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		<title>Dilemma in lemma</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 11:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/Palabras.jpg"></a></p>
<p><strong>Glossario del cronista onesto</strong></p>
<p>L’uso sciatto e militante delle parole da parte dei giornalisti snatura il linguaggio e distorce la realtà, spacciando luoghi comuni e opinioni personali per verità universali. Ecco alcuni esempi. E relativi antidoti etimologici<br />
<br />
di<br />
 <strong>Francesca Bellino<br />
</strong><br />
Tic verbali, parole usate a sproposito, superficialità diffusa, applicazioni improprie del senso, semplificazioni, stereotipi abusati e neologismi impregnati di pregiudizio dilagano sui media italiani soprattutto quando si parla di stranieri, minoranze e migrazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/18/dilemma-in-lemma/">Dilemma in lemma</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/Palabras.jpg"><img src="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/Palabras-300x225.jpg" alt="Palabras" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-45649" /></a></p>
<p><strong>Glossario del cronista onesto</strong></p>
<p><em>L’uso sciatto e militante delle parole da parte dei giornalisti snatura il linguaggio e distorce la realtà, spacciando luoghi comuni e opinioni personali per verità universali. Ecco alcuni esempi. E relativi antidoti etimologici<br />
</em><br />
di<br />
 <strong>Francesca Bellino<br />
</strong><br />
Tic verbali, parole usate a sproposito, superficialità diffusa, applicazioni improprie del senso, semplificazioni, stereotipi abusati e neologismi impregnati di pregiudizio dilagano sui media italiani soprattutto quando si parla di stranieri, minoranze e migrazione. Sfogliando i giornali e ascoltando radio e televisione si scopre che nel racconto dell’Altro si annidano numerosi vizi linguistici dai quali scaturiscono rappresentazioni falsate e fuorvianti che formano, di conseguenza, un’opinione pubblica distorta e giudicante. In primo luogo, come sottolinea la filosofa Daniella Iannotta, “il peggior vizio linguistico del giornalista è l’uso del giudizio che può esprimersi semplicemente usando il presente indicativo al posto del più corretto condizionale. Se il giornalista non esplicita il punto di vista e non si colloca all’interno della struttura narrativa è portato a generalizzare e universalizzare i fatti, facendo passare una verità, la sua, per la verità assoluta. In questo modo, dunque, abusa del linguaggio”.</p>
<p>Che la parola abbia il potere di creare realtà e che l’informazione contribuisca alla costruzione di nuove rappresentazioni sociali è indubbio, ma che succede quando termini neutri vengono intrisi di sensi aggiuntivi, spesso denigranti e devianti rispetto al significato originario, e giungono nel lessico comune attraverso i mezzi di comunicazione? “Quando uno stereotipo si diffonde non è mai isolato, ma avvia una catena che spinge a ragionare per deduzione” spiega la linguista Francesca Dragotto. Così, per esempio, dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 a New York gli stereotipi sull’Islam si sono arricchiti e rinvigoriti e un termine neutro come musulmano (seguace dell’Islam) è stato associato ad arabo, a omicida, a terrorista, a kamikaze e a jihadista (anche se un grande numero di musulmani non è arabo, ma indonesiano, senegalese o pakistano, e nella maggior parte dei casi non ha mai commesso atti terroristici), fino a coniare il termine islamopoli per definire le città che necessitano di moschee per i fedeli. Un’altra catena che sfocia nell’errore e nel pregiudizio scatta quando si parla della minoranza di cultura rom. Questa può comprendere: romeno (anche quando si parla di persone non provenienti dalla Romania, ma dai Balcani, dalla Bulgaria o dall’Italia stessa), extracomunitario (anche quando si parla di romeni, quindi europei), campo nomadi o zingaropoli (anche quando ci si riferisce a gruppi stanziali), fino a ladro e scippatore. </p>
<p>Un’altra catena molto diffusa è quella legata alla migrazione che come termine di partenza ha immigrato (da non confondere con rifugiato, richiedente asilo, esule) al quale si legano a cascata: irregolare, illegale, clandestino, lavoratore stagionale, fino a delinquente e stupratore, che sostituisce quella che un tempo scattava con emigrante, meridionale, napoletano, calabrese, etc. “Siamo di fronte a tipologie lessicali dell’esclusione accuratamente da evitare – sostiene il linguista Massimo Arcangeli – Il termine più rispettoso sarebbe migrante perché neutralizza l’alteritudine, limitandosi a marcare l’idea dello spostamento da un luogo all’altro, dunque l’idea del viaggio e della sua naturale provvisorietà, e non quella dell’estraneità dal punto di arrivo e quindi dell’essere intruso, alieno, solo perché straniero”.</p>
<p>“Le catene di termini si fondano sull’apparente sinonimia da un lato e su un processo consequenziale dall’altro. E’ come sgranare un rosario! – sottolinea Dragotto &#8211; Il problema è, però, che si arriva a usare i termini più per quello che evocano che per quello che significano. Ci troviamo, infatti, nell’era della plasticosità dove la parola diventa di plastica, perde significatività e vitalità perché troppo abusata, e viene poi caricata di nuovi significati frutto di ideologie e stereotipi. Insomma si narrano fatti veri ma con una semantica fasulla, meccanismo che rende verosimile il racconto pur portando con se significati deformati”. Per cercare di arginare questo tipo di distorsioni dell&#8217;informazione, nel 2008 è nata la Carta di Roma, un protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti redatto dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, in collaborazione con l’Unione Nazionale Cronisti Italiani, presente nei nuovi volumi “Studiare da giornalista”. “L’esigenza a intervenire è diventata urgente dopo la strage di Erba quando dall’informazione italiana emerse un riflesso incondizionato di tipo razzista nei confronti del tunisino Azouz Marzouk, considerato colpevole nelle 24 ore successive al dramma, mentre a uccidere erano stati gli italianissimi Olindo e Rosa, che destò serie preoccupazioni anche all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) – racconta Roberto Natale, presidente FNSI -. In questi anni i giornalisti si sono trovati impreparati di fronte a certi temi e si sono lasciati strumentalizzare dalla politica, diventando spesso trasmettitori di germi razzisti e xenofobi. Per questo abbiamo avviato corsi di formazione in tutta Italia con la speranza che si ribalti anche l’antica regola del giornalismo per cui solo le cattive notizie sono buone notizie”.<br />
L’ambito in cui ci muoviamo è ampio e delicato, ma di seguito proveremo a chiarire i termini maggiormente utilizzati dai media italiani per narrare l’alterità: sia parole italiane usate in modo discriminatorio, sia forestierismi entrati nella lingua ma con significato errato. </p>
<p><strong>Badante</strong>: il termine nasce dal verbo badare. Si usa il participio presente per definire colui/colei che bada, così come si fa con insegnante (da insegnare). “L’origine dell’uso risale alla fine degli Anni ‘80 quando nel lessico della burocrazia fu necessario definire questo nuovo tipo di lavoratori, in sostituzione di infermiere/a, e con gli anni è entrato nel linguaggio comune e, nel 2002, è stato introdotto nel dizionario GRADIT” spiega Francesca Dragotto. Nell’uso quotidiano il termine, però, oggi si lega prevalentemente a lavoratrici straniere. Dire badante fa subito pensare alla nazionalità &#8211; alle donne dell’Est, soprattutto ucraine e bielorusse, che si occupano di anziani e malati &#8211; a differenza di altre etichette che si legano al mestiere. Dire filippino porta con se la professione: fare le pulizie. Lo stesso accede con polacco che diventa muratore, con bengalese che diventa venditore di rose, brasiliano che diventa trans o con nigeriana che diventa prostituta. Diverso è il caso di marocchino spesso usato indistintamente per chiunque venga dall’Africa sostituitosi al neologismo vu’ cumprà usato tra metà degli Anni ’80 e inizio dei ’90 per definire i venditori ambulanti (e abusivi). </p>
<p><strong>Burqa</strong>: per parlare delle problematiche relative all’uso del velo delle donne islamiche nelle società occidentali si tende a usare indistintamente il termine burqa’ senza porsi il problema che esistono diversi tipi di veli. “Il Burqa’ è un capo d’abbigliamento indossato quasi esclusivamente dalle donne afgane e reso obbligatorio sotto il regime dei talebani – spiega l’arabista Lidia Verdoliva -. E’ di colore azzurro o nero e ricopre il corpo, con una griglia all’altezza degli occhi per permettere alla donna di vedere. Dunque non è un copricapo ma un abito”. Il termine con cui si dovrebbe indicare il velo è, invece, hijàb. “Questo è un copricapo adoperato già in epoca preislamica nelle società mediorientali per marcare lo stato sociale della donna – aggiunge Verdoliva -. La donna dei ceti superiori lo indossava per proteggersi dagli sguardi del popolo, mentre alla serva non era permesso tale privilegio. Con l’avvento dell’Islam, in base a quanto stabilito dalla shari&#8217;ah, è stato prescritto alle donne di mostrarsi in pubblico coperte da abiti che non mettano in evidenza le forme e che lascino scoperti solamente il volto e le mani. A tale scopo le musulmane indossano lo hijàb che si presenta in varie forme e colori a seconda delle diverse tradizioni dei paesi islamici, il quale è atto a coprire i capelli e il collo della donna incorniciandone il viso. Secondo alcune interpretazioni, tuttavia, è considerato buona norma per la donna particolarmente attraente coprire per intero la persona per salvaguardare l’integrità della comunità stessa. Per indicare il velo integrale, utilizzato in pochi paesi islamici, che nasconde anche il viso e talvolta gli occhi, si usa la parola niqàb e in alcuni casi khimàr, termine che compare nel Corano nella Sura 24 al versetto 31”. In passato sui media occidentali compariva anche il termine chador per designare il velo, per via del peso mediatico che ha avuto la rivoluzione islamica in Iran a partire dal 1979. Il termine, infatti, è di origine persiana e indica un foulard o una mantella dalla forma semicircolare che ricopre il capo e le spalle ma che lascia scoperto il volto.</p>
<p><strong>Clandestino</strong>: è colui/colei che ha fatto ingresso in un Paese eludendo i controlli di frontiera. Per Fabrizio Gatti, giornalista dell’Espresso più volte fintosi migrante per narrare dall’interno l’esperienza della migrazione, il clandestino è “l’eroe contemporaneo perché rischia la vita attraversando deserti e mare su mezzi precari praticando un diritto soggettivo fondamentale: la ricerca del miglioramento delle sue condizioni di vita e dei familiari”. “Un paragone a noi vicino – spiega Gatti &#8211; sono gli esploratori, i campioni del trekking estremo, i velisti solitari. Se fosse nato in Europa, Nord America e Australia, il clandestino indosserebbe abiti e cappellino con marchi di sponsor e riceverebbe riconoscimenti internazionali. Poiché è nato in Paesi a basso prodotto interno lordo, una volta arrivato in Europa, Nord America e Australia rischia la detenzione senza processo in centri di isolamento, l’incarcerazione, l’espulsione o una vita di stenti. Il mancato riconoscimento dei diritti individuali pone il clandestino all’ultimo livello della scala sociale. In Italia la legge non gli riconosce nemmeno il diritto a presenziare al processo di cui è parte civile: se è vittima, anche di gravi reati, deve comunque essere immediatamente arrestato o espulso. Il clandestino, non l&#8217;autore del reato. Questo ne fa il modello di lavoratore preferito per lo sfruttamento nell&#8217;agricoltura, nell&#8217;edilizia, nell&#8217;industria e nei servizi. Anche se non viene pagato, il clandestino non può rivolgersi al giudice senza a sua volta rischiare l&#8217;arresto o l&#8217;espulsione. L&#8217;impiego strutturale di clandestini nell&#8217;economia ha consentito dal 1995 la riduzione verticale del costo del lavoro e il conseguente aumento dei profitti delle imprese. Profitti redistribuiti in dividendi per gli azionasti e in stock option per i manager. Il numero di clandestini sfruttati è inversamente proporzionale alla capacità dei cittadini di un Paese di provare vergogna”.</p>
<p><strong>Etnia</strong>: è un termine che deriva dal greco ethnos, popoli e genti diverse da quelle che abitavano la polis, la città-Stato; popolazioni alle quali si attribuiscono comuni origini e una forma di organizzazione sociale anteriore, e implicitamente inferiore, a quella della polis. Sono, dunque, genti che si autogovernano alle quali manca la compiutezza delle istituzioni e i caratteri della civiltà. Quando la parola passa in latino ed entra nel linguaggio dei cristiani, le etnie diventano pagani, senza fede. Nell’era del colonialismo, poi, il termine viene usato per definire i popoli arretrati, non civilizzati, dunque da colonizzare. “Etnia ormai viene usata come sostituta di razza, diventata tabù, e denota il processo di etnicizzazione dell’Altro – spiega l’antropologia Annamaria Rivera, autrice de “L’imbroglio etnico” (Dedalo) &#8211; L’idea di razza, termine e concetto ormai in disuso, dunque, si continua a coltivare sotto il nome di etnia. Le etnie, nel linguaggio comune confuse anche con nazioni, in realtà non esistono, sono state inventate dai colonizzatori che hanno avviato il processo per cui oggi tutto diventa etnico. Il ristorante e la cucina etnica, o l’abbigliamento etnico, sono forme di esotizzazione di ciò che non è nazionale ed europeo. Ma è chiaro che si riferisce a popoli considerati inferiori. Per un ristorante americano, pur non essendo italiano, né europeo, non si direbbe mai etnico”.</p>
