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	<title>Fabrizio Napoli&#039;s Blog. Comunicazione Sostenibile.</title>
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	<description>Discussioni sulla sostenibilità della comunicazione e sulla ecologia dell&#039;informazione e dell&#039;attenzione.</description>
	<lastBuildDate>Wed, 27 Mar 2013 12:46:14 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Gli streaming delle riunioni politiche e i fagioli di Raffaella Carrà</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Mar 2013 12:46:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Napoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia dell'informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Streaming]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo streaming online delle riunioni politiche incarna tutti gli elementi del reality televisivo e del broadcasting tradizionale. Ma non la stessa partecipazione.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fabrizionapoli.it/wp-content/uploads/streamingpolitico.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-596" alt="Lo streaming della riunione tra Bersani e il M5S" src="http://www.fabrizionapoli.it/wp-content/uploads/streamingpolitico.jpg" width="550" height="363" /></a></p>
<p><a href="http://twitter.com/StefaniaCarini">Stefania Carini</a> di <em>Europa</em> <a href="http://www.europaquotidiano.it/2013/03/06/la-pseudo-verita-dello-streaming/">ha recentemente scritto</a> che lo <em>streaming online</em> delle riunioni politiche ci riporta indietro di anni.<br />
Come non darle ragione. L&#8217;ossessione per questa pseudo-trasparenza incarna tutti gli elementi del <em>reality</em> televisivo:</p>
<ul>
<li>la presunzione di verità/autenticità delle immagini in diretta</li>
<li>la drammatizzazione dei contesti e dei dialoghi</li>
<li>l&#8217;assoluto isolamento con il mondo esterno (gli streaming avvengono quasi sempre in luoghi chiusi al pubblico)</li>
<li>la finzione di superamento della distinzione simbolica pubblico-privato</li>
</ul>
<p>Ma c&#8217;è di più. Nella pretesa di farsi verità e strumento di partecipazione lo <em>streaming</em> politico diventa il suo <strong>esatto contrario</strong>: uno strumento di <em>broadcasting</em> puro e tradizionale e perciò <strong>verticale</strong> e assai <strong>poco partecipativo</strong>.</p>
<p>La Rete, che si vuole in questo modello comunicativo <strong>partecipe</strong>, è in realtà relegata a mero pubblico, spettatori a cui compete l&#8217;esclusivo esercizio del commento sui <em>social</em> per costruire quella immagine la cui invisibilità ha tanto angosciato i produttori televisivi per mezzo secolo : &#8220;il pubblico a casa&#8221;.</p>
<p>Il pubblico a casa, che <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ZYO_DhUCsQc">prima chiamava Raffaella Carrà per indovinare il numero di fagioli nel barattolo</a> e oggi va su Twitter e Facebook a commentare gli <em>streaming</em>. Dalle stanze dello <em>streaming </em>mai nessuna risposta a questo pubblico, almeno Raffaella Carrà salutava lo spettatore che telefonava.</p>
<p>C&#8217;era più partecipazione nel vecchio e caro <em>broadcasting</em> televisivo  che nel <em>reality</em> dello <em>streaming</em> politico, cari appassionati della trasparenza digitale. Prendiamone atto o almeno discutiamone. Anche in <em>streaming</em> se volete.</p>
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		<item>
		<title>Gli Infographic e la sostenibilità di una Data Religion</title>
		<link>http://www.fabrizionapoli.it/ecologia-informazione/gli-infographic-e-la-sostenibilita-di-una-data-religion/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2012 09:02:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Napoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia dell'informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[La diffusione degli Infographic solleva questioni e introduce nuovi scenari del web. Idee per un uso sostenibile degli Infographic nel web dei dati che verrà.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-572" title="Infographics" src="http://www.fabrizionapoli.it/wp-content/uploads/infographics.png" alt="Infographics" width="480" height="311" /><br />
L&#8217;uso degli <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Information_graphics">Infographic</a> (o <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Infografica">Infografiche</a>) è aumentato considerevolmente negli ultimi mesi.<br />
La diffusione dell&#8217;utilizzo degli Infographic come modello di rappresentazione di un contesto di contenuti solleva però alcune questioni che è il caso di riasssumere, quanto meno perché entrino nel discorso sul futuro degli ecosistemi dell&#8217;informazione e della conoscenza.</p>
<dl>
<dt>Il culto dell&#8217;oggettività dei dati</dt>
<dd>L&#8217;uso degli Infographic evoca una <em>data religion</em>, un credo dogmatico che vuole che l&#8217;intepretazione non possa esistere senza un <em>set</em> di misure, rilevazioni, indici e <em>trend</em>. In questo <em>creed,</em> solido e diffuso, <strong>i dati sono fatti</strong>, non elementi per capire i fatti. Ma in realtà pochi Infographic si preoccupano di dichiarare l&#8217;origine dei dati rappresentati  al punto che alcuni (in questo caso Matt Cutts di Google) <a href="http://www.brafton.com/news/googles-matt-cutts-says-links-within-infographics-may-not-boost-seo">hanno sollevato il problema di uno scarso fact-checking</a> delle informazioni presenti in molti di essi. C&#8217;è da aggiungere inoltre che spesso, anche quando riportate, molte fonti di dati sono poco autorevoli, poco controllabili o del tutto inattendibili. La <em>data religion</em> che diffonde sempre più l&#8217;uso degli Infographic è, almeno in questo stadio, un&#8217;enorme <strong>promessa di oggettività a cui manca spesso l&#8217;oggetto stesso</strong>.</dd>
