<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 03 May 2026 04:23:11 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>La corsa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/04/la-corsa/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/04/la-corsa/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119495</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Gallo</strong> <br />
La telefonata arrivò mentre il tempo gli scorreva tra le dita. Video brevi, uno dopo l’altro: guerra, una risata registrata, un corpo che si muoveva per qualcuno che non era lì. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Gallo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-119591 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1024x555.jpg" alt="" width="746" height="404" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1024x555.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-300x163.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-768x416.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1536x833.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-2048x1111.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-774x420.jpg 774w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-150x81.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-696x377.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1068x580.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1920x1041.jpg 1920w" sizes="(max-width: 746px) 100vw, 746px" /></p>
<p>La telefonata arrivò mentre il tempo gli scorreva tra le dita. Video brevi, uno dopo l’altro: guerra, una risata registrata, un corpo che si muoveva per qualcuno che non era lì. Non c’era ordine, solo continuità.<br />
Il numero dell’agenzia comparve sul più bello, quando il movimento di un culo si faceva promessa. Ma lo schermo si oscurò.<br />
Rimase un attimo col pollice sospeso. Poi rispose.</p>
<p>La ragazza dell’agenzia parlava in fretta, con l’entusiasmo di chi teme che una buona notizia cambi idea se la si trattiene troppo al telefono.</p>
<p>«C’è un signore molto interessato.»</p>
<p>L’uomo portò il telefono all’orecchio.</p>
<p>«Molto interessato quanto?»</p>
<p>«Molto interessato nel senso che oggi stesso sarebbe disposto a fare la visita. E se gli piace come gli sono piaciute le foto, anche una proposta.»</p>
<p>L’uomo guardò fuori dalla finestra. Il cielo sopra i tetti era basso e grigio.</p>
<p>Si era trasferito lì qualche mese prima, quando aveva capito che attraversare la città per andare al lavoro era una perdita di tempo.</p>
<p>«A che ora?»</p>
<p>«Riesce fra… quaranta minuti?»</p>
<p>«Sì,» disse. «Ce la dovrei fare.»</p>
<p>Aveva lasciato la casa pronta per le visite.<br />
Un tavolo, due sedie, una pianta. Il necessario per accennare una vita senza suggerire troppo.</p>
<p>«Benissimo. Il cliente preferisce fare la visita con il proprietario.»</p>
<p>«Lei quindi non viene?»</p>
<p>«Ho un’altra visita. E le ho detto, col proprietario. Non dimentichi le chiavi.» Infilò una mano in tasca. Le sentì.</p>
<p>«Mi raccomando, non faccia tardi. Mi ha dato l’impressione di essere uno serio.»</p>
<p>La ragazza puntava spesso sulla serietà. In tre mesi aveva visto passare nell’appartamento abbastanza persone da formare ormai una categoria precisa: le persone serie. Così serie da non buttare soldi in case.</p>
<p>Entravano con passo prudente, come se la casa fosse una creatura suscettibile.<br />
Guardavano le stanze. Le immaginavano piene. Aprivano i rubinetti, bussavano sui muri. Chiedevano della facciata, delle spese, del vicino del piano di sopra. Poi se ne andavano con un sorriso educato.</p>
<p>Si alzò. Prese il cappotto. Ritastò le chiavi nella tasca dei pantaloni e uscì.</p>
<p>Aveva piovuto fino a poco prima e il marciapiede luccicava. Alzò una mano.</p>
<p>Un taxi si fermò accanto a lui. Era un’auto scura, pulita, ma piuttosto vecchia. Salì e diede l’indirizzo.</p>
<p>«È dall’altra parte della città», disse il tassista.</p>
<p>Aveva una voce calma, neutra, una voce che non si lamentava: constatava.</p>
<p>«Ho un appuntamento. Dice che in mezz’ora ce la facciamo?»</p>
<p>«Ce la faremo.»</p>
<p>All’inizio il tragitto non ebbe nulla di strano. Le strade erano quelle di sempre: semafori, officine, il negozio di materassi, il bar con le sedie rovesciate sui tavolini, un autobus fermo in doppia fila. Se il traffico teneva, sarebbe arrivato con qualche minuto di anticipo.</p>
<p>Guardò il cellulare: due tacche di batteria. Lo rimise in tasca e si sistemò meglio sul sedile. L’abitacolo profumava di plastica tiepida e di un deodorante al pino tanto discreto da sembrare un cipresso.</p>
<p>Il tassista guidava bene. Non accelerava mai inutilmente. Non inchiodava. Non parlava.</p>
<p>A un certo punto, ebbe l’impressione che stessero facendo un percorso insolito.</p>
<p>«Scusi,» disse, sporgendosi appena. «È la più veloce?»</p>
<p>«È la più scorrevole.»</p>
<p>Guardò fuori. Non riconosceva nulla, ma questo di per sé non significava molto. Da quando aveva lasciato il suo quartiere, si accorgeva di quanto poco conoscesse la città oltre i tragitti abituali.</p>
<p>Passò altro tempo. Poi altro ancora. Le macchine diminuirono. Anche i palazzi si fecero più radi. Comparvero capannoni, un distributore abbandonato, prati spelati con pneumatici in fondo, un cavalcavia sopra un cavalcavia sopra un altro ancora.</p>
<p>«Ma… quanto manca?»</p>
<p>Il tassista sollevò appena gli occhi verso lo specchietto.</p>
<p>«Non molto.»</p>
<p>Guardò il tassametro. L’importo saliva con una rapidità irritante ma ancora compatibile con un disguido. Decise di non dire niente. Un uomo adulto non può agitarsi per una deviazione di dieci euro. Un uomo che sta per vendere casa deve mostrarsi all’altezza.</p>
<p>Passarono davanti a un cimitero. Le linee bianche si persero poco dopo lungo una serie di campi sportivi, oltre un quartiere di villette tutte uguali. Alla rotonda con la statua di una vela in cemento capì di non essere mai stato in quel posto.</p>
<p>«Mi scusi, ma questa non è la strada.»</p>
<p>«Dipende.»</p>
<p>«Da cosa?»</p>
<p>«Da dove bisogna arrivare.»</p>
<p>L’uomo sorrise, non perché avesse trovato la frase divertente ma per educazione, come si fa con gli estranei quando si teme di aver sentito male.</p>
<p>«Ma ha capito bene l’indirizzo?»</p>
<p>«Ci arriviamo. Non si preoccupi.»</p>
<p>«Quando?»</p>
<p>Il tassista non rispose subito. Girò a destra. Un sole basso entrò nel parabrezza e restò per qualche secondo sospeso nell’abitacolo, come un ospite che avesse pagato anche lui la sua corsa.</p>
<p>«In tempo per il suo appuntamento.»</p>
<p>L’uomo avvertì una stanchezza precisa, la stanchezza delle cose cominciate male. Decise di non farne un problema. Avrebbe aspettato ancora dieci minuti, poi avrebbe chiesto di fermarsi e sarebbe sceso.</p>
<p>Dieci minuti dopo costeggiavano un canale lattiginoso lungo il quale crescevano alberi senza foglie. Le sponde erano coperte di una brina sottile.</p>
<p>Si raddrizzò.</p>
<p>«Ma un’ora fa non era ottobre?»</p>
<p>Il tassista non sembrò sorpreso dalla domanda.</p>
<p>«Era una stagione di passaggio.»</p>
<p>Nei campi c’erano strisce bianche. Non pioggia, non nebbia: neve vecchia, compatta. Un uomo con una pala camminava sul bordo della strada. Per un attimo gli sembrò di conoscerlo. Si voltò di scatto, ma il taxi l’aveva già dimenticato.</p>
<p>«Fermi un momento.»</p>
<p>«Qui?»</p>
<p>«Sì, qui.»</p>
<p>«Non conviene.»</p>
<p>«Perché non conviene?»</p>
<p>Il tassista esitò un istante.</p>
<p>«Non è ancora il punto giusto.»</p>
<p>Sentì montare un fastidio più pulito della paura. Si sporse fra i sedili.</p>
<p>«Guardi, io ho un appuntamento. Lei mi sta portando in giro da non so quanto. Si fermi.»</p>
<p>Il tassista accostò. Il motore restò acceso.</p>
<p>Fuori c’era una distesa bianca e piatta. Non un edificio, non un cartello, non un’edicola, non un essere umano. Solo il respiro del riscaldamento e un tergicristallo che, senza bisogno, strisciò sul vetro.</p>
<p>«Benissimo,» disse il tassista. «Se desidera scendere, possiamo finirla qui.»</p>
<p>L’uomo guardò fuori. Il vento trascinava aghi di ghiaccio rasoterra.</p>
<p>«Dove siamo?»</p>
<p>«A metà.»</p>
<p>«A metà di cosa?»</p>
<p>«Del tragitto.»</p>
<p>«Non ha senso.»</p>
<p>«È la strada.»</p>
<p>Ebbe l’impressione che, se avesse aperto la portiera, il paesaggio lo avrebbe assorbito senza restituirlo a niente di riconoscibile. Non aprì.</p>
<p>«Andiamo,» disse.</p>
<p>«Come preferisce.»</p>
<p>Dopo l’inverno venne una primavera torbida. Non avrebbe saputo dire quanto tempo dopo. Lungo la strada comparvero campi gialli, biciclette appoggiate a recinzioni, ragazzi in maniche corte. A un certo punto l’uomo pensò di aver dormito. Si svegliò con il collo piegato e la certezza di essersi perso qualcosa di importante.</p>
<p>«Possiamo fermarci a mangiare?» chiese.</p>
<p>«Si può.»</p>
<p>Non si fermarono.</p>
<p>Il tassista, però, allungò una mano verso il sedile accanto al cambio e gli porse una brioche.</p>
<p>«Non la voglio.»</p>
<p>«Come crede.»</p>
<p>Passò un’ora, o un mese, e l’uomo la mangiò. Aveva un sapore di tempo e zucchero.</p>
<p>Il paesaggio mutava senza transizioni. Un pomeriggio primaverile diventava pioggia d’estate. I boschi diventavano cantieri. I cantieri centri commerciali. Gli stessi cartelloni tornavano con pubblicità diverse, come se il tempo mutasse la pelle lasciando intatto lo scheletro.</p>
<p>Controllò il viso nello specchietto. Gli sembrava uguale, poi più stanco, poi uguale di nuovo. Una mattina notò un filo grigio che non ricordava.</p>
<p>«Da quanto stiamo viaggiando?» chiese.</p>
<p>«Abbastanza.»</p>
<p>«Quante ore?»</p>
<p>«Non saprei.»</p>
<p>«Lei non guarda il tempo?»</p>
<p>«Ho il tassametro.»</p>
<p>L’uomo cercò di mettere ordine nei pensieri. Aveva messo in vendita l’unica cosa di valore che possedeva, un valore diventato scomodo.</p>
<p>Ripercorse le stanze, una per una. Ingresso stretto, soggiorno con la finestra larga e il radiatore che ticchettava, la cucina dove d’estate si moriva, il bagno con la piastrella crepata dietro al bidet, la camera che al mattino prendeva luce da est.</p>
<p>«Lei l’ha mai vista, la mia casa?» chiese all’improvviso.</p>
<p>Il tassista sterzò a sinistra.</p>
<p>«Quale casa?»</p>
<p>«La mia. Quella dove stiamo andando.»</p>
<p>«Potrebbe chiamarla ancora sua?»</p>
<p>Sentì un colpo allo stomaco. «Finché non la vendo, sì.»</p>
<p>«Certo,» disse il tassista. «Finché non la vende.»</p>
<p>Attraversarono una zona di colline. Su una di queste c’era un condominio identico al suo: stessa facciata ingiallita, stessi balconi chiusi a veranda, stesse tende azzurre. Per un istante ebbe la certezza che il suo appartamento fosse lì, al terzo piano, e che se avesse suonato si sarebbe aperto lui stesso, qualche stagione più giovane, con una tazzina di caffè in mano.</p>
<p>«Si fermi.»</p>
<p>Il tassista rallentò.</p>
<p>«È quello?»</p>
<p>«Vuole che sia quello?»</p>
<p>Guardò meglio. Al balcone del terzo piano era steso un lenzuolo con stampati dei limoni enormi. Lui non aveva mai posseduto un lenzuolo del genere.</p>
<p>«No,» disse. «Non è quello.»</p>
<p>Il taxi riprese la sua corsa.</p>
<p>Una sera &#8211; la chiamò sera per via della luce arancione, ma avrebbe potuto benissimo essere un’alba di settembre o il riflesso di un incendio lontano &#8211; cominciò a parlare da solo, per non lasciare al motore del taxi l’unica compagnia possibile. Elencò a bassa voce gli oggetti rimasti nell’appartamento: la pianta, le due sedie, gli asciugamani, il tavolo. Poi ripassò i pregi dell’immobile, come se dovesse ancora illustrarli a un cliente: posizione strategica, doppia esposizione, spese contenute, vicinanza ai servizi, soffitti alti, stabile tranquillo. A “stabile tranquillo” rise. Rise abbastanza da tossire.</p>
<p>«Vuole un po’ d’acqua?» chiese il tassista.</p>
<p>«No. Ha già piovuto abbastanza.»</p>
<p>Accadde anche che fuori, sopra un qualche marciapiede, comparisse sua madre. Non intera: prima il cappotto color cammello che portava l’inverno in cui si ruppe il femore; poi, più avanti, il modo in cui inclinava il capo davanti alle vetrine. L’uomo non disse nulla. Era cambiato abbastanza da non essere più nemmeno suo figlio.</p>
<p>Una mattina di un mese qualunque, il tassista disse:</p>
<p>«Ci siamo quasi.»</p>
<p>L’uomo non reagì. Lo aveva già sentito due o tre volte, forse di più.</p>
<p>Fuori comparvero strade sempre più note. La panetteria all’angolo con la saracinesca rigata, il tabaccaio, la cancellata verde della scuola, il platano storto che sollevava i sampietrini con le radici.</p>
<p>Si sporse in avanti. «Questo lo riconosco.»</p>
<p>«Immagino di sì.»</p>
<p>Il cuore cominciò a battergli forte.</p>
<p>Anche il negozio di ferramenta dove aveva rifatto le chiavi. Il fruttivendolo che teneva le cassette delle arance così in fuori che se eri distratto ci andavi contro. E il bar dove, il giorno del rogito dei suoi genitori, avevano festeggiato con un prosecco e un succo all’albicocca.</p>
<p>Il taxi rallentò. Svoltò nella sua via. E davanti al portone, si fermò.</p>
<p>L’uomo rimase qualche secondo fermo.</p>
<p>Il condominio era lì. Il citofono con i nomi storti. La cornice annerita dell’ingresso. Il vaso di orchidee finte nell’androne. Al terzo piano, dietro la finestra del soggiorno, gli sembrò di vedere il riflesso del cielo sulla parete vuota.</p>
<p>Si toccò la tasca per sentire le chiavi. Non si erano mosse da lì.</p>
<p>«Sì… Siamo arrivati. Quanto le devo?»</p>
<p>Il tassista spense il motore.</p>
<p>Poi girò il tassametro verso di lui. L’uomo guardò la cifra. La lesse una volta.</p>
<p>Poi una seconda.</p>
<p>Poi avvicinò il viso come se il problema fosse la vista.</p>
<p>Ma quello era il prezzo da pagare. Non arrotondato. Non approssimato. Esattamente quello. Fino agli ultimi tre nove che l’agente immobiliare gli aveva suggerito per ragioni psicologiche e che ora gli si ribaltavano addosso come una maledizione.</p>
<p>Sentì un vuoto nelle gambe. «C’è un errore.»</p>
<p>«È stata una corsa lunga.»</p>
<p>Guardò il portone. Poi di nuovo il tassametro. Poi l’uomo davanti a lui. Studiò per la prima volta con attenzione il suo volto: sui cinquanta, forse meno, con un viso ordinario, pulito, senza alcun tratto memorabile se non l’indifferenza. Le mani sul volante erano asciutte, curate. Lo guardava con la calma di chi si presenta a un appuntamento dopo essere arrivato in anticipo.</p>
<p>«Nessuno può pagare una cifra simile per una corsa in taxi.» Ridacchiò. «Chi è lei, il Diavolo?»</p>
<p>Allora rise anche l’uomo davanti. «Possibile che non l’abbia capito?»</p>
<p>Si fermò. E capì. Il cliente. Lo pensò con la fatalità con cui si sarebbe scritto il nuovo cognome sul citofono del terzo piano a sinistra.</p>
<p>Un colpo di fiato. «Questo non ha nessun senso.»</p>
<p>«Al contrario. Ci serviva quella cifra.»</p>
<p>«A lei! Ma io che ci guadagno?»</p>
<p>«Lei ha avuto la sua corsa.»</p>
<p>«È assurdo.»</p>