<p><strong>Harem</strong>: è un termine preso in prestito dalla lingua araba usato con un significato inverso. “Harem, più correttamente harìm – spiega l’arabista Lidia Verdoliva &#8211; corrisponde a tutto ciò che è dotato di hurmah, ossia di un valore di  inviolabilità, di sacralità, che rende quel luogo o persona inaccessibile a estranei e a chiunque non sia in possesso di determinati requisiti. Può essere considerato harìm il luogo di lavoro, in quanto prevede il rispetto di una serie di codici comportamentali, o la moschea in quanto chi vi accede deve rispettare alcune prescrizioni e trovarsi in una condizione di purità rituale, o la casa perché chi vuole entrare deve rispettare i suoi abitanti e attenersi alle sue abitudini. Anche le donne sono harìm in quanto possiedono delle connotazioni tali che impongono agli uomini di portar loro rispetto e il dovere di proteggerle da chi intenda approcciarle in maniera inappropriata”. Se si considera l’ harìm nella sua comune accezione di gineceo, dunque, ossia il luogo della casa in cui le donne si ritirano per non mostrarsi a uomini estranei alla famiglia, bisogna tener presente che esso nel mondo arabo è dotato di limiti morali e confini spaziali di natura quasi sacrale, in netto contrasto con l’idea che si è creata nell’immaginario occidentale, quale luogo in cui un uomo può trarre piacere da un certo numero di sue concubine sessualmente disponibili. “Tale concezione si è imposta nell&#8217;immaginario collettivo occidentale, secondo quanto sostiene la sociologa marocchina Fatema Mernissi in “L’harem e l’Occidente” – aggiunge Verdoliva -, a causa di un&#8217;errata rappresentazione di stampo esotista degli antichi ginecei arabi a opera dei pittori orientalisti dell&#8217;800 e dalla libera traduzione dei racconti delle “Mille e Una Notte” realizzata dal francese Antoine Galland che ha voluto mettere in evidenza soprattutto gli aspetti erotici di tali narrazioni. In opposizione a tale concezione dell&#8217;harìm, Mernissi sottolinea invece la condizione di semidetenzione cui erano costrette le donne che vivevano nelle abitazioni tradizionali dotate di gineceo (sistema ormai in disuso) in cui le donne avevano scarsa possibilità di movimento e di libera iniziativa.</p>
<p><strong>Italieni</strong>: il termine nasce come dal nome di una rubrica pubblicata nel 2001 sul sito del settimanale “Internazionale”, e poi sul cartaceo, e contiene due parole: italiani e alieni. All’origine si riferiva ai giornalisti stranieri residenti in Italia che raccontavano la loro Italia e poi è stata estesa ad autori di seconda generazione, i cosiddetti G2, figli di immigrati nati in Italia, allargando il senso del termine. “L’idea del nome è della graphic-design Martina Recchiuti &#8211; spiega il giornalista Piero Zardo &#8211; . A distanza di anni la rubrica esiste ancora ed è affidata, come all’origine, ai giornalisti stranieri, un po’ italiani, un pò alieni, che si cimentano nelle recensioni di film e libri italiani”. </p>
<p><strong>Irregolare</strong>: è colui/colei che ha perduto i requisiti necessari per la permanenza sul territorio nazionale dei quali era in possesso nel momento d&#8217;ingresso. “Per il Ministero dell’Interno è il caso di chi è entrato per motivi turistici ed è rimasto oltre la scadenza del visto, di chi ha inoltrano la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno con tempi o modalità sbagliate che hanno portato al respingimento della domanda oppure di chi aveva un’autorizzazione per motivi di lavoro, ha perso il posto e non ha trovato altro impiego nei termini concessi – spiega l’invito Mediaset, Alfredo Macchi -. Ma per la legge italiana irregolari e clandestini vanno trattati allo stesso modo: se fermati devono essere immediatamente espulsi oppure, se questo non è possibile per mancata identificazione, devono essere trasferiti nei CIE (centri identificazione ed espulsione) dove possono restare fino a 18 mesi. Infine l’allontanamento, volontario o coatto. Ma si può dire che un’automobile in sosta oltre la scadenza del parchimetro o fuori dagli spazi regolamentari è clandestina?”. </p>
<p><strong>Jihad</strong>: è un termine maschile che vuol dire sforzo, impegno. Sui media italiani, invece, viene reso al femminile e sottintende l&#8217;intenzione di tradurlo con “guerra santa” risvegliando nell&#8217;immaginario collettivo lo spettro delle crociate. “Esistono due tipi di impegno per il credente nell’Islam: il grande jihad (al-jihad al-kabir) e il piccolo jihad (al-jihad al-saghir) – spiega l’arabista Lidia Verdoliva -. Quello che maggiormente influisce sulla vita quotidiana dei credenti è il grande jihad che prevede un impegno da parte del fedele affinché le forze del bene prevalgano su quelle del male innanzitutto all&#8217;interno del suo animo, una lotta interiore spirituale contro il peccato e le tentazioni. Il piccolo jihad ha invece una connotazione di tipo collettivo e indica una battaglia che la comunità dei fedeli (ummah) può ingaggiare contro chi ne minaccia la stabilità. Si può fare ricorso al piccolo jihad solo per legittima difesa in caso di aggressioni e invasioni esterne”. </p>
<p><strong>Sbarchi</strong>: è uno dei termini abusati dai media italiani soprattutto tra febbraio e l’estate del 2011 in riferimento agli arrivi di migranti da Tunisia e Libia. “Sembra un termine neutro e usato bene, ma in realtà esprime in maniera errata quello che è successo – sottolinea Giorgia Serghetti, ricercatrice Parsec –: le barche non sono arrivate quasi mai a riva, ma venivano intercettate in mare e i migranti venivano portati, nel caso specifico, a Lampedusa. Dunque non sono sbarcate”. Il termine sbarchi, inoltre, ha avvisato una catena denigrante perché associato a pericolo, allarme, invasione fino a “tzunami umano”. “Nei primi mesi del 2011 è emerso uno dei vizi dell’informazione: utilizzare il numero per argomentare un fenomeno – spiega Marco Bruno, ricercatore dell’Università La Sapienza di Roma –. Se prendiamo come esempio il talk-show “Porta a porta” si vede chiaramente che per sostenere un’argomentazione, in questo caso l’idea dell’invasione, si sono usati in maniera disinvolta e non accurata dati di ordini di grandezza differenti. Questo atteggiamento provoca lo svuotamento del significato aritmetico e ne fornisce uno retorico e, in questo caso anche sbagliato, se si pensa che ci sono stati più arrivi di migranti tra il 2007 e il 2008 e che la maggior parte degli ingressi normalmente non avviene via mare, ma con i camion e gli aerei”. </p>
<p><strong>Zingarata</strong>: è un termine di tradizione ottocentesca che inizialmente, come voce di ambientazione letteraria, voleva dire maleficio, incantesimo, che poi ha preso il significato di goliardiche e dissacranti bravate collettive, usato nella lingua parlata soprattutto negli Anni ’70 dopo l’uscita del film “Amici miei” di Mario Monicelli. “E’ facile collegare il significato di bravata alla presunta “irregolarità” del comportamento degli zingari e alle loro azioni (spesso compiute in piccoli gruppi) per ingannare il prossimo – spiega il linguista Massimo Arcangeli -. In un dizionario ottocentesco (N. Tommaseo, B. Bellini, Dizionario della lingua italiana […] con oltre centomila giunte ai precedenti dizionari […], Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino-Napoli) leggiamo alla voce zingaro: “Una razza di gente vagabonda, senza patria, che vive di furti e d’inganni, predicendo la buona ventura. Vanno a frotte di dieci o dodici, uomini, donne e fanciulli, e albergano sotto le tende”. E non andiamo meglio con altri repertori del XIX secolo: “Colui che appartiene a una razza di gente vagabonda, senza patria, senza religione, che vive di furti e di inganni, predicendo la buona ventura. Vanno a frotte di dieci o dodici uomini, donne e fanciulli; e ora dove si posano, danno voce di rassettare caldaie e vasi di rame, e albergano sotto le tende” (G. Rigutini, P. Fanfani, Vocabolario italiano della lingua parlata, nuovamente compilato da G. Rigutini e accresciuto di molte voci, maniere e significati, Firenze, Barbèra, 1891 e 1875)”. Il termine zingaro oggi è stato quasi del tutto sostituito da rom anche se, con il tempo, ha assunto la stessa connotazione negativa. “Rom – spiega Federica Dolente, che ha partecipato alla ricerca condotta dalla Fondazione Basso e da Parsec che in autunno pubblicherà una Guida sulle Alterità realizzata con Redattore Sociale &#8211; si riferiva originariamente ad alcuni gruppi che vivevano nei Balcani e nell’Europa dell’Est, ma attualmente è utilizzato come termine generico per indicare tutte quelle popolazioni che a livello locale si chiamano sinti, roma, kalè. L&#8217;origine di zingaro non è certa, ma di fatto si tratta di una denominazione che le principali lingue europee hanno utilizzato per secoli. Lo ritroviamo in francese (tsiganes), in tedesco (zigueneur) e in svedese (zigenare) e, secondo una teoria generalmente riconosciuta, il termine deriverebbe dal nome di un’antica setta eretica dell&#8217;Asia Minore”.</p>
<p>Articolo vincitore del<a href="http://www.taleaweb.eu/index.php"> Premio Talea 2013</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/18/dilemma-in-lemma/">Dilemma in lemma</a></p>
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		<title>Contro la sterile laconicità dei geometri</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2013/05/17/contro-la-sterile-laconicita-dei-geometri/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 17 May 2013 07:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Fortunio Liceti]]></category>
		<category><![CDATA[Galileo Galilei]]></category>
		<category><![CDATA[Leopoldo de' Medici]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=45645</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/Galileo_Galilei.jpg"></a><br />
Più leggo le opere di Galileo Galilei e più mi convinco che la sua statura intellettuale non consista soltanto nell’eccellenza delle sue opere scientifiche, nelle quali peraltro si trovano intuizioni straordinarie accanto anche a valutazioni ai nostri occhi ormai sorpassate o addirittura sbagliate, ma anche nella grande finezza di percezione dei moti dell’umano animo e nella sua capacità di trovare l’argomentazione giusta, il percorso giusto per arrivare alle conclusioni di cui si era irrevocabilmente convinto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/17/contro-la-sterile-laconicita-dei-geometri/">Contro la sterile laconicità dei geometri</a></p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/Galileo_Galilei.jpg"><img src="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/Galileo_Galilei-166x300.jpg" alt="Galileo_Galilei" width="166" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-45646" /></a><br />
Più leggo le opere di Galileo Galilei e più mi convinco che la sua statura intellettuale non consista soltanto nell’eccellenza delle sue opere scientifiche, nelle quali peraltro si trovano intuizioni straordinarie accanto anche a valutazioni ai nostri occhi ormai sorpassate o addirittura sbagliate, ma anche nella grande finezza di percezione dei moti dell’umano animo e nella sua capacità di trovare l’argomentazione giusta, il percorso giusto per arrivare alle conclusioni di cui si era irrevocabilmente convinto.</p>
<p>Desidero farvi leggere un passo che trovo molto indicativo dello stile dell’uomo e dello scienziato. Si tratta di una parte della lettera che Galileo, già settantaseienne, scrisse al principe Leopoldo de’ Medici nel marzo 1640. Leopoldo, figlio del granduca Cosimo II, che era morto nel 1621, era fratello minore del granduca regnante Ferdinando II, e molto si interessava di arti e scienze; egli, oltre a servirsi di precettori che erano stati discepoli di Galileo, si compiaceva durante l’estate, di andare a chiacchierare con l’illustre scienziato dov’egli trascorreva gli ultimi anni della vita, ad Arcetri. Tra le lettere scritte a Galileo, ve ne è una, di Ascanio Piccolomini, nella quale si afferma: &#8220;<em>spesso S.A. [s’intende Leopoldo] fa mentione di lei, e gli par mill&#8217;anni che venga la state per essere a goder costà i suoi discorsi, havendo S.A. perspicacia e gusto tale delle cose celesti che m&#8217;assicuro che V. S. ne rimarrà maravigliato</em>&#8220;. Appunto nel 1640, Leopoldo scrisse a Galileo per averne un parere a proposito di un certo libro, scritto dallo scienziato, di ispirazione aristotelica, <strong>Fortunio Liceti</strong> e pubblicato all’inizio dell’anno a Udine, a proposito della luce emanata dalla Luna, intitolato <em>Litheosphorus, sive de lapide Bononiensi</em>. Galileo risponde dunque nel marzo, scusandosi per un lieve ritardo nella risposta, e scrive, tra l’altro, quanto segue:</p>