<dt>Dal discorso all&#8217;intepretazione all&#8217;azione</dt>
<dd>Gli Infographic sono contenuti apparentemente neutri . In realtà possono essere un potente artificio visivo per spostare efficacemente l&#8217;equilibrio di una esposizione<strong> dal discorso all&#8217;intepretazione all&#8217;azione</strong>. Possono dunque accelerare ed enfatizzare i processi decisionali a svantaggio del momento discorsivo e intepretativo di un contenuto. Sono quindi elementi dotati di un certo potere di cui bisognerà sempre di più tener conto.</dd>
<dt>Dalla content pollution alla data pollution</dt>
<dd>L&#8217;uso degli Infographic non può trascendere le questioni legate alla <a href="http://www.fabrizionapoli.it/category/ecologia-informazione/">ecologia dell&#8217;informazione</a> e alla comunicazione sostenibile. Il pericolo di un inquinamento da &#8220;troppi dati&#8221; dell&#8217;informazione c&#8217;è e va osservato nei prossimi mesi nel suo evolversi.</dd>
<dt>Dal web dei contenuti al web dei dati</dt>
<dd>Gli Infographic possono introdurre un cambiamento nell&#8217;aspetto della rete? Si passerà da un web fatto da <em>User Generated Content</em> ad uno fatto esclusivamente di dati e rappresentazioni grafiche prodotte da pochi soggetti (con nuovi rapporti di potere tra fonti di contenuto e fruitori)? O il diffondersi degli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dati_aperti">Open Data</a> potrà in ogni caso riequilibrare, nel web dei dati, i rapporti di potere?</dd>
</dl>
<h2>Idee per un uso sostenibile degli Infographic</h2>
<ul>
<li>Usare gli Infographic come strategia di <a href="http://www.fabrizionapoli.it/ecologia-informazione/riduzione-della-complessita-e-ecologia-dellinformazione/">riduzione della complessità</a> di un discorso</li>
<li>Sviluppare Infographic in relazione a <strong>set di dati accessibili e verificabili</strong></li>
<li>Introdurre pratiche di<strong> sviluppo collaborativo degli Infographic</strong> in cui l&#8217;intervento di più soggetti possa conferire maggiore autorevolezza e trasparenza ai dati rappresentati. Ad un livello più ampio lo sviluppo in chiave <em>social</em> degli Infographic potrebbe anche delineare nuovi aspetti della cittadinanza digitale e della partecipazione democratica alle scelte di governo.</li>
</ul>
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		</item>
		<item>
		<title>Calzolari, la IULM, la Digital Evaluations e il fact-checking</title>
		<link>http://www.fabrizionapoli.it/internet/calzolari-la-iulm-la-digital-evaluations-e-il-fact-checking/</link>
		<comments>http://www.fabrizionapoli.it/internet/calzolari-la-iulm-la-digital-evaluations-e-il-fact-checking/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Jul 2012 14:56:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Napoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internet]]></category>

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		<description><![CDATA[Un po' di considerazioni su Marco Camisani Calzolari, la sua società inglese, le sue "ricerche" e la sua università che lo ha scaricato.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>Succede che&#8230;</h2>
<ul>
<li>uno chieda ad un <a href="http://www.iulm.it/wps/wcm/connect/iulmit/iulm-it/personale-docenti/istituto-comunicazione-comportamento-e-consumi/titolari-di-contratto-per-attivita-di-insegnamento-di-corso-ufficiale/camisani-calzolari-marco">professore a contratto della IULM di Milano</a>, che ha appena pubblicato un documento di analisi sui <em>follower</em> Twitter di Beppe Grillo, di <a href="http://www.fabrizionapoli.it/societa/marco-camisani-calzolari-non-sono-un-bot-ne-un-fan-di-grillo-mi-rispondi/">dichiarare il suo titolo di studio</a>.<br />
E questo non per stabilire improbabili dittature del cognitariato laureato, ma solo per capire se un professore a contratto, che ha appena pubblicato uno studio metodologicamente fragile, possa almeno vantare un minimo percorso di studi universitari a riprova, almeno, delle sue intenzioni di fare &#8220;ricerca&#8221; e non solo clamore mediatico;</li>
<li>uno <strong>non riceva alcuna risposta dall&#8217;interessato</strong>, nonostante 4-5 ripetute e cortesi sollecitazioni, anzi viene &#8220;bannato&#8221; dallo stesso su Twitter (ognuno conserva un concetto molto personale di libertà di espressione e di dialogo)</li>
<li>uno decida allora di chiederlo direttamente all&#8217;Università, la <strong>IULM</strong>, <a href="https://twitter.com/fabrizionapoli/status/227732162798030849">via Twitter</a> e via mail, sia alla segreteria del corso di laurea del professore a contratto che al <strong>rettorato</strong>, pensando che sia abbastanza grave che su una pagina Internet di un professore(seppur &#8220;a contratto&#8221;) non ci sia alcuna menzione ai suoi studi.</li>
<li>uno <strong>non riceva alcuna risposta dalla prestigiosa IULM </strong>(ma dove è finita la famosa &#8220;Anagrafe dei docenti universitari&#8221; che doveva obbligare le università a pubblicare CV e titoli dei professori?);<strong></strong></li>
</ul>
<p><strong>Aggiornamento del 27/07/2012 h 17.10: la IULM risponde eccome! Non a me privatamente, ma con un <a href="http://www.liberoquotidiano.it/news/1065935/Twitter-Puglisi-Calzolari-professore-a-contratto-senza-laurea.html">comunicato stampa</a> che afferma che il</strong><del datetime="2012-07-26T17:21:37+00:00"><strong></strong></del><strong> professore a contratto non è laureato.</strong><br />
<strong>Complimenti.</strong></p>
<h2>E quindi succede che</h2>
<ul>
