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	<title>Epistemes.org</title>
	
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	<description>Studi economici e politici</description>
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		<title>La fine della Guerra e la fine di ciò che è seguito</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 12:29:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Gilli
Sulla fine della Guerra fredda è già stato detto quasi tutto, specie a livello accademico tanto in storia, che in sociologia, che soprattutto in scienza politica ed economia. A vent&#8217;anni da quella ricorrenza conviene guardare brevemente le macro-implicazioni di quell&#8217;evento che ha radicalmente cambiato la faccia della politica mondiale.

Innanzitutto, la fine della Guerra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p>
<p>Sulla <strong>fine della Guerra fredda </strong>è già stato detto quasi tutto, specie a livello accademico tanto in storia, che in sociologia, che soprattutto in scienza politica ed economia. <strong>A vent&#8217;anni da quella ricorrenza conviene guardare brevemente le macro-implicazioni di quell&#8217;evento che ha radicalmente cambiato la faccia della politica mondiale</strong>.</p>
<p><span id="more-1993"></span></p>
<p>Innanzitutto, <strong>la fine della Guerra fredda fu elevata inizialmente ad evento paradigmatico in grado di dimostrare la forza delle idee nella storia umana</strong>. La fine della dottrina Breznev, e poi della confidenza nei principi sovietici, avrebbero infatti aperto la strada al crollo del Muro di Berlino e poi alla fine dell&#8217;URSS. A vent&#8217;anni di distanza, se una cosa è chiara è che<strong> le idee giocarono un ruolo davvero minimo</strong>. La presa dell&#8217;URSS si allentò quando la sua leadership fu messa alle strette dalle ristrettezze economiche che l&#8217;inefficienza del sistema sovietico stava provocando. Solidarnosc, il Papa, i democratici tedeschi, gli intellettuali dell&#8217;accademia delle scienze di Mosca ebbero tutti un ruolo. <strong>Ma <em>poterono</em> avere un ruolo perché il sistema economico sovietico era in disgregazione. Non è un caso che la loro influenza si sia sentita negli anni Ottanta e non negli anni Cinquanta o Sessanta</strong>.</p>
<p>Se c&#8217;è una lezione generale da trarre da questo primo punto è che tra tutte le teorie, <strong>il Realismo è quello che ebbe la performance migliore</strong>, come dimostrano non solo gli studi di <strong>Wohlforth</strong> (1993/94) e <strong>Brooks e Wohlforth</strong> (1999/00), ma soprattutto la sagace previsione di Robert <strong>Gilpin</strong>, secondo la quale la Guerra fredda sarebbe finita pacificamente (1981: 234).</p>
<p><strong>Questo dato è importante soprattutto se guardiamo al cosa è venuto dopo la fine della Guerra fredda</strong>. Il neoconservatorismo aveva previsto la fine della Storia (Fukuyama, 1991). Il liberalismo, sulla stessa lunghezza d&#8217;onda, aveva previsto pace, democrazia e benessere (Omahe, Keohane e tutto il filone della pace democratica). <strong>Il Realismo, più modestamente, aveva previsto instabilità, guerre e crisi internazionali</strong>.</p>
<p>Guardiamo dove siamo vent&#8217;anni dopo, e pare difficile trovare conferma alle previsioni di Fukuyama e soci. Dire dunque che la storia proceda in maniera lineare (come sostiene il liberalismo) pare abbastanza avventato, piuttosto, i suoi movimenti, e il sistematico ritorno di fenomeni di guerra e violenza suggerisce la presenza di andamenti ciclici.</p>
<p><strong>Quale lezione trarre, dunque, dal crollo del Muro di Berlino?</strong> Una, semplice, che i più grandi pensatori della storia, da Tucidide a Machiavelli, da Hobbes a Rousseau hanno sempre evidenziato: <strong>l&#8217;arena internazionale è contraddistinta da una competizione sfrenata tra diverse autorità politiche. Questa competizione porta violenza ma anche sviluppo, porta guerra ma anche pace</strong>. <strong>Nel caso del crollo del Muro di Berlino, quella competizione ha portato alla fine di uno dei regimi più oppressivi della storia umana. Questa stessa competizione è però anche la causa del terrorismo internazionale, delle diatribe con l&#8217;Iran, della minaccia cinese o degli scontri con la Russia</strong>.</p>
<p>Più che celebrarne alcuni aspetti (liberalismo, economia di mercato, democratizzazione) per nasconderne altri, forse sarebbe meglio cercare di comprendere l&#8217;intero processo nella sua interezza.</p>
<hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
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</p>
<hr />
<strong>Leggete anche</strong>:
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	<li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li>
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		<title>Il Muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda, e la verità su Reagan</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2009/11/09/il-muro-di-berlino-la-fine-della-guerra-fredda-e-la-verita-su-reagan/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 06:47:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
Oggi è il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, evento epocale che anticipò di due anni il tanto più inaspettato crollo dell&#8217;Unione Sovietica. Sicuri che sui giornali italiani leggeremo fantastiche ricostruzioni relativamente al ruolo giocato da Ronald Reagan, l&#8217;inquilino della Casa Bianca dal 1981 al 1988, illustriamo qui di seguito le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p><strong>Oggi è il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino</strong>, evento epocale che anticipò di due anni il tanto più inaspettato crollo dell&#8217;Unione Sovietica. Sicuri che sui giornali italiani leggeremo fantastiche ricostruzioni relativamente al ruolo giocato da <strong>Ronald Reagan</strong>, l&#8217;inquilino della Casa Bianca dal 1981 al 1988, <strong>illustriamo qui di seguito le contraddizioni di quella che negli anni si è venuta rafforzando come una delle più diffuse interpretazioni della fine della Guerra Fredda</strong>.</p>
