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	<title>Nazione Indiana</title>
	
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		<title>Errore di sistema</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/errore-di-sistema/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 12:20:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[omicidi di stato]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Cucchi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alessandro Busi
La settimana scorsa parlavo con F., un detenuto della redazione di Ristretti Orizzonti con un importante curriculum carcerario alle spalle. Gli chiedevo un parere sulla storia di Stefano Cucchi e lui, lapidariamente, mi ha guardato e mi ha detto:
Cosa c’è da dire Ale? In carcere queste cose sono normali. Infatti, io non capisco [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/errore-di-sistema/">Errore di sistema</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Busi</strong></p>
<p>La settimana scorsa parlavo con F., un detenuto della redazione di Ristretti Orizzonti con un importante curriculum carcerario alle spalle. Gli chiedevo un parere sulla storia di Stefano Cucchi e lui, lapidariamente, mi ha guardato e mi ha detto:<br />
<em>Cosa c’è da dire Ale? In carcere queste cose sono normali. Infatti, io non capisco tutta questa attenzione da fuori, ‘sto giro.</em></p>
<p><strong>1</strong><br />
Il risultato dell’autopsia di Stefano Cucchi è stato questo: sangue nel suo stomaco e nella vescica, un vasto edema cerebrale, ecchimosi sul volto, traumi plurimi e due vertebre rotte (la terza lombare e la sacrale).<br />
Ora, ciò che succede in questi giorni, è che giustamente la famiglia vuole sapere la verità di quanto accaduto a Stefano. Chi gli ha fatto queste lesioni, perché, perché nessuno li ha informati, perché gli hanno proibito di vederlo in quei giorni…La famiglia chiede tutto questo, perché è disumano quanto è stato fatto a lui e a loro, quindi vogliono sapere chi sono i responsabili. Ovviamente, anche la società civile si mobilita di fronte a questo fatto. I giornalisti si indignano, i politici si impegnano a fare interrogazioni parlamentari e la gente si costerna: si costerna, s’indigna, s’impegna, poi… A questo punto, quindi, la macchina è partita e procede per un percorso che, personalmente, trovo prevedibile e divisibile in due blocchi, in due fasi.<span id="more-26153"></span><br />
Per ora siamo nella prima fase, quella della difesa, quella della negazione ad oltranza, anche di fronte all’evidenza. Per ora, siamo nella fase in cui lo Stato – uso il termine Stato per prenderla larga e non dare responsabilità personali a nessuno – si comporta come un marito violento: che sbadata che è la mia signora, è caduta dalle scale di nuovo. Infatti, nemmeno a farlo apposta, la prima risposta su come Stefano si sia procurato quelle lesioni è stata: “è caduto”. Che io dico, se devi inventare un alibi su una violenza, almeno usa la fantasia, non usare sempre quello solito, che poi, ovviamente, vieni stanato subito, ma come mi spiegavano alcuni detenuti la settimana scorsa, la caduta è un’antica usanza anche in ambito penitenziario. E poi forse è meglio così, almeno non si fa fatica a capire che è una copertura e si può passare alla seconda fase.<br />
La seconda fase è una fase strana. È una fase che tenta di accontentare un po’ tutti, nel panorama politico. In genere funziona così. Una volta che si è capito che la moglie non è caduta, ma che è il marito che l’ha picchiata, allora succede che il sistema mariti allontana il colpevole e ne prende le distanze. In genere, quindi, alla faccia dei numeri statistici che magari affermano che questo tipo di eventi sono molto comuni, si procede ad una salvaguardia del sistema dicendo che, che ne so? <em>La famiglia è sacra, è buona, è bella, è bene, ma le mele marce, i mostri, i devianti…si annidano anche nelle migliori situazioni</em>. Questo processo, chiaramente, porta alla condanna della persona specifica che, da questo momento, non fa più parte del gruppo buoni, ma entra di diritto a fare parte della categoria malvagi.<br />
Ora, se questo processo succede ogni volta che un qualunque gruppo sociale si vede sotto un possibile attacco, nel momento in cui il gruppo in questione ha un’identità forte, la quale identità, in più, si basa sul fatto che la sua stessa presenza nella società è l’emblema del bene contro il male, allora questa reazione di rifiuto del deviante deve essere ancora più forte, perché il deviante andrebbe a minare l’esistenza stessa del sistema interessato.<sup>1</sup></p>
<p><strong>2</strong><br />
Secondo Piero Bocchiaro, autore de <em>La psicologia del male</em>, il male, ovvero quel qualcosa che arreca danno e dolore ad un’altra persona, non viene fatto da soggetti geneticamente cattivi, ma è il frutto della situazione. La visione dicotomica bene-male, perciò, non è utilizzata per capire la realtà sociale che ci circonda, ma per far sì che noi che ci inscriviamo nella categoria dei buoni, non percepiamo alcuna vicinanza con quella dei cattivi, ai quali affibbiamo caratteristiche psichiche e talvolta addirittura fisiche,<sup>2</sup> strutturalmente differenti dalle nostre. In questo modo, quindi, il sistema sociale non viene mai messo in discussione, perché la causa prima per cui certe persone compiono atti malvagi, è da ricercare nella malvagità genetica delle persone in questione.<br />
A sostegno della propria tesi, Bocchiaro porta vari esempi. Uno di questi è il noto Esperimento carcerario di Stanford di Philip Zimbardo. In questo esperimento, Zimbardo aveva preso un gruppo di studenti universitari e li aveva divisi, tramite il lancio di una monetina, in guardie e detenuti, utilizzando come prigione gli interrati dell’università. Bene, dopo soli tre giorni, molti carcerieri avevano iniziato ad avere comportamenti sadici verso i carcerati (i detenuti venivano svegliati nelle ore notturne per le perquisizioni, talvolta gli veniva impedito di utilizzare i servizi igienici, poi erano costretti a cantare, ridere a comando, insultarsi, fare Frankenstein, pulire il bordo del water a mani nude, lustrare gli stivali delle guardie…), tanto che l’esperimento fu interrotto con nove giorni di anticipo.</p>
<p>Da questo esperimento, quindi, si può vedere che: primo, tutti potremmo comportarci in modo cattivo in una determinata situazione; secondo, è il sistema stesso, basato sulla presenza di carcerieri e carcerati, quindi su categorie spersonalizzanti e rapporti di forza a dir poco impari, che genera comportamenti di sadismo, di violenza e di rivalsa dei primi verso i secondi. Bisogna poi pensare, che questa appartenenza categoriale, nella quotidianità, è molto rinforzata rispetto alla situazione sperimentale, grazie la presenza di alcuni piccoli importanti particolari. In carcere, per esempio, gli agenti perdono i propri nomi e cognomi, e diventano, o “collega”, quando parlano tra parigrado, oppure “appuntato”/“agente”, quando sono i detenuti che devono richiamare la loro attenzione. Questo modus operandi, ovviamente, viene giustificato con ragioni di sicurezza e privacy per gli agenti stessi, ma è innegabile che porti anche all’annullamento della persona come singolo, in favore della sua totale aderenza al gruppo di appartenenza, con le conseguenze che abbiamo visto prima.<br />
Con questo, chiaramente, non voglio dire che tutti gli agenti, in quanto tali, facciano violenza su tutti i detenuti, ma semplicemente che il sistema carcere inserisce gli uni quanto gli altri, in una gabbia di rapporti di forza nella quale entrambi rimangono reclusi.</p>
<p><strong>3</strong><br />
Il risultato dell’autopsia di Stefano Cucchi lascia pensare ampiamente che sia stato vittima di un pestaggio, a dir poco violento. Il fatto che sia stato impedito ai parenti di vederlo e di parlargli, porta a pensare inoltre, anche che lui avrebbe potuto dire qualcosa a riguardo, quindi, che fosse meglio non farli incontrare, per coprire.<br />
Ora come ora, però, queste sono tutte ipotesi, perché siamo ancora nella fase delle indagini, delle interrogazioni parlamentari e, riprendendo la metafora iniziale, della moglie caduta dalle scale. Questa fase, però, prima o poi finirà. Personalmente, non so se il sistema Stato sarà abbastanza forte da difendere l’ipotesi dell’incidente, oppure se si passerà alla fase due. Ciò che posso anticipare con una certa sicurezza, invece, è che comunque giustizia non ci sarebbe. Presumibilmente, infatti, ci sarebbe un processo dalla durata infinita, seguito dall’esclusione dal gruppo dei buoni degli agenti coinvolti, i quali, magari, verrebbero poi messi in un qualche ufficio a fare timbri a centinaia di chilometri di distanza dall’accaduto.</p>
<p>Detto tutto questo, però, giustizia non ci sarebbe.<br />
Giustizia non ci sarebbe perché, nel frattempo, il sistema carcere sarebbe ancora lì, intaccato ed intoccabile, senza che nessuno si interroghi su come sia questo stesso sistema a produrre certi risultati. Anzi, probabilmente, molti che adesso si sbracciano per il disumano trattamento che gli agenti potrebbero aver avuto verso Stefano, non vedrebbe male gli stessi agenti diventare carcerati, quindi diventare dei possibili Stefano. Sì, perché quanto è accaduto a Stefano Cucchi, come mi aveva detto F., non è un qualcosa di anomalo, ma, dico io, è solo ed esclusivamente un errore di sistema. Uno di quelli che in informatica, si chiamano bug: un errore di scrittura, all’interno di un vocabolario e di una sintassi già consolidata.<br />
Fondamentalmente, questo bug si articola su due punti:</p>
<p>• primo: la scelta. In carcere ci sono, dai dati ufficiali del “dossier suicidi” di Ristretti Orizzonti, due omicidi accertati,<sup>3</sup> e sottolineo accertati, all’anno, su centocinquanta morti<sup>4</sup> di media. Ora, quando si uccide una persona, bisogna stare bene attenti a chi si uccide. Se si uccide una persona in vista, un vip, si va sui giornali. Se si lascia morire di fame un clandestino senza famiglia, si può riuscire a tenerlo nascosto anche alla propria moglie. Detto questo, bisogna pensare che Stefano Cucchi, ovvero un normalissimo ragazzo di trent’anni con alle spalle una famiglia, è una sorta di vip, se lo si rapporta con il quadro sociale rappresentato nelle carceri. Per questa ragione, la “scelta” è stata sbagliata, perché in questo caso la vittima, non era il maghrebino, o il nigeriano di turno che, in quanto clandestino e senza documenti, non pone nemmeno il problema di avvertire la famiglia, ma era un ragazzo con una rete sociale normale alle spalle;</p>
<p>• secondo: la morte. Come abbiamo visto nel brevissimo accenno all’esperimento di Zimbardo, è insito nel sistema carcere il sadismo dei carcerieri verso i carcerati. È un po’ come succede da piccoli, quando ci si diverte a torturare le formiche, o le lucertole. Nel momento in cui si apprende che si ha un potere immenso su quell’altro essere, si prova piacere ad esercitarlo. Viene naturale. In più, oltre alla situazione sterile proposta da Zimbardo, bisogna pensare che il nostro sistema carcere si compone di turni di guardia lunghissimi, agenti sempre sotto personale, detenuti ben oltre il numero regolamentare<sup>5</sup>. Chiaramente, questo mix di elementi, non può fare altro che creare una pentola a pressione gonfia, che sfiata come riesce. E allora su chi sfogarsi? Su chi è sotto, sulle formiche. Ma quali sono le formiche dei carcerieri? I carcerati. Questo è ciò che porta alla situazione assurda della detenzione – attese di ore per fare una doccia, telefonate che, se di diritto sono una volta a settimana, diventano per grazia ricevuta, una volta ogni tanto… – ma questo è anche l’humus nel quale, esagerando, può nascere l’omicidio di Stefano Cucchi. Perché magari era uno che aveva rotto un po’ le palle, o magari era il solito tossico che bisogna fargli capire come funziona il carcere appena entra.</p>
<p>Quindi, uscendo dalla schematica, sono questi elementi che hanno generato il bug Cucchi: il fatto di aver esagerato con la persona sbagliata.<br />
Per questo, sono convinto che anche se si passasse in fase due e anche se succedesse che, per assurdo, ad un paio di agenti venissero dati vent’anni di carcere, non ci sarebbe giustizia, ma solo l’addizione di altri due potenziali Stefano Cucchi, perché è il sistema che ha generato quella morte, non solo le peculiarità di chi vi ha partecipato.<br />
Allora, io penso che se è legittima e va appoggiata l’azione legale della famiglia, questa non può essere sufficiente a livello di società civile.<br />
In questo secondo livello, infatti, io credo che una giustizia ci sarebbe se si iniziasse a riflettere su quanto sia deleterio il carcere, sia per i detenuti, sia per gli agenti, e sulle sue possibili alternative. Credo che giustizia ci sarebbe se si abbandonasse, a livello politico, il giustizialismo che contraddistingue entrambe le parti rappresentate in parlamento, dove l’unica lingua che si sa parlare è quella della pena. Credo che giustizia ci sarebbe, se si abbandonasse la visione manichea bene-male, nella quale ci assolviamo da un male che consideriamo come altro da noi, ma si iniziasse, di fronte ad ogni reato, ad interrogarsi sulla cultura, sul contesto e sulla situazione nelle quali il reato stesso si è generato, nelle quali ha preso forma e che tutti, chi più, chi meno, abbiamo co-costruito.<br />
Personalmente, quindi, credo che queste sarebbero le vie per far avere giustizia a Stefano Cucchi, perché, se si vuole veramente che la sua morte non sia stato solo un inutile errore di scrittura del programma, non si può fare altro che partire da qui, per tentare di modificare il programma stesso.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/errore-di-sistema/">Errore di sistema</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_26153" class="footnote">Per la precisione, bisogna dire che nel caso delle forze dell’ordine, se da un lato si rinnega il deviante, dall’altro si arriva però ad una condanna meno forte rispetto alla norma, cosicché, vedendosi aiutato dal suo essere stato appartenente, il reietto non abbia voglia di vendicarsi, magari raccontando cose riguardanti il gruppo dal quale è stato escluso.</li><li id="footnote_1_26153" class="footnote">P. Bocchiaro, <em>Psicologia del male</em>, 2009, Laterza Bari, pp. 88-97.</li><li id="footnote_2_26153" class="footnote">È importante sottolineare il termine <em>accertati</em>, perché, per ora anche la morte di Stefano Cucchi non è un omicidio accertato.</li><li id="footnote_3_26153" class="footnote">Da gennaio ad ottobre 2009, ci sono già state 146 morti, di cui 59 suicidi. Fonte: <a href="http://www.ristretti.it/">http://www.ristretti.it/</a>.</li><li id="footnote_4_26153" class="footnote">A fine ottobre siamo arrivati a 65.000 detenuti su una capienza regolamentare di 43.327.…</li></ol>

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		<title>Il perfetto scrittore progressista</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 10:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Rizzante
(post rem)
Il perfetto scrittore progressista Walter Veltroni, autore di un romanzo intitolato Noi ha lasciato cadere, in una recente intervista, alcune perle. La prima è che, al di là di ogni facile lamento, «la letteratura ha ancora un peso enorme… Anche oggi. Non a caso, i regimi danno fuoco ai libri». La seconda [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/il-perfetto-scrittore-progressista/">Il perfetto scrittore progressista</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>(post rem)</strong></p>
<p>Il perfetto scrittore progressista Walter Veltroni, autore di un romanzo intitolato <em>Noi</em> ha lasciato cadere, in una recente intervista, alcune perle. La prima è che, al di là di ogni facile lamento, «la letteratura ha ancora un peso enorme… Anche oggi. Non a caso, i regimi danno fuoco ai libri». La seconda è che «Le parole hanno sempre cambiato il mondo e lo faranno ancora». La terza è che «La letteratura è democrazia».<br />
Mi chiedo che idea della letteratura abbia il perfetto scrittore progressista. Ma soprattutto quale sia la sua idea di democrazia.<span id="more-25565"></span><br />
Io ho sempre pensato che la creazione letteraria sia elitaria. E che una democrazia è tanto più forte quanto più è in grado, attraverso un sistema educativo aperto a tutti, di sradicare l’ignoranza (con la quale dobbiamo fare i conti nel corso di tutta una vita) in modo da rendere accessibili i romanzi di Sterne, di Joyce e di Kafka. Non è la letteratura che è democratica, è l’accesso ad essa che deve esserlo.<br />
La democrazia non è qualcosa che si ottiene in modo gratuito, assecondando la mediocrità, ma è al contrario uno sforzo costante, un atto esigente di lucidità e di immaginazione, qualcosa di molto simile alla stessa creazione letteraria.<br />
Pensare, perciò, come fa il perfetto scrittore progressista che la letteratura sia di per sé democratica significa inevitabilmente porla sotto il segno della sua accessibilità popolare, significa cioè avere un’idea populista della letteratura e della democrazia. Questa che sembra una contraddizione in termini – come può un progressista avere un’idea populista della democrazia? – è in realtà la concreta radice di uno dei mali nel nostro paese. E non solo del nostro paese.<br />
Certo, qualcuno, magari un progressista meno ragionevole ma più razionale, potrebbe addurre l’argomento che opere come l’<em>Ulisse</em> di Joyce o <em>I sonnambuli</em> di Broch non possono essere recepite da un pubblico di analfabeti di ritorno o di illetterati alle prese con l’ennesima rivoluzione tecnologica. La mia risposta è una domanda: che cosa leggeranno questi analfabeti e questi illetterati quando avranno smesso di esserlo? I romanzi di Veltroni e Veronesi o <em>I sonnambuli</em>?<br />
Al centro della questione, allo stesso tempo letteraria e politica, ci sono due modi di invitare il lettore a partecipare all’opera.<br />
Il primo parte dal presupposto che il lettore sia sempre identificabile e che i suoi gusti, giudizi e preferenze siano conosciuti in anticipo dall’autore, il quale prepara, con l’aiuto di probi editor, il perfetto piatto del perfetto scrittore progressista-populista con cui si nutrono le viscere del consumatore del presente.<br />
Il secondo cerca di identificare il lettore che ancora non c’è, il lettore che scopre se stesso attraverso la lettura. Quando questo lettore e l’opera si incontrano, quando l’uno e l’altra si creano reciprocamente, nasce l’opera davvero democratica, in grado cioè di rivolgersi non a un lettore-consumatore del presente, ma a un lettore-cittadino del futuro.<br />
Si capisce quindi come ogni apologia progressista dell’opera letteraria che deve essere accessibile a tutti, mistifichi tre deficit che il perfetto scrittore progressista non riesce a colmare, essendo la sua idea di democrazia minata alle basi da un pregiudizio populista. Un deficit di progetto politico: i suoi romanzi si rivolgono a un lettore-consumatore del presente. Un deficit educativo: egli pensa di sradicare l’ignoranza non elevando il tasso di cittadinanza della letteratura, ma innalzando il tasso della sua consumazione.<br />
Un deficit, infine, di immaginazione: i romanzi del perfetto scrittore progressista soggiaciono a un mediocre realismo sociologico, alla verosimiglianza psicologica e a un’idea della Storia concepita come una successione di eventi registrabili. I suoi romanzi sono privi cioè di ogni immaginazione temporale. Sono, oltre che populisti, anacronistici, in quanto costruiti con strumenti che hanno avuto il loro apogeo nel XIX secolo. E sono, per questo, nostalgici. Una nostalgia che nutre le viscere dei lettori-consumatori del presente.<br />
L’opera letteraria davvero democratica che si rivolge a un lettore-cittadino del futuro è sì un atto individuale, ma è allo stesso tempo un atto di memoria comune e porta in seno il progetto di una collettività che non ha nome. Per questa ragione essa deve essere in grado di far intravedere – come una carica inesplosa – un’altra Storia, una «seconda Storia», come ha detto una volta Carlos Fuentes, che non ha niente a che vedere con la Storia registrata negli archivi né con la verità “storica” in tempo reale che ci propina l’informazione.<br />
Lo scrittore davvero democratico non si accontenta quindi di ciò che gli è contemporaneo, ma si propone di compiere un’operazione che né gli storici né l’informazione possono compiere: rendere contemporaneo nella sua opera ciò che non gli è contemporaneo, accogliere in un unico spazio fittizio una coesistenza di tempi, fare di ogni passato presente.<br />
E’ evidente che per farlo, il codice realistico deve essere violato. E con questa violazione finisce il sogno nostalgico, allo stesso tempo progressista e populista, di un realismo universale in grado di identificare in ogni parte del globo il lettore-consumatore del presente.<br />
Questa «seconda Storia», che nell’opera fa brillare come un miraggio il nostro futuro senza nome, è ciò che ogni lettore-cittadino dovrebbe richiedere a uno scrittore davvero democratico.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/il-perfetto-scrittore-progressista/">Il perfetto scrittore progressista</a></p>


