a dire a Max, forse in modo che il narratore possa parlargliene nella sezione finale. Il poeta è come un sismografo («the poet as a seismographer», p. 39), dice Thomas a un certo punto dell’intervista con il narratore, che, come nei precedenti romanzi, scrive. Lo scrittore è un meccanismo di registrazione delle voci dal passato o dal futuro.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">È una comunicazione che non avviene senza interferenze. Come tipico in Lerner, questa interferenza è in gran parte affidata alla riproposizione degli stessi pensieri o gesti tra personaggi diversi, di scene quasi identiche che si verificano in contesti differenti come simmetrie imperfette. Simili dislocazioni hanno il doppio effetto di straniare il lettore creando al tempo stesso un patrimonio condiviso di riflessioni la cui paternità non è quasi più rintracciabile. Le voci dei personaggi sembrano ambire a diventare un’unica voce, uguale eppure sempre leggermente diversa; un corpo collettivo. Secondo Lerner, la voce è infatti un dispositivo dalla natura corporativa, risultante da molteplici forze sociali tra cui le eredità familiari, il linguaggio della politica, dell’arte e dei media.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Una delle principali linee tematiche di </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> è quella della comunicazione con il passato e della sua rielaborazione. L’apertura del romanzo si presenta di fatto come un viaggio indietro nel tempo: lo scrittore, che sta tornando nella città dove ha frequentato il college, ha sul treno la sensazione vagamente fastidiosa di chi siede nella direzione opposta al senso di marcia. Camminando poi per le strade di Providence dopo aver rotto lo smartphone, la percezione del presente e del passato si sovrappongono, ricordando alcuni passaggi dei precedenti romanzi, in particolare </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Nel mondo a venire. </i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">Il cortocircuito temporale dato dall’impossibilità di utilizzare lo smartphone, è descritto come una forma di astinenza («a withdrawal indistinguishable from mild intoxication», p. 13) che, tuttavia, produce sia un’insolita presenza, sia la perturbante visitazione del passato. E questo non solo perché – afferma il narratore – soltanto quando era studente non possedeva un telefono, ma anche perché Providence è un luogo denso di esperienze formative, in cui lo attende quindi una vecchia versione di sé (p. 14). </span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Non è però solo il passato a far visita; molteplici piani temporali collassano in un unico punto attorno a Thomas e alla sua casa a Providence, luogo in cui si svolgono le conversazioni più pregnanti. Quando il narratore, in una pausa dell’intervista, chiama a casa dal telefono fisso di Thomas, ha la sensazione che la moglie e la figlia potrebbero rispondergli dal futuro. In quell’occasione arriva a ipotizzare che Thomas abbia organizzato di proposito simili interferenze temporali, un presentimento analogo a quello che, nell’ultima parte, anche Max racconta di aver avuto:</span></span></p>
<blockquote>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">And now I felt that Thomas had arranged the exchange he was listening in on […] orchestrating these interferences, crossing wires, worlds. Impossibly thin glass filaments underground, underwater […] vibrating when the small waves hit them – You call this fiction, but it is more (p. 59)<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a>.</span></span></p>
</blockquote>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">La voce di Thomas, sotto molti aspetti il vero protagonista del romanzo, contagia anche quella degli altri due personaggi, rendendo possibile una trasmissione intergenerazionale che è sia artistica sia biologica. Una delle esplorazioni che si propone il romanzo è infatti quella della differenza tra l’essere padre e l’essere mentore: padre distante per Max, Thomas è stato invece un padre intellettuale per il narratore. Inoltre, sia Max che lo scrittore sono padri di una figlia e cercano al meglio di far fronte alle sfide che questo periodo storico pone alla genitorialità.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Per Lerner, chi insegna ha in particolare il potere di trasmettere la voce degli autori passati, così come l’arte può incanalare forze da momenti diversi della storia. Non a caso, un punto centrale del romanzo è la riflessione, riproposta in momenti significativi del testo, sui </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Glass Flowers</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> degli artigiani del vetro Leopold e Rudolf Blaschka, padre e figlio. È un’opera che, in una delle classiche simmetrie lerneriane, rappresenta quasi una </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>figura</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> auerbachiana di ciò che il romanzo si propone di raccontare:</span></span></p>
<blockquote>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">I kept seeing the flowers as organic one instant and artificial the next, a kind of duck-rabbit effect, not between things the object might represent, but between nature and culture, the given and the constructed (p. 21)<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc"><sup>2</sup></a>.</span></span></p>