<p>L’uomo davanti si girò a guardarlo. «Lei aveva un immobile di cui voleva liberarsi e io un mezzo. Lei ha chiamato e io sono venuto.»</p>
<p>La cifra non si muoveva più. Era arrivata dov’era necessario arrivasse.</p>
<p>«Lei mi ha truffato.»</p>
<p>«Non direi. La corsa è stata reale.»</p>
<p>Guardò fuori. Dietro quel portone c’erano trentadue anni di vita compressi in settanta metri quadri: le domeniche di febbre, la muffa nell’angolo nord, il primo stipendio contato sul tavolo della cucina, il padre seduto vicino alla finestra con le scarpe ancora ai piedi, la donna che una notte di agosto gli aveva detto che non sarebbe rimasta, il soffitto osservato per ore quando il sonno non arrivava, il silenzio dopo i temporali, la piastrella rotta, l’alone del quadro all’ingresso, l’odore del detersivo nelle mattine d’inverno.</p>
<p>«Lei non può comprarsi una casa così,» disse.</p>
<p>«Perché no?»</p>
<p>«Perché non si comprano le case con una corsa in taxi.»</p>
<p>«Molti le comprano con molto meno.»</p>
<p>Strinse le chiavi nel pugno fino a farsi male. «E adesso dovrei semplicemente darle le chiavi?»</p>
<p>«Se preferisce possiamo salire insieme. Controllo lo stato dell’immobile.»</p>
<p>La frase lo colpì più di tutto il resto. Non la truffa, non l’assurdo, non la cifra. Quel tono professionale, quasi notarile. Era questa la cosa più intollerabile.</p>
<p>Guardò ancora quella cifra. Esatta. Guardò il portone.</p>
<p>Dal balcone del primo piano una donna scosse una tovaglia a fiori. Le briciole caddero nel vuoto e si dispersero nell’aria. Qualche briciola cadde sul parabrezza.</p>
<p>«Lei cosa ci farà?»</p>
<p>«Ci abiterò.»</p>
<p>«Tutto qui?»</p>
<p>«Non basta?»</p>
<p>Non seppe rispondere. Era la risposta più terribile. Non speculazione, non vendetta, non truffa. Solo abitare. Entrare, sistemare le proprie cose, aprire le finestre, mettere una tazza in un pensile, dormire dove lui aveva dormito, guardare la stessa luce arrivare sul pavimento.</p>
<p>Il cliente tese una mano aperta, discreta, verso le chiavi.</p>
<p>Avrebbe potuto scappare. Attraversare la strada, infilarsi nel bar all’angolo, chiamare qualcuno, gridare. Ma raccontare cosa? Di aver preso un taxi troppo a lungo? Che il tempo era scivolato troppo in fretta? Che il taxi non era solo un mezzo ma anche il fine?</p>
<p>Aprì il pugno.</p>
<p>Le chiavi gli lasciarono nel palmo un segno rosso.</p>
<p>Le posò sulla mano del cliente, che le prese senza avidità, come si ritira un documento atteso o un testimone alla fine di una corsa.</p>
<p>«Grazie,» disse.</p>
<p>«E io?»</p>
<p>L’uomo infilò le chiavi nella tasca interna della giacca e il tassametro tornò lentamente a zero.</p>
<p>«Se vuole,» disse al passeggero, «posso riaccompagnarla a casa.»</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/04/la-corsa/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;etica comunicativa delle élite da Kant a Donald Trump</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/03/letica-comunicativa-delle-elite-da-kant-a-donald-trump/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/03/letica-comunicativa-delle-elite-da-kant-a-donald-trump/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=120120</guid>

					<description><![CDATA[di <b>Omar Bellicini</b> <br />
Quando Kant, nel 1784, risponde alla domanda «Che cos’è l’Illuminismo?», la definizione a cui si affida è: «L’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che deve a se stesso»]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-120121" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/images-1-300x284.jpeg" alt="" width="300" height="284" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/images-1-300x284.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/images-1-150x142.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/images-1.jpeg 356w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di<strong> Omar Bellicini</strong></p>
<p>Quando Kant, nel 1784, risponde alla domanda «Che cos’è l’Illuminismo?», la definizione a cui si affida è: «L’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che deve a se stesso». Una minorità non provocata da difetti d’intelligenza o carenze di cultura, come penserebbe – forse – un erudito mondano, bensì di coraggio. Sapere aude, scrive il filosofo: osa conoscere. Un invito che condensa l’ethos di quella stagione intellettuale, presentando l’Illuminismo come volontà di sottoporre autorità, tradizioni e presunte «realtà di fatto» al vaglio del ragionamento; cioè, dell’argomentazione. Un altro tedesco, Jürgen Habermas, avrebbe completato la riflessione circa due secoli dopo, focalizzandosi sul metodo: la razionalità – ammonisce – è il prodotto di una conversazione a più voci; non una conquista meramente individuale (v. Teoria dell’agire comunicativo, 1981).<br />
Al netto delle diverse sensibilità per l’interazione con l’altro, per oltre duecento anni la capacità di argomentare è stata la fonte di legittimazione di ogni discorso, culturale e politico, e ha costituito perciò una qualità ineludibile delle classi dirigenti. Non importa che le soluzioni individuate fossero tra loro divergenti o persino inconciliabili: dalle teorie reazionarie di De Maistre alla sovversione mazziniana, dalle «leggi economiche» liberali allo storicismo marxista, il comune denominatore era l’ambizione di fondarsi su criteri razionali; la pretesa di appellarsi a verità – rivelate, scientifiche o appunto storiche – capaci di giustificare le rispettive visioni. La politica, in breve, si concepiva come interpretazione coerente del mondo; e non solo la politica: perfino il culto – per abitudine antica, ma con rinnovata energia – cercava nei «buoni argomenti» un veicolo di diffusione e una garanzia di reputazione.<br />
Così nel passato, anche recente. La fotografia dell’oggi, però, restituisce un paesaggio diverso. Il discorso pubblico si compone di stimoli emotivi, slogan, contrapposizioni elementari. Le leadership contemporanee – in genere – non si propongono più come attuatrici di modelli di pensiero: reagiscono agli avvenimenti, orientandoli solo di rimbalzo. La psicologia sociale, del resto, ha dimostrato ormai da decenni come i meccanismi di conferma del pregiudizio e l’euristica dell’affetto – fenomeno per cui il benessere emotivo influenza le scelte ben più della razionalità – determinino le propensioni collettive in misura più efficace della ponderazione. La sociologia dei media, poi, ha evidenziato il consolidarsi, nell’accesso all’informazione, di comunità omogenee, in cui le convinzioni preesistenti si sclerotizzano: sono le cosiddette «camere dell’eco», divenute d’attualità soprattutto con l’avvento dei social.<br />
In questo contesto, l’argomentazione perde terreno rispetto alla sollecitazione. Non si domanda al cittadino di comprendere, ma al consumatore politico di accogliere. Per comprendere la portata della frattura occorre tornare alle ragioni storiche dell’Illuminismo. Esso nasce in un’Europa lacerata da conflitti dinastici, in un continente che ha sperimentato per più di un secolo il prezzo dell’assolutismo e dell’intolleranza religiosa. L’appello alla ragione, allora, può essere letto come strategia di pacificazione: si intende sottrarre il potere all’arbitrio, si cerca di fondare l’azione di governo su principi valutabili. La convinzione è che l’uso politico dell’intelletto possa migliorare fattivamente le condizioni di vita. La scienza diventa quindi un modello, non solo per l’indagine dei fenomeni naturali ma anche per l’organizzazione del dibattito. Da quel momento in poi, la politica – anche quando si traveste da mito o da fede, come nel caso delle ideologie novecentesche – si sente in obbligo di spiegare se stessa. L’avversario, persino il nemico, è anzitutto «qualcuno che sbaglia».<br />
Nel XXI secolo, questa tensione verso la ricerca del vero sembra però attenuarsi. Il termine «post-verità» – selezionato dagli Oxford Dictionaries come parola dell’anno, nel 2016, in concomitanza con la prima elezione di Donald Trump – è entrato nel lessico comune per indicare una fase in cui le narrazioni contano più dei fatti: una questione che non riguarda soltanto la proliferazione di notizie false, favorita dai nuovi media, quanto la diffusa indifferenza nel distinguere tra il vero, il verosimile e addirittura l’inverosimile. Dal «Pizzagate» – teoria del complotto secondo la quale esponenti dei Democratici statunitensi avrebbero gestito un traffico di minori in una pizzeria di Washington – ai «350 milioni di sterline a settimana» prelevati dall’Unione Europea – slogan della campagna in favore della Brexit – fino ai dati distorti su migrazioni e vaccini, la smentita non produce più scandalo. Il politico non teme di essere colto in contraddizione: confida nella volatilità dell’attenzione.<br />
Le premesse di questo disinteresse sono profonde. La secolarizzazione ha eroso l’idea di una verità ultima, che trascenda le opinioni. Concezioni novecentesche, come il post-strutturalismo di Foucault e Derrida, hanno messo in discussione la possibilità stessa di un accesso neutrale al reale, insistendo sul carattere artificiale dei discorsi: se tutto è linguaggio, se ogni affermazione va situata in un contesto, la differenza tra interpretazione e manipolazione tende ad assottigliarsi; è solo questione d’intenzioni. Insomma: la critica alle grandi narrazioni, nata per liberare, ha finito per disperdere il senso, aprendo la porta a nuove contraffazioni.<br />
A queste trasformazioni si sommano, inoltre, cause tecniche. La crisi dei media tradizionali ha indebolito i dispositivi di verifica che per decenni avevano filtrato le informazioni: le redazioni ridotte, la precarizzazione del lavoro giornalistico e la competizione per l’attenzione comprimono il tempo da dedicare all’analisi delle fonti. Le piattaforme digitali, dal canto loro, offrono un ambiente in cui notizie effettive e pure invenzioni condividono la forma grafica, lo stesso ambiente di circolazione. Non c’è diversità di rango tra una ricerca scientifica e un’opinione improvvisata. Marshall McLuhan aveva intuito, già nei primi anni ’60 – nel pieno del trionfo della televisione –, che il mezzo di comunicazione non è un semplice canale di trasmissione, ma un contenitore che modella il contenuto; e, se il medium continua a essere «il messaggio», nel contesto dei social ciò si traduce nella radicale equivalenza tra i contenuti che si susseguono nei feed. I social network, infatti, si propongono come apparentemente antigerarchici: evitano quella dichiarazione implicita di valore che, sui giornali, viene data dall’organizzazione di pagina. Il contenitore non guida più l’interpretazione. Il lettore scorre, reagisce, condivide. Il tempo lungo della riflessione cede al flusso veloce dell’impressione.<br />
In questo scenario, il potere avverte sempre meno la necessità di giustificare se stesso. La legittimazione non passa più attraverso l’argomentazione, ma attraverso la capacità di interpretare umori diffusi e occupare spazio mediatico. Sono venuti meno i tre pilastri che sorreggevano l’etica dei Lumi: l’apprezzamento per il dibattito ragionato, l’ammirazione per il metodo scientifico, come paradigma di rigore, e la fiducia nell’avvenire, sostituita da una pulsione distruttiva nei confronti del presente. La competenza diventa sospetta, l’ottimismo fatuo – o come si usa dire «buonista». L’apoteosi di tale tendenza è rappresentata da Donald Trump, il cui stile combina infantilismo psicologico — uso sistematico dell’insulto, semplificazione estrema, personalizzazione del conflitto — e avventurismo politico-economico. Il comune denominatore è l’ostilità alle regole: normative, di opportunità, finanche linguistiche. La trasgressione è prova di autenticità.<br />
D’altra parte, non solo la politica ma anche la produzione artistica sembra aver rinunciato a proposte programmatiche, manifesti, visioni coerenti: la domanda orienta, l’opera si adegua al gusto anziché sfidarlo. È il postmodernismo descritto da Fredric Jameson, in opposizione al modernismo delle avanguardie novecentesche, che si percepivano come avamposti di trasformazione (v. Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, 1989). Oggi, prevale una pluralità senza centro; talvolta brillante, ma raramente sorretta da un’idea di progresso o di verità. Se l’età dei Lumi aveva insegnato a dubitare dell’autorità, la nostra epoca sembra dubitare della possibilità stessa di fondare qualcosa.<br />
Dire «fine dell’Illuminismo», ad ogni modo, non significa auspicare un ritorno ai dogmi o alle gerarchie incontestabili. Significa riconoscere che l’imperativo categorico di esporre le proprie ragioni non è più un presupposto condiviso. Resta da chiedersi se sia possibile riattivare quel coraggio sollecitato da Kant; non come nostalgica rievocazione, ma come esigenza presente. Perché, senza l’ambizione di distinguere il vero dal falso, il potere non ha bisogno di spiegarsi; e una società che non chiede spiegazioni al potere rinuncia, in fondo, a un approccio adulto; e alla libertà di scelta che contraddistingue gli adulti.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/03/letica-comunicativa-delle-elite-da-kant-a-donald-trump/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’ultimo pensiero prima dei sogni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/lultimo-pensiero-prima-dei-sogni/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/lultimo-pensiero-prima-dei-sogni/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 05:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=120251</guid>

					<description><![CDATA[<em>Nazione Indiana</em> ha accompagnato la nascita e il debutto di <em>Ogni cosa fuori posto</em>, primo romanzo di <strong>Andrea Accardi</strong>, dal cui lago immobile affiorano traumi, fantasmi e desideri sommersi. A pochi giorni dall'ultima presentazione palermitana, il 14 maggio, tre domande di <strong>Noemi de Lisi</strong>, per riattraversarne le geometrie dell'inquietudine. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>Tre domande ad Andrea Accardi su </b><i><b>Ogni cosa fuori posto</b></i></p>
<p>di <strong>Noemi De Lisi</strong></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;La scena è questa”</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/12/15/da-ogni-cosa-fuori-posto/" target="_blank" rel="noopener"><i>Ogni cosa fuori posto </i></a>(Edizioni Industria &amp; Letteratura, 2024) è l’esordio narrativo di Andrea Accardi, già poeta e prosatore. La storia è ambientata in una indefinita cittadina del Nord. Un luogo avvolto nella nebbia in cui vi sono pochi punti di riferimento chiari per non smarrirsi: un lago, un castello, una scuola. Un perfetto scenario alla “Twin Peaks” in cui la stasi e la noia vengono presto smosse da una serie di eventi molto strani, apparentemente scollegati fra di loro. Il ritmo della prosa è ipnotico e poetico (ma incredibilmente iperrealistico), una nenia funebre che attraversa le pagine, e accompagna i personaggi mentre si muovono dentro una doppia planimetria, quella visibile e quella ribaltata dell’invisibile.<br />