<blockquote><p>«								Arcetri, 31 marzo 1640<br />
Serenissimo Principe e mio Signor Colendissimo,</p>
<p>[ . . .]  voglio che l’Altezza Vostra Serenissima sappia come l’eccellentissimo signor Liceti, subito uscito in luce il suo trattato De lapide Bononiensi, me ne inviò una copia, pregandomi che io liberamente dovessi significarli quello che a me pareva di questa sua fatica; e mentre che l’Altezza Vostra Serenissima mi ricerca dell’istesso, con ogni schiettezza le aprirò il mio senso.</p>
<p> Dicole dunque, che se io volessi conforme al merito diffondermi nelle lodi dell’ampla e sottilissima dottrina che mi è parso scorgervi, oltre al convenirmi assai in lungo distendere, dubiterei che le mie parole, benché purissime e sincere, potessero apparire ad alcuno iperboliche o adulatorie: ad alcuno, dico, di quelli, che troppo laconicamente vorrebbero vedere, nei più angusti spazii che possibil fusse, ristretti i filosofici insegnamenti, sì che sempre si usasse quella rigida e concisa maniera, spogliata di qualsivoglia vaghezza ed ornamento, che è propria dei puri geometri, li quali né pure una parola proferiscono che dalla assoluta necessità non sia loro suggerita. Ma io, all’incontro, non solamente non ascrivo a difetto in un trattato, ancorché indirizzato ad un solo scopo, interserire altre varie notizie, purché non siano totalmente separate e senza veruna coerenza annesse al principale instituto; che anzi stimo, la nobiltà, la grandezza e la magnificenza, che fa le azzioni ed imprese nostre meravigliose ed eccellenti, non consistere nelle cose necessarie (ancorché il mancarvi queste sia il maggior difetto che commetter si possa), ma nelle non necessarie, purché non sieno poste fuori di proposito, ma abbino qualche relazione, ancorché piccola, al principale intento. E così, per esempio, vile e plebeo meritamente si chiamerebbe quel convito nel quale mancassero i cibi e le bevande, principal requisito e necessario; ma non però il non mancar di queste lo fa così magnifico e nobile, che sommamente più non gli arrechino grandezza e nobiltà la vaghezza dell’egregio e sontuoso apparato, lo splendore dei vasi d’argento e d’oro, che, adornando la mensa e le credenze, dilettano la vista, i concenti di varie armonie, le sceniche rappresentazioni, e i piacevoli scherzi, all’udito così graziosi. La maestà di un poema eroico vien sommamente ampliata dalla vaghezza e varietà de gli episodii; e Pindaro, principe de’ lirici, si sublima tanto col digredire in maniera dal principale suo intento, che è di lodar l’eroe da esso cantato, che nel tesser le laudi di quello non consuma la decima, né anco tal ora la vigesima, parte de i versi, i quali spende in varie descrizzioni di cose che in ultimo, con fila assai sottili, sono annesse al principal concetto. Io per tanto interamente applaudo alla maniera che il signor Liceti, abbondantissimo di mille e mille notizie, tiene nei suoi componimenti, ed in particolare in questo, nel quale, prima che condurre il famelico lettore a saziare sua brama con l’ultimo insegnamento del problema principalmente desiderato, ci porge un util diletto di tante belle cognizioni, che bene ci obliga a rendergliene mille grazie, mentre che con grato risparmio di tempo e di fatica ci libera dal rivoltare i libri di cento e cento autori.»</p></blockquote>
<p>Dite voi se non è un vero programma di scrittura e di vita.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/17/contro-la-sterile-laconicita-dei-geometri/">Contro la sterile laconicità dei geometri</a></p>
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		<title>Nuovi scenari urbani</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2013/05/16/nuovi-scenari-urbani/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 16 May 2013 13:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Camerino]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Marucci]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><b><a href="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2011/06/sacu2007.gif"></a></b>XXIII Seminario internazionale e Premio di Architettura e Cultura Urbana</p>
<p><strong>Nuovi scenari urbani<br />
Opere, progetti, utopie</strong></p>
<p>Camerino 28 luglio &#8211; 1 agosto <strong>2013</strong><br />
Palazzo Ducale &#8211; piazza Cavour</p>
<p align="justify">Il Seminario di Camerino ha finalità formative, di aggiornamento e approfondimento nel campo della ricerca e della pratica, nel confronto fra Università, Professione e Società civile, con spirito libero e aperto al reciproco apprendimento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/16/nuovi-scenari-urbani/">Nuovi scenari urbani</a></p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b><a href="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2011/06/sacu2007.gif"><img class="alignleft" title="sacu2007" alt="" src="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2011/06/sacu2007.gif" width="181" height="188" /></a></b><em id="__mceDel">XXIII Seminario internazionale e Premio di Architettura e Cultura Urbana</em></p>
<p><em id="__mceDel"></em><em id="__mceDel"><strong>Nuovi scenari urbani<br />
Opere, progetti, utopie</strong></em></p>
<p>Camerino 28 luglio &#8211; 1 agosto <strong>2013</strong><br />
Palazzo Ducale &#8211; piazza Cavour</p>
<p align="justify">Il Seminario di Camerino ha finalità formative, di aggiornamento e approfondimento nel campo della ricerca e della pratica, nel confronto fra Università, Professione e Società civile, con spirito libero e aperto al reciproco apprendimento. I temi proposti riguardano la trasformazione dei paesaggi costruiti alla ricerca della qualità architettonica e della sostenibilità ambientale.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>TEMI DI PROGETTO E DI CONVERSAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>A map of the world that does not include Utopia is not worth even glancing at</em><br />
Una mappa del mondo che non comprende Utopia non merita neanche uno sguardo<br />
(O. Wilde, <em>The Soul of Man Under Socialism</em>, 1891)</p>
<p align="justify"><strong><em>Trasformazione e riuso dell&#8217;edilizia esistente<br />
</em></strong>Le dinamiche economiche e sociali in atto richiedono una riflessione della disciplina architettonica sia in campo professionale che universitario, incentrata sulla ricerca di progetti comuni e condivisi con i cittadini.<br />
Il tema proposto riguarda programmi di rigenerazione delle città che comprendano un utilizzo intelligente delle risorse esistenti senza ulteriore spreco di suolo da urbanizzare, la valorizzazione del patrimonio storico, il rinnovamento del tessuto e dei contenitori urbani in disuso come fattore di riqualificazione e ricucitura del tessuto sociale.<br />
Agli amministratori spetta il compito di scelte decisive per far si che l&#8217;attuale periodo di congiuntura economica si trasformi in opportunità di cambiamento; ai progettisti di intervenire secondo criteri di economicità, salubrità e sicurezza, senza mimetismi, con mezzi e linguaggio propri della contemporaneità, entro i limiti prestazionali dell&#8217;edilizia esistente di qualità e nel rispetto del carattere distintivo degli insediamenti e dei manufatti storici.</p>
<p align="justify"><strong><em>Trasformazione e riuso delle aree dismesse<br />
</em></strong>L&#8217;espansione urbana dispersa nel territorio, ha lasciato vaste aree industriali in abbandono, spazi interstiziali, ferrovie dismesse … e una disseminazione insediativa sia residenziale che produttiva in gran parte di pessima qualità che ha comportato degrado sociale, emarginazione e insostenibili costi per servizi e infrastrutture. La trasformazione e riuso delle aree periurbane dismesse rappresenta una occasione di riequilibrio territoriale senza occupazione di nuovi suoli agricoli, densificando o dirandando il costruito in base a programmi di efficienza e sostenibilità ambientale, privilegiando la formazione di spazi per la collettività che comprendano oltre alla residenza sport, cultura, lavoro, intrattenimento, tempo libero secondo una mescolanza di attività tali da proporre un habitat attraente e favorevole all&#8217;integrazione sociale.<br />
Il progetto di rigenerazione urbana permette di attribuire specificità architettonica alle aree periferiche altrimenti prive di connotati distinguibili, che le rende simili a tutte le periferie del mondo.</p>
<p align="justify"><strong><em>Spazi pubblici e corridoi verdi<br />
</em></strong>Può considerarsi concluso il tempo della crescita indefinita delle città, in cui gli spazi pubblici, quando non sono occupati da arterie a scorrimento veloce, sono aree residuali intercluse fra i comparti edilizi, il più delle volte inutilizzate, spazi residuali in cui si manifestano congiuntamente il deterioramento sociale e il fallimento dell&#8217;architettura/urbanistica funzionalista.<br />
Il punto di partenza per una progettazione urbana consapevole dei valori in gioco, dopo un lungo periodo di dispersione e di riduzione del territorio in frammenti, è di ritrovare il ruolo di centralità dei luoghi della vita collettiva che hanno caratterizzato da sempre le comunità europee.<br />
Il sistema delle piazze, delle strade a mobilità lenta, della rete dei giardini e dei corridoi verdi dovranno costituire una costante permanente nei processi di trasformazione qualitativa delle città e motivo di aggregazione dei cittadini intorno a progetti comuni da sviluppare e gestire insieme alle amministrazioni pubbliche.</p>
<p><strong>Per informazioni sul programma, la partecipazione e l&#8217;iscrizione al seminario vedi <a href="http://web.unicam.it/culturaurbana/programma2013.asp">qui</a>.</strong></p>
<p><em>Oppure scrivi a:</em> giovanni.marucci@unicam.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/16/nuovi-scenari-urbani/">Nuovi scenari urbani</a></p>
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		<title>Il Turista Incantato Salvatore di Vilio</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2013/05/16/il-turista-incantato-salvatore-di-vilio/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 16 May 2013 08:54:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Pellecchia]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Lasagni]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Tinto]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe montesano]]></category>
		<category><![CDATA[Grazia Coppola]]></category>
		<category><![CDATA[Indypendentemente]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Di Vilio]]></category>
		<category><![CDATA[Voyelles & visions]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/di-vilio-man.jpg"></a></p>
<p><strong>Dal 18 maggio al 10 giugno 2013</strong><br />
<a href="http://indypendentemente.com/it/agindy/dettaglievento/1011/-/salvatore-di-vilio.html">Indypendentemente </a>e l&#8217;associazione Terrainvague<br />
sono estremamente lieti di presentare<br />
alla Galleria Libreria Voyelles &#038; Visions<br />
Torino, via San Massimo 9/A </p>
<p><strong>Il turista incantato</strong> e <strong>Attraversamenti ciclabili negli ingranaggi della memoria</strong><br />
accompagnati dalle note di <strong>Giuseppe Montesano</strong>,<strong> Eugenio Tinto</strong> e <strong>Grazia Coppola</strong></p>
<p><span id="more-45640"></span></p>
<p><strong>Il turista incantato</strong><br />
Nota di <strong>Giuseppe Montesano</strong></p>
<p>– E poi?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/16/il-turista-incantato-salvatore-di-vilio/">Il Turista Incantato Salvatore di Vilio</a></p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/di-vilio-man.jpg"><img src="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/di-vilio-man-214x300.jpg" alt="di vilio man" width="214" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-45641" /></a></p>
<p><strong>Dal 18 maggio al 10 giugno 2013</strong><br />
<a href="http://indypendentemente.com/it/agindy/dettaglievento/1011/-/salvatore-di-vilio.html">Indypendentemente </a>e l&#8217;associazione Terrainvague<br />
sono estremamente lieti di presentare<br />
alla Galleria Libreria Voyelles &#038; Visions<br />
Torino, via San Massimo 9/A </p>
<p><strong>Il turista incantato</strong> e <strong>Attraversamenti ciclabili negli ingranaggi della memoria</strong><br />
accompagnati dalle note di <strong>Giuseppe Montesano</strong>,<strong> Eugenio Tinto</strong> e <strong>Grazia Coppola</strong></p>
<p><span id="more-45640"></span></p>
<p><strong>Il turista incantato</strong><br />
Nota di <strong>Giuseppe Montesano</strong></p>
<p>– E poi? Che succede? Come comincia?<br />
– Ma non lo so, vado in giro, sai anche tu com’è, non ci sono più viaggi, e nemmeno viaggiatori, siamo tutti turisti. Guardo le cose, e all’inizio non le vedo davvero, forse proprio perché mi aspetto chissà che. E poi, a un tratto, è come se qualcosa mi risvegliasse da un’ipnosi&#8230;<br />
– E allora le vedi davvero, le cose: monumenti, paesaggi, figure&#8230;<br />
– Sì, ma non vedo monumenti o paesaggi. Vedo semplicemente luci radenti nel pomeriggio o nella notte, e antiche pietre, e grandi luoghi aperti, e a volte ho la sensazione che siano loro a guardare me: e allora devo scattare, aprire l’occhio dell’obiettivo, fotografare&#8230;<br />