<li>Esca un lancio ANSA (<a href="http://www.ansa.it/ricerca/advanced">ma è veramente uscito questo lancio?</a>) in cui un professore della Bocconi  dichiara, al proposito della discussa analisi: &#8220;abbiamo controllato, l&#8217;analisi c&#8217;è&#8221; senza fornire ulteriori dati a riprova della sua valutazione o uno straccio di documento di sintesi di questo processo di verifica.</li>
<li>A vari siti Internet e blogger italiani questo basti per titolare in vari modi sulla &#8220;correttezza della analisi&#8221; del prof.  senza ovviamente scomodarsi in un minimo di <em>fact-checking</em> che avrebbe potuto interessare: la &#8220;ricerca&#8221; incriminata, la valutazione del professore della Bocconi e l&#8217;effettiva uscita di questo lancio ANSA (per non parlare della preparazione universitaria de professore a contratto<del datetime="2012-07-26T17:21:37+00:00"></del> di cui sopra di cui a tutt&#8217;oggi si ignora se possieda un titolo di studio universitario o meno).</li>
<li>La IULM prenda però le distanze dallo studio del professore a contratto<del datetime="2012-07-26T17:21:37+00:00"></del> e <a href="http://www.linkiesta.it/puglisi-iulm-calzolari-lklight">specifichi che di &#8220;titolare di un contratto per attività formative&#8221; si tratta</a>. Bel lavoro comunque.</li>
</ul>
<h2>E allora uno decide di controllare e scopre che</h2>
<ul>
<li>La Digital Evaluations, la società inglese che pubblica una nuova ricerca è stata formata (&#8220;incorporated&#8221; in inglese) appena un mese fa, da una signora 81enne inglese di nome Barbara Kahan c<a href="http://company-director-check.co.uk/director/915052639">he risulta Director  di decine di società chiuse e aperte</a> (in Italia solitamente si chiama &#8220;prestanome&#8221;) che poi nella stessa giornata si dimette dalla sua carica di <em>Director</em> ; la società nomina quindi qualche minuto dopo un nuovo <em>Director</em>. Indovinate chi? Ma ovviamente il nostro professore a contratto<del datetime="2012-07-26T17:21:37+00:00"></del> che avevamo lasciato poco fa;</li>
<li>Che pochi giorni dopo la stessa società nomina un&#8217;altro <em>Director</em>, il buon <a href="http://mgpf.it/chisono.html">Matteo Giovanni Paolo Flora</a> fondatore e amministratore di <a href="http://www.thefool.it/">The Fool</a>, <em>Web Agency</em> che tra i suo clienti annovera orgogliosamente lo Studio Professionale Previti, fondato dall&#8217;omonimo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Previti#Altri_procedimenti_giudiziari">pregiudicato e corruttore di giudici Cesare Previti</a>;</li>
<li>Che la Digital Evaluations non ha mai prodotto prima una ricerca né riporta sul suo sito nomi e CV del suo staff di ricercatori;</li>
<li>Che la Digital Evaluations sta tutta (ma quanti sono?) in un business <a href="http://www.techhub.com/">centre con uffici temporanei a noleggio</a> (o <em>Hub</em> se preferite). Ottima soluzione per sbaraccare tutto e fuggire in 5 minuti se dovesse presentarsi la necessità;</li>
<li>Che tutto è perfettamente legale e normale, basta però che non lo si spacci per autorevole&#8230;</li>
</ul>
<h2>E allora uno si dice che</h2>
<ul>
<li>Per fare ricerca o insegnare in un&#8217;università in Italia non è necessario dimostrare di possedere un titolo di studio;</li>
<li>Lo stato del giornalismo in Italia è sempre più penoso, il <em>fact-checking</em> è pressocché inesistente e i lanci di agenzia non vengono nemmeno approfonditi o verificati; e questo lo dico anche perché nessun giornale si è scomodato più di tanto ad analizzare lo studio sui presunti falsi <em>follower</em>, hanno tutti preferito cavalcare la logica dello scontro tra fazioni;</li>
<li>Lo stato della rete sembra prendere una piega altrettanto penosa vista la valanga di insulti, e contestazioni di taglio esclusivamente partigiano piovute sul <del datetime="2012-07-26T17:21:37+00:00"></del>professore a contratto  senza entrare nel merito dello studio;</li>
<li>Sullo stato dell&#8217;università italiana&#8230; è come sparare sulla croce rossa ormai. La posizione della IULM in questa vicenda riassume tutte le considerazioni possibili;</li>
<li>In Italia continua a funzionare una tecnica vecchia ma efficace: spararle grosse,  gridare alla persecuzione e all&#8217;odio che piove su sé stessi e nascondersi per un po&#8217; rimanendo a guardare che succede. State sicuri che basta riapparire dopo un po&#8217; per continuare a fare quello che si faceva prima, spesso (ri)candidandosi alle prossime elezioni.</li>
</ul>
<p>Punto.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Gli artigiani aumentati e l&#8217;empowerment del consumatore</title>
		<link>http://www.fabrizionapoli.it/societa/artigiani-aumentati-e-empowerment-del-consumatore/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Jul 2012 10:57:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Napoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Artigiani Digitali]]></category>
		<category><![CDATA[makers]]></category>
		<category><![CDATA[Medioera]]></category>

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		<description><![CDATA[I #makers, gli artigiani digitali, rappresentano nuovi modelli di produzione in cui la collaborazione con le persone è il valore principale.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-518" title="Medioera 20 Luglio 2012" src="http://www.fabrizionapoli.it/wp-content/uploads/medioera2012-07-20.jpg" alt="Medioera 20 Luglio 2012" width="500" height="274" /><br />
A <a href="http://www.medioera.it/">Medioera</a> venerdì 20 Luglio si è discusso dei <strong>#makers</strong>: gli <strong>artigiani digitali</strong> che stanno reinventando il modello di produzione e offerta ispirandosi alla tradizione artigianale italiana e mettendo a disposizione di comunità di persone <strong>non un prodotto</strong> ma <strong>i mezzi per costruire un prodotto</strong> che risponda alle proprie necessità, gusti, aspettative e progettualità.</p>