Infatti, il romanzo di Accardi procede per ritorni, per immagini che si depositano e riemergono; e non è detto che tutto ciò che affiori sia in carne e ossa. Ad esempio, nel film <i>Lo zio Boonmee che ricorda le sue vite passate</i> (Apichatpong Weerasethakul, 2010), i morti e i vivi condividono lo stesso spazio, siedono alla stessa tavola: chi è morto si è soltanto “smarrito” e dopo aver vagato a lungo, finalmente torna a casa, ma come fosse un estraneo.<br />
Nel romanzo, l’acqua ritorna in forme diverse: il lago della cittadina, la vasca dei ranocchi, l’acqua stagnante nel “ventre della balena” (p. 33) dell’ascensore, l’uomo terrorizzato da un bicchiere d’acqua…. Diversi specchi d’acqua, quindi, (attenzione alla parola <i>specchi</i>), che riflettono la superficie e contemporaneamente nascondono il fondo (più è torbida l’acqua e migliore sarà la difesa). In entrambi i casi, comunque, sembra proprio che “l’acqua non è quello che sembra”. Non a caso, è proprio la vasca dei ranocchi che Claudio “dimentica” di segnare sulla sua personale mappa, a diventare il luogo gravitazionale in cui l’orrore affiora (“come un fiore giapponese” p. 109). Come se l’acqua fosse il punto cieco della planimetria razionale, la parte che non può essere ridotta a delle semplici coordinate. Mi viene in mente il film <i>A Pool Without Water</i> (Koji Wakamatsu, 1982) dove le piscine si trasformano in luoghi ambigui e desideranti, dove la perversione dell’uomo può risultare perfino romantica (gli specchi d’acqua sono come gli specchi del luna park).</p>
<p><strong>1) Per prima cosa, quindi, ti vorrei chiedere se l’elemento acquatico in <i>Ogni cosa fuori posto</i> è una metafora dell’inconscio, oppure è qualcosa di più concreto e fisico, una materia che corrode e altera la realtà? E soprattutto: perché l’acqua, nel tuo romanzo, sembra sempre sul punto di restituire ciò che si voleva tenere sommerso?</strong></p>
<p>Direi che il significato metaforico, che senz’altro c’è, subentra però in un secondo momento. Invece ormai so che la mia scrittura ha bisogno di emanare dai luoghi, e anche in questo romanzo l’azione ha preso la forma dello spazio, e in particolare quello di due cittadine reali, poco distanti fra loro, che ho qui cucito insieme fino a farne una: Lonato del Garda e Desenzano del Garda. Per un intero anno scolastico (2015/16) ho insegnato nella prima, dove ho anche inizialmente abitato e da cui il lago si avvista dall’alto, per poi trasferirmi a Desenzano, che invece si trova proprio sulla sponda meridionale del Garda. Per me che vengo da un’isola, già quello mi sembrava avere a che fare con un equivoco letterario: un lago così grande da sembrare il mare, ma che mare non è; le anatre al posto dei gabbiani; gli altri piccoli comuni da raggiungere in battello come fossero isolotti, mentre dietro comincia l’autostrada (tutte cose fuori posto, appunto, che avevo già provato a indicare in una vecchia poesia intitolata <i>Gardaland</i>…). Soprattutto, se penso a quei mesi ricordo quanto è stato importante per la scrittura di questo libro il ricordo trepido e tetro, la traccia emotiva di quei luoghi dove ho camminato a lungo, sentendomi spesso estraneo e solo, simile in effetti ai personaggi che racconto. Quello stato puerile e avventuroso, pieno di oscurità ma anche di rivelazioni improvvise, è rimasto a lungo in me come una radiazione di fondo. Ce lo avevo ben presente mentre scrivevo e torna a esserlo ogni volta che mi rileggo, come un senso di esposizione e di mistero che nasceva anche dalla novità dei luoghi, conosciuti peraltro nella sospensione dei mesi più freddi (un intero capitolo, intitolato proprio “Il lago”, è tutto centrato su quell’atmosfera fuori stagione, che diventa più in assoluto rappresentativa di un rapporto sfalsato con il tempo). Poi è chiaro che l’elemento acquatico, come tu dici, adempie non solo una funzione strutturale (la scena di idrofobia iniziale in qualche misura anticipa la violenza finale), ma anche simbolica: “il lago fa un brusio continuo e nascosto come di un problema che prima o dopo andrà risolto in qualche modo”, e invece del tutto non si risolve e il lago sembra restare lì a ricordarlo.</p>
<p><strong>2) Per quanto riguarda il “portare a galla”, com’è nato <i>Ogni cosa fuori posto</i>? In che momento hai capito che non stavi più scrivendo una nuova raccolta di poesie, ad esempio, o di prose poetiche, ma un organismo narrativo con una propria planimetria, visibile e invisibile?</strong></p>
<p>Tra la fine del 2020 e l’inizio del 2022 avevo portato a termine quello che credevo già essere un breve romanzo, ma che in realtà si presentava come una successione di quadri poco collegati fra di loro, fatta eccezione per il personaggio di un <i>estraneo </i>che faceva capolino di quando in quando, portandosi dietro uno strascico di… esplosioni (volevo insomma che coincidesse con improvvisi e indicibili traumi del reale) (<i>Intorno all’Estraneo </i> era il titolo iniziale, e un personaggio similare, ma senza esplosioni e con ben altro peso narrativo, si è poi riproposto dentro il romanzo, ma incarnando in entrambi i casi un più generale sentimento di estraneità che coinvolge tutti). Nel primo scomparto l’estraneo se ne andava in giro in lungo e in largo per la nostra città, in pagine dunque autoescludentisi dall’ambientazione nordica e lacustre di <i>Ogni cosa fuori posto</i> (ma quel capitolo, ampliato, troverà presto spazio, come tu sai bene, in un volume collettivo di scritture su Palermo). Molte parti del libro a venire erano invece già incluse nei capitoli successivi, ad esempio per intero l’episodio iniziale del medico, con il cane idrofobo nascosto nella nebbia e la ricerca di notte dell’ambulatorio, con quel <i>pathos del </i>perdersi che mi sembra un’altra costante in tutto quello scrivo. La vicenda dello studente universitario che finisce dentro una casa piena di ratti in una città straniera (dove l’estraneità si reifica a maggior ragione nello stare all’estero, circondati da un’altra lingua), che nel romanzo sono gli unici due capitoli in cui va in deroga l’unità di luogo, è uno spunto narrativo che negli anni ho ripreso e plasmato più volte, già all’interno delle <em>Cartoline persiane</em>, una rubrichetta tra il serio e il faceto che mi ero concesso sul litblog Poetarum silva tra il 2013 e il 2015, e perfino tra le prose poetiche di <em>Nosferatu non esiste</em> (Arcipelago Itaca 2021), e infine appunto dentro quel blocco eterogeneo da cui ho recuperato tanto materiale. C’era già anche il capitolo sul condominio, con il suicidio della ragazza e il verso della tortora alla fine, ma costruito secondo una polifonia da un interno all’altro che arrivava alle soglie dell’illeggibilità. Pochi mesi dopo sono partito da quell’episodio (la ragazza suicida), che non era centrale nella prima stesura, rivoltando quello che avevo già scritto e fornendogli un vuoto su cui convergere (oltreché fissando uno spazio ridotto e ben definito, dove fare accadere la tempesta in un bicchiere), per ottenere una storia che davvero funzionasse. Aggiungo che è stato per me decisivo, a mo’ di interruttore inconscio, il cinema di David Lynch, e aver visto per la prima volta <em>Strade perdute</em>.</p>
<p><strong>3) Le figure femminili di <em>Ogni cosa fuori posto</em> sono davvero poche, e quasi tutte legate a un’assenza inevitabile (proprio come in un’altra tua opera cfr., <em>Frattura composta di un luogo – Frattura composta di un nome</em>). Il femminile, quindi, sembra funzionare esclusivamente come una sorta di soglia tra l’<em>Heimat</em> e il <em>Fremde</em>; o come una proiezione delle emozioni maschili: desiderio, angoscia per l’abbandono, nostalgia. L’unico modo di veicolare le emozioni dei personaggi maschili è attraverso il femminile e il paesaggio? Parlami delle scelte consce e inconsce che hai operato riguardo i personaggi femminili e se ti cimenteresti mai in futuro in un romanzo con unA protagonistA.</strong></p>
<p>Il dittico delle <em>Fratture</em> (Ladolfi editore 2019 e 2020, poi riunite nel 2022) rappresenta in effetti l’anticipazione in frammenti di quello che sarebbe diventato l’altro libro, e in quel caso era stata la serie &#8220;Twin Peaks&#8221; ad agitare un immaginario che mi portavo già dentro, risalente al mio soggiorno da studente Erasmus in una cittadina belga (anche lì un luogo piccolo dove ci si perde comunque, e ancora un trauma legato al femminile, stavolta una sparizione). Va da sé che il vortice emotivo di Laura Palmer e del suo tema musicale me li sono trascinati anche in <em>Ogni cosa fuori posto</em>, tanto più che ho visto per la prima volta &#8220;Twin Peaks&#8221; proprio nei mesi in cui abitavo a Desenzano, in una casa piena di specchi (e in quel periodo traducevo insieme a un’amica e poi commentavo i monologhi della Signora Ceppo, per un’altra rubrica nata su Poetarum per l’occasione, <em>Ciò che disse il legno</em>). Direi che è un romanzo scritto dal punto di vista maschile, ma che i veri protagonisti sono i personaggi femminili, nel senso che mettono loro in moto gli affetti tra i quali ondeggiano violentemente i vari Davide, Claudio, ma anche Lorenzo, il fratellino di Roberta, o Marco, il ragazzo all’estero. L’escursione sentimentale del libro passa così continuamente dallo struggimento per qualcosa di irrimediabilmente perduto (l’abisso su cui si affacciano Lorenzo e Marco, che hanno perso entrambi una sorella) all’angoscia per cose che non si conoscono e non si capiscono (le domande tremanti che Davide rivolge a Marta all’inizio della storia), e io stesso percepisco come questa complessità si agganci a qualcosa per me di doloroso e irrinunciabile. In futuro mi piacerebbe in effetti tirar fuori il femminile dalla custodia di mistero dove l’ho finora narrativamente relegato. Pensavo alle vicende di una coppia, sullo sfondo però di grandi fatti storici traumatici degli anni zero, capaci di modificare anche le passioni private (pensavo insomma di aprire il piccolo dei luoghi al grande e al grandissimo della Storia, ma pur sempre dai luoghi avrò bisogno di partire).</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/lultimo-pensiero-prima-dei-sogni/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>She is the Weaker</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/she-is-the-weaker/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/she-is-the-weaker/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119498</guid>

					<description><![CDATA[di <b>Nawaal al-Saadawi</b> <br />(traduzione di <b>Simona Kaldas</b>)<br />Solo il dito medio della mano destra. Nessun altro dito. Il mignolo era più lungo del dovuto, il pollice più tozzo. L’unghia del dito...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-119499" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/images.jpg" alt="" width="183" height="275" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/images.jpg 183w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/images-150x225.jpg 150w" sizes="(max-width: 183px) 100vw, 183px" /></p>
<p>di <strong>Nawaal al-Saadawi</strong></p>
<p>(traduzione di Simona Kaldas)</p>
<p>Solo il dito medio della mano destra. Nessun altro dito. Il mignolo era più lungo del dovuto, il pollice più tozzo. L’unghia del dito indice era morta; non era più cresciuta dopo essere stata schiacciata da una zappa. E l’unghia era importante, forse più importante del dito stesso, perché sarebbe stata l’unghia ad aprire la via. Aveva implorato sua madre di usare qualcos’altro, qualcosa di più duro, come la punta di una canna di bambù. Ma sua madre l’aveva punzecchiato sulla spalla con le sue dita forti e lui era rotolato al suolo, incapace di sputare ma solo di leccare il terreno con la lingua mentre guardava gli ampi piedi della madre che avanzavano fermamente, il suo imponente corpo muscoloso che scuoteva il suolo, le sue lunghe dita indurite intorno alla zappa che la sollevavano come se fosse una pannocchia secca, riportandola giù a terra per aprirla in due come un cocomero. Forte come un toro. Sulla testa portava carichi più pesanti di un asino. Lavorava vasche di impasto, spazzava, cucinava, zappava, aveva portato figli in grembo e li aveva partoriti, eppure non si era mai stancata o stufata. Tuttavia, nonostante fosse sua madre, colei che l’aveva generato dalla sua carne e dal cui sangue lui aveva bevuto, si era tenuta la forza per sé. Da lei non aveva preso niente se non bruttezza e debolezza. Il violento bisogno di aggrapparsi a sua madre, di mettere la sua testa sul suo seno e di inalare il suo odore non era amore. Voleva fondersi con lei una volta ancora, così che lei potesse partorirlo di nuovo con muscoli più forti. Voleva inalare un po’ di forza dal suo respiro. Quando la baciava, non voleva davvero baciarla ma morderla e mangiare la sua carne muscolosa un pezzo dopo l’altro. Ma non poteva farlo. Tutto ciò che poteva fare era nascondere la testa sulle sue cosce e odiarla. A volte piangeva, a volte scappava. Una volta era sgattaiolato via dal campo a fine giornata e, con l’orlo della galabiya tra i denti, aveva corso fino ad arrivare in un posto sconosciuto. L’oscurità l’aveva circondato su tutti i lati e, sentendo l’ululato di un lupo, aveva girato sui tacchi ed era corso di nuovo verso casa. Una volta aveva rubato una moneta da 5 piastre dalla borsa di sua madre e aveva preso il treno per arrivare in un paesino di cui non conosceva il nome. Aveva iniziato a girovagare per strada fin quando il suo stomaco aveva brontolato e le piante dei piedi avevano iniziato a bruciare. Così aveva comprato un biglietto ed era tornato al suo villaggio. Un’altra volta aveva rubato un pezzo da 10 piastre ed era andato segretamente dal barbiere-chirurgo. Gli si era parato davanti, ansimante.