</blockquote>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-121499" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok.jpg" alt="" width="432" height="569" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok.jpg 821w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-228x300.jpg 228w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-778x1024.jpg 778w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-768x1010.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-319x420.jpg 319w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-150x197.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-300x395.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-696x916.jpg 696w" sizes="(max-width: 432px) 100vw, 432px" />Non solo il narratore, dunque, ma anche Thomas è un tramite, un canale di trasmissione. Allo stesso modo, il romanzo diventa un mezzo per registrare e trascrivere quello che altri strumenti e tecnologie non possono trasmettere. La lingua stessa diventa una cassa di risonanza, un medium, una radio che capta e trasmette frequenze. A differenza dello schermo, che intensifica l’esperienza del presente ma lo appiattisce anche, annullando le distanze e filtrando la realtà, il dispositivo-romanzo permette di sperimentare gli strati del tempo e di ampliare la percezione del reale. Tuttavia, </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> non vuole essere né un’esaltazione né un lamento; Lerner si interroga piuttosto su come recuperare una forma di meraviglia nei confronti della realtà e creare nuovi spazi di possibilità attraverso il linguaggio.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Anche la letteratura, la </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>fiction</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, può schermare la realtà; trasporre nella scrittura eventi reali è un modo per elaborarli, in parte anche un’illusione di controllarli. Con affermazioni simili a quelle che lo stesso Lerner ha più volte rilasciato, in </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> si dice che per Thomas la letteratura è una difesa contro la realtà («no doubt it was his defense mechanism», p. 95). Questo pone la questione della finzione narrativa come falsificazione del reale, che soprattutto nei primi due romanzi era centrale. In </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, la questione è presente (intesa come alterazione prodotta sia dalla memoria, sia dai vari dispositivi di registrazione e traduzione), ma diviene ancora più chiaro ciò che l’autore ha sempre sostenuto: il punto non è falsificare o fuggire dalla realtà, ma riconoscere nella </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>fiction</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> uno dei principali meccanismi umani per organizzare la realtà e mantenere con essa un contatto. </span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Quando Lerner parla di </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>fiction</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, non fa quasi mai riferimento al solo genere letterario. Come Wallace Stevens, che usa il termine in riferimento alla poesia, la </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>fiction</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> riguarda non la distinzione tra ciò che è inventato e ciò che è verificabile, ma la capacità della mente di produrre una configurazione del reale. È una forma che produce significato, necessariamente soggetta a cambiamento e forse proprio per questo parte integrante dell’umano. «You have to produce the fiction because it textures the present», afferma Lerner nell’intervista realizzata con Alexandra Schwartz. Questa capacità è ciò che permette alla letteratura di immaginare e condividere alternative ed è il motivo per cui, anche quando fallisce, anche e soprattutto in un momento storico in cui la scrittura occupa un ruolo sempre più marginale, è necessaria. «We extend the dream when we share it. You call it fiction, but it is more» (p. 45).</span></span></p>
<p style="text-align: center;" align="justify">**</p>
<div id="sdfootnote1">
<p class="sdfootnote" align="justify"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a><span style="font-family: Garamond, serif;"> «E ora sentivo che Thomas aveva organizzato lo scambio telefonico che stava silenziosamente ascoltando […] che stava orchestrando queste interferenze, attraversando mondi, fili del telefono. Filamenti di vetro incredibilmente sottili sottoterra, sott’acqua […] che vibrano quando piccole onde li colpiscono – La chiami </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>fiction</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, ma è molto di più» (</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>trad. mia</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">).</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p class="sdfootnote" align="justify"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a><span style="font-family: Garamond, serif;"> «Continuavo a vedere ora fiori veri, ora fiori artificiali, una specie di effetto anatra-coniglio non tra le cose che l’oggetto poteva rappresentare, ma tra natura e cultura, tra ciò che è dato e ciò che creiamo» (</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>trad. mia</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">).</span></p>
</div>
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		<title>Mettere in scena la depressione: un’intervista con Francesca Astrei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 05:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Ruini]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Astrei]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Io sono verticale]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Ubu 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[a cura di <strong>Daniele Ruini </strong> <br /> "A volte il dolore è talmente profondo che perfino l’amore di chi è intorno diventa un ulteriore peso da gestire". Mettere in scena la depressione: un’intervista con Francesca Astrei, autrice e interprete di “Io sono verticale”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">“Alzati e cammina!”: mettere in scena la depressione (e il suo contesto).<br />
Un’intervista con Francesca Astrei, autrice e interprete di “Io sono verticale”</p>
