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	<title>NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un divertissement per Adone: esiste un Petrarca epicureo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 05:11:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Adone Brandalise]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Costa]]></category>
		<category><![CDATA[epicureismo]]></category>
		<category><![CDATA[Epicuro]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Petrarca]]></category>
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					<description><![CDATA[Un omaggio di  <strong>Alberto Costa </strong> <br /> ad Adone Brandalise, critico letterario e italianista da poco scomparso. C'è dell'epicureismo in Petrarca?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Costa</strong></p>
<p>A volte accade che un fatto contingente, una volta avvenuto, determini,<em> après coup</em>, tutto ciò che ha portato a esso, secondo un ordine di necessità. Ho fatto proprio questa esperienza l’altro giorno: a distanza di mesi dall’ultimo trasloco, trovo finalmente l’occasione di montare le librerie e comincio a disporre ordinatamente i miei libri, liberandoli così dal carcere degli scatoloni. Una volta terminato, ammiro la mia opera ed estraggo, quasi per caso,<em> Il Canzoniere</em> petrarchesco. Apro -ancora una volta- a caso il volume e leggo il sonetto 191, che qui riporto:</p>
<p>Sí come eterna vita è veder Dio,<br />
né piú si brama, né bramar piú lice,<br />
cosí me, donna, il voi veder, felice<br />
fa in questo breve et fraile viver mio.</p>
<p>Né voi stessa com&#8217;or bella vid&#8217;io<br />
già mai, se vero al cor l&#8217;occhio ridice:<br />
dolce del mio penser hora beatrice,<br />
che vince ogni alta speme, ogni desio.</p>
<p>Et se non fusse il suo fuggir sí ratto,<br />
piú non demanderei: che s&#8217;alcun vive<br />
sol d&#8217;odore, e tal fama fede acquista,</p>
<p>alcun d&#8217;acqua o di foco, e &#8216;l gusto e &#8216;l tatto<br />
acquetan cose d&#8217;ogni dolzor prive,<br />
i&#8217; perché non de la vostra alma vista?<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>
<p>Come a volte capita, il componimento è arrivato a me -o io a lui- al momento opportuno e tale incontro ha così attivato una serie di collegamenti che non ritengo siano del tutto peregrini. Si aggiunga poi che queste poche note sono state ispirate -di qui il carattere di retroattiva necessità dell’incontro- dalla recente rilettura di alcuni saggi<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> del mio vecchio professore Adone Brandalise, scomparso da poco. Proprio al suo ricordo vorrei quindi dedicare queste poche note, in cui ho cercato di proporre un esperimento di lettura, cimentandomi così con il suo classico gioco di messa in risonanza dei significanti. Inoltre, con riferimento all’immensa cortesia che Brandalise aveva verso chiunque, prego il lettore specialista in filologia di essere clemente nei confronti di chi, avendo affrontato studi di filosofia, si approccia al componimento petrarchesco con la timidezza dell’ospite, la cui massima aspirazione sarebbe di risultare non totalmente sgradito.</p>
<p>Se si volesse, allora, rispondere direttamente alla domanda del titolo, si dovrebbe dire che Petrarca, da buon agostiniano, ha frontalmente attaccato la tradizione epicurea per quanto riguarda il materialismo e la mortalità dell’anima, ma quanto mi interessa qui indagare è piuttosto la riflessione di Petrarca sul tema del tempo da un punto di vista intensivo. Si potrebbe ricostruire tutta una genealogia “pseudo-epicurea” (da Epicuro appunto, passando per Lucrezio, Spinoza e arrivando fino a Nietzsche), la quale ha tentato di eliminare il riferimento a una dimensione di vita oltre la morte e ha cercato di riflettere sull’eternità come su qualcosa che non equivale alla somma estensiva dei tempi, ma come qualcosa di diverso. Qualcosa che, nella misura in cui sempre è, non può che essere indivisibilmente sé stessa in ogni attimo, come pura intensità nel <em>kairòs</em>: una valorizzazione dell’attimo che, in quanto tale, non può che allontanare la disperazione che sorge davanti alla morte.</p>
<p>Da questo punto di vista, allora, il sonetto petrarchesco, nella misura in cui si muove nella direzione di un’ipotesi mistica che cerca di vivere materialmente l’allontanamento della morte, sembra non essere troppo distante da questo pseudo-epicureismo. Rappresentando, infatti, un incontro momentaneo con qualcosa che accomuna Dio e la Donna, come una <em>visio</em> di Dio attraverso la Donna, Petrarca stesso sembra presentare un attimo di pura intensità (“sì come eterna vita è veder Dio / [&#8230;] / così me, Donna, il voi veder, felice / fa in questo breve e fraile viver mio”). Continuando, il poeta presenta il momento della visione come qualcosa che forza i limiti di ciò che può essere ordinariamente creduto (“né voi stessa com’or bella vid’io / già mai, se vero al cor l’occhio ridice”), producendo così un’eco dell’interrogazione cavalcantiana sullo statuto dell’immagine fantasmatica dell’oggetto d’amore. Nella distanza che però emerge da tale interrogativo si spalanca lo iato tra ciò che fattualmente è visto e l’oggetto della <em>visio</em>, uno iato che rompe la dimensione della durata come campo della conoscenza e come fonte degli affetti che a questa conoscenza si accompagnano (“che vince ogni alta speme, ogni desio”). Non si tratta più della rappresentazione di un’attesa o di un ricordo: la <em>visio</em> avviene -poeticamente- ora (“com’<em>or</em> bella vid’io”) e, con un evidente tributo a Dante, si presenta come un soffio che rende beati (“hora beatrice”).</p>
<p>Con un classico motivo ricorrente nel pensiero di Brandalise, si potrebbe dire che la<em> visio</em> non designa qualcosa di <em>visto</em>, ma piuttosto l’evento che consiste in un <em>vedere</em>: un movimento che riguarda un presentarsi, che non coincide con quanto è rappresentato, pur articolandosi in esso. Qualcosa di simile è esposto in modo paradigmatico ad esempio in Plotino, nel momento in cui descrive l’Uno come ciò che “non ha forma, neppure quella dell’intelligibile”<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. E continua dicendo: “il fatto che la sua natura sia destinata alla creazione di tutte le realtà e quindi non si identifichi con nessuna di esse ci autorizza a sostenere che Egli non è né qualcosa, né un essere qualificato o quantificato e neppure Intelligenza o Anima”<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>.</p>
<p>Non è peraltro un caso che all’interno della lunga tradizione neoplatonica -in particolare con Enrico Grossatesta- si sia sviluppata anche una metafisica della luce, nella quale quest’ultima diviene “forma prima della corporeità”, la quale -propagandosi e illuminando- costituisce i corpi stessi. Insomma, la luce che rende visibili gli oggetti, la <em>visio</em> stessa, è visibile a sua volta solo negli oggetti illuminati, ma a un tempo essa è <em>per se</em> non percepibile. Così è anche l’esperienza della vista della Donna, l’esperienza del <em>kairòs</em>, che è come “eterna vita” proprio perché è “questo momento” determinato. Allo stesso tempo però “questo momento” è anche fuggevole come ogni “invida aeta” oraziana<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.</p>
<p>Per dar ragione di questa logica paradossale, Brandalise era solito riflettere sulla famosa formulazione del mistico ebraico cinquecentesco Moshè ben Ya’aqòv Cordovero, che recita: “Dio è tutta la realtà, ma non tutta la realtà è Dio”<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Riflettendoci brevemente, mi sentirei di dire che qui l’aggettivo “tutta” è usato in modo equivoco. La prima occorrenza, infatti, designa l’<em>esse</em> eterno, la seconda invece designa la serie indefinita delle realtà nella durata. Ci troviamo però dinanzi al problema seguente: sembra che non si possa fare esperienza del primo senso della totalità, se non nell’attraversamento di questa equivocità, di questa differenza. Come relazionarsi quindi all’attimo? Forse qui un aperto confronto tra il sonetto petrarchesco e l’ ode oraziana del “carpe diem” non è del tutto inutile. Se infatti la fuggevole “invida aeta” per Orazio è oggetto di un movimento quasi venatorio e di ricerca attiva (“sapias…”, “carpe…”), in Petrarca essa è oggetto di un’esperienza, la quale pone il poeta davanti alla singolarità del proprio desiderio (“e se non fusse il fuggir [della hora beatrice] sì ratto, / più non demanderei…”).</p>
<p>A essere tematizzato qui non è un compito, ma un’esperienza etica di relazione a qualcosa che potrebbe essere concepita come una <em>potentia</em>: qualcosa che -aristotelicamente- potrebbe definirsi un “principio di movimento”, ma che al tempo stesso, e allontanandoci però dallo Stagirita stesso, coincide e diverge dalla serie delle sue possibili attuazioni. Tale potenza è allora proprio l’oggetto del desiderio, vale a dire ciò che produce l’affetto che “felice / fa in questo breve viver mio”, ma, al contempo, si mostra come la fonte di un problema, di un “demandare”. L’oggetto di tale interrogare, in ultima istanza, sembra essere lo stesso <em>fuggire</em>, sia del tempo che della <em>visio</em>. Ciò è articolato dal poeta nella seconda metà del sonetto, nel momento in cui descrive come le sensazioni (l’odorato, il gusto) non riescano a cogliere ciò che nelle cose rappresenta l’oggetto del desiderio (il “<em>dolzor</em>”).</p>
<p>Insomma, quanto avviene nella <em>visio</em> non è oggetto di una possibile sazietà, ma permane potentemente come un elemento generativo (“alma vista”). Ritroviamo qui messi a tema, è il caso di ribadirlo, proprio i due sensi equivoci di “tutta la realtà” evocati poc’anzi: “alma vista” equivale al vedere Dio e produce felicità (“né più si brama, né bramar più lice”), in quanto è esperienza di “tutta la realtà” nel primo senso, ma contemporaneamente essa è anche l’emergere di un’altra consapevolezza. Cioè, quella che esperisce il modo in cui l’eterno diverge dalla dimensione della durata. L’attimo che, come tale, vive del tutto che è Dio, non sarà mai il tutto, inteso come somma di tutti i possibili attimi. Proprio qui, pertanto, accanto alla felicità c’è lo spazio sia per l’interrogazione del saggio spinoziano, che al “sapias” di Orazio riesce a corrispondere, facendosi carico attivamente del proprio <em>conatus</em>; sia per l’angoscia cavalcantiana, per la quale subito dopo lo sguardo d’Amore “pò torna, piena di sospiri, nel core, / ferita a morte d’un tagliente dardo / che questa donna nel partir li gitta”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>.</p>
<p>Di qui, in fondo, la domanda: la ferita è ciò che destina l’amante all’esilio della nostalgia per un oggetto da sempre perduto o è piuttosto, lungo la via di Epicuro, la condizione per l’evento dell’attivo amare che “a nessuna cosa pensa meno che alla morte”<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>?</p>
<p>NOTE</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>Petrarca, <em>Il Canzoniere</em>, 191, (ed. Feltrinelli, Milano 2013, p. 203).</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a>Per quanto segue, si tenga presente Brandalise A., <em>Oltranze. Simboli e concetti in letteratura</em>, ed. Unipress, Padova 2002, in particolare <em>“Come si diventa ciò che si è”. Note sull’autoiniziazione nell’</em>Ecce Homo<em> di Nietzsche </em>(<em>ivi</em>, pp. 45-50) e<em> Perfezione e realtà</em> (<em>ivi</em>, pp. 217-228).</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a>Plotino, <em>Enneadi</em>, VI, 9, (ed. Mondadori (i Meridiani), Milano 2002, p. 1060).</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a><em>Ibidem</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a>Ho fatto riferimento a Orazio, <em>Odi ed epodi</em>, I, 11, (ed. BUR, Milano 2018, p. 92-93).</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a>Vedi Scholem G., <em>Le grandi correnti della mistica ebraica</em>, ed. Einaudi, Torino 1993, p. 264.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a>Cavalcanti, <em>Rime</em>, XXIV, 12-14, (ed. Carocci, Roma 2011, p. 167).</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a>Spinoza,<em> Ethica</em>, IV, prop. 67, (ed. Bollati Boringhieri, Torino 2016, p. 208).</p>
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		<title>Un&#8217;antologia palestinese a cura di &#8220;Semicerchio&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 12:30:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Mahmud Darwish]]></category>
		<category><![CDATA[Mariangela Masullo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia palestinese contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[semicerchio]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Sibilio]]></category>
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					<description><![CDATA[L'ultimo numero della rivista "Semicerchio" dedica un dossier alla poesia palestinese: "Poesia da Gaza", curato da <strong>Mariangela Masullo </strong> <br /> e <strong>Simone Sibilio</strong> <br /> Presentiamo oggi uno stralcio di questa antologia.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Presentiamo un&#8217;anticipazione del&nbsp;dossier <em>Poesia da Gaza</em>, curato da <strong>Mariangela Masullo</strong> e <strong>Simone Sibilio</strong>, per la rivista &#8220;Semicerchio&#8221;.]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Hamid Ashour</strong></p>
<p>Nato nel 1994 a Rafah, nella Striscia di Gaza, ha una laurea in sviluppo sociale e familiare conseguita presso l’Università Al-Quds Open e lavora in campo sociale. Pubblica regolarmente su riviste arabe. Tra le sue opere poetiche <em>Ferite che si testano</em> (2018) e <em>Questo prodotto non può essere scambiato né restituito</em> (2023).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Cane sfollato…uomo randagio</em></p>
<p>Una notte un cane mi è entrato in casa insieme a<br />
un gruppo di persone in fuga dai bombardamenti<br />
rimaste poi lì fino all’alba. Quando sono andate via,<br />
è rimasto solo il cane senza nome né padrone. Aveva<br />
imparato a conoscere gli angoli e i corridoi della<br />
casa come se fosse cresciuto lì: scappava dalla<br />
camera da letto al cortile, dal giardino sul retro al<br />
tetto della casa: in armonia con il rombo circostante<br />
dei raid, si collocava nel punto più sicuro anticipando<br />
l’orrido frastuono delle bombe. Dal momento<br />
dell’invasione ha tenacemente resistito assieme a<br />
me per tre giorni: abbiamo condiviso la paura, i latrati,<br />
le schegge e la carne in scatola. Lui non è il<br />
mio cane e io non sono il suo padrone, ma ci accomuna<br />
lo stesso destino. Siamo usciti correndo,<br />
saltando con agilità tra le bombe, portando con noi<br />
solo la chiave della porta di casa, sempre aperta. A<br />
cuore, mente e piedi nudi, abbiamo costruito una<br />
piccola capanna con vecchi stracci, canne e fronde<br />
di palma; sotto cui abbiamo dormito, alternandoci<br />
come due amici: uno sognava di tornare, l’altro vegliava<br />
per custodire il sogno e la strada.</p>
<p><em>Gaza, 2024</em></p>
<p>*</p>
<p><strong>Yusra al-Khatib</strong></p>
<p>Nata a Gaza nel 1959, Yusra al-Khatib è laureata in Economia e Management e diplomata in Matematica. Lavora come insegnante. Ha all’attivo due romanzi e varie raccolte di racconti brevi. Tra le opere poetiche ricordiamo <em>Come se fosse patria</em> (2013), <em>Nessun Giorno del Giudizio per te ora</em> (2020), <em>Stagioni e oltre</em> (2021). Vincitrice della quinta edizione del Premio della creatività femminile per il racconto breve nel 2014, è presente con un suo testo nel volume collettivo in lingua inglese <em>The Book of Gaza</em>. I suoi racconti e poemi sono stati tradotti in inglese, francese e curdo. Il testo qui offerto è costruito su una trama intertestuale con l’opera del grande Mahmud Darwish.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Io e il ‘Derviscio’</em></p>
<p>Questo mare a te appartiene.<br />
Ti appartengono il suo biancore<br />
la sua marea<br />
la quiete<br />
la calma e il silenzio<br />
e pure questa sabbia bagnata<br />
dalle orme di chi ti viene incontro.</p>
<p>La risacca, invece,<br />
appartiene a me.<br />
Mi appartengono il fragore<br />
l’impeto<br />
le parole ostinate<br />
e pure<br />
la sabbia riarsa<br />
dalle orme di chi<br />
si sta allontanando.</p>
<p>È placido il tuo mare<br />
mentre il mio infuria<br />
e combatte i miei giorni<br />
seduta accanto a lui<br />
mi ricambia con il dolore<br />
mi appoggio al bastone della tua memoria<br />
con cui domo i miei sogni esausti.</p>
<p>Mi scaglia sulle soglie della tua marea<br />
sul molo del nostro porto abbandonato<br />
delle nostri navi origlio il vuoto<br />
mi raggiunge una voce<br />
che con la tua melodia e follia<br />
musicasti in poema.<br />
Questo mare a te appartiene<br />
mentre a me tutto il dolore<br />