- Parla, ragazzino. Che vuoi? Aveva provato a staccare la sua lingua asciutta dal palato, le mani nascoste nella sua galabiya. &#8211; Le mie dita&#8230; &#8211; Cos’hanno che non va? &#8211; Non tengono la zappa come quelle di mia madre. L’uomo l’aveva colpito sulla spalla &#8211; Vergognati, ragazzino. Vai a farti fare mezzo chilo di carne da tua madre e diventerai forte come un cavallo. Aveva pianto sulle ampie cosce di sua madre finché non gli aveva comprato un pezzo di carne che poi aveva divorato. Aveva bevuto e ruttato, una piacevole sensazione di calore che gli scorreva tra le dita. Le aveva contratte e allungate, piegate e allargate, felice del suo nuovo potere. Ma sentendosi le palpebre pesanti, aveva chiuso gli occhi ed era caduto in un sonno profondo. Quando si era svegliato, due giorni dopo, era corso fuori sentendo che i resti della carne erano scivolati via dal suo corpo, insieme al suo nuovo potere. Ci doveva essere una soluzione. Nella sua testa aveva un cervello funzionante. Era l’uomo più sveglio del villaggio. Leggeva loro il giornale, scriveva le loro lettere, risolveva i loro problemi, recitava il sermone del venerdì quando l’Imam non c’era. Ma il suo cervello e la sua intelligenza non l’avrebbero giustificato. Per loro, essere un vero uomo significava avere un corpo forte anche avendo la mente di un mulo. Il suo cervello funzionava ma i suoi muscoli erano deboli. Il tempo passava. Il fatidico giorno si avvicinava e nessuno dei suoi tentativi si rivelava di qualche utilità. Chiudeva a chiave la porta della sala sul retro e si allenava. Contraeva le dita, le piegava e le allargava e le scrocchiava. Si allenava ogni notte. A volte le sue dita si contraevano in un pugno, altre volte si contorcevano e si afflosciavano&#8230; Il giorno arrivò. Aveva guardato sua madre spolverare e pulire il salone prima dell’alba e impilare panchine di legno davanti la casa. Aveva finto di essere addormentato o morto, ma sua madre gli aveva punzecchiato la spalla con quelle sue dita e lui era scattato in piedi. Gruppi di persone avevano iniziato a riversarsi nel cortile della casa; uomini che portavano bastoni, che giocavano e ballavano, donne con tuniche di colori vivaci, che cantavano e ululavano, lanciandogli cose che gli pizzicavano la nuca. Era inchiodato al terreno da un paio di nuove babbucce di pelle gialle che gli irritavano i piedi. Intorno al suo collo una nuova kuffiya, che strattonava con dita doloranti e con la quale si sarebbe strangolato se solo i suoi muscoli non fossero stati molli come un impasto. Le sue gambe non si muovevano, venivano spinte da dietro, la sinistra, la destra, facendolo oscillare come se stesse danzando con dei ballerini e barcollando finché non si era ritrovato sull’uscio del salone. Sollevando la testa, aveva visto davanti a sé una cosa curiosa, una cosa coperta a metà da un grande scialle rosso, l’altra metà due gambe nude, al fianco di ogni gamba una donna che l’afferrava con braccia robuste dalle quali sporgevano vene spesse. Era rimasto in piedi sull’uscio, gli occhi accecati, la bocca che tentava di aprirsi per urlare. Ma niente veniva fuori dalle sue labbra se non un rivolo di saliva che scorreva, tiepida e fluida, dall’angolo della sua bocca, come la coda di un serpente inoffensivo… Aveva sentito dita forti come quelle di sua madre spingerlo verso il basso dalla spalla. Si era sentito quasi sollevato, con il sedere sul terreno pulito e umido. Era rimasto seduto, gli occhi chiusi, semicosciente. Ma un altro colpo sulla spalla l’aveva portato ad aprire gli occhi per ritrovarsi faccia a faccia con le gambe divaricate. Aveva distolto lo sguardo e con la coda dell’occhio aveva notato una folla di uomini e donne riuniti nel cortile dietro di lui. No, non avrebbe fornito loro uno scandalo. Non era stupido. Era l’uomo più sveglio del villaggio&#8230; leggeva loro il giornale e scriveva le loro lettere, recitava il sermone quando l’Imam non c’era. Doveva uscirne a testa alta, come tutti gli uomini del villaggio, anche lo sciocco ragazzo che balbettava e sbavava&#8230; Allungò le dita della mano destra e le portò in direzione delle gambe. Ma il suo braccio tremava, scuotendo violentemente il dito che si afflosciò come la coda di un cucciolo morto&#8230; Non si fermò. Ci riprovò e si sforzò. Il sudore scivolava copioso tra le rughe del suo viso e arrivava alla bocca; lo leccò con la lingua, gettando uno sguardo furtivo alle due donne che sedevano vicino a lui. Ognuna teneva stretta una gamba, il viso voltato verso il muro, troppo gentili per guardare una scena simile, o indifferenti a un qualcosa di visto e rivisto, o rifiutando di essere ispettrici della virilità di un uomo durante la cerimonia del suo matrimonio, o imbarazzate o apprensive, o qualcosa. L’importante era che non lo vedessero. Cautamente, portò gli occhi verso la porta per trovare una sezione della folla in piedi che guardava. Con la coda dell’occhio aveva notato il vecchio, il padre della sposa, in piedi sulla porta, gli occhi ansiosi e spaventati che guizzavano dalla porta alle facce delle persone. Si strofinò le dita con sicurezza. Nessuno sapeva la verità. Le due donne non avevano visto niente a parte il muro e il vero interessato era assorto nel pensiero del suo onore&#8230; Nessuno sapeva la verità&#8230; tranne lei. Lei? Chi? Non la conosceva, non l’aveva mai vista, non aveva mai visto il suo viso né i suoi occhi né un singolo capello della sua testa. La vedeva in quel momento per la prima volta e non vedeva una sposa, non vedeva una persona, vedeva solo un grande scialle rosso dal cui bordo spuntavano due gambe spalancate come quelle di una mucca paralizzata. Ma eccola lì di fronte a lui, che esponeva la sua impotenza. Stava lì come una trappola per la sua debolezza e il suo fallimento e la odiava tanto quanto odiava sua madre. Avrebbe voluto farla a pezzi con i suoi denti o gettarle addosso dell’acido per bruciarla. L’odio gli aveva conferito ingegno e orgoglio. Sputò a terra con scontento e strinse le labbra con disprezzo. Si predispose, si alzò lentamente dal suo posto e si girò verso la porta, la testa alta, il fazzoletto abbassato. Si avvicinò al vecchio con falcate lente e sicure, gli lanciò uno sguardo di superiorità, poi gli gettò il fazzoletto in faccia. Era pulito come prima, immacolato come prima. Non una goccia di sangue rosso l’aveva macchiato. Gli occhi del padre della sposa si abbassarono per l’onta. Le sue spalle si accartocciarono finché la sua testa non raggiunse il suo petto. Gli uomini lo circondarono da tutti i lati per confortarlo, poi si voltarono verso la porta del salone, in attesa&#8230; La sposa apparve sull’uscio, sotto lo scialle rosso il piccolo capo penzolante per l’avvilimento, con sguardi brucianti e accusatori lanciati da tutti i lati.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/she-is-the-weaker/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Splendore nel bosco</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/splendore-nel-bosco/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/splendore-nel-bosco/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[chef nel bosco]]></category>
		<category><![CDATA[Ivan Fantini]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo Mastromauro]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Vernaglione Berardi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119566</guid>

					<description><![CDATA[di <strong> Paolo Vernaglione Berardi</strong> <br /> Ivan Fantini, chef sopraffino, vive insieme alla compagna Paola Bianchi in una casa nel bosco, senza luce, acqua, gas e senza denaro.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Paolo Vernaglione Berardi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-119567" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Screenshot-2026-03-27-at-21-05-02-anonimo-fra-gli-anonimi-–-Cronache-Ribelli-251x300.png" alt="" width="251" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Screenshot-2026-03-27-at-21-05-02-anonimo-fra-gli-anonimi-–-Cronache-Ribelli-251x300.png 251w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Screenshot-2026-03-27-at-21-05-02-anonimo-fra-gli-anonimi-–-Cronache-Ribelli-352x420.png 352w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Screenshot-2026-03-27-at-21-05-02-anonimo-fra-gli-anonimi-–-Cronache-Ribelli-150x179.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Screenshot-2026-03-27-at-21-05-02-anonimo-fra-gli-anonimi-–-Cronache-Ribelli-300x358.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Screenshot-2026-03-27-at-21-05-02-anonimo-fra-gli-anonimi-–-Cronache-Ribelli.png 367w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" /></p>
<p>Ivan Fantini, chef sopraffino, vive insieme alla compagna Paola Bianchi in una casa nel bosco, senza luce, acqua, gas e senza denaro. Ma, a differenza della rivendicazione naturista-reazionaria della famiglia catturata nel sovranismo strapaesano e ignorante, da tempo ha fatto esodo dalla farsa oscena del potere.</p>
<p>Il baratto e il recupero di legna e cibo, la danza di Paola, coreografa da sogno, sono “il lusso della povertà” come dice Ivan nella intensa intervista con Leonardo Mastromauro, in <em>anonimo fra gli anonimi</em> (Cronache Ribelli, collana “archeologia del presente”, pp. 48, 8 €.).</p>
<p>La libertà, per loro, non è vivere nell’isolamento programmato, permeabile ad ogni cattura del discorso della civiltà, ma è la forma di vita indisciplinata che segue gli orari del giorno e la sequenza delle stagioni e del lavoro degli ingredienti con cui “fanno politica”. Il che significa che, da molto tempo, Paola e Ivan non mangiano, non bevono, non leggono, non ascoltano e non vestono con ciò che desiderano, ma con ciò che viene loro da altre persone.</p>
<p>Tutto comincia da una depressione. Anni fa, con l’idea di abbandonare tutto, l’anonimo comincia a disboscare un bosco con pendenza al 38% per farlo diventare un orto per la sopravvivenza alimentare.</p>
<p>Con tre casse di mele trovate sul ciglio di una strada comincia a fare marmellate con la pectina naturale generata da bucce e semi e con la macerazione notturna con zucchero di barbabietola.</p>
<p>Nel <em>boscost’orto</em> , che è anzitutto un luogo di ascolto, si arriva con qualcosa e si porta via qualcos’altro, dopo enormi discussioni di ore intorno al tavolo. A sette anni Ivan inizia a cucinare a casa ciambelle, tagliatelle, piade, lasagne e cannelloni; si iscrive all’alberghiero e viene assunto in un ristorante della riviera romagnola, mentre suona in un gruppo punk. Agli inizi degli anni novanta entra in un circolo ARCI, si licenzia dai due ristoranti in cui lavorava, prepara crepes e concerti nello spazio-locanda annesso e, tra teatro, danza, cene, digos, polizia e banche, scopre, nelle parole di un giornalista penetrato in quegli oscuri luoghi culinari, di essere il più abile cuoco del circondario. Seguono controlli e l’inevitabile chiusura del locale. Chiamato in diversi festival teatrali e nelle house gallery a Roma, apre una mostra di Kounellis e al Macro realizza installazioni fruibili con il cibo. Alla Biennale Teatro ne realizza una imponente per l’impagabile “Societas Raffaello Sanzio”, gruppo di sperimentazione teatrale anni ottanta di rara potenza creativa.</p>
<p>Nei primi anni duemila Ivan Fantini e Paola Bianchi vivono e lavorano in un mulino ristrutturato del ‘300. Un successo, ma con le leggi sui controlli di qualità haaccp, arrivano le multe, i debiti e l’osteria chiude. Ivan si ammala e inizia a scrivere. Da allora, come sa chi scrive davvero, la vita si trasforma e tutte le parole che si mettono su carta devono essere efficaci. Per fortuna, un amico, proprietario di una casa editrice in fallimento, lo pubblica in 300 copie e 100 le vende la sera stessa ai contadini.</p>
<p>Fantini è autore intelligente, rabbioso e colto, che ha realizzato una forma di scrittura che impiega residui biografici in saporose salse in cui esplode l’infanzia. Poichè si scrive per urgenza e non per blaterare di editoria e fare l’apoteosi di se stessi, Ivan smette e rifiuta di partecipare a festival ed eventi in cui si ciancia di recupero, che viene messo nelle mani di chef dai nomi altisonanti, con cene da 130 euro a persona. É una questione di come stare al mondo con il tuo nemico, dice.</p>
<p>Stare tra gli alberi, estirpare edere, formare giacigli, creare un luogo accogliente per nessuno, non fà “stare nel buio”. Si continua a seminare cose che non produrranno nulla, tranne che un convivio per animali selvatici. Si tratta di quel quotidiano lavoro improduttivo che ha molto a che fare con lo scrivere che, se è davvero tale, consiste in una pratica vitale, un pò come quello che Foucault chiamava ‘giornalismo filosofico’. Per questa ragione ci vuole coraggio a smettere di essere cittadino per essere ultimo, per essere nel mondo ma non “del” mondo. “Ma quando ci riesci scopri che hai vinto”.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/splendore-nel-bosco/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 05:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alienazione]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[attività letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro salariato]]></category>
		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
		<category><![CDATA[organizzazione del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119265</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia</em></p>
<p>Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (<strong>Cornelius Castoriadis</strong>, <em>L’institution imaginaire de la société</em>, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che <em>non </em>è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.</p>
<p>Vorrei però tentare una ridefinizione di questi termini. Vorrei accostarmi il più possibile alla mia concreta esperienza di lavoratore salariato. A quell’esperienza, che manifesta una crescita del dolore, ed eventualmente della collera.</p>
<p>Prendiamo questo caso. Un lavoratore svolge il suo compito in modo apprezzabile. <strong>È sfruttato</strong>: ossia il valore immaginario che si attribuisce alla sua forza-lavoro è ragionevolmente basso, rispetto ai valori immaginari associati ad altri tipi di forza-lavoro. Questa scarsa valorizzazione, ovviamente, dipende dalle esigenze proprie al datore di lavoro di realizzare profitti e arricchirsi. Va bene. Il lavoratore <strong>è anche alienato</strong>: le finalità globali della sua attività lavorativa specifica gli sfuggono: dipendono dall’istituzione o dall’azienda per cui lavora. D’accordo. L’individuo storico che sono sa che deve accettare questa condizione negativa, dal momento che non è nato in una società socialista e democratica pienamente e coerentemente sviluppata. So che sono nato in una società capitalistica.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120227 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1024x576.jpg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-2048x1152.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1920x1080.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Jennifer, Michael, Mariangela, Gilles. Le Moulin, 15/7/2014.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Comunque sia svolgo il mio lavoro – nel caso specifico insegnante per enti pubblici o privati – e il mio lavoro è apprezzato, da colleghi, superiori, studenti. “Apprezzato” significa che, negli anni, nessuno si è lamentato, nessuno ha trovato da ridire, nessuno ha individuato pecche importanti sul piano professionale. Bene. Un compromesso è stato raggiunto. Io mi sorbisco il mio sfruttamento e la mia alienazione, il datore di lavoro utilizza le mie “capacità”, la mia forza-lavoro, e andiamo avanti così. Fuori dalla giornata lavorativa, io cercherò (eventualmente) in diversi modi di agire perché in una società futura sfruttamento e alienazione siano ridotti, combattuti, ecc.</p>