<p>a cura di <strong>Daniele Ruini</strong></p>
<p><figure id="attachment_121132" aria-describedby="caption-attachment-121132" style="width: 554px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-121132" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Ph.-Stefano-Macciocca.jpeg" alt="" width="554" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Ph.-Stefano-Macciocca.jpeg 554w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Ph.-Stefano-Macciocca-300x260.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Ph.-Stefano-Macciocca-485x420.jpeg 485w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Ph.-Stefano-Macciocca-150x130.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Ph.-Stefano-Macciocca-534x462.jpeg 534w" sizes="(max-width: 554px) 100vw, 554px" /><figcaption id="caption-attachment-121132" class="wp-caption-text">Ph. Stefano Macciocca</figcaption></figure></p>
<p><em>Francesca Astrei, </em><a href="https://www.klpteatro.it/premi-ubu-2025-vincitori-47-edizione"><em>Premio Ubu 2025</em></a><em> come migliore attrice under 35, è autrice e interprete di “Io sono verticale”, spettacolo vincitore del Premio della Giuria alla XII edizione del festival Direction Under30–Teatro Sociale di Gualtieri.</em><br />
<em>Questo monologo, che prende il titolo da un verso di Sylvia Plath, utilizza l’episodio evangelico della resurrezione di Lazzaro per parlare di depressione, focalizzandosi soprattutto sulle reazioni delle persone vicine a chi soffre. Abbiamo rivolto all’autrice alcune domande a proposito di questa sua opera sorprendente.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Buongiorno Francesca, grazie davvero per la tua disponibilità! Qualche tempo fa mi sono imbattuto nella versione radiofonica di “Io sono verticale” (per Il <a href="https://www.raiplaysound.it/audio/2026/05/IL-TEATRO-DI-RADIO3-FuturoPresente-2026-b8d0c1c8-9328-46db-a105-7b5ed8845b9b.html">Teatro</a> di Radio Tre) e ne sono rimasto davvero colpito. Al di là della tua performance come interprete (su cui torneremo), la prima cosa che mi ha sorpreso è l’intuizione di riprendere –in chiave grottesca– la narrazione di uno dei più noti episodi evangelici, quello appunto della resurrezione di Lazzaro. Da dove ti è venuta questa idea, e come hai pensato che potesse essere una chiave efficace per parlare di un tema come quello –per usare le tue parole– dell’«abitare un dolore»? </strong></p>
<p>Grazie a te per la proposta!<br />
La scelta di parlare di depressione attraverso la metafora di Lazzaro è stata un punto di arrivo, non un punto di partenza. Quando ho iniziato a lavorare sul testo, avevo molto chiaro il tema: ovvero questo “abitare un dolore” non solo dal punto di vista di chi sta attraversando una crisi depressiva, ma anche dal punto di vista di chi è intorno, di chi è accanto alla persona “chiusa” nella propria sofferenza.<br />
Approfondendo il tema della depressione (attraverso testimonianze dirette, letteratura, poesia, ecc.), le immagini più ricorrenti che ho riscontrato, sono state quella del “sentirsi morto”, del “non riuscire ad alzarsi dal letto”, e del letto come “tomba e culla” al tempo stesso. Da queste suggestioni, ho pensato a Lazzaro: non al fine di mettere in scena una riscrittura del passo del vangelo, ma per poter utilizzare Lazzaro come archetipo della persona viva e morta al tempo stesso, della persona che viene richiamata alla vita, della persona chiusa nel proprio sepolcro… Non è mio interesse “parodizzare”, o per l’appunto riscrivere la tradizione, ma poter utilizzare dei riferimenti per lo più noti a tutti, come set per poter costruire una metafora.</p>
<p><strong>Che il disagio psichico, nelle sue varie forme, sia una patologia sempre più rappresentativa delle società occidentali è un dato di fatto. Così come abbiamo capito da tempo che gli imperativi della prestazione, della competizione e del successo, insieme all’atomizzazione sociale, alimentano baratri di inadeguatezza, impotenza e senso di fallimento. Meno scontato è riflettere sull’incapacità di mettersi in ascolto di chi attraversa il deserto della depressione, come se l’aver rimosso il negativo dal nostro orizzonte esistenziale ci abbia reso emotivamente insensibili; tutte le voci che martellano il tuo Lazzaro, a partire dall’imperativo «Alzati e cammina!», sembrano volerci ricordare che il disagio mentale –le sue cause e il modo in cui viene affrontato– ha molto a che fare anche con la società in cui viviamo: come ha sottolineato Marco Rovelli in “Soffro dunque siamo” (minimum fax, 2023), «il disagio […] è il linguaggio di un ambiente, ben prima che di un individuo». Ti sembra un’interpretazione appropriata per il tuo monologo? Sono riflessioni che ti hanno accompagnato nella sua stesura?</strong></p>
<p>Io credo che il dolore sia un argomento talmente grande e al tempo stesso così intimo, per cui è veramente difficile tracciarne un’unica analisi.<br />
Sicuramente il nostro essere in una società con così poca abitudine all’ascolto, rende tutto più complesso. Quello che però ho voluto esplorare con il mio monologo è l’amore e la difficoltà nel dialogo tra chi è “dentro” il sepolcro della propria condizione, e chi lo aspetta sulla soglia.<br />
Anche l’essere vicino ad una persona che sta attraversando una crisi depressiva è estremamente complesso (e se ne parla poco): si desidera aiutare la persona in questione ad uscire dall’oblio, ma al contempo si ha la sensazione di parlare con un muro e di essere risucchiati nel vortice della sofferenza.<br />
Le tante voci che cercano di spronare Lazzaro ad alzarsi e camminare, lo fanno secondo i loro criteri, i loro punti di vista e facendo quello che loro ritengono essere “la cosa giusta”. Senza nessun giudizio, ognuno di loro agisce e argomenta secondo il proprio sguardo sul mondo.<br />
Non c’è un modo giusto di porsi ad una persona depressa: sicuramente ci sono dei modi che non aiutano, ma per lo più si tenta, si sbaglia, si dicono parole che generano un effetto diverso da quello sperato…<br />