– … E ti lasci catturare da queste spiagge semideserte, dagli spazi che straripano fuori dai limiti della camera, preso dalla malinconia che viene da piccole impronte e segni sulla sabbia, affascinato dalla solitudine di una statua nella sua perfezione di linee, stupito dal silenzio delle luci che si riflettono su una strada bagnata: e da tutta questa vastità in cui sembra di poter sentire le cose che respirano. È lo sguardo incantato di un bambino, il tuo.<br />
– Come mi piacerebbe che fosse davvero così! Ma forse sono solo un ladro di scatti, uno che cerca di cogliere quel momento bizzarro in cui le cose si distraggono e si aprono per guardarti, sono un turista di immagini&#8230;<br />
– E che importa? Andiamo tutti vagabondi in giro cercando un brandello di vita essenziale, ma non riusciamo a scoprirlo perché crediamo di aver già visto tutto, e senza stupore non si può vedere più niente. Invece tu ti sei stupito, e hai visto. Sei un turista? E va bene, ma sei un turista con gli occhi aperti, sei un turista incantato.</p>
<p><strong><em>“E poi? Che succede? Come comincia?<br />
Ma non lo so, vado in giro&#8221;</em></strong><br />
di<br />
<strong>Grazia Coppola</strong></p>
<p>Cercando vocali e visioni, la Voyelles &#038; Vision trova questa volta consonanze.<br />
Salvatore Di Vilio, nel suo errare per luoghi, raccoglie negli scatti visioni incantate. E lo stupore trova espressione a volte proprio in una vocale ripetuta, o anche in un silenzioso dialogo tra le cose.<br />
L’idea di cogliere in un fotogramma il suo racconto, chiudere il cerchio sulla sua narrazione, annoda l’incanto del turista agli ingranaggi della memoria degli attraversamenti ciclabili.<br />
Di Vilio accompagna i suoi scatti con testi letterari, in un gioco in cui l’immagine prende la parola e la parola veicola immagini.<br />
Il testo di Giuseppe Montesano suggerisce così che il turista incantato sia il bambino che sente respirare le cose, ma anche il ladro di scatti, che coglie un momento di distrazione in cui le cose lo guardano. Il turista è infatti oggetto (di distrazione) degli oggetti che lo osservano, in un gioco di scambio di ruoli tra animato e inanimato. tra attenzione e distrazione.<br />
Le parole di Eugenio Tinto a margine degli attraversamenti ciclabili dicono di un popolo senza motore e di un’eredità ferrata, un passaggio di mano tra nonno e nipote (eredità!) di un oggetto dal forte valore simbolico: la bicicletta, un oggetto che ha dentro un innamoramento e la storia dell’uomo meno comoda, perché fatta di sudore. Talvolta questo oggetto viene scomposto da Di Vilio in singole unità, quasi sezionato. E così prendono la parola un bullone, un fanalino, un mozzo, un freno,  un cerchione, un pedale, una sella, un catenaccio, un morsetto. È come se l’ingranaggio stesso volesse tirare fuori dalla memoria anche un vocabolario quasi dimenticato. E, nella ricomposizione, non si sa se dire “ritratto di uomo con bicicletta” o piuttosto viceversa.<br />
Nel corso di un decennio, la linea traccia un segno tra l’incanto analogico del turista e la fugacità digitale del passaggio a pedali: lo scatto, che da fotografia diventa iPhonografia, non perde infatti l’incanto, e l’angolazione di sguardi. </p>
<p>La tecnica involontariamente gioca con gli incastri, così le iPhonegrafie proposte come dittici montati su pannelli 30X60 e realizzate con applicazione Hipstamatic Claunch 72 monochrome,  entrano due volte con rigore matematico nel Formato: il 60X60 delle foto del turista montate su supporto Forex 2cm Tecnica; Analogico con negativi 6&#215;6 acquisiti in file.</p>
<p>Nel manifesto, i cinque scatti come pentade pitagorica, e come cinque sensi e dita della mano, prendono appunto per mano in questo viaggio, preannunciato da una cartolina poco turisticamente convenzionale, in cui luci radenti e pietre antiche, spazi aperti e superfici riflettenti, finestre aperte e chiuse sono sfondo o essenza di visioni che aspettano una seconda occasione dallo sguardo.<br />
E un immaginario postino in bicicletta la consegna a una città a cui questo oggetto è caro, Torino, dalla natura pianeggiante che invoglia la pedalata sopra il basolato antico, materia amata da Di Vilio</p>
<p><strong><em>Attraversamenti ciclabili negli ingranaggi della memoria </em>di Salvatore Di Vilio</strong><br />
Nota di <strong>Eugenio Tinto<br />
</strong><br />
Proveniamo da un tempo nel quale la bicicletta era e rappresentava un modo d’essere, uno stato sociale e una pedalata alla volta siamo arrivati lontano. Mio nonno andava sempre e solo in bici, a lavoro, a passeggio, senza mai mostrare la fatica di avere quello come strumento e compagno di viaggio. Mia nonna l’ha conosciuta mentre passeggiava sul Corso del paese in sella alla sua fidata bicicletta. E ora tocca a me. La sua eredità ferrata è passata a me per chiudere in un cerchio, come cerchio è ciò che muovo, la memoria che non ho mai perduto di quello che noi fummo: un popolo senza motore, spinto solo dalla forza e dal sudore.</p>
<p><strong>Biografia</strong><br />
Nato a Succivo (CE) nel 1957. Ha frequentato la facoltà di Architettura di Napoli, interrompendo gli studi universitari per dedicarsi alla fotografia. Dal 1980 è presente nei settori della ricerca fotografica. Partecipa a mostre e rassegne nazionali e internazionali.</p>
<p><a href="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/Camera360_2013_5_10_040053.jpg"><img src="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/Camera360_2013_5_10_040053-225x300.jpg" alt="Camera360_2013_5_10_040053" width="225" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-45642" /></a></p>
<p><strong>&#8220;VOYELLES &#038; VISIONS&#8221;</strong>, nuovo spazio espositivo dove l&#8217; arte contemporanea coabita con un&#8217;attenta selezione di libri francesi, presenta un itinerario visivo e letterario attraverso l&#8217;esposizione di otto immagini di fotografi italiani e  internazionali. La &#8220;quinzaine&#8221; è un periodico gratuito pubblicato dalla Galleria e curato da <strong>Angela Pellecchia</strong> e <strong>Chiara Lasagni</strong><br />
Via San Massimo 9 intende così rilanciare attraverso i due progetti, Indypendentemente.com e Terrainvague, che qui hanno sede, un&#8217;idea di factory delle idee e delle relazioni tra due paesi, l&#8217;Italia e la Francia, ma anche dell&#8217;Europa che si immagina diversa da quella configurata dai mercati.</p>
<p>Info: indypendentemente.com, terrainvague@ymail.com<br />
Luogo : Torino, via san massimo 9/A </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/16/il-turista-incantato-salvatore-di-vilio/">Il Turista Incantato Salvatore di Vilio</a></p>
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		<item>
		<title>Atti impuri: n° 4 &amp; 5</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/NazioneIndiana/~3/0Yn1T1_AOPE/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2013/05/14/atti-impuri-n-4-5/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 14 May 2013 16:27:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
		<category><![CDATA[Atti impuri]]></category>
		<category><![CDATA[n° 4]]></category>
		<category><![CDATA[n° 5]]></category>
		<category><![CDATA[Sparajurij]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Si parla del numero 5 in uscita e si presenta un&#8217;intervista ad Aldo Nove dal numero 4 già uscito&#8230;</p>
<p>Dopo le prime 4 uscite cartacee che hanno preso vita grazie alla collaborazione dei migliori scrittori attivi oggi in Italia (come Nanni Balestrini, Tiziano Scarpa, Giorgio Vasta, Aldo Nove, Raul Montanari, Maurizio De Giovanni, Laura Pugno, Giorgio Falco, Antonio Rezza, Ernesto Aloia, Luca Ricci, Tommaso Ottonieri e molti altri), Atti Impuri approda finalmente al numero 5 con la collaborazione di <strong>Miraggi</strong> editore.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/14/atti-impuri-n-4-5/">Atti impuri: n° 4 &#038; 5</a></p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Si parla del numero 5 in uscita e si presenta un&#8217;intervista ad Aldo Nove dal numero 4 già uscito&#8230;</em></p>
<p>Dopo le prime 4 uscite cartacee che hanno preso vita grazie alla collaborazione dei migliori scrittori attivi oggi in Italia (come Nanni Balestrini, Tiziano Scarpa, Giorgio Vasta, Aldo Nove, Raul Montanari, Maurizio De Giovanni, Laura Pugno, Giorgio Falco, Antonio Rezza, Ernesto Aloia, Luca Ricci, Tommaso Ottonieri e molti altri), <em>Atti Impuri</em> approda finalmente al numero 5 con la collaborazione di <strong>Miraggi</strong> editore.<span id="more-45615"></span></p>
<p>Il quinto volume inaugura inoltre un nuovo corso della rivista, che a partire da maggio si presenterà in una veste più agile, ma soprattutto diventerà bimestrale.</p>
<p style="text-align: center;">°</p>
<p style="text-align: center;"><strong> BASTA EGO, VIA</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>conversazione con Aldo Nove</em></p>
<p><strong>Da qualche parte Carver ha scritto che esiste più affinità tra una poesia e un racconto piuttosto che tra un racconto e un romanzo. Condividi questo punto di vista?</strong></p>
<p>Sì, lo condivido, ma in modo molto personale, nel senso che non credo sia una regola generale. Io come Carver sono sempre stato più legato alla poesia che non alla narrazione lunga, al romanzo. Minore è la quantità di materiale che devi gestire, più è possibile avere un approccio estetico – quindi anche tecnico, sintattico e lessicale – più attento. Se devi gestire sei pagine hai un rapporto diverso rispetto a cinquecento pagine. Mi sembra abbastanza ovvio.</p>
<p><strong>Questo ha anche che vedere con la fruizione del lettore?</strong></p>
<p>No, non penso al lettore. Vale proprio il principio di quanta intensità, concentrazione, tecnica c&#8217;è nei cento metri piuttosto che nella maratona. È proprio un&#8217;altra forma di disciplina, molto più concentrata in ogni suo minimo passaggio. Il lettore deve avere più disponibilità nella fruizione continua. Il romanzo è anche svagante, divertente, rilassante. Si parla di “romanzo d&#8217;evasione”, “racconti d&#8217;evasione”. Il tutto poi si esplica anche nell&#8217;impegno per il testo. La poesia ha proprio un suo valore specifico dato anche dalla sua brevità. Nel romanzo – un bel romanzo – ti perdi, sono talmente tante le cose che ci sono dentro che inevitabilmente diminuisce anche la concentrazione linguistica. Altrimenti diventa un romanzo sperimentale. Tipo Horcynus Orca, una specie di roba di culto, sacra. Io amo il racconto, sono malato di linguaggio. Ho un rapporto talmente intenso che faccio fatica già mentalmente ad affrontare le cinquecento pagine. Adoro la forma breve, riesco a gestirla. Non mi interessa la trama, chi è stato l&#8217;assassino, per capirci. Penso sempre che non sono un avvocato, non sono un pubblico ministero, non mi interessa. Sarà stato qualcuno, qualcuno sarà stato. Oppure si è suicidato. O è caduto.</p>
<p><strong>I tuoi punti di riferimento rispetto alla narrativa breve?</strong></p>
<p>Malerba, per esempio, è uno che è passato dalla forma breve a quella lunga, anche con una ricerca sul linguaggio simile alle cose che scrivevo io. Borges, mi viene in mente, ci sono dei raccontini simili ad aforismi filosofici, no? Però con il gusto per l&#8217;affabulazione. Il racconto breve diventa così anche un escamotage per l&#8217;interazione di forme d&#8217;espressione diverse, e sicuramente dà la possibilità di giocare, di sbagliare. Oppure Charms, Casi, cosa sono quelle robe lì? In realtà a volte sono anche barzellette, no? Barzellette demenziali dada. La forma non poteva che essere il racconto breve. Con un romanzo non ce l&#8217;avrebbe fatta. Quando Breton prova a fare romanzi, con Nadija, o come minchia si dice, non ce la fa, diventa roba per studenti di lettere. Il romanzo sperimentale è una brutta bestia.<br />
<strong><br />
In Italia la forma breve non funziona, soprattutto editorialmente parlando&#8230;</strong></p>
<p>Eh, appunto, perché il romanzo ti prende e ti porta via, per usara il titolo di uno che sa scrivere romanzi. Il fatto di dover ogni volta rifocalizzare l&#8217;attenzione&#8230; come se tu, davanti alla televisione, invece di lasciar scorrere le immagini, un po&#8217; da miope dovessi riconcentrarti in un modo differente. È impegnativo. Per me non lo è assolutamente, perché ho un rapporto perverso con la lingua. Per la fruizione media di massa è importante perdersi in un clima che ti permetta un&#8217;evasione costante. Pensa al fantasy, o al romanzo d&#8217;amore: il motore non deve far niente, appena finisci lo ritrovi lì dov&#8217;era. Invece nel racconto non sei soddisfatto della pagina, è una sega breve, una roba da cinque minuti. Il romanzo dura venti giorni, è una relazione. Almeno questa è la mia interpretazione. Io leggo poesia, saggistica, classici. Il romanzo tradizionale, invece&#8230; A parte in qualche caso, penso a Murakami che è molto lirico, ma tantissimo. Cioè, in sé la forma romanzo non mi interessa. La mia compagna, che legge tantissimo, dice sempre “Leggi questo, leggi quest&#8217;altro romanzo&#8230;”, non la cago mai, non ce la faccio.<br />