<p>Si è parlato di piccole unità hardware scalabili e <em>open-source</em> con cui costruirsi dispositivi più o meno complessi (<a href="http://www.arduino.cc/">Arduino</a>), di stampanti 3D e tagliatrici laser (<a href="http://www.vectorealism.com/">Vectorealism</a>) di officine a disposizione degli artigiani digitali (<a href="http://www.italiaveloce.it/">Italia Veloce</a>) e di network per promuovere le proprie creazioni (<a href="http://www.garagedesign.it/">Garage Design</a>) o raccogliere fondi per sviluppare una iniziativa (<a href="http://www.eppela.com/">Eppela</a>).</p>
<p>Provo a riassumere alcuni dei temi emersi.</p>
<h2>La creatività è un passo indietro?</h2>
<p>Christian Grande di Italia Veloce ha affermato ad un certo punto:</p>
<blockquote><p>è necessario fare un passo indietro, tornare a creare.</p></blockquote>
<p>Per quanto sia comprensibile il senso di questa affermazione dovremmo pensare alla <strong>creatività come ad un passo avanti</strong>, un gesto di liberazione intellettuale da un modello di consumo, ormai asfittico, che è tutt&#8217;altro che creativo; semmai è iterativo, seriale.</p>
<h2>L&#8217;unico passo indietro ammesso: l&#8217;on-demand</h2>
<p>L&#8217;<strong>on-demand</strong> (altro tema citato come uno dei principi ispiratori dell&#8217;artigianalità digitale) è l&#8217;unico vero passo indietro se consideriamo che prima della rivoluzione industriale la quasi totalità della produzione era <em>on-demand</em> (Avete mai sentito di calzolai rinascimentali che producevano stock di calzature da immagazzinare per mesi in attesa che qualche signorotto fiorentino passasse a comprarle?). E l<em>&#8216;on-demand</em> (se ne è discusso ampiamente) è il punto di avvio per una produzione sostenibile in termini economici e ambientali.</p>
<h2>I prodotti dei #makers sono storie</h2>
<p>Le produzioni degli artigiani aumentati <strong>incarnano storie personali e collettive</strong>. Storie di idee, progetti, successi e fallimenti, utilità e futilità. Sono narrazioni non esaustive e spesso senza una conclusione definita, aperte ad essere reinterpretate da altri.<br />
Sono dunque i <strong>veri prodotti con un alto valore aggiunto</strong>: le persone e le loro storie.</p>
<h2>L&#8217;empowerment del consumatore</h2>
<p>Sono le persone che costruiscono il prodotto non gli uffici commerciali delle aziende.<br />
Un caso classico è il caffé nei bar italiani (esposto con sapienza in un <a href="http://www.internazionale.it/opinioni/lee-marshall/2012/07/05/un-cappuccino-corretto/">articolo su internazionale.it)</a>:<br />
l&#8217;azienda crea la miscela, ma ogni cliente vuole un caffé diverso (macchiato caldo/freddo, al vetro, in tazza grande ecc&#8230;).<br />
Il caffé bevuto è il risultato delle aggiunte e delle scelte individuali più che dello sforzo produttivo della azienda.</p>
<p>L&#8217;<strong>artigianalità digitale esalta questo processo</strong> di spostamento di potere dalla azienda al consumatore, lo coltiva e ne fa il <strong>modello di relazione principale con le persone</strong>.</p>
<p>Qualunque modello di produzione non può ignorare questi processi emergenti, deve anzi inglobarli interamente nei processi produttivi. Potremmo dire che il prossimo passo che le aziende (anche quelle più innovative) devono affrontare è di passare dall&#8217;ascolto e dalla conversazione alla collaborazione con le persone che sono già clienti o potenziali.</p>
<h2>La lezione di Richard Sennett</h2>
<p>Si tratta insomma di coltivare quelle pratiche che <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Sennett">Richard Sennet</a> ha descritto con due saggi i cui temi sono sorprendentemente attinenti ai temi trattati a Medioera:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807104398/L%27uomo_artigiano/Richard_Sennett.html">L&#8217;uomo artigiano</a></li>
<li><a href="http://blog.debiase.com/2012/03/libri-insieme-richard-senn/">Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Marco Camisani Calzolari: non sono un BOT né un fan di Grillo. Mi rispondi?</title>
		<link>http://www.fabrizionapoli.it/societa/marco-camisani-calzolari-non-sono-un-bot-ne-un-fan-di-grillo-mi-rispondi/</link>
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		<pubDate>Sun, 22 Jul 2012 11:08:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Napoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Calzolari]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[Fabrizio Napoli chiede a Marco Camisani Calzolari di raccontare la sua esperienza universitaria a sostegno della sua ricerca sui falsi follower twitter di Beppe Grillo.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Marco Camisani Calzolari,<br />
mi spiace che un&#8217;ottusa idolatria ti abbia costretto ad un rifugio tra le mura di casa con tutte le preoccupazioni che seguono e che sentiamo.<br />
Finirà presto, credo. I furori che agitano i <em>follower</em> delle star di Internet (quelli veri si capisce, non i terrribili BOT) tendono a spegnersi presto per essere sostituiti da altri altrettanto stupidi ed effimeri.</p>
<h2>Ti ho fatto una domanda&#8230;</h2>
<p><strong>Caro </strong><a title="Account Twitter di Marco Camisani Calzolari" href="https://twitter.com/marcocc">@marcocc</a>,<br />
ti ho scritto 4 volte sul tuo account Twitter chiedendoti <strong>quale fosse la tua preparazione universitaria</strong> a sostegno della pubblicazione della tua ricerca <a title="Scarica la ricerca di Marco Camisani Calzolari" href="http://www.camisanicalzolari.com/MCC-Twitter-Grillo.pdf">&#8220;Analisi sui follower di Beppe Grillo su Twitter&#8221;</a> che hai diffuso in rete nei giorni scorsi scatendando il pandemonio che conosciamo.</p>
<p>Ma&#8230;<strong> nessuna risposta.</strong></p>