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		<title>Corso speciale sulla cultura e sull’arte del tè in Cina</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 06:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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 L&#8217;Associazione Italiana Cultura del Tè  e l’Istituto Confucio presso l’Università Ca’ Foscari Venezia organizzano il corso LA CULTURA E SULL&#8217;ARTE DEL TÈ IN CINA 
Il corso teorico-pratico è destinato a chiunque voglia avvicinarsi e approfondire la conoscenza della cultura del tè cinese e desideri degustare e imparare a preparare le varietà di tè più [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/corso-speciale-sulla-cultura-e-sullarte-del-te-in-cina/">Corso speciale sulla cultura e sull&#8217;arte del tè in Cina</a></p>
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<div><strong><em style="background-color: #ffffff;"><img class="alignleft" src="http://www.aictea.it/immagini/immagini/wu_chanshuo-pinmingtu.jpg" alt="" width="161" height="144" /></em></strong> L&#8217;Associazione Italiana Cultura del Tè<strong> </strong><strong> </strong>e l’Istituto Confucio presso l’Università Ca’ Foscari Venezia organizzano<strong> </strong>il corso <strong><span style="font-size: medium;">LA CULTURA E SULL&#8217;ARTE DEL TÈ IN CINA</span></strong><strong> </strong></div>
<div>Il corso teorico-pratico è destinato a chiunque voglia avvicinarsi e approfondire la conoscenza della cultura del tè cinese e desideri degustare e imparare a preparare le varietà di tè più pregiate.<strong> </strong><strong><br />
</strong></div>
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<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;"><strong>Contenuti:</strong></span></h5>
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<p>Il corso si articola in <strong>6 moduli</strong> di <strong>2,5 ore</strong> ciascuno (per un totale di 15 ore) svolti nei  fine-settimana 28-29 novembre e 5-6 dicembre 2009 .<span id="more-26049"></span></div>
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<div><em>Sabato</em><em> 28 novembre 2009, ore</em><em> </em><em>15.30-18.00</em><br />
<strong style="color: #330000;">Lezione 1 &#8211; La pianta del tè</strong></p>
<ul>
<li> La pianta del tè: origine, diffusione, caratteristiche botaniche</li>
<li> La coltivazione</li>
<li> Aree di produzione del tè in Cina e nel mondo</li>
<li> Fattori di differenziazione delle varietà di tè</li>
<li>Panoramica sulla classificazione dei tè cinesi</li>
<li>Il tè e la salute</li>
<li> Degustazione di 2 varietà di tè</li>
</ul>
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<em>Domenica</em><em> 29 novembre 2009, </em><em>ore 10.30-13.00</em><br />
<strong> <span style="color: #330000;">Lezione 2 &#8211; La storia del tè in Cina</span><br />
</strong></p>
<ul>
<li>Le leggende e i primi riferimenti</li>
<li> Il &#8220;Canone del Tè&#8221; di Lu Yu e il tè bollito in epoca Tang.</li>
<li> Il tè in polvere e il <em>doucha</em> in epoca Song</li>
<li> La dinastia Ming e la diffusione del tè in foglie</li>
<li> La nascita dei tè fermentati e l&#8217;arte del <em>gongfucha</em> in epoca Qing</li>
<li> Degustazione di 2 varietà di tè</li>
</ul>
<p><em>Domenica</em><em> 29 novembre 2009, </em><em>ore </em><em>15.30-18.00</em><br />
<strong> <span style="color: #330000;">Lezione 3 &#8211; La classificazione e la lavorazione del tè</span><br />
</strong></p>
<ul>
<li>I tè verdi e gialli</li>
<li> I tè bianchi</li>
<li> I tè oolong</li>
<li> I tè neri (rossi)</li>
<li> I tè Pu-erh e i tè postfermentati</li>
<li> I tè pressati, profumati e affumicati</li>
<li> Degustazione di 6 varietà di tè con tazze ISO</li>
</ul>
<p><em>Sabato 5 dicembre 2009, ore 15.30-18.00<br />
</em><strong><span style="color: #330000;">Lezione 4 &#8211; La ceramica e l’arte del tè</span><br />
</strong></p>
<ul>
<li>L’arte ceramica in Cina</li>
<li> Le ceramiche da tè delle dinastie Tang e Song</li>
<li> Le porcellane di Jingdezhen</li>
<li> Le teiere in terracotta di Yixing</li>
<li> La scelta degli strumenti e la preparazione del tè</li>
<li> Degustazione di 2 varietà di tè</li>
</ul>
<p><em>Domenica 6 </em><em>dicembre 2009, ore 10.30-13.00<br />
</em><strong><span style="color: #330000;">Lezione 5 &#8211; La preparazione del tè</span><br />
</strong></p>
<ul>
<li>I diversi sistemi per la preparazione del tè</li>
<li> Temperature, tempi e quantità di foglie</li>
<li> La preparazione con la teiera</li>
<li> La preparazione con il <em>gaiwan</em></li>
<li> Gli strumenti e la preparazione del tè con il metodo del <em>gongfucha</em></li>
<li> Degustazione di 2 varietà di tè</li>
</ul>
</div>
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<div><em>Domenica 6 dicembre 2009, ore </em><em>15.30-18.00</em></div>
</div>
<p><strong> <span style="color: #330000;">Lezione 6 &#8211; La pratica dell’arte del t</span><span style="color: #330000;">è</span></strong></p>
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<ul>
<li>L’arte del tè nella Cina di oggi</li>
<li> La procedura di preparazione del <em>gongfucha</em></li>
<li> Come preparare e usare correttamente una teiera in terracotta</li>
<li> Saggio di preparazione e degustazione del tè oolong</li>
</ul>
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<p>Ogni modulo prevede la degustazione di almeno due varietà di tè, selezionate tra le più famose della Cina, rappresentate ai massimi gradi qualitativi.<strong> </strong><strong><br />
</strong></div>
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<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;">L&#8217;Associazione Italiana Cultura del Tè: </span><img class="alignleft" style="color: #333300;" src="http://www.aictea.it/immagini/immagini/main_ass_logo.jpg" alt="" width="70" height="70" /></h5>
<div style="text-align: left;">L&#8217;Associazione Italiana Cultura del Tè è nata nel 2005 con la finalità di diffondere la cultura del tè e promuovere l&#8217;attività di ricerca ad essa relativa. Formata da studiosi, professionisti e operatori del settore, cultori e appassionati del tè, è il punto di riferimento in Italia per chi desidera approfondire la conoscenza di questa bevanda e del suo ricco repertorio culturale. Stio <a href="http://www.aictea.it/">www.aictea.it</a></div>
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<h5 style="color: #003300;"><span><strong><span style="font-size: x-small;"><strong>L&#8217;Istituto Confucio: </strong></span></strong></span><img class="alignleft" src="http://www.aictea.it/immagini/immagini/confucius_institute1.jpg" alt="" width="83" height="80" /><img class="alignleft" src="http://www.aictea.it/immagini/immagini/logocafoscarifondobianco.jpg" alt="http://www.aictea.it/immagini/immagini/logocafoscarifondobianco.jpg" width="73" height="73" /></h5>
<p>L’Istituto Confucio presso l&#8217;Università Ca&#8217; Foscari Venezia è nato nel 2008 dalla collaborazione tra l&#8217;ateneo veneziano e la Capital Normal University di Beijing, sotto l’egida della Direzione Nazionale per la diffusione della Lingua Cinese del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese. Gli Istituti Confucio hanno come obiettivo la diffusione della lingua e della cultura cinesi, in linea con analoghe istituzioni promosse all’estero da altre nazioni (ad es. La Società Dante Alighieri). Si affiancano alle istituzioni accademiche e di ricerca degli oltre 100 paesi dove sono attualmente presenti, fornendo attività didattiche e culturali di carattere divulgativo svolte da esperti altamente qualificati e di alto profilo scientifico.</p>
<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;">I docenti:</span></h5>
<p><strong>Marco Ceresa</strong> (Moduli 1 e 2)<br />
Professore ordinario di lingua e letteratura cinese dell’Università Ca’ Foscari Venezia, direttore dell’Istituto Confucio presso l’Università Ca’ Foscari, cofondatore e presidente onorario dell’Associazione Italiana Cultura del Tè. Pioniere degli studi sulla cultura del tè cinese nel nostro paese, ha curato la traduzione in italiano de <em>Il Canone del tè</em> di Lu Yu (Leonardo, 1991); è autore de <em>La scoperta dell&#8217;acqua calda</em> (Leonardo, 1993) e di numerosi articoli scientifici sulla storia e sulla cultura del tè in Cina, oltre che di numerosi altri saggi e articoli su diversi aspetti del mondo cinese.</p>
<p><strong>Sabrina Rastelli</strong> (Modulo 4)<br />
Professore a contratto di Storia dell’Arte Cinese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, membro dell’Oriental Ceramic Society di Londra e dell’Associazione di Ceramiche Antiche Cinesi di Pechino. Ha collaborato all’organizzazione della mostra “Cina. Nascita di un impero” (Roma, 2006), ha curato la mostra “Alla Corte degli Imperatori. Capolavori mai visti dalla tradizione Han all’eleganza Tang” (Firenze 2008) e co-curato “Il Celeste Impero. Dall’esercito di terracotta alla Via della Seta” (Torino, 2008). E’ autrice di numerosi saggi sulle ceramiche cinesi antiche e di <em>Ceramica cinese. Evoluzione tecnologica dal neolitico alle Cinque Dinastie</em> (Cafoscarina, 2004).</p>
<p><strong>Barbara Sighieri</strong> (Moduli 5 e 6)<br />
Cultrice della bevanda, consigliere dell’Associazione Italiana Cultura del Tè e titolare del negozio specializzato &#8220;La Teiera Eclettica&#8221; di Milano. Vanta un’esperienza pluriennale nel settore del tè. Ha curato la realizzazione di numerosi eventi legati alla preparazione e alla degustazione dell&#8217;infuso. Presta la propria collaborazione a diverse associazioni nazionali per la promozione della cultura alimentare e gastronomica. Attualmente impegnata in un progetto di ricerca sull&#8217;estrazione dei principi attivi nell’infusione del tè in collaborazione con l&#8217;Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologica &#8220;P. Pratesi&#8221; dell’Università degli Studi di Milano.</p>
<p><strong>Livio Zanini</strong> (Moduli 1, 3 e 6)<br />
Professore a contratto di Interpretazione dal Cinese dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, cofondatore e presidente dell’Associazione Italiana Cultura del Tè, consigliere onorario del China International Tea Culture Institute e consigliere della World Tea Union. Ha svolto studi e numerosi viaggi di ricerca per approfondire sia gli aspetti storici della bevanda, sia quelli legati alla sua produzione, preparazione e degustazione, con la visita a numerose aree di produzione in Cina, in Giappone e in Corea. Da anni impegnato nella diffusione della cultura del tè nel nostro paese, ha curato la realizzazioni di numerosi eventi legati al tè ed è autore di diversi articoli sulla storia e sulla tradizione della bevanda.</p>
<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;">I tè in degustazione:</span></h5>
<p>Xihu Lungjing (Pozzo del Drago del Lago Occidentale) 西湖龍井茶<br />
Biluochun (Primavera della Chiocciola Verde) 碧螺春茶<br />
Tieguanyin (Avalokiteshvara di Ferro) 鐵觀音茶<br />
Dahongpao (Grande veste rossa)大紅袍茶<br />
Qimen hongcha (Keemun) 祁門紅茶<br />
Chennian Pu&#8217;er (Pu-erh invecchiato) 陳年普洱茶<br />
Alishan gaoshan wulong (Oolong d&#8217;alta quota di Alishan) 阿里山高山烏龍茶<br />
Fenghuang dancong (Arbusto Singolo della Fenice) 鳳凰單叢茶<br />
Dongfang meiren (Oriental Beauty) 東方美人茶<br />
Baihao Yinzhen (Aghi d&#8217;Argento al gelsomino) 茉莉白毫銀針茶<br />
Guzhang maojian (Gemme Villose di Guzhang) 古丈毛尖茶<br />
Baimudan (Peonia Bianca) 白牡丹茶<br />
Huoshan huangya (Germogli Gialli di Huoshan) 霍山黄牙<br />
Taiping houkui (Eminenza delle Scimmie di Taiping) 太平猴魁茶<br />
(<em>La lista dei tè non è definitiva</em>)</p>
<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;">Partecipazione:</span></h5>
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<p>L&#8217;iscrizione al corso è di  <strong>Euro 250</strong>. La quota comprende le <strong>sei lezioni</strong> (per un totale di <strong>15 ore</strong>), la degustazione di <strong>16 tè cinesi pregiati </strong>e <strong>un corredo in porcellana</strong> per la preparazione del tè. Su richiesta viene rilasciato un <strong>attestato di partecipazione</strong>.</p>
<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;">Sede:</span></h5>
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<p>Istituto Confucio, presso Dipartimento di Studi sull&#8217;Asia Orientale<br />
Palazzo Vendramin, Dorsoduro 3462, Venezia</p></div>
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<h5 style="color: #003300;"><span style="font-size: x-small;">Per informazioni e iscrizioni:</span></h5>
<p>Email: <a href="mailto:%20segreteria@confuciovenezia.it" target="_blank">segreteria@confuciovenezia.it</a></p>
<div>Telefono: 041 2349548<br />
lunedì e mercoledì 9.00-14.00, martedì e venerdì 15.00-19.00, giovedì 10.00-14.00<a href="http://www.confuciovenezia.it/" target="_blank"><br />
www.confuciovenezia.it</a></div>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/corso-speciale-sulla-cultura-e-sullarte-del-te-in-cina/">Corso speciale sulla cultura e sull&#8217;arte del tè in Cina</a></p>


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		<title>Peter Huchel / da: Giorni contati (1972)</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/peter-huchel-da-giorni-contati-1972/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 06:43:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<description><![CDATA[Si pubblica una scelta di poesie da Huchel, nella traduzione di Davide Racca.

Questo &#232; un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:Peter Huchel / da: Giorni contati (1972)


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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Si pubblica una scelta di poesie da Huchel, nella traduzione di Davide Racca.</em></p>
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		<title>BERLINO 9 novembre 1989</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 22:40:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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Questo &#232; un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:BERLINO 9 novembre 1989


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&nbsp;<br />
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		<title>Campagna nazionale “SALVA L’ACQUA”. Il popolo dell’acqua a Roma il 12 novembre</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/campagna-nazionale-salva-l%e2%80%99acqua-il-popolo-dellacqua-a-roma-il-12-novembre/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 12:10:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Senato, il 04 Novembre, ha approvato l&#8217;Art.15 del DL 135/09 che sottrae ai cittadini l’acqua potabile di rubinetto, il bene più prezioso.
Il decreto poi approderà alla Camera dei Deputati a partire da lunedì 09 Novembre (nella Commissione 1°) e verrà discusso dall&#8217;aula lunedì 16 Novembre.

IL PARLAMENTO PRIVATIZZA L’ ACQUA e I BENI COMUNI
IMPEDIAMOLO!
E&#8217; urgente [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/campagna-nazionale-salva-l%e2%80%99acqua-il-popolo-dellacqua-a-roma-il-12-novembre/">Campagna nazionale &#8220;SALVA L’ACQUA&#8221;. Il popolo dell&#8217;acqua a Roma il 12 novembre</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il Senato, il 04 Novembre, ha approvato l&#8217;Art.15 del DL 135/09 che sottrae ai cittadini l’acqua potabile di rubinetto, il bene più prezioso.<br />
Il decreto poi approderà alla Camera dei Deputati a partire da lunedì 09 Novembre (nella Commissione 1°) e verrà discusso dall&#8217;aula lunedì 16 Novembre.</strong><br />
<span id="more-25772"></span><br />
<strong>IL PARLAMENTO PRIVATIZZA L’ ACQUA e I BENI COMUNI</p>
<p>IMPEDIAMOLO!</p>
<p>E&#8217; urgente e indispensabile una mobilitazione straordinaria!</p>
<p>in concomitanza con la discussione dell’<a href="http://www.acquabenecomune.org/spip.php?rubrique259">Art. 15 del decreto legge 135/09 </a>presso la Camera dei Deputati</p>
<p>Giovedì 12 Novembre ore 10.30<br />
Presidio al Parlamento (Piazza Montecitorio)</strong></p>
<p><strong>Il Forum Italiano dei Movimenti per l&#8217;Acqua invita la cittadinanza, il “popolo dell’acqua”, le realtà sociali e territoriali, le reti ambientaliste e per la tutela dei beni comuni, le organizzazioni sindacali e il movimento degli studenti, ad una mobilitazione straordinaria partecipando alla manifestazione davanti al Parlamento giovedì 12 Novembre ore 10.30 a Piazza Montecitorio.</p>
<p>Mobilitiamoci per impedire la conversione in legge del decreto legge 135/09!<br />
Partecipiamo tutte e tutti al presidio!</p>
<p>Seguite sul sito </strong><strong><a href="http://WWW.ACQUABENECOMUNE.ORG">www.acquabenecomune.org </a></strong>tutte le iniziative che metterà in campo il Forum Italiano dei Movimenti per l&#8217;Acqua.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/campagna-nazionale-salva-l%e2%80%99acqua-il-popolo-dellacqua-a-roma-il-12-novembre/">Campagna nazionale &#8220;SALVA L’ACQUA&#8221;. Il popolo dell&#8217;acqua a Roma il 12 novembre</a></p>


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		<title>Educare alla diversità</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/educare-alla-diversita/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 11:14:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[studi di genere]]></category>
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		<description><![CDATA[Presso Liguori è appena uscito un volume che mi sento di raccomandare caldamente non solo agli operatori della scuola e ai genitori, ma a tutti coloro che hanno a cuore il futuro della nostra civile convivenza e si riconoscono nelle direttive della Comunità Europea.
Franco Buffoni
di Federico Batini e Barbara Santoni
La diversità non è soltanto quella [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/educare-alla-diversita/">Educare alla diversità</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/Batinicopertina.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-26083" title="Batinicopertina" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/Batinicopertina-150x150.jpg" alt="Batinicopertina" width="150" height="150" /></a>Presso Liguori è appena uscito un volume che mi sento di raccomandare caldamente non solo agli operatori della scuola e ai genitori, ma a tutti coloro che hanno a cuore il futuro della nostra civile convivenza e si riconoscono nelle direttive della Comunità Europea.<br />
Franco Buffoni</em></p>
<p>di<strong> Federico Batini</strong> e <strong>Barbara Santoni</strong></p>
<p>La diversità non è soltanto quella culturale o di provenienza geografica. Come ci si può comportare quando uno studente viene chiamato “finocchio” e preso in giro per il suo orientamento sessuale? Come affrontare l’argomento dell’identità sessuale in classe? Omosessualità e transessualismo stanno diventando sempre più visibili all’interno della nostra società. Gli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado discutono di questi argomenti sempre più spesso e cominciano a formare le loro opinioni e atteggiamenti in proposito. Parallelamente a una diffusione di informazioni distorte e parziali da parte dei media cresce la curiosità ma anche l’intolleranza verso le diversità sessuali e i casi di bullismo omofobico nei contesti scolastici, con conseguenze anche gravissime per chi ne è fatto oggetto. Pregiudizi sessuali e stereotipi di genere sono così diffusi nella nostra società che spesso insegnanti ed educatori sono a loro volta disinformati e impreparati ad affrontare questi temi.</p>
<p><span id="more-25918"></span>Questo libro raccoglie per la prima volta in Italia contributi scientifici da parte di professionisti impegnati in vari ambiti (clinico, sociale, pedagogico) su questi argomenti per dare una risposta a queste domande e fornire agli insegnanti strumenti teorici, metodi, attività e pratiche di intervento per la prevenzione del bullismo omofobico e l’educazione alle diversità sessuali.<br />
Autori del volume sono:  Federico Batini, Davide Dèttore, Antonella Montano, Luca Pietrantoni, Gabriele Prati, Barbara Santoni.</p>
<p>L’IDENTITA’ SESSUALE A SCUOLA<br />
EDUCARE ALLA DIVERSITA’ E PREVENIRE L’OMOFOBIA<br />
A cura di Federico Batini e Barbara Santoni<br />
Liguori Editore</p>
<p>PARTE I: FONDAMENTI TEORICI<br />
Cap. 1: Omosessualità e omofobia oggi (Prati – Pietrantoni)<br />
1 Fondamenti concettuali sull&#8217;omosessualità<br />
2 Gli omosessuali in Italia<br />
3 Relazioni, stili di vita e salute tra gli omosessuali<br />
4 L&#8217;atteggiamento sociale verso l&#8217;omosessualità: stereotipi, pregiudizi e discriminazioni<br />
5 L&#8217;omofobia nella società e nella scuola italiana<br />
6 Salute mentale e omosessualità<br />
7 Il riconoscimento dei diritti degli omosessuali<br />
Scheda 1.1: Indicazioni per affrontare l&#8217;argomento omosessualità in classe<br />
Scheda 1.2: L&#8217;omosessualità nei film</p>
<p>Cap. 2: Origini sociali, culturali e storiche dell&#8217;omofobia (Dèttore)<br />
Introduzione<br />
1 Il Periodo greco-romano<br />
2.Il Giudaismo e il primo Cristianesimo<br />
3.Dalla caduta di Roma al Medioevo<br />
4. Il Rinascimento<br />
5. I secoli XVIII e XIX<br />
6. Il periodo dal 1850 al 1910<br />
7 Dal XX secolo ai nostri giorni<br />
Scheda 2.1: Percorso didattico per l&#8217;introduzione relativa alle origini culturali, sociali e storiche dell&#8217;omofobia<br />
Scheda 2.2: Letture storiche sull&#8217;omofobia</p>
<p>Cap. 3 La questione “trans” (Santoni)<br />
1 Gli assunti sbagliati del genderismo<br />
2 La disforia di genere nella storia<br />
3 Lo studio di altri generi da un punto di vista antropologico<br />
4 Il transessualismo in ambito medico psichiatrico<br />
5 L&#8217;emergere del transgenderismo<br />
6 Transessuali e transgender nella società attuale<br />
7 Rappresentazioni sociali del transessualismo<br />
Scheda 3.1. Sintesi delle definizioni e concetti fondamentali del transgenderismo<br />
Scheda 3.2 Percorso didattico per la spiegazione del transessualismo a scuola<br />
Scheda 3.2. Allegato A: Il mito di Ifi e Ante<br />
Scheda 3.2.Allegato B: La storia di Erica<br />
Scheda 3.2 Allegato C: “storie transgender”<br />
Scheda 3.2. Allegato D: “Daniele, l&#8217;incontro con lo sguardo sociale”<br />
Scheda 3.2. Allegato E: “La storia di Roberta”.<br />
Scheda 3.2. Allegato F: Cronistoria<br />
Scheda 3.3. Trans famosi/e</p>
<p>PARTE II: LE DIVERSITA&#8217; SESSUALI A SCUOLA<br />
Cap. 4: Identità sessuali diverse in adolescenza (Santoni &#8211; Montano)<br />
1. I difficili compiti evolutivi dell&#8217;adolescenza<br />
2 Le componenti dell&#8217;identità sessuale<br />
2.1. Il sesso biologico<br />
2.2 L&#8217;identità di genere<br />
2.3 Il ruolo di genere<br />
2.4 L&#8217;orientamento sessuale<br />
2.5. Presupposti teorici fondamentali inerenti l&#8217;identità sessuale<br />
3 Adolescenza e omosessualità<br />
3.1.La presa di coscienza della propria omosessualità<br />
3.2.L&#8217;omofobia interiorizzata<br />
3.3 Conseguenze dell&#8217;omofobia interiorizzata<br />
3.4 La formazione dell&#8217;identità omosessuale<br />
3.5 Percorsi di coming out<br />
3.6 I rapporti con le famiglie di origine<br />
4 Lo sviluppo atipico di genere in età evolutiva<br />
4.1. Lo sviluppo atipico di genere in età evolutiva<br />
4.2 Giovani “trans” a scuola<br />
Scheda 4.1. Percorso didattico per la spiegazione delle componenti dell&#8217;identità sessuale<br />
Scheda 4.1. Allegato A. Questionario su sesso, intersessualità e ermafroditismo<br />
Scheda 4.1. Allegato B. La storia di “Antonello” e la storia di “Erica”<br />
Scheda 4.1. Allegato C. Lettura su omosessualità.<br />
Scheda 4.2. Attività didattica per la riflessione sui ruoli di genere<br />
Scheda 4.3 Role play sul rapporto con le diversità sessuali<br />
Scheda 4.4. Un gioco di ruolo per il coming out<br />
Scheda 4.5. Film</p>
<p>Cap.5: Le dinamiche del pregiudizio e della discriminazione nei contesti scolastici (Prati &#8211; Pietrantoni)</p>
<p>1. Significati e caratteristiche del bullismo<br />
2.	Specificità del bullismo omofobico<br />
3. Gli effetti psicosociali del bullismo omofobico<br />
4. Modelli teorici della riduzione del bullismo omofobico<br />
5. Strategie di intervento per la prevenzione primaria<br />
Scheda 5.1. Stereotipi e diversità<br />
Scheda 5.2: Il bullismo fisico<br />
3.	Scheda 5.3. Attivazione delle offese da corridoio</p>
<p>Cap. 6: Educare alle diversità e prevenire il bullismo omofobico nelle scuole (Santoni – Batini)</p>
<p>1. La scuola come agente di cambiamento culturale e sociale<br />
2 Presupposti fondamentali per educare alle diversità<br />
3 Il ruolo degli insegnanti<br />
4 L&#8217;educazione alle diversità a scuola</p>
<p>Scheda 6.1. Il Project 10 Handbook<br />
Scheda 6.2 Contenuti per la ristrutturazione dei pregiudizi<br />
Scheda 6.3 Domande del gioco “io sì, io no”<br />
Scheda 6.4 Consigli per il dialogo interculturale<br />
Scheda 6.5. “Orientarsi nelle diversità”</p>
<p>Cap. 7 &#8211; Comprendere la diversità delle famiglie. Cosa gli insegnanti dovrebbero conoscere<br />
(Antonella Montano)<br />
1.Tanti tipi di famiglie<br />
2.Il ruolo della scuola nella gestione delle difficoltà delle famiglie omosessuali<br />
Fig. 7.1 – Modello delle dinamiche relazionali fra scuola, famiglia e contesto sociale<br />
3.Famiglie omogenitoriali<br />
3.1 Difficoltà di una famiglia omogenitoriale<br />
3.2 Come aiutare i bambini a comprendere la propria famiglia<br />
4. Pregiudizi legati alla cura dei bambini<br />
4.1 Uno sguardo agli studi<br />
5. La vita dei figli di genitori omosessuali<br />
5.1 Raccontami com’è andata<br />
5.2 Vivi e lascia vivere<br />
5.3 Due madri sono meglio di una<br />
5.4 Costruire una famiglia<br />
Scheda 7.1 – Ricordiamoci che<br />
Scheda 7.2 – Consigli per la gestione della classe<br />
Scheda 7.3 – Cosa i docenti possono fare<br />
Scheda 7.4 – Rosa e Azzurra, storia di due principesse<br />
Scheda 7.5 – Rispettare i diversi tipi di famiglie<br />
La giornata di Marco<br />
Riferimenti bibliografici<br />
Risorse in Rete<br />
Alternative Family Magazine<br />
Family Pride Coalition</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/educare-alla-diversita/">Educare alla diversità</a></p>