Questi sono anni in cui si sta approfondendo maggiormente il tema della malattia mentale, permettendo una maggiore riflessione a riguardo.<br />
Lo spettacolo non offre una soluzione, non trae conclusioni, prova soltanto a indagare i vari punti di vista che ruotano attorno ad un tema così delicato.</p>
<p><strong>Al di là della profondità dei temi toccati, “Io sono verticale” si regge su una scrittura drammaturgica sapiente e sulla tua capacità di dare voce –letteralmente– sia a Lazzaro sia a tutta la galassia dei personaggi che lo circondano. È una polifonia che cresce man mano che lo spettacolo procede, arricchendolo di tonalità diverse tra cui ha un ruolo centrale quella comico-grottesca, incarnata soprattutto da alcune figure: un Giuda con l’r moscia all’affannosa ricerca di trenta denari, un evangelista Giovanni perennemente distratto e incapace di prendere nota per bene del miracolo a cui sta assistendo, un’esilarante pecora dalla spiccata inflessione centro-italica i cui commenti rappresentano un controcanto polemico contro lo sfruttamento degli animali da parte di Gesù. La compresenza di questi registri era qualcosa che avevi in menti sin dall’inizio? E quanto è stato complicato trovare il giusto equilibro per tenerli insieme?</strong></p>
<p>Non ho mai apprezzato molto le etichette (in generale!) di “comico” e “drammatico”. Ho sempre ritenuto più interessante il mescolarsi dei due colori, perché nella vita accade così: nei momenti di maggiore tristezza accade qualcosa che fa ridere, e viceversa. Nella scrittura cerco di ritrovare questo alternarsi, permettendo così di dare maggiore complessità al racconto.<br />
In scena ci sono solo io, immobile, che do voce ai diversi personaggi che si affacciano sulla soglia del sepolcro, ed ognuno di loro ha una caratteristica vocale, o inflessione, che ne permetta il maggior riconoscimento. Ogni personaggio rappresenta un punto di vista sul tema, in alcuni casi in modo più leggero, in altri più approfondito: Giuda rappresenta l’ansia economica, quella condizione di sofferenza generata dal pensiero dei soldi e dei debiti; Pietro porta con sé (ripeto, nella sua leggerezza) l’ansia dell’essere stato nominato il “successore” del Capo, con tutta la responsabilità che ne consegue; Giovanni incarna la crisi dell’essere il più giovane del gruppo, a cui tutti dicono cosa fare senza dargli la possibilità di dire la sua; la Pecora diventa archetipo di chi si sente un non-privilegiato, di una classe sociale inferiore, e che quindi crede in un’elitarietà della depressione, “patologia di chi se la può permettere”. E così via per tutti gli altri personaggi…<br />
Può sembrare strano, ma voglio bene ad ognuno di loro e il mio obiettivo è sempre stato quello di non giudicare nessuno di questi sguardi, ma provare ad attraversarli più a fondo possibile.</p>
<p><strong>Verso la conclusione, il tuo Lazzaro si lascia andare a una confessione tanto bruciante quanto rivelatoria: «tutto quest’amore, il vostro amore, invece di essere una salvezza per me è una trappola […], è una condanna!». Questo sfogo ci consegna uno dei nuclei di verità più urticanti del tuo testo: essere investiti di sentimenti apparentemente positivi può diventare, per chi si trova in una situazione di stasi, un altro fardello, un’ennesima aspettativa subita e che non si è capaci di soddisfare. In questo senso, vedi il tuo lavoro anche come un’opportunità per aprire una breccia nel discorso comune, ovvero per dire l’indicibile?</strong></p>
<p>A volte il dolore è talmente profondo che perfino l’amore di chi è intorno diventa un ulteriore peso da gestire. Anche quando questo amore è ricambiato: sommerso dalla sofferenza, ma ricambiato.<br />
Questo è un pensiero che è emerso spesso nelle testimonianze di persone che hanno sofferto/soffrono di depressione. L’amore dei cari è l’unica cosa che salva: ma ci sono momenti in cui l’amore degli altri non basta, anzi, in alcuni momenti alimenta il senso di colpa e il senso di inadeguatezza.<br />
Anche in questo caso, non voglio dare consigli o tantomeno illustrare un modo giusto e uno sbagliato di approcciarsi al tema: ritengo però sia importante affondare in esso, in tutta la sua complessità. Anche nelle cose che sono più difficili da verbalizzare, nelle cose di cui ci si vergogna, prendendo in analisi ogni punto di vista, da quello in cui ci rispecchiamo di più a quello più lontano da noi.<br />
L’arte in generale e, per me, il teatro è un tramite potentissimo per questo processo: le parole prendono vita e corpo, e anche l’“indicibile” può diventare azione scenica.</p>
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		<title>Assoluto letterario: Procne machine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 05:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Carmen Gallo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[rinaldo censi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Rinaldo Censi</strong><strong></strong><br />
Leggo con crescente ammirazione <em>Procne machine</em><em></em> di Carmen Gallo. Come rendere conto di questo meccanismo che macina figure mitologiche accertando sottilmente la loro instabilità, metamorfosi, trasformazione? È un’arte della modulazione - meglio, della transizione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Rinaldo Censi</strong></p>
<p>Leggo con crescente ammirazione <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/poesia-e-teatro/poesia/procne-machine-carmen-gallo-9788806269289/" target="_blank" rel="noopener"><em><i>Procne machine</i></em> </a>di Carmen Gallo. Come rendere conto di questo meccanismo che macina figure mitologiche accertando sottilmente la loro instabilità, metamorfosi, trasformazione? È un’arte della modulazione &#8211; meglio, della transizione.</p>