<strong><br />
E nel tuo caso, come sei passato dalla poesia al racconto?</strong></p>
<p>Non sono mai passato. Cioè, l&#8217;ho fatto in modo truffaldino, quando Balestrini mi ha detto “Scrivi di seguito”, e io ho iniziato a farlo. Poi dopo subentra nella revisione una certa attenzione alla narratività, nel senso di rendermi conto se è legittimo aspettarmi che uno vada avanti a leggere o no. Lo sviluppi anche un po&#8217; a istinto, cioè te ne accorgi quando gravi troppo il lettore con certi elementi. Tipo con la verosimilità, che è una cosa comunque bizzarra perché ci sono situazioni assolutamente folli che per il contesto sono verosimili. So che non posso stare dentro un certo numero di lettori quando non c&#8217;è una certa alchimia. Però mi rendo conto anche quando non posso averne nessuno. Ci vuole una credibilità del testo nel farsi leggere. Quando fai un libro non sai quanti ti leggeranno, se avrai successo o meno, ma questo dipende da molti fattori. Però ti rendi conto se ci sono delle cose che vanno o che non vanno, proprio nel senso dell&#8217;andare avanti.<br />
<strong><br />
Quindi ti capita di pensare anche al tuo “lettore tipo”?</strong></p>
<p>In ultimissima fase sì, anche perché in qualche modo lo sto scrivendo per loro. Però mentre scrivo non posso pensarci.</p>
<p><strong>Qual è per te il rapporto tra linguaggio e realtà?</strong></p>
<p>Bisogna sgomberare proprio a livello terminologico il rapporto tra linguaggio e sincerità. Moccia funziona perché è sincero, lui ci crede a quelle robe lì. Milo De Angelis crede a quell&#8217;altra roba là. Quindi sicuramente uno scrittore deve innanzitutto essere sincero. Il rapporto con la verità invece è molto molto più difficile. Se uno sinceramente crede in stronzate neocattoliche assurde, quella è la sua verità, e allora qual è la Verità? Anche la realtà è molto difficile perché siamo a vari livelli di realtà, e di realtà nella realtà. Parlo del mondo distorto in cui viviamo, quel mondo che Pasolini avrebbe rinnegato completamente perché non esiste, o parlo della realtà dei contadini eccetera? Se sei un fotografo realista il tuo è pur sempre un punto di vista, no? Quindi sicuramente uno scrittore può essere sincero e può lavorare sulla realtà, ma la verità non lo so, chi si autoproclama profeta che ti propone la verità. Uè, sono serio, mi piacciono le domande, sono serio.</p>
<p><strong>A proposito di questo sovrapporsi e intrecciarsi di realtà, credi che la poesia intervenga per riportare un ordine o per riportarci a quel disordine dove eravamo già stati?</strong></p>
<p>La poesia produce ordine, ma un ordine frattalico, muovendosi all&#8217;interno di una geometria che non è euclidea, ma è assolutamente incasinata. Certo che se tu non hai dei principi d&#8217;ordine con i quali muoverti non ti muovi, inciampi, fai un puttanaio. Devi dare una disciplina anche improvvisata. Perché oggi non va l&#8217;avanguardia? Perché c&#8217;è troppo casino, siamo tutti incasinati, prova a guardare un telegiornale. Generando altro caos si va al rumore bianco. Siccome siamo già in prossimità del rumore bianco&#8230; Poi sembra che sia un giudizio morale, o di scelta, o di gusto, invece no, io amo l&#8217;avanguardia, ma oggi non so se ho voglia di mettermi a leggere un libro che non si capisce niente&#8230;<br />
<strong><br />
Ma in ogni caso una seppur minima attenzione del pubblico alle esperienze di ricerca sul linguaggio resiste comunque&#8230;</strong></p>
<p>Certo, ci mancherebbe altro. Non dimenticherò mai una cosa che scrisse Nanni Balestrini cinque o sei estati fa su Liberazione, proprio un inciso in cui diceva che la poesia, come del resto i coltivatori di orchidee, i collezionisti di pipe, riguarda un&#8217;élite, poi c&#8217;è tutto un livello, molto più diffuso, di uso indiretto e spurio di componenti della poesia che sono popolari. Penso che Jovanotti, a questo livello, sia molto molto alto, proprio a livello mondiale. Però sono elementi della poesia che lui mette nella canzone, che è un&#8217;altra forma d&#8217;espressione. Ma Milo De Angelis lo leggono in due o tremilla. Molte cose iperpop della Merini&#8230; in giro ci sono tante di quelle stronzate&#8230; lei al telefono dettava laqualunque, e purtroppo molte sue cose diventate famose sono delle cazzate totali, poi lei invece era una poetessa davvero tosta.<br />
<strong><br />
Ti sei sempre affidato molto alla contemporaneità, a tic linguistici molto precisi e legati al tempo in cui sono nati e infine morti. Oggi che quel lingaggio è andato oltre&#8230;</strong></p>
<p>Io uso molto come laboratorio facebook. Molte case editrici mi hanno già chiesto se ho voglia di fare un libro tipo con gli “stati”, quindi c&#8217;è anche una specie di riconoscimento degli addetti ai lavori di questo mio&#8230; Il linguaggio è la cosa più viva che ci sia, è come la carne. Cioè la carne è brulicante di robe, muore, arrivano i microorganismi, è una cosa assolutamente vitale e in evoluzione&#8230; adesso stiamo vivendo in un momento particolare in cui si sta andando verso forme molto complesse, tutto in fieri, no? Nel momento in cui tu lo fotografi, domani sarà comunque già un&#8217;altra cosa. È un corpo a corpo del linguaggio, sempre, tutti i giorni, è molto appassionante.</p>
<p><strong>Ma tu come ti rapporti in un tipo di lavoro del genere?</strong></p>
<p>Con la velocità. Come usare un linguaggio veloce in un contesto del genere? Si tratta di adattare ad esempio anche la polisemia che permette diverse risposte. Io vedo molto il lavoro su facebook come una forma rapidissima di ping pong: lì ci sono delle regole, il tavolo è quello, va tutto velicissimo e devi stare molto attento a come calibri i generi. Se tu fai uno status o lasci un messaggio comico, o serio, o altro, non devi essere mai troppo pesante o vincolante perché lì tra l&#8217;altro la velocità implica anche scarsa attenzione. Quindi devi essere molto stringato, come se fossero dei pattern linguistici pa pa pa pa, che ti permettono uno sviluppo. L&#8217;aspetto più interessante comunque è che si tratta di una scrittura dialogica, cioè tu servi a qualcun altro, come nella dialettica appunto, una costruzione insieme, solo che questo qualcun altro non c&#8217;è, ovvero può essere chiunque. Devo solo un po&#8217; sminuire l&#8217;ego, perché se mi metto lì a dire “Adesso ti devo spiegare le robe”, in questo modo va tutto a puttane. Basta ego, via. Stiamo diventando tutti cinesi.</p>
<p><strong>Uno dei principi cardine di facebook è appunto l&#8217;ego&#8230;</strong></p>
<p>Eh, ma è tutto falso, è una finzione. Una finzione sociale ma anche linguistica, un laboratorio linguistico ricchissimo. Poi al momento non saprei come sfruttarlo, questo laboratorio. Cioè, sfruttarlo&#8230; diciamo che lo studio. Non è questione di comunicazione, cosa vuoi comunicare su facebook? Se è uno scambio serio allora passo in privato, via mail. Lì è una vetrina. Mi incuriosisce molto anche twitter, ma tutti e due non ce la faccio, mi salta la testa.<br />
<strong><br />
Simmel: “Tutto ciò che si può provare si può anche contestare”. In qualche modo ti ritovi in questo approccio?</strong></p>
<p>Assolutamente sì. Il tempo ti obbliga a vedere le cose da prospettive diverse. Le cose di cui ti eri innamorato, magari ti disamori&#8230; Ogni volta che ti metti a guardare una cosa, quella cosa cambia. Hegel diceva che il più grande problema della filosofia è tener fermo il morto. A parte perché il morto è vivo, il cadavere è la cosa più viva che ci sia. E poi proprio perché continua a cambiare. È bello anche poter contestare te stesso. Ripeti le cose e le rivaluti.</p>
<p><strong>E rispetto a quest&#8217;idea di riconsiderare le cose fatte, ti capita mai di ripercorrere il tuo passato da scrittore?</strong></p>
<p>Io non mi riguardo indietro, non mi rileggo. Cerco di stare assolutamente qui oggi, nel presente. Non so se è giusto. Delle volte magari qualcuno mi riporta a cose passate, ma tanto sono dentro di me, no? Cerco sempre di stare nell&#8217;oggi.<br />
<em><br />
(estratto da “Atti Impuri”, n. 4)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/14/atti-impuri-n-4-5/">Atti impuri: n° 4 &#038; 5</a></p>
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		<title>Lavoro e altri disastri</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 11:58:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>davide orecchio</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Granieri]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="center"></p>
<p style="text-align: justify;" align="center">di <strong>Giuseppe Granieri</strong></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><strong></strong>Giornate passate ad aspettare il nulla. Sempre lì ad attendere che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, e invece nulla. Tutto fermo. Immobile. Se anche piovesse ogni tanto, ci sarebbe di che parlare. E invece nulla. Ti alzi, fai quello che c’è da fare, poi pranzo, giro in paese, cena e notte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/14/lavoro-e-altri-disastri/">Lavoro e altri disastri</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="center"><img class="alignleft size-full wp-image-3278" alt="compcrop2406.jpg" src="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2007/02/compcrop2406.jpg" /></p>
<p style="text-align: justify;" align="center">di <strong>Giuseppe Granieri</strong></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><strong></strong>Giornate passate ad aspettare il nulla. Sempre lì ad attendere che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, e invece nulla. Tutto fermo. Immobile. Se anche piovesse ogni tanto, ci sarebbe di che parlare. E invece nulla. Ti alzi, fai quello che c’è da fare, poi pranzo, giro in paese, cena e notte. Così negli ultimi sei mesi. Che merda. “Vediamo se ci sono offerte di lavoro per un esodato di 56 anni”, pensò Marcello – davanti al suo nuovo passatempo: un computer…<span id="more-45632"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">*</p>
<p>Esodato56: ciao</p>
<p>Sognatrice38: perché qst nick?</p>
<p>E: chiedi alla fornero</p>
<p>S: a chi?</p>
<p>E: ma dove vivi!?</p>
<p>S: a casa mia!</p>
<p>E: no, dico: la guardi la tv? Se ne sente tanto parlare…</p>
<p>S: ma di cosa scusa?</p>
<p>E: crisi, pensioni, esodati</p>
<p>S: esochè?</p>
<p>E: persone che sono senza lavoro e senza pensione</p>
<p>S: ah…</p>
<p>E: sai dire solo “ah”?!</p>
<p>S: mi fa strano</p>
<p>E: cosa?</p>
<p>S: che mi parli di sta cosa.</p>
<p>E: perché?</p>
<p>S: xkè qua gli uomini ti chiedono solo sesso scopate seghe</p>
<p>E: in chat parli solo di sesso tu?</p>
<p>S: no!</p>
<p>E: e allora?</p>
<p>S: e allora io di questi esodatati non ne so nulla</p>
<p>E: vuoi che interrompiamo?</p>
<p>&#8230;</p>
<p><i>(E: perché non scrive?!)</i></p>
<p>E: ohhh… ci sei?!</p>
<p>S: massi, sono qui….</p>
<p>E: perché non rispondi?!</p>
<p>S: faccio la veglia al bimbo</p>
<p>E: ti va se riprendiamo da zero?</p>
<p>S: ok</p>
<p>E: piacere marcello</p>
<p>S: fiorella</p>
<p>E: 38 anni?</p>
<p>S: c’è scritto nel nick!</p>
<p>E: chiedevo per conferma</p>
<p>S: ok tu?</p>
<p>E: 56 troppi?</p>
<p>S: mica dobbiamo sposarci</p>
<p>E: che fai nella vita?</p>
<p>S: Casalinga e mamma di un cucciolo di pochi mesi tu che lavoro fai?</p>
<p>…</p>
<p><i>(S: perché non risponde?!)</i></p>
<p>S: non sei obbligato a risp</p>
<p>E: sono un esodato</p>
<p>S: di nuovo con sta storia che palleeeeeeeeeee…</p>
<p>E: scusa</p>
<p>S: figurati dicevo per dire ma quindi non lavori?</p>
<p>E: no a casa</p>
<p>S: meritato riposo dai :-)</p>
<p>E: tu hai mai lavorato?</p>
<p>S: macché qui dove sto io lavoro nisba…</p>
<p>E: di dove sei?</p>
<p>…</p>
<p><i>(E: ma perché sparisce?!)</i></p>
<p>E: ci sei?</p>
<p>….</p>
<p><i>(E: casalinga senza testa…)</i></p>
<p>S: scusami eccomi controllo bambino dicevi?</p>
<p>E: di dove sei?</p>
<p>S: Sicilia</p>
<p>E: capisco</p>
<p>S: tu?</p>
<p>E: Bologna</p>
<p>S: ci sono stata dieci anni fa bella città</p>
<p>E: si bella anche se ha perduto il fascino di un tempo</p>
<p>S: cioè?</p>
<p>E: no nulla lascia stare</p>
<p>S: come vuoi</p>
<p>E: ma non hai mai provato a lavorare?</p>
<p>S: anni fa solo cose così</p>
<p>E: ti sei arresa?</p>
<p>S: da tempo</p>
<p>E: non cerchi più?</p>
<p>S: ho famiglia ora</p>
<p>E: tuo marito?</p>
<p>S: cosa</p>
<p>E: tuo marito cosa fa?</p>
<p>S: autotrasportatore</p>
<p>E: tutto bene?</p>
<p>S: non manca nulla al resto non ci pensiamo più da un pezzo</p>
<p>E: capisco come mai in chat?</p>
<p>S: mi rilasso</p>
<p>E: sei a caccia di storie piccanti?</p>
<p>S: sto bene così… tu?</p>
<p>E: se capita</p>
<p>S: porco</p>
<p>E: ti va di descriverti?</p>
<p>…</p>
<p><i>(E: sparita di nuovo!)</i></p>
<p>E: ci sei?</p>
<p>S: scusa bimbo</p>
<p>E: ti descrivi?</p>
<p>S: vaffanculo</p>
<p>E: pensavo…</p>
<p>S: pensavi male!</p>
<p>…</p>
<p><i>(S: si è offeso…)</i></p>
<p>S: com’è sta storia degli esodatati?</p>
<p>E: ma avevi detto che non ne volevi parlare</p>
<p>S: ho cambiato idea</p>
<p>E: ah!!!</p>
<p>S: allora?</p>
<p>E: gli ESODATI sono quelle persone che sono o senza lavoro o senza pensione</p>
<p>S: perché?</p>
<p>E: hanno lasciato il lavoro in base a degli accordi con il datore di lavoro ma anche per altre ragioni e non potranno prendere la pensione per un certo periodo</p>