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		<title>Scaffali nascosti (3)</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 09:12:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Gentile]]></category>
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		<category><![CDATA[Malinverno]]></category>
		<category><![CDATA[Martino]]></category>
		<category><![CDATA[scaffali nascosti]]></category>
		<category><![CDATA[Zandegù]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Gentile
«Scaffali nascosti», senza pretese di completezza, vuole disegnare una mappa dell’editoria indipendente dei nostri tempi. Medio-piccoli, piccoli, piccolissimi editori, spesso periferici, con idee e progetti ben precisi, che timidamente emergono, o forse emergeranno, o si spera che emergano, fra gli scaffali delle librerie. A cura di Andrea Gentile (andreagentilenazione_at_libero.it).
 
 
Dal marzo 2006 [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/scaffali-nascosti-3/">Scaffali nascosti (3)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Gentile</strong></p>
<p><em>«Scaffali nascosti», senza pretese di completezza, vuole disegnare una mappa dell’editoria indipendente dei nostri tempi. Medio-piccoli, piccoli, piccolissimi editori, spesso periferici, con idee e progetti ben precisi, che timidamente emergono, o forse emergeranno, o si spera che emergano, fra gli scaffali delle librerie. A cura di Andrea Gentile (andreagentilenazione_at_libero.it).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Dal marzo 2006 ha pile di manoscritti – rilegati, malspillati, formato A5, A4, A3 – sulla scrivania. Ogni tanto ne sceglie uno. Poi fa il redattore, il compositore, l’ufficio stampa, l’ufficio diritti, l’ufficio marketing e l’ufficio tecnico. È Marianna Martino, classe 1983, fondatrice della casa editrice <a href="http://www.zandegu.it/" target="_blank">Zandegù</a>.<br />
<span id="more-26075"></span><br />
Il progetto della Zandegù prende forma da Torino, a due passi da Corso Carlo e Nello Rosselli: pubblicare «storie ridicole e assurde di chi sa esagerare gli aspetti buffi del nostro vivere quotidiano». Ed è cosi che leggiamo di un uomo che di mestiere fa il «volatore di palloncini», come il protagonista di <em>I sassi vanno matti per le sasse </em>(2006) di Roberto Tossani, o di un uomo che per hobby fa il «timbratore» seriale di ragazze, come il Veleno di <em>Malinverno </em>(2008) di Francesco Lubrano.<br />
Diciotto finora i titoli usciti, soprattutto romanzi (riuniti nella collana «I fichissimi») e «Zandeguide. Manuali e guide assurde», come per esempio <em>Salvare il mondo non è mai stato così facile! </em>di Giampelmo Schiaragola (in due volumi, 2007 e 2009)  o <em>Due cuori e una Playstation </em>(2007) di Mariella Martucci. C’è poi una terza collana, «I nati ieri», costituita da raccolte di racconti, ma l’ultima pubblicazione risale al 2007.<br />
I titoli, volutamente <em>demenziali</em>, vengono corredati da una veste grafica giocosa e coloratissima, firmata da Antonio Stissi. Sicuramente appariscente, nella maggior parte dei casi sembra molto riuscita, alcune volte meno, come in <em>Il discorso è che una volta ero un genio</em> (2006) di Giovanni Previdi, dove si ammicca al <em>retrò</em>.<br />
Per attirare l’attenzione dei lettori, Marianna Martino si serve delle idee di Alice Avallone, esperta di marketing (per capire quante cose ha fatto in 25 anni basta andare sul suo MySpace):  per <em>Più meglio di Cenerentola! Manuale per la principessa moderna </em>(2007)<em> </em>di Betsy Kapowski, la Zandegù indice il concorso nazionale «<strong>Cerchiamo la principessa moderna – c’è qualcosa di unico in ognuna di voi!</strong><strong>»</strong>, per <em>Tasca di pietra </em>(2007) di Matteo De Simone, parte «Ti do copertina bianca», un concorso per realizzare la copertina per la seconda edizione (la prima ha 1000 copie di tiratura e, appunto, copertina interamente bianca).<br />
Pian piano la Zandegù (distribuzione Cda) conquista così spazi sulla stampa: il pezzo più prestigioso è quello del 22 aprile 2009 sul <em>Domenicale </em>del <em>Sole 24 Ore</em>.<br />
Ogni libro viene stampato in mille copie circa e arriva a venderne 5-600. Di maggior successo <em>Più meglio di Cenerentola</em>, anche per merito del concorso, al quale erano iscritte una cinquantina di ragazze, e <em>Malinverno</em>, che ha trovato spazio sull’<em>Unità</em>, <em>Linus</em> e su un colonnone di <em>Pulp</em> firmato da Teo Lorini.<br />
«Puntavo a lettori di 25-35 anni ma nelle fiere e nelle presentazioni scopro che riesco a conquistare soprattutto le donne sui 40 anni»<em> </em>ci dice Marianna Martino, che sarà presente a <em>Più libri Più Liberi</em>. Alla ricerca di lettori attenti, bisognosi di storie assurde, surreali. Che di assurdità surreali a volte ce n’è proprio bisogno.</p>
<p><strong>Andrea Gentile (Isernia, 1985) ha lavorato con Enrico Deaglio a <em>Patria 1978-2008</em> (il Saggiatore, 2009). Collabora con «Alias», supplemento settimanale del «manifesto», e con il mensile «Il Bene Comune».</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/scaffali-nascosti-3/">Scaffali nascosti (3)</a></p>


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		<title>Su Taccuino nero di Nadia Agustoni</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 08:09:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Agustoni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Amarelli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Viola Amarelli
Nadia Agustoni ci consegna con Taccuino nero (edizioni Le Voci della Luna, 2009, prefazione di Francesco Marotta con note di Fabio Franzin e Francesco Tomada) uno degli esiti più felici della sua ricerca poetica. Scandito in tre sezioni (“Fabbrica”, “Paesaggio lombardo e voci” e le prose di “Frammenti” che assurgono quasi a postfazione) [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/su-taccuino-nero-di-nadia-agustoni/">Su Taccuino nero di Nadia Agustoni</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/viola-amarelli/" target="_blank">Viola Amarelli</a></strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/TACCUINO-NERO-COPERTINA.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-25739" title="TACCUINO NERO COPERTINA" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/TACCUINO-NERO-COPERTINA-227x300.jpg" alt="TACCUINO NERO COPERTINA" width="227" height="300" /></a><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/nadia-agustoni/" target="_blank">Nadia Agustoni</a></strong> ci consegna con <strong><em>Taccuino nero</em></strong> (edizioni Le Voci della Luna, 2009, prefazione di Francesco Marotta con note di Fabio Franzin e Francesco Tomada) uno degli esiti più felici della sua ricerca poetica. Scandito in tre sezioni (“Fabbrica”, “Paesaggio lombardo e voci” e le prose di “Frammenti” che assurgono quasi a postfazione) il libro narra la cronaca di un generale spaesamento e della resistenza sorda ma tenace che vi si oppone in un tentativo quasi alchemico di trasformazione.<br />
Il lavoro operaio, i mutamenti antropici dei paesaggi, la solitudine collettiva costituiscono gli scenari plumbei di una reificazione quotidiana, delineata senza enfasi né retorica. La pesantezza opaca delle nostre vite viene infatti inquadrata di sghembo, attraverso squarci e lacerti (<em>“le ferramenta che esplodono”; “messe al tornio le cervella”; “con 5 balene-macchine nel cuore vivo”</em>) affidandosi ai <em>“fatti spogli”</em>, come recita uno dei testi che assume una valenza di dichiarazione di poetica. E tuttavia la vera protagonista di questo libro è un’innocenza ribelle che irrompe in scena sin dalla prima poesia, sprigionando un potenziale onirico che distorce il degrado per trasformarlo, cercando febbrilmente punti di rottura e vie di fuga che si sanno già prive di illusioni eppure ugualmente, e testardamente, tracciate. Non a caso l’“arca” è un’immagine ricorrente nei testi al pari degli angeli, sia pure “infermi” o “sadici”, per raffrenare qualunque ambigua soluzione di salvezza religiosa. <span id="more-25738"></span><br />
Si delinea così, radicato nel concreto del quotidiano, un orizzonte che oscilla tra Dalì e Folon: “<em>un refolo che è scossa nelle vertebre”</em>; <em>“una cappella sistina di ragni e graffiature”</em>, le <em>“viti barocche”</em> coesistono con <em>“superbo/ un andirivieni di foglie”</em>, con le <em>“nuvole so/dirle senza peso”</em> sino alla <em>“fionda dell’aria”</em>. Le icone di questa innocenza guerriera sono soprattutto insetti e uccelli, pezzetti di prato e ruggine mignon che resistono come David contro Golia nel riaffermare le ragioni e la potenza della vita, persino, e forse soprattutto, nelle forme e frange che sembrerebbero minimali. Rileva in questa costante battaglia una certezza inespressa, quasi ontologica: la forza del sogno, la dirittura e l’eroicità di Icaro, richiamato come *doppio* ed exemplum al tempo stesso.<br />
In questo percorso, che consuma in un <em>“rogo-abbaglio” </em><em>“la voce- sogno” </em>e <em>“la voce -realtà”</em>, persiste comunque una forte dimensione politica, anche scontando il fallimento del sol dell’avvenire. (e si veda l’amaro sarcasmo de “la classe operaia non va più in paradiso”). Si tratta di un impegno, implicito già nella richiamata “arca” e nel frequente ricorso alla prima persona plurale, che diventa evidente nelle prose dei “Frammenti”. Qui, infatti, la scrittura traccia precisa i cambiamenti di una periferia industriale ai margini della campagna, una no man’s land che passa dalle rievocazioni infantili dei doni a Santa Lucia, dei morti sul lavoro, degli orti e delle rogge dove comunque già si affacciava Seveso, all’odierna <em>“distesa grigia”</em> di “<em>superstrade e centri commerciali”</em>, paradossalmente deserti tra “mucchi di copertoni” e <em>“antenne satellitari”</em>.<br />
Si avverte in queste prose un’affinità tematica con Zanzotto e una scorrevolezza alla Piovene, ma decisamente più influenti sulla scrittura poetica dell’autrice risultano i caratteri della cosiddetta “linea lombarda” per il nitore diretto, sia nel lessico sia nelle scelte sintattiche, che poco concede a lirismi o a ludiche sperimentali e la lezione di De Angelis, assimilata nella sospensione icastica di talune figurazioni. La scarnificazione dei versi, peraltro modulati con ritmi spesso diversi, non tende mai però alla semplicità, quanto piuttosto a centrare nella maniera più precisa possibile l’obiettivo: dispiegare – almeno nella poesia – la tensione della lotta tra peso e leggerezza, tra opaco e luminosità, entrambi inestricabilmente intrecciati perché, come insegna la vita, è <em>“terroso un ventricolo del cuore e uno è celeste”</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/su-taccuino-nero-di-nadia-agustoni/">Su Taccuino nero di Nadia Agustoni</a></p>


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		<title>p2p e privacy in rete con OneSwarm</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 07:47:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
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		<category><![CDATA[privacy]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblico qui l&#8217;introduzione del progetto OneSwarm, un progetto software a cui ho collaborato recentemente traducendolo in italiano. Il software è disponibile qui. &#8211; Jan Reister
Privacy-preserving P2P data sharing with OneSwarm - Tomas Isdal, Michael Piatek, Arvind Krishnamurthy, Thomas Anderson &#8211; Technical report, UW-CSE. 2009. (PDF)
La privacy &#8211; la protezione delle informazioni dagli accessi non autorizzati [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/p2p-e-privacy-in-rete-con-oneswarm/">p2p e privacy in rete con OneSwarm</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="size-full wp-image-25495 alignright" title="oneswarm_logo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/oneswarm_logo.jpg" alt="oneswarm_logo" width="150" height="159" />Pubblico qui l&#8217;introduzione del progetto <a href="http://oneswarm.cs.washington.edu/">OneSwarm</a>, un progetto software a cui ho collaborato recentemente traducendolo in italiano. Il software è disponibile <a href="http://oneswarm.cs.washington.edu/download.html">qui</a>. &#8211; Jan Reister</em></p>
<p><strong>Privacy-preserving P2P data sharing with OneSwarm -</strong><em> Tomas Isdal, Michael Piatek, Arvind Krishnamurthy, Thomas Anderson &#8211; </em>Technical report, UW-CSE. 2009. (<a href="http://oneswarm.cs.washington.edu/f2f_tr.pdf">PDF</a>)</p>
<p>La privacy &#8211; la protezione delle informazioni dagli accessi non autorizzati &#8211; è sempre più rara in Internet, eppure sta diventando sempre più importante nel momento in cui ciascuno di noi è diventato sia fruitore, sia produttore di contenuti.</p>
<p>La mancanza di privacy è particolarmente evidente per i programmi di condivisione dati peer-to-peer più diffusi, in cui i meccanismi di rendezvous pubblico e la partecipazione dinamica rendono molto facile sorvegliare il comportamento degli utenti.</p>
<p>In questo saggio presentiamo la progettazione, la realizzazione e l&#8217;esperienza pratica di OneSwarm, un nuovo sistema di scambio dati P2P che fornisce agli utilizzatori un controllo esplicito e flessibile sui loro dati:  è possibile condividere i dati pubblicamente oppure in modo anonimo, con tutti i propri amici, solo con alcuni amici e non con altri, oppure solo tra i propri computer personali.<span id="more-25483"></span></p>
<p>OneSwarm è disponibile al pubblico ed è stato scaricato da centinaia di migliaia di utenti nei mesi trascorsi dalla sua nascita. Uno degli obiettivi principali è ridurre il <em>costo</em> della privacy in termini di <em>prestazioni</em>; le nostre misurazioni sul sistema dal vivo hanno infatti dimostrato che i trasferimenti anonimi di dati hanno prestazioni competitive rispetto al traffico non anonimo. Le nuove tecniche di ricerca e trasferimento in OneSwarm offrono velocità di trasferimento oltre un ordine di grandezza più veloci rispetto a Tor, un altro diffuso sistema di anonimato.</p>
<p><strong>1 Introduzione</strong></p>
<p>La privacy &#8211; la protezione delle informazioni dall&#8217;accesso non autorizzato &#8211; è un obiettivo costante nella progettazione di sistemi informatici. La privacy è diventata particolarmente impellente con la trasformazione degli utenti da consumatori passivi in autori di contenuti, condivisori di materiali e di interessi con differenti e sovrapposti gruppi di persone.</p>
<p>Tecnicamente la privacy sarebbe facile da ottenere nei sistemi centralizzati. Se i dati degli utenti sono conservati in un server all&#8217;interno di un data center, è semplice  applicare le direttive degli utenti sulla diffusione dei dati, e si può limitare attentamente, o a richiesta disabilitare, ogni informazione sugli interessi e sui comportamenti degli utenti stessi. Tuttavia la realtà è assai diversa. Molti famosi servizi web esigono che gli utenti rinuncino ai loro diritti di proprietà e privacy come condizione per usufruire dei servizi; molti siti in questo modo raccolgono, conservano e trasmettono grandi quantità di informazioni personali sui loro utilizzatori, anche se la maggioranza degli utenti è contraria a questi comportamenti. Anche per semplici collegamenti ad Internet, gli ISP divulgano regolarmente informazioni personali sui loro utenti a praticamente chiunque lo richieda. Con la centralizzazione è anche più facile applicare la censura, come difatti accade in molti paesi del mondo.</p>
<p>I sistemi di scambio dati peer-to-peer (P2P) possono offrire scalabilità e privacy senza ricorrere alla centralizzazione. Con il P2P non vi è alcun bisogno intrinseco di sacrificare la privacy, perché le risorse sono fornite dagli utenti stessi. Tuttavia i sistemi P2P più diffusi sacrificano la privacy alla facilità d&#8217;uso, senza offrire quindi alternative pratiche ai sistemi di cloud computing centralizzati.</p>
<p>Da un lato, i sistemi come BitTorrent sono robusti ed hanno alte prestazioni, ma le attività di tutti sono visibili a chiunque abbia voglia di osservarli. (Il nostro gruppo di ricerca, con una dozzina di computer all&#8217;Università di Washington, ha sorvegliato decine di milioni di utenti BitTorrent in tutto il mondo.) D&#8217;altro lato, sistemi anonimi come Tor e Freenet enfatizzano la privacy a costo di prestazioni limitate e di fragilità, in parte causati da incentivi divergenti e da scelte inefficienti di protocollo, come il routing su singolo circuito. Ad esempio, nella nostra valutazione delle prestazioni, OneSwarm ha fornito velocità di trasferimento oltre un ordine di grandezza superiori rispetto a Tor.</p>
<p>In questo saggio descriviamo il progetto, la realizzazione ed esperienza di un servizio di scambio dati rispettoso della privacy, detto OneSwarm, che cerca di ridurre il &#8220;costo&#8221; della privacy concentrandosi su obiettivi di usabilità: facilità di installazione, supporto per differenti modelli di condivisione e fiducia, interoperabilità con gli utenti degli altri sistemi pubblici di scambio dati, alta efficienza e robustezza. In OneSwarm, i dati vengono individuati e trasferiti attraverso una rete mista di nodi (peer) fidati e non-fidati, appartenenti alle reti sociali degli utenti. Riteniamo che la combinazione mista di nodi fidati e non-fidati offra più privacy e robustezza rispetto al loro uso separato. La ricerca ed il trasferimento di contenuti sono anonimi, in grado di gestire congestioni, avvengono su percorsi multipli ed offrono buone prestazioni ad un costo computazionale ragionevole anche per oggetti rari e diversa larghezza di banda tra nodi.</p>
<p>OneSwarm fa parte di un più vasto movimento per realizzare un&#8217;alternativa al cloud computing che non dipenda da un sistema di fiducia centralizzato, e comprenda servizi di rendezvous, ricerca, storage a lungo termine, calcolo remoto e simili. Ci occupiamo della privacy come prima cosa, perché è gestita molto male nei sistemi P2P attualmente più usati, pur essendo ai nostri occhi una delle caratteristiche più importanti che questi sistemi dovrebbero avere. Vogliamo sottolineare che la privacy ha un grande valore per molti legittimi motivi. C&#8217;è chi dice: &#8220;chi non ha nulla da nascondere, non ha nulla da temere&#8221;, ma noi non siamo d&#8217;accordo. Ad esempio, molti contenuti di Youtube sono liberamente distribuibili e l&#8217;uso di tecniche P2P permetterebbe a Youtube di risparmiare milioni di dollari l&#8217;anno: è probabile tuttavia che gli utenti non accetterebbero una simile scelta se ciò permettesse a terze parti di sorvegliare con poco sforzo ogni loro attività in Youtube.</p>
<p>OneSwarm è stato scaricato da centinaia di migliaia di persone ed ha gruppi di utilizzatori attivi in molti paesi, confutando così l&#8217;idea che &#8220;a nessuno interessa la privacy&#8221;. Noi utilizziamo questa base per le nostre valutazioni raccogliendo statistiche d&#8217;uso volontarie dagli utenti e misurazioni di particolari client OneSwarm su PlanetLab. Dato che le nostre misurazioni dal vivo sono limitate dalle esigenze di privacy dei nostri utenti, completiamo il nostro studio con simulazioni di OneSwarm su una traccia di schemi di condivisione oggetti e di relazioni sociali di oltre un milione di utenti del servizio musicale last.fm .</p>
<p>Il resto del saggio è così organizzato: La sezione 2 descrive il modello di scambio dati e carico di lavoro di OneSwarm. Descriviamo come gestiamo le identità e la fiducia nella sezione 3, e gli algoritmi congestion-aware di ricerca dati e trasferimento nella sezione 4. Nella sezione 5 effettuiamo una breve analisi di sicurezza e nella sezione 6 valutiamo le prestazioni del sistema. L&#8217;esperienza nella realizzazione è discussa nella sezione 7, presentiamo altri lavori collegati nella sezione 8 e le conclusioni nella sezione 9.</p>
<p>Traduzione italiana di Jan Reister 2009 &#8211; <a href="http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html">Gnu Free Documentation License 1.2</a></p>
<p><a href="http://oneswarm.cs.washington.edu/">http://oneswarm.cs.washington.edu/</a></p>
<p>Se ti interessa, puoi leggere il seguito del paper in inglese qui: <a href="http://oneswarm.cs.washington.edu/f2f_tr.pdf">Privacy-preserving P2P data sharing with OneSwarm</a> (PDF).</p>
<p>Se invece preferisci provare di persona, puoi <a href="http://oneswarm.cs.washington.edu/download.html">scaricarlo ed installarlo</a> sul tuo computer: è scritto in java e funziona su Windows, Mac OSX e Linux.</p>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 994px; width: 1px; height: 1px;">Traduzione italiana di Jan Reister 2009 &#8211; <a href="http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html">Gnu Free Documentation License 1.2</a></div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/p2p-e-privacy-in-rete-con-oneswarm/">p2p e privacy in rete con OneSwarm</a></p>