tra la mia terra e il tuo mare<br />
i nostri poemi si sgretolano<br />
la nostra infanzia violata, come sabbia<br />
filtra dalle mani del destino.</p>
<p>La tua onda in disputa con la mia nostalgia<br />
mi legge le lodi del tuo mare<br />
la tua alta ombra<br />
le tue parole fugaci<br />
il tuo murale<br />
la tua nostalgia per tua madre<br />
e nulla che ti piace<br />
il tuo cavallo<br />
che non somiglia a nessuno<br />
perché come me l’hai lasciato da solo?</p>
<p>Non hanno gettato<br />
la mia camicia intrisa di sangue<br />
agli occhi di mio padre<br />
perché mi riconoscesse<br />
e io ne sono la prova<br />
torno alla tua poesia con pura visione<br />
e ti narro<br />
storie degli avi<br />
su un domani che non somiglia al tuo oggi<br />
un sogno che non somiglia al tuo ieri<br />
un presente libero dal dolore dei flauti.</p>
<p>Forse avremo<br />
una parte del mio nome<br />
e registrerò di nuovo<br />
alle porte del riparo<br />
la nostra prima storia<br />
libereremo una memoria per l’oblio<br />
chissà se dimenticheremo<br />
il nostro assedio<br />
e i tuoi uccelli morti in Galilea.</p>
<p>Ero con te<br />
o sono forse giunta dopo?<br />
Firmo qui in basso<br />
voglio ciò che vuoi,<br />
però, fratello mio,<br />
l’arrivo mi ha spossato<br />
perché proprio come te<br />
non ho un padre<br />
che da lontano ci avvicini<br />
e torno<br />
a quella ostinata domanda<br />
è arrivata l’ora che<br />
questa poesia finisca?</p>
<p><em>Gaza, 2023</em></p>
<p>*</p>
<p><strong>Khaled Juma</strong></p>
<p>Nato a Rafah (1965), è considerato uno dei nomi preminenti della scena letteraria palestinese odierna. Responsabile della sezione culturale dell’agenzia di stampa palestinese “Wafa”, vive a Ramallah da diversi anni, ma a Gaza ha lasciato parte della sua famiglia. Autore prolifico anche di prosa, teatro, canzoni e letteratura per l’infanzia, ha all’attivo numerose raccolte poetiche, tra cui menzioniamo <em>Testi non pertinenti</em> (1999), <em>Pertanto</em> (2000), <em>Assomigli ancora a te</em> (2004), <em>L’usanza delle città</em> (2009), <em>Come cambiano i cavalli</em> (2011), <em>Perché i gitani non t’amino</em> (2012), <em>Nulla cammina in questo sogn</em>o (2015),<em> Zia Fenice</em> (2024). Ha vinto il Premio Palestina per la letteratura nella categoria Poesia con <em>Una strana luna sul fabbricatore di flauti</em> (2022). È ampiamente tradotto in lingue straniere tra cui inglese, francese, italiano, tedesco, spagnolo, svedese, bulgaro, danese e olandese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il becchino</em></p>
<p>Ho lavorato come becchino<br />
in dieci paesi.<br />
Lavoravo senza pressioni<br />
con una piccola pala<br />
allacciata alla cintura<br />
la portavo sempre con me come un medaglione.<br />
Nei primi nove paesi<br />
è andato tutto normalmente<br />
non più di un morto<br />
o due alla settimana.<br />
Mi dissi: me ne andrò in pensione in una citta sul mare.<br />
E sono arrivato qui, intendo a Gaza.<br />
La mia pala era ormai inutile, e ho dovuto<br />
acquistare dei macchinari<br />
poi una scavatrice<br />
assumendo come becchini<br />
tutti i disoccupati.<br />
Eppure non è bastato,<br />
allora ho fondato una “Società per la morte”<br />
e ad oggi siamo quotati in Borsa<br />
i primi, a livello mondiale.</p>
<p><em>Gaza, 2024</em></p>
<p>*</p>
<p><strong>&nbsp;&#8220;Semicerchio. Rivista di poesia comparata&#8221;, </strong>fascicolo LXXIV, 2026,1. <em>Zone di conflitto, contatto, traduzione, cura. </em><strong><em>I: Poesia da Gaza</em></strong><strong>. </strong><strong>A cura di Mariangela Masullo e Simone Sibilio</strong></p>
<p>«Come una rosa, caparbia, che resiste all’appassimento / invoca, Gaza, una vita ostinata / forse un antico stupore, / cresce tra le case in macerie».</p>
<p>I versi della poeta Dunia al-Amal Ismail aprono il nuovo numero di «Semicerchio» (LXXIV, 2026/1 presso Pacini Editore), nel quarantesimo della sua vita editoriale e culturale, un volume che esplora l’idea di “zona di contatto, conflitto, traduzione, cura”, spazio in cui la distruzione della guerra incontra la parola poetica.</p>
<p><a href="http://semicerchio.bytenet.it/numero.asp?n=2286">http://semicerchio.bytenet.it/numero.asp?n=2286</a></p>
<p>La scrittura, e con essa la traduzione, qui intesa anche come pratica politica, si prende “cura” dell’umano, contro il “logocidio”, ovvero la cancellazione sistematica del sapere e del linguaggio che accompagna ogni sterminio.</p>
<p>Il volume rappresenta la prima parte di un dittico che troverà il suo compimento nell’autunno del 2026. Nella seconda tappa, la rivista estenderà la sua indagine ad altre aree del mondo dove la poesia si manifesta come una “parola-tenda”: riparo provvisorio, fragile ma ostinato, capace di offrire rifugio e custodire la memoria contro la distruzione.</p>
<p>Al cuore di questo primo numero sta il dossier <em>Poesia da Gaza</em>, curato da Mariangela Masullo e Simone Sibilio, che offrono importanti prospettive e interpretazioni critiche, accompagnate da un approfondimento di Giorgia Pometti sulla poesia femminile palestinese; raccoglie le voci di ventiquattro autori e autrici provenienti dalla Striscia di Gaza, molti dei quali sconosciuti nel nostro Paese, tradotti “in presa diretta”, sotto la pressione della storia sotto gli occhi di tutti noi. Tra questi Nasser Atallah, Salim al-Naffar, Nasser Rabah, Othman Huseyn, Khaled Juma e Yusra al-Khatib, quest’ultima considerata una delle autrici più solide nel panorama arabo ma ancora ignota da noi. Particolare attenzione è inoltre dedicata ai talenti dell’ultima generazione, nati e cresciuti sotto l’assedio militare israeliano e le numerose operazioni belliche condotte contro la Striscia nell’ultimo ventennio, come la giovanissima Batool Abu Akleen, vincitrice di premi internazionali a soli quindici anni, Haidar al-Ghazali e Hamed Ashour.</p>
<p>Una corposa sezione antologica, introdotta dalla Premio Pulitzer Jorie Graham, guest editor di <em>You Must Live. New Poetry from Palestine</em> curato da T. Abu Odeh &amp; S. Bloor, si offre come una selezione trilingue (arabo degli originali, inglese tratto dal volume succitato, italiano a cura di S. Sibilio) in cui la poesia agisce come un “sismografo”, registrando i traumi per trasformarli in segni di una appartenenza affettiva al territorio ed espressione di quella tenacia che i palestinesi chiamano <em>Sumūd</em>.</p>
<p>A chiudere la sezione, si offrono in anteprima nazionale alcuni testi del più celebre poeta palestinese Mahmud Darwish, ancora oggi riferimento assoluto per l’intero movimento poetico della regione.</p>
<p>Accanto al focus tematico sulla Poesia da Gaza, il numero ospita saggi di respiro internazionale e un’ampia sezione dedicata alla traduzione poetica, che attraversa lingue, tradizioni e pratiche del tradurre e del ritradurre tra oriente e occidente. Chiude il volume la curatissima rassegna di recensioni dal mondo della poesia globale, in senso sincronico e diacronico (si trovano elencate nella pagina principale del sito <a href="http://semicerchio.bytenet.it">http://semicerchio.bytenet.it</a>; uno strumento necessario per ogni amante e studioso della poesia, di una ricchezza rara: dalla catalana, cinese, coreana, persiana, greca antica alla francese, italiana, cèca, finlandese, russa, polacca, tedesca, africana, araba, australiana etc., in libri di nuova edizione, riviste internazionali, e da questo numero un osservatorio sul tema affrontato dal numero (in questo caso l’<em>Osservatorio sulla poesia palestinese</em>, una prima mappatura bibliografica della ricezione in Europa).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per informazioni, copie saggio e interviste:</p>
<p>Redazione Semicerchio: semicerchiorpc@libero.it codirezionesc@gmail.com</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il prato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[carlo rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[conoscenza]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Antonio Sparzani</strong> <br />
Davanti al balcone di questo chalet, tutto in legno, in terra d'Alta Savoia, si stende un grande prato, grande, bello, un po' in pendenza verso il sentiero che porta all'entrata, prato che, quando siamo arrivati qua, era ricchissimo d'erba, alta un metro, lussureggiante, inebriante, fastosa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260714-WA0010-768x1024.jpg" alt="" width="696" height="928" class="aligncenter size-large wp-image-121744" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260714-WA0010-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260714-WA0010-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260714-WA0010-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260714-WA0010-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260714-WA0010-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260714-WA0010-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260714-WA0010-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260714-WA0010-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260714-WA0010.jpg 1200w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
Davanti al balcone di questo <em>chalet</em>, tutto in legno, in terra d&#8217;Alta Savoia, si stende un grande prato, grande, bello, un po&#8217; in pendenza verso il sentiero che porta all&#8217;entrata, prato che, quando siamo arrivati qua, era ricchissimo d&#8217;erba, alta un metro, lussureggiante, inebriante, fastosa.</p>
<p>Ma questa emotiva descrizione che cosa esprime? Che conoscenza ho io di questo prato? Inevitabilmente, per il momento, una conoscenza parziale; se volessi qualcosa di più accurato, dovrei cominciare a guardare da vicino le erbe che affollano il terreno, conoscere e distinguere i cardi, gli anemoni, le genziane e tutte quelle che per molti sono soltanto &#8220;erbe&#8221; ma che, se ben osservate da un esperto botanico, rivelerebbero caratteristiche assai molteplici, nomi variopinti, proprietà spesso interessanti per altri scopi, medici, curativi, estetici vari.</p>
<p>Per migliorare la conoscenza del prato occorrerebbe poi uno zoologo, che dovrebbe conoscere tutte le specie di insetti che abitano tra le piante e dovrebbe anche classificare tutti i vermi o piccoli animali che si annidano nella terra o che si spostano nascosti nel loro &#8220;bosco&#8221;. E servirebbe poi un chimico che pure dovrebbe conoscere l&#8217;esatta composizione di ogni elemento di questo prato, erba, terra e animali.</p>
<p>Tutte richieste pesanti, forse vagamente ragionevoli; ma poi arriva il fisico, apriti cielo, che ne ha molte altre: deve sapere la temperatura in ogni punto del prato, la densità della terra, sempre in ogni punto e soprattutto, il fisico post-newtoniano, deve conoscere tutte le precedenti variabili in ogni istante di tempo, ovvero in funzione del tempo.</p>
<p>Un&#8217;impresa completamente impossibile, e anche inutile a questo livello di ampiezza &#8211; cosa importa all&#8217;artista che vuol ammirare, e magari dipingere, il prato la composizione chimica del terreno, o la sua temperatura &#8211; ma la cui dettagliata descrizione ci fa capire una cosa fondamentale, cui solitamente non si sta a pensare, ma di cui, pare a me, è importante prendere, una volta nella vita, coscienza: <em>ogni conoscenza è parziale</em>.</p>
<p>Voi direte che questa deduzione è altamente non giustificata: come faccio a inferire, da un ragionamento su questo straordinario prato, un&#8217;affermazione che riguarda qualsiasi conoscenza, e avete, sembrerebbe, ragione da vendere! Però vediamo.</p>
<p>Io vi ho trascinato fin qui, per farvi conoscere il bel libro di <strong>Carlo Rovelli</strong>,<br />
<em>Sull&#8217;eguaglianza di tutte le cose &#8211; lezioni americane</em> (Adelphi, 2025), nel quale questa tesi viene ampiamente allargata, argomentata e condivisa. Ed è appunto il libro che ha fatto prender coscienza anche a me, fisico, di questa circostanza.</p>
<p>Ecco uno dei passi in cui Rovelli afferma in modo molto netto e incisivo la sua idea: &#8220;La nostra conoscenza, come tutti gli altri aspetti della nostra vita spirituale e mentale, è quindi finita, incompleta, e niente la garantisce. Sono finiti ed estremamente imperfetti tutti i concreti processi mentali di gestione della conoscenza&#8221; (p. 174). Frase che, già da sola, va ben oltre quello che abbiamo imparato dal prato.</p>
<p>Gli esempi e gli argomenti che porta Rovelli sono molti e, per me, convincenti e io vi invito, anche prima di guardare, casomai, il libro, a farvi molte domande sul mondo e su di voi, che, comunque, appartenete al mondo, non ne siete fuori.<br />
Riuscite a trovare una conoscenza che non sia, per qualche aspetto, parziale?<br />
Provate.</p>
<p>Il libro di Rovelli non si limita certo a questo; parla anche della struttura della cosiddetta &#8220;conoscenza scientifica&#8221; e di come essa non sia &#8220;di un altro tipo&#8221; rispetto alla conoscenza dell&#8217;uomo della strada, ma sia anzi ad essa collegata da molti gradi intermedi. Parla del ruolo svolto dai concetti di spazio e di tempo nella vita nostra e nelle teorie scientifiche, parla di meccanica quantistica, di gravità quantistica e in generale della natura e del valore della scienza, e ne parla in modo molto diretto, quasi colloquiando piacevolmente con la lettrice e col lettore.</p>
<p>L&#8217;aspetto della parzialità della conoscenza è forse quello che più mi ha colpito e quindi l&#8217;ho subito applicato a ciò che avevo di fronte, questo bellissimo prato; e questo volevo condividere con voi.</p>
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		<title>Ultima multis</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/06/ultima-multis/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Gallina]]></category>
		<category><![CDATA[ultima multis]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Gabriele Gallina</strong> <br /> Per colui per il quale vivere lontano dalla propria casa è ormai un’abitudine, il ritorno al proprio luogo di origine non è certo legato al desiderio di novità, bensì a quello di ritrovare ciò che era stato lasciato esattamente così come era stato lasciato, il più intatto e antico possibile]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Gabriele Gallina</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-121534" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/1280px-CanopicJarsOfNeskhons-BritishMuseum-August21-08-300x256.jpg" alt="" width="300" height="256" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/1280px-CanopicJarsOfNeskhons-BritishMuseum-August21-08-300x256.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/1280px-CanopicJarsOfNeskhons-BritishMuseum-August21-08-1024x875.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/1280px-CanopicJarsOfNeskhons-BritishMuseum-August21-08-768x656.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/1280px-CanopicJarsOfNeskhons-BritishMuseum-August21-08-491x420.jpg 491w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/1280px-CanopicJarsOfNeskhons-BritishMuseum-August21-08-150x128.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/1280px-CanopicJarsOfNeskhons-BritishMuseum-August21-08-696x595.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/1280px-CanopicJarsOfNeskhons-BritishMuseum-August21-08-1068x913.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/1280px-CanopicJarsOfNeskhons-BritishMuseum-August21-08.jpg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per colui per il quale vivere lontano dalla propria casa è ormai un’abitudine, il ritorno al proprio luogo di origine non è certo legato al desiderio di novità, bensì a quello di ritrovare ciò che era stato lasciato esattamente così come era stato lasciato, il più intatto e antico possibile. Eppure, quando, dopo lungo tempo, tornò a casa della madre agli inizi del mese di ottobre, la visione di un grosso e maturo melograno che spiccava da una cesta di frutta posta sul ripiano della cucina accanto al frigorifero, si palesò ai suoi occhi col carattere di una sorpresa.</p>