<p>Straziante storia di Procne e di sua sorella Filomela, narrata da Ovidio nelle <em><i>Metamorfosi</i></em> (cap. VI), che trova però la sua origine in una tragedia di Sofocle andata perduta, intitolata probabilmente <em><i>Tereo</i></em>. Ne restano frammenti. Non è il re di Tracia l’elemento cardine. Ciò che importa è invece la solidarietà tra due figure femminili, più un coro di donne. La vicenda è nota. È stata tramandata nel tempo, innervando forme allusive, più una serie di travisamenti, o di varianti. Lavoro da mitografi e copisti. Tereo, semibarbaro re di Tracia, sposa Procne, figlia del re di Atene, dopo aver salvato la città dagli invasori. Ma questa unione, segnala Ovidio, nasce già col piede sbagliato: «Né Giunone, / dea delle unioni, né Imeneo o le Grazie, assistettero alle nozze. / Furono le Furie a reggere le fiaccole, trafugandole / a un rito funebre, le Furie a preparare il letto, e un gufo immondo / calò sul tetto, appollaiandosi sopra la camera nunziale.»</p>
<p>Il resto è noto. Su richiesta di Procne, Tereo torna ad Atene per scortare Filomela dalla sorella; data la sua bellezza, il re perde la testa; così, disattendendo la promessa fatta al padre di ricondurla presto, giunto in Tracia la violenta, segregandola in un capanno sperduto nel bosco; mente poi alla moglie («Filomela è morta»), facendo la spola tra i due capezzali; le taglia quindi la lingua preoccupato che possa raccontare l’accaduto. Filomela però tesse su una veste la sua storia e fa in modo che Procne la riceva. Venuta a conoscenza della violenza, la moglie libera la sorella. Insieme a Filomela, Procne si vendica uccidendo il suo unico figlio, Iti, nato dall’unione con Tereo. Lo smembra e lo cuoce. Tereo se lo gusta durante un banchetto. Filomela lancia la testa del ragazzo sul tavolo imbandito. Tereo, furioso, straziato, si trasforma in upupa. Inseguirà senza tregua le due sorelle, trasformatesi a loro volta in usignolo (Procne) e rondine (Filomela).</p>
<p>Un gufo immondo fa da <em><i>ouverture</i></em> a quella che, nel libro, si presenta come una parata di volatili dislocata lungo le pagine (<em><i>Procne machine</i></em> nasce dalla lettura di un atlante delle specie nidificanti e svernanti nella città di Napoli, finito chissà come sopra il suo tavolo di casa). All’inizio c’è il terrore per i piccioni, la fascinazione per le rondini, per il canto degli uccelli, le lunghe migrazioni a seconda delle stagioni. E poi le gabbie, l’impossibilità di fuga. Le rondini sembrano svanire nel nulla, assorbite dai rami spogli degli alberi nei mesi invernali («Già Aristotele aveva notato / la mancanza di rondini in inverno. / Come altri credeva che posandosi / sugli alberi senza foglie dell’autunno / gli uccelli si trasformassero in rami»). Questa concatenazione di malessere, battito di ali, piume nelle scale di casa, stormi in viaggio, sangue, tavolini e bicchieri rovesciati, più il mistero del canto (lo si impara per “imitazione”?), introduce al secondo segmento del libro, <em><i>Procne machine</i></em>, alla lunga disamina mitologica. «Ho immaginato Procne, la rondine del mito, che sta per scomparire. L’ho immaginata cantare lì tra le pietre di tufo e le polveri sottili. Prima usignola e poi rondine. Ho immaginato di vederla posarsi più a lungo, con sua sorella, quella muta con la lingua tagliata. Ho immaginato di sentirle cantare, entrambe. Di seguirne nel bosco le tracce, le fughe, i nascondimenti. Le metamorfosi.»</p>
<p>L’immaginazione lavora. Macchina il testo. Tanto che, di questa storia crudele, tragica e luttuosa, il libro diventa la sua incessante modulazione. Del suo prolungamento. Le figure migrano, nella secchezza lirica della scrittura. Se ne trovano tracce nell’<em><i>Eracle</i></em> di Euripide, nell’<em><i>Odissea</i></em>, negli <em><i>Uccelli</i></em> di Aristofane. E nelle <em><i>Supplici</i></em> di Eschilo, dove il pianto delle figlie di Danao, in fuga per evitare il matrimonio, pare simile a quello della moglie di Tereo. Nell’<em><i>Agamennone</i></em>, Cassandra è descritta dal coro come «l’usignola mai sazia di pianto che ripete <em><i>Iti, Iti, Iti</i></em>». Terribile onomatopea. Nulla di più tragico e straziante di un canto che è un pianto che sgorga da una violenza.</p>
<p>Nell’<em><i>Eracle</i></em>, il coro evoca le Danaidi assassine dei mariti e Procne assassina del figlio Iti. Ed è lo stesso Eracle a sottolineare: «Per il triste e nobile figlio di Procne, suo figlio unigenito, posso dire che il suo assassinio era un sacrificio alle Muse». Il lutto può trasformarsi in canto melodioso?</p>
<p>Curiosamente, nelle pagine dei poeti latini e rinascimentali i ruoli vengono invertiti. È Filomela a diventare usignolo. Non piange il figlio perduto, ma la terribile violenza subita. Così, come ricorda Nicole Loraux (<em><i>Le madri in lutto</i></em>), nell’ultimo capitolo dell’<em><i>Hypnerotomachia Poliphili</i></em>, «Filomela “piange per le violenze dell’adultero e perfido Tereo, cantando, cinguettando: <em><i>Terèus, Terèus, emè ebiàsato</i></em>”».</p>
<p>Le pagine avanzano. Incontriamo Shakespeare: <em><i>Tito Andronico</i></em>, <em><i>il Sogno di una notte di mezza estate</i></em>, <em><i>Romeo e Giulietta</i></em>. Perfino <em><i>La Tempesta</i></em>. Nel primo, incappiamo in Lavinia stuprata e mutilata. Sarà lei a indicare le <em><i>Metamorfosi</i></em> di Ovidio, la storia di Filomela, al nipote. Quella storia è la sua. E poi ancora gli uccelli. Nel <em><i>Sogno di una notte di mezza estate</i></em>, le fate «chiamano l’usignola Filomela perché con il suo canto aiuti la regina Titania a prendere sonno e a tenere lontani incantesimi e magie». Senza successo. E una svista di Giulietta, che confonde l’usignola (che canta nella notte) con l’allodola (che annuncia l’alba), ingarbuglia il tempo, mettendo a rischio la vita di Romeo. E ancora Eliot, pagine di Coetzee. Laurie Anderson canta la morte della sua cagnetta Lolabelle così come quella di sua madre che, ricoverata in ospedale, alla fine dei suoi giorni parlava agli animali con cui era vissuta e che vedeva sul soffitto. L’album, colonna sonora del suo film intitolato <em><i>Heart of the Dog</i></em>, contiene, come ultima traccia, un pezzo di Lou Reed cantato insieme a lei, intitolato “Turning Time Around”. Come si fa a rovesciare il tempo? A cambiare le cose?</p>