<p>S: cioè tu ora sei senza lavoro e non hai uno stipendio?</p>
<p>E: esatto</p>
<p>S: bel guaio</p>
<p>E: eh</p>
<p>S: hai qualcosa da parte?</p>
<p>E: certo altrimenti starei sotto i ponti io e mia moglie</p>
<p>S: figli?</p>
<p>E: uno</p>
<p>S: sposato?</p>
<p>E: convive</p>
<p>S: beh, non è drammatica dai</p>
<p>E: punti di vista</p>
<p>S: voglio dire non sei alla canna del gas</p>
<p>E: ancora no… grazie!</p>
<p>S: Dicevo per dire!</p>
<p>E: Sì certo tranquilla</p>
<p>S: ok</p>
<p>E: ti va di descriverti?</p>
<p>S: ma non scopi con tua moglie?!</p>
<p>E: ma cosa c’entra!</p>
<p>S: c’entra!</p>
<p>E: tu allora perché sei in chat?</p>
<p>S: per svago</p>
<p>E: sicuramente! Allora ti descrivi?!</p>
<p>…</p>
<p>E: ci sei?</p>
<p>S: sì</p>
<p>E: allora?</p>
<p>S: allora cosa?</p>
<p>E: no nulla lascia stare</p>
<p>S: appunto</p>
<p>E: ok</p>
<p>S: si è svegliato il bimbo</p>
<p>E: ah</p>
<p>S: ciao devo andare</p>
<p>E: aspetta</p>
<p>S: ciao… abrazo…</p>
<p><i>Sognatrice38 ha lasciato la chat</i></p>
<p>E: stronza</p>
<p><i>Esodato56 ha lasciato la chat  </i></p>
<p><i> </i></p>
<p align="center">*</p>
<p>- Ciao fiò.</p>
<p>- Ciao amò.</p>
<p>- Com’è andata oggi?</p>
<p>- Tutto bene.</p>
<p>- Che hai fatto?</p>
<p>- Nulla: sono stata appresso al bimbo.</p>
<p>- Eri al pc?</p>
<p>- Di sfuggita: ho visitato Bologna con street view.</p>
<p>- Ok.</p>
<p>- E la tua giornata?</p>
<p>- E’ finita…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">*</p>
<p><em>Giuseppe Granieri (Galatina, 1981), vive a Copertino, Lecce. Giornalista pubblicista, scrive per www.fcinternews.it. Ha pubblicato una raccolta di interviste sportive, Dal calcio giocato al calcio parlato (Grasso 2008), e la la sua tesi di laurea, Giorgio Faletti e la riscoperta del noir in Italia (Sacco 2009).</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/14/lavoro-e-altri-disastri/">Lavoro e altri disastri</a></p>
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		<item>
		<title>Paradossi di Sicilia</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2013/05/13/paradossi-di-sicilia/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 13 May 2013 07:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo; Palermo; rom; posteggiatori abusivi;; Bellolampo; aperitivo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un furgone carico di persone e cose si ferma nel cuore della città, in un parcheggio alberato a ridosso del salotto buono.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla piazza si riversa un numero indefinito di rom, uomini, donne, bambini armati di bombola a gas, griglia per arrostire la carne, bidoni d’acqua per lavarsi, sedie, mentre uno di loro estrae una lama di rasoio e si mette a rasare i capelli di un ragazzino a mo’ di barbiere, di quei barbieri che a volte si vedono in certe foto antiche che sembrano ancora più antiche dei loro 50 anni, con quei clienti seduti su sedie di paglia o di legno in qualche slargo a ridosso di un muro di pietra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/13/paradossi-di-sicilia/">Paradossi di Sicilia</a></p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_45613" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a href="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/barbiere.jpg"><img class="size-medium wp-image-45613" alt="da Ferdinando Milone «Sicilia, la natura e l’uomo»  Paolo Boringhieri 1960" src="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/barbiere-225x300.jpg" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">da Ferdinando Milone «Sicilia, la natura e l’uomo» Paolo Boringhieri 1960di <b>Evelina Santangelo</b></p></div>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un furgone carico di persone e cose si ferma nel cuore della città, in un parcheggio alberato a ridosso del salotto buono.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla piazza si riversa un numero indefinito di rom, uomini, donne, bambini armati di bombola a gas, griglia per arrostire la carne, bidoni d’acqua per lavarsi, sedie, mentre uno di loro estrae una lama di rasoio e si mette a rasare i capelli di un ragazzino a mo’ di barbiere, di quei barbieri che a volte si vedono in certe foto antiche che sembrano ancora più antiche dei loro 50 anni, con quei clienti seduti su sedie di paglia o di legno in qualche slargo a ridosso di un muro di pietra.</p>
<p><span id="more-45612"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Una posteggiatrice abusiva, emancipata in quel suo ruolo tipicamente maschile, si avvicina per capire, la visiera del suo cappellino da baseball calata sugli occhi, il marsupio stretto sotto la pancia, il fischietto in bocca.</p>
<p style="text-align: justify;">«Perché non possiamo stare», dice uno dei rom prima ancora che lei dica qualcosa. La posteggiatrice abusiva guarda per un attimo la scena, non pronuncia verbo, ma si vede che è orgogliosa di essere stata scambiata per un vigile. Quindi li lascia lì, a trafficare con le loro carabattole, le loro bombole a gas sotto il sole, i loro bidoni d’acqua, i loro rasoi antidiluviani. Torna alla sua postazione fischiando a un Suv in cerca di un posteggio all’ombra.</p>
<p style="text-align: justify;">«Fino a che ora volete stare?» chiede in perfetto italiano un altro posteggiatore abusivo, come se stesse parlando con dei «clienti abituali» del parcheggio, che sarebbe un parcheggio a ore, se non fosse che la durata delle «ore» la decidono i parcheggiatori che si alternano sulla piazza in base a una turnazione rigorosa, da fabbrica.</p>
<p style="text-align: justify;">«Fino a stasera, o a domani», risponde il più anziano dei rom.</p>
<p style="text-align: justify;">«Allora, ascolta quello che ti dico io. Ti spiego dove ti devi mettere. Così potete stare tranquilli», indica un posto lungo una siepe. «Là è perfetto», dice con aria professionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto arrivano macchine, scendono signore addobbate per un qualche matrimonio o comunione: capelli cotonati, vestiti cotonati, borsette cotonate. Abitanti del quartiere passeggiano placidi i loro cani sotto il sole, raccogliendo le cacche con sacchettini di plastica e palette. I primi avventori s’avviano in camice leggere e jeans o vestitini attillati verso i bar della movida per un aperitivo precoce che fa tanto chic, tanto Palermo-da-bere, mentre in lontananza si scorgono nugoli di bianchi di gabbiani che scendono in città dalla discarica di Bellolampo seguendo una scia di rifiuti che vegetano da giorni lungo i bordi delle strade.</p>
<p align="right"><i>(Palermo 11 maggio 2013)</i></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/13/paradossi-di-sicilia/">Paradossi di Sicilia</a></p>
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		<title>Dieci per Elio Pagliarani</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 06:55:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro broggi</dc:creator>
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<p><i>[In occasione del primo anniversario della morte di Elio Pagliarni è appena uscito per la collana </i>I domani<i> di Nino Aragno un volume celebrativo a cura di Andrea Cortellessa, con contributi poetici, saggistici e testimoniali portati da autori e critici che ne hanno conosciuto, studiato e amato la poesia<span id="more-45577"></span> (</i><i>Cetta Petrollo, Edoardo Albinati, Luca Archibugi, Mariano Bàino, Nanni Balestrini, Luigi Ballerini, Renato Barilli,Cecilia Bello Minciacchi, Francesca Bernardini, Gherardo Bortolotti, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Marco Caporali, Simone Carella, Biagio Cepollaro, Carla Chiarelli, Laura Cingolani, Orazio Converso, Franco Cordelli, Andrea Cortellessa, Maurizio Cucchi, Fausto Curi, Claudio Damiani, Elisa Davoglio, Carla De Bellis, Raffaella D’Elia, Cesare De Michelis, Tommaso Di Francesco, Enzo Di Mauro, Giorgio Falco, Paolo Febbraro, Giulio Ferroni, Michele Fianco, Francesca Fiorletta, Gabriele Frasca, Vincenzo Frungillo, Enzo Golino, Elio Grasso, Angelo Guglielmi, Andrea Inglese, Jolanda Insana, Niva Lorenzini, Rosaria Lo Russo, Mario Lunetta, Romano Luperini, Valerio Magrelli, Giorgio Manacorda, Massimiliano Manganelli, Francesco Muzzioli, Aldo Nove, Vincenzo Ostuni, Tommaso Ottonieri, Marco Palladini, Giorgio Patrizi, Elio Pecora, Gabriele Pedullà, Walter Pedullà, Plinio Perilli, Jonida Prifti, Laura Pugno, Massimo Raffaeli, Lidia Riviello, Tiziano Scarpa, Alberto Scarponi, Siriana Sgavicchia, Gabriella Sica, Francesco Targhetta, Alberto Toni, Roberto Varese, Carla Vasio, Sara Ventroni, Lello Voce e Ade Zeno).</i>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/13/dieci-per-elio-pagliarani/">Dieci per Elio Pagliarani</a></p>
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<p><i>[In occasione del primo anniversario della morte di Elio Pagliarni è appena uscito per la collana </i>I domani<i> di Nino Aragno un volume celebrativo a cura di Andrea Cortellessa, con contributi poetici, saggistici e testimoniali portati da autori e critici che ne hanno conosciuto, studiato e amato la poesia<span id="more-45577"></span> (</i><i>Cetta Petrollo, Edoardo Albinati, Luca Archibugi, Mariano Bàino, Nanni Balestrini, Luigi Ballerini, Renato Barilli,Cecilia Bello Minciacchi, Francesca Bernardini, Gherardo Bortolotti, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Marco Caporali, Simone Carella, Biagio Cepollaro, Carla Chiarelli, Laura Cingolani, Orazio Converso, Franco Cordelli, Andrea Cortellessa, Maurizio Cucchi, Fausto Curi, Claudio Damiani, Elisa Davoglio, Carla De Bellis, Raffaella D’Elia, Cesare De Michelis, Tommaso Di Francesco, Enzo Di Mauro, Giorgio Falco, Paolo Febbraro, Giulio Ferroni, Michele Fianco, Francesca Fiorletta, Gabriele Frasca, Vincenzo Frungillo, Enzo Golino, Elio Grasso, Angelo Guglielmi, Andrea Inglese, Jolanda Insana, Niva Lorenzini, Rosaria Lo Russo, Mario Lunetta, Romano Luperini, Valerio Magrelli, Giorgio Manacorda, Massimiliano Manganelli, Francesco Muzzioli, Aldo Nove, Vincenzo Ostuni, Tommaso Ottonieri, Marco Palladini, Giorgio Patrizi, Elio Pecora, Gabriele Pedullà, Walter Pedullà, Plinio Perilli, Jonida Prifti, Laura Pugno, Massimo Raffaeli, Lidia Riviello, Tiziano Scarpa, Alberto Scarponi, Siriana Sgavicchia, Gabriella Sica, Francesco Targhetta, Alberto Toni, Roberto Varese, Carla Vasio, Sara Ventroni, Lello Voce e Ade Zeno). Un ampio percorso critico e umano per e attraverso un poeta di importanza capitale, anche per le generazioni di autori a lui successive; e allo stesso tempo un testo utile anche per un primo avvicinamento alla sua opera. Per </i>Nazione Indiana<i>, ho provato a trascegliere pochi assaggi esemplificativi. </i>AB<i>]</i><i></i></p>
<pre><span style="font-family: Georgia;font-size: 15px"> </span></pre>
<p>Da <em>Ma dobbiamo continuare. 73 per Elio Pagliarani a un anno dalla morte</em>, Aragno/I domani, 2013.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>ELIO PAGLIARANI</strong></p>
<p>Libera labirintiche litanie<br />
Inventa ignote ibridazioni<br />
Ordisce olimpici oltraggi</p>
<p>Privilegia pindariche pipate<br />
Annuncia agguerriti alfabeti<br />
Galvanizza giocose girandole<br />
Lampeggia lussureggianti lallazioni</p>
<p>Improvvisa incantevoli illusioni<br />
Abita acrobatiche allegorie<br />
Rivendica ruggenti rivelazioni</p>
<p>Accumula apocalittiche aurore<br />
Narra numinose navigazioni<br />
Incendia ipotetiche iridescenze</p>
<p style="text-align: right"><em>Nanni Balestrini</em></p>
<p>-</p>
<p><strong>«Non ho capito!»</strong></p>
<p>«Non ho capito» premessa di un taciuto «ma che state<br />
combinando» fu, del monologo a pause, il punto più<br />
esplicito e lacerante. Altro che «mehr licht» (Goethe)<br />
o «What is the question» (Stein): un ricapitolo di chi<br />
nel dirci addio, con un suo garbo e ritmo da rime aspre<br />
e chiocce ci ricorda con chi abbiamo avuto a che fare:<br />
bisogna che sia robusta la poesia, se il suo fine è la gioia<br />
(«se scriverai di me dirai di gioia, e che sia gioia attiva,<br />
trionfante, che sia una barzelletta spinta, magari»),<br />
senza <em>nec ultra crepidam</em>, e con intatta la voglia di fare<br />
del valore d’uso una merce non esclusa. Ce n’è che<br />
basta per dire, rovesciando il verdetto, che tutto nella<br />
sua vita conferma il modo con cui volle prenderne<br />
commiato. «Ancora non resuscita questo Lazzaro».<br />
E «io vi dico che bisogna rompere questo sepolcro».</p>
<p style="text-align: right"><em>Luigi Ballerini</em></p>
<p>-</p>
<p><strong>Dittico per Elio</strong></p>
<p style="text-align: right">s.t.t.l</p>
<pre><span style="font-family: Georgia;font-size: 15px">    
I

Cimitero di Viserba le fotografie
Di quelli che conosci o conoscevi
Zie dei padri
E vittime delle moto i transigenti
Nipoti.
A loro modo una comunità,
        Un piccolo paese,
Mentre nella metropoli di niente
Hanno conferma i vivi dei seppelliti
Nei falansteri fuori porta
O in transito verso la civiltà
Del vaso delle ceneri
In tinello.

II

Cade così non lontana
Dall’esistenza
La bestemmia a gote piene
Reiterata
Al distruttore fulmine
Che per quest’anno ha cancellato
La vendemmia a ottobre
L’acino che si gonfia.