<p>La madre lo invitò a provare l’uva che una sua amica gli aveva portato il giorno prima dalla campagna insieme ad altre cose, ma in quel momento non gli andava. Una volta a tavola, le chiese incuriosito come mai avesse comprato quel grosso melograno che sembrava uscito da un quadro di Cezanne, posto poi che Cezanne ne avesse mai raffigurato uno. “Ti ho detto che me l’ha portato Dionetta dalla sua casa in campagna”. “Che frutto particolare, l’albero di casa nostra a Torre alta li fa, ma sempre di piccole dimensioni, sarà per via del terreno e della presenza di tutti quei grandi pini che impediscono alle altre piante di crescere oltre una certa misura. Non ne mangio uno da quando ero piccolo… anzi no, aspetta, non credo di averne mai mangiato. So che è un frutto cristico, legato alla sfera religiosa e al concetto di sacrificio”. “Uhm, più che altro al paganesimo, alla mitologia greca e latina… il mito più noto dove c’è di mezzo un melograno è probabilmente quello di Persefone”. “Non me lo ricordo… mi dici?”. “…niente, Persefone era stata rapita da Ade, e una volta agli inferi sarebbe dovuta restare lì perché la legge divina così voleva per chi come lei avesse mangiato dei chicchi di melograno in quel luogo. Nel frattempo sua madre, Demetra, impazzita dal dolore per la scomparsa della figlia, aveva praticamente smesso di far crescere qualsiasi cosa sulla terra: campi secchi, raccolti distrutti, carestie. Alla fine Zeus dovette intervenire e ordinare che Persefone le fosse restituita. Persefone era però ormai legata ad Ade per l&#8217;eternità perché aveva mangiato il melograno, il cibo dei morti; le fu tuttavia accordato di passare sei mesi all’anno con lui e i restanti sei con Demetra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Insomma: è uno di quei miti cosmogonici con cui i Greci spiegavano le origini delle stagioni. Infatti, per loro, era autunno e inverno quando Persefone era agli inferi, mentre il periodo che lei passava sulla terra coincideva con la primavera e l’estate. ”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parlarono poi dei più vari argomenti, come sempre si parla tra familiari, fino a farlo per inerzia, quel tanto che basta per affermare la presenza, esprimerne una continuità. Fino a che però la madre gli chiese se l’indomani avrebbe potuto portare la gatta dal veterinario. “Non mangia… né va alla lettiera. Sta tutto il tempo a dormire”.</p>
<p>Mangiarono il melograno: difficile da aprire per chi non è avvezzo; una volta spaccato in due il frutto offre in chicchi la sua polpa. Una membrana rossastra, trasparente e traslucida, riflette morbidamente la luce che gli sta addosso come una coperta invisibile.</p>
<p>La madre prese una delle due metà del melograno e ne bevve il succo come si beve da una coppa, sembrava di assistere a uno strano rito, domestico e pagano. Il melograno ha un buon sapore, pensò. Anche se evitare di ingerire i chicchi può risultare fastidioso, qualora si scelga di mangiarli e se capita di masticarne uno, il loro gusto aspro contrasta in modo felice con il dolce della polpa. È un frutto originale, antico, come la vita nella semplicità profonda delle contrapposizioni elementari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una volta in macchina, coperto il trasportino con un piccolo lenzuolo bianco (per come gli era stato suggerito), si avviò verso il centro veterinario che si trovava non molto lontano da casa, vicino al mare. Era il primo pomeriggio di una luminosissima giornata di sole. La gatta non fece altro che piangere per l’intera durata del breve tragitto. Una volta arrivati al centro, in mancanza del solito medico di riferimento, la dott.ssa Tragicomma, chiese del medico Fozai, che in quel momento era proprio accanto all’impiegata dell’accoglienza e che lo accolse immediatamente con un “si accomodi” – pensare che si era portato varie letture per ingannare il tempo dell’attesa…</p>
<p>“Cosa ha la gatta?” La madre aveva preparato su sua richiesta un lungo audio WhatsApp da far sentire alla dott.ssa una volta lì, nel quale tutta la sintomatologia presente e pregressa di Loral veniva esposta dettagliatamente: l’ascoltò insieme al medico. Soprattutto, la madre chiedeva che si facesse un prelievo alla gatta per capire che cosa avesse di preciso, senza fare esami troppo invasivi o dispendiosi. La dott.ssa si era però accorta che la gatta durante il viaggio aveva rimesso dei croccantini all’interno del trasportino e si era opposta all’ipotesi di un prelievo, perché per ottenere risultati affidabili la gatta avrebbe dovuto essere digiuna da almeno 10 ore. “Procediamo invece con un’ecografia, mi deve aiutare a tenerla ferma”.</p>
<p>L’ecografia fu molto più lunga di quello che aveva immaginato: quando gli era capitato di subirla da paziente, si era sempre trattato di esami molto rapidi. Questa volta, invece, si trattò di un esame prolungato e tenere ferma Loral, se non era difficile nell’atto pratico, lo era invece perché la gatta si lamentava e ogni tanto cercava comunque di divincolarsi. “Sa, questa è una gatta molto amata in famiglia, noi abbiamo avuto fino a 10 gatti, oggi sono rimasti in 6. Lei è un po’ la principessa della casa”. A un certo punto, la compassione per l’animale prese il sopravvento e allentò la presa: Loral fuggì all’istante sotto allo scarno e asettico tavolo del veterinario. La Dott.ssa la riprese prontamente facendola rientrare nel trasportino, poggiato anch’esso sopra all’ampio banco di metallo. La grata d’ingresso, sulla parte anteriore della gabbietta è aperta, ma Loral non esce. “Ho brutte notizie, c’è una formazione neoplastica nell’intestino. Ho bisogno di vedere meglio – ancora un attimo – con l’ecografia. Devo esserne certa. La tenga col panno, come prima, non le fa niente; altrimenti chiamo qualcun altro e mi faccio aiutare”.</p>
<p>Ora erano in tre a tenerla, l’esame impiegò ancora dieci minuti buoni, che si aggiungevano agli altri venticinque del primo tentativo. “Confermo la diagnosi, mi dispiace”. “Visto quanto detto da sua madre e vista la situazione clinica dell’animale, pensare ad una cura che preveda anche un intervento chirurgico, non soltanto è dispendioso ma molto probabilmente anche inutile. Non farebbe che allungare la sofferenza dell’animale. Bisogna mettere al primo posto la sofferenza dell’animale, evitare che soffra”. “Quindi, cosa consiglia di fare? Quanto le resta”. “… poco! Pochissimo… qualche giorno, forse una settimana. Si potrebbe tentare con un palliativo, ma non è detto che risponda positivamente. Sarebbe forse il caso di valutare l’eutanasia.” “L’eutanasia? E quando!?”. “Subito… oggi!”. Trasalì, fece qualche passo all’indietro, le lacrime arrivarono agli occhi come un riflesso incondizionato, si voltò di scatto per prendere i fazzoletti nella tasca della giacca. Trattene le lacrime a fatica. “Cosa c’è? Si sente bene?”. “Si! Tutto bene!”, disse con un vocione il cui farsi grosso tradiva l’emotività che tentava goffamente di coprire. In quell’esatto momento però, la gatta, che era stata messa nuovamente dentro al trasportino, lo guardò. Quello sguardo attraverso le grate di plastica del trasportino fu un colpo di fucile, lo trafisse ben più profondamente delle parole appena udite. Era uno sguardo che pungeva per innocenza e purezza, sguardo fiducioso di bambina, che scoccava da due bellissimi occhi, con le pupille grandi, dilatate, scure e profonde. Indimenticabili. Ma c’era qualcosa di più: ero uno sguardo che non si sapeva spiegare, una sorta di sguardo d’intesa. Conteneva un che di enigmatico, una richiesta. Non la pretesa di un favore, ma il riconoscimento tacito di un punto fermo, di cui lui e la gatta in qualche modo erano a conoscenza. O almeno, la gatta sì, lui non ne aveva che un vago e oscuro sentore, o doveva averne un simile sentimento. A questo, a ricordargli quel qualcosa di essenziale serviva quello sguardo.</p>
<p>La dottoressa parlò nuovamente al telefono con la madre. Fece un’iniezione alla gatta. “È cortisone, dura per due settimane. Se risponde bene riprenderà a mangiare e tutto il resto”.</p>
<p>Prese il trasportino con Loral dentro, che subito tornò a lamentarsi miagolando ininterrottamente (non avrebbe smesso fino al ritorno a casa), pagò e si avvio verso la macchina. La dottoressa si era nel frattempo spostata in un’altra stanza dell’ambulatorio. La salutò dall’anticamera, ma non capì distintamente se avesse ricevuto una risposta. Una volta alla macchina, mentre sistemava nuovamente la gatta sul sedile, si sentì come fissato da qualcuno. Alzò gli occhi e vide la dottoressa che lo guardava dalla penombra dell’uscio della clinica, le indirizzò un gesto di saluto, ma non fu ricambiato. Pensò di aver frainteso, o che il tutto stesse divenendo in qualche modo stranamente inquietante. Che si trattasse di uno sguardo ostile, o addirittura predatorio? Che non stesse guardando lui? Ma lì fuori non c’era nessun altro…</p>
<p>Nei giorni seguenti la salute della gatta effettivamente migliorò: sebbene continuasse a dormire per la maggior parte del tempo, aveva almeno ripreso a mangiare. “Pensare di uscire da casa con lei e tornare senza mi avrebbe distrutto”. “Lo capisco…, no. Non l’avremmo permesso”.</p>
<p>Il suo breve soggiorno nella vecchia casa della madre giunse al termine. Fuori, via, verso la vita, gli impegni e tutto il resto di tutte quelle cose così importanti che riempiono di senso le giornate della gente che si prefigge nobili scopi e traguardi prestigiosi. Avrebbe dovuto compiere ancora altri viaggi prima di tornare nel posto in cui effettivamente risiedeva allora. In quel periodo, nei ritagli di tempo, rileggeva alcuni testi di un grande filosofo tedesco lungamente studiato, uno di quelli che davvero – si diceva – avevano visto e capito tutto, e con largo anticipo, finezza e dovizia di particolari rispetto a tanti altri pretenziosi pensatori. Aveva in particolare tra le mani un’edizione tascabile di un saggio di straordinaria fattezza e vi leggeva una riflessione sull’autorità che emana del morente. “Allo spirare della vita […] l’indimenticabile affiora d’un tratto nelle espressioni e nei suoi sguardi e conferisce a tutto ciò che lo riguardava l’autorità che anche l’ultimo tapino possiede, morendo, per i vivi che lo circondano. Questa autorità è all’origine del narrato”. Poche pagine prima aveva letto: “una volta non c’era casa, non c’era quasi stanza, dove, un tempo, non fosse morto qualcuno. (Il Medioevo sentiva anche spazialmente ciò che, come sentimento del tempo, rende così significativa la scritta di una meridiana a Ibiza: <em>Ultima multis</em>). Mentre oggi, in vani ancora intatti dalla morte, i borghesi ‘asciugano le pareti’ dell’eternità, e, avviandosi al termine della vita, sono cacciati dagli eredi in sanatori ed ospedali”. Questi passaggi gli avevano fatto ricordare un altro scritto dello stesso autore, uno scritto dal sapore proustiano, un tentativo in fondo di appropriarsi dell’esperienza per mezzo della memoria: “A dominare era un tipo di mobilio che a causa del capriccio con cui riuniva in sé gli ornamenti di molti secoli, era a tal punto compenetrato di sé stesso e della sua durata da non prevedere alcuna usura, alcuna vendita, alcun trasloco, restando sempre ugualmente prossimo e ugualmente lontano dalla propria fine, che pareva la fine di tutte le cose. La miseria non poteva trovare accoglienza in stanze in cui in fondo non ne otteneva nemmeno la morte. In esse non c’era posto per morire; perciò i loro inquilini morivano nei sanatori, mentre i mobili già alla prima successione ereditaria finivano in un negozio. La morte in essi non era prevista. Per questo di giorno apparivano così confortevoli e di notte diventavano lo scenario di sogni paurosi. Appena vi accedevo, la tromba delle scale risultava abitata da un incubo che prima appesantiva e toglieva forza a tutte le membra, e alla fine, quando dalla sospirata soglia mi separavano ormai solo pochi passi, mi prendeva in suo potere. Siffatti sogni furono il prezzo con cui mi guadagnai la sicurezza. La nonna non morì nel Blumeshof. Difronte a lei abitò per lungo tempo la madre di mio padre, che era più vecchia. Anche lei morì altrove. Così quella strada divenne per me l’eliso, il regno delle ombre di nonne immortali eppure defunte”. Anche i suoi nonni erano morti lontani da casa propria, pensò.</p>
<p>Finalmente fece ritorno nella sua abitazione (erano trascorse altre due settimane di viaggio da quando aveva lasciato la casa materna, con varie altre tappe intermedie). Lo attendeva un periodo di lavoro intenso. Un giorno, dopo pranzo, mentre lavava i piatti si accorse che il detersivo che stava utilizzando era alla fragranza del melograno. Che coincidenza bizzarra, non si era accorto di averlo comprato, ma doveva averlo fatto prima di intraprendere il suo viaggio.</p>
<p>Sentiva la madre più o meno regolarmente e le chiedeva come stesse la gatta. Loral, nel frattempo, era stata fatta visitare anche dalla Dott.ssa Tragicomma (la quale aveva a sua volta confermato la fatale diagnosi) e, dopo un miglioramento tale solo in apparenza, sembrava versare nuovamente su una brutta china.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un venerdì pomeriggio, mentre era assorbito nel suo lavoro, riceve una chiamata della madre. Si trovava in quel momento da un altro veterinario: la gatta era troppo mal messa, la necrosi dei tessuti dovuta al suo male provocava un pesante cattivo odore nelle stanze in cui si trovava. Non mangiava, era agli sgoccioli. Aveva deciso di portarla in clinica veterinaria per, probabilmente, mettere la parola fine a questa storia.</p>
<p>È più facile per chi è distante pensare che una cosa sia giusta o meno quando non tocca a lui occuparsene. Fu forse questa parziale consapevolezza che indebolì il suo maldestro tentativo di evitare la soppressione di Loral, non che la madre ne fosse poi del tutto persuasa. Misero giù.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Passa una mezz’ora, forse di più. “È successo una specie di miracolo! Le hanno fatto una prima anestesia prima di procedere… la gatta si addormenta ma dopo poco si sveglia. Il medico ha provato una seconda volta. L’anestesia non le ha fatto niente! È proprio vero che l’uomo non decide nulla. Ho deciso di riportarla a casa”.</p>
<p><em>Suo fratello portava a casa dei piccoli mici. Si arrabbiava, opponeva resistenza, perché a suo giudizio il fratello prendeva l’iniziativa senza tenere conto degli altri. Confrontarsi con lui era difficile: gli doveva quasi urlare da dietro la porta socchiusa della stanza per farsi sentire. Quella stanza era in realtà la camera della sorella, dove il fratello dormiva di solito quando entrambi si trovavano a casa della madre. Il fratello aveva un atteggiamento sornione, come se si divertisse a vederlo arrabbiato, ma alla fine pareva capire.</em></p>
<p><em>A un certo punto decideva di far uscire uno di quei gatti, un piccolo micio arancione e bianco, nel giardino. Dalla porta-finestra vedeva passare prima un uccello, nel quale credeva di riconoscere un pavone, e poi una gatta dai colori straordinari — tra il beige, il verde e il viola, forse quelli del pavone o dell’anatra del Nilo — dal manto cangiante, quasi iridescente. Stava sdraiata al sole su mattonelle bianche, il pelo le luccicava.</em></p>
<p><em>Dopo, dovevano mettersi a tavola: avevano apparecchiato per tre. Ma proprio in quel momento qualcuno bussava, e cominciavano a entrare amici del fratello, spingendo tre passeggini con dei bambini. Lui pensava, infastidito, che il fratello avrebbe potuto almeno avvisare, visto che stavano per mangiare. In tutto ciò stava fumando e si chiedeva se fosse giusto farlo ora che c’erano i bimbi nel salone. Si avvicinava alla finestra, indeciso se buttare la sigaretta o tenerla, perché, in fondo, era casa sua e non era stato informato dell’arrivo di tutti quegli ospiti.</em></p>
<p><em>Salutava una delle amiche del fratello, una donna mai vista prima, mentre gli altri prendevano posto sul divano. La sorella, invece, non compariva nel sogno, anche se la sua presenza per così dire aleggiava, era in qualche modo una presenza </em>atmosferica<em>. </em>In uno di quegli stati di semicoscienza che precedono il risveglio si ricordò che la sera precedente aveva parlato a lungo con lei al telefono.</p>
<p>Passò ancora un giorno, “la gatta sta male, si è messa sotto al mobile, quello che era della zia, poi si è spostata. Gli altri gatti la evitano”. “Che dobbiamo fare, aspettiamo?”. “Che altro possiamo fare…”. “È stata una gatta molto amata, ben voluta, parte della famiglia. Dormiva sempre all’altezza del mio cuscino, praticamente attaccata alla mia testa…” “Sei ancora fuori?”. “Sì, ero tornata, poi sono uscita nuovamente. Ora sto rientrando una seconda volta…”.</p>
<p>Venti minuti dopo, un’altra telefonata: rispose a sua sorella accendendo la modalità video dello smartphone. “Loral è andata…”. Parlano di lei, vedono vecchie foto, la gatta aveva vissuto con loro 15 anni o forse più. L’amore degli animali, si sa, è incondizionato… Si dice che i gatti e in generale gli animali domestici talvolta si ammalino al posto nostro, che ci schermino dal male, che tacitamente si sacrifichino per noi.</p>
<p>“Ora che fai ma’?”. “Domani vado a casa a Torre alta”. “La seppellisci lì?”. “Seppellirla lì? No, l’ho già fatta cremare…”. “Ho capito. Quando mi hai detto che si era spostata, non ho capito invece dov’è che si è andata a mettere poi”. “Sotto alla mia libreria”. “Ah lì, dove ci sono i tuoi classici greci e latini?”. “No, i classici sono nell’altra, in quell’accanto”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I poeti appartati: Deborah De Rosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 05:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Deborah De Rosa]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Deborah De Rosa</b> <br />È la pelle umana
vestita dei gioielli spenti: ogni volta in cui ci siamo pensati
meglio, non potevamo fare peggio.