<p>Solo che al capitalismo, ossia al modo in cui è organizzato il lavoro nel nostro mondo, non sta bene che si vada avanti così. Che io faccia il mio lavoro in modo apprezzabile. Qualche mio superiore, qualche autorità più o meno remota, decide a un certo punto che bisogna sabotare, rimettere in discussione, rendere più difficile, stupido, frustrante quanto io stavo facendo.</p>
<p><strong>Il capitalismo non solo mi sfrutta e mi aliena, ma anche vuole impedirmi di fare bene, in modo apprezzabile, il mio lavoro.</strong> Quindi cambia le carte in tavola, modifica le regole, complica le cose, muta la gerarchia delle priorità, toglie senso.</p>
<p>Non solo. Io avevo un ruolo, una funzione, uno statuto. E per anni ho rispettato quel ruolo, ottenendo di svolgerlo in modo apprezzabile. Questo è stato un grave errore. Avrei dovuto spendere le mie energie per salire, per competere, per mutare posizione e ruolo, per guadagnare autorità sugli altri colleghi. Avrei dovuto mettere molta energia in questo, ma non solo per guadagnare un po’ di più, non solo per sete personale di potere o prestigio, ma perché solo in questo modo mi garantivo di non diventare l’anello debole della catena. <strong>Chi non sale sulla testa degli altri, ad un certo punto non è semplicemente l’ultimo, quello che guadagna di meno, quello che ha meno prestigio: è quello che si può eliminare, quello che si può licenziare, quello che è più facilmente sostituibile.</strong></p>
<p>Di fronte all’invadenza, alla prepotenza e all’idiozia dello stile capitalistico di organizzazione del lavoro, il lavoratore avverte di essere in una situazione totalmente asimmetrica: nonostante le norme ancora esistenti – e non già modificate, allentate, riformate, soppresse – che lo difendono, nei fatti il datore di lavoro ha uno strapotere nel momento in cui si andasse non dico allo scontro, ma alla semplice e più benevola negoziazione.</p>
<p>Se uno quindi non è sensibile al riscaldamento globale, alla limitazione dei diritti garantiti dalla costituzione, a ciò che avviene degli abitanti palestinesi della Cisgiordania, odia comunque il capitalismo, soffre per il capitalismo, per come esso progressivamente rende il suo lavoro più difficile, più idiota, più frustrante, inquinandogli una fetta importante della propria giornata.</p>
<p>(Parentesi: ci sono tipi diversi di anticapitalismo. L’anticapitalismo che vorrebbe ritornare al mondo feudale, ad esempio. Ho sentito un giornalista di estrema destra difendere la società feudale contro l’orrenda società capitalistica. Il mio anticapitalismo ha un modello che non si è realizzato che in rari momenti rivoluzionari nella storia. Grosso modo quelli in cui i lavoratori <em>autogestivano il loro lavoro, e più generalmente la produzione.</em> <strong>Una società non capitalista per me è quella dove chi lavora, e ha esperienza del proprio lavoro, dovrebbe decidere come organizzarlo e secondo quali finalità.</strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Perché leggere, scrivere, tradurre può essere per alcun* un’attività non remunerata</em></p>
<p>Qualcuno pensa davvero che scrivere una recensione, un pezzo di teoria letteraria, un intervento politico, una traduzione, un racconto, e pubblicarli senza essere retribuiti sul blog collettivo (sulla rivista online) di cui si è membri, sia un’operazione da crumiro, sia un sabotaggio della lotta sindacale dei cosiddetti lavoratori della cultura?</p>
<p>Non so se qualcuno ha mai pensato seriamente qualcosa di simile. Ma dietro una tale accusa caricaturale e assurda, si cela una questione vera. Perché si scrivono gratuitamente e si rendono pubbliche cose, che in certi ambiti giornalistici o istituzionali o editoriali, <em>potrebbero</em> essere pagate? Qui ovviamente tutto dipende dal <em>condizionale</em>, ossia dalle condizioni che prevedono una retribuzione per una certa attività “culturale”.</p>
<p>La mia risposta è semplice: nel lavoro salariato, come insegnante (nel mio caso), sono costretto ad accettare dei compromessi per vivere (per avere un’autonomia economica); nell’attività letteraria, come scrittore, <em>non</em> sono costretto ad accettare sempre un compromesso con chi valuta e decide il compenso economico di quanto da me realizzato. Posso dire di no. Posso mandare al diavolo. Posso fare di testa mia. Posso essere autonomo. <strong>Il non dipendere da un datore di lavoro (in ambito culturale e letterario) mi dà un’<em>autonomia decisiva</em> su questioni importanti: forma di quello che scrivo, tema di quello che scrivo, lunghezza di quello che scrivo, tempistica di quello che scrivo.</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120226 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1024x576.jpg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-2048x1152.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1920x1080.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Alessandra, Mariangela, Andrea, Michael, Marc, Jennifer, Gilles, Renata. Le Moulin, 15/7/2014.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Naturalmente, questa autonomia, concretamente, in un ambiente come quello letterario, può costruirsi solamente in banda, assieme ad altri scrittori e scrittrici che hanno le stesse esigenze, le stesse ossessioni, la stessa presunzione. Quindi io fin da subito sono stato attirato da tutti i progetti collettivi, tendenzialmente paritari, in cui era più facile garantire un’autonomia radicale a quanto si scriveva e pubblicava. Questi progetti collettivi erano a volte improbabili, a volte molto efficaci, e implicavano relazioni con editori indipendenti, librerie indipendenti, festival indipendenti, ma anche con realtà già affermate, magari istituzionali, ecc.</p>
<p>In questo modo, ad esempio, sono diventato membro di Nazione Indiana e ho continuato a esserlo per più di vent’anni. Un progetto collettivo, per cui svolgo dell’attività “culturale” gratuitamente, assieme ad altri scrittori e scrittrici, e che mi consente un massimo grado di autonomia (forma, tema, lunghezza, tempo) in quello che scrivo.</p>
<p>(Poiché io conseguo da anni questa pratica – attività gratuita in cambio di autonomia –, non ho eccessiva vergogna a proporre a persone che stimo contributi non pagati a Nazione Indiana. Inoltre, a essere sinceri, è abbastanza raro che io proponga dei contributi, e lo faccio con persone che sento davvero vicine, e che non avrebbero alcuna remora a dirmi di no. Nella maggior parte dei casi sono gli altri, persone che conosco o che non conosco, a propormi dei contributi, e io gliene sono ovviamente grato. E se c’è una cosa che il tempo della vita non mi permette di fare è leggere tutte le proposte che ricevo tramite la mail “indiana”. E ammiro gli o le indiane che ci riescono maggiormente.)</p>
<p>Va bene. Ho sbandierato questa mia grande sete di autonomia. Una tale sete, che mi fa preferire guadagnarmi soldi con il salario e un <em>lavoro non letterario</em>, per essere più libero, completamente libero, nell’<em>attività letteraria</em>. Da un lato, mi si potrebbe dire che questa condizione non ha nulla di eccezionale <em>in Italia</em>, perché campare, lavorando come scrittore, è dato a pochissime persone. E alcuni riescono a farlo solo per vie traverse (corsi di scrittura, ecc.). D’altra parte, essere un po’ pagati, riuscire a fare anche parizalmente della scrittura un lavoro, significa essere <em>seri</em>. Se ti pagano è perché te lo meriti (vendi o si presuma che, in quanto personaggio-autore, tu possa vendere); se non ti pagano è perché sei uno scrittore della domenica. In effetti, questo perseguimento dell’autonomia è rischioso. Assomiglia un po’ alla libertà del pazzo. Ma per chi scrivi? Le leggi del mercato – anche quello malandatissimo della letteratura (e del mondo culturale che le sta intorno) – saranno controverse fin che si vuole, ma almeno hanno un radicamento nella realtà, non nella mente di qualcuno, obnubilato da fantasmagorie espressive e chiuso in una stanza a scrivere.</p>
<p>Io, però, avendo stabilito un compromesso con la società in cui vivo, accettando un lavoro salariato non letterario, non ho mai pensato che la scrittura fosse per me un mestiere. <strong>La scrittura, inoltre, è sempre stata per me una zona di idiosincrasia forte. Una zona in cui non mi è mai stato granché chiaro quello che facessi, per chi lo facessi, e a quale scopo lo facessi. È in questo modo che sono arrivato alla poesia.</strong> Sì, lo ammetto, ero veramente poco preoccupato del “lettore”. Poco preoccupato del “messaggio”. Poco preoccupato di rispondere a un bisogno altrui, di proporre un servizio a una comunità ben definita. Naturalmente mi si potrà venire a spiegare (soprattutto con quella splendente risolutezza borghese) che non ho capito un bel niente di come funziona <em>realmente </em>il mondo editoriale-letterario. Il mondo dove libri vengono scritti e fabbricati, per poi essere venduti a lettori precisi, con esigenze precise. Nulla di questa precisione era mia, e dei miei amici e amiche poeti. Forse ho fatto parte di una strana setta. Sarà il privilegio-maledizione di chi fa le cose come la poesia o l’arte o il romanzo come arte. Pur essendo persone socievoli, persino rispettose del consesso sociale, ci teniamo a creare uno spazio di rarefazione, o di distanza, o di disturbo, rispetto alla mente collettiva che parla in noi. Non abbiamo nessuna pretesa di porci al di sopra o dl di fuori di quella mente collettiva, ma costruiamo cose nei suoi vuoti, apriamo dei vuoti e ci facciamo qualcosa, di cui per altro non crediamo di avere il completo controllo. È già questa a suo modo una inoperosità. Una modalità di disfare zone della mente collettiva, eredità della mente collettiva. Naturalmente sarebbe bello essere pagati, per fare questo. In certi paesi – non nel nostro – anche l’attività strana dei poeti, <em>stranamente sociale</em>, è considerata come un lavoro che vale la pena di remunerare. Io non ho proprio niente contro il fatto che si consideri l’attività idiosincratica della scrittura come un lavoro. Quando questo avviene, è perché la società in questione crede di aver capito cosa fare della “poesia” secreta dal poeta. Se la società lo crede, al poeta sta bene. In ogni caso, non è certo lui a decidere come e cosa verrà utilizzato socialmente della sua attività. Come autore, si può solo sperare che qualcosa venga usato.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120229 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1024x576.jpg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-2048x1152.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1920x1080.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Michael, Alessandra, Jennifer, Anne, Marc. Le Moulin, 15/7/2014.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In estrema sintesi. Dal canto mio, non è mai stato un problema essere uno scrittore intermittente. Uno scrittore senza mestiere, che scrive per lo più in un genere fantasma (la poesia) e in modalità esplorative e critiche, ossia tendenzialmente fuori dalle forme costituite. Certo, facendo le scelte che ho fatto in termini di scrittura, mi sono dovuto confrontare a una sorta di dubbio e incertezza cronica. Esisti oppure no, come autore? I tuoi libri esistono oppure no (anche se pubblicati)? I tuoi lettori esistono oppure no? Ma questi dilemmi sono ormai parte del mio percorso, anzi parte del percorso di parecchi compagni e compagne di strada. Non ci siamo scoraggiati, non ci siamo persuasi della nostra irrilevanza. Facciamo sul serio, senza poterci prendere sul serio (ma un premio Strega, nel sistema culturale di oggi, può davvero prendersi sul serio?).</p>
<p>Il vero problema, quello più urgente, è stato sempre – e lo è tutt’ora – assicurarsi un mestiere per campare. Compito tutt’altro che facile nella società capitalista dove non solo “crepino tutti i poeti improduttivi”, ma non dormano tranquilli neppure coloro che fanno bene il loro lavoro (pur malpagato, pur alienato).</p>
<p><strong>Faccio parte di quelli, e sono in tanti, che non possono mai dimenticare quanto il capitalismo è stronzo, ingiusto, demente, perché non ho mai archiviato il dossier sostentamento economico.</strong> Privilegi di classe o no, non posso dimenticarmi che sono sempre sotto il mirino. Che il monte ore d’insegnamento che mi è stato affidato può essere ridotto, che uno dei miei datori di lavoro può lasciarmi a casa, che uno sgomitatore folle può prendere il mio posto. (Certo dovrei fare mille precisazioni &#8211; lavoro nell&#8217;insegnamento privato, la mia scuola è stata comprata da un grande gruppo. Una volta avevo un capo, un avversario ben preciso; oggi ne ho una legione indifferenziata. Ma continuo a <em>generalizzare</em>, perché è il capitale a imporre <em>generalmente</em> idiozia e sofferenza sul lavoro, a prescindere dagli ambiti e dalle situazioni professionali.)<strong> Il capitale mi tiene costantemente sotto minaccia: quello che sai fare bene, anche se è socialmente importante, noi possiamo decidere che non vale niente, che non ti chiameremo e non ti pagheremo per farlo.</strong> L’attività letteraria non può fare nulla contro questa condizione, anzi mi rende più esposto, più sprovveduto. (Invece di tessere trame per conservare il mio posto e per prendere quello di un altro, “scrivo poesie” o “leggo poeti e poete”.) Ma scrivendo, traducendo, facendo lavoro di redazione, di commento, di lettura, ecc., io ignoro per un certo lasso di tempo la minaccia, vivo in una temporalità diversa, che non è quella della pura sopravvivenza, della difesa del proprio maledetto lavoro. <strong>Nel mondo immaginario del capitale, immagino un altro mondo.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Glossa</em></p>
<p>Autore, ti sei dimenticato il &#8220;che fare&#8221;! Il messaggio di speranza e di lotta! Non è vero, rispondo. Mostrare che si può costruire e difendere l&#8217;autonomia in un&#8217;attività per noi considerata importante, nonostante un prezzo da pagare, è già un messaggio di lotta e di speranza. La cultura neoliberista non solo non tollera, ma non comprende neppure il senso di un&#8217;autonomia che non sia ben inserita dentro un tessuto economico, e che non sia quindi <em>verificabile </em>sul piano del mercato. Naturalmente, questa mia prospettiva non vuole in alcun modo delegittimare compromessi accettabili che si <em>riescono</em> a realizzare anche nell&#8217;attività letteraria (accordi con testate giornalistiche, contratti con case editrici, ecc.). Infine, il che fare nei confronti del più generale conflitto lavoro-capitale, lo lascio formulare a chi ha maggiore esperienza e consapevolezza di lotte e strategie, in ambito lavorativo e politico.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120230 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Renata, Marc, Gilles, Anne, Mariangela. Le Moulin, 18/7/2014.</em></p>
<p>*</p>