</span></pre>
<p style="text-align: right"><em>Franco Buffoni</em></p>
<p>-</p>
<p><strong>Pagliarani sul Niagara</strong></p>
<p>Parlavi dei bambini,<br />
dicevi della loro furia molecolare,<br />
davanti alla cascata,<br />
anzi, dietro il suo velo,<br />
dentro un cunicolo scavato nella roccia<br />
per sbucare sul retro delle acque.</p>
<p>Al buio, fra la guazza,<br />
con quel film bianco che scorreva in fondo<br />
velando il mondo,<br />
come ficcati dentro un ombelico,<br />
parlavi della nascita,<br />
descrivevi la nascita,<br />
affidavi alla nascita<br />
la parola segreta di ogni storia:</p>
<p>CONTINUA.</p>
<p style="text-align: right"><em>Valerio Magrelli</em></p>
<p>-</p>
<p style="text-align: justify">La persona, che diventa personaggio se solo ne scriviamo una riga, e che nel caso di Elio Pagliarani diventa personaggio due volte, non fu per me meno saettante del poeta. Quel che si dice personaggio – Pagliarani aveva le stimmate per esserlo. Lavorare con lui – con tale persona, con tale personaggio, così esuberante – per quindici anni, ha prodotto una quantità di aneddoti (per dire il minimo) cui gli amici più giovani hanno attinto con giusta voluttà. Poiché Elio negli ultimi anni l’ho visto poco, non posso aggiungere altri aneddoti. E poiché questa non è la sede per infine rivolgersi al poeta (in realtà non l’ho mai fatto, anche se sapevo <em>Inventario privato</em> a memoria), mi piace allora rivederlo nelle vesti di bibliofilo goloso, felice tra i suoi libri antichi e antichissimi negli intervalli d’un luminoso pranzo domenicale. Eravamo nella casa alle pendici di Monte Mario, con la moglie Cetta e la figlia Lia Rosa – con me venne Maria Pia, che per lui ha grande affetto. Aggiungo una parola sul sentimento che ho condiviso con un buon numero di persone. Di questo sentimento si parlò il giorno dell’ultimo saluto, il dieci marzo, sui gradini della Chiesa Nuova. Tutti eravamo stupiti d’esser lì, usciti da una chiesa, per quanto prestigiosa. Certo, rispettiamo le volontà familiari. Ma è proibito non pensare a Elio come a un uomo il più provvisto d’una religione laica, e solo laica. Pagliarani era fedele alle sue radici romagnole, il suo senso di giustizia era feroce e terreno. A che cosa erano dovute le sue pazze ire se non all’idea che ogni acquiescenza, ogni rinuncia, ogni mortificazione sarebbero risultate (a se stessi prima di tutti) inique, indegne, suscettibili d’altra ira, d’altro furore? Era in questo modo che anche il dieci marzo a lui pensavamo; ed è così che ora preferisco ricordarlo.</p>
<p style="text-align: right"><em>Franco Cordelli</em></p>
<p>-</p>
<p style="text-align: justify">Il vero battesimo, me ne rendo conto adesso, senza volerlo me l’ha dato Pagliarani. Doveva essere il Novantacinque. Tornavamo assieme in macchina da Reggio Emilia, mi aveva battezzato critico il mio primo Ricercare, ed ero tutto contento. Elio pure era tutto contento perché alla guida c’era Tommaso che, secondo lui, al volante era il migliore. Lui e Cetta stavano seduti dietro, io accanto al guidatore. Unico intruso in una macchina colma di poeti, mi sentivo in dovere di parlare di poesia. Prima Elio, a bassa voce, aveva avuto parole colme d’ammirazione per Sandro Penna e io sfoggiai un libretto fresco di stampa, il suo carteggio con Montale, dicendo qualcosa sulla bellezza di quest’amicizia fra poeti. Una cosa molto retorica, suppongo; Elio s’incazzò però non per il tono, ma per l’ignoranza. Ma come amici! Ma se Montale gli ha fatto le scarpe tutta la vita! Per la prima volta, stupefatto e terrorizzato, assistevo alla sua collera omerica; tanto urlava e si agitava che l’auto, un paio di volte, ha sbandato sensibilmente. Ecco, in quegli zigzag ho capito una cosa che nessuno mi aveva mai spiegato – che la poesia non sta tutta nei libri. La lezione di quel viaggio non era stata solo di mestiere, ma di vita.</p>
<p style="text-align: right"><em>Andrea Cortellessa</em></p>
<p>-</p>
<p style="text-align: justify">Ho sempre pensato che Elio Pagliarani avesse un modo tutto suo di rapportarsi alla realtà, come avvertendone il ritmo nascosto, afferrando le sfasature e le dislocazioni in cui si dispiegano le cose, le presenze umane, i linguaggi, ruminando in sé quelle sfasature e riproiettandole, complicandole espandendole nella propria voce e nella propria poesia. Una poesia dall’eccezionale tensione ritmica, che ci ha trasmesso in modo potente, vorticoso, avvolgente, straniante, tutto il senso della complicazione e della contraddizione del mondo che egli si è trovato ad attraversare e che con lui abbiamo attraversato. Elio ha conquistato questa poesia traendo frutto da quella «asimmetria» a cui l’aveva costretto, come racconta nel bellissimo <em>Pro-memoria a Liarosa</em>, la perdita di un occhio all’età di 19 mesi: questa asimmetria ha vivificato e sostenuto la sua illimitata passione «romagnola» per il presente e per la concretezza del mondo, la sua disposizione all’ascolto delle cose, delle persone, dei linguaggi, e lo ha portato a sperimentare, insieme da dentro e da fuori, l’asimmetria costitutiva del mondo e dell’esperienza. <em>Proviamo ancora col rosso</em>, Elio; proviamo a risentire la tua voce e la forza dislocante della tua poesia!</p>
<p style="text-align: right"><em>Giulio Ferroni</em></p>
<p>-</p>
<p style="text-align: justify">C’è una corrispondenza fra politica e poetica in Pagliarani. Come sul piano politico Pagliarani mescola istanze moralistiche, populistiche, riformatrici, interpretazione classista della storia e atteggiamenti libertari e anarchici, così su quello letterario l’accettazione di una «funzione sociale», consistente nel compito di «mantenere in efficienza, per tutti, il linguaggio», si accompagna all’esigenza di non accontentarsi della «negazione» radicale sul piano del linguaggio ma di puntare a una «opposizione» o «contrapposizione determinata», verificata sul reale, e capace di produrre «nuovi significati». Pagliarani subisce indubbiamente l’influenza della tradizione illuministica e realistica lombarda, e la fonde col proprio sperimentalismo letterario e con la forza travolgente e corporale con cui inventa il ritmo del verso soppiantando tutta una tradizione metrica di stampo lirico. Di qui un certo isolamento di Pagliarani all’interno del Gruppo 63: era troppo classista e «rivoluzionario» per i fenomenologi e i neopositivistici asettici, troppo riformista per i puri eversori del linguaggio. In fondo, almeno all’altezza della <em>Ragazza Carla</em>, è più l’erede di «Officina» (col suo moralismo e i suoi poemetti narrativi) che un seguace delle nuove teorie elaborate nella redazione del «verri». E per questo giustamente Sanguineti nella sua antologia del 1969 lo pone nella sezione dello «Sperimentalismo realistico» e non in quella della «Nuova avanguardia», dove colloca invece gli altri Novissimi. Fra <em>La ragazza Carla</em> e <em>La ballata di Rudi</em> Pagliarani è stato il maggior poeta espresso dalla temperie sperimentale del secondo Novecento, quello che in modo più realizzato e compiuto ha saputo fondere «opposizione» politica determinata e una innovazione radicale capace di portare alle estreme conseguenze la crisi del genere lirico e la negazione dell’io, non tramite lo sprofondamento in labirinti o in paludi di putredine bensì attraverso il recupero della narratività, e l’invenzione di una espressività realistica nutrita di una coralità e di un ritmo che è giusto definire epici.</p>
<p style="text-align: right"><em>Romano Luperini</em></p>
<p>-</p>
<p style="text-align: justify">Proviamo con l’invettiva, si disse Pagliarani, e scrisse <em>Epigrammi ferraresi</em>. Ferrarese come Savonarola, «il suo blasone», confessa il poeta evocando la bile. Che in lui rima sempre con pile, la scossa elettrica che si alterna con gli umori del fegato per fulminare le Chiese e gli Imperi di ogni tempo. Il corpo e la tecnica sono uniti dallo stesso scopo, come sempre in Pagliarani il dire e il fare, che qui si corrono incontro lungo la scorciatoia. Prima il linguaggio (l’invettiva), il significato verrà poi in uno sperimentalista le cui forme sono sempre gravide di contenuti da estrarre con dolore, sdegno e sarcasmo. Il messaggio s’è fatto più breve, appuntito, rovente e spezzato dal furore del «moralista padano» e dalla memoria del genere. La frase è una lama di coltello o mannaia <em>(«Quelli</em> sei con la mannaia furono angeli»), dove il ritmo scandisce le parole come strumento a percussione («Ancora non resuscita questo Lazzaro / Io vi dico che bisogna rompere questo sepolcro»). Se è in gioco la giustizia, tocca dire brutalmente la verità, senza timor di Dio («Tommaso Muntzer disse che cacava addosso a quel Dio che non parlava con lui»). Nel mondo nessuno può dirsi innocente: Pagliarani non salva nemmeno se stesso («Non so se avete capito: siamo in troppi a farmi schifo»). Con l’invettiva il poeta ferisce e picchia, flagella e si autoflagella. L’esperimento riesce sempre a Pagliarani: il linguaggio oggettivo incontra sempre la sua vicenda personale.</p>
<p style="text-align: right"><em>Walter Pedullà</em></p>
<p>-</p>
<p style="text-align: justify">Muore un poeta, e non si può fare a meno di pensare a quel che ha significato per te, al di là della storia della letteratura, del canone, delle antologie e dei monumenti. Un pensiero semplicistico, forse, che riguarda quella cosa chiamata «vita», parola impresentabile, ma che insomma rende l’idea. Allora ripenso al mio incontro con Pagliarani, con la poesia di Pagliarani, non tanto con la sua cara persona, che ho visto qualche volta, da vecchio, quel che si dice un vecchio amabilmente burbero, con i vestiti gualciti, la voce abrasiva, le guance molli, una voce abrasiva foderata di guance molli. All’università ho registrato <em>La ragazza Carla</em> in un’audiocassetta, per poterla ascoltare con le cuffiette. Ascoltavo il poemetto di Pagliarani e riuscivo a sopportare la mia voce che lo leggeva, che lo infettava. Altri poeti invece non sopportavo che fossero infettati dalla mia voce, avrei voluto avere a disposizione una voce impersonale, assoluta, per registrare le loro poesie, invece la poesia di Pagliarani no, mi sembrava che bisognasse sentire che c’era qualcuno che la leggeva, con un’inflessione e un carattere, e allora riuscivo a sopportare persino la mia voce. Ricordo che poi l’ho pure «portato all’esame», Pagliarani, mi fecero una domanda su una poesia, era <em>provano ancora con l’oro</em>, mi chiesero di leggerla, e mi domandarono che cosa voleva dire, secondo me, provare ancora con l’oro, per una poesia, non ricordo cosa dissi ma so che non fu gran che, perciò continuai a chiedermelo, me lo chiedo ancora, che cosa significa, provare ancora con l’oro, ora che ci penso la mia vita è un tentativo di dare una risposta all’altezza di quella poesia, provare ancora con l’oro, dare fiducia all’oro, alla parola che lo nomina, che non vale niente, che non è oro, provare a vedere se dà un po’ di valore alla frase, se dà valore al provare, provo ancora a provare con l’oro, ogni volta che scrivo, che penso, che parlo, riprovo con l’oro ancora con l’oro ci provo.</p>
<p style="text-align: right"><em>Tiziano Scarpa</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/13/dieci-per-elio-pagliarani/">Dieci per Elio Pagliarani</a></p>
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		<title>Giardini</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 21:46:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Mada Kabobo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>Non so se avete mai pigramente camminato per la via Mozart, a Milano, gettando occhiate curiose nella via Luigi Amedeo Melegari e nella via Clara Maffei, o nella via Gabrio Serbelloni, nomi che suonano casati milanesi illustri, vie che trasudano elegante riservatezza e austera discrezione, oltre alla lontananza livida di inaccessibili giardini.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/12/giardini/">Giardini</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>Non so se avete mai pigramente camminato per la via Mozart, a Milano, gettando occhiate curiose nella via Luigi Amedeo Melegari e nella via Clara Maffei, o nella via Gabrio Serbelloni, nomi che suonano casati milanesi illustri, vie che trasudano elegante riservatezza e austera discrezione, oltre alla lontananza livida di inaccessibili giardini. Oggi a Milano c’è il blocco delle auto, ma chi abita questi paraggi non si preoccupa certo di una insignificante contravvenzione. È sufficiene comunque allontanarsi di poco, direzione corso Venezia e via Palestro, e le strade diventano brulicanti di biciclette e di pedoni che per oggi hanno l’illusione di occupare la città. I giardini di via Palestro, con annessi museo di storia naturale e planetario, sono gremiti di persone di tutte le età, giovani distesi nei prati, stile Woodstock, vecchiette e vecchietti dispiegati sulle numerose panchine, bambine e bambini razzolanti ovunque. Verde, fiori, il parco è piantumato senza risparmio e direi che oggi offre una giornata di vera piacevole primavera. Mi metto anch’io seduto su una panchina a scrivere questi pensieri; si avvicina un giovane senegalese che mi parla con tono non lamentoso ma piano di sua moglie che è a letto, dei suoi figli piccoli e di lui che non vuole andare a rubare e quindi vende libri di fiabe africane. Io come al solito non so cosa fare e dire, finisce che gli compro un librettino di favole che tanto so già a chi regalare. Gli chiedo da dove viene, perché, penso, se mi dice che viene dal Ghana, potrei chiedergli se conosce per caso quel suo connazionale che ieri è andato in giro in zona Niguarda di mattina presto ad ammazzare chi gli capitava a tiro; e avrei voluto domandare anche a lui come sia possibile una cosa del genere, quale distorsione della mente può indurre ad avventarsi con un piccone su ignari passanti. Ignari sì, naturalmente, forse solo inconsapevolmente colpevoli di appartenere ad un paese che ti ha rifiutato da subito, caro ghanese Mada, che non ha voluto occuparsi dei tuoi problemi, che non ti ha dato un’occasione di riscatto, come non riesce a darla a tanti, anche dei suoi più legittimi cittadini. “Ho fame” sembra essere l’unica difesa che hai gridato, Mada, che tutti sappiamo non essere una difesa decente per aver ucciso e ferito, ma lo sappiamo con tale chiarezza appunto noi ben pasciuti, che, se diciamo “ho fame”, intendiamo una cosa completamente diversa, un allegro desiderio del cibo che siamo certi presto arriverà.<br />
La fisiologia ― sarà bene impararlo accuratamente ― riverbera sull’etica, vedi i film sul dopobomba. E quando si sono ormai abbondantemente superati i sette miliardi di abitanti del pianeta, il riverbero può diventare accecante più di una bomba.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/12/giardini/">Giardini</a></p>
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		<title>Trittico di Andreotti</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 09:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>davide orecchio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[giulio andreotti]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
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di <strong></strong><strong>Helena Janeczek</strong>, <strong>Davide Orecchio</strong>, <strong>Evelina Santangelo</strong><strong></strong></p>
<p><strong>Il bambino con la cravatta a righe<br />
</strong>di Helena Janeczek</p>
<p style="text-align: justify;">La testa china sulle cravatte fanno silenzio per commemorare lo statista, l’uomo alla guida delle istituzioni. Quello al centro della fila in basso, distinguibile dalla cravatta verde, è il Presidente della Regione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/12/trittico-di-andreotti/">Trittico di Andreotti</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-45588" alt="0bandiera" src="http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2013/05/0bandiera.jpg" width="674" height="390" /><br />