<p>Le due sorelle migrano, viaggiano lungo i secoli. Le ritroviamo uccelli impagliati. Sono loro? «Da quando ci hanno impagliate / non abbiamo più bisogno / di un posto dove andare». Sono le mute testimoni della vita catastrofica, violenta, malinconica, di una serie di inquilini che negli anni transitano nell’appartamento che le ospita. Fino al loro degrado, deterioramento, rovina. La sezione del libro si intitola <em><i>Le metamorfosi</i></em>, ed è un lungo poema che funziona come un “campo magnetico”. Tutto ciò che abbiamo attraversato tra le pagine sembra essersi dato appuntamento qui, trasfigurato nelle esistenze, nelle cose viste dalle due creature impagliate. C’è una donna bianca anziana, ad esempio, che parla al soffitto. «È morta dicendo qualcosa. / “come un cane” o forse / “non te ne andare”».</p>
<p>Idea che <em><i>Procne machine</i></em> sia una macchina mitologica al lavoro. Una moltitudine di figure si irradia, gravita da un centro vuoto. Seguendone il funzionamento, il meccanismo, si possono generare narrazioni, assemblare e montare una serie di immagini. Grande perizia di Carmen Gallo. <em><i>Procne machine</i></em> è il luogo dinamico di un’opera combinatoria fatta di materiali testuali, mitologici, poetici. Lo spazio della loro interpretazione. Di più. Qualcosa nel funzionamento della macchina, il suo spazio vuoto al centro, sembra rinviare a quell’esperimento mnemonico che è il Teatro della memoria di Giulio Camillo. Con un ribaltamento prospettico, l’osservatore agisce su uno spazio vuoto: il palcoscenico. Il suo sguardo vaga tra le gradinate, le porte, i settori popolati dalle immagini. La cavea diventa una macchina visiva, enciclopedica. Da quello spazio vuoto lavora le immagini, le modula, classifica, deforma. Ebbrezza di un’operazione mnemotecnica. La macchina mitologica e il Teatro della memoria sarebbero dunque come l’origine, il nucleo della memoria stessa? Un inferno in cui si trovano, immagazzinate nel tempo, immagini e storie di cui noi siamo i destinatari.</p>
<p>Arte della memoria, storia della cultura, mitologia? Insomma, cos’è questo libro? Mi pare di scorgervi i cardini del famoso frammento n. 116 dell’<em><i>Athenaeum</i></em>, la rivista che per due anni Friedrich Schlegel e suo fratello August Wilhelm pubblicarono a Iena:</p>
<p>«La poesia romantica è una poesia universale progressiva. Il suo scopo non è solo quello di unificare nuovamente tutti i generi separati dalla poesia e di porre in contatto la poesia con la filosofia e la retorica. Essa vuole, e deve anche, ora mescolare ora fondere, poesia e prosa, genialità e critica, poesia d’arte e poesia della natura, rendere la poesia vivente e sociale».</p>
<p>Spazio poetico, di riflessione e analisi critica, saggio, breve silloge di traduzioni di testi (Keats, Tennyson, Hardy, Shelley, Yeats, Éluard), spazio di descrizioni, <em><i>Procne machine</i></em> sembra prolungare quell’imperativo romantico. È un testo che ingloba tutto, anche ciò che non appare specificatamente poetico. Idea dell’assoluto letterario e di una rivoluzione permanente. Una riflessione moltiplicata «come in una serie interminabile di specchi».</p>
<p>L’ultima sezione contiene l’ecfrasi di un’opera di Max Ernst realizzata nel 1924 (l’anno del primo Manifesto surrealista): <em><i>Due bambini sono minacciati da un usignolo</i></em> (olio su legno con elementi in legno). Dipinto che vira verso l’assemblage. Quattro figure e un volatile. Una donna guarda verso l’alto brandendo un coltello. Un uccello in lontananza, nel cielo azzurro, che dirada verso il verde e il giallo. Un uomo vestito di nero sul tetto di una casa senza finestre. Tiene in braccio una bambina dai capelli lunghi. Sulla facciata della casa un coltellino «da burro o da formaggio». Il braccio sinistro dell’uomo è disteso in direzione di un pulsante rosso che sporge dal dipinto. Sul fondo, nel punto di fuga, un arco e una cupola. In basso, sull’erba, una massa simile a un corpo umano «in parte rovesciato, in parte coperto da un drappo». E ancora, sulla base della cornice interna in legno è fissato il cardine di un recinto che si apre sul fuori.</p>
<p>Questo quadro è un enigma. Un sogno d’infanzia. Un insieme di figure lo abita. Vi risuonano ancora una volta gli elementi che il libro enuclea. I capelli della donna fluttuano nell’aria ondulati. Sono onde mnemoniche? Non esageriamo. Il recinto attrae inevitabilmente l’attenzione. Funziona come una rottura nello spazio della rappresentazione, la sua infrazione. Carmen Gallo scrive che «lo spazio del quadro è chiuso e nessuno può uscire. Il recinto è aperto e non protegge nessuno, né quelli dentro né quelli fuori.» L’insieme produce una sorta di stasi inquieta, minacciosa. «Il tempo del quadro però è dato e nulla può accadere. Ma se invece ci fosse tempo, ancora tempo per rovesciare il tempo, la donna con il coltello potrebbe allontanare per sempre l’usignolo?».</p>
<p>Ma quale cancello allora? A cosa serve se nessuno può uscire? Forse serve a noi. È la soglia che ci permette di interagire con quelle figure? Ci permette di rilanciare, prolungare, mettere di nuovo tutto in movimento? <em><i>Procne machine</i></em> potrebbe allora essere il titolo di una delle “scatole” di Joseph Cornell (allusione a <em><i>Medici Slot Machine, </i></em>1942). Scatole come montaggi enigmatici: piccolo teatro che contiene figure, carte astrali, oggetti. La loro interpretazione. Cornell è anche l’autore di due film di montaggio (girati da Rudy Burckhardt) in cui appaiono, come figure chiave, proprio i piccioni: <em><i>The Aviary </i></em>(1955) e <em><i>Nymphlight</i></em> (1957), dove compare anche una bambina. Ci troviamo a Bryant Park, New York. Corre intorno alla fontana, vestita di bianco: per ora, sembra non temerli. Eccoli appollaiati sui rami di un albero dalle foglie verdi. Si trasformeranno anche loro in rami, una volta giunto l’inverno?</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>I giacobini neri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[C.L.R. James]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[I giacobini neri]]></category>