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121955" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.41.58.png" alt="" width="424" height="639" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.41.58.png 424w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.41.58-199x300.png 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.41.58-279x420.png 279w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.41.58-150x226.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.41.58-300x452.png 300w" sizes="(max-width: 424px) 100vw, 424px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Tre poesie</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Deborah De Rosa</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Pelle umana</em></p>
<p>Disperato tentativo<br />
d&#8217;evitare il deserto, da quando hai scoperto<br />
che somiglia a me. Credevi di no<br />
e hai creduto male. È la pelle umana<br />
vestita dei gioielli spenti: ogni volta in cui ci siamo pensati<br />
meglio, non potevamo fare peggio.</p>
<p>Di ciò che vomiti dentro e non gridi<br />
al di fuori ne patisce assai più<br />
la gola. Si consuma il fiato e poi collassa<br />
un pensiero in petto. Tutti gli organi, sai,<br />
sperano la vita. Ma è solo pelle umana<br />
e fa paura il peccato, il rimorso<br />
del poi: sapersi l&#8217;anima<br />
e scoprirla morta.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Taranta</em></p>
<p>Nel giardino di Dio ogni donna è la benvenuta<br />
purché la sua carne non sia malata e convulsa.<br />
Tant&#8217;era grave il suo tormento<br />
che per guarirla dal morso la madre chiamò l&#8217;orchestra in casa.<br />
La stanza sputava l&#8217;afa e s&#8217;era fatta piccola<br />
perché la sciagura era diventata degli altri<br />
e lei danzava scalza con otto piedi per sudare via la bestia dal corpo.<br />
Per giorni si mangiava solo l&#8217;aria breve dei tamburelli<br />
e il cuoio della suola stanca che assillava sempre lo stesso ritmo.<br />
Diventava l&#8217;ossessione di tutti<br />
e s&#8217;ammalavano a guardare la croce di legno, pregando che lei guarisse.<br />
La supplica s&#8217;espandeva a macchia d&#8217;olio<br />
nel recinto umano del rito. Si piangeva tutti<br />
sulla polvere mossa<br />
ché il dolore convulso è maligno, ma è pure un bisogno.</p>
<p style="text-align: center;">
Se lo scacci, lui torna.<br />
Se l&#8217;ammazzi, rivive ed è santo.<br />
Se non ce l&#8217;hai, t&#8217;ammali dentro di vaiolo.</p>
<p>La disgraziata era caduta, ma ancora spasimava<br />
e strisciava singhiozzi e sudore in terra.</p>
<p style="text-align: center;">
<em>Aveva mai chiesto d&#8217;entrare nel giardino di Dio?</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al Sole, sai,</p>
<p>non importa nulla del mare della sera</p>
<p>che mi allaga le ciglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È al Sole che tu assomigli.</p>
<p><em>Da Nera e amara (Edizioni Dialoghi, 2025)</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>La cultura offesa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/08/04/la-cultura-offesa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 12:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA['E Zezi]]></category>
		<category><![CDATA[Casalnuovo]]></category>
		<category><![CDATA[Ciro Marino]]></category>
		<category><![CDATA[Flip]]></category>
		<category><![CDATA[Pomigliano]]></category>
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					<description><![CDATA[ a cura di <b>Francesco Forlani</b> <br />Ciro Marino, libraio ed editore di Wojtek è uno degli organizzatori del Flip Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano d'Arco. Ci conosciamo da anni e quando ho letto la notizia gli ho proposto di parlarne qui su Nazione Indiana]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La conversazione</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Francesco Forlani e Ciro Marino</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121924" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23.png" alt="" width="597" height="297" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23.png 597w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23-300x149.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23-150x75.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-03-à-20.05.23-324x160.png 324w" sizes="(max-width: 597px) 100vw, 597px" /></p>
<p>su <a href="http://Il FLIP è un festival della letteratura indipendente, promosso da editori e librai locali, che si tiene a Pomigliano d'Arco da diversi anni. Una rassegna che ha contribuito ad accrescere l'utenza di lettori nella città dove il numero di librerie è un record nazionale: ben sei per un Comune di 40 mila abitanti. Grazie al Festival sono arrivati a Pomigliano negli anni grandi nomi della letteratura, ed un pubblico sempre più vasto. Quest'anno però il Festival traslocherà ed il motivo è l'ostruzionismo del Sindaco di Pomigliano d'Arco, Lello Russo, nei confronti degli organizzatori. Dopo aver approvato il finanziamento al Festival il primo cittadino ha messo bocca sul programma, chiedendo esplicitamente all'associazione promotrice di escludere uno degli organizzatori del festival. La colpa sarebbe quella di &quot;aver parlato male&quot; di Russo, motivo per cui il Sindaco ha ripetutamente minacciato gli organizzatori di ritirare il supporto del Comune se non ci fosse stato un cambio di programma. Per gli organizzatori la richiesta è stata irricevibile, da qui la decisione di lasciare Pomigliano d'Arco e non voler avere più nulla a che fare con l'amministrazione comunale. continua su: https://www.fanpage.it/napoli/a-pomigliano-il-sindaco-blocca-il-flip-festival-i-promotori-voleva-cancellare-uno-degli-organizzatori-andiamo-via/ https://www.fanpage.it/">Fanpage</a> Antonio Musella scrive:<br />
Il FLIP è un festival della letteratura indipendente, promosso da editori e librai locali, che si tiene a Pomigliano d&#8217;Arco da diversi anni. Una rassegna che ha contribuito ad accrescere l&#8217;utenza di lettori nella città dove il numero di librerie è un record nazionale: ben sei per un Comune di 40 mila abitanti. Grazie al Festival sono arrivati a Pomigliano negli anni grandi nomi della letteratura, ed un pubblico sempre più vasto. Quest&#8217;anno però il Festival traslocherà ed il motivo è l&#8217;ostruzionismo del Sindaco di Pomigliano d&#8217;Arco, Lello Russo, nei confronti degli organizzatori. Dopo aver approvato il finanziamento al Festival il primo cittadino ha messo bocca sul programma, chiedendo esplicitamente all&#8217;associazione promotrice di escludere uno degli organizzatori del festival. La colpa sarebbe quella di &#8220;aver parlato male&#8221; di Russo, motivo per cui il Sindaco ha ripetutamente minacciato gli organizzatori di ritirare il supporto del Comune se non ci fosse stato un cambio di programma. Per gli organizzatori la richiesta è stata irricevibile, da qui la decisione di lasciare Pomigliano d&#8217;Arco e non voler avere più nulla a che fare con l&#8217;amministrazione comunale.<br />
&#8220;O togliete quel nome o sospendo il sostegno al Festival&#8221;</p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignright wp-image-121948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05.png" alt="" width="373" height="442" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05.png 535w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05-253x300.png 253w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05-354x420.png 354w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05-150x178.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.11.05-300x356.png 300w" sizes="(max-width: 373px) 100vw, 373px" />Ciro Marino, libraio ed editore di Wojtek è uno degli organizzatori del <a href="https://flipfestival.it/">Flip Festival</a> della Letteratura Indipendente di Pomigliano d&#8217;Arco. Ci conosciamo da anni e quando ho letto la notizia gli ho proposto di parlarne qui su Nazione Indiana. Non si tratta di una semplice, e per certi versi banale, per quanto catastrofica, questione personale. Quello che si evince dai fatti successi è la frattura, non risanabile, tra il mondo della cultura e quello della politica, che si sovrappone a quello ancora più tragico tra economia e creazione artistica e culturale. Che ne pensi tu?</em></p>
<p>Guarda, ancora oggi non è facile, per me e per tutti noi del FLIP, comprendere fino in fondo ciò che è accaduto.<br />
I nostri rapporti con il sindaco non sono mai stati idilliaci, questo è vero. Eppure, quando ci è stato chiesto di contribuire alla candidatura di Pomigliano d&#8217;Arco a Capitale Italiana del Libro, non ci siamo sottratti. Al contrario: abbiamo messo a disposizione tutto ciò che avevamo, il nostro lavoro, le nostre relazioni, il nostro tempo, le nostre energie. Lo abbiamo fatto perché abbiamo sempre pensato che una città venga prima delle differenze con chi la amministra.<br />
Forse qualcuno ha scambiato quella disponibilità per una forma di acquiescenza. Ha immaginato che fossimo pronti ad accettare anche richieste che, invece, abbiamo ritenuto fin dal primo istante irricevibili. È stato un errore di valutazione.<br />
A colpirci, oggi, non è soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che non è accaduto: nessuna risposta formale alle PEC che abbiamo inviato, nessuna presa di posizione della giunta, a cominciare dall&#8217;assessore alla Cultura. Un silenzio che pesa quanto le parole.<br />
Di contro, abbiamo ricevuto un abbraccio straordinario. Quello della città di Pomigliano, dei tanti cittadini che ci hanno scritto, dei consiglieri di opposizione e, naturalmente, dell&#8217;amministrazione di Casalnuovo di Napoli, che non ha esitato un solo istante ad accoglierci. Di questo saremo sempre grati, in particolare al sindaco Giovanni Nappi e al consigliere Mario Visone.<br />
Sul resto condivido la tua riflessione. Se la politica — o almeno una certa idea della politica — pensa che finanziare un festival indipendente significhi automaticamente comprarne la fedeltà, costruire clientele o allevare sudditi, allora il problema è molto più grande del FLIP. Noi abbiamo sempre pensato che il sostegno pubblico alla cultura serva a garantire la libertà, non a limitarla. Per questo raccontare pubblicamente ciò che è accaduto non è stata una scelta strategica: è stato, semplicemente, un dovere morale.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="0PdgwdSV1qM"><iframe loading="lazy" title="Nacchere Rosse, Gruppo Operaio &#039;E Zézi, Folk D&#039;Asilia - Documento Rai 1975 (La Canzone di Zeza)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/0PdgwdSV1qM?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
<p><em>Devo la mia conoscenza di Pomigliano a Pasquale Avallone, conosciuto insieme alla sua vivacissima comunità <strong>Leggimi forte</strong>, agli incontri dei presìdi del libro alla Laterza di Bari in occasione dell&#8217;uscita del mio &#8220;Parigi&#8221;. Nell&#8217;immaginario diciamo culturale e politico di molti di noi Pomigliano d’Arco è soprattutto l’esperimento città-fabbrica che l’ha caratterizzata nel secondo novecento, il che mi ha sempre suggerito un accostamento a Ivrea, alla comunità creata da Olivetti. Come a Ivrea Pomigliano d’Arco rievoca vertenze e esperimenti di fabbrica e comunità legati alle lotte operaie. Negli anni settanta E Zezi, gruppo operaio, con la famosa Tammurriata dell’Alfasud promessa mancata del riscatto industriale del Mezzogiorno, hanno rappresentato un momento importante nell’emancipazione culturale e sociale. In una delle più belle canzoni, che trattavano di morte sul lavoro, ‘A Flobert, a un certo punto Colasurdo canta:</em></p>
<p><em>Ma nuje l&#8217;ajmm&#8217; capito</em><br />
<em>cagnamm&#8217; sti culuri</em><br />
<em>pigliammo a sti padrune</em><br />
<em>e mannammel&#8217; &#8216;affanculo.</em></p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121949" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59.png" alt="" width="248" height="321" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59.png 345w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59-232x300.png 232w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59-325x420.png 325w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59-150x194.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.15.59-300x388.png 300w" sizes="(max-width: 248px) 100vw, 248px" />Il vostro festival in questi anni ha svolto un’azione importante sul territorio, e sicuramente avete raccolto il testimone di quelle esperienze quasi trasformando la Flobert, fabbrica, in Flaubert letteratura. Guardando i dati anagrafici dell’attuale consiglio, per esempio L&#8217;assessore alla cultura del comune di Pomigliano d&#8217;Arco, il professor Giovanni Russo, che detiene le deleghe alla cultura, istruzione e politiche giovanili, con un curriculum di tutto rispetto, laureato in filosofia, è del 1963, dunque in qualche modo figlio di quel fermento culturale. Il sindaco attuale, Raffaele Russo era già assessore in quegli anni, eletto a maggio 2023 con oltre il 73% dei voti. Un consiglio composto da persone che dovrebbero avere quella sensibilità.</em></p>
<p>Si tratta di un&#8217;amministrazione nata, come accade in moltissimi comuni italiani, dall&#8217;intreccio di liste civiche, equilibri e interessi che raramente coincidono con una precisa identità ideale. Non credo che la chiave di lettura sia quella dell&#8217;appartenenza politica. La maggioranza che sostiene questa amministrazione va dai socialisti a Fratelli d&#8217;Italia, passando per la Lega e Forza Italia.<br />
Quanto all&#8217;eredità degli Zezi — ma ci metterei anche &#8216;A Sunagliera, le Nacchere Rosse e tutte quelle esperienze che hanno reso Pomigliano un luogo riconoscibile ben oltre i suoi confini — credo che il fermento culturale di oggi ne sia, in qualche misura, figlio. Non perché ne replichi i linguaggi, ma perché ne custodisce la stessa idea di comunità: la convinzione che la cultura non sia un ornamento, ma una forma di partecipazione civile.<br />
A Pomigliano non c&#8217;è soltanto il FLIP — o forse dovrei dire: non c&#8217;era soltanto il FLIP. C&#8217;è <a href="https://ilmanifesto.it/sguardi-ostinati">Sguardi Ostinati,</a> una rassegna di cinema d&#8217;autore preziosa; c&#8217;è <a href="https://www.camerafilm.eu/">Camera Film</a>; c&#8217;è il festival teatrale <a href="https://www.youtube.com/@inostrimitifestival">I nostri miti</a>; c&#8217;è <a href="https://www.itacacoloniacreativa.it/">Itaca – Colonia Creativa</a> e molte altre realtà che, spesso lontano dai riflettori, tengono viva la vita culturale della città.<br />
Anche il <a href="https://www.pomiglianojazz.com/">Pomigliano Jazz,</a> prima di noi, è stato costretto ad allontanarsi e a trasformarsi in un festival itinerante. Oggi, alla luce di quanto abbiamo vissuto, quel precedente assume un significato diverso e più doloroso.<br />
Personalmente non ho mai avuto una tessera di partito e non ho mai fatto politica partitica. Chi frequenta il FLIP o la mia libreria sa che i comizi restano sempre fuori dalla porta. Ho sempre dialogato con tutti, indipendentemente dalle appartenenze.<br />