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		<title>Il senso di Bessie per il blues</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 05:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[Moysikh!]]></category>
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		<category><![CDATA[Bessie Smith]]></category>
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		<category><![CDATA[vincenzo martorella]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vincenzo Martorella
Gli americani usano una singolare perifrasi per indicare personaggi dalle esistenze leggendarie, che eccedono se stesse: «larger than life», più larghi della stessa vita. E la vita, a Bessie Smith andava davvero strettissima. Se esiste materia per la leggenda del blues, quella è l’esistenza veloce, bruciante, consapevole, determinata e inarrestabile di una delle [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/il-senso-di-bessie-per-il-blues/">Il senso di Bessie per il blues</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vincenzo Martorella</strong></p>
<p>Gli americani usano una singolare perifrasi per indicare personaggi dalle esistenze leggendarie, che eccedono se stesse: «larger than life», più larghi della stessa vita. E la vita, a Bessie Smith andava davvero strettissima. Se esiste materia per la leggenda del blues, quella è l’esistenza veloce, bruciante, consapevole, determinata e inarrestabile di una delle più eclatanti regine della musica nera. Leggendaria fu anche la sua morte, coperta dal mistero e dal sospetto. Troppo stretta, la vita, se si è larger than life.</p>
<p><span id="more-25873"></span></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/go6TiLIeVZA&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/go6TiLIeVZA&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
<p>1. <em>The world in a jug</em></p>
<p>Quando si presentò negli studi di registrazione della Columbia, dalle parti di Columbus Circle, a New York, per incidere i suoi primi dischi, Bessie Smith aveva un’età indefinibile; non perché non si riuscisse a indovinarne gli anni dai lineamenti, dall’abbigliamento, dalla solidità dei gesti e la maturità dei comportamenti (Frank Walker dichiarò che sembrava una diciassettenne, alta e grassa, molto <em>southern</em> e assolutamente tutto fuorché una cantante), ma perché si ignorava la sua data di nascita. Ancora oggi, visto che l’anagrafe di Chattanooga, Tennesse, non dimostrò grande perizia nel registrare le nascite dei cittadini di colore alla fine del diciannovesimo secolo, non si sa con precisione, e forse non si saprà mai; la data più probabile è il 15 aprile 1894, il che rende Bessie Smith quasi trentenne in quel febbraio 1923. Non più giovanissima, dunque, ma di certo non una sconosciuta, o una volenterosa dilettante. Bessie era già Bessie Smith pur lontana dai microsolchi, forte di una popolarità incendiaria nata e rinforzata sulle tavole degli spettacoli itineranti: era una star, amata, sognata e desiderata da molti uomini, e quasi altrettante donne.</p>
<p>Orfana, aveva iniziato da bambina, sui marciapiedi davanti casa per aiutare il resto della famiglia; col fratello chitarrista Andrew improvvisava numeri per la strada, raccogliendo spiccioli. Grazie a un altro fratello, Clarence, presentatore in una compagnia di <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Minstrel_show">minstrel show</a></em>, riuscì ad ottenere un’audizione: fu assunta immediatamente, ma come ballerina di tip tap, e questo le sarebbe tornato utile in futuro. La compagnia era quella di “Ma” Rainey, e per l’inesperta aspirante show-girl non avrebbe potuto esserci miglior scuola. Della sua amica-protettrice-amante (a quanto si dice) Bessie prese il possibile; tesaurizzò ogni singolo gesto vocale, movimento di scena, sfumatura, sfrontatezza, atteggiamento, comportamento, senso dell’umorismo e un certo gusto per la vita spericolata: soprattutto, provò a duplicare la forte umanità di Gertrude, quel suo essere capace di sentire i problemi della gente e cantarli nei suoi blues. Non faticò molto, in verità; Bessie aveva già tutto questo – eccessi compresi –, le mancava un palcoscenico per esercitarsi ogni sera, e un’ala protettrice. In più, aveva una prepotente consapevolezza del proprio talento, e una determinazione che nessun’altra poteva vantare o esibire. Aveva, infine, la voce più bella che si potesse ascoltare in giro, e tonnellate di anima. Era già Bessie Smith, e tutti lo sapevano. Lo sapevano gli spettatori che riempivano i teatri e ne assorbivano fino all’ultima stilla di bellezza, dolore e sensualità. Nel 1922 la Smith aveva costruito un numero la cui scenografia era un’enorme tromba di grammofono; lei cantava i suoi blues e spiegava al pubblico adorante come aveva inciso i suoi dischi, anche se, all’epoca, non ne aveva registrato neanche uno. Sapeva soltanto che voleva farlo. Più di ogni altra cosa. E il pubblico, annegato nel buio della sala, credeva a ogni cosa.</p>
<p>Ci arrivò comunque tardi. Il fenomeno aveva già preso fuoco grazie alla miccia accesa da Mamie Smith, e per qualche tempo Bessie dovette rincorrere. Non fu facile, perché subì qualche partenza falsa. La più nota, e in qualche modo grottesca, assunse le sembianze di un provino fallito con la Black Swan, nel 1921; l’etichetta di Harry Pace ritenne la cantante troppo grezza per il pubblico cui si rivolgeva (o per quello che avrebbe voluto costruire), e la scartò, consegnando alla storia una strepitosa prova di cecità artistica. La Columbia, invece, annusò la grande scoperta, e la mise sotto contratto; non è ancora del tutto chiaro se fu per iniziativa di Frank Walker o di Clarence Williams, ma ormai poco importa: Bessie aveva un contratto discografico. L’avrebbe onorato nel migliore dei modi.</p>
<p>Quando si presentò negli studi di registrazione della Columbia, dalle parti di Columbus Circle, a New York, per incidere i suoi primi dischi, Bessie però non aveva idea di cosa fosse, di cosa volesse dire: l’unica esperienza era la finzione sul palco. Finzione, appunto. La realtà era assai più dura di come avrebbe potuto immaginarla. Lo studio era simile alla scenografia del suo spettacolo: un’enorme tromba spuntava da una tenda, spessa e pesante, dietro la quale si nascondeva il tecnico del suono. Lei avrebbe dovuto cantare rivolta alla tromba, senza poter neanche guardare il suo accompagnatore, Clarence Williams. Per niente facile. E infatti non le riuscì. Provò tutto il giorno, con risultati scadenti. Le mancava il pubblico, l’elettricità della sala, le luci, il movimento: era ingabbiata in una situazione irreale, completamente diversa dall’esperienza naturale dell’esibirsi, del comunicare. Senza le sue armi, senza il corpo che occupava la scena come se questa fosse tagliata a misura della sua fisicità, appariva smarrita e imbarazzata; cantare dentro a una tromba, poi, era la negazione stessa del cantare. Al terzo tentativo del secondo giorno, finalmente, accadde qualcosa. Bessie era riuscita a racchiudere il suo mondo in un blues, come recitava il testo, ed era pronta a tappare la bottiglia («I got the world in a jug, the stoppers in my hand»).</p>
<p><em>Down Hearted Blues </em>era stato scritto da Alberta Hunter e Lovie Austin. Non l’aveva scelto Bessie, naturalmente (sebbene il testo di quel brano beffardamente racconterà cosa sarà la sua vita sentimentale negli anni successivi, tra delusioni e tradimenti), ma Frank Walker; il produttore non era riuscito a strappare la Hunter alla Paramount, né King Oliver alla Gennett, e quella doveva essere la sua piccola vendetta. Bessie provò quel brano insieme ad altri tre (uno, <em>Gulf Coast Blues</em>, di Williams, sarebbe comparso nell’altra faccia del 78 giri), e quando la <em>take</em> fu buona, dopo due giorni e diversi tentativi, fu subito chiaro che era avvenuto un piccolo miracolo. Perché nonostante la tensione, l’inesperienza, lo spaesamento, la delusione, la rabbia, Bessie cantò come se non avesse fatto altro che incidere dischi. Neanche la minima incertezza a increspare la superficie di una performance strabiliante, talmente perfetta da diventare paradigmatica. Bessie cantava il blues e il blues non fu più lo stesso dopo quel 16 di febbraio del 1923. <em>Down Hearted Blues</em>, che nei piani di Walker avrebbe dovuto essere il lato b di <em>Gulf Coast Blues</em>, vendette in pochi giorni settecentocinquantamila copie, stracciando avversarie e concorrenti.</p>
<p>Cosa decretò l’immediato successo della cantante, e il successivo dominio incontrastato nel decennio, è apparentemente facile a dirsi. La ragione più evidente è che non si era mai ascoltato nulla di simile, prima d’allora. La ricca voce di contralto, speziata – come un vino di pregio – da una miriade di sfumature si stagliava netta nonostante la scadente qualità della registrazione, ed era in grado di restituire una vastissima paletta di sensazioni. Parlava al cuore e alla carne, sussurrava parole d’amore e alludeva al sesso, indicava speranze e trasudava orgoglio; in più, era capace di rendere il dolore un’esperienza condivisibile, senza alcuna ritrosia. Dall’alto di un magistero vocale irraggiungibile, Bessie sapeva parlare a tutti, e per ognuno era come se la cantante avesse cantato solo per lui.</p>
<p>2. <em>Istruzioni per riempire l’aria </em></p>
<p>Difficile immaginare due cantanti più distanti &#8211; stilisticamente, almeno – di Billie Holiday e Janis Joplin. Eppure, per tutt’e due Bessie Smith costituì un modello, una fonte di ispirazione. Janis Joplin addirittura disse: «Mi ha mostrato l’aria e come fare per riempirla».</p>
<p>Certo, Bessie Smith riempiva l’aria, e ogni altra cosa intorno; per la sua umanità così complessa (aveva un carattere dolce e generoso, ma sapeva trasformarsi in una persona violenta e maleducata in un batter di ciglia), per la sua esuberante fisicità. Soprattutto, perché aveva un senso speciale per il blues, e seppe trasferirlo tutto intero nelle cose che interpretava. Bessie non era stata divinamente toccata dal blues – li cantava come cantava qualsiasi altro genere, e sempre con risultati spettacolari – ma capì che attraverso i blues, attraverso quella inestricabile mistura di tensione umana e sovrumana, profana e sacra, aveva lo strumento per riuscire a trasmettere il suo pensiero. Ecco perché Bessie parla di tutto nei suoi blues: un posto preponderante l’ebbe l’argomento amoroso (sarà così anche nel <em>songbook</em> di Billie Holiday), ma non esclusivo; raccontava se stessa e la condizione del suo popolo, i suoi problemi con l’alcol e lo sfruttamento, l’ingiustizia e la povertà, il sesso e la disperazione. Ebbe il coraggio di dare voce ai neri del nord e del sud. Diede loro la sua voce affinché potessero usarla come fosse la propria.</p>
<p>Bessie, cioè, era l’incarnazione più esatta del concetto, tutto afroamericano, di <em>soul</em>, qualcosa che va al di là dell’anima, e investe un codice assai più complesso di valori e comportamenti. Come nota in maniera molto efficace la storica Buzzy Jackson:</p>
<p>&#8220;La metafisica della musica <em>popular</em> americana inizia e finisce con il concetto di <em>soul</em>. È l’aspetto ultramondano della musica, quella parte che è separata dagli aspetti meccanici di melodia, tempo, ritmo e timbro. Il <em>soul</em> è ciò che si sente, non ciò che si ascolta. Una canzone perfetta può essere <em>soul</em>, ma per avere il <em>soul</em> dev’essere cantata da una cantante speciale. In una cantante il <em>soul</em> è una qualità sia innata che acquisita; la comprensione profonda della vita implicita nelle sue canzoni parla sia a una sensibilità personale al mondo sia, spesso, a una storia personale segnata da lezioni dolorose.&#8221;</p>
<p>Ecco, la voce di Bessie era la voce <em>soul</em> per eccellenza. Dal vivo, secondo le testimonianze dei fortunati che ebbero la possibilità di assistere ai suoi concerti, o attraverso il medium freddo del disco, la sua voce riempiva l’aria di senso, di elettricità. Ed era un’elettricità costituita da particelle significanti, ognuna delle quali trasportava un microscopico dolore o una minuscola speranza: insieme, mai una cosa alla volta. Il senso di Bessie per il blues era questa forza sovrumana nel coniugare la vita, nel declinare le esperienze di ciascuno come fossero di tutti, nell’essere chi racconta e chi è raccontato. Allo stesso tempo. Senza alcuno sforzo.</p>
<p>Allo stesso modo, fu anche una cantante assolutamente straordinaria. Nonostante la sua arte poggiasse su basi empiriche, nessuna come lei seppe dare un senso così compiuto al canto blues. Nessuna, come lei, seppe stipare tanta sorpresa nell’esecuzione di un blues. Bessie si era subito resa conto che le gabbie della struttura del verso potevano e dovevano essere scardinate, altrimenti due versi uguali più un altro in rima avrebbero potuto uccidere l’espressività, azzerare l’attesa. Per questo, i suoi blues vivono su un accumulo di strategie diversificanti: sillabe allungate, versi la cui lunghezza sfora e si allarga alla misura successiva, l’enfasi posta con abilità su certe parole e non altre. Soprattutto nell’esposizione del verso ripetuto Bessie dava fondo a tutto il suo repertorio di variazioni improvvisate, dimostrando la vastità delle sue risorse – che comprendevano una miriade di effetti vocali – e la genialità della sua creatività. E poi, l’assoluto controllo ritmico; non le piaceva suonare con i batteristi («ci penso da me a tenere il tempo», diceva, e la stessa cosa avrebbe detto, anni dopo, Chet Baker), e la finezza del suo controllo dimostra come il tip tap avesse fatto di lei una macchina ritmica.</p>
<p>Bessie fu Bessie per tutti gli anni Venti, fin quando non si trovò invischiata, come quasi tutti i suoi colleghi, nella palude della Depressione. Continuò a suonare in lungo e in largo, e stava proprio andando ad esibirsi nel sud, padre di tutti i ritorni, quando smise per sempre di cantare.</p>
<p>Un incidente d’auto la uccise nei pressi di Clarksdale, la culla del blues. Sulle dinamiche si produsse molta letteratura, e per anni si è creduto che Bessie sia morta per omissione di soccorso, cioè per il più vile degli atti di discriminazione razziale. Le cose andarono diversamente. Bessie fu soltanto vittima di una tragica catena di fatalità, e non del bieco odio razziale. Aveva quarantun anni, e ancora voglia di cantare. La sua lapide, nel cimitero di Mount Lawn, poco fuori Philadelphia, rimase anonima per più di tre decenni, fin quando Juanita Green, che aveva lavorato per lei come cameriera, e Janis Joplin non misero a disposizione il denaro necessario per una nuova lapide.</p>
<p>Cosa resta di Bessie Smith, oggi? Ralph Ellison scrisse:</p>
<p>&#8220;Ci sono diversi livelli di tempo e funzione, per cui il blues che in un posto può essere usato come semplice intrattenimento, in un altro può rivestire una funzione rituale. Bessie Smith avrebbe potuto essere una “regina del blues” per la società in generale, ma per la comunità nera, in cui il blues era parte di un modo di vita complessivo, ed espressione fondamentale dell’atteggiamento nei confronti della vita, Bessie è stata una sacerdotessa, una celebrante che affermò i valori del gruppo e l’abilità dell’uomo a misurarsi con il caos.&#8221;</p>
<p>Ma, come spesso accade, è nelle parole dei poeti che si racchiude il senso ultimo di un’esperienza. E questa lirica di Sybil Klein è il finale perfetto.</p>
<p>could kill you<br />
with a smile<br />
mean mama<br />
in red satin shoes<br />
wearing pearls<br />
of misery blues-<br />
swaying under soft<br />
lights and hard times.<br />
could love you<br />
with a song<br />
make you feel<br />
what dying is,<br />
what life ain’t<br />
never gonna be-<br />
black diamond star<br />
she makes shadows<br />
of things gone.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-25878" title="bessie" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/bessie.jpg" alt="bessie" width="228" height="279" /></p>
<p>*</p>
<p><small>[Tratto da Vincenzo Martorella, <em>Il Blues</em>, Einaudi, 2009.]</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/il-senso-di-bessie-per-il-blues/">Il senso di Bessie per il blues</a></p>


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		<title>Appello a Sonia Gandhi in difesa della scrittrice Taslima Nasreen minacciata dai fondamentalisti</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 23:31:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fondamentalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Sonia Gandhi]]></category>
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		<description><![CDATA[Gentile Signora Sonia Gandhi,
Lei, che ha a radici nel Paese in cui viviamo, è stata ed è da tempo una delle figure più importanti e influenti della politica di una nazione laica tanto grande, complessa e piena di energia come l’India.
Per questa ragione noi, intellettuali, poeti, artisti e scrittori italiani ci rivolgiamo a Lei e [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/appello-a-sonia-gandhi-in-difesa-della-scrittrice-taslima-nasreen-minacciata-dai-fondamentalisti/">Appello a Sonia Gandhi in difesa della scrittrice Taslima Nasreen minacciata dai fondamentalisti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Gentile Signora Sonia Gandhi,<br />
Lei, che ha a radici nel Paese in cui viviamo, è stata ed è da tempo una delle figure più importanti e influenti della politica di una nazione laica tanto grande, complessa e piena di energia come l’India.<br />
Per questa ragione noi, intellettuali, poeti, artisti e scrittori italiani ci rivolgiamo a Lei e le chiediamo di intervenire in aiuto di una grande scrittrice, nota in tutto il mondo e perseguitata da tempo per la sola colpa di amare la libertà e di combattere, da non credente, in nome dei diritti e della dignità delle donne di tutto il mondo: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Taslima_Nasreen">Taslima Nasreen</a>.<br />
Come Lei certamente sa Taslima Nasreen è di lingua e cultura bengalese, e da tempo le viene impedito di vivere nel suo paese, il Bangladesh, a causa delle minacce e delle pressioni dei gruppi di integralisti musulmani che le hanno scagliato contro ben due fatwah e posto diverse taglie sulla sua testa, per punire il suo orgoglio e contrastare la battaglia per la libertà e l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. <span id="more-26067"></span><br />
Nonostante questo, Taslima Nasreen gira tutto il mondo per far conoscere la grandezza e la ricchezza della sua terra, della sua cultura, della sua lingua, senza per questo rinunciare ad esprimere liberamente il suo pensiero, senza temere di criticare ciò che qualsiasi società civile rifiuterebbe: la schiavitù della donna, i soprusi contro la sua intelligenza, la sua sensibilità e il suo corpo, nonché gli abusi da parte di un regime autoritario e teocratico.<br />
Dal 2004 fino a poco tempo fa, Taslima Nasreen viveva in esilio in India, paese che considera la sua patria adottiva, ma sin dal giorno del suo arrivo non si sono fatte attendere le minacce, le aggressioni, le campagne stampa diffamatorie orchestrate da gruppi integralisti musulmani. Questi attacchi hanno fatto sì, infine, che la scrittrice venisse allontanata anche dall’India.<br />
Da quel momento non le è più consentito di fare ritorno nella sua casa a Calcutta, dove sono ancora tutti i suoi beni, i suoi libri, ogni cosa che le appartiene, materialmente e sentimentalmente.<br />
Noi – che svolgiamo un lavoro tanto simile a quello di Taslima – possiamo soltanto immaginare quale terribile ferita, quale irrimediabile danno possa causare nella vita di una scrittrice l&#8217;esilio forzato, la lontananza imposta dalla propria lingua, il violento strappo che separa dalle radici a cui si sente di appartenere.<br />
Taslima non vuole vivere in Occidente, vuole tornare a risiedere là dov’è nata, nel subcontinente indiano. Se le fosse consentito di tornare a vivere in India, Taslima potrebbe fare molto di più nella lotta che da tempo la impegna per la difesa della dignità delle donne e per la diffusione della democrazia e dei diritti umani, ideali che sappiamo anche Lei condivide.<br />
Taslima ha già provato due volte a tornare in India, ma non appena arriva le viene comunicato l’ordine del Governo indiano di lasciare il paese.<br />
Troviamo tutto ciò scandaloso e indegno. Noi abbiamo la concreta speranza che Lei, Signora Gandhi, voglia intervenire affinché a una così importante scrittrice e poetessa, che da anni mette in gioco la sua vita in nome della libertà e della democrazia, sia infine permesso di tornare nella sua casa, tra la sua gente, circondata dal suono della sua lingua, nell’unico luogo dove, com’è suo diritto, lei desidera vivere.<br />
Lei, Signora Gandhi, è uno dei principali leader di un paese democratico e noi tutti, artisti, intellettuali e scrittori italiani, ci aspettiamo che faccia qualcosa per difendere il diritto di Taslima a tornare a casa, a dispetto di tutte le pressioni e le prepotenze dei fanatici, nemici della libertà e della convivenza.</p>
<p>Nel ringraziarLa della sua attenzione, Le inviamo i nostri più distinti saluti,</p>
<p><em>Lello Voce, Wu Ming, Valerio Evangelisti, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Ermanno Cavazzoni, Dima Saad, Paolo Repetti, Franco &#8220;Bifo&#8221; Berardi, Gianni Biondillo, Beppe Sebaste, Giorgio Vasta, Gabriele Frasca, Laura Pugno, Stefano Tassinari, Maria Rosa Cutrufelli, Kai Zen, Antonio Moresco, Sergio Baratto, Franco Buffoni, Luigi Nacci, Guido Barbujani, Simone Regazzoni, Giaime Alonge, Giovanna Cosenza, Marco Palladini, Tiziana Colusso, Chiara Daino, Guglielmo Pispisa, Monica Mazzitelli, Sergio Paoli, Nino G. D&#8217;Attis, Rossella Macchia, Giacomo Verde, Rosaria Lo Russo, Claudio Calia, Alberto Garlini, Maria Valente, Alberto Masala, Vanni Santoni, Simone Sarasso, Giuseppe Genna, Girolamo De Michele, Alessandra Daniele, Alberto Prunetti</em>.</p>
<p>[<em><a href="http://temi.repubblica.it/micromega-appello/?action=vediappello&#038;idappello=391115">qui</a> puoi firmare l'appello</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/09/appello-a-sonia-gandhi-in-difesa-della-scrittrice-taslima-nasreen-minacciata-dai-fondamentalisti/">Appello a Sonia Gandhi in difesa della scrittrice Taslima Nasreen minacciata dai fondamentalisti</a></p>