<p>Ho voluto accompagnare questo testo con le foto di un&#8217;esperienza collettiva, di quelle che rendono &#8220;reale&#8221; l&#8217;<em>attività letteraria</em> non remunerata. Si tratta di un soggiorno a cui hanno partecipato dieci scrittori + un&#8217;artista visiva, soggiorno autoorganizzato e autofinanziato, dal 14 al 19 luglio del 2014 a Verberie, una località presso la foresta di Compiègne in Francia. Per una settimana, 5 autrici e autori francesi, 4 italiani e una statunitense, hanno discusso, letto, tradotto, scritto, cucinato, mangiato e vissuto assieme. Da questa attività è nato anche un &#8220;prodotto&#8221;, <a href="https://benwayseries.wordpress.com/2014/11/10/michael-batalla-alessandra-cava-jennifer-k-dick-laurent-grisel-mariangela-guatteri-andrea-inglese-anne-kawala-florence-manlik-renata-morresi-marc-perrin-gilles-weinzaepflen-le-moulin-14/">uno dei &#8220;Fogli&#8221; di Benway Series</a>, in edizione bilingue (per un progetto editoriale a cura di Mariangela Guatteri e di Giulio Marzaioli).</p>
<p>*</p>
<p>Della scrittura dentro e fuori il lavoro, di lavoro e basta, si è parlato anche <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/02/27/pagat%c9%99-per-scrivere/">qui</a> &amp; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/03/04/forma-lavoro-n1-nome-di-un-animale/">qui</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un appunto. A proposito di Ramstein</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/30/un-appunto-a-proposito-di-ramstein/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/30/un-appunto-a-proposito-di-ramstein/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 10:31:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Air Base di Ramstein]]></category>
		<category><![CDATA[anna chiarloni]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[guerra in iraq]]></category>
		<category><![CDATA[militarismo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia tedesca contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[volker braun]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=120214</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Volker Braun</strong> <br /> a cura di <strong>Anna Chiarloni</strong> <br /> Un intervento inedito in Italia dello scrittore Volker Braun sui nuovi orientamenti politici e militaristi della Germania attuale. "La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Volker Braun</strong></p>
<p>a cura di <strong>Anna Chiarloni</strong></p>
<p><em>[Volker Braun (Dresda 1939) è uno degli autori più rappresentativi della letteratura tedesca contemporanea. Orfano di padre caduto in guerra, si profila appena ventenne quale esponente della società letteraria della DDR: minatore e macchinista negli anni tra il liceo e gli studi di filosofia, collabora col Berliner Ensemble, il teatro di Bertolt Brecht. Debutta nel 1965 con la prima raccolta poetica,</em> Provokation für mich, <em>centrata &#8211; come in generale tutta l&#8217;opera, sia poetica che narrativa e teatrale &#8211; sull&#8217;analisi delle contraddizioni insite nella società tedesca, prima e dopo la caduta del Muro. Nel 2000 viene insignito del prestigioso “Büchner Preis”. Col suo ultimo testo,</em> Luf-Passion <em>(2022), Braun indaga i massacri perpetrati dal colonialismo tedesco al tempo di Bismarck, leggendovi un raccordo con l&#8217;attuale dilagare della violenza razzista nel mondo occidentale. A. C..]</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo.</p>
<p>Il Ministro della Difesa, si legge, “ha siglato un patto militare per l’Indopacifico”.<em> Deal</em>: ecco la ratio politica  di Trump. Un tempo si trattava di difendere un principio, adesso si fanno affari. In piena guerra – e con la guerra. Non è nostra questa guerra ma ci speculiamo sopra. Esportare armi risolleva il bilancio tedesco. La vacillante industria pesante cerca salvezza nel riarmo. Queste le ultime notizie.</p>
<p>Nella biblioteca di mio padre c’era uno smilzo volumetto, edizioni Kosmos: <em>Perché si muore</em>, Stuttgart 1914. Dentro c’è un nome, nero d’inchiostro: Johann Friedr. Braun &#8211; e io provavo un certo orgoglio leggendo la chiusa: “La ragione per cui oggi molti finiscono precocemente al cimitero dipende dal fatto che vivono in pessime abitazioni, mangiano male e sono ridotti a malconci schiavi del lavoro. Questi sono fattori molto più decisivi che non i batteri intestinali o un metabolismo carente. È lì che dovete guardare &#8211; e raddrizzar le cose!”.</p>
<p>Ma chi era questo Johann Friedr.? Ma certo, ora ricordo: è Fritz, e sarebbe stato mio zio&#8230; Quel libro se l’era preso proprio prima di partire per il fronte. Di guerra però l’autore, il Dr. Alexander Lipschitz di Zurigo, non parla. Fritz morì il 21. 4. 1918 presso Bailleul, appena diciottenne. Il libro se lo prese poi suo fratello Erich (che comprò pure il secondo volume della collana: <em>Come invecchiare</em>, 1936). Erich morì nella seconda Guerra mondiale, il 2 aprile 1945, a Ibbenbüren, aveva 40 anni. Noi cinque figli vedemmo Dresda bruciare.</p>
<p>Dalle vite mancate ai fatti compiuti. Sul suolo tedesco alloggia la Air Base di Ramstein. <em>Alloggia</em>, dico, grazie ai suoi comodi privilegi; e naturalmente sferraglia con gran fracasso.</p>
<p>Ottant&#8217;anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, di fronte al pericolo di una Terza Guerra Mondiale, il Cancelliere Schröder si batté per tenere la Germania fuori dalla guerra in Iraq. Una decisione essenziale data la situazione interna della Germania riunificata. Tuttavia fu da Ramstein che l’attacco venne sostenuto logisticamente e operativamente condotto. Sì – Ramstein costituì il cardine portante di quella spaventosa aggressione e fu dal cielo di Dresda che sfrecciarono gli squadroni di bombardieri verso l’Iraq. Ancora una volta la guerra muoveva dalla Germania. E così succede adesso con la guerra contro l’Iran. Dire che questa guerra non è la nostra, non ci mette a riparo. Al contrario, una guerra che muove dal suolo tedesco ci rende vulnerabili. Siamo di fatto un bersaglio militare primario e non sappiamo se ci aspetta la vecchiaia o la morte. Che Ramstein fosse territorio americano lo si subodorava; in realtà è una piaga purulenta in Germania. Il suo statuto speciale si è polverizzato, vanificato con questo ripetuto utilizzo in violazione del diritto internazionale. La Germania, se ha un minimo di buon senso, questa base deve chiuderla.</p>
<p>Solo uno Stato sovrano può essere uno Stato pacifico.</p>
<p>Lo scandalo sarà di breve durata; ben altri eserciti si sono già ritirati dalla Germania! Ecco il punto – e allora avanti! Era questa la parola d’ordine di Lipschitz: cambiare la situazione!</p>
<p>Quando decisi di non intervenire sull’ Alexanderplatz il 4 novembre 1989, in quanto rivendicare la libertà di parola e di stampa mi sembrava un approccio troppo limitato rispetto a una piena sovranità popolare, non immaginavo che quella manifestazione autorizzata avrebbe portato a un’auto-organizzazione delle forze democratiche. Quella fu un&#8217;autentica esperienza di libertà.</p>
<p>Se io ora mi limito a rendere noto che un problema di Stato è in attesa di soluzione, mentre si tratta di una rivendicazione più ampia, ossia del potere di una società sulle proprie decisioni fondamentali, lo faccio nella speranza che un atto di autodeterminazione, questo coraggio ‘spagnolo’, possa generare un nuovo sviluppo degli impulsi democratici. Un’ebbrezza liberatoria in questa nostra società apatica e spenta per porre fine alla stagnazione, all’impotenza e al suo declino.</p>
<p>Quando il nostro politico più esperto, il presidente Steinmeier, assieme al neocancelliere e al nostro sonnecchiante Parlamento, si gireranno tra le mani questo foglio, ci si chiederà: Quando entra in vigore? – e nell&#8217;aria già aleggia la famosa risposta: <em>Entra in vigore… a quanto ne so… immediatamente. Senza indugio.</em></p>
<p>Questa sarebbe forse la salvezza della Germania, o semplicemente una manifestazione di ragionevolezza: sarebbe il suo sorriso al mondo.</p>
<p>*</p>
<p><em>L&#8217;intervento qui tradotto per &#8220;Nazione Indiana&#8221; è stato pubblicato il 4 aprile 2026 dalla &#8220;Berliner Zeitung&#8221; e dalla &#8220;Ostdeutsche Zeitung&#8221;. Braun esordisce con la denuncia della conversione industriale in armi pesanti, promossa dal neo-Cancelliere Merz, per innescare poi un&#8217;intensa riflessione autobiografica sul lutto che attraverso le guerre del Novecento ha colpito la sua famiglia.</em></p>
<p><em>Muovendo lungo il solco della tradizione pacifista tedesca, il poeta chiede la chiusura della base aerea statunitense di Ramstein, istituita nel 1951 in funzione antisovietica e forte di 36.000 soldati americani tuttora di stanza in Germania. Si tratta della più grande base aerea statunitense in Europa e costituisce il centro logistico principale per le operazioni militari USA tra Europa e Medio Oriente. </em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/30/un-appunto-a-proposito-di-ramstein/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Stefano Bottero: «questo libro è un dalmata bianco»</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/30/stefano-bottero-questo-libro-e-un-dalmata-bianco/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/30/stefano-bottero-questo-libro-e-un-dalmata-bianco/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni volatili]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Bottero]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119340</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Stefano Bottero</strong> <br />

L’opera presuppone dal corpo una fuoriuscita. Non solo la spaccatura ma la spaccatura come varco - perdita di un corpo che cola. Emidio Clementi riprende John Cage e scrive «contenitori che perdono acqua noi siamo &#124; nuotiamo, e ogni tanto affoghiamo». «We swim, drowning now and then». Tutto questo consuma.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Stefano Bottero</strong>  <img loading="lazy" class="size-large wp-image-120187 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.22.53-1024x571.png" alt="" width="696" height="388" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.22.53-1024x571.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.22.53-300x167.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.22.53-768x428.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.22.53-753x420.png 753w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.22.53-150x84.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.22.53-696x388.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.22.53-1068x595.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.22.53.png 1374w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">«Jeannie says my symptoms are unusual as normally you would expect one</p>
<p style="text-align: right;">eye to go. They’ve never seen two eyes affected in the same way.»</p>
<p style="text-align: right;">Derek Jarman, luglio 1990</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Questo libro è un dalmata bianco che perde i suoi bambini».<strong> <em>[installazione] figure della perdita</em></strong> di <strong>Stefano Bottero </strong>è il nuovo titolo dei Cervi Volanti, collana di scritture poetiche che curo insieme a <strong>Giuditta Chiaraluce </strong>all’interno del progetto <strong>Edizioni Volatili</strong><em>.</em></p>
<p>«Libri come laboratori, primi confronti, materie pensanti, montaggi e scavi attraverso la carta; libri senza profitto, in tiratura limitata, consegnati agli autori e alle autrici, che ne gestiscono liberamente il transito (<em>esoeditoria</em>); libri evidenti nella loro invisibilità, indirizzati a chi saprà ospitarne l’implicita consegna; libri col solo intento di essere vigilie per una geografia del dopo-diluvio.»</p>
<p>Pubblico qui alcuni estratti in anteprima<strong>.</strong> <span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" aria-live="polite" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption">Le partiture visive sono di <strong>Giuditta Chiaraluce.</strong></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: line-through;">17</span></p>
<p>L’opera presuppone dal corpo una fuoriuscita.</p>
<p>Non solo la spaccatura ma la spaccatura come varco &#8211; perdita di un corpo che cola. Emidio Clementi riprende John Cage e scrive «contenitori che perdono acqua noi siamo | nuotiamo, e ogni tanto affoghiamo». «We swim, drowning now and then». Tutto questo consuma.</p>
<p>Nel gesto formale si esaurisce in progressione il corpo. L’opera come il punto dello svuotamento &#8211; con Adonis [tradotto da Fawzi al-Delmi] accade «fino a svuotarsi del tutto».</p>
<p>Corrispondere come pesci nell’annegamento, senza lessico. Sguardo che muove nel significato che è il nero, per un momento nel corpo &#8211; dopo, il collasso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-120186" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.00-1024x605.png" alt="" width="696" height="411" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.00-1024x605.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.00-300x177.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.00-768x454.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.00-710x420.png 710w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.00-150x89.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.00-696x411.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.00-1068x631.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.00.png 1360w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><span style="text-decoration: line-through;">11</span></p>
<p>Procede per consumazione. La poesia implica in un luogo verbale il vuoto del significato, muove da uno spazio immateriale a un altro, materico. Alterità che si attesta in una forma &#8211; gravando sul corpo, lo apre. Fino a dove ha ragione il fisico, l’atto formale incrina progressivamente. Gli occhi dell’artista restano in vita ma senza sguardo.</p>
<p>Penso alle vene di Rothko. Si sporge per valutare lo spazio. Danneggia le costole, si annerisce progressivamente il respiro, porta l’oggetto a essere l’altro e sé stesso. Quando il corpo si contrae la crepa si allarga.</p>
<p>La composizione è quindi il ripetersi continuo del preludio &#8211; mai conclusione in essere. Dove avviene il significato, dove si mostra Godot e le costole passano dall’incrinatura alla compromissione, l’atto formale è impossibile. Lo svelamento del nero annulla la pièce.</p>
<p>***</p>
<p><span style="text-decoration: line-through;">19 </span></p>
<p>Dalla poesia alessandrina in avanti &#8211; la composizione impone all’artista non più il collasso ma il <em>ripetersi</em> del collasso. La possibilità di contatto immediato con il significato è ormai negata: la parola della tragedia arcaica è diventata insostenibile.</p>
<p>Insopportabile, il gesto diventa <em>serie</em> &#8211; il farsi dell’opera accade una volta per sempre e ripete. si ripete.</p>