<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121950" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24.png" alt="" width="288" height="352" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24.png 335w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24-246x300.png 246w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24-150x183.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.13.24-300x366.png 300w" sizes="(max-width: 288px) 100vw, 288px" />Il FLIP è nato come uno spazio indipendente e continuerà a esserlo. Indipendente dalla politica, ma anche da una certa idea della programmazione culturale che sembra ritenere obbligatorio parlare sempre e solo di periferie, degrado, camorra o emergenze sociali. Sono temi importanti, naturalmente, ma noi abbiamo scelto un&#8217;altra strada. Siamo convinti che la letteratura possieda una forza civile propria, che non abbia bisogno di giustificarsi attraverso l&#8217;attualità o di farsi ancella della politica. Leggere un romanzo, ascoltare una poesia, discutere di un libro è già un modo di immaginare una società diversa. E questo, qualche volta, è persino più radicale di uno slogan. Infine, la tua immagine della Flobert che diventa Flaubert mi sembra felicissima. Credo che il FLIP abbia provato, nel suo piccolo, a dimostrare proprio questo: che la cultura non è una parentesi rispetto alla storia industriale di Pomigliano, ma una sua naturale evoluzione. Cambiano gli strumenti, non il desiderio di emancipazione. Prima si costruivano automobili e si difendevano diritti; oggi si costruiscono comunità di lettori. Anche questo è un modo di produrre futuro.</p>
<p><em>Tantissima solidarietà ricevuta sia a mezzo stampa che sui social a livello locale e nazionale. Immagino anche da parte dei cittadini. Cosa vorresti dire ai lettori di Pomigliano, soprattutto ai ragazzi che non potranno « viversi » il festival come negli anni passati? Organizzerete delle navette? Dei presidi alle due librerie?</em></p>
<p>La prima cosa che vorrei dire ai cittadini di Pomigliano è semplicemente grazie. In questi giorni abbiamo ricevuto centinaia di messaggi, telefonate, mail. Il giorno dopo la nostra denuncia molte persone sono entrate in libreria senza nemmeno comprare un libro: volevano solo stringerci la mano, dirci che il FLIP appartiene anche a loro. Ed è forse questa la cosa più preziosa che abbiamo scoperto in mezzo a una vicenda tanto dolorosa: un festival indipendente non è soltanto di chi lo organizza, ma della comunità che negli anni lo ha riconosciuto come un luogo di incontro e di libertà.<br />
Ai ragazzi e le ragazze, soprattutto, vorrei dire di non leggere questa storia come una sconfitta. La letteratura ci insegna che anche gli spostamenti fanno parte delle storie: a volte i luoghi cambiano, ma non necessariamente cambia ciò che quei luoghi hanno generato. Il FLIP cambia città, ma non cambia anima. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: invitare scrittrici e scrittori, discutere di libri, creare occasioni di confronto, difendere uno spazio in cui il pensiero possa restare libero.<br />
Naturalmente faremo tutto il possibile perché chi vorrà raggiungerci a Casalnuovo possa farlo con facilità. Stiamo lavorando anche all&#8217;idea di organizzare navette e ad altre soluzioni che permettano a chi ci ha seguito in questi anni di continuare a sentirsi parte del festival. E qui va ancora una volta ringraziato il comune di Casalnuovo che ha dimostrato fin da subito una sorprendente disponibilità. Dandoci la possibilità di dimostrare che i confini amministrativi non coincidono con quelli di una comunità culturale.<br />
E poi c&#8217;è una promessa che sento di poter fare: il FLIP non interrompe il suo rapporto con Pomigliano. È stato costretto a spostarsi, ma continuerà a considerare questa città il luogo da cui è nato e in cui ha messo radici. Continueremo a lavorare a Pomigliano, a organizzare incontri, a costruire relazioni intorno ai libri. Perché un festival dura pochi giorni, ma una comunità culturale si forma nel tempo, nelle conversazioni dopo una presentazione, nelle persone che si incontrano per la prima volta grazie a un autore, nei ragazzi che entrano in una libreria e scoprono che quel luogo può appartenere anche a loro.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-121951" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54.png" alt="" width="686" height="437" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54.png 686w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54-300x191.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54-659x420.png 659w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Capture-décran-2026-08-04-à-09.16.54-150x96.png 150w" sizes="(max-width: 686px) 100vw, 686px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nuda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[laura mancini]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Laura Mancini</strong> <br />
La signora Russo avanza come un battello sbattuto dai mari. A sostegno della sua oscillazione è il solo carrello, sbrindellato ma perfettamente efficace, al pari delle sue anche e della sua intera persona. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Laura Mancini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-121866" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036.jpg 1333w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>La signora Russo avanza come un battello sbattuto dai mari. A sostegno della sua oscillazione è il solo carrello, sbrindellato ma perfettamente efficace, al pari delle sue anche e della sua intera persona. Lo riempie fino all’orlo con l’aiuto di un ragazzo del banco della frutta, paga il conto, lascia la mancia al ragazzo e si rimette sulla strada di casa. <em>Guardami pure</em>, dice con gli occhi al portiere che la scruta sulla soglia del palazzo e si sente tanto superiore a lei nonostante zoppichi a sua volta. <em>Ma io sono anziana</em> <em>e tu no</em>. Al mercato la conoscono tutti, controlla che i peperoni abbiano quattro punte, che la buccia delle arance sia ruvida, che le foglie così e la polpa colà, non gliela si fa. Ma nessuno se la prende, ormai si sono compresi, lei e il mondo, quindi è sì concesso schernirla ma sempre restando nei limiti del gioco e usandole il dovuto rispetto. La signora Russo accetta quel tipo di umorismo poiché è una donna di spirito e antepone l’umanità al resto, è in grado di dirne quattro a sua volta, ma con affetto. Ha imparato che a Roma funziona così molti anni fa, quando è giunta dalla Sicilia per accudire dei bambini che ora sono adulti e la chiamano zia al telefono.</p>
<p>Suo marito è stato un uomo per certi versi simile a lei, ha saputo godersi la vita, sostituire un paesaggio all’altro all’occorrenza, apprezzare la musica e l’arte, lavorare con calma, senza mai cedere a manie carrieriste. Nel tempo libero si è occupato della campagna e circondato di amici a cui amava offrire situazioni simpatiche, in cui ognuno era benvenuto e si mangiava bene, si tirava tardi. Il loro matrimonio, che per lui era il secondo, è stato allegro e spensierato, molto contagiato dal canto e dal ballo, molto desiderato e a volte sbandierato, ma per pura ilarità, senza volontà di sfoggio. Quando la signora Russo torna con la mente a quegli anni – non nel banale discorrere con chi capiti a tiro, ma come è solita fare quando è sola e riflette a fondo sulla loro alleanza, ricordandola con tutta la tenerezza e la serietà che le sono proprie – non nutre alcun rimpianto, si sente in pace col passato e grata per aver condiviso con la persona giusta un’esperienza sincera e priva di ombre.</p>
<p>Le ombre però ci sono e sono i figli del primo matrimonio di lui. Pretendono di vendere la nuda proprietà della casa: appartiene a loro. Sembrano averle concesso fin troppo lasciandovela abitare indisturbata per tutti questi anni, o forse è stata la legge ad averle fatto il favore? L’immobile va ristrutturato, <em>disinfestato</em>, ridacchia la signora Russo pensando alle spese che dovrà sostenere il nuovo inquilino quando lei tirerà le cuoia. Tra i danni evidenti, due pareti fradicie di umidità, perdite ovunque dovute a infiltrazioni della guaina del terrazzo condominiale, persiane letteralmente a pezzi – una è precipitata sulla strada, di notte, senza colpire altro che il marciapiede – e le mattonelle tutte rotte, le crepe, la muffa, l’impianto elettrico da corto circuito quotidiano. Nonostante il freddo d’inverno e il caldo d’estate, la signora Russo continua ad abitare tra quelle quattro mura senza alcun impianto di riscaldamento o areazione, col solo aiuto di una stufetta che porta con sé di stanza in stanza d’inverno e il trucco della nudità integrale d’estate. Quando i vicini bussano inaspettatamente alla sua porta per offrirle una cassa d’acqua o chiederle se abbia bisogno di qualcosa in farmacia, si copre con un asciugamano e si affaccia alla finestrella che dà sul pianerottolo esibendo il mezzo busto semi-nudo. Loro la conoscono e la capiscono, forse le vogliono bene.</p>
<p><em>A ognuno il suo paradiso e il mio è la campagna</em>, dice spesso, peccato non possa più andarci a proprio piacimento da quando le hanno ritirato la patente e l’anca le dà tutti quei problemi. Di solito chiede aiuto alla nipote ma solo se la sa libera dal lavoro e dal fidanzato, non indaffarata con l’arredamento della casa e i matrimoni delle colleghe, gli aperitivi, le gite, i pranzi e le cene, le attività tipiche delle persone della sua età che non hanno ancora costituito un nucleo stabile (così vede la cosa sua zia). Nelle brevi pause dalla fitta agenda pre-coniugale la nipote può portarla in campagna. Durante il tragitto chiacchierano, ma è la signora Russo a dominare la conversazione, riversa addosso alla nipote tutti i pensieri che ha tenuto in serbo per l’incontro e pur volendole bene ed essendo curiosa di comprendere come si evolverà la sua vicenda sentimentale – è questo il suo principale cruccio – è sempre lei a enumerare le cose fatte durante la settimana appena conclusa, i buoni propositi per quella a venire e, nel tratto più velenoso del discorso, le piccole ripicche rivolte alla sorella (madre della giovane donna) e al cognato, colpevoli di snobbarla e abbandonarla a sé stessa.</p>
<p>Tutt’altro personaggio rispetto a quello della vittima, però, la signora Russo, che accetta la sorte, la vedovanza, la vecchiaia, la coxartrosi, la perdita della mobilità, l’imposizione della nuda proprietà coltivando brevi ma costanti momenti di edonismo. Ogni giorno al risveglio, dopo la doccia e la colazione, si mette il rossetto, acconcia i capelli, spruzza il profumo ed esce nel mondo col suo carrello, niente affatto intimidita. Trascorre la serata e parte della notte su una poltrona recentemente ritappezzata con un fresco tessuto a rose e guarda la televisione. Ha scoperto un canale del digitale terrestre su cui danno tutti i film che sono stati insigniti dell’Oscar e in quello trova una riserva perfetta per le sue ore notturne, riesce a vedere anche due o tre film consecutivi prima di coricarsi intorno alle tre. Il salotto non confina con la camera da letto dei vicini e il palazzo, uno stabile degli anni Trenta, vanta mura incredibilmente spesse, dunque nessuno protesta per il volume, tenuto al massimo. Almeno una sera a settimana si concede una pizza nel ristorante sotto casa, spesso in compagnia di un’amica. Poiché la signora Russo è un’abile panificatrice e negli anni ha consolidato un gusto esigente in materia di lievitati, si prende la licenza di sovrapporre due pizze dal sottilissimo impasto e di costruire così un piatto che ritiene di piena soddisfazione per il suo palato e la sua fame – nel giorno della pizza, salta il pranzo in vista dello strappo serale. Il pizzaiolo, sottomettendo un’irascibilità quasi leggendaria all’eccezionale carattere della cliente, preimposta la situazione in modo tale che gli ingredienti delle due pizze non confliggano. Il gesto dell’accoppiamento è eseguito dal vivo, dalla stessa signora Russo, sotto lo sguardo esterrefatto dei vicini di tavolo.</p>
<p>Un giorno le viene comunicato telefonicamente dall’avvocato che la nuda proprietà è stata venduta ai nuovi condomini. Sono due ragazzi appena arrivati nel palazzo, hanno il macchinone, parlano ad alta voce, salutano e non salutano. Lui fa l’avvocato, lei l’agente di commercio, aggiunge la vicina del primo piano che scandaglia meticolosamente le identità di tutti gli inquilini del lotto. Ronzano intorno al palazzo da tempo, si informano su chi venda, su chi ristrutturi, vengono dalla provincia, hanno le loro mire.</p>
<p><em>Venduta, venduta con me dentro, mia non più, mia neanche prima, ma ora già di altri, in attesa della mia morte</em>. Alla signora Russo vacilla l’umore, annulla l’appuntamento dal parrucchiere e si chiude in casa a fare poco, sapendosi spogliata dell’unico scudo che l’ha finora protetta, dell’unico luogo in cui lo spirito del marito sa di poterla trovare, dello scenario che ha testimoniato il loro amore adulto, inaspettato e poetico, la vita bella che lei sente ancora pulsare, sotto a tutto, ma che ora qualcuno col macchinone intende strapparle. Non è così, si dice, ma è così eccome, e lei lo sa.</p>
<p>Quando incontra la ragazza della coppia di acquirenti la saluta cordialmente aspettando che l’altra dica due parole sul fatto. L’altra invece dopo un sorriso un po’ ebete e un silenzio di qualche secondo continua a fare ciò che sta facendo, scegliere i peperoni, li prende tutti a tre punte. La signora Russo attende che se ne vada per farsi servire, come se il cibo possa essere intossicato dalla sola presenza nemica. Molto peggiore è lo scambio col marito. La sorprende alle spalle, per le scale che dividono l’ingresso dall’ascensore e che lei sta percorrendo senza fretta di arrivare a meta. Le strappa il carrello di mano rischiando di farla ruzzolare a terra, lo trascina a passi isterici e sbatacchiati fino al gabbiotto e chiama l’ascensore con fare agitato. Si mostra entusiasta, iper-gioviale, le grida aspettavo di presentarmi, speravo ci fosse anche lei all’atto! <em>E invece c’erano solo quei mostri</em>, valuta la signora Russo senza dire altro che: piacere, Pia. Lui replica con un cognome che lei non capisce né ricorda – l’amica del primo piano gliel’ha ripetuto più volte ma invano, non le entra in testa. Finalmente l’ascensore arriva e lui le dice prego, scusi, prima lei, enfatizzando la banalità di dare la precedenza a un’anziana, chiedendole infine se abbia bisogno di una mano in casa, nel riporre la spesa. È abbronzato, basso, ha i capelli scuri, gli occhi neri, il ventre protratto, sembra un castoro in giacca e cravatta. La signora Russo risponde no grazie, arrivederci.</p>
<p>Poi una febbre la schianta sul letto per giorni. Appena guarisce va in campagna a seminare, ma l’anca le duole e il lavoro richiede il doppio del tempo consueto, la nipote si offende per certe sue considerazioni sul passaggio dalla fase della convivenza a quella del matrimonio, non è detto che dopo tanto sermone la vorrà accompagnare con particolare slancio, nei prossimi tempi. Quando torna a Roma la città è chiassosa e il resto tutto uguale, solo: la casa sembra più cadente del solito, le pesa pulirla e ad aggiustarne le pecche le pare di fare un favore ad altri e un po’ stronzi. La signora Russo moltiplica i film e le ore di sonno, dimezza le uscite, di pizze una sola e da asporto.</p>
<p>Dopo qualche mese incontra la ragazza e scommette che nella sua pancia a punta stia crescendo un piccolo castoro, dopo aver visto nascere uno stuolo di fratelli in sequenza può darlo per certo. Cerca la luce negli occhi della giovane donna e trova il vuoto cosmico, <em>io non vorrei averti in antipatia, ma tu sei piatta come una piastrella</em>, considera senza amore. <em>E sì che un bambino, un bambino è tutto ciò che c’è di bello</em>. A lei e al marito non è venuto in dono, forse per un intoppo delle ovaie, visti i risultati pregressi di lui – quei tre uccelli rapaci che da quando la nuda proprietà è andata non l’hanno più cercata e staranno ora sperando che sia lei a dare notizie, ma dall’oltretomba. Che cosa debba sperare, anche questa ragazza alle prese con una cameretta provvisoria da tirar su nei sessanta metri quadri a disposizione, può ben immaginarlo, ma imponendo uno stacco tra sé e il mondo lascia che le ruote del carrello vi scivolino sopra dicendo: buongiorno, come sta?</p>