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		<title>Asarotos oikos ( la camera non spazzata )</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 13:47:41 +0000</pubDate>
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di
Francesco Forlani
Sembrano intarsi, mosaici, motivi inanellati al marmo, capelli, fibre di organi dispersi, sparpagliati, sul campo dei possibili, dei passi in cerchio a contare i muri, le pareti e i dorsi, forse fili d&#8217;erba, elettrici, filamentosi tagli, grigi, riflessi, opachi artigli, afferrano ogni resto, rimanenza, di frattaglie di tempo che appaiono, polveri di verde e [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/08/asarotos-oikos-la-camera-non-spazzata/">Asarotos oikos ( la camera non spazzata )</a></p>
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di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Sembrano intarsi, mosaici, motivi inanellati al marmo, capelli, fibre di organi dispersi, sparpagliati, sul campo dei possibili, dei passi in cerchio a contare i muri, le pareti e i dorsi, forse fili d&#8217;erba, elettrici, filamentosi tagli, grigi, riflessi, opachi artigli, afferrano ogni resto, rimanenza, di frattaglie di tempo che appaiono, polveri di verde e grigio tracciate per scivolamento, appiccicaticce molliche, grani che segnano la pelle, scivolate dai banchi e dalle tavole dei commensali, a tratti mollicci, li spingi e li discosti,  con la punta del piede, della scarpa, di sguincio e ti chini a raccoglierli, scollarli, ficchi l’unghia al margine, all’incavo, e si annerisce, si scontorna, si incunea e gratta il polpastrello, l’orma, la scaglia si solleva, gratta, incide il tratto, la pelle, graffia, da interstizio a interstizio fa breccia si ficca, e accalda la vena che si ingrossa, fa male, fa sporco, fa terra che rimane piena di terra, il pavimento, di pietra, il mosaico, che appare dal parquet flottant su cui galleggiano i resti del naufragio, le rimanenze, le briciole da dare da mangiare ai morti o agli animali che proteggono casa. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/08/asarotos-oikos-la-camera-non-spazzata/">Asarotos oikos ( la camera non spazzata )</a></p>


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		<title>Vincenzo Frungillo a Milano</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 13:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vincenzo Frungillo]]></category>

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		<description><![CDATA[Lunedì 9 novembre 2009, ore 18.00
in occasione del ventennale della caduta del muro di Berlino
presso la libreria Feltrinelli di Milano, via Manzoni, 12
sarà presentato il libro
Ogni cinque bracciate
con l’autore Vincenzo Frungillo
saranno presenti

Giancarlo Pontiggia (poeta, saggista e critico letterario)
Alessandra Iadicicco (giornalista e traduttrice dal tedesco)
Questo &#232; un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:Vincenzo Frungillo a Milano


No [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/07/vincenzo-frungillo-a-milano/">Vincenzo Frungillo a Milano</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Lunedì <strong>9 novembre</strong> 2009, ore <strong>18.00</strong></p>
<p>in occasione del ventennale della caduta del muro di Berlino<br />
presso la libreria Feltrinelli di <strong>Milano</strong>, via Manzoni, 12<br />
sarà presentato il libro</p>
<p><em>Ogni cinque bracciate</em></p>
<p>con l’autore <strong>Vincenzo Frungillo</strong></p>
<p>saranno presenti<br />
<strong><br />
Giancarlo Pontiggia</strong> (poeta, saggista e critico letterario)<br />
<strong>Alessandra Iadicicco</strong> (giornalista e traduttrice dal tedesco)</p>
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		<title>Coccodrillo amoroso. Ricordo di Alda Merini a pochi giorni dalla morte</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 07:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Alda Merini]]></category>
		<category><![CDATA[marco simonelli]]></category>
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		<description><![CDATA[di Marco Simonelli
Fu nell&#8217;estate successiva al mio esaurimento nervoso. Stavo per compiere 16 anni. La Merini, cito a memoria da uno dei suoi molti testi in prosa, dice che l&#8217;adolescenza “è sempre alla ricerca disperata di un vertice (un verso) che la possa oltraggiare e al tempo stesso difendere”. Certamente io, adolescente borderline, mi sentivo [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/07/coccodrillo-amoroso-ricordo-di-alda-merini-a-pochi-giorni-dalla-morte/">Coccodrillo amoroso. Ricordo di Alda Merini a pochi giorni dalla morte</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article1834"><strong>Marco Simonelli</strong></a></p>
<p><a href="null"><img alt="" src="http://www.einaudi.it/media/img/978880613730MED.jpg" class="alignleft" width="130" height="237" /></a>Fu nell&#8217;estate successiva al mio esaurimento nervoso. Stavo per compiere 16 anni. La Merini, cito a memoria da uno dei suoi molti testi in prosa, dice che l&#8217;adolescenza <em>“è sempre alla ricerca disperata di un vertice (un verso) che la possa oltraggiare e al tempo stesso difendere”. </em>Certamente io, adolescente <em>borderline</em>, mi sentivo ampiamente oltraggiato ma un verso-vertice che mi difendesse non l&#8217;avevo ancora trovato.  </p>
<p>Questa breve precisazione esistenziale per ammettere che quando lessi su <em>Oggi</em> (settimanale da sala d&#8217;aspetto, da parrucchiera) di una “poetessa pazza” che scriveva della sua ventennale esperienza manicomiale, a colpirmi fu il sofferto dato biografico, non il fatto che si esprimesse in versi. <span id="more-25939"></span></p>
<p>Ciò accadeva circa quindici anni fa. L&#8217;articolo parlava della Merini-Caso Umano, degli elettroshock, dell&#8217;isterectomia, della legge Bacchelli, del premio Viareggio. Del “riscatto” di una donna attraverso la scrittura in versi, attività che l&#8217;aveva resa famosa.  </p>
<p>La rividi pochi mesi più tardi in TV, prima da Marzullo, poi in alcune puntate del Maurizio Costanzo Show. Io non appartengo alla generazione di coloro che hanno potuto vedere Ungaretti, Montale e Pasolini alla Rai, quando ancora le trasmissioni erano in bianco e nero. Non ho assistito all&#8217;epoca degli sceneggiati, quella in cui Gastone Moschin e Andreina Pagnani recitavano Chechov, per intendersi. Era raro vedere uno scrittore in TV, figurarsi un poeta. Al massimo c&#8217;era Aldo Busi. </p>
<p><em>Ballate non pagate</em> della Merini e <em>Proclama sul fascino</em>, opera postuma di Dario Bellezza, furono i primi due libri di poesia contemporanea che comprai. Un sabato, in centro, alla libreria Marzocco di Firenze. Con la stessa convinzione con cui un ragazzino di quell&#8217;età poteva entrare in un negozio di dischi e chiedere l&#8217;ultimo di Madonna che avrebbe poi pagato con i soldi risparmiati dalla paghetta. </p>
<p>Non era Baudelaire, non era Rimbaud né Ginsberg, Bukowski o Mayakovskij. Erano poeti che si esprimevano nella mia lingua, non dovevo leggerli in traduzione. La settimana successiva mi ripresentai in libreria e comprai tutti i libri della Merini che riuscii a trovare. </p>
<p>Nell&#8217;America degli anni &#8216;60 gran parte del successo di Anne Sexton venne decretato dalla popolarità che si era guadagnata fra gli psichiatri e i loro pazienti, dalla sua abilità di trasformare i propri drammi personali in poesia, dal personaggio che in un certo senso era andata creandosi fin dal libro d&#8217;esordio intitolato <em>To Bedlam and Part Way Back</em>: la Casalinga Pazza, la Donna Fatale, la Mistica Erotica. Facendo le dovute proporzioni, possiamo rintracciare alcuni di questi elementi anche nella Merini: i suoi primi testi sono essenzialmente poesia religiosa turbata però da accenti erotici più pagani che cristiani; ha fin da subito mitizzato i suoi amori giovanili consumati nella Milano intellettuale del dopoguerra; negli anni &#8216;90, affrontando sia in poesia che in prosa la terribile esperienza manicomiale, divenne un punto di riferimento per i nevrotici e sensibili intellettualoidi che, come il sottoscritto, avevano velleità letterarie. Non stupisca il fenomeno: è l&#8217;<em>allure</em> di una biografia tumultuosa, al di là della qualità dell&#8217;opera, a spingere un lettore giovanissimo ad avvicinarsi al testo poetico. Almeno, così fu per me. </p>
<p>* * * </p>
<p>Credo che una parte del successo che la Merini riscosse negli anni &#8216;90 sia legato alla sua auto-bio-mito-grafia. A libri come <em>La pazza della porta accanto </em>(pubblicato da Bompiani in edizione tascabile, destinato quindi ad un pubblico ampio, non necessariamente interessato alla poesia). Ci sono altri testi in prosa della Merini che appartengono ad un&#8217;area limitrofa: <em>L&#8217;altra verità. Diario di una diversa </em>(prima e forse migliore “narrazione per epifanie”, sull&#8217;esperienza manicomiale) e i titoli usciti per Il Melangolo, negli anni &#8216;80: il monologante <em>Delirio Amoroso </em>e il <em>Tormento delle figure</em>. Solo nel caso del <em>Diario</em> credo si possa parlare di “controcanto in prosa” all&#8217;opera in versi, nello specifico alla celeberrima <em>Terra Santa</em>. Se da un lato queste prose possono essere viste come esperimento narrativo di un poeta (lettura in genere interessantissima per chi ne ama i versi), dall&#8217;altro sono l&#8217;edificazione (non certo fondamentale) di un Io lirico-Personaggio. E il personaggio affascinava moltissimo: la Merini-ragazza fatale nella Milano letteraria post-bellica, la Merini-pazza-alcolizzata, la Merini amante di Manganelli, Quasimodo, la Merini-camp che indossa vestiti dai colori sgargianti e gioielli a profusione, la Merini-<em>clochard</em> che in casa sua getta le cicche per terra.</p>
<p>La Merini che da qualche anno non scrive più a macchina, sulla sua vecchia macchina priva di nastro i cui tasti battono direttamente sulla carta-carbone, la Merini che invece i versi li detta, quella che compone poesie “all&#8217;impronta”: questa fu l&#8217;immagine di una Merini già esposta all&#8217;attenzione mediatica. Iniziò una pioggia di pubblicazioni fittissima, la sua bibliografia divenne in pochi anni sconfinata, immensa: dalle edizioni d&#8217;arte alle case editrici piccole, medie e grandi, a distribuzione locale e nazionale; aforismi, racconti, detti faceti, prose autobiografiche, lettere ed epistolari, poesie d&#8217;occasione, raccolte più o meno corpose, più o meno interessanti. Cataloghi di sue fotografie, in pose diversissime, compreso il suo famigerato nudo. Sono portato a credere che qualcuno possa essere persino arrivato a proporle di scrivere un libro di ricette. </p>
<p>Al di là di ciò che ha rappresentato la poesia di Alda Merini per il sottoscritto rimane il fatto che ha largamente contribuito, dagli anni &#8216;90, a interessare un vasto pubblico alla poesia. Andrebbe qui ricordato che l&#8217;ormai introvabile collana inVersi di Bompiani, diretta da Aldo Nove (collana che annoverava i poeti Rosaria Lorusso, Tommaso Ottonieri, Luca Ragagnin e Lello Voce) conteneva in ogni cd allegato un campionamento della voce della Merini. Fu lei a tenere a battesimo, in un certo senso, il primo esperimento di fonetizzazione autoriale del testo poetico su supporto audio intrapreso da un editore a distribuzione nazionale.</p>
<p>Possiamo negare che molta della poesia della Merini sia non solo scritta <em>con</em> la voce ma anche <em>per</em> la voce? Un enorme e frammentario poema per voce sola e lampi lirici, il dire come <em>gesto</em>: più che alle sue indiscusse doti di <em>performer</em> (la sua fisicità si sposava felicemente ad un piglio declamatorio quasi esistenzialista, più che profetico) penso alle interpretazioni di Milva. L&#8217;operazione rischiava il <em>trash</em> involontario ma riuscì ampiamente ad evitarlo. Quale altro poeta italiano avrebbe potuto suscitare l&#8217;interesse interpretativo di quella belva rossa di bravura che è la Pantera di Goro? </p>
<p>Di quanto scritto dalla Merini confesso di privilegiare le prime raccolte: <em>La presenza di Orfeo </em>(parlo della poesia singola dell&#8217;omonima raccolta) è un&#8217;erotica e tuttavia virginale prova retorica che poche sarebbero capaci di interpretare oggi. C&#8217;è un misticismo esibito e debordante, in quelle compagini. Doloroso, tormentato, fluidamente rapsodico. Icasticità imprevedibile. Poi: le trasfigurazioni de <em>La Terra Santa</em>, l&#8217;allucinazione come poetica e figura retorica. Fino a <em>La volpe e il sipario</em>, ultima compagine antologizzata da Maria Corti in <em>Fiore di poesia</em>. </p>
<p>* * * </p>
<p>Sono stato un lettore di Alda Merini fino al 1999, quando l&#8217;ho incontrata in occasione di una sua presentazione a Firenze. Da quel momento ho smesso di pensare a lei come scrittrice: io divenni un suo <em>fan</em>, nell&#8217;esatto senso della parola. Era a suo modo una diva e un fan ama la sua diva favorita indipendentemente dai risultati della sua carriera artistica, le proietta addosso ciò di cui necessita;  nel suo parlare a braccio, nel raccontare al pubblico le sue vicende amorose e le esperienze più strazianti riusciva ad essere ironica. Recitava a memoria i suoi versi: un&#8217;intonazione coriacea, una sicurezza marmorea. Magnetica. </p>
<p>Mi attrasse la sua femminilità spiritosa, il suo carisma deciso e la sua modestia. Era una figura che rifiutava d&#8217;esser presa a modello: era un&#8217; <em>outsider</em> in quanto ad esperienze. Parlò per tre ore, mi parvero dieci minuti. L&#8217;essere umano (non il Personaggio) superò il testo e da allora mi sono astenuto dall&#8217;esprimere giudizi di valore su ciò che andava pubblicando. Sono stato un appassionato lettore della Merini; ovviamente, col tempo, i miei gusti sono mutati e così pure le mie letture, maturando le ho preferito altri autori, ma l&#8217;empatia e la stima per quei testi che parlano di tormento, d&#8217;amore, di sopraffazione e sconfitta non son mai venute meno.</p>
<p>Era inevitabile che un poeta che diventa improvvisamente Personaggio e riscuote un successo di pubblico così ampio si attirasse le critiche più feroci: la poesia come dono divino e/o patologia, il mito dell&#8217;ispirazione oracolare, la figura del poeta-sciamano che riceve la Parola sono ovviamente stereotipi romantici che escludono a priori lo sforzo della ricerca nel linguaggio, lo studio (accademico o meno) di classici e contemporanei, l&#8217;impegno intellettuale come azione civile. Una certa immagine di Alda Merini incontrò (non sappiamo quanto accidentalmente) la necessità di un pubblico di occasionali lettori di poesia: un pubblico che aveva assoluto bisogno di credere all&#8217;irrazionalità della scrittura in versi. Non credo sia un caso che gli ultimi libri della Merini siano serialmente ispirati a figure religiose. </p>
<p>Sono propenso a credere che lo zoccolo duro dei suoi lettori fosse costituito da coloro che in un libro di poesia cercano espressioni aforistiche o metafore in stile Bacio Perugina da riciclare nei propri messaggi d&#8217;amore. Fenomeno macroscopico nella lirica della Merini è la variazione ossessiva sul tema amoroso, tema che non abbandona nemmeno in quella parte della sua opera in cui irrompe la tragedia dell&#8217;internamento, anzi: è forse in quei testi che ne percepiamo la necessità. Dall&#8217;amore passionale a quello platonico, amori mistici, corrisposti o meno, filiali, materni o sodali, spirituali, carnali, timidi o esibiti, quasi esibizionisti, sofferti o accarezzati, gioiosi, impossibili, ridicoli e tuttavia espressi con una compostissima dignità. Non è difficile credere che Alda Merini detenga il primato di autrice di versi amorosi più prolifica del &#8216;900 italiano. </p>
<p>* * * </p>
<p>Tengo a ripeterlo: questo non vuole essere un intervento critico né potrebbe esserlo, giacché chi scrive, il <em>fan</em>, non può ovviamente essere dotato dell&#8217;oggettività e del distacco che la scienza filologica impone. Mi trovo a mio agio in questa posizione: ho stimato la forza e la vitalità della donna più che della scrittrice ed è stato l&#8217;essere umano Alda Merini e non il Personaggio della Poetessa a suscitare in me, come credo in molti altri, l&#8217;interesse.<br />
Non invidio affatto coloro che dovranno o vorranno occuparsi di un&#8217;edizione completa del suo lavoro o anche di una scelta da farsi sulla totalità dei testi: si parla di una quantità di materiale difficilmente calcolabile, dal momento che dall&#8217;uscita de <em>La Terra Santa </em>in poi la Merini affidò ad altri il compito di redigere i suoi libri, limitandosi a comporre poesie (spesso, su consiglio dei medici da cui era in cura “a scopo liberatorio”) e tralasciando disposizione e costruzione del testo a stampa. </p>
<p>Da semplice lettore di poesia posso solamente concludere auspicando che coloro che si sono avvicinati alla complessa, variegata e (purtroppo sommersa) realtà della poesia italiana contemporanea grazie ad Alda Merini non si fermino a lei,  le sopravvivano amando altre scritture, le più disparate, le più distanti. Forse i loro autori non avranno lo stesso fascino della “pazza della porta accanto” ma, oltrepassata la soglia, anche la più remota del condominio, si apre un mondo. </p>
<p>[5 novembre 2009]</p>
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		<title>Come muore Enzo Biagi</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 19:41:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
di Giuseppe Zucco
 Esente da memorie e da speranze, illimitato, astratto,
quasi futuro, il morto non è un morto, è la morte.
Jorge Luis Borges
Guardo la morte di Enzo Biagi. Lo guardo morire da domenica mattina. Muore infinite volte, il più autorevole dei giornalisti italiani, e prima di scendere sottoterra, scava dappertutto lo spazio in cui verrà [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/06/come-muore-enzo-biagi/">Come muore Enzo Biagi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/biagi4-150x150.jpg" alt="Enzo Biagi" title="Enzo Biagi" width="150" height="150" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-25989" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p> Esente da memorie e da speranze, illimitato, astratto,<br />
quasi futuro, il morto non è un morto, è la morte.<br />
<em>Jorge Luis Borges</em></p>
<p>Guardo la morte di Enzo Biagi. Lo guardo morire da domenica mattina. Muore infinite volte, il più autorevole dei giornalisti italiani, e prima di scendere sottoterra, scava dappertutto lo spazio in cui verrà sepolto. Non lo accoglie solo la terra dell’ultimo giorno. Ma continua a scavare il proprio spazio nella carta dei giornali, tra i pixel del televisore, nelle onde della radio, nella diramata espansione di internet. Si muore anche così, oggi. Trovando un ultimo posto – mai definitivo &#8211; tra le parole e le immagini.<br />
Ed è un finale senza fine. La deflagrazione dell’addio. L’irradiazione del commiato. La dispersione della commozione e dell’affetto.<span id="more-25986"></span> Nell’ultimo istante, Enzo Biagi, invece di ritirarsi nel legno della bara, di rintanarsi una volta per tutte nel suo sacco malandato di pelle e ossa, si allarga a dismisura: si dispiega, si diffonde, si ingigantisce, ritrova spessore, quasi riprende vita e radici. È un enorme sasso lanciato dentro l’infinita ed estesa superficie della comunicazione di massa. Enzo Biagi muore e brulica dappertutto, contemporaneamente.<br />
Anche così si scompare, oggi. Diventando monumento piuttosto che miniatura. Esplodendo ed allargando il proprio raggio di azione e di visibilità. Saturando tutto lo spazio disponibile &#8211; il più ampio, il più comprensivo, il più infinitamente esteso.<br />
Quando buca e allaga gli schermi, straripa dai giornali, dirompe e tracima nei discorsi degli esseri viventi, la morte non è più la cosa piccola e schiva, ritagliata nella commozione e nel silenzio, che eravamo abituati a conoscere. Dentro i mezzi di comunicazione la morte ritorna piramide – si eleva nella sua altezza, distende la sua portata, scava le sue fondamenta, mentre un esercito di commentatori, un masso dopo l’altro, una parola dopo l’altra, finiscono per costruirla, e spingerla in altezza, e vederla stagliarsi davanti.<br />
Anche così si sparisce, oggi. Poco per volta, fin quando non hanno usato tutto di te, fin quando non ti hanno tritato per bene, sminuzzato ogni parte di te, impastato ogni parte di te con lacrime e parole e immagini, facendo di te tanti piccoli mattoncini da allineare, incastrare, accatastare nella grande piramide del ricordo.<br />
Si muore in mezzo ad una gran folla di persone che fanno della morte la loro occupazione: svanisci, e pochi secondi dopo esali il tuo ultimo respiro tra i palinsesti della televisione e le scalette delle notizie quotidiane. Riscrivono la tua storia, mettono ordine alla tua esistenza, danno senso alle tue azioni, assegnano valore ai tuoi gesti, ti impaginano tra le notizie che fluiscono senza sosta, confezionato e ricucito come un prodotto editoriale qualsiasi, che deve catturare il lettore e lo spettatore, agganciare i nostri sentimenti. Ma non c’è cattiveria, in tutto questo. Non viviamo tra gli sciacalli. È solo il modo contemporaneo di alzare queste enormi e prodigiose piramidi, che durano pochissimo, qualche ora, un giorno o due al massimo, e poi scompaiono, evanescenti, della stessa sostanza di cui sono composte le immagini e le parole.<br />
E la morte di Enzo Biagi continua a scorrere sullo schermo del mio televisore. Lo vedo infilato nella bara, pochi istanti prima di spingersi nella terra, dentro il passato, nelle profondità del tempo. Lo portano in spalla. Esce da una chiesa piccola. Fende la folla di persone che inclinano il capo nel loro ultimo omaggio. Ed improvviso, per me, parte il canto del coro di vecchi partigiani. Intonano Bella Ciao. E si sente che è stato provato un paio di volte, perché il canto è ben modulato, a più voci, ogni voce la sua particolare intonazione. E sale nitida come un pianto, quella musica, come un grazie emancipatosi dalla parola e divenuto canto.<br />
E intuisco che c’è un modo di morire che non ci riguarda più, che non tocca le ultime generazioni, ma che comunque esiste, anche se si sta estinguendo, ed è il modo in cui muore Enzo Biagi.<br />
Morire mentre intonano un canto che ricorda che sei stato giovane un tempo, e che allora, nel pieno della tua forza, hai combattuto per qualcosa che non riguardava solo te, che la tua forza è stata messa al servizio di tutti quanti, che non ti sei tirato indietro quando c’era da rimettere in piedi il mondo ridotto a polvere e macerie, che ti sei rimboccato le maniche ed hai fatto della tua forza lo strumento utile per riconsegnare la libertà e la speranza ad ognuno, senza distinzioni.<br />
Morire sapendo di essere nel giusto, di aver fatto la cosa giusta, di essere stato strumento di quella giustizia, così tenera e così risoluta, che un tempo ha salvato tutti, perfino coloro che dovevano venire ancora, perfino loro, cioè noi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/06/come-muore-enzo-biagi/">Come muore Enzo Biagi</a></p>