		<category><![CDATA[Toussaint Louverture]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Giorgio  Mascitelli</strong> <br /> Si tratta di un classico dell’anticolonialismo, che racconta una storia, quella della nascita di Haiti e della lotta dei Neri contro lo schiavitù, che fu probabilmente il primo episodio, perlomeno in forma organizzata e consapevole, di lotta anticolonialista.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-121108" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/giacobini-neri-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/giacobini-neri-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/giacobini-neri-270x420.jpg 270w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/giacobini-neri-150x234.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/giacobini-neri-300x467.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/giacobini-neri.jpg 500w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></p>
<p><em>I giacobini neri. Toussaint Louverture e la rivoluzione di Haiti </em>di C.L.R. James ( trad.it. di Emanuele Giammarco, pref. di Sandro Mezzadra, Tangerin, Napoli, 2026, euro 25) ritorna in una nuova edizione presso le librerie italiane. Si tratta di un classico dell’anticolonialismo, che racconta una storia, quella della nascita di Haiti e della lotta dei Neri contro lo schiavitù, che fu probabilmente il primo episodio, perlomeno in forma organizzata e consapevole, di lotta anticolonialista. Questo libro, che nell’originale in lingua inglese apparve nel 1938, è opera di C.L.R. James studioso e militante politico di posizione trockista, che dunque riesce a leggere la conflittualità razziale entro una chiave interpretativa basata sulla lotta di classe. Nonostante James infatti costruisca un’opera storiografica basata sullo studio delle fonti, rivendica egli stesso la natura anche militante di questa rammemorazione, potremmo dire con parola benjaminiana, in cui la storia della Santo Domingo francese diventa il passato prossimo immediatamente attualizzabile di ogni lotta razziale e anticoloniale. Questa visione non può essere patrimonio del semplice studioso accademico e infatti James scrive “La prosa lirica e i petali di rose li lasciamo agli storici e ai comizianti degli anniversari” (ed.cit. p.95) quando ricorda che con lo scoppio della rivoluzione francese la burocrazia coloniale cerca di associare i mulatti al proprio governo nello sforzo di mantenere il controllo dell’isola, allo stesso tempo facendo retrocedere il pregiudizio razziale. Nella battuta troviamo la rivendicazione di una visione dialettica della realtà che solo il militante può cogliere.</p>
<p>Se sopra si è definito <em>I giacobini neri</em> un classico, può essere utile chiedersi che cosa s’intenda per un libro del genere con tale parola. Ci aiuta Sandro Mezzadra nella prefazione quando ricorda che il libro appare in un contesto storico ben preciso in cui il movimento panafricano, dopo l’attacco italiano all’Etiopia, concepisce la necessità di una mobilitazione anticoloniale sistematica. Essere un classico in altri termini vuol dire recuperare un passato storico e una figura, quella di Toussaint Louverture, in nome di una necessità presente e contestualmente renderlo disponibile per tempi futuri.</p>
<p>Proprio la figura di Louverture, già ampiamente analizzata e perfino cantata nel diciannovesimo secolo, viene descritta e colta storicamente, evitando qualsiasi medaglione esemplare o monumento. Egli è una figura eccezionale nel senso che tempi eccezionali come quelli rivoluzionari producono uomini alla loro altezza; tuttavia la sconfitta di  Toussaint Louverture di fronte alla spedizione napoleonica del 1802 viene descritta senza infingimenti come frutto dell’incertezza e dell’incapacità del capo rivoluzionario di abbandonare quei principi, la moderazione nei confronti della popolazione bianca e il legame con la Francia rivoluzionaria, alla base del suo successo, anche quando è evidente che essi non funzionano più perché Napoleone ha ormai chiaramente deciso di  ripristinare la schiavitù. Louverture cade per la sua fedeltà alla rivoluzione che il vertice di quella stessa rivoluzione ha deciso di tradire. Gli errori politici non vengono elegantemente sottointesi, ma presentati dentro una prospettiva storica in cui assumono quasi un carattere di necessità e quindi di tragedia. In fondo Toussaint ebbe il torto di praticare quella politica della riconciliazione che è stato il grande merito di Mandela nel Sudafrica del dopo Apartheid, con due secoli di anticipo in un contesto, anche da un punto di vista culturale, troppo arretrato perché sostenitori e avversari comprendessero l’ampiezza della visione. Lo sostituirà Dessalines che compirà quella strage della popolazione europea, che i bianchi avevano paventato proprio nel predominio di Louverture e allo stesso tempo fomentato appoggiando le spedizioni napoleoniche che si riveleranno disastrose, anche perché elimineranno l’unico dei leader dei giacobini neri interessato autenticamente a costruire la convivenza e a mantenere il legame con la Francia.</p>