<p>L’amica del primo piano va incontro alla signora Russo urlando quelli che ti hanno rubato la casa vogliono comprare un pezzo del terrazzo condominiale! Poi scruta il resto della platea come stordita, si aspetta una reazione. Oh, ma siamo impazziti!, erompe in un moto di rabbia che le fa ballonzolare i seni. I residenti storici siedono riuniti in una specie di pre-assemblea condominiale nei locali lavanderia, ma tra chi si fruga nelle tasche e chi ha perso il filo del discorso si intende che in pochi sono infervorati quanto lei, ci dovrà lavorare. Aderiscono all’indignazione da posizioni distinte la donna che ha convertito l’appartamento dei genitori in una casa vacanze e nel luogo conteso suggerisce aperitivi al tramonto ai suoi ospiti e un uomo alto e solitario, in pensione da un pezzo. Sommo fruitore del terrazzo, vi stende le lenzuola, legge il giornale e porta a spasso il gatto – in molti malignano sul fatto che l’animale, ingobbito e alienato rasente il muro, abbia in realtà paura, che preferisca il salotto. La signora Russo ragiona tra sé e sé su un trasferimento in campagna, più per cartoline intuitive che seguendo una vera e propria sintassi. Sente già la voce della nipote negare ogni logica all’iniziativa – con la tua anca, in quel posto isolato! E poi la casa: vorrebbe dire abbandonarla, arrendersi prima del previsto.</p>
<p>Il castoro all’assemblea seguita al consesso dei vecchi condòmini avanza la sua proposta e l’assemblea vota contro compatta, ad eccezione di una famiglia di nuovi residenti e dell’unico inquilino che il terrazzo lo ha in casa. La signora Russo può esprimere la sua preferenza nonostante gli iniziali timori di estromissione e quando il suo sguardo incrocia quello del ragazzo scatta una questione da Ulisse contro i Proci, ma con la finezza di una monaca lei riesce a sorridere enigmaticamente e alzare la mira, porre un quesito tecnico e inaspettato all’amministratore cogliendo l’interpellato e il pubblico intero alla sprovvista. Il giovane richiedente reagisce con nonchalance all’arresto dell’arrampicata condominiale, lasciando intendere di averci provato come il culto tutto italiano del piccolo sopruso quotidiano insegna. Nessuno accetta l’ironia, le sedie scricchiolano sotto movimenti che denunciano fretta di rincaso. Vedendosi accerchiato da un certo scetticismo il ragazzo si riduce ad accennare ad alcune novità private che lo avrebbero indotto a cercare più spazio, più aria, e la signora Russo decide di non morire mai. Sbarrerà le violenze verticali, vendicherà la gentilezza maritale, dirà la sua, mangerà ancora milioni di pizze. L’amica del primo piano, mentre defluiscono dalla sala parrocchiale che ha ospitato la riunione le dà di gomito come per dire hai visto, abbiamo vinto! Ma lei finge di non aver visto, di non aver vinto. Incede maestosa verso la casa in cui abita, pronta alla sua maratona di film, alla notte di cui resta padrona indiscussa. E non c’è anca che le dolga né vento che la inclini.</p>
<p>Non aspetta di vedere il fiocco sul cancello per sferruzzare le babbucce, azzurre a colpo sicuro e infatti è un maschio: benvenuto Leonardo. Alla comparsa della coccarda la signora Russo le impacchetta e lascia di fronte alla porta dell’appartamento dei vicini, ma proprio mentre si allontana, forse per il cigolio delle ruote del carrello, la porta si apre di scatto, è la giovane mamma, estatica per via degli ormoni. Le mostra il castorino, un sosia come c’era da aspettarsi, ha gli occhi chiusi, molti capelli e tutta la vita davanti. La signora Russo si emoziona come sempre al cospetto di un neonato. Toccandogli piano i piedi respira la sua aria nuova, pregando in senso lato per il suo futuro e per il proprio, così stranamente consecutivi, così estranei a ogni cupidigia. Sotto la coperta che lo avvolge è la sola pelle del bambino, <em>nuda</em>, pensa la signora Russo. <em>Nuda</em>, ripete ancora tra sé e sé, sulla via del mercato.</p>
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		<title>Tra inferni e paradisi. Vita e teatro di Dario Bellezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dario bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Beltrame]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Beltrame<br /></strong><strong></strong>
A trent’anni dalla scomparsa di Dario Bellezza, Marco Beltrame ne ripercorre vita e teatro in <em>Tra inferni e paradisi. Vita e teatro di Dario Bellezza</em> (prefazione di Elio Pecora, Il Simbolo, 2026), di cui proponiamo l’introduzione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Beltrame</strong></p>
<p><strong><em><i>Vita e teatro</i></em></strong></p>
<p>Se non “il miglior poeta della nuova generazione”, come Pier Paolo Pasolini lo aveva definito, Dario Bellezza è stato di certo il poeta che con maggiore originalità ha interpretato aspirazioni e ansie di un periodo come quello che dal Sessantotto attraversa gli anni Ottanta e giunge alla soglia del nuovo millennio. Prima dell’opera, è la sua stessa biografia a sembrare perfettamente inscritta in quel complicato secondo Novecento le cui giovani generazioni, infiammate dalle idealità della Contestazione, sono poi costrette a vivere il drammatico ritorno all’ordine degli anni Ottanta, con quel surplus di sofferenza rappresentato dalla comparsa dell’AIDS che, se dagli ambienti cattolici più sessuofobici viene letta come la giusta punizione per gli omosessuali dalle vite disordinate, si rivela poi trasversale infliggendo una dura sconfitta a tutti coloro che avevano sperato nella libertà sessuale come chiave d’accesso per una più totale trasformazione dell’individuo e delle relazioni umane.</p>
<p>«Rimbaud di Monteverde» [1] precocemente consapevole della propria omosessualità e del proprio essere poeta, Bellezza si racconta come adolescente autodidatta e lettore compulsivo. La vocazione poetica gli imporrà scelte drastiche: presto interrompe l’università e lascia la famiglia, prendendo le distanze da ogni ambiente sentito come costrittivo nel suo carattere piccolo-borghese. Questo inquieto <em><i>enfant prodige</i></em>&nbsp;ha però la fortuna di essere subito riconosciuto come un talento, ed è accolto in quella cerchia di grandi nomi che hanno inventato e abitato forse l’ultima età dell’oro della cultura italiana. Sarà tra loro che Bellezza ritrova genitorialità più congeniali. In primo luogo, c’è Pasolini, quel <em><i>padre</i></em>&nbsp;e <em><i>maestro</i></em> a cui il giovane poeta è ben felice anche solo di leggere la corrispondenza e scrivere qualche risposta. «Gli ho fatto da segretario, per tre anni, dal ’69 in poi. Prima non avevo mai avuto una lira, campavo con le ripetizioni, le traduzioni […]. Quando ho conosciuto Pasolini, vivevo da solo. […] Eravamo amici. Lo siamo rimasti fino alla fine». [2]</p>
<p>Alberto Moravia invece ne segue da vicino il debutto editoriale firmando la prefazione del romanzo <em><i>L’innocenza</i></em> (De Donato, 1970). «Siamo stati amici per più di venticinque anni. L’ho conosciuto quando ne avevo venti. Con lui non ho mai avuto problemi… era talmente intelligente!» [3]. Pasolini e Moravia sosterranno il loro pupillo in più modi, procurandogli collaborazioni con stampa e radio, committenze per il teatro, quindi un posto fisso nella redazione di «Nuovi Argomenti».</p>
<p>Fondamentali, ma per motivi più privati, sono poi le madri. In diverse fasi della vita questo fanciullo in disperata ricerca d’affetto materno lo chiede e lo trova in amorose amicizie con alcune delle maggiori scrittrici del suo tempo: Amelia Rosselli, Anna Maria Ortese e soprattutto Elsa Morante. Con quest’ultima il poeta intreccia un rapporto complesso, ardente, la cui fine lo tormenta a lungo.</p>
<p>&#8220;Io credo che questi scrittori, fra i tanti meriti, avevano quello di vivere in funzione della letteratura […]. Penso che la letteratura sia un sacerdozio, sia qualcosa a cui ci si deve dedicare completamente.&#8221; [4]</p>
<p>Nel 1971 Bellezza ottiene un immediato riconoscimento da parte della critica con <em><i>Invettive e licenze </i></em>(Garzanti): la sua poesia è giudicata tra le più singolari del panorama letterario. Se la nuova generazione di poeti si definisce in polemico contrasto con gli sperimentalismi della Neoavanguardia, l’esordio di Bellezza è partecipe di questo “ritorno all’io” («Il mare di soggettività sto perlustrando / immemore di ogni altra dimensione» [5]) ma declinato in modo personalissimo: l’irrompere della sua voce sorprende per vitalità e franchezza estrema, in una lingua altamente riconoscibile. «Folle è ritrovarti. Folle è / l’abiezione di cercarti. Stolte / vendemmie del Vendicatore / i tuoi baci malati danno / ancora sapore alla mia bocca; / e non mangio per non perderli / del tutto, non inghiotto e / m’aggiro nell’odore della / stanza tua e le parole usate / dell’amore mi fanno una triste / compagnia» [6]. Da lì in poi l’opera di Bellezza sarà una continua disamina del proprio privato, diario in versi di un omosessuale sfacciatamente messo in pubblico. Se dagli anni Cinquanta è nella borgata che Pasolini cerca vite e amori incorrotti, Bellezza si muove in un paesaggio tutto urbano, lì dove Roma esibisce tra le sue ferite più dolorose una gioventù sconfitta dalla tossicodipendenza e avviata alla prostituzione del corpo e dei sentimenti, angeli-demoni idealizzati nei versi ed enigmatici protagonisti attorno a cui ruotano le vicende di romanzi e testi teatrali. È poi con <em><i>Lettere da Sodoma</i></em> (Garzanti, 1972) che Bellezza fa un impetuoso affresco della condizione omosessuale di quegli anni. «Il tentativo è stato quello di dare uno spaccato della società dei cosiddetti ‘diversi’ […]. ‘Amori irrisolti e avventure senza speranza’, come ha scritto Goffredo Fofi, che si intersecano a storie di droga e di sesso» [7].</p>
<p>Se negli anni Settanta la poesia ha ancora un suo posto di pregio nel sistema editoriale – si pensi a iniziative come le antologie <em><i>Il pubblico della poesia</i></em>&nbsp;(Lerici, 1975) a cura di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, e <em><i>La parola innamorata</i></em>&nbsp;(Feltrinelli, 1980) di Giancarlo Pontiggia ed Enzo Di Mauro –, è con la morte di Pasolini e poi con i rocamboleschi esiti del Primo Festival Internazionale dei Poeti, organizzato nell’estate 1979 sulla spiaggia di Castelporziano dagli animatori della cantina romana Beat 72 Simone Carella, Ulisse Benedetti e Cordelli, che da più parti si iniziano a percepire i segnali di un progressivo, irreversibile disincanto del pubblico nei confronti della poesia.</p>
<p>Con gli anni Ottanta e il definitivo imporsi della società dei consumi, le cui ripercussioni travolgono anche il sistema culturale, le reazioni degli autori sono tra le più varie. Rifiutando marginalizzazione e silenzio, Bellezza risponde con una attività frenetica: sono di questi anni le maggiori raccolte di versi, i romanzi, i saggi (ne sono prova <em><i>Morte di Pasolini</i></em>, Mondadori, 1981, e <em><i>Il poeta assassinato</i></em>, Marsilio, 1996). Con spiccato eclettismo esplora anche le possibilità del giornalismo e del cinema, fino a reinventarsi come irriverente e controverso personaggio del piccolo schermo, in un momento in cui anche in Italia nascono i primi salotti televisivi: impressi nella memoria rimangono la polemica con Aldo Busi a “Mixer Cultura” nel 1988 e negli anni Novanta la sua presenza al “Maurizio Costanzo Show”.</p>
<p>&#8220;Io sono tentato sempre tra queste due anime: il sacerdozio della poesia, il sacrificio di ogni altra cosa come hanno fatto Penna e altri poeti del Novecento, Saba, Ungaretti, oppure questa prolificazione di gesti, questo manierismo pasoliniano per cui si fanno tante cose, come faceva Cocteau, che manifesta grande vitalità senza fare le cose però allo stesso livello. Sono atteggiamenti letterari diversi; e oggi tutti vogliono fare poesia, il romanzo, il saggio, il professore, la regia, nessuno ha più la pazienza di sacrificare la vita.&#8221; [8]</p>
<p>L’intensa prolificità artistica porta Bellezza ad affrontare, in un trentennio di attività, diversi generi letterari tra cui a più riprese quello teatrale, dalla traduzione alla <em><i>performance</i></em>, dal dramma in prosa fino a un originalissimo, autobiografico teatro in versi.</p>
<p>È nel vivace ambiente romano degli ultimi decenni del Novecento, suggestionato dalle sperimentazioni di un nuovo teatro anche internazionale, che si inscrive la traiettoria drammaturgica di Bellezza. La sua è una generazione di scrittori che verifica le potenzialità della dimensione fonica della poesia: prima ancora di “Un poeta a settimana”, storico ciclo di performance ideato nel 1977 da Carella, Cordelli e Benedetti al Beat 72, preludio al risonante Festival di Castelporziano, i nuovi poeti percepiscono fortemente i limiti della tradizionale forma libro e si provano a stabilire nuove forme di comunicazione, intanto con delle letture pubbliche. Il passo successivo è la produzione di vere e proprie drammaturgie, che pare sia un’entusiasmante occasione di confronto con un genere prima inesplorato, ma anche pretesto per la ricerca di un pubblico diverso e più ampio per la loro poesia. Da sottolineare che, nell’approcciarsi al teatro, Bellezza non indossa le vesti di drammaturgo puro, ma anche in quel genere afferma e rivendica la propria natura di poeta, dichiarando il genere teatrale una naturale estensione della propria parola poetica.</p>
<p>A riguardo scrive Stefano Crespi in una recensione di <em><i>Testamento di sangue</i></em>&nbsp;(Garzanti, 1992):</p>
<p>&#8220;La poesia di Dario Bellezza ha sempre avuto un rinvio a uno spazio teatrale dove erano impliciti gesti, toni, artifici sensuali, e soprattutto una presenza autobiografica: come se sulle tavole corrose e tra i falsi ori di un palcoscenico potessero aver corso luci, lusinghe, dannazioni, languori fuori storia, potessero essere declinati versi perfetti e toccanti.&#8221; [9]</p>
<p>Il <em><i>corpus</i></em>&nbsp;teatrale di Bellezza è costituito da sette testi compiuti, la cui genesi è riconducibile a tre distinte stagioni. La prima, giovanile e immersa nel clima di contestazione sessantottesca, è rappresentata dal dramma in prosa <em><i>Apologia di reato</i></em>, scritto nel 1969 e apparso l’anno successivo su «Nuovi Argomenti»; segue una fase liminale, nella seconda metà degli anni Settanta, con <em><i>Morte funesta</i></em>&nbsp;(1979): testo spartiacque in cui l’autore non solo approda definitivamente alla forma del teatro in versi, scelta stilistica a cui rimarrà fedele per tutta la produzione maggiore, ma per la prima volta opera una compiuta teatralizzazione della propria poetica, trasponendo motivi e figure del suo mondo lirico in materia drammaturgica; infine l’ultima stagione comprende i lavori non originali <em><i>Donna malata</i></em>&nbsp;(1987) e <em><i>Turbamento</i></em>&nbsp;(1995) e culmina nella trilogia dei drammi in versi, <em><i>Salomè</i></em>&nbsp;(1991), <em><i>Testamento di sangue</i></em>&nbsp;(1992) e <em><i>L’ordalia della croce</i></em>&nbsp;(1994). È in questa fase che il teatro di Bellezza raggiunge il suo apice creativo.</p>