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		<title>Le due lune</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 13:15:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro mazzoncini]]></category>
		<category><![CDATA[lingua toscana]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alessandro Mazzoncini
Pacini Duilio, detto Cartaccia, per la prima volta in vita sua ebbe pietà di sé. Pensava:”Certo che è brutto morire soli come cani.” La tosse era diventata un nodo che gli toglieva il fiato, le logge, che per quella notte erano la sua camera, facevano da cassa armonica e il suo rantolo rimbombava [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/06/le-due-lune/">Le due lune</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Mazzoncini</strong></p>
<p><img alt="" src="http://farm3.static.flickr.com/2584/4050161794_5049170ae5.jpg" class="alignleft" width="195" height="320" />Pacini Duilio, detto Cartaccia, per la prima volta in vita sua ebbe pietà di sé. Pensava:”Certo che è brutto morire soli come cani.” La tosse era diventata un nodo che gli toglieva il fiato, le logge, che per quella notte erano la sua camera, facevano da cassa armonica e il suo rantolo rimbombava per tutto il rione da ore.<br />
“Io non ce la fo più!”, pensò l’eroe. E scese. Chissà quante altre volte gli era venuto in mente di farlo, in tutto quel tempo che era stato appollaiato lassù nel mezzo della piazza che portava il suo nome.<br />
“Tanto” si disse “chi vuoi che passi a quest’ora. E con questo tempo.” <span id="more-25537"></span><br />
Gli era piovuto in faccia tutto il giorno e poi s’era levata una gran tramontana a spazzolargli la schiena. Sì, l’avevano allogato proprio bene: sole fisso negli occhi e acqua anche – che in quel posto era sempre lo scirocco che la portava &#8211; e spalle al freddo, lui che era sempre in camicia. Come mise piede a terra, fatto com’era di metallo e dentro vuoto, si sentì leggero e pesante insieme. Come succede ai briachi. Mosse qua e  là la testa per dar sollievo alle sue povere spalle e s’inarcò all’indietro per sciogliere il filo dei reni, anche se di ossi e muscoli gli restava ormai solo il ricordo, come quando davvero cavalcava un cavallo e non un baldacchino dalla forma equina, che, sempre per abitudine, ammonì:<br />
“E te non ti muovere di lì!”<br />
Quello, inchiavardato com’era al basamento di marmo, non si spostò d’un millimetro e lui, avvezzo un tempo a comandare, se ne compiacque.<br />
Si girò, la parte della piazza che non conosceva gli garbò di più di quella che aveva sempre di faccia. Una dozzina di dattere, in mezzo un’altra gran palma di cui non sapeva il nome, e poi panchine e una vasca.<br />
“M’hanno sistemato proprio a spregio.” pensò “E magari, a sentir loro, dovrei sentirmi anche in debito di riconoscenza.”<br />
Ancora quella tosse, che gl’impediva il libero corso dei pensieri. Veniva di sotto le logge di una palazzina che, in fondo a sinistra, limitava la piazza.<br />
Mosse alcuni passi, pesanti e incerti e si chinò a guardare.<br />
“Ma questo muore!” disse tra sé l’eroe. Era sgomento. Non sapeva come prestargli aiuto e non poteva né chiedere soccorso né niente. Allora prese, lo tirò su e se lo mise in collo.<br />
“Oh, benino!” fece Cartaccia, che la camicia di bronzo pareva diventata morbida come velluto e quelle braccia calde, come se ancora dentro ci scorresse il sangue. Non gl’importò più neanche delle sue sporte, che teneva sempre in mano, anche nel sonno, ed erano rimaste abbandonate sotto le logge.<br />
Vide la luna che stava ferma nel cielo e poi ne vide un’altra che, tremula, si specchiava nella vasca e a ogni istante sembrava sul punto di rompersi. Appoggiò il capo alla spalla del gigante e si addormentò.<br />
Quel fagotto di cenci del Pacini lo trovarono morto stecchito, abbarbicato in cima al monumento, le braccia strette intorno al collo dell’eroe. E ce ne volle a tirarlo giù.<br />
“Pagherei per sapere” disse una guardia, mandata sul posto per allontanare i curiosi “come ha fatto a montare fin lassù.”<br />
Quello che conosceva la risposta neanche lo sentì. Sguardo fiero, le briglie in una mano e l’altra chiusa a pugno appoggiata su un fianco. Aveva altre cose per la testa.</p>
<p><em>Da: <a href="http://www.delbucchia.it/libro.php?c=107">Le due lune (Marco Del Bucchia Editore)</a> </em></p>
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		<title>Sciascia: Dove va la letteratura?</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 09:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
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		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
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		<description><![CDATA[
[Vorrei mettervi a conoscenza di una bella iniziativa della Libreria Ubik di Savona. Qui sotto il comunicato. G.B.]
“Dove va la letteratura italiana?”
In occasione del ventennale dalla scomparsa del grande scrittore siciliano Leonardo Sciascia (novembre 1989), per 4 mesi la libreria UBIK espone dal 4 novembre in libreria in esclusiva nazionale un suo manoscritto originale inedito, [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/06/sciascia-dove-va-la-letteratura/">Sciascia: Dove va la letteratura?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/sciascia-ubik.JPG" alt="sciascia ubik" title="sciascia ubik" width="452" height="232" class="alignnone size-full wp-image-25914" /></p>
<p>[<em>Vorrei mettervi a conoscenza di una bella iniziativa della Libreria Ubik di Savona. Qui sotto il comunicato.</em> G.B.]</p>
<p>“Dove va la letteratura italiana?”<br />
In occasione del ventennale dalla scomparsa del grande scrittore siciliano Leonardo Sciascia (novembre 1989), per 4 mesi la libreria UBIK espone dal 4 novembre in libreria in esclusiva nazionale un suo manoscritto originale inedito, mai pubblicato né esposto in visione (per gentile concessione del suo biografo, lo scrittore e giornalista del Corriere della Sera Matteo Collura, che ringraziamo vivamente), sul tema del futuro della letteratura italiana: un autentico gioiello letterario, pieno di ironia e di passione: la letteratura non deve avere casa ma stare all’aperto “…con orecchie intente, sguardo acuto, sospettosa, guardinga, insicura, con soprassalti e freddo nelle ossa…”<br />
<span id="more-25909"></span><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/sciascia.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/sciascia.JPG" alt="sciascia" title="sciascia" width="260" height="356" class="alignnone size-full wp-image-25927" /></a><br />
<em>Riporto di seguito la trascrizione. E qui la <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/sciascia-scansione1.pdf">scansione scaricabile</a> regalataci da Stefano, l&#8217;attivissimo libraio, della suddetta lettera esposta. Vi consiglio di andare a leggere direttamente in loco anche le altre lettere originali di autori ospiti della libreria</em>:</p>
<p>di <strong>Leonardo Sciascia</strong></p>
<p>Dove va la letteratura italiana? Ma secondo certe analisi, certe diagnosi – e cioè secondo certi desideri, certi dettami, certi decreti dati in sede sociologica – dovrebbe anche lei, come tutti e tutto, andare a casa. Tornare, come ormai si dice e per moda si impone, al privato.</p>
<p>Ma dove può stare di casa, la letteratura italiana? Non pare ne abbia ancora di assegnata, né in città né in campagna. Nemmeno la più piccola dacia. Per sua fortuna – anche se qualcuno ci terrebbe ad averla.</p>
<p>Può trovare qualche casa d’affitto: ad equo o inequo o iniquo canone. Ma son case così rumorose, piene di spifferi e forse anche di fantasmi, che è preferibile restarsene all’aperto.</p>
<p>Direi, ecco, che è costretta a starsene fuori: con orecchie intente, sguardo acuto, sospettosa, guardinga, insicura, con soprassalti e freddo nelle ossa. A meno che non preferisca l’iniquo canone.<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/firma.JPG" alt="firma" title="firma" width="340" height="92" class="alignnone size-full wp-image-25915" /></p>
<p>la Libreria Ubik si trova in<br />
Corso Italia, 116r Savona<br />
019/8386659<br />
ste.milano@alice.it<br />
aperta tutte le domeniche dell&#8217;anno<br />
Il calendario delle (molte) iniziative si può trovare anche su www.facebook.com</p>
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		<title>da “Ridefinizione”</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 07:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alessandro de francesco]]></category>
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		<description><![CDATA[di Alessandro De Francesco