<h2>Perché ti ho fatto questa domanda?</h2>
<p>Perchè fare uno</p>
<blockquote><p>&#8220;studio quantitativo e qualitativo in relazione ai comportamenti umani&#8230;&#8221;</p></blockquote>
<p>implica una conoscenza profonda di una serie di tematiche proprie delle scienze sociali tra le quali:</p>
<ul>
<li>la formulazione delle ipotesi di ricerca</li>
<li>la formazione del campione</li>
<li>la scelta degli indicatori</li>
<li>l&#8217;analisi dei dati</li>
<li>i processi interpretativi</li>
</ul>
<p>in poche parole: <strong>un metodo scientifico.</strong></p>
<h2>Perché non mi rispondi?</h2>
<p>Da un <del datetime="2012-07-26T15:16:46+00:00">professore di Linguaggi Digitali</del> (sorry, ma l<a href="http://www.linkiesta.it/puglisi-iulm-calzolari-lklight">a IULM ha detto che non sei un professore</a>) mi aspettavo, non dico tutti i 140 caratteri del box di twitter, ma almeno  50-60 con l&#8217;indicazione di una tua laurea, di un eventuale master e/o &#8211; (perché no?), di un Ph.D. in scienze sociali.</p>
<p>Ma invece (sigh!) <strong>non ho avuto alcuna risposta</strong>.<br />
Né, confesso, riesco a ritrovare nelle varie pagine in rete che contengono la tua biografia <strong>alcuna menzione ai tuoi studi universitari</strong>, cosa che per un <em>Teaching Professor</em> è abbastanza inconsueta o comunque anomala.</p>
<h2>Caro <del datetime="2012-07-26T15:16:46+00:00">prof.</del> Calzolari, le ri-chiedo, dunque:</h2>
<ul>
<li>Qual è la sua preparazione universitaria e/o post-universitaria nel campo della ricerca sociale?</li>
<li>Dove ha imparato le metodologie e le tecniche della ricerca sociale?</li>
<li>La ricerca che ha pubblicato è tutta in quelle 6 pagine del documento pdf &#8211; come il link sul suo sito (&#8220;Presso questo link è possibile scaricare la ricerca completa&#8221;) sembra suggerire &#8211; o dobbiamo attenderci una versione più completa ed esaustiva (nel qual caso sarebbe meglio correggere il link in &#8220;Scarica un abstract&#8221;)?</li>
</ul>
<h2>Dichiaro che:</h2>
<ul>
<li>sono un utente reale, non un BOT!</li>
<li>non sono un <em>fan</em> di Beppe Grillo, né un <em>follower</em>, né un simpatizzante;</li>
<li>sono ovviamente contro qualsiasi forma di intimidazione/minaccia/attacco personale che ti possa arrivare per il solo fatto di aver espresso un&#8217;opinione. Solidarietà dunque;</li>
<li>non sono un sostenitore di Silvio Berlusconi;</li>
<li>sono assolutamente convinto che centinaia, migliaia di falsi account Twitter siano <em>follower</em> di Beppe Grillo come di tanti altri personaggi;</li>
<li>ti scrivo da semplice cittadino, osservatore, e anche un po&#8217; da &#8220;persona del mestiere&#8221;;</li>
<li>Non voglio fare polemica ma solo instaurare un sano dibattito.</li>
</ul>
<h2>Mi rispondi ora?</h2>
<p>Grazie.<br />
Con stima.</p>
<p>Fabrizio.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Le strategie mobile per il 2012: contestualizzazione, semplicità, unicità</title>
		<link>http://www.fabrizionapoli.it/mobile/le-strategie-mobile-per-il-2012-contestualizzazione-semplicita-unicita/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Jul 2012 13:24:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Napoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mobile]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>

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		<description><![CDATA[Il mobile è un ecosistema privato delle esperienze digitali delle persone in cui le applicazioni vincenti devono dare potere all'utilizzatore. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-496" title="Strategie Mobile 2012" src="http://www.fabrizionapoli.it/wp-content/uploads/strategiemobile2012.png" alt="Strategie Mobile 2012" width="500" height="271" /></p>
<p>Rileggendo la presentazione <a href="http://www.forrester.com/reg/campaignlogin.xhtml?campaignID=CAM1612&amp;cmpid=mkt:soc:tw:MobileTrendsWebinar">2012 Mobile Trends</a> di Forrester ho focalizzato l&#8217;attenzione su alcuni aspetti che saranno fondamentali per lo sviluppo di strategie di comunicazione e marketing sui dispositivi mobili nei prossimi mesi.</p>
<ul>
<li>Il <em>mobile</em><strong> non è una replica &#8220;adattata&#8221;</strong> dell&#8217;esperienza di navigazione tradizionale su desktop/laptop;</li>
<li>Il <em>mobile</em> è un <strong>ecosistema privato delle esperienze digitali</strong> delle persone, tra le quali: la ricerca, la navigazione, la scoperta, la condivisione, l&#8217;acquisto, la recensione, la vetrinizzazione del sé (che è in realtà il tratto comune di quasi tutte le altre esperienze);</li>
<li><strong>Lo schermo di un dispositivo mobile è uno spazio privato</strong>, ancor più dello schermo di un pc/laptop. Chi vuole entrarci deve farlo avvicinandosi al <strong>contesto privato</strong> del proprietario, <strong>dando potere</strong> a quest&#8217;ultimo più di quanto accada nelle situazioni tradizionali di utilizzo su computer fisso o portatile;</li>
<li>Questo <strong><em>empowerment</em></strong> dell&#8217;utilizzatore di una applicazione <em>mobile</em> gioca un ruolo fondamentale nel successo della stessa: le applicazioni devono incontrare le aspettative che vengono dall&#8217;ecosistema privato rappresentato dallo smartphone/tablet. Diversamente sono destinate a fallire;</li>
<li>Le applicazioni e le strategie <em>mobile</em> di successo saranno quelle che riusciranno a fornire una <strong>esperienza contestualizzata</strong> che riesca ad accogliere: la situazione di utilizzo, le preferenze personali (magari già raccolte in passato), le attitudini personali;</li>
<li>La <strong>semplicità d&#8217;uso</strong> tenderà ad essere sempre più il valore maggiormente percepito di una applicazione mobile, più di quanto la stessa applicazione offra o prometta di fare;</li>