di <strong></strong><strong>Helena Janeczek</strong>, <strong>Davide Orecchio</strong>, <strong>Evelina Santangelo</strong><strong></strong></p>
<p><strong>Il bambino con la cravatta a righe<br />
</strong><em id="__mceDel"></em><em>di Helena Janeczek</em></p>
<p style="text-align: justify;">La testa china sulle cravatte fanno silenzio per commemorare lo statista, l’uomo alla guida delle istituzioni. Quello al centro della fila in basso, distinguibile dalla cravatta verde, è il Presidente della Regione. Resta frontale dinnanzi alle telecamere, congelato dietro gli occhiali rossi, il volto che nella fissità cronometrata in sessanta secondi assume sembianze da tricheco. <span id="more-45587"></span>Ha esperienza di ruoli istituzionali, il Presidente che era stato più volte Ministro dell’Interno, indi anche di telecamere in azione. Più tardi fa sapere di non aver trovato elegante che sia mancata una cravatta nell’emiciclo dirimpetto del Pirellone, incidentalmente bianca a righe rosse. Il Presidente dalla cravatta verde era stato molto rosso, senza cravatta e senza righe, fino al 1979 quando ha conosciuto Umberto Bossi. Incidentalmente quello era stato l’anno in cui ammazzarono il papà dell’uomo con la cravatta sottratta al minuto di silenzio. In quell’epoca remota non v’erano ovunque telecamere e non si può dunque ricostruire con immediatezza se, al momento di essere ucciso dinnanzi al portone della sua casa milanese, il padre dell’uomo con la cravatta a righe che allora aveva otto anni e stava dormendo nella sua cameretta, ne indossasse una, come la sua biografia rende probabile. Il bambino si sarà già svegliato grazie alla raffica di colpi esplosi da una Magnum calibro 357 o solo dopo, a causa delle sirene, le urla e il pianto lancinante che nemmeno la consorte più degna e fedele di un servitore dello Stato, cattolico e monarchico, era riuscita a trattenere in quel frangente? Il bambino crescendo non andava tanto bene a scuola, trovandosi nella necessità di conseguire la maturità in un liceo serale per via del sonno spezzato quel 11 luglio 1979, oppure per il congelamento degli anni dopo, la restituzione del dolore al decoro, in nome della fedeltà alla memoria del marito e padre. Poi ha recuperato quel che da lui ci si aspettava: è diventato avvocato come suo padre, ha lavorato per la Banca d’Italia come suo padre, si è occupato di criminalità organizzata e finanziaria come suo padre, è diventato padre come suo padre, padre di tre figli educati nella fede cattolica e nel rispetto del diritto e dello Stato. Infine ha accettato di sfidare l’uomo delle istituzioni con la cravatta verde e ha perso le elezioni. Inutile domandarsi ora se questo sia accaduto solo a causa del 13,9 per cento confluito su Silvana Carcano, candidata del Movimento 5 Stelle, o anche perché l’avvocato Umberto Riccardo Rinaldo Maria Ambrosoli si portava dietro un’aria troppo antica di mestizia parrocchiale e di un passato da scordarsi già scordato. Giulio Andreotti, amico di Michele Sindona, mandante della morte del commissario liquidatore della sua banca privata, decenni dopo, in un’intervista televisiva, aveva con sornionesca eleganza democristiana farfugliato che Giorgio Ambrosoli se l’era andata a cercare. Il capogruppo dell’opposizione al Consiglio Regionale della Lombardia se n’è uscito dall’aula alla chetichella per un tempo nemmeno utile a prendere un caffè o andare in bagno. Ma incontrando inevitabilmente le telecamere ha dichiarato: “le istituzioni sono fatte dalle persone”.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">&#8230;</span></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un tratto dello spirito nazionale: fingere di non sapere… Ovvero dell&#8217;ingenuità e del candore del senatore Andreotti (e non solo).</strong><br />
<em>di Evelina Santangelo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><i>Riporto di seguito alcuni brani di un saggio del professor Salvatore Lupo (</i>Che cos’è la mafia<i> – Donzelli editore 2007) intercalati con qualche mio commento, certe dichiarazioni del senatore Andreotti, uno stralcio della sentenza della Corte di Cassazione e alcune parole pronunciate da Michele Greco al Maxiprocesso.</i><i> </i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>L’analisi di Salvatore Lupo sulla natura delle relazioni intercorse tra il senatore Andreotti e la mafia, sulla linea difensiva messa in atto dal senatore durante il processo, sulla noncuranza con cui un politico del suo livello ha fatto riferimento a figure di spicco del mondo mafioso che hanno condizionato profondamente la vita democratica del nostro paese mi sembra infatti tra le più acute e feconde per comprendere quel che ancora oggi è uno dei tratti fondamentali di quello spirito nazionale che ha minimizzato, liquidato, dimenticato, taciuto, legittimato fatti gravissimi per ragioni di opportunità (di opportunismo o calcolo), permettendo (in nome di un presunto «bene del paese», di una miope politica di basso cabotaggio) che poteri criminali più o meno occulti, eversivi, si radicassero e rafforzassero fino a dettare le proprie condizioni al paese intero.</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i></i><i>La specifica natura della mafia e la sua differenza da altre organizzazioni criminali. L’importanza della rete di relazioni</i>:</p>
<p style="text-align: justify;">«L’esperienza storica indica che la mafia ha colto nei diversi settori economici le occasioni di profitto ma si è anche fatta da parte se la congiuntura era sfavorevole perché non si è mai identificata con essi. Rappresentano per essa risorse assai più rilevanti la continuità storica, il radicamento sul territorio, la forza dei legami interni e la ricchezza di quelli esterni, quel vero “capitale sociale” che consiste nella “capacità di allacciare relazione e costruire reti”» (<em>Salvatore Lupo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Processo Andreotti. Sentenza della Corte di Cassazione del 2004. Passaggio relativo alla rete di relazioni tra l’entourage politico di Andreotti e la mafia</i>:</p>
<p style="text-align: justify;">«La Corte territoriale ha affermato che il sen. Andreotti aveva piena consapevolezza che i suoi referenti siciliani (Lima, i Salvo e poi anche Ciancimino) intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; che egli aveva, quindi, a sua volta coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; che aveva palesato ai medesimi una disponibilità non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi legislativi; che aveva loro chiesto favori; che li aveva incontrati; che aveva interagito con essi; che aveva loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella; sia pure senza ottenere, in definitiva, che le stesse indicazioni venissero seguite; che aveva conquistato la loro fiducia tanto da discutere insieme anche di fatti gravissimi (come appunto l’omicidio del Presidente Mattarella), nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; che aveva omesso di denunciare le loro responsabilità».</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Sostanziale omertà e noncuranza del senatore riguardo alle conseguenze della sua scelta omertosa, interessata e cinica (cinismo politico, calcolo partitico) di avvallare, di fatto, la credibilità, gli interessi, il potere di organizzazioni criminali legate al suo entourage politico, organizzazioni che garantivano il grande consenso elettorale di cui la Dc godeva in Sicilia.</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>Intervista ad Andreotti sui rapporti tra mafia e Dc, in «Il Corriere della Sera», 17 maggio 2000</i>: «Non ne so molto… Un’esperienza diretta ce l’ha chi ha fatto politica lì. Bisognerebbe chiedere a loro».</p>
<p style="text-align: justify;">«Andreotti rigetta sempre le accuse più gravi al pari di quelle meno compromettenti,  – <em>osserva Salvatore Lupo</em>, – e non fornisce mai un’interpretazione credibile dei fatti cui ha partecipato, per i quali si ipotizza una sua responsabilità, o di cui quantomeno è stato testimone. Ciò vale per il versante finanziario, nazionale e internazionale, della connessione mafia-politica (<i>caso Sindona nda.</i>), come per l’aspetto più propriamente siciliano.</p>
<p style="text-align: justify;">Egli non ha ad esempio idea del perché Mattarella sia stato ucciso. Un’idea invece Lima l’aveva, e la confidò a Evangelisti (<i>fedelissimo di Andreotti nda.</i>) “quando si fanno dei patti vanno mantenuti”… Su Lima non cambia la sua favorevole opinione, e naturalmente non sa formulare nessuna ipotesi sul suo assassinio. “L’amicizia tra Lima e Buscetta – afferma ad esempio durante un interrogatorio – è un fatto che sto apprendendo ora per la prima volta”; invece Evangelisti aveva dichiarato agli inquirenti che la relazione tra i due gli era nota e che lo stesso Lima, parlando con lui, aveva definito Buscetta: “un mio amico, uno che conta”. Peraltro il rapporto tra Lima, Buscetta e l’altro mafioso rampante degli anni Cinquanta, Angelo La Barbera, era già stato evidenziato in numerosi atti giudiziari, nonché nelle relazioni e nelle biografia curate dalla Commissione antimafia (<i>Istituita nel 1962, cominciò i suoi lavori nel 1963 dopo la strage di Ciaculli nda.</i>)…</p>
<p style="text-align: justify;">Estremamente disinformato si dimostra Andreotti per quanto attiene i cugini Salvo, coloro che secondo i pentiti avrebbero mediato insieme a Lima i suoi rapporti con i vertici di Cosa Nostra.</p>
<p style="text-align: justify;">I Salvo erano i maggiori rappresentanti di un ambiguo mondo finanziario siciliano che si collocava vicinissimo ai vertici della politica regionale, da cui avevano ricavato il lucroso ruolo di esattori della Regione. Essi erano molto vicini a Lima e a quanto pare finanziavano la corrente andreottiana. Anche Vitalone ed Evangelisti li conoscevano bene, ma Andreotti, a quanto dice, no.</p>
<p style="text-align: justify;">La Procura ha esibito fotografie… nelle quali il grande statista appare a fianco di Nino Salvo durante un viaggio elettorale siciliano del 1979; alcuni testimoni li hanno visti chiacchierare durante una festa tenutasi in un hotel palermitano di proprietà del finanziere (<i>l’Hotel Zagarella nda</i>).</p>
<p style="text-align: justify;">Andreotti ribatte che in quelle occasioni gli sono state vicine molte persone… di cui non ha saputo il nome né allora né poi.</p>
<p style="text-align: justify;">I magistrati ritengono inverosimile che nessuno dei suoi si sia premurato di presentargli personaggi così importanti (<i>come Nino Salvo, cui per esempio, evidentemente a sua insaputa, il senatore ha inviato nel 1976 un vassoio d’argento per le nozze della figlia nda.</i>) Andreotti risponde che “visti da un’ottica siciliana i Salvo erano persone importanti, ma visti da Roma no…”</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque Andreotti rinuncia a difendersi davanti ai giudici e al popolo italiano… Può darsi che il senatore confidi in un’assoluzione, la quale varrebbe a riabilitarlo davanti agli occhi degli italiani cancellando tutte le accuse, quelle penalmente rilevanti insieme a quelle politicamente rilevanti, tutto fuorché, ovviamente, quelle che da Andreotti stesso fossero ammesse come vere.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esigenza di una difesa politica prevarrebbe su quella giudiziaria, e sarebbe la prospettiva di poter tutelare la propria immagine a portare il vecchio leader a negare anche l’evidenza. Però io credo che ci sia dell’altro… E come se il senatore ritenesse che i Greco, Riina, Bontade, Lima, i Salvo, Sindona, i pentiti, i morti ammazzati dell’una e dell’altra parte, la mafia stessa non siano poi cose così degne della sua attenzione. D’altronde così pensava un grande notabile liberale come Vittorio Emanuele Orlando (1860 – 1952); solo che la mafia di allora era veramente un piccolo instrumentum regni, non aspirava certo alla gestione diretta del potere politico, non rappresentava un pericolosissimo fattore eversivo…</p>
<p style="text-align: justify;">Andreotti pensa che il grande politico, e la grande politica medesima, attraversino fatti e persone così volgari senza esserne intaccati… Preferisce far credere non solo di non aver fatto, lui, nulla di male, ma che in definitiva non sia successo niente di particolarmente grave.</p>
<p style="text-align: justify;">Andreotti ha controllato per anni i servizi segreti, ha ricoperto le cariche di ministro della Difesa, ministro deli Esteri e presidente del Consiglio, è stato indicato come capo della P2, come capo della mafia, come responsabile di ogni misfatto… Nella raffigurazione che egli dà di se stesso appare invece un uomo tra i più innocenti, tra i peggio informati, soprattutto tra i meno preoccupati d’Italia, indifferente al fatto che il mondo della peggiore macchina politica, dell’affarismo rampante e dei poteri occulti – quand’anche non fosse il suo – ­ è lo stesso nel quale si è rafforzato prima, si è ingigantito poi il fenomeno mafioso». (<em>Salvatore Lupo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Scrive ad esempio nel suo libro</i> (<i>Cosa loro </i>– Rizzoli editore 1995<i>): </i>«Avevo letto un giorno che era stato arrestato un pezzo grosso della mafia, tal Michele Greco, denominato “il Papa”».</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Nota giustamente Salvatore Lupo</i>:</p>
<p style="text-align: justify;">«Il <i>tal</i> Michele Greco è il capo della Commissione negli anni dell’escalation terroristica, il responsabile nominativo di alcune delle cose più terribili successe in Italia nell’ultimo ventennio: del quale Andreotti, sotto processo per associazione mafiosa, ricorda a stento di aver letto una volta il nome su un giornale».</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Quel Michele Greco che l’11 giugno 1986 nell’aula del Maxiprocesso pronunciò con cinismo e noncuranza, tra l’altro, parole così</i>: «Le accuse contro di me sono una valanga di fango. I pentiti usati dalla giustizia sono solo dei criminali falliti che per farla franca non esitano a dire falsità e calunnie… Della mafia so quello che sanno tutti…» <i>come a dire: «Della mafia so poco o niente»..</i><i>.</i></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ognuno tragga le proprie conclusioni: sul passato più remoto, sul passato recente, e sull&#8217;odierno corso delle cose in questo nostro paese in cui non c&#8217;è macchia che non possa essere adeguatamente candeggiata (a tempo debito).</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><strong>Andreotti<br />
</strong><em>di Davide Orecchio</em></p>
<p>Quando ero piccolo un’automobile mi investì sulla Flacca. Potevo lasciarci le penne ma così non fu e dopo venti giorni mi dimisero. Ma avevo dolore all’addome, una trentina di punti e camminavo gobbo. Una zia che venne a trovarmi in un posto lì sul mare, disse: “Stai dritto, altrimenti sembri Andreotti!” E io: “Chi è Andreotti?” E lei: “Ma come, non sai chi è Andreotti? Guarda, d’estate vive laggiù”. E mi indicò un promontorio lontano, dov’era una villa in un bosco mediterraneo. “Lui è lì. Ora ti osserva. Lui sa tutto.” La zia rideva, ma io mica tanto. Avevo appena imparato Andreotti. Non un uomo – per me. Neppure un uomo politico – per me. Una creatura occhiuta, capace di guardarmi da lontano, vedere quanto soffrivo e approfittarne; e simile a me, curva e sopravvissuta come me. Poi gli anni sono passati, ma quell’impressione è rimasta: l’impressione di aver percepito un occhio che poteva vedermi e sapermi, invisibile. Uno sguardo dal quale mantenermi distante. Il potere.<em><br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/05/12/trittico-di-andreotti/">Trittico di Andreotti</a></p>
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