*                    *                    *

*            [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/06/da-ridefinizione/">da &#8220;Ridefinizione&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro De Francesco</strong></p>
<p><img class="alignleft size-large wp-image-25857" title="12" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/12-1024x377.jpg" alt="12" width="1024" height="377" /><br />
<span id="more-25855"></span><br />
*                    *                    *</p>
<p><img class="alignleft size-large wp-image-25859" title="13" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/13-1024x754.jpg" alt="13" width="1024" height="754" /></p>
<p>*                    *                    *</p>
<p><img class="alignleft size-large wp-image-25861" title="16" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/16-1024x862.jpg" alt="16" width="1024" height="862" /></p>
<p>*                    *                    *</p>
<p><img class="alignleft size-large wp-image-25862" title="21" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/21-1024x646.jpg" alt="21" width="1024" height="646" /></p>
<p>*                    *                    *</p>
<p><img class="alignleft size-large wp-image-25863" title="39" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/39-1024x431.jpg" alt="39" width="1024" height="431" /></p>
<p>*                    *                    *</p>
<p><img class="alignleft size-large wp-image-25864" title="41" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/41-1024x431.jpg" alt="41" width="1024" height="431" /></p>
<p>*                    *                    *</p>
<p><img class="alignleft size-large wp-image-25866" title="43" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/43-1024x619.jpg" alt="43" width="1024" height="619" /></p>
<p>*                    *                    *</p>
<p><img class="alignleft size-large wp-image-25867" title="52" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/52-1024x350.jpg" alt="52" width="1024" height="350" /></p>
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		<title>Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 09:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Dubravka Ugrešić
La letteratura europea e l’Eurovision Song Contest
La nozione di letteratura europea, così come viene intesa dai politici dell’Unione, da coloro che finanziano la cultura, dagli editori, dai dipartimenti di letteratura, dalle università vecchio stile e molto spesso dagli scrittori stessi, non è poi così diversa da quella di “miglior canzone pop in Europa” [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/cosa-c%e2%80%99e-di-europeo-nella-letteratura-europea/">Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Dubravka Ugrešić</strong></p>
<p><em>La letteratura europea e l’Eurovision Song Contest</em></p>
<p>La nozione di letteratura europea, così come viene intesa dai politici dell’Unione, da coloro che finanziano la cultura, dagli editori, dai dipartimenti di letteratura, dalle università vecchio stile e molto spesso dagli scrittori stessi, non è poi così diversa da quella di “miglior canzone pop in Europa” che si ha all’Eurovision Song Contest. <span id="more-25557"></span><br />
L’Eurovision Song Contest è l’esempio più straordinario della fusione spirituale del continente: è una grandiosa (in grandioso <em>stile europeo</em>) sarabanda del kitsch musicale di tutti i paesi europei. Molto più di quello musicale, tuttavia, sono altri gli aspetti del concorso che offrono l’intrattenimento maggiore: le <em>mises</em> (quest’anno gli interpreti ciprioti avevano i vestiti migliori!); la messa in scena (gli irlandesi quest’anno avevano tanto di quel fumo sul palco che hanno quasi scatenato un incendio!); il momento della votazione (Croazia, dieci punti! Belgio, due punti!); le cartoline televisive dai diversi paesi o le brevi visite agli studi di Tallinn e di Dublino; l’intrattenimento “politico” (Scommetto che la Croazia darà un alto punteggio agli sloveni e che gli sloveni daranno il massimo dei voti alla Croazia!); la presenza di nuovi paesi partecipanti (Oh, quest’anno abbiamo anche i bosniaci!); l’assenza di alcuni paesi non-partecipanti (Per me nessun serbo canterà in Europa!). Quanto alla musica, è scontato che i turchi siano presenti con un brano folcloristico dal sapore orientaleggiante, mentre gli svedesi cerchino di replicare i successi da hit parade dei loro ABBA. Il più grande spettacolo europeo ha anche un lato didattico (Il pubblico impara a conoscere nuovi stati: Lettonia, Estonia, Lituania) e uno ideologico (D’accordo, abbiamo fatto entrare gli estoni, ma in nessun caso permetteremo ai turchi di fare altrettanto: il loro modo di cantare ha grossi limiti!). Il tutto, naturalmente, produce grandi profitti. Ci sono momenti in cui s’inarca stupiti il sopracciglio, quando, ad esempio, appare Diva (Viva la diva! ), il travestito israeliano. Ma una certa meraviglia, in un concorso <em>mainstream</em> come questo, non può che rivelarsi rigenerante.</p>
<p>La vita letteraria europea, generalmente, non è poi così diversa dall’Eurovision Song Contest. Anch’essa ha i suoi grandi nomi dietro ai quali c’è sempre (Sempre!) uno Stato. È certo meno spettacolare. Ma la cerimonia del <em>Man Booker Prize</em>, trasmessa ogni anno da qualche canale televisivo, dimostra che anche la letteratura può diventare uno spettacolo holliwoodiano. I vincitori del premio si riuniscono rumorosamente sul palco (Canada, dieci punti!) e ringraziano in modo incredibilmente simile a quello delle pop star. I giudici emettono un giudizio più eloquente, il che non stupisce se si pensa che le parole, più che le note musicali, sono la sostanza della letteratura. Considerando l’impatto commerciale dello show, si conferma la validità del confronto che ho proposto all’inizio, indipendentemente da chi lo reputi ingiusto, malizioso o poco riguardoso.</p>
<p><em>Il ruolo di Gregor G. Drubnik in tutto questo</em></p>
<p>Circa trent’anni fa apparve in un numero del <em>New York Times</em> una notizia inventata su Gregor G. Drubnik, uno scrittore bulgaro che, secondo l’articolo, aveva vinto nel 1971 il premio Nobel per la letteratura. L’articolo traboccava di epiteti discriminatori – <em>le davvero stupefacenti qualità del lavoro di Drobnik</em> – che, nelle intenzioni del giornalista, avrebbero dovuto essere divertenti. La sola idea, infatti, che un bulgaro potesse vincere il premio Nobel per la letteratura avrebbe dovuto far sorridere i lettori.</p>
<p>Se mi fossi imbattuta in quell’articolo quando fu pubblicato, anch’io avrei sorriso. A quel tempo studiavo la letteratura comparata ed ero assai preseuntuosa. Leggevo gli scrittori europei e americani, scrivevo tesine su Proust e Joyce, leggevo i russi più e meno noti e studiavo le scuole di teoria letteraria quando la teoria letteraria era al suo apogeo. Pensavo di essere in simbiosi con il grande mondo della letteratura. In Jugoslavia, in quel periodo, c’era stata un’improvvisa ondata di pubblicazioni e un grande incremento delle traduzioni, e io seguivo ogni novità su cui riuscivo a mettere le mani. Quando nei primi anni Ottanta giunsi per la prima volta negli Stati Uniti, ciò che mi colpì, guardando la selezione dei libri in traduzione nelle librerie, fu la loro scarsa scelta. Non potevo dirlo a nessuno, primo perché nessuno mi avrebbe creduto e poi perché, solo pochi anni dopo, la situazione nelle librerie americane – almeno per le traduzioni – era già cambiata drasticamente.</p>
<p>Nei primi anni Novanta la situazione mutò anche “a casa mia”: le locali librerie erano desolatamente vuote e per me era assai difficile convincere qualcuno che solo pochi anni prima le cose erano ben differenti. In quello stesso periodo i miei libri cominciavano a farsi strada nel mondo e io, non molto dopo, li seguii. Convinta com’ero di essere in piena comunicazione con il grande mondo letterario (qualunque cosa questo significhi), mi ero dimenticata della possibilità che forse il grande mondo non stava comunicando con me.</p>
<p>Allorché il mio primo romanzo fu pubblicato in Inghilterra, un critico concluse la sua recensione con una domanda: <em>Siamo sicuri che è questo quello che ci serve?</em> Solo più tardi compresi che cosa aveva voluto dire. Non mi ero accorta che nel corso dei miei viaggi un’etichetta continuava a rincorrermi: <em>Made in Balkans</em>. Quando qualcuno viene dai Balcani, non ci si aspetta da lui o da lei che produca libri di autentico valore letterario, ma che dia vita allo stereotipo che NOI abbiamo di LORO, gli abitanti dei Balcani, o dei luoghi da dove tutti LORO provengono. Avevo, perciò, completamente dimenticato da dove venivo e dove stavo andando o, in altre parole, ignoravo i codici di comunicazione stabiliti da tempo tra il centro culturale e la periferia. In tutto questo le mie capacità letterarie non c’entravano nulla.</p>
<p>Saltò fuori che, dopo trent’anni, l’ombra della guerra fredda di Drubnik stava ancora in agguato ai margini della periferia. Il numero di etichette che gli altri affibbiavano a me e ai miei libri continuava a crescere. Altre apparvero accanto a <em>Made in Balkans</em>: il collasso della Jugoslavia, la caduta del comunismo, la guerra, il nazionalismo, i nuovi stati, le nuove identità… Le mie opere comunicavano con il lettore straniero portandosi sulle spalle un grosso fardello. Sembravo una viaggiatrice con più valigie per mano che cercava di mantenere un’aria aggraziata. I miei colleghi dell’Europa occidentale, al contrario di me, viaggiavano leggeri e senza bagagli: tutto ciò che i lettori vedevano era rappresentato dalle loro persone e dai loro libri. Nel mio caso, il bagaglio stava seppellendo sia me che i miei libri. La situazione era cambiata drasticamente anche “a casa mia”. Le etichette cominciavano a prolificare anche laggiù. Improvvisamente, per comprendere i miei libri diventò importante sapere se fossi una croata o una serba, e chi fossero i miei genitori. </p>
<p>Dieci anni fa avevo un passaporto jugoslavo, con la sua morbida e flessibile copertina rosso scuro. Ero una scrittice jugoslava. Poi arrivò la guerra e i croati, senza neanche chiedermi il permesso, mi mostrarono un passaporto croato blu. Il governo croato si aspettava dai suoi cittadini una metamorfosi istantanea, come se il passaporto fosse stato una sorta di pillola magica. Dato che nel mio caso specifico le cose non filarono per niente lisce, mi esclusero dalla loro letteratura e da altre cariche. Con il passaporto croato in mano abbandonai la mia terra natale, quella appena acquisita e quella precedentemente demolita, e cominciai a viaggiare per il mondo. Con un entusiasmo da Eurosong il resto del mondo prese a considerarmi una scrittrice croata: diventai la rappresentante letteraria di un paese che non mi voleva. Cominciai così anch’io a non desiderare più il luogo che non mi desiderava. Non sono una fan dell’amore non corrisposto. Ancor oggi, comunque, non mi sono liberata delle etichette.</p>
<p>Ho di nuovo in mano un passaporto con una morbida e flessibile copertina rosso scuro, un passaporto olandese. Questo nuovo passaporto fa di me una scrittice olandese? Potrebbe, ma ne dubito. Ora che ho un passaporto olandese sarò in grado di “reintegrarmi” nei ranghi degli scrittori croati? Forse sì, ma ne dubito. Qual è il mio vero problema? Forse mi vergogno della mia etichetta di scrittrice croata che ancora mi perseguita? No. Mi sentirei meglio con un marchio Gucci o Armani? Sicuramente sì, ma non è questo il punto. Allora cos’è che voglio? Perché sono così allergica alle etichette?</p>
<p>Perché? Perché la ricezione delle opere letterarie ha mostrato che il fardello dell’identità finisce per impantanare l’opera. Perché è stato dimostrato chiaramente che le etichette alterano la sostanza di un’opera e il suo significato. Perché l’etichetta è, in effetti, un’interpretazione testuale semplificatrice, quasi sempre fuorviante. Perché un’etichetta fa sì che si legga in un’opera qualcosa che non c’è. E infine perché l’etichetta discrimina l’opera. Acconsentire supinamente a essere marchiati da un’identità nazionale significa sostenere e promuovere la letteratura come una nozione geopolitica, la qual cosa, in effetti, vista la realtà, potrebbe anche essere vera. Ma perché mai dovrei abbracciare la “realtà” solo perché è una “realtà”?</p>
<p>Perché la grande maggioranza dei miei colleghi sente la necessità di aggrapparsi a questa etichetta?  Perché l’identità nazionale di uno scrittore, l’appartenere a un preciso paese, permette di affermarsi all’interno del mercato letterario e della comunicazione. Perché in questo modo è molto più facile e molto più rapido spostarsi dalla periferia al centro. Perché per molti scrittori l’etichetta dell’identità nazionale è il solo modo di comunicare contemporaneamente in un contesto locale e in un contesto globale, facendosi accettare e riconoscere come scrittori bosniaci, sloveni o bulgari. L’etichetta dell’identità nazionale è il presupposto fondamentale delle vecchie istituzioni letterarie nazionali, ma anche del moderno mercato letterario. Perché si tratta di un presupposto etnico, una vera e propria formula pubblicitaria che ha proiettato, per ragioni letterarie buone o cattive, molti scrittori dalla periferia al mercato letterario globale. Il mercato ha sempre bisogno di uno scrittore bulgaro, serbo o albanese. Di uno, al massimo due. Una certa sovrabbondanza, naturalmente, sarebbe fonte di confusione. </p>
<p><em>L’Europa giù fino all’India</em></p>
<p>La burocrazia culturale dell’Unione Europea, i numerosi managers, gli addetti e i “supporters” (burocrati che ‘supportano le questioni culturali’) – tutti costoro fanno ciò che possono per prendere una posizione. La globalizzazione, un’altra parola cara all’imperialismo culturale statunitense, preoccupa la cultura dell’Unione Europea. Mentre i critici americani usano il termine imperialismo senza rimorsi, gli europei rabbrividiscono solo a sentirlo nominare. Hanno paura di essere tacciati di antiamericanismo, come lo sono i francesi – i quali protestano per proteggere i loro prodotti culturali, nonché per quello che gli è stato sottratto: il loro perduto primato culturale. È stato dimostrato che l’antiamericanismo non è né culturalmente, né politicamente, né strategicamente, né finanziariamente produttivo: non sono solo gli uomini d’affari americani a far soldi nell’industria culturale statunitense, ma anche gli intermediari europei. </p>
<p>L’“identità culturale” europea (qualunque cosa ciò significhi) è “minacciata” dalle pervasive produzioni culturali di massa americane; e dagli abitanti dell’Europa dell’Est che attendono di essere ammessi, ciascuno trascinando il suo fardello culturale; dagli emigrati del circuito culturale non-europeo (il punto più doloroso, tra l’altro, del subconscio culturale europeo) i cui numeri crescono minacciosamente di ora in ora. A quale luogo appartengono tutti questi marocchini, algerini, cinesi, arabi? Chi riuscirebbe a registrarne il numero esatto in Europa? Quali categorie usare? Il loro passaporto? La lingua? La sfera culturale a cui si suppone appartengano?</p>
<p>Fiera della sua ideologia e della sua pratica del multiculturalismo, la burocrazia culturale dell’Unione Europea perpetua, per adesso, un collaudato e sicuro approccio – <em>io Tarzan, tu Jane</em> – una formula questa che riconosce le più varie identità culturali e che incoraggia il mantenimento delle specificità regionali (o di altro tipo) e, ovviamente, l’integrazione, sebbene nessuno sappia cosa voglia dire davvero questa parola. Così a ciascuno la sua fede, a ciascuna il suo burka. Fin tanto che un marocchino mette nel carrello della spesa qualcosa di <em>marocchino</em>, qualsiasi cosa ciò significhi, e noi invece ci mettiamo qualcosa di <em>europeo</em>, qualsiasi cosa ciò voglia dire, nel mondo tutto va per il meglio. È così che per lo più si scambiano i prodotti culturali, è questo il modo in cui il mercato procede, e le dinamiche della vita letteraria si sviluppano in base allo stesso radicato meccanismo.</p>
<p>Nel mondo tutto potrebbe andare per il meglio… se non ci fossero individui che cantano fuori dal coro, pezzi non funzionanti dell’ingranaggio, persone che erodono gli stereotipi culturali, ponendosi domande su chi sono e su chi dovrebbero essere. Individui così crescono più in fretta dei promoter culturali, dei manager, della burocrazia culturale dell’Unione Europea che si batte per l’identità culturale europea. Crescono più in fretta dei loro critici e interpreti, professori universitari e lettori. In altre parole: nessuno sa che cosa fare di loro.</p>
<p>Che cosa dovrebbero fare gli olandesi con Moses Isegawa, uno scrittore africano che vive in Olanda e scrive in inglese? Che cosa dovrebbero fare con me? Vivo ad Amsterdam, eppure non scrivo in olandese. Che cosa dovrebbero fare i croati con me? Scrivo in croato, ma ho una «cattiva reputazione» e torno a casa solo per le vacanze di Natale. Che cosa dovrebbero fare con me i serbi e i bosniaci? Possono leggermi nella lingua in cui scrivo – SBC (serbo-croato-bosniaco)? Come trattano gli olandesi uno scrittore marocchino il quale, anziché scrivere testi sulle differenze culturali tra marocchini e olandesi che chiunque potrebbe comprendere facilmente, si è impegnato nella ricostruzione dell’olandese del XVIII secolo? Che cosa dovrebbero fare i francesi con un arabo che ha iniziato una nuova versione della <em>Recherche</em> o i tedeschi con uno scrittore turco che sta scrivendo un nuovo <em>I dolori del giovane Werther</em>? </p>
<p>Fra le numerose disfunzioni del sistema letterario esistente, ho il mio esempio preferito. Joydeep Roy Bhattacharaya è nato a Calcutta. Ha lasciato l’India quando aveva vent’anni, conseguendo una laurea in Filosofia negli Stati Uniti. Vive a New York. Joydeep ha scritto un romanzo. Il tema del suo romanzo è l’Ungheria e un circolo di intellettuali ungheresi degli anni Sessanta. Gli ungheresi hanno subito tradotto il libro. Un intellettuale ungherese si è lamentato con me affermando che il romanzo parla dell’Ungheria, ma <em>all’indiana</em>. «Avrebbe fatto meglio a scrivere sull’India», ha commentato. </p>
<p>Joydeep è un uomo carino e fotogenico. L’editore inglese ha pubblicato il suo romanzo con la segreta speranza che Joydeep cambi idea e scriva qualcosa sull’India. Qualcosa tipo <em>Il dio delle piccole cose</em>, ma da una prospettiva maschile. Mia madre, a cui ho mostrato il libro di Joydeep con la sua fotografia in quarta di copertina, ha istintivamente concordato con l’editore inglese: «Perché non scrive sull’India?», ha sospirato. «È addirittura più carino di Sandokan…».</p>
<p>In un mondo in cui il «kit-identità» è diventato come lo spazzolino da denti – qualcosa di cui non si può fare a meno – Joydeep ha scelto il sentiero più arduo. Ha gettato nelle immondizie il suo «kit-identità», consapevole che gli avrebbe potuto garantire buoni profitti, e ha preferito il diritto a una libera scelta letteraria, a una letteratura libera. Joydeep conosce bene le conseguenze del suo suicidio simbolico. “A casa sua”, in India, non credo che abbiano un debole per lui. I paesi di cui scrive si lamentano poiché sono convinti di essere gli unici depositari del copyright sui loro temi. Il suo editore inglese tollera Joydeep e il suo “virus” europeo solo perché spera che ne guarirà e che arriverà il momento in cui tornerà tematicamente al “luogo a cui appartiene”: l’India. Perciò, alla domanda “che cosa c’è di ‘europeo’ nelle letterature europee?”, io rispondo: c’è il signor Bhattacharaya, un indiano nato a Calcutta che vive a New York e scrive sull’Europa.</p>
<p><em>La zona grigia della letteratura</em></p>
<p>È così che va il mondo. I croati pubblicano scrittori “croati autentici” con lo slogan pubblicitario «Leggete croato!» (come se i lettori fossero ansiosi di leggere tutto ciò che non sia scritto in croato!); serbi, lituani, estoni, lettoni, macedoni, sloveni e gli altri si sono stipati nel concetto ottocentesco di una letteratura suddivisa per gruppo sanguigno; i catalogatori letterari dell’Europa occidentale, totalmente disorientati dall’ampia penetrazione di scrittori migranti nel tessuto letterario nazionale, lottano per mantenere ben netti i confini tra letteratura “autoctona” ed “alloctona”, “nazionale” ed “émigrée”, e il risultato sembra una modesta revisione dello slogan croato (che, rivisto secondo gli standard politicamente corretti dell’Europa, suona all’incirca così: “Leggete croato, ma anche marocchino!”). Mentre ci si occupa ossessivamente dei problemi dell’identità letteraria, storica, nazionale, etnica ed europea, una vasta zona grigia di letteratura non territoriale cresce negli interstizi letterari europei (e non solo). Questa zona è abitata da autori “etnicamente inautentici”, émigrés, migranti, scrittori in esilio, scrittori che appartengono simultaneamente a due culture, autori bilingui che scrivono “né da qui né da lì”, in ogni caso oltre i confini delle loro letterature nazionali. La letteratura della zona grigia è composta da autori che scrivono nella loro lingua materna vivendo nel contesto linguistico del paese che li ospita e da altri che scelgono la lingua del loro paese ospitante. Ci sono scrittori che erodono progressivamente le convenzioni linguistiche e si muovono liberamente tra le lingue e le culture, traducendo significati: ci sono scrittori che stanno creando una nuova lingua e una nuova cultura attraverso incroci linguistici e culturali.</p>
<p>Queste “nuove lingue”, e di conseguenza le lingue della letteratura, sono caratterizzate da un’interazione tra diverse lingue, o deviazioni dalla lingua standard (per esempio, il <em>Black english</em>, lo <em>spanglish</em>, il <em>newyoricano</em> e molti altri). Lo slang degli adolescenti olandesi, ad esempio, è chiamato <em>smurfentaal</em>, ossia “lingua dei puffi”, dal nome dei piccoli personaggi blu, ed è un olandese “basso” attraversato dal marocchino, dal turco, dall’antillano, dall’inglese e da altre lingue. Nuovi dialetti stanno nascendo, che gradualmente diventano lingue letterarie: lo spagnolo-chicano, il turco-tedesco, il francese-algerino, il russo-americano. Le combinazioni sono infinite. Nella costellazione linguistica del dopo-Jugoslavia – nella quale la lingua comune, il serbo-croato, è stata abolita e suddivisa ufficialmente in lingua croata, lingua serba e lingua bosniaca – la variante sovversiva dell’uso linguistico è di fatto una retro-variante: la lingua SCB (un’abbreviazione per lingua serbo-bosniaco-croata usata dai pubblici ministeri del Tribunale dell’Aia).</p>
<p>Quasi tutti gli scrittori che stanno dando vita alle nuove letterature si sono sradicati dai loro contesti originari. Non si sentono “a casa loro” nei paesi dove vivono, né sognano di ritornare nei paesi da cui sono fuggiti. Questi nuovi scrittori si stanno costruendo il loro spazio, una terza zona culturale, una «terza geografia». La nuova letteratura è pubblicata ancora sotto categorie spesso discriminatorie, iniquamente coercitive, imposte dal di fuori, come letteratura dell’esilio, letteratura etnica, letteratura migrante, letteratura dell’emigrazione, letteratura della diaspora – in parte perché i critici letterari sono impreparati. Un codice interpretativo adeguato alla nuova realtà letteraria non è ancora stato trovato. Arjun Appadurai, ad esempio, avverte  che le «formazioni postnazionali» non possono essere definite con il vocabolario politico esistente. Non c’è ancora una terminologia in grado di descrivere gli interessi sovrapposti di numerosi gruppi, solidarietà translocali, mobilitazioni transnazionali e identità postnazionali.</p>
<p>Non è ancora stato dato un nome a questa nuova zona letteraria. Se si guarda al crescente numero di corsi presenti nelle università americane si potrebbe scegliere il termine «letteratura transnazionale». Azade Seyhan scrive: «Intendo per letteratura transnazionale un genere di scrittura che opera al di fuori del canone nazionale, che affronta i problemi tenendo conto delle culture prive di un territorio e che parla per esse in quelle che chiamo comunità e alleanze paranazionali. Queste ultime sono comunità che si creano entro i confini nazionali o tra i cittadini del paese ospitante, ma che rimangono culturalmente e linguisticamente a distanza da essi e che, in alcuni casi, sono separate sia dalla nazione d’origine che da quella che li ospita».  Franz Kafka, praghese che scriveva in tedesco, è una figura simbolo della letteratura priva di un territorio. Una ben nota definizione di Deleuze e Guattari, quella di «letteratura minore», potrebbe essere una fertile formula teorica per articolare in futuro la letteratura transnazionale. La cultura contemporanea senza territorio o transnazionale è un processo dinamico e insolitamente complesso. I suoi concetti-chiave e i suoi temi privilegiati – l’archiviazione della memoria etnica, linguistica e nazionale; la dislocazione e lo spostamento;  gli scambi culturali e il trapianto o la traduzione della cultura; le narrative del ricordo; il bilinguismo o il multilinguismo; l’esilio, ecc.) mutano costantemente, subiscono modificazioni, si moltiplicano e sovrappongono i significati in un ininterrotto processo d’interazione. </p>
<p>Mentre i pensatori europei – imbarazzati dal numero di scrittori sempre più famosi che non appartengono “né a qui né a lì” – cercano di definire i turbolenti processi delle migrazioni letterarie, facendo ricorso, in mancanza di nozioni migliori, al vecchio termine goethiano di «letteratura mondiale», molti scrittori europei “etnicamente puri” si coccolano il loro polveroso concetto di letteratura nazionale, godendo come topi nel formaggio. I buchi nel formaggio, però, stanno diventando sempre più grandi, di formaggio ce n’è sempre meno e la babelica cacofonia dei nuovi, incomprensibili e terribili concetti che si fa strada (unità post-nazionali, unità transnazionali, mobilitazioni di confine, unità paranazionali…) diventa sempre più rumorosa. Chi poteva prevedere che questo mondo invisibile, alternativo e discriminato avrebbe avuto una crescita più rapida di quello precedente? Chi avrebbe anche solo sognato che Lolita si sarebbe svegliata un giorno a Teheran? Che Raskol’nikov avrebbe percosso nonne a Shangai? Che il figlio di quel bulgaro, Gregor G. Drubnik, che vive nelle isole Faer Oer e scrive in una lingua mista di bulgaro, farsi e ladino, sarebbe diventato il più credibile candidato per il premio Nobel?</p>
<p><strong>(traduzione di Carlo Tirinanzi)</strong></p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Il saggio fa parte del volume <em>Al di là del genere</em> (di prossima pubblicazione) che contiene gli interventi dei partecipanti alla seconda edizione del &#8220;Seminario Internazionale sul Romanzo&#8221; (2007-2008) che si è svolta alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell&#8217;Università di Trento. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/cosa-c%e2%80%99e-di-europeo-nella-letteratura-europea/">Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?</a></p>


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		<title>La croce in classe</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 07:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Andrea Inglese
Una micro-riflessione sulla sentenza della Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo riguardo all&#8217;esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche.
È indubbio che in Italia i temi che dovrebbero suscitare con urgenza passione e dibattito sono altri: l&#8217;incubo di Genova 2001 (piazza Alimonda, la scuola Diaz, la caserma di Bolzaneto) pare non finire mai, perché si muore [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/la-croce-in-classe/">La croce in classe</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Una micro-riflessione sulla sentenza della Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo riguardo all&#8217;esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche.</p>
<p>È indubbio che in Italia i temi che dovrebbero suscitare con urgenza passione e dibattito sono altri: l&#8217;incubo di Genova 2001 (piazza Alimonda, la scuola Diaz, la caserma di Bolzaneto) pare non finire mai, perché si muore nelle mani della polizia giovani o giovanissimi, come è successo a <a href="http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/">Federico Aldrovandi</a> o a Stefano Cucchi; la criminalità organizzata gode di ottima salute sia nel Sud, al ritmo degli ammazzamenti in pieno giorno, sia al Nord, al ritmo delle infiltrazioni nei tessuti imprenditoriali e amministrativi delle regioni immaginate più laboriose ed efficienti; la libertà d&#8217;informazione è pesantemente condizionata da un uomo solo, intorno al cui destino politico ruota ogni energia cerebrale dei giornalisti e degli opinionisti italiani, sia per leccargli il culo sia per indebolirne l&#8217;immagine onnipresente; giovanissimi, giovani, meno giovani, uomini e donne di ogni età danno di matto per tenersi stretto il lavoro che hanno, anche quando è demenziale e umiliante, o danno di matto per trovarlo un lavoro, anche se demenziale e umiliante.</p>
<p>Tutto questo lo viviamo quotidianamente sulla nostra pelle.</p>
<p>Perché allora spendere ulteriori energie su una faccenda che a confronto con quelle sunnominate pare risibile?<br />
<span id="more-25891"></span><br />
La storia delle sentenza della Corte europea sui crocefissi nelle scuole italiane potrebbe essere in sé poco significativa. Una decisione dal sapore astratto e burocratico, una superflua difesa di principi. Bisognerebbe subito chiedersi, però, se difendere dei principi sia superfluo.</p>
<p>Inoltre, per quanto mi riguarda, è la reazione alla sentenza che mi pare interessante. Interessante perché rivela ancora una volta la realtà di una paese che mai, in nessuna occasione, riesce a prendersi minimamente sul serio. Un paese che mai fa lo sforzo di uscire, anche su questioni circoscritte e alla portata di tutti, dalla confusione, dai malintesi, dall&#8217;approssimazione in cui si crogiola. </p>
<p>Lasciamo perdere i politici, tutti quelli che campano su ricatti e patteggiamenti continui con il Vaticano. Costoro usano il crocefisso come una clava da sbattere sul cranio di qualsiasi nemico politico, col tacito e indulgente accordo delle gerarchie ecclesiastiche.</p>
<p>Che il maggiore partito di sinistra abbia del tutto rinunciato alla battaglia – in Italia attualissima – sulla laicità della stato, dimostra la sua incapacità propositiva, la sua mancanza di autonomia, il suo terrore di proporre e difendere questioni che sollecitino un minimo di maturità intellettuale nei suoi elettori. Questo partito, infatti, ha concentrato la sua forza unicamente nella denuncia delle malefatte di Berlusconi, pensando che se non può appellarsi in nessun modo alla ragione degli italiani, almeno può avvalersi delle trippe di quelli che Berlusconi lo vorrebbero vedere vivo, sì, ma almeno dietro le sbarre. E ce ne sono. </p>
<p>La reazione su cui vorrei riflettere è sopratutto quella dei miei colleghi, insegnanti come me, alcuni cattolici praticanti alcuni neppure credenti, che con il crocifisso in aula si confrontano tutti i giorni, e anche con problemi inerenti alla libertà di culto, al dialogo tra culture, ecc., che riguardano le materie che insegnano: storia, diritto, filosofia, scienza sociali, letteratura. Ieri, lasciando un appunto sulla lavagna dell&#8217;aula professori del liceo dove insegno, ho invitato i miei colleghi alla “riflessione” intorno alla sentenza in questione. Nulla più. Dopodiché sono stato testimone di qualche battuta, di commenti abbozzati e, almeno in un caso, di una vera e propria discussione.</p>
<p>Dico subito che ritengo proprio gli elettori del centro-sinistra tra i maggiori responsabili della confusione che tocca la presenza dei simboli religiosi nella scuola pubblica italiana. In qualche modo, per come stanno le cose in Italia, è inevitabile che i cattolici siano artefici di questa confusione, anche quando sono dei bravi e intelligenti insegnanti. Se i cittadini di sinistra si impegnassero a fare chiarezza su questo punto, farebbero un favore anche a molti cattolici. Li spingerebbero a un confronto scomodo, ma utile a tutti quanti. Questo vale a maggior ragione all&#8217;interno della scuola, dove occasioni di dialogo vero esistono. </p>
<p>Riconosco i colleghi che fanno parte dell&#8217;elettorato di sinistra perché quasi ogni giorno, quando li incrocio in aula professori o nei corridoi, formulano qualche battutina sui fatti del giorno. In genere, tutte queste battute sono accomunate dall&#8217;avere un unico obiettivo satirico: Silvio Berlusconi, o qualche suo portavoce. Di tanto in tanto, il discorso si fa più specifico e serio, e si passa dal registro della satira politica a quello della denuncia. Il bersaglio cambia e si fa riferimento alla Gelmini o alla sua riforma. </p>
<p>Ora la maggior parte di questi docenti anti-berlusconiani hanno considerato che la sentenza della Corte europea, pur riguardando da vicino la scuola, non meritasse non dico una riflessione ad alta voce, ma neppure una battuta. Insomma, magicamente tutti si erano già sintonizzati su Bersani o Bersani su di loro. </p>
<p>Faccio davvero fatica a spiegarmi questo fenomeno. L&#8217;unica risposta che riesco a darmi è: conformismo. Sono convinto, che se il segretario del PD fosse saltato sulla sedia, avesse gridato alla civiltà del diritto internazionale e delle istituzioni europee, qualche audace difensore della sentenza, tra i miei colleghi, ci sarebbe stato.</p>
<p>Invece in questo modo nessuno è davvero costretto a riflettere sulla legittimità o meno del crocefisso in classe e quindi sull&#8217;eguale rispetto che lo stato laico deve mostrare nei confronti delle culture, delle posizioni spirituali e delle credenze religiose dei suoi allievi e delle loro famiglie.</p>
<p>In effetti, una battuta su Berlusconi costa molta meno fatica intellettuale di un ragionamento autonomo sul rispetto dei diritti universali nella scuola pubblica. I cattolici evidentemente ci marciano su questa rinuncia a ragionare dell&#8217;elettorato di sinistra. Ma molti di loro, non essendo persone stupide, se sottoposte ad un serio confronto, probabilmente darebbero meno per scontato ciò che oggi pare ai loro occhi un&#8217;evidenza incontrovertibile.</p>
<p>L&#8217;unica collega con cui ho avuto una discussione minimamente seria è una cattolica praticante.  Essendo una persona sveglia e insegnando lei pure filosofia, ha scelto la linea difensiva più accorta, rifacendosi al crocefisso come simbolo di una comune identità culturale invece che simbolo religioso. E qui è abbastanza facile mostrare che, storicamente, almeno dal Seicento in poi, senza dover risalire agli antichi, esiste una corrente di pensiero che si muove in rottura con la dottrina cristiana. Insomma, il cristianesimo non può essere considerato l&#8217;orizzonte onnicomprensivo della cultura occidentale se non sacrificando il riconoscimento di minoranze culturali che sono estremamente battagliere da almeno tre secoli e che hanno contribuito all&#8217;emancipazione di tutte le componenti della società umana da diverse forme di schiavitù. Di fronte alle mie obiezioni, la collega ha poi fatto riferimento all&#8217;idea che la scuola, seppur laica, debba comunque poggiare su un quadro di valori e non può essere indifferenti ad essi. In questo ragionamento, viene ancora una volta sostenuto implicitamente che, ad esempio, un insegnante ateo non sia in grado di trasmettere valori, in quanto privo di una credenza religiosa. Ed inevitabilmente ciò che si voleva negare emerge in modo palese: il pregiudizio nei confronti di chi appartiene ad un&#8217;altra cultura, ad un&#8217;altra visione del mondo, pregiudizio che bolla una posizione atea come incapace di veicolare dei valori. La sentenza si dimostra quindi davvero necessaria. Solo escludendo ogni riferimento ad un particolare simbolo religioso, l&#8217;insegnamento verrà liberato dai pregiudizi che pesano su di esso.</p>
<p>Altre persone hanno fatto riferimento ad argomenti diversi, ma molto più rozzi. Qualcuno mi ha detto che il problema del crocefisso non poteva riguardare i non credenti, in quanto per loro il crocefisso non significa nulla. Stesso discorso si potrebbe fare per la croce uncinata su cerchio bianco e sfondo rosso. Quasi nessuno di noi è nazista e crede nella supremazia del Terzo Reich, perché mai dovremmo sentirci minacciati se intorno a noi sventolano, magari nei luoghi dove lavoriamo, simboli simili? Un simbolo religioso o politico, infatti, sarebbe visibile solo per chi ne è un seguace, per gli altri assumerebbe solo il valore di uno scarabocchio insensato.</p>
<p>Altri ancora sono ricorsi al grande argomento-buco nero, quello per cui “noi” quando andiamo da “loro” dobbiamo accettare i “loro” costumi e quindi quando “loro” vengono da noi devono farsi sbafate di crocefisso. “Loro” sono i musulmani o i loro figli. Che “noi” stia per i principi della costituzione repubblicana e dello stato laico e non della teocrazia vaticana o islamica non appare ben chiaro in questo tipo di obiezione.</p>
<p>Che in alcuni stati arabi le autorità religiose non si distinguano dalle autorità politiche è il “loro” problema, che appunto “noi” non vorremmo replicare. Ma è evidente che alcuni di “loro” la pensano come alcuni di “noi” e alcuni di “noi” la pensano come alcuni di &#8220;loro&#8221;. E questa confusione tra le due fazioni rigide è l&#8217;unica che gli italiani, tanto amanti della confusione, non vogliono accettare. Preferiscono pensare che la laicità sia del tutto sconosciuta o rifiutata nel mondo musulmano. E che tutti indistintamente, dal Senegal alla Turchia, siano per lo stato teocratico e l&#8217;applicazione wahabita della Sharia.</p>
<p>Infine. Al diritto internazionale e alla carta dei diritti dell&#8217;uomo l&#8217;italiano preferisce di gran lunga opporre il sano buon senso. Nelle piccole come nelle grandi cose. Ne risulta un paese sempre più malato, ma &#8211; per carità &#8211; che non ci si metta a risolvere questioni secondarie, che tanto quelle principali, fortunatamente, sono irrisolvibili.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/la-croce-in-classe/">La croce in classe</a></p>