<p>La composizione è così esperienza dell’ininterrotto. Dal terzo secolo avanti Cristo il dire è per l’artista pratica del dire, raggiungimento che si nega &#8211;</p>
<p>il racconto di Kafka non ha termine.</p>
<p>***</p>
<p><span style="text-decoration: line-through;">19.1</span></p>
<p>La relazione con la parola poetica è di per sé una separazione. Rapporto basato sul contatto del corpo, ma contatto tra limiti. Estasi che ricade nel nero &#8211; altrimenti</p>
<p>«dovresti stornare gli occhi», scrive nei Quaderni in ottavo, «o diverresti una statua di sale».</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-120185" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.06-1024x597.png" alt="" width="696" height="406" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.06-1024x597.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.06-300x175.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.06-768x447.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.06-721x420.png 721w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.06-150x87.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.06-696x405.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.06-1068x622.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-29-at-12.23.06.png 1284w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/30/stefano-bottero-questo-libro-e-un-dalmata-bianco/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera B</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/29/abecedaire-comique-alessandro-ciacci-e-lorenzo-catalini-lettera-b/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/29/abecedaire-comique-alessandro-ciacci-e-lorenzo-catalini-lettera-b/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[abécédaire comique]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Ciacci]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Gelati]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Catalini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119419</guid>

					<description><![CDATA[di <b>Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini</b> <br />Due comici entrano in una rivista culturale per esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-118631" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28.png" alt="" width="1034" height="735" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28.png 1034w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-300x213.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-1024x728.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-768x546.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-591x420.png 591w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-150x107.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-696x495.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 1034px) 100vw, 1034px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong></p>
<p>Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.</p>
<p><strong>Abécédaire comique</strong><br />
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.</p>
<p><strong>Alessandro Ciacci</strong> e <strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119421" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21.png" alt="" width="726" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21.png 726w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-300x217.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-581x420.png 581w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-150x108.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-696x503.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-324x235.png 324w" sizes="(max-width: 726px) 100vw, 726px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Bruno Pizzul, se ci sei batti un colpo</strong><br />
di<br />
<strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p>Da un po’ lavoro come telecronista sportivo. Ho iniziato con grande entusiasmo: avrei calcato le orme di leggende come Bruno Pizzul e Sandro Ciotti, e come loro, chissà, un giorno sarei potuto finire a commentare un Mondiale o, meglio ancora, a doppiare la voce di un topolino in “Space Jam”.<br />
La redazione ha sede a Roma. Non proprio in centro, ecco. Fuori dal raccordo, ecco. A Pomezia, ecco. Si tratta di una vecchia villa semi abbandonata , il cui salone principale è usato come quartier generale dai membri della testata. Le altre stanze, inusate, sono arredate in stile post-bellico: mobili distrutti, vetri rotti, cavi scoperti, calcinacci a terra e soldati stranieri accampati, datisi dispersi per non tornare dalle loro famiglie. La temperatura percepita all’interno è siberiana in ogni stagione, un luogo maledetto dal freddo. L’unica fonte di calore è una vecchia bombola del gas (una bomba ad orologeria): i presenti vi si stringono attorno come una tribù di pellerossa, ed essa troneggia al centro di questo cerchio come un totem; i giornalisti si inchinano a Lei, intonano canti pagani, sacrificano stagisti sul Suo altare, pregandoLa di non spegnersi mai.<br />
La mia prima partita vede fronteggiarsi Top Autoricambi VS Tor Legacy. Il match si disputa in un centro sportivo nel quartiere della Magliana, undici di sera, orario perfetto per girare in quelle zone, soprattutto sei hai in mano dell’attrezzatura per riprese abbastanza costosa. La postazione la telecronaca è sopra ad una torretta. Le scale per raggiungere la cima sono rovinate secondo un disegno ben preciso: un gradino spezzato, tre gradini marci (di un verde così scenografico che è quasi commovente), uno mancate e due traballanti. Lo schema si ripete per tre volte esatte.<br />
Mi sarebbe piaciuto iniziare la telecronaca con un’introduzione ciottiana sulla bellezza del cielo striato d’azzurro, invece la giornata è uggiosa, e promette pioggia. Quando i giocatori entrano per fare il riscaldamento, qualcuno, credo per far gasare la squadra, fa partire da uno stereo “Live is Life” degli Opus, sulle cui note in un prepartita rimasto nella storia Maradona eseguì per gli spettatori del San Paolo di Napoli veri e propri numeri da circo con la palla. Qui il N.10, presumibilmente il giocatore con più qualità, riesce a mettere in fila una serie di palleggi consecutivi massima di tre tocchi . La lista con i nomi dei giocatori mi viene fornita appena un minuto prima del fischio d’inizio, per cui nel primo tempo sono costretto a riferirmi alla maggior parte degli atleti con appellativi come “il n.8”, “quello sulla destra”, “il tipo con scarpini di colore diverso”, “il giocatore con una corsa che definirla tale mi fa sentire disonesto”. Inoltre, c’è una sola squadra in campo (il passivo finale sarà un poco interpretabile 13-0 a favore del Tor Legacy), per cui della squadra in difficoltà, che non vede mai palla, imparo solo il nome del portiere, tale Trinca. Quando però ha inizio la ripresa, guardo verso la porta del Top e Trinca non c’è. L’unico giocatore che ho memorizzato non c’è più. Passano alcuni minuti e a centrocampo noto un giocatore che prima non c’era, e assomiglia tanto a…Trinca! “È proprio lui. Che cazzo ci fa a centrocampo? Cioè, Trinca si sposta in mezzo, e nessuno qua mi dice una sega?!” – dico fra me e me. O meglio, credo di fare così, perché in realtà quello che succede è che lo esclamo a tutta voce nel microfono. Sussurro qualcosa, provo a camuffare la gaffe con qualche rumore di sottofondo, simulo problemi di connessione. Sale il panico. Inizia a piovere. Poi a diluviare. Infine, grandina.<br />
Bestemmio. Di nuovo nel microfono.<br />
Così finirono i miei giorni di telecronista, e non ho altro da dire su questa faccenda.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119422" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03.png" alt="" width="426" height="592" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03.png 426w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03-216x300.png 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03-302x420.png 302w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03-150x208.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03-300x417.png 300w" sizes="(max-width: 426px) 100vw, 426px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Bramito del cervo, il</strong><br />
di<br />
<strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p>“Lo sai qual è il verso del cervo?”, mi chiede a tradimento Laura.</p>
<p>Vorrei risponderle: Tesoro, non ho sacrificato la mia adolescenza chiuso in biblioteca, mentre fuori, i miei compagnucci trascorrevano il loro tempo misurandosi il pisello usando come unità di misura di turiste straniere, per cadere su una risposta così facile.</p>
<p>Il verso del cervo è il bramito. Dico, “Fammi indovinare, sette lettere? La prima è forse una B? Bramito!” Ma fermi tutti! Laura non sta facendo la Settimana Enigmistica. Cincischia col telefono…</p>
<p>“Macché sette lettere! Come fa, l&#8217;hai mai sentito dal vivo?”<br />
Chi è, Bob Dylan?, penso subitaneo. Non mi risulta un Festival San Remo vinto da un’antilope, un muflone giudice di X Factor. Achille Lauro featuring un camoscio.<br />
“Ho visto che organizzano delle gite nella faggeta vetusta (sic) per andarlo a sentire. 180 euro cadauno. Partenza ore 4:00. Di mattina. E se ci iscriviamo subito ci inseriscono nella chat di gruppo per condividere emozioni. La natura selvaggia… ci andiamo?”</p>
<p>La prima cosa che penso non posso riportarla, perché trasgredisce il secondo comandamento “Non nominare il nome di Dio invano”. Sebbene sia difficile dire dove finisca il nominarlo invano e inizi il plaudere la sua camaleontica facilità a immedesimarsi in molteplici specie animali.<br />
La seconda è: voglio devolvere il mio 8&#215;1000 alla Barilla, perché inizi a produrre il nuovo ragù “gusto cervo”.</p>
<p>Ma sto degenerando. Mi dico, vergognati sei uomo di cultura, datti un contegno e vedi di rimanere lucido, a maggior ragione adesso che Laura è malata. Non sta bene, dai, deve avere un malaccio al cervello e questa proposta è un sintomo evidente. Oppure è psicologia inversa. Forse Laura vuole farsi lasciare, ma siccome è una creativa, non ha optato per un banale “farsi sgamare appecorinata con un insegnante di zumba”, no, preferisce regredire di qualche era geologica, tornare indietro di svariati eoni, quando la nostra occupazione culturalmente più impegnata era spaccare crani con la tibia di un mammuth. Per Laura questo bramito è importante, non sia mai che nostro figlio nasca con una voglia di marmotta sulla fronte. Ci tiene proprio alla faggeta vetusta: chissà come ci rimarrà male quando le dirò che il neolitico è finito.</p>
<p>Cara, per curiosità, questo tuo revival dell’Età della Pietra cosa prevede dopo? Dipingere una scena di caccia sulle pareti del salotto? Rispondere alle chat coi segnali di fumo? Accendere la tv sfregando il telecomando? Diceva di amari, Laura! E invece… La natura selvaggia&#8230; Il mio concetto di “natura selvaggia” è una camicia senza iniziali ricamate.</p>
<p>Sarà forse la scenografia silvana del quesito, ma inizio subito una metamorfosi platonica e mi trasformo in un segugio, non tanto per inseguire il cervo, raggiungerlo e dargli un valido motivo per bramire, ma perché fiuto subito il pericolo che la proposta di Laura porta seco. Mi ascolto di nascosto delle registrazioni del verso in questione. Sembra il ritornello di una canzone di Ligabue, però intonato, o il rutto di un camionista lituano dopo un&#8217;indigestione di Pandoro Bauli.</p>
<p>“Bramito del cervo-experience”: secondo me spendere €180 ha senso solo se il cervo ti canta Baglioni all’alba sotto il faggio. Ma chi li spenderebbe quei soldi? Come lo immagino l&#8217;ascoltatore-tipo di bramiti? Secondo me si danno 3 categorie.</p>
<p>Uno: di sicuro c&#8217;è un creator, c’è sempre!, l’influencer è come la gotta nel corpo di un aristocratico del ‘700: immancabile. Indossa delle ciabattacce tardo francescane Birkenstock, con calzettone di spugna bianco, un blazer destrutturato pervinca, e un colbacco Armata Rossa vintage, uno dice: perché alle 4 di mattina si è dovuto vestire in fretta e al buio&#8230; No, perché ha proprio un gusto di merda in fatto di stile. Già lo vedo, scendere dal pulmino e iniziare a urlare manco fosse un muezzin sotto anfetamine, seminando il panico in un ecosistema delicatissimo.</p>
<p>Due: Signora alternativa sui 60, nata troppo tardi per godersi le orge wagneriane di Woodstock, ma troppo in anticipo per arruolarsi nelle Femen senza scadere nel ridicolo; dopo l&#8217;eroina, i fiori di Bach e il sesso anale con un insegnante di danze folk, camuffa la sua mancanza di personalità con la passione per il macrobiotico, che le ha fatto credere di poter guarire quella fastidiosa stitichezza facendosi il bidet con un infuso di kombucha.</p>
<p>Terza e ultima categoria: io! La più miserabile di tutte, ovvero: i partner dei fanatici-del-bramito, che affrontano l’escursione nel bosco come se andassero davanti al plotone di esecuzione, e accettano di andare solo per poter poi ricattare subdolamente la fidanzata.</p>
<p>Ma voglio trovare un lato positivo in questo dramma, per cui mi dico: Poteva andare peggio. Pensa se Laura si convertiva e ti proponeva un viaggio a Medjugorie con Paolo Brosio&#8230; “Partenza pulmino ore 4:00 di mattina, 800 euro, chat del gruppo di preghiera”</p>
<p>Stando così le cose, allora, a me piace pensare a un universo parallelo, in cui il mash up raggiunge vette sublimi: c&#8217;è la parrocchia che organizza il pulmino, sì, ma per andare nel bosco a sentire il bramito di Paolo Brosio. 1000 euro incluso selfie con flash, grattino sotto al mento e lancio di noccioline. Ci andiamo, cara?</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/29/abecedaire-comique-alessandro-ciacci-e-lorenzo-catalini-lettera-b/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Politiche della memoria</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/28/politiche-della-memoria/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/28/politiche-della-memoria/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 12:34:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[ex jugoslava]]></category>
		<category><![CDATA[giorno del ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Niccolò Furri]]></category>
		<category><![CDATA[shoah]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Benjamin]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=120155</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Niccolò Furri</strong> <br /> Questi due monumenti (la Foiba di Basovizza e l’Ossario dei Caduti Slavi) si configurano, quindi, non solo come lieux de mémoire, ma anche come (...)  luoghi in cui la memoria si perde o, meglio, viene fatta perdere e che concorrono alla ri-produzione dell'identità nazionale proprio attraverso il loro oblio. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Niccolò Furri</strong></p>