<p>Tale ripartizione è meramente cronologica, non tanto tematica o stilistica, dal momento che nell’intera opera drammaturgica Bellezza si mostra coerente pur nella varietà di vicende e personaggi affrontati. Se da un lato è sicuramente leggibile il confronto con alcuni modelli letterari – l’esempio delle tragedie pasoliniane, l’idealizzazione del giovane criminale di matrice genettiana, o il prototipo della Salomè wildiana –, predominante nel teatro di Bellezza è la forza del suo universo poetico: così come in versi, romanzi e racconti, anche quello del dramma è spazio in cui dare corpo e voce ai fantasmi del privato.</p>
<p>Già in <em><i>Apologia di reato</i></em> il drammaturgo esordiente affida ai giovani detenuti in un carcere minorile il proprio spirito violentemente contestatario e antiborghese: «Ci vogliono convertire: al perbenismo, al conformismo, ad essere dei gregari potenziali, carne da macello» [10]. Con i più maturi <em><i>Salomè</i></em>, <em><i>Testamento di sangue</i></em>, <em><i>L’ordalia della croce</i></em>, Bellezza recupera i grandi archetipi del mito e della storia, scolpendo figure di elevata statura lirica, a cui affida alcuni dei momenti più intensi di tutta la sua produzione. Ma dalla principessa Salomè al sanguinario barone Gilles de Rais, protagonista de <em><i>L’ordalia della croce</i></em>, fino alla figura dolente del Poeta di <em><i>Morte funesta</i></em>&nbsp;e <em><i>Testamento di sangue</i></em>, non si tratta che di moltiplicazioni dell’autore, che indossa le più diverse maschere, gridando viscerali, strazianti confessioni autobiografiche. «O amore / perdonami di averti trascurato: / ora mi inginocchio davanti a te, / mi prostro; ti supplico, resta: / non sparire con la tua bellezza. / Uccidimi magari, nella tua forza / che mi dà vigore, m’irrobustisce, / e mi rende tremendamente succube, / finito» [11].</p>
<p>La malattia interrompe troppo presto una storia umana e artistica tra le più originali della nostra letteratura. Il 31 marzo 1996, all’età di cinquantuno anni, Bellezza si spegne a causa di complicazioni legate all’AIDS, lasciando una straordinaria opera.</p>
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<p><strong><em><i>Alcune riflessioni metodologiche sul teatro di Dario Bellezza </i></em></strong></p>
<p>Quella di Dario Bellezza è una teatrografia di cui non si aveva completa concezione. A questa contribuisce la limitata fortuna editoriale delle sue opere: di sette suoi lavori sono apparsi in volume <em><i>Apologia di teatro</i></em>&nbsp;(Pellicanolibri, 1985), <em><i>Salomè</i></em>&nbsp;(LIBRiA, 1991), <em><i>Testamento di sangue</i></em>&nbsp;(Garzanti, 1992) e <em><i>Donna malata</i></em>&nbsp;(Il Segnale, 1997). Il resto della sua drammaturgia (<em><i>Morte funesta</i></em>, 1979; <em><i>L’ordalia della croce</i></em>, 1994; <em><i>Turbamento</i></em>, 1995) è affidato a rari copioni o disperso tra contributi in rivista.</p>
<p>Fino ad ora l’attività di Bellezza drammaturgo non era stata esplorata nella sua continuità, né riconosciuta nel suo valore, dunque mai collocata al suo giusto posto nel più ampio contesto del Nuovo Teatro italiano. La ricerca qui presentata invece offre il quadro più completo dell’intero <em><i>corpus</i></em>&nbsp;drammaturgico di un poeta che non si è mai sottratto alle regole della scrittura per la scena e nel teatro si è espresso alla medesima altezza artistica della sua produzione in versi. Subito necessaria si è rivelata una capillare ricognizione di materiale documentario, avviata con un lavoro di mappatura dei fondi e degli archivi privati che si supponeva potessero conservarne tracce.</p>
<p>Messo all’asta nel 2009 – asta andata deserta per mancanza di offerte sia dallo Stato che da privati – l’archivio personale di Dario Bellezza è stato in seguito acquisito dal collezionista e curatore Giuseppe Garrera, che lo ha così salvaguardato dalla dispersione. Questo archivio è un’importante testimonianza del suo laboratorio di scrittura segnatamente per l’opera poetica e narrativa, l’impegno politico e poi per quella documentazione più privata come diari e lettere. Vi si conservano anche alcune rarissime prove giovanili, in forma sia manoscritta che dattiloscritta, verosimilmente inedite. Di difficile decodificazione, questi testi retrodatano alla metà degli anni Sessanta l’interesse di Bellezza per la drammaturgia e forniscono dettagli del tutto nuovi su un momento ancora in ombra del suo profilo letterario, quello dell’esordio. A questi frammenti si aggiungono poi testimoni manoscritti e bozze di stampa, riferibili però al solo <em><i>Apologia di reato</i></em>.</p>
<p>Una ricerca presso gli archivi SIAE ha permesso il rinvenimento di dattiloscritti autografi, in cui compaiono correzioni e interessanti varianti dell’autore, documenti necessari per comprendere l’iter di sviluppo dei progetti. Ma è sul fronte degli inediti – o presunti tali – che l’indagine ha portato agli esiti più significativi. A lungo considerato disperso, il dramma <em><i>Morte funesta</i></em>&nbsp;è stato rintracciato in una pubblicazione del 1979, rivelandosi la prima stesura del successivo <em><i>Testamento di sangue</i></em>. Del testo non solo è stata individuata la prima versione apparsa sulla rivista «Autobus», ma è stata ritrovata nell’archivio privato di Simone Carella una singolare traduzione in lingua inglese; nell’archivio di Francesca Benedetti invece è emerso un altro esemplare dattiloscritto, con molta probabilità risalente agli anni Ottanta, significativo testimone di un processo di riscrittura durato oltre dieci anni.</p>
<p>È stato poi recuperato il copione di un testo invece mai dato alle stampe, <em><i>L’ordalia della croce</i></em>&nbsp;(1994), il dramma più maturo della sua intera drammaturgia. È un testo intenso, estremamente personale, a cui l’autore affida gli ultimi bilanci di un’esistenza giunta a conclusione, tra ultime riflessioni sul senso di una vita dedicata alla poesia, mentre angosciante appare la minaccia dell’AIDS.</p>
<p>Ultimata la fase di raccolta dei testi, si è proceduto a ricostruirne la cronologia, indagando la genesi non solo di quei lavori licenziati in volume, ma anche dei testi inediti o poco noti. In tal senso, <em><i>Donna malata</i></em>&nbsp;(1975, 1987) e <em><i>Turbamento</i></em>&nbsp;(1984, 1995) sono due lavori nati inizialmente come opere narrative e solo in una fase successiva portati sulla scena: le due opere sono interessanti esempi di corrispondenze tra generi letterari.</p>
<p>Di primaria rilevanza sono risultati gli archivi privati di registi, attori e altri professionisti della scena, preziose fonti per il recupero di documentazione inedita, tra cui copioni, materiali a stampa come locandine e programmi di sala, raccolte di articoli e recensioni, audiovisivi e foto di scena. L’indagine ha quindi interpellato numerose personalità della scena che, oltre a preservare tali documenti d’archivio, si sono rivelate importanti testimoni del percorso teatrale di Bellezza. Si è scelto di condurre e raccogliere una serie di interviste affinché l’analisi delle fonti scritte potesse intrecciarsi con la memoria orale, restituendo un profilo più vivido e stratificato del Bellezza drammaturgo.</p>
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<p><strong><em><i>Struttura del volume </i></em></strong></p>
<p>La monografia si articola in tre sezioni: la prima, <em><i>Vita di poeta</i></em>, traccia un profilo di Dario Bellezza con una cronologia che, per lo più sulla base di interviste e scritti dello stesso autore, ne ripercorre il percorso biografico, l’attività letteraria e i fitti legami con la comunità intellettuale romana.</p>
<p>La seconda parte, <em><i>Teatro</i></em>, offre la ricostruzione dei rapporti di Bellezza con la scena, dagli anni Sessanta fino alla metà dei Novanta. Il primo capitolo affronta il debutto con il dramma <em><i>Apologia di reato</i></em>, analizzando il contesto in cui l’opera prende forma, in una fase in cui anche altri scrittori e poeti sono coinvolti nella critica di un sistema teatrale ormai considerato obsoleto, come testimonia l’inchiesta <em><i>Gli scrittori e il teatro</i></em>, apparsa su «Sipario» nel 1965. Sono gli anni in cui Pasolini scrive le sue tragedie e pubblica su «Nuovi Argomenti» <em><i>Il Manifesto per un nuovo teatro</i></em>; intanto, Moravia, Maraini e Siciliano sono impegnati in un piccolo teatro a via Belsiana a Roma con la Compagnia del Porcospino. Il secondo capitolo esamina i rapporti di Bellezza con la sperimentazione teatrale degli anni Settanta, focalizzandosi sulla sua vicinanza al Beat 72. È qui ricostruita la genesi di <em><i>Morte funesta</i></em>&nbsp;e analizzata la controversa installazione di Simone Carella che debutta nel gennaio 1979 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. L’ultimo capitolo abbraccia un arco temporale più ampio, trattando le opere in versi <em><i>Salomè</i></em>, <em><i>Testamento di sangue</i></em>, <em><i>L’ordalia della croce</i></em>, e i due lavori non originali, <em><i>Donna malata</i></em>&nbsp;e <em><i>Turbamento</i></em>. Si ricostruisce qui anche il rapporto del poeta con i registi e le committenze, nonché la ricezione critica delle opere teatrali.</p>
<p>Chiude l’opera il capitolo <em><i>Testimonianze</i></em>&nbsp;in cui vengono riportate conversazioni e ricordi, da Dacia Maraini ad Antonio Calenda, da Pippo Di Marca a Ulisse Benedetti, e ancora gli amici poeti Renzo Paris, Elio Pecora e Giorgio Manacorda, fino ai registi e gli attori che hanno portato in scena la sua drammaturgia: Renato Giordano, Agostino Marfella, Nuccio Siano, Mario Mattia Giorgetti, Federico Wardal, Massimo Fedele, Maria Libera Ranaudo, Enzo Saturni, Nunzia Greco, Franca Penone, Giorgio Crisafi.</p>
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<p><strong><em>Note</em></strong></p>
<p>[1] B. Alberti, in M. Gregorini, <em><i>Il male di Dario Bellezza. Vita e morte di un poeta</i></em>. Castelvecchi, Roma 2016, p. 158.</p>
<p>[2] D. Bellezza, in M. Latella, <em><i>«Io, Dario Bellezza, un vinto»</i></em>, in «Corriere della Sera», 3 aprile 1996, p. 15.</p>
<p>[3] D. Bellezza, in M. Gregorini, <em><i>Io e Moravia</i></em>, in «New Rock Magazine», II, n. 12, dicembre 1990, p. 69.</p>
<p>[4] D. Bellezza, in A. D’Agostini, G. Aletti, <em><i>Dario Bellezza, l’ultima intervista del poeta. Esclusivo</i></em>, disponibile online su poetidazione.it.</p>
<p>[5] D. Bellezza, <em><i>Invettive e licenze</i></em>, Garzanti, Milano 1971, p. 103.</p>
<p>[6] <em><i>Ivi</i></em>, p. 74.</p>
<p>[7] D. Bellezza, in I. Patruno, A. Veneziani, <em><i>Angelo o diavolo, comunque omosessuale</i></em>, in «Lotta Continua», 8 aprile 1980, p. 9.</p>
<p>[8] D. Bellezza, in G. Sica, <em><i>Conversazione inedita con Dario Bellezza</i></em>, a cura di M. Borio, disponibile online su nuoviargomenti.net.</p>
<p>[9] S. Crespi, <em><i>Deserti in Bellezza</i></em>, in «Il Sole 24 Ore», 17 maggio 1992, p. 26.</p>
<p>[10] D. Bellezza, Apologia di reato, in «Nuovi Argomenti», N. S., n.17, gennaio-marzo 1970, p. 98.</p>
<p>[11] D. Bellezza, <em><i>L’ordalia della croce</i></em>, copione dattiloscritto, Archivio privato Renato Giordano, p. 26.</p>
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<h6>(foto di Dino Ignani)</h6>
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		<title>La mia vita con Nolan. Un’Odissea personale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Cherchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Cesare Cherchi</strong> <br />

Ma quest’Odissea risolve del tutto il problema semplicemente rifiutandosi di affrontarlo. Ogni cosa è banalizzata e appiattita su dei valori contemporanei; non c’è nessun interesse o tentativo di capire una cultura lontana. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Cesare Cherchi</strong></p>
<p style="text-align: right;"><img loading="lazy" class="wp-image-121913 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/161250814-5d74a0cf-0f45-4731-a0cf-ddd426865ea2.jpg" alt="" width="628" height="351" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/161250814-5d74a0cf-0f45-4731-a0cf-ddd426865ea2-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/161250814-5d74a0cf-0f45-4731-a0cf-ddd426865ea2-150x84.jpg 150w" sizes="(max-width: 628px) 100vw, 628px" /></p>
<p>Ho un problema con Christopher Nolan, ma non è sempre stato così. Quando ancora andavo a scuola ricordo che ne avevo un’opinione più positiva, da bambino penso di aver visto <em>The Prestige</em> almeno cinque volte. La frattura con i miei coetanei, e con tutti gli altri a quanto pare, iniziò con <em>Interstellar</em>: lo andai a vedere con dei compagni di Liceo e rimasi scandalizzato dalla stupidità del film: cosa avrebbero dovuto essere questi numeri di cui Michael Caine aveva bisogno per la sua teoria? La misurazione di una costante? E in che modo avere una teoria della gravitazione permette di iniziare semplicemente a levitare? Abbiamo una teoria della termodinamica, questo non significa che possiamo creare energia dal nulla… Ma soprattutto cosa significa che l’Amore è la quinta dimensione? Le domande si moltiplicavano.</p>
<p>Il film mi aveva lasciato infastidito e confuso; guardavo con sgomento signore di mezza età in lacrime che lasciavano la sala e l’entusiasmo dei miei compagni di classe – i quali non davano troppa importanza alle mie domande. Da quel giorno iniziava un nuovo capitolo della mia vita cinematografica, una vita fatta di solitudine in mezzo a un mare di conoscenti che continuavano a ripetermi come Nolan fosse il genio del nostro tempo. Ma più film uscivano e più erano brutti, e più erano brutti e insulsi e più vedevo spettatori stracciarsi le vesti (con la sola eccezione di <em>Tenet</em>, che tutti sembrano aver detestato. Anche lì lasciandomi perplesso, visto che a me pareva esattamente in linea con i film precedenti e quelli successivi). Addirittura molti non mi credevano, pensavano che l’unico motivo una persona potesse avere per dire che non le era piaciuto <em>Inception</em> fosse che stesse mentendo, per chissà poi quale motivo.</p>
<p>Scrivo tutto questo non perché pensi che queste note autobiografiche siano di qualche interesse, ma per mettere in chiaro che so bene quale sia la mia posizione. Sono in minoranza, una minoranza schiacciante, e so che tra me e una persona che si è commossa guardando <em>Dunkirk</em> c’è un divario antropologico incolmabile. So quindi che non convincerò nessuno a cambiare idea, voglio piuttosto far sapere a quei pochi là fuori che continuano a non capire cosa tutti ci trovino in Nolan che non sono soli, che c’è una società segreta e parallela di persone che la pensano come loro.</p>
<p>Ciò non ostante, per tutti i difetti che trovo in Nolan, gli ho sempre riconosciuto – troppa grazia, lo so – dei meriti pressoché indiscutibili, per quanto superficiali. I film di Nolan sono quasi tutti (a eccezione dei due veramente belli, <em>Memento</em> e <em>Insomnia</em>) costantemente gradevoli alla vista; c’è uno standard grafico, di sequenze, colori, fotografia e movimenti di macchina talmente rodato che rende impossibile scendere sotto un certo standard. Il secondo merito è che Nolan – sia per meriti o opportunità – ha sempre avuto la possibilità di fare un film solo se voleva farlo, dunque gli si deve riconoscere se non il talento, almeno l’intenzione dell’artista.</p>
<p>Rassicurato da questo plateau sono andato al cinema a vedere l’<em>Odissea</em> e mi sono rammaricato di scoprire che anche le piccole garanzie che mi aspettavo erano state infrante. L’<em>Odissea</em> non è solo uno dei film più brutti che abbia mai visto, ma anche uno dei film la cui bruttezza si estendo per più livelli. Per questo ho deciso di dividere le osservazioni per categorie.</p>