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		<title>Pop Polar – Canio Loguercio</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 07:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[canio loguercio]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Sanzone ('A67)]]></category>
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		<category><![CDATA[Maria Pia De Vito]]></category>
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		<description><![CDATA[Ho chiesto a Canio di inaugurare questa sezione di Immateriali in cui tentare una cartografia del Pop attraverso esiti diversi dalla pura esecuzione di opere legate all&#8217;immaginario di una comunità (la comunità immaginata). Produzioni che contengano alcune risposte possibili all&#8217;emergenza del Pop contro le derive della Cultura di Massa. effeffe

Nota bassa
di
Canio Loguercio
Spesso dico che il [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/pop-polar-canio-loguercio/">Pop Polar &#8211; Canio Loguercio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ho chiesto a Canio di inaugurare questa sezione di Immateriali in cui tentare una cartografia del Pop attraverso esiti diversi dalla pura esecuzione di opere legate all&#8217;immaginario di una comunità (la comunità immaginata). Produzioni che contengano alcune risposte possibili all&#8217;emergenza del Pop contro le derive della Cultura di Massa.</em> effeffe<br />
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<p><strong>Nota bassa</strong><br />
di<br />
<strong>Canio Loguercio</strong></p>
<p>Spesso dico che il napoletano è l<em>a sacra madrelingua delle passioni</em> e, in effetti, credo che nella canzone napoletana si possano riscontrare altissimi esempi di &#8217;sacralità&#8217; e sintesi espressive di rara efficacia.. Molti miei pezzi, tra l&#8217;altro, riprendono proprio versi e spunti di canzoni classiche napoletane. Provo a confrontarmi con loro.. o meglio.. a ricostruire un racconto a partire proprio dalle forti emozioni che queste canzoni sono in grado di trasmettere.<br />
Non credo di essere un cantante così come lo si intende normalmente. Spesso faccio fatica a trovare la voce giusta per dare <em>corpo sonoro</em> a melodie costruite per lo più sul filo del <em>parlato</em>, a volte appena abbozzate e più che altro sussurrate. Mi considero un artigiano.<br />
<span id="more-25888"></span><br />
Uno che lavora con le parole, i suoni, le melodie, sicuramente non per produrre dei meccanismi <em>sterili,</em> bensì per provare a tessere una trama emozionale,qualcosa che conservi una sua intensità interiore.<br />
E credo che anche le mie canzoni siano qualcos&#8217;altro. Mi sembrano tante <em>stazioni</em> di una via Crucis. Sì, se penso alle mie canzoni mi viene subito in mente una processione con le sue litanie, che metto in scena attraverso delle sgangherate bio-installazioni sonore, i miei <em>concertini</em> per l&#8217;appunto. Provo a costruire un meccanismo plurale, di condivisione di un rito in cui, attraverso dei rudimentali meccanismi, mi avventuro in velocissime incursioni dentro di me o verso un altrove quasi sempre banale, per raccogliere e fissare frammenti di natura varia in una sorta di catalogo/campionario double face, uno di quegli album da sfogliare recto-verso. Da un lato le foto della prima comunione, dall&#8217;altro ritagli e fotocopie di libri e giornaletti nascosti a lungo sotto il materasso: double face &#8211; doppio senso. Un  po&#8217; come le macchiette di Nino Taranto.<br />
(Si veda (legga, ascolti) anche <a href="http://www.youtube.com/watch?v=p1SCR72rLj8">qui</a>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/pop-polar-canio-loguercio/">Pop Polar &#8211; Canio Loguercio</a></p>


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		<title>La frontiera dei diritti e il diritto della frontiera</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 06:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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		<description><![CDATA[a cura di Antonio Sparzani

Nei giorni 11-12 set- tembre 2009 Magi- stratura Democratica ha organizzato a Lampedusa un convegno dal titolo: LA FRONTIERA DEI DIRITTI IL DIRITTO DELLA FRONTIERA, il cui documento finale può essere scaricato da qui
.
Riporto qui alcuni stralci, virgolettati, di dichiarazioni di partecipanti al convegno, raccolti da Chiara Avesani e pubblicati su [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/la-frontiera-dei-diritti-e-il-diritto-della-frontiera/">La frontiera dei diritti e il diritto della frontiera</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di Antonio Sparzani<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/immigrati-lampedusa.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/immigrati-lampedusa-300x212.jpg" alt="immigrati-lampedusa" title="immigrati-lampedusa" width="300" height="212" class="alignleft size-medium wp-image-25848" /></a><br />
Nei giorni 11-12 set- tembre 2009 Magi- stratura Democratica ha organizzato a Lampedusa un <a href="http://magistraturademocratica.it/files/locandina.pdf">convegno</a> dal titolo: <em>LA FRONTIERA DEI DIRITTI IL DIRITTO DELLA FRONTIERA</em>, il cui documento finale può essere scaricato da <a href="http://magistraturademocratica.it/2009/08/24/la-frontiera-dei-diritti-lampedusa-11-e-12-settembre-2009">qui</a><br />
.<br />
Riporto qui alcuni stralci, virgolettati, di dichiarazioni di partecipanti al convegno, raccolti da Chiara Avesani e pubblicati su <em>Peace Reporter</em> n. 10, ottobre 2009.</p>
<p><strong>Armando Spataro</strong>, Procuratore aggiunto a Milano e membro dell&#8217;Anm:<br />
«L&#8217;ipotesi che gli immigrati respinti possono richiedere in Libia l&#8217;asilo politico è una forma di ipocrisia. In Libia c&#8217;è un regime che palesemente non rispetta i diritti civili ed internazionali. <span id="more-25847"></span>Lo ha detto anche Gheddafi, accanto a Berlusconi, che quelle persone non hanno diritto d&#8217;asilo. Quell&#8217;accordo con la Libia è un gravissimo errore, del governo Berlusconi, ma anche di quello presieduto da Giuliano Amato, che firmò l&#8217;accordo».<br />
«L&#8217;immigrazione clandestina porta terrorismo in Italia? È falso, nemmeno parzialmente vero, ma totalmente falso. I dati statistici mostrano che terroristi, cioè i condannati per associazione per finalità di terrorismo, nella quasi totalità vivevano nel nostro paese, non in clandestinità, ma regolarmente e con attività lavorative che si protraevano da parecchio tempo. È vero che i criminali e anche questo tipo di delinquenti entrano in Italia regolarmente con documenti falsi, con visti per turismo, non certo con carrette di cui si occupa la politica dei respingimenti. Il diritto alla sicurezza in Italia diventa la maschera di un vero e proprio razzismo, la giustificazione di una barbarie feroce. Il reato d&#8217;immigrazione clandestina è solo un brand, un marchio di fabbrica, perché non serve a nulla. Un marchio barbaro che si vuole ostentare e che fa si che l&#8217;Onu e l&#8217;Ue ci tengano sotto controllo».</p>
<p><strong>Luigi Ferrajoli</strong>, Professore di Filosofia del diritto:<br />
«Queste norme si trovano in contraddizione profonda con i principi della tradizione liberale. Entro questa tradizione, il diritto di emigrare è il più antico dei diritti naturali risalente a prima delle teorizzazioni di Hobbes e Locke».<br />
«Dopo cinque secoli di colonizzazioni e rapine non sono più gli europei a emigrare nei paesi poveri del mondo, ma sono al contrario le masse affamate di questi stessi paesi che premono alle nostre frontiere. Ma con questo rovesciamento si è prodotto anche un rovesciamento del diritto.»<br />
«La nuova normativa è indegna moralmente: chiede l&#8217;immunità delle nostre terre dall&#8217;immigrazione di altri».</p>
<p><strong>Guido Neppi Modona</strong>, ex vice presidente della Corte Costituzionale:<br />
«L&#8217;elenco dei diritti fondamentali e irrinunciabili che sarebbero assicurati anche agli immigrati irregolari diviene amara ironia se si pensa che, dopo le recenti leggi n. 38 e 94 del 2009, lo straniero illegale è destinato, quando non immediatamente espulso, a essere internato in quei gironi infernali che sono i Cie &#8211; centri di identificazione e di espulsione – per un periodo di sei mesi, rinnovabile anche più di una volta (sino a un massimo di diciotto mesi, alla stregua di una direttiva UE del 2008). In quei centri si sopravvive come bestie, privi anche di quella minima libertà di movimento che avevano i sospetti briganti, camorristi e mafiosi inviati al domicilio coatto nelle isole minori durante la seconda metà dell&#8217;800. L&#8217;unica via – aggiunge – è di capovolgere l&#8217;impianto dell&#8217;attuale disciplina giuridica dell&#8217;immigrazione, senza che questo significhi consentire libero ingresso anche a chi viene in Italia per svolgere attività criminose. I professionisti del crimine non arrivano in Italia sulle carrette del mare o nascosti nei Tir che provengono dai paesi dell&#8217;ex Unione Sovietica o del Medio Oriente: entrano in Italia muniti di &#8220;regolari&#8221; documenti falsi o con visti turistici, lungo percorsi e circuiti che nulla hanno a che vedere con quelli seguiti dalle vittime sfruttate dagli spietati trafficanti dell&#8217;immigrazione clandestina.»</p>
<p><strong>Fernanda Contri</strong>, già membro della Corte Costituzionale e del Csm, ha concluso i lavori affermando:<br />
«Il nostro impegno personale, qualunque lavoro svolgiamo, è quello di far cambiare questo modo di sentire e legiferare, senza rabbia, ma conservando tutta intera la capacità di indignazione di cui siamo capaci, con fermezza. Per non mollare bisognerà avere giudici coraggiosi, anche giudici costituzionali coraggiosi, che hanno proprio il sacro dovere di essere coraggiosi, ispirandosi all&#8217; Art. 2, il faro di tutta la Costituzione.»</p>
<p>[il quale articolo 2 suona così: art. 2. <em>La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale</em>.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/la-frontiera-dei-diritti-e-il-diritto-della-frontiera/">La frontiera dei diritti e il diritto della frontiera</a></p>


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		<title>Cinque brevi</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 09:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[emanuele kraushaar]]></category>
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		<description><![CDATA[di Emanuele Kraushaar
La palla
La cosa che più mi riusciva fare nella vita era la palla.
Mia moglie l’ho conquistata così. Attorcigliandomi su me stesso, con la testa attaccata al sedere e rotolandomi per la strada, veloce e senza sbavature.
Luminoso.
Ero così quando facevo la palla.
Mia moglie mi chiedeva sempre di fare la palla, quando stavamo in giardino [...]<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/04/cinque-brevi/">Cinque brevi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.emanuelek.it"><strong>Emanuele Kraushaar</strong></a></p>
<p><a href="null"><img alt="" src="http://img689.imageshack.us/img689/50/immagineperni.jpg" class="alignleft" width="200" height="200" /></a><strong>La palla</strong></p>
<p>La cosa che più mi riusciva fare nella vita era la palla.<br />
Mia moglie l’ho conquistata così. Attorcigliandomi su me stesso, con la testa attaccata al sedere e rotolandomi per la strada, veloce e senza sbavature.<br />
Luminoso.<br />
Ero così quando facevo la palla.<br />
Mia moglie mi chiedeva sempre di fare la palla, quando stavamo in giardino e giocavamo con la nostra cagnolina Lisistrata. <span id="more-25635"></span><br />
Come correva Lisi quando facevo la palla e rotolavo sull’erba! Anche quando pioveva mia moglie mi chiedeva di fare la palla.<br />
Una volta che eravamo alla casa al mare e c’era il temporale, mia moglie ha spento la tv di colpo, abbiamo preso Lisistrata e siamo andati sulla spiaggia.<br />
Io mi sono attorcigliato e ho incominciato a rotolare sul bagnasciuga. Mia moglie mi guardava e sembrava ci fosse il sole, anche se pioveva di brutto e c’erano i fulmini.<br />
Lisistrata tremava e non mi rincorreva e fissava il mare che per lei era un mostro nero.<br />
Io però continuavo a rotolare, perché sapevo che mia moglie era felice.<br />
Non capivo esattamente le sue sensazioni, ma io quando facevo la palla mi sentivo dio.<br />
Anche quando mia moglie si è messa ad urlare che Lisi stava male, io non mi sono fermato, perché sapevo che mi voleva lì, a rotolare sulla spiaggia all’infinito.</p>
<p><strong>Gene Hackman</strong></p>
<p>In televisione c’è un film con Gene Hackman. Fuori piove, non ho certezze per la settimana che viene, tutto fuori dalla finestra sembra nero e senza contorni. Apro una birra, prendo un pacchetto di pistacchi e mi butto sul letto.<br />
Gene Hackman fa l’avvocato, ha uno studio stupendo a Manhattan, ha un manipolo di segretarie, ha una moglie bellissima, ha una bella amante, ha un rivale che riesce a mettere all’angolo, ha una serie di persone che riesce a mettere all’angolo.<br />
Mette tutti all’angolo Gene Hackman in questo film. Anche io, immobile sul letto, pendo dalle sue labbra, dalle sue occhiate, dal suo incedere imponente negli uffici. Falcate veloci, sorrisi sfuggenti, bicchieri di whisky bevuti a metà, rapidità di linguaggio. Tutti all’angolo.<br />
Dice che guadagna molto, dice all’altro, al giovane, di aumentare la parcella, di farsi furbo. I soldi vanno e vengono, dice, o forse quello lo penso io.<br />
Tutto si sistema, questo afferma Gene Hackman, che rassicura tutti. E la sua energia sembra uscire fuori dallo schermo.<br />
Avrei bisogno di Gene Hackman accanto a me, che mi scuotesse le spalle e mi dicesse dove andare, cosa fare, perché “devi fare questo e questo, devi muoverti così, in questo modo, questo no, non farlo, qui sbagli, qui devi fare così, vai lì, non andare là”.<br />
Di colpo spengo la televisione, guardo dalla finestra.<br />
Fuori non ci sono i grattacieli, non ci sono gli studi degli avvocati, non ci sono nemmeno i barboni, che laggiù muoiono nella morsa del freddo.<br />
“Non c’è salvezza” penso e incomincio a tirare i gusci dei pistacchi contro il televisore. La birra si rovescia sul letto.<br />
Quando il buio scomparirà e sarà di nuovo mattina, fuori dalla finestra vedrò la solita luce rimbalzare sui vecchietti incollati alle panchine, sui gatti che fissano il vuoto e sul niente che mi circonda ad ogni respiro.</p>
<p><strong>Tutto o quasi</strong></p>
<p>Sono giorni che sono tappato in casa a studiare un testo sacro che mi è stato consigliato dal mio nuovo amico Raniero.<br />
Lui dice di aver capito tutto o quasi. Riguardo a tutto o quasi. Credo abbia detto proprio una cosa del genere. Ma non ricordo bene, perché sono passati molti giorni. Comunque non è facile andare avanti. A volte spengo la luce di colpo, chiudo gli occhi e mi sento scomparire nel buio.<br />
Ieri mi è sembrato di sentire la voce di Raniero che diceva: “Cerca di trovare la spina dorsale del libro”.<br />
Non so se sia il caso di fermarsi e mollare.<br />
Ma forse è da quando ho iniziato a studiare questo libro immenso che ho mollato tutto e mi sono fermato.<br />
A volte mi scordo di mangiare, di dormire, perdo quasi la cognizione del tempo e del mio corpo.<br />
Telefono a Raniero per chiedergli un consiglio.<br />
“È in settimana bianca con gli amici” mi dice la moglie con la voce tremante. Ma poi in lontananza sento dire: “Ti ho detto mille volte di staccare il telefono”.<br />
Allora attacco e decido di andare da lui.<br />
Quando apro la porta del mio studio, vedo mia moglie con la cornetta in mano, rannicchiata in un angolo, che mi fissa spaventata. </p>
<p><strong>Puntini neri</strong></p>
<p>Da qualche anno sono fissato con la pulizia. Vivo in una casa molto piccola, bianca e con una sola finestra che dà sulla strada. Ci sono una sedia, un divano, un letto, una cucina microscopica, un telefono che non uso mai, perché non ho nessuno da chiamare e nessuno mi chiama.<br />
Ho una televisione che sta sempre accesa, ma l’audio è rotto e immagino dialoghi che non esistono.<br />
Quello che mi interessa è che sia tutto pulito, che il bianco delle piastrelle risplenda e che io veda una mia ombra d’immagine quando cammino.<br />
Da un paio di giorni, sul pavimento sono comparsi dei puntini neri, che non riesco a mandare via. Sono al limite dell’invisibile e ho il sospetto che siano un’allucinazione.<br />
In televisione c’è una donna molto anziana che parla e tante persone che ascoltano.<br />
Nella mia testa dice: “Tutto deve essere pulito, tutto deve essere bianco e anche quei puntini neri devono essere eliminati”.<br />
La sua voce è sgradevole e le sue parole arrivano come comandi.<br />
So che è solo dentro di me e che se l’audio del televisore funzionasse, dalla sua bocca uscirebbero altre cose. Ma di questo, in effetti, non sono sicuro.<br />
Come non sono sicuro che quei puntini neri esistano veramente.<br />
E mentre cerco di toglierli con le unghie, mi sento morire, quasi strozzato dal bianco soffocante delle pareti.</p>
<p><strong>Dove siamo</strong></p>
<p>Milly dice che ha da fare.<br />
Per questo chiamo Anselmo, ma Anselmo non risponde.<br />
Figurati se risponde la domenica, penso. E sbatto il telefono.<br />
Poi chiamo Corrado Svenni. La madre dice che non c’è.<br />
“Se ne è andato di casa. Ieri. È successo ieri”.<br />
Mi dice così la madre di Corrado e, dopo che chiedo il perché, attacca.<br />
C’è un gran sole e vorrei tanto uscire, ma da solo non metto mai il naso fuori casa.<br />
Potrei chiamare anche il tipo che si maschera da scoiattolo, quello che si diverte a morsicare le turiste per via del Corso.<br />
Però non mi va di andare al Tridente. Vorrei farmi un giro dalle parti di Santa Croce in Gerusalemme e nascondermi in qualche chiesetta buia a pregare o a pensare.<br />
Poi d’impulso rifaccio il numero di Corrado Svenni.<br />
“È da Simone Rubecchi” mi dice la madre.<br />
“Non è scappato di casa?” chiedo.<br />
“Stai scherzando?” così lei.<br />
In quel momento mi accorgo che sono io Simone Rubecchi, che Corrado Svenni è di là e che c’è anche Anselmo. Sono tutti nella sala di casa mia e il sole sta scappando dalla città.<br />
Capisco che quando entro come un palombaro in me stesso, in quel momento le persone e i pensieri si mischiano veloci nella mia testa ed io perdo il senso di me e degli altri e sento che tutti siamo anche un qualcosa di diverso, che spesso non siamo dove siamo, non parliamo la voce che abbiamo, non capiamo quello che facciamo o lo capiamo profondamente meglio.<br />
Questo penso, mentre appoggio la testa sulla mano sinistra, sperduto dentro me stesso, nell’angolo buio di una chiesa. E le macchine fuori non posso vederle, ma sono una lunga scia di luce quasi infinita.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/04/cinque-brevi/">Cinque brevi</a></p>


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		<title>CALPESTARE L’OBLIO</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 09:56:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[CALPESTARE L&#8217;OBLIO
Antologia a cura di Davide Nota
Trenta poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana
Con una introduzione dello storico Luigi-Alberto Sanchi
Per leggere i testi:
http://www.lagru.org/index.php?option=com_content&#38;task=view&#38;id=103
Questo &#232; un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:CALPESTARE L&#8217;OBLIO


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<p>Antologia a cura di Davide Nota</p>
<p>Trenta poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana</p>
<p>Con una introduzione dello storico Luigi-Alberto Sanchi</p>
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