<p>«Mentre l’accumulazione di memoria prosegue monotona» ripete spesso la voce fuori campo in <em>Méditerranée</em> di Jean-Daniel Pollet, a indicare come lo scorrere del tempo sedimenti la storia umana negli oggetti e più in generale nella produzione culturale che la camera inquadra. Ma una tale visione, che si potrebbe dire destoricizzata, che escluda cioè la conflittualità e le forze agenti sulla formazione della memoria, che la astragga dalle condizioni materiali della sua composizione, rischia di naturalizzare questo processo, prendendolo per mera e immutabile necessità. Perché gli oggetti o luoghi, rifacendosi ai <em>lieux de mémoire</em> di Pierre Nora, e la memoria stessa sono campi in cui si scontrano sia i rapporti di potere che li hanno prodotti sia i discorsi che li innervano.</p>
<p>Lo ha rilevato, seppur all’interno della classica scissione tra struttura e sovrastruttura tanto cara al marxismo, Walter Benjamin nelle celebri <em>Tesi di filosofia della storia</em> quando scrive che «Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “come propriamente è stato”. Significa impadronirsi di un ricordo nell’istante di un pericolo»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> e questo pericolo è la sua riscrittura, la risignificazione della memoria, la sua tecnicizzazione, ovvero il suo utilizzo distorto a fini ideologici. Il termine memoria, in questo contesto, non si riferisce a ciò che qualcuno ricorda, alle memorie personali che essendo soggettive, per quanto importanti, sono costitutivamente sempre parziali e spesso soggette a ricostruzione specie se lontane temporalmente dai fatti, ma a quella che si potrebbe chiamare macchina memoriale, una politica del ricordo che stabilisce cosa possa essere ricordato, in che modo e da chi. E chi si appropria della macchina, impone la sua memoria.</p>
<p>Ne vediamo il funzionamento ogni 10 febbraio, giornata istituita come Giorno del Ricordo&nbsp; nel 2004 dalla legge 30 marzo 2004 n. 92. Se all&#8217;interno della macchina stanno alcuni fatti, diversamente dalla macchina mitologica jesiana il cui centro è inconoscibile, sulle sue pareti si staglia una serie di elementi di propaganda in questo caso (neo/post)fascista, fatti propri dallo Stato italiano: già solo il giorno (l&#8217;anniversario del Trattato di pace di Parigi del 1947, così disconosciuto in particolare per la cessione dei territori orientali) e il nome (mutuato dal Giorno della Memoria, preso a modello ma in contrapposizione a esso) scelti sono indicativi della matrice e della ratio del provvedimento. A più di vent&#8217;anni dall&#8217;istituzione della giornata la macchina memoriale fascista, che raggruppa arbitrariamente eventi a sé stanti&nbsp; (le foibe istriane del 1943, quelle giuliane del 1945 e l&#8217;esodo istriano-dalmata protrattosi per un decennio circa, indicativamente dal 1947 al 1957), inventando nessi causali e finalità di pulizia etnica, isolando i fatti dalla serie degli eventi che li hanno preceduti e gonfiando le cifre, è diventata ormai narrazione nazional-popolare attraverso opere di dubbio gusto, cerimonie istituzionali e una polizia della memoria che taccia di riduzionismo o di negazionismo le voci critiche. Questo dispositivo al tempo stesso sacralizzante e banalizzante (dove la sacralizzazione mira a «sottrarre un evento [&#8230;] al suo contesto storico specifico, [&#8230;] semplificandone la rappresentazione e preservandola da incursioni indesiderabili»<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, mentre la banalizzazione propone «equiparazioni indebite [&#8230;] le quali finiscono per minimizzare o per relativizzare»<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> il termine di paragone, in questo caso la Shoah, aumentando il capitale simbolico dell&#8217;altro termine per falsa analogia) riallaccia il solito vittimismo di destra al mito degli &#8220;Italiani brava gente&#8221;, uccisi &#8220;in quanto Italiani&#8221;, per nascondere i crimini del Ventennio e per integrarlo così nella storia citabile come un qualsiasi altro periodo, prodromo alla sua esaltazione legittima o, peggio, istituzionalizzata. Non è un caso che questa narrazione abbia trovato uno spazio sempre maggiore dagli anni Novanta del secolo scorso, quando in Europa il processo di integrazione dei vari Stati nella UE e la caduta dei cosiddetti Paesi a socialismo reale, culminata con la mattanza ex jugoslava, hanno rinfocolato i relativi nazionalismi, mentre in Italia la destra ex missina ha acquistato centralità nell’assetto politico seguito allo scossone di Mani Pulite.</p>
<p>Non è nemmeno un caso, quindi, che proprio nel 1992 il Presidente della Repubblica Scalfaro abbia dichiarato monumento nazionale la Foiba di Basovizza. È questo un esempio estremo ma emblematico di come funzioni la macchina memoriale. Innanzitutto, il termine usato: la cavità assurta a simbolo del fenomeno foibario non è una foiba, ma un pozzo minerario, chiuso da una lastra e sormontato da una scultura che riproduce la struttura portante di un argano usato per le esumazioni, culminante con una croce. Le cifre ufficiose parlano prima di 400, poi di 400-600 e infine di 1500 vittime gettate nello strapiombo tra il 2 e il 5 maggio 1945, mentre la stele esplicativa nelle vicinanze del monumento di 300 metri cubi di resti umani nel 1996, che salgono a 500 l’anno successivo. Le operazioni di recupero condotte dagli angloamericani nell’ottobre del 1945 portarono alla luce corpi di soldati tedeschi e di cavalli lì precipitati dopo la battaglia del 30 aprile. È perciò stratigraficamente molto improbabile che salme successive si possano trovare sotto a quelle precedenti e le uniche che si potrebbero rinvenire potrebbero essere quelle di cui si sbarazzarono i nazifascisti dopo l’8 settembre 1943. Ci sono inoltre le smentite del Comando generale dell&#8217;Ottava Armata britannica, del Ministero della Difesa neozelandese (anche se del 1996) e documentazione delle Forze armate statunitensi che qualifica come «inconcludenti» gli esiti della ricerca. Successivamente alla sospensione dei recuperi il pozzo è stato usato come discarica dall&#8217;amministrazione di Trieste, quasi completamente svuotato nel 1954 e infine chiuso nel 1959<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Se tutto ciò non fosse sufficiente, basterebbe un&#8217;ulteriore ricognizione ad appurare i fatti, così da allinearli con una nuova e corretta narrazione, ma si preferisce invece mantenere la parete della macchina memoriale poggiata su discorsi propagandistici.</p>
<p>Un esempio di segno opposto nel trattamento riservato al patrimonio culturale (che Benjamin chiama, a ragion veduta, «preda destinata al vincitore»<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>) è lo Spomenik di Barletta. Alloggiato nel cimitero monumentale della città pugliese, è un Ossario commemorativo dei caduti jugoslavi in Sud Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, realizzato dall’architetto Dušan Džamonja nel 1970. Civili, internati politici e militari jugoslavi fuggiti dai campi di concentramento fascisti in Italia o riparati in Puglia in seguito alle vicende belliche nei Balcani, si unirono alla Resistenza italiana e, dall&#8217;estate del 1944, quando la regione divenne una retrovia anche per la guerra di liberazione in Jugoslavia, lì vennero riaddestrati, per poi riprendere la lotta in patria<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Nell’ambito della normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, culminata con il Trattato di Osimo del 1975, con un accordo del 1964 si stabilì la costruzione di alcuni Ossari dove traslare le spoglie delle vittime combattenti. A Barletta, che durante il conflitto ospitava la sede di un contingente militare e di un ospedale e dove già riposavano 175 caduti, venne realizzato il più importante. Si tratta di un monumento brutalista su due livelli che «si sviluppa a raggiera da un nucleo centrale ellittico, costituito dall’oculo posto sulla cripta»<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a> a cui si accede scendendo una scalinata, ai cui lati stanno le celle sepolcrali contenenti i resti di 825 salme, le porte bronzee con i loro nomi (a cui se ne aggiungono 463 di dispersi), la vasca in mosaico rosso per le commemorazioni e da dove si accede a una terrazza affacciata sul mare. Al piano superiore, una serie di imponenti blocchi di cemento simili a lapidi aumentano in altezza dall’esterno verso l’interno, fino a raggiungere gli 11 metri di altezza, a protezione dell&#8217;accesso alla cripta. I due piani dialogano sia tramite gli incastri tra il solaio e la parete che chiude la scalinata, sia tramite il lucernario che permette «il collegamento visivo dello spazio inferiore con gli elementi del monumento a livello superiore, evidenziando maggiormente la crescita degli elementi verticali dalle fondazioni stesse della cripta al loro punto più alto.»<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a> Tre, invece, sono le linee di fuga che segue lo sguardo del visitatore: una, ovviamente, verso la macchia di colore rosso in basso, una frontale verso il lontano, l&#8217;Adriatico e idealmente la Jugoslavia e la terza verso l&#8217;alto a seguire l&#8217;altezza degli steli, che acquistano quasi le sembianze di vele di una nave pronta ad attraversare il mare. Con l&#8217;implosione sanguinosa della Repubblica Socialista Federale, alla quale spettava la manutenzione e la conservazione dell&#8217;opera, non si è più fatto fronte al deterioramento dello Spomenik causato dagli eventi atmosferici e il suo stato di deperimento si è fatto via via più evidente sia direttamente sui materiali con efflorescenze, licheni, crepe e la scopertura di alcune armature del cemento, sia nell’incuria degli spazi dove talvolta vengono abbandonati rifiuti e che sono usati addirittura come latrina. Lontano dagli itinerari e assente dalle guide turistiche, difficilmente instagrammabile, scenografia per cerimonie ufficiali di commemorazione dei caduti che purtroppo non riescono a svincolarsi dalla retorica nazionalista, statolatrica e militarista, l’Ossario di Džamonja è l’esempio più calzante di un doppio smemoramento: dei fatti e di ciò che è stato pensato per ricordali. Ma, come in un negativo fotografico, «le mutazioni di forma cui è soggetto un edificio sono processi di registrazione: le <em>deformazioni</em>, in quanto materia <em>in formazione</em>, sono anche <em>informazione</em>.»<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a></p>
<p>Questi due monumenti si configurano, quindi, non solo come <em>lieux de mémoire</em>, ma anche come quelli che potremmo chiamare <em>lieux d&#8217;oubli</em>, luoghi in cui la memoria si perde o, meglio, viene fatta perdere e che concorrono alla ri-produzione dell&#8217;identità nazionale proprio attraverso il loro oblio. La loro funzione obliante agisce, però, in maniera antitetica. Se la Foiba di Basovizza impone una e una sola memoria, sacralizzandola e impedendo ulteriori ricerche con la tanto simbolica quanto materica lastra a chiusura della bocca del pozzo, per lo Spomenik sono lo stato di abbandono e la marginalizzazione a operare la rimozione. In questo caso si può parlare di oblio in sé o completo (che tende cioè a dimenticare un luogo per dimenticare una serie di eventi, anche se non è mai, sul piano storico, del tutto compiuto), nel primo di oblio relativo o parziale (che tende, ricordando un luogo, a nascondere una serie di eventi). Fortunatamente c&#8217;è chi si oppone a tutto ciò proprio perché il nucleo della macchina memoriale è conoscibile, pur con le ovvie difficoltà della ricerca documentale, archeologica e testimoniale. Non ci si limita, infatti, «a girare in cerchio»<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a> attorno al centro e, se le sue pareti sono permeabili alla manipolazione, allo stesso modo possono essere attraversate per far emergere quali fatti siano stati occultati, quali inventati e quali siano ricostruibili.</p>
<p>Non si tratta di esaltare la Resistenza titina, in nome di una qualche jugostalgia, né di nasconderne i crimini, ma di (re)inserirla all&#8217;interno della lotta internazionale (e internazionalista) al nazi-fascismo, di iniziare, allo stesso tempo, a denazionalizzarla assieme a quella italiana, mettendone in luce le pluralità e, in qualche modo, smitizzarle entrambe, de-eroicizzarle, per sabotarne la latente retorica bellicista. Si tratta di preservarne il ricordo, visto che «anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince»<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a> e non lasciare che la ricostruzione fascista degli eventi rimanga maggioritaria, una ricostruzione che inventa un genocidio per occultare la partecipazione dei suoi progenitori politici a Shoah e Porrajmos, modellata da chi non vuole vedere il genocidio palestinese in corso, di cui è complice, che rivendica le politiche stragiste alle frontiere e quelle concentrazionarie dei centri di detenzione amministrativa.</p>
<ul>
<li><strong>Note</strong></li>
</ul>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, Einaudi, Torino, 1962, p. 77</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Valentina Pisanty, <em>Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah</em>, Bruno Mondadori, Milano-Torino, 2012, p. 89-90</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> ivi, p. 49</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Sulla Foiba di Basovizza, cfr. Claudia Cernigoi, <em>Operazione foibe a Trieste. Tra mito e storia</em>, Udine, Kappa Vu, 2005; Id. <em>La Foiba di Basovizza</em>, La Nuova Alabarda, Trieste, 2011: <a href="https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf">https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf</a>; Jože Pirjevec, <em>Foibe. Una storia italiana</em>, Einaudi, Torino, 2009</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, cit., p. 76</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Cfr. Andrea Martocchia, <em>I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata</em>, Odradek, Roma, 2011</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Rosanna Rizzi, <em>Il Cimitero degli Slavi di Dušan Džamonja a Barletta</em>, Politecnico di Bari &#8211; Facoltà di Architettura, Bari, 2003/2004: <a href="https://www.academia.edu/109464680/Il_Cimitero_degli_Slavi_di_Dusan_Dzamonja_a_Barletta">https://www.academia.edu/109464680/Il_Cimitero_degli_Slavi_di_Dusan_Dzamonja_a_Barletta</a></p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> ivi</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Eyal Weizman, <em>Architettura forense. La manipolazione delle immagini nelle guerre contemporanee</em>, Meltemi, Milano, 2022, p. 78</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Furio Jesi, <em>Mito</em>, Quodlibet, Macerata, 2023, p. 119</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, cit., p. 78</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/28/politiche-della-memoria/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-04 07:10:19 by W3 Total Cache
-->