<li>Una applicazione <em>mobile</em> deve fornire un&#8217;<strong>esperienza unica</strong> all&#8217;utilizzatore. Di questa necessità si è parlato anche negli ultimi 10 anni per tutte le applicazioni web in generale. In questo caso però l&#8217;esigenza si rafforza.</li>
</ul>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Pinterest aggiorna i Terms of Service. E lo comunica in maniera esemplare.</title>
		<link>http://www.fabrizionapoli.it/social-media/pinterest-aggiorna-i-terms-of-service-e-lo-comunica-in-maniera-esemplare/</link>
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		<pubDate>Sat, 24 Mar 2012 11:55:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Napoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione azi]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione Sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Pinterest]]></category>
		<category><![CDATA[Social media]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.fabrizionapoli.it/?p=482</guid>
		<description><![CDATA[Pinterest ha inviato una breve email che spiega in poche righe e 4 punti i principali cambiamenti introdotti nella piattaforma. In maniera semplice ed efficace.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fabrizionapoli.it/wp-content/uploads/pinterestnewtos.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-484" title="Pinterest new Terms of Service" src="http://www.fabrizionapoli.it/wp-content/uploads/pinterestnewtos.jpg" alt="Pinterest new Terms of Service" width="500" height="390" /></a></p>
<p>Quante email/alert/update di vario tipo che avvisavano di un imminente cambiamento nei termini di utilizzo della piattaforma o di nuove <em>privacy policy</em> avete ricevuto negli scorsi mesi dai vari Facebook, Google, Foursquare,  etc&#8230; (sempre che ne abbiate ricevuta una&#8230;)?<br />
E cosa avete capito del contenuto di questi avvisi, per non palare del contenuto delle varie pagine di riepilogo di condizioni d&#8217;uso e/o trattamento dei dati personali?</p>
<p>Questa è invece l&#8217;email che mi è arrivata oggi da <strong>Pinterest</strong>:<br />
è un esempio luminoso di <a href="http://www.fabrizionapoli.it/tag/comunicazione-sostenibile/">comunicazione sostenibile</a>, raggiunto con pochi ma efficaci accorgimenti:</p>
<ul>
<li>informazione dosata</li>
<li>spiegazione di come le cose cambieranno in pochi punti fondamentali (come era qualcosa prima e come diventa con il prossimo aggiornamento)</li>
<li>Stile diretto e confidenziale (al punto giusto)</li>
<li>Sforzo verso una comunicazione meno complessa anche nella pagina di lettura del <a title="i nuovi TOS di Pinterest" href="http://pinterest.com/about/terms/">testo integrale dei Terms of Service</a></li>
</ul>
<p>Non c&#8217;è bisogno di dire altro.<br />
Se la vocazione di Pinterest sembra essere quella di <a href="http://www.fabrizionapoli.it/ecologia-informazione/riduzione-della-complessita-e-ecologia-dellinformazione/">ridurre la complessità</a> organizzando visivamente le informazioni questo sembra avere un riflesso anche nella comunicazione aziendale.<br />
Chissà non diventi un modello anche per le future <em>start-up</em> del web.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Il declino del modello di business dei giornali</title>
		<link>http://www.fabrizionapoli.it/ecologia-informazione/il-declino-del-modello-di-business-dei-giornali/</link>
		<comments>http://www.fabrizionapoli.it/ecologia-informazione/il-declino-del-modello-di-business-dei-giornali/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 11:53:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Napoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia dell'informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Ecologia della Informazione]]></category>
		<category><![CDATA[giornali]]></category>

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		<description><![CDATA[I giornali perdono ricavi pubblicitari, bruciano posti di lavoro e guadagnano poco dalle versioni online. Un altro modello di business è possibile?]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fabrizionapoli.it/wp-content/uploads/ricavigiornali2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-478" title="I ricavi dei giornali negli USA" src="http://www.fabrizionapoli.it/wp-content/uploads/ricavigiornali2.jpg" alt="I ricavi dei giornali negli USA" width="500" height="350" /></a>Per parlare della condizione dei giornali al giorno d&#8217;oggi è forse meglio coinvolgere alcuni &#8220;fatti&#8221; emergenti da una <a href="http://stateofthemedia.org/">inchiesta recente sullo stato dell&#8217;informazione negli USA</a>.</p>
<ul>
<li>I giornali sono <a href="http://www.ojr.org/ojr/people/robert/201203/2062/">l&#8217;industria che muore più velocemente negli Stati Uniti.</a><br />
Negli ultimi 5 anni hanno perso circa il 28% della forza lavoro;</li>
<li>I giornali <strong>continuano a perdere introiti pubblicitari</strong> dalla versione cartacea <strong>non rimpiazzati sufficientemente dai ricavi delle versioni digitali</strong>, ovvero i ricavi provenienti da abbonamenti/subscription di vario tipo e dala pubblicità online nei vari formati (display, contextual, etc&#8230;).<br />
<strong>Per ogni dollaro di ricavi provenienti dalla versione digitale i giornali ne perdono 7  sulla versione cartacea</strong>.<br />
<a href="http://www.journalism.org/analysis_report/search_new_business_model">E altri dati molto allarmanti</a> che devono far riflettere.</li>
<li>Come risposta i giornali <a href="http://www.emarketer.com/Article.aspx?R=1008900">sembrano guardare con ottimismo</a> ad un incremento della raccolta pubblicitaria dai formati <em>targeted</em> e <em>display</em> (banner, video) che saranno comunque insufficienti a bilanciare le perdite delle versioni cartecee e rimarrano presumibilmente ancora una porzione minoritaria dei ricavi.</li>