<p><strong>Dialoghi</strong>. I dialoghi sono orripilanti. Tutte le interazioni tra i personaggi servono a colmare (addirittura più di quanto il film stesso ne abbia bisogno) i problemi di scrittura generale e a fare il riassunto per gli spettatori (lo Spiegone di <em>Occhi del Cuore</em>), ogni persona o evento è nominato spiegando chi è, cosa fa, dove è, e quale è il suo ruolo nella storia. A volte la volontà di spiegare rompe i muri diegetici e porta a situazioni francamente incredibili, come Ulisse che deve spiegare a Penelope cosa siano i sacrifici umani e perché si facciano. Ogni dialogo suona come “Oh ma certo, il veleno! Il veleno per Cuzco. Il veleno scelto appositamente per uccidere Cuzco. Cuzco e il suo veleno. Quel veleno?” e questo è solo nei dialoghi con funzione didascalica, i dialoghi con funzione lirica sono, se possibile, ancor peggio. La descrizione che fa Ulisse del canto delle sirene è forse uno dei pezzi di prosa più brutti mai messi per iscritto nella storia umana. In generale quando questo film vuole apparire profondo utilizza la paratassi come succedaneo del pensiero. Non c’è bisogno di formulare un immagine e un pensiero da esprimere, basta giustapporre frasi solenni una accanto all’altra e qualcosa verrà fuori; il canto delle sirene è “esattamente come vorresti che fosse e poi tutto quello che non vorresti mai aver desiderato.” Significa qualcosa? A malapena, ma – come gli oroscopi – se la frase è abbastanza vaga si può far finta che non sia così.</p>
<p><strong>Effetti visivi</strong>. Il film è brutto, più di quanto non fosse lecito immaginarsi per un film di Nolan: la fotografia è stantia, stanca. Qualcuno che avesse visto <em>Oppenheimer</em> senza audio avrebbe potuto avere il dubbio fosse un bel film, questo rischio con l’<em>Odissea</em> non c’è. Tutte le scene in mare sembrano pubblicità di un profumo ma girate con un filtro blu, la scena del naufragio dopo la macellazione delle vacche del dio del Sole è di sconcertante bruttezza e trita banalità. Seppure alcuni effetti siano genuinamente belli (il volto dei ciclopi, o la sequenza della trasformazione degli uomini di Ulisse in maiali) ce ne sono altri che lasciano esterrefatti, come Scylla. Ovviamente molti non sono d’accordo, per alcuni una bella inquadratura è l’inquadratura di un bel paesaggio, ma purtroppo per queste persone non c’è nulla che possiamo fare per aiutarle.</p>
<p><strong>Paura del fantastico</strong>. Il film non sembra concettualmente attrezzato a mostrare qualcosa di sovrannaturale, quando il film è costretto a mostrare il fantastico, se ne vergogna. Polifemo (polì-pheme!) non parla, ma è solo un bestione inerte, lo stesso vale per il Lestrigoni. Sembra esserci un tentativo di rimuovere tutto ciò che è fantastico, con l’ovvio problema che non si può fare un film sull’<em>Odissea</em> senza mostri, streghe e giganti. Alla fine dunque appaiono, ma rimangono privi di senso e inconcludenti.</p>
<p><strong>Il cielo stellato sopra di me e la legge di Zeus dentro di me</strong>. A quanto pare la <em>Xenìa</em>, la “legge di Zeus” che viene nominata innumerevoli volte durante il film, consiste nel “trattare gli altri come vorresti essere trattato te stesso”(?). Il problema di questa invenzione non è tanto la sua poca fedeltà testuale, ma il fatto che renda tutta la storia priva di senso, se la legge di Zeus è l’imperativo categorico Kantiano allora per la legge di Zeus dovrebbe essere sbagliato anche mentire o uccidere. Qualcosa che ovviamente non era vero nella Grecia arcaica ma non pare essere vero nemmeno per i personaggi del film. Si suggerisce poi che l’inganno del cavallo infrangesse la legge di Zeus, non è ben chiaro se la versione originale o quella inventata da Nolan: se si riferiscono alla prima, la legge di Zeus non ha nulla a che fare con le guerre e gli inganni, se invece si riferiscono alla seconda allora dovrebbe proibire la guerra in generale (dal momento che dubito che qualcuno desideri essere assediato) dunque anche qui non si capisce quale sia il problema di Zeus. Tanta insistenza sulla legge di questo Zeus mi faceva almeno aspettare con trepidazione – per quanto possibile – il culmine simbolico dell’ospitalità nel poema. Quando Ulisse fintosi mendicante viene accolto da Eumeo in casa sua dove quest’ultimo, nonostante da anni sia vessato e razziato dai Proci, uccide due maiali per sfamare uno sconosciuto. Stranamente, il film – dopo aver insistito ossessivamente sulla legge di Zeus – taglia la scena in cui si spiega davvero cosa sia, forse perché il film per essere visto richiede che non la si capisca.</p>
<p><strong>Il pio Ulisse</strong>. Questo è uno dei difetti meno sorprendenti del film, ma non per questo è uno dei più lievi. Un eroe cinematografico americano contemporaneo è una persona <em>buona</em><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.0.1/72x72/2122.png" alt="™" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> e lo spettatore deve averne simpatia e sperare che <em>vinca</em>, e questo Ulisse non fa eccezione. Ci sono però due problemi, l’Ulisse del poema non è certo pravo, è una persona che rispetta gli Dei, ma altrettanto certo è che non è una persona buona nel senso che daremmo oggi alla parola. Questo non significa che il personaggio non possa essere cambiato, in fondo l’aderenza al testo originale non è un valore in sé, il punto è che se Ulisse non è un personaggio ingannatore, superbo e a tratti anche crudele quasi tutto quello che gli accade diventa privo di senso, come infatti è priva di senso la sua ultima interazione col Polifemo. Per lo stesso motivo Ulisse, dacché deve essere buono, non può massacrare i Proci inermi, o i servi e le serve che lo hanno tradito come Melanto. Questo costringe Nolan a scrivere un combattimento finale demenziale in cui Ulisse deve uccidere decine di persone da solo e nessuno può aiutarlo per via della legge di Zeus (?), che a questo punto inizia ad essere piuttosto nebulosa.</p>
<p><strong>L’impero del bene</strong>. Gran parte dei crucci di Ulisse, sia quello originale che quello del film, è il rammarico per la vana brutalità della guerra. Nel poema Ulisse piange alla coorte dei Feaci quanto sente i canti sulla guerra di Troia perché ricorda l’infanticidio di Astianatte. L’Odissea è, tra le altre cose, fatta di atrocità che già millenni fa erano riconosciute come tali. Nolan di queste atrocità ne parla, ma ha paura di farle vedere. Il film è sempre attento a rendere ogni scena di violenza innocua (si veda il “saccheggio” di Troia) in maniera tale che non turbi la signora che va al cinema due volte l’anno. Il risultato è che bisogna ascoltare due ore di lagna su una crudeltà che il regista non ha avuto il coraggio di mostrare davvero.</p>
<p><strong>The crime of a wasted life</strong>. Il problema fondamentale di questo film, che forse è anche la causa di tutti gli altri, è la povertà di spirito con cui è stato realizzato. La cosa straordinaria di quando si adatta un’opera di migliaia (o anche solo centinaia) di anni fa è lo straniamento nel percepire di stare vivendo un tipo di arte, un tipo di letteratura, che aveva scopi totalmente diversi dalla nostra. È un effetto che si basa su un inganno (non possiamo mai veramente uscire dal nostro tempo) ma allo stesso tempo è una delle esperienze più interessanti che si possano vivere da lettore (o spettatore), un’esperienza che alcuni film hanno saputo cogliere. Non necessariamente essendo fedeli a un testo originale (come per il <em>Settimo Sigillo</em>) e non necessariamente portando a dei risultati totalmente felici (<em>The Northman</em>). Ma quest’<em>Odissea</em> risolve del tutto il problema semplicemente rifiutandosi di affrontarlo. Ogni cosa è banalizzata e appiattita su dei valori contemporanei; non c’è nessun interesse o tentativo di capire una cultura lontana. La storia è solo un canovaccio noto abbastanza da attirare il pubblico e a cui appendere una morale cenciosa (la guerra è brutta e la famiglia è bella). Dietro non c’è alcuna curiosità letteraria, antropologica o anche solo umana. C’è anzi un rifiuto di capire che è quasi esasperante. L’esempio più doloroso è forse la scena in cui il fantasma di Sinone parla con Ulisse. L’aldilà omerico è spoglio, non ci sono ricompense o contrappassi, è solo una landa di anime disperate che rimpiangono la vita. Come nell’Inferno di Dante l’unico sollievo per i morti è sapere cosa accade tra i vivi, per avere per pochi attimi l&#8217;illusione di essere ancora tra di loro. È un’idea di aldilà che ormai ci è lontana: non si viene puniti, non si viene ricompensati, si muore e basta. È forse uno dei pochi momenti in cui si ha un bagliore di cosa doveva essere la religione della Grecia arcaica, una delle cose più straordinarie di cui si può fare esperienza leggendo. Ecco, nel film si fa dire a Sinone una cosa superficialmente simile, ma sintomo di una volontà di non capire rovinosa: “I morti vogliono avere notizie dei vivi <em>che gli hanno fatto del male</em>”(!). Una piccola aggiunta fatta al solo scopo di eliminare ogni minima differenza e rendere Sinone un fantasmino vittoriano che si vuole vendicare.</p>
<p>Non posso commentare il finale. Sono uscito dal cinema quando ancora mancava qualche decina di minuti alla fine del film. Quando ho visto Matt Damon roteare con delle asce in mano come un derviscio ho deciso che ne avevo avuto abbastanza. All’uscita, mentre aspettavo i miei compagni di sventura, sentivo i commenti entusiasti di vecchi e ragazzini. Anche stavolta evidentemente non sono riuscito a capire un capolavoro del genio del nostro tempo. La sera stessa sono andato su <em>Letterboxd</em>, l’Odissea ha un punteggio medio di quattro stelle e mezza su cinque. Più di mezzo milione di persone hanno votato cinque stelle, ad aver dato il mio stesso voto (mezza stella) siamo in meno di cinquemila. A tutti loro voglio dire che so quanto stanno soffrendo, ma un giorno tutto questo finirà. Spero&#8230;</p>
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		<title>Il Libro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Silvano Panella</strong><br />
Il vento ha allontanato le nuvole. L'aria tersa, le pagine si sfogliano da sole. Il libro è voluminoso e non può cadere dal davanzale di nera pietra. Da quanto è qui?]]></description>
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<p>di <strong>Silvano Panella</strong></p>
<p>Il vento ha allontanato le nuvole. L&#8217;aria tersa, le pagine si sfogliano da sole. Il libro è voluminoso e non può cadere dal davanzale di nera pietra. Da quanto è qui? Forse qualcuno ha posto il libro sul davanzale per leggerlo davanti a una prospettiva di borgo medievale che ben si compenetra con la storia narrata.</p>
<p><em>        Strascicava la catena rinvenuta nel pozzo, diversi metri di tensione ferrosa, non una persona bloccata o a rischio di caduta, non una nei paraggi o affacciata alle finestre delle case, l&#8217;assoluta padronanza del luogo, l&#8217;idea di poter cingere, legare l&#8217;osteria per compiere uno scherzo al noto cuoco di piatti troppo ricchi in salse e condimenti&#8230;</em></p>
<p>Questo stesso cielo che ci avvolge cristallino per donarci la luce e l&#8217;aria respirabile, che sfuma il nero siderale in un improbabile azzurro – una piacevolissima finzione cromatica per non farci sentire al buio anche di giorno – era qui un secolo fa, quando fu stampato il libro, un libro che narra di protagonisti che compiono scherzi in un borgo che potrebbe essere proprio questo. I protagonisti potremmo essere proprio noi. La cosa è assai curiosa e merita un approfondimento. L&#8217;autore si chiama Agatone Delle Arci. Non lo conosco. Mia mancanza. E mancanza dei motori di ricerca. Lui e il libro sono svaniti. O forse nessuno ha mai pensato di inserirli nelle banche dati digitali. Forse è un&#8217;opera creata per confondere chi transita nelle sale, collocata su questa o quella superficie per attirare sguardi e curiosità, per turbare i sensi – odora di vainiglia. L&#8217;adagio sul tavolo.</p>
<p><em>        Smanie, conturbanze dovute ai freni autoimposti per galateo da ricevimento nel possente, tondo mastio che un tempo aveva funzione difensiva e oggi è una sala che fa girar la testa per via della sua levigatezza, per via dei volti sorridenti e dei proponimenti d&#8217;opulenza – carte da parati, cibi, regalie&#8230;</em></p>
<p>Avverto dei passi. Mi volto alla soglia. Entra Demetra, la direttrice del museo di antichità. Gironzola, cerca negli scaffali. Sono sicuro che le interessi questo libro ma il suo orgoglio le permette soltanto di carezzare le svariate coste telate accennando lievi stupori.</p>
<p>«Non li avete catalogati?», domando. «Non posso crederlo, siete così metodici»</p>
<p>Demetra sfila un libro, lo trae a sé, lo valuta senza aprirlo, lo ripone, incerta, fa per prenderne un altro.</p>
<p>«Non è lì, è qui», dico, battendo sul tavolo, ma lei va via.</p>
<p>Richiudo il libro, la seguo. Demetra entra in un cunicolo semibuio che collega il palazzo del governatorato al museo. Quando siamo nella sala delle frecce, dei dardi, delle verrette, delle balestre mi fa segno di serrare la porta. Obbedisco. La porta si mimetizza nella parete di legno ma la maniglia sporge. Chissà se si sfila. Sì, si sfila. La sfilo e raggiungo Demetra nel suo ufficio. Mi chiede la maniglia, la poggio su una pila di fascicoli assai morbida. Poi mi chiede il libro. Ricevutolo, mi ringrazia. Lo apre, lo sfoglia, si ferma, sorride. Legge a bassa voce.</p>
<p><em>        Vi è grazia nel suo incedere sbilenco, nel suo calpestare il vestito di seta finissima, a macule di fiori fantasiosi, non esistenti, che sfidano la gravità, nelle sue pause dense di dubbio nei confronti delle quotidiane incombenze – azioni destinate a non fallire mai seppur&#8230;</em></p>
<p>«Può fermarsi, ho capito. Ho capito. L&#8217;autore doveva essere un suo antenato. Non la aiuterò ad attuare il vostro piano. Il vostro, sì. Al limite posso tenerlo segreto, posso fare da spettatore. Posso anche tenere il libro, tenerlo in mano mentre lei predispone tutto. E tenere le chiavi del museo, la maniglia, altri oggetti. Attenderò tenendo in mano, e nelle tasche, quello che vuole. L&#8217;orologio? Terrò anche quello. L&#8217;orologio, questo marchingegno illusorio. È molto meno illusorio il telefono, se comprende quello che intendo. No, non mi spiegherò. Sì, è strano che l&#8217;orologio sia rimasto in sospeso, l&#8217;oggetto, il suo significato. No, non spiegherò. Parlare di orologi mi sembra così fuori dal tempo, se mi concede la trivialità. Specie quelli a carica. Perché, se non lo carico si ferma il tempo?»</p>
<p>Demetra annuisce.</p>
<p>«Lo immaginavo. Dunque faccia quello che deve fare e mi lasci l&#8217;orologio. La aspetterà, la ritroverà. La ritroverà?»</p>
<p>Non lo sa. Il loro piano è pericoloso. Sì, pericoloso. Avevo notato qualche macchiolina scura, sangue rappreso sulle pagine. Il libro è già stato testimone di un atto violento e ha l&#8217;abilità di influenzare, anticipare le mosse dei suoi lettori. Starebbe bene in una teca di cristallo.</p>
<p>«Lo chiuda sotto vetro. Si vedrà lo stesso. Lo tenga aperto sulle due pagine che più si riferiscono a lei. Molte possono riferirsi a lei, scelga quelle più attinenti al vostro piano. Nessuno capirà le parole dell&#8217;autore, nessuno fermerà lei. Ci vediamo più tardi, avrò le tasche vuote, mi darà i suoi effetti personali. Scriva una lettera d&#8217;addio, nel caso il piano la attirasse troppo al centro dell&#8217;attenzione», dico, e lascio l&#8217;ufficio, le sale, il museo meditando sulle esistenze che si fanno ispirare dai libri.</p>
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