<p>Nel racconto <em>Il fidanzamento di Santo Domingo</em>, ambientato nella Haiti rivoluzionaria, in particolare nella fase della guerra in cui Dessalines ha sostituito Louverture catturato dai francesi al comando delle forze rivoluzionarie, Heinrich Von Kleist racconta l’amore di una fanciulla, figlia di una mulatta e di un europeo, che vive con la madre in casa di un ex schiavo nero diventato un capo rivoluzionario, dopo aver ucciso spietatamente il suo padrone, che pure lo aveva sempre trattato con umanità, per un ufficiale di nazionalità svizzera, ma appartenente all’esercito napoleonico, che cerca con alcuni famigliari di mettersi in salvo dirigendosi a Port au Prince. La ragazza, a cui l’ufficiale ha chiesto la mano, non esita ad abbandonare la madre e il patrigno, che volevano la morte del soldato e viene senza pietà a sua volta da loro uccisa per il suo tradimento. Prima di morire spiega che lei non ha tradito nessuno, ma è tornata a schierarsi con la sua gente, visto che è figlia di un europeo. Ora lo stesso James ricorda come nella colonia francese per essere considerato bianco occorreva avere addirittura i centoventotto centoventottesimi di ascendenza europea, che la protagonista non ha: tecnicamente sarebbe stata chiamata una quarteron e pertanto nessun bianco l’avrebbe nella realtà mai sposata. Tra l&#8217;altro Von Kleist non era affatto di sentimenti filonapoleonici, al contrario l’ambientazione haitiana di questo racconto è dovuto al fatto che, arrestato nel 1807 dai francesi, trascorse i sei mesi di prigionia nella stessa cella dove pochi anni prima era morto Toussaint Louverture; eppure il suo racconto pullula di stereotipi razziali ed è un esempio particolarmente eloquente del contesto culturale ostile alle politiche di Louverture.</p>
<p>Il libro si conclude con un’appendice inserita da James nell’edizione del 1962, intitolata <em>da Toussaint Louverture a Fidel Castro</em>, nella quale l’autore ricostruisce, seppure succintamente, l’elaborazione di una cultura autonoma e tutte le lotte anticoloniali e antirazziste del mondo antillano e caraibico, fino alla rivoluzione cubana, che viene vista in questa prospettiva storica come lo sbocco di quel ciclo di lotte cominciato dai giacobini neri quasi due secoli prima. Infatti la rivoluzione haitiana e quella cubana, pur con tutte le ovvie differenze storiche e anche sociali, a Cuba per esempio la schiavitù fu un fenomeno limitato, hanno dovuto affrontare problemi tipicamente indo-occidentali, “Il frutto specifico di una determinata radice e di una determinata storia” (op.cit. p.429). E forse uno dei motivi più significativi e più attuali per accostarsi oggi a questo libro è l’approssimarsi della fine dell’esperienza cubana, minacciata ancora una volta dal colonialismo che, come ricorda James, assume nelle diverse epoche forme diverse ma al fondo resta sempre lo stesso (sfruttamento economico, oppressione razziale), perché ci spiega che tutte queste vicende si muovono dentro una storia più lunga di cui anche il potenziale epilogo di questi giorni non sarà che un episodio.</p>
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		<title>Due libri per la Palestina di Ghazy e Meschiari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 05:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Giuseppe Acconcia</b> <br />
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<p>Randa Ghazy con questo libro si propone di cambiare la lente con cui per troppo tempo si è raccontata la Palestina: offrendo prospettive nuove, umanizzando il popolo palestinese attraverso testimonianze raccolte di prima mano, ripercorrendo gli avvenimenti che hanno portato alla situazione attuale, perché la Storia «non è cominciata il 7 ottobre». La Storia è la lente senza la quale il presente risulta incomprensibile. Ecco perché il primo passo per decolonizzare il nostro approccio alla Palestina, e la narrazione che ne facciamo, è ricordare il passato e riconoscere il legame del popolo palestinese con la propria terra. Solo se utilizziamo questa lente possiamo capire appieno gli eventi di oggi. Se spegniamo il ronzio della propaganda israeliana, dell’appiattimento culturale e intellettuale dei nostri salotti televisivi, al netto delle dichiarazioni surreali e tutt’altro che veritiere dei nostri governi, ciò che sta accadendo si rivelerà a noi per quello che è: un crimine che può continuare a perpetrarsi solo grazie alla nostra complicità. Per fare questo, tuttavia, dobbiamo ammettere una verità amara: in questa vicenda non siamo noi i «buoni». Se, per difendere Israele, abbiamo dovuto accettare la distruzione del nostro sistema di leggi internazionali, significa che abbiamo perso noi stessi. Yasmeen, Nedal, Yousef, Bushra, Hani, Mosab: sono le storie che i nostri media hanno deciso di non raccontare. Che i nostri leader scelgono di ignorare. Che i nostri studenti non hanno mai studiato. E che i nostri cuori sanno di non aver accolto. Dobbiamo ripartire da qui. Dalla memoria. Ricordare la Storia, ricordare i rifugiati palestinesi. Reclamare il loro diritto al ritorno.</p>
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<p>Palestina. Una regione che è ponte tra continenti, corridoio per chi si muove, passaggio obbligato da sempre, dalla preistoria ai giorni nostri. Una terra che nella storia ha visto più guerre di qualunque altra, da cui emana un senso del sacro più forte che altrove. Un luogo in direzione del quale ci si gira per pregare, verso il quale si puntano armi, dal quale decollano aerei carichi di bombe, per il quale si lotta da decenni, secoli, millenni.<br />
Una terra così è stata disegnata migliaia e migliaia di volte, e ognuno ci ha visto qualcosa di diverso, ci ha aggiunto del suo, speranze, desideri, tradizioni, un credo, persino l’arroganza e la crudeltà. Matteo Meschiari usa lo sguardo dell’antropologo e del geografo per decostruire quaranta mappe di questa terra, senza mai dimenticare la gente che quei luoghi li abita. Perché la Palestina, come ogni terra reale, è fatta di persone, prima che di segni e convenzioni, e chi vuole la pace, dietro le linee di un trattato, vede sempre i volti, le singole storie.</p>
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