</ul>
<p>Comunque si vogliano leggere questi dati si possono trarre alcune conclusioni facilmente condivisibili:</p>
<ul>
<li>I giornali sembrano non fare molti sforzi per inventarsi un <strong>nuovo modello di business economicamente sostenibile</strong>. E sembrano non comprendere che un nuovo modello di business è anzitutto che un nuovo modello di relazione con i lettori più che con gli inserzionisti pubblicitari.  I lettori rimangono <em>target</em> e la pubblicità che verrà è <em>smart targeted advertising</em>;</li>
<li>Nel giro di pochi anni <strong>molti giornali scompariranno</strong>, e questo non solo negli USA;</li>
<li>La sostenibilità economica del sistema dell&#8217;informazione giornalistica è strettamente connessa alla s<strong>ostenibilità dell&#8217;ecosistema dell&#8217;informazione</strong>. L&#8217;adattamento del tradizionale modello di business dei giornali &#8211; la vendita di spazi pubblicitari e di &#8220;contesto pubblicitario&#8221;, in senso più ampio &#8211; alle versioni online degli stessi giornali si è sinora rivelato improduttivo e fortemente &#8220;inquinante&#8221;.<br />
Un nuovo modello sostenibile passa anche per una <a href="http://www.fabrizionapoli.it/ecologia-informazione/riduzione-della-complessita-e-ecologia-dellinformazione/">riduzione della complessità</a> dell&#8217;informazione e del suo sistema di relazioni nonché per un coinvolgimento dei lettori in pratiche di costruzione collaborativa delle risorse informative e del prodotto finale dell&#8217;informazione.</li>
</ul>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Riduzione della complessità e ecologia dell&#8217;informazione</title>
		<link>http://www.fabrizionapoli.it/ecologia-informazione/riduzione-della-complessita-e-ecologia-dellinformazione/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 10:04:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Napoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia dell'informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione Sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Ecologia della Informazione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.fabrizionapoli.it/?p=436</guid>
		<description><![CDATA[Come persone, aziende, media e istituzioni possono ridurre la complessità e l'inquinamento del sistema dell'informazione.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-453" title="Complessita" src="http://www.fabrizionapoli.it/wp-content/uploads/complessita.jpg" alt="Complessità" width="500" height="351" /></p>
<p>Per descrivere il proliferare di stimoli comunicativi, sorgenti di attenzione e fonti di informazione degli ultimi 3 anni si è parlato di <a title="Il flusso quotidiano di email, feed, tweet e sms inonda la vita lavorativa e privata. Quali sono le conseguenze di questo overload informativo? Un approccio all'uso sostenibile delle informazioni." href="http://www.fabrizionapoli.it/ecologia-informazione/ecologia-della-informazione-al-tempo-di-twitter-e-del-blackberry/">ecologia  dell&#8217;informazione</a>, di inquinamento o overload informativo, di<a href="http://blog.debiase.com/2012/01/i-commons-e-lecosistema-dellin.html"> (eco)sistemi della conoscenza diffusi</a> e in continuo cambiamento e di come affrontare tutto ciò con pratiche diffuse e condivise di <a title="Comunicazione sostenibile" href="http://www.fabrizionapoli.it/tag/comunicazione-sostenibile/">comunicazione sostenibile</a>.</p>
<p>Per le persone, le aziende, le istituzioni e per i produttori di contenuti informativi (media, designer e altro) il problema ha ovviamente conseguenze e soluzioni diverse. Eppure pratiche quotidiane, strategie di comunicazione e linee guida informative ed editoriali possono essere messe in atto ispirandosi ad un unico concetto: <strong>la riduzione della complessità</strong>.</p>
<dl>
<dt>Per le persone</dt>
<dd>È ora di assegnare delle priorità alla propria esposizione e partecipazione ai tanti contesti che assediano la nostra attenzione ogni giorno: i media tradizionali, i <em>social network</em>, le <em>app</em> e il generale inquinamento informativo che ci circonda. Da anni ci imponiamo diete alimentari ispirate a vari principi e pratiche di consumo, più o meno sostenibile. È ora di pensare anche al nostro dispendio di attenzione (non è una risorsa infinita) e di disciplinarlo con &#8220;diete&#8221; ispirate a principi che ci consentano di comprendere il valore di ogni nostro coinvolgimento in un contesto comunicativo. La <strong>riduzione della complessità</strong> può essere un principio utile per costruire la nostra dieta di attenzione quotidiana.</dd>
<dt>Per le aziende</dt>
<dd><strong>La complessità non paga</strong>: né come modello di business (Clay Shirky nel 2010 già sanciva<a href="http://www.shirky.com/weblog/2010/04/the-collapse-of-complex-business-models/"> &#8220;The Collapse of Complex Business Models&#8221;</a>), né come strategia di comunicazione. Tramonta l&#8217;era della <em>corporate communication </em>granitica, delle strategie di persuasione del consumatore soppiantate da relazioni agili, orizzontali e liquide con il cliente/consumatore, relazioni che devono sottostare ad un continuo adattamento per la nascita e la morte di vari contesti di interazione. Meno saranno complesse le strategie di comunicazione più sarà facile per l&#8217;azienda gestire questo processo di adattamento continuo.</dd>
<dt>Per le istituzioni</dt>
<dd><strong>La riduzione della complessità deve essere un imperativo</strong>, una <em>best practice</em> di tutte le iniziative di informazione e comunicazione della PA con auspicabili estensioni anche alle azioni amministrative e di governo del territorio.<br />
Un&#8217;ottima direzione è stata presa in questo senso con la <a href="http://www.accessibile.gov.it/tag/riduzione-dei-siti-web-della-pa/">riduzione dei siti Internet della PA</a>, intrapresa da circa un anno da alcune amministrazioni. Ma le istituzioni non solo sono ancora complesse e operano in modo complesso ma producono purtroppo informazioni complesse. Allo stato attuale la semplificazione rimane solo una misera etichetta per giustificare l&#8217;istituzione di un nuovo ministero.</dd>
<dt>Per i produttori di contenuti (media, designer)</dt>
<dd>Il <strong>modello di produzione industriale dell&#8217;informazione</strong>, con una generazione bulimica di notizie e contenuti con lo scopo principale di generare &#8220;contesto&#8221; pubblicitario è da mettere in discussione. Non rischia solo di perdere l&#8217;attenzione faticosamente cercata ma anche credibilità e autorevolezza (aggravando in questo ultimo caso un problema già esistente). Questa sovrapproduzione di contenuti e informazioni tradisce la stessa<strong> missione storica dell&#8217;informazione</strong>: fornire intepretazioni a fenomeni in atto più o meno complessi. È un fatto, ad esempio, che il giornalismo come oggi lo conosciamo nasca proprio con l&#8217;avvento di un mondo complesso, in cui la repentina comparsa di nuovi modelli di relazioni industriali, economiche e politiche  faceva nascere il bisogno di narrazioni che &#8220;spiegassero il mondo&#8221;. In un certo senso<strong> la riduzione della complessità è una vocazione propria dell&#8217;informazione</strong> su cui riflettere per l&#8217;elaborazione di nuovi modelli di <em>newsmaking.</em></dd>
<dd>Anche <strong>designer e sviluppatori</strong>, che nello scenario attuale possono essere compresi nell&#8217;etichetta di &#8220;produttori di contenuti&#8221;, devono affrontare il problema. Nello sviluppo di applicazioni e interfacce per dispositivi mobili (smartphone e tablet) si sta consolidando una pratica per risolvere il problema della visualizzazione dei contenuti in maniera simile su tanti schermi diversi: ridurre la complessità dei <em>layout</em> e delle informazioni presentate, privilegiando gli elementi essenziali per l&#8217;interazione e più significativi per il visitatore. È una tendenza che contagia anche il design dei siti Internet tradizionali e presto sconfinerà in altre aree del design. È un piccolo ma ottimo spunto che viene, peraltro, dal cuore del problema: il web.</dd>
</dl>
<p>È indispensabile che si costruisca una consapevolezza attorno al tema della complessità dell&#8217;ecosistema dell&#8217;informazione perché è indubbiamente vero che, <a href="http://blog.debiase.com/2012/02/per-unecologia-dellinformazion.html">come afferma Luca De Biase</a></p>
<blockquote><p>L&#8217;ecologia dell&#8217;informazione si trova probabilmente oggi al livello in cui l&#8217;ecologia dell&#8217;ambiente si trovava una trentina d&#8217;anni fa&#8230;</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Canone RAI. Sicuro che non sia la RAI a dovermi pagare?</title>
		<link>http://www.fabrizionapoli.it/societa/canone-rai-sicuro-che-non-sia-la-rai-a-dovermi-pagare/</link>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 15:13:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Napoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[RAI]]></category>
		<category><![CDATA[TV]]></category>

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		<description><![CDATA[Una tv è uno spazio che concediamo a molte emittenti in uso gratuito per trasmettere contenuti e messaggi pubblicitari. Non dovremmo essere pagati?]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fabrizionapoli.it/wp-content/uploads/canonerai.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-422" title="Il canone Rai sui vari dispositivi" src="http://www.fabrizionapoli.it/wp-content/uploads/canonerai.png" alt="Il canone Rai sui vari dispositivi" width="450" height="250" /></a></p>
<p>Scenario ipotetico:<br />
ho uno studio professionale con una sala d&#8217;aspetto e una sala riunioni. Sui muri di entrambe gli spazi spiccano <strong>2 bei televisori</strong>. Diciamo che sono proprio dei televisori, non monitor PC &#8220;adatti a ricevere il segnale radiotelevisivo&#8221;. E diciamo pure che sono <strong>spesso accesi sui canali RAI</strong> per riempire le attese o le pause di lavoro con quache <em>breaking news</em> o serie di qualità. E diciamo infine che questo &#8220;spasso&#8221; è interrotto ogni tanto da interruzioni pubblicitarie.<strong></strong></p>
<p><strong>Devo pagare il canone.</strong></p>
<p><strong>Sicuro?</strong><br />
Ma non starò invece regalando alla RAI degli <strong>spazi pubblicitari</strong> (intendo quelli fisici occupati dai televisori appesi al muro)?<br />
Il mio televisore è così diverso da un cartellone per la strada o di un qualsiasi spazio per le affissioni?<br />
Non dovrebbe essere la RAI a riconoscermi una <strong>percentuale sugli introiti pubblicitari</strong> per ogni singolo spot che senza il mio televisore nessuno dei presenti nel mio studio vedrebbe?<br />
Più di 10 anni di <a title="Voce su Wikipedia" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Contextual_advertising">contextual advertising</a> e <a title="voce di Wikipedia" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Revenue_sharing">revenue sharing</a> sul web che hanno arricchitto non solo i colossi del web, ma anche migliaia di piccoli editori, non ci suggeriscono nulla?<br />
Un altro &#8220;canone&#8221; è possibile?</p>
<p>P.s. ovviamente il discorso può (deve) essere allargato ad ogni emittente, non solo quella che richiede un canone.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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