<p><span id="more-1923"></span><strong>Secondo questa interpretazione, la Guerra Fredda sarebbe finita infatti proprio grazie a Reagan</strong>. Secondo la vulgata l&#8217;ex attore di Hollywood, una volta arrivato alla Casa Bianca, avrebbe capito che l&#8217;URSS era in declino, e che stava fronteggiando grandi difficoltà economiche. Proprio per questo motivo, Reagan avrebbe dunque deciso di lanciare la corsa agli armamenti (le cosiddette &#8220;guerre stellari&#8221;, tra cui rientrava la <em>Strategic Defense Initiative</em>, il piano di difesa antimissilistico), per portare l&#8217;URSS in bancarotta. <strong>Costringendo Mosca ad aumentare l&#8217;allocazione di risorse al settore militare, Reagan avrebbe dunque sferrato il colpo definitivo alla già fiacca economia sovietica</strong>, che sarebbe poi crollata alcuni anni dopo.</p>
<p><strong>Ci sono numerosi problemi con questa interpretazione</strong>. Problemi ai quali i sostenitori di questa tesi non solo non sanno rispondere, ma dei quali non si sono neanche mai resi conto. Innanzitutto, <strong>come faceva Reagan a sapere che l&#8217;URSS fosse in declino? I dati a disposizione della CIA e delle altre agenzie di intelligence sull&#8217;economia sovietica e sul potere dell&#8217;URSS</strong>,<a href="http://www.foreignpolicy.com/Ning/archive/archive/106/CIAslegacy.pdf"> come gli stessi analisti avrebbero scoperto con grande sorpresa negli anni &#8216;90</a> <strong>erano straordinariamente esagerati</strong> rispetto a quella che era la realtà dei fatti (si veda anche questo articolo su <a href="http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,924892,00.html">Time magazine</a>). Secondo alcuni resoconti, il Pil dell&#8217;URSS durante la Guerra Fredda era infatti solo una frazione di quanto veniva stimato a Langley. Dunque, da dove derivava l&#8217;intuizione di Reagan? Questo non ci è dato sapere, la vulgata vuole infatti che Reagan avesse capito, <em>period. </em></p>
<p><strong>Anche assumendo che Reagan fosse a conoscenza dei problemi dell&#8217;economia sovietica, come faceva Reagan a conoscere la portata di questi problemi? </strong>Per capirsi, l&#8217;economia americana è attualmente in crisi, ma non verrebbe tramortita da un&#8217;eventuale corsa agli armamenti ispirata da Mosca o da Pechino. Come faceva Reagan ad essere sicuro del contrario, per quanto riguarda l&#8217;URSS? <strong>Questo non si sa. Certamente, le affermazioni pubbliche dello stesso presidente non danno credibilità alla tesi secondo cui &#8220;Reagan aveva capito&#8221;</strong>.</p>
<p>Se l&#8217;URSS era in declino, come mai Reagan giustificò il lancio della <em>Strategic Defense Initiative</em> proprio sulla base della temibile minaccia rappresentata dall&#8217;&#8221;Impero del Male&#8221;? Evidentemente, se l&#8217;URSS era un tale pericolo per la sicurezza nazionale americana, non poteva allo stesso tempo anche essere prossima al tracollo. Delle due l&#8217;una: <strong>o Reagan mentiva ai cittadini americani sapendo di mentire; oppure, più ragionevolmente, era sinceramente convinto che l&#8217;URSS fosse una minaccia, e quindi non era assolutamente a conoscenza dei problemi dell&#8217;URSS </strong>(versione confermata dai resoconti storici).</p>
<p>A suffragio di questa tesi possono essere prese in considerazione le politiche implementate dallo stesso Reagan. <strong>Se l&#8217;URSS era in declino e prossima al crollo definitivo, e il presidente americano ne era consapevole, per quale motivo, ad un certo punto, nella metà degli anni &#8216;80, in modo del tutto improvviso decise di promuovere la cooperazione con Mosca, e più precisamente di lanciare una nuova era di <em>Détente</em> attraverso gli accordi sul disarmo nucleare</strong> (quelli stessi accordi promossi da Kissinger negli anni &#8216;70)? <strong>Se Reagan era convinto dell&#8217;avvicinarsi del crollo dell&#8217;URSS, perché fermare la corsa agli armamenti e promuovere addirittura il disarmo, proprio quando il risultato era ormai raggiunto?</strong> Perché non premere l&#8217;acceleratore fino in fondo, per finire la corsa in volata? Perché dare a Mosca la possibilità di prendere il respiro proprio quando il risultato stava per essere raggiunto? (a proposito, si guardi questo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=GUhDbUNTZOw">video</a> sulla reazione dell&#8217;estrema destra americana all&#8217;&#8221;<em>appeasement</em>&#8221; cercato da Reagan).</p>
<p><strong>Queste sono le domande alle quali i giornali italiani non daranno risposta. Oggi leggeremo analisi emotivamente coinvolte, che vogliono un Reagan con informazioni più precise di quelle della CIA. Un Reagan che aveva capito tutto. La verità, ovviamente, è un&#8217;altra</strong>. Reagan giocò un ruolo centrale nella Guerra Fredda. E sarebbe sbagliato ignorare questo fatto. E&#8217; però altrettanto sbagliato attribuire a Reagan meriti che vanno ben al di là di quanto potesse fare. E&#8217; bene ricordarselo: il Muro di Berlino crollò perché il sistema comunista era più inefficiente di quello capitalista. Con o senza Reagan, questo risultato sarebbe stato ottenuto ugualmente.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Ci permettiamo di suggerire ai lettori il nuovo numero  de <em><a href="http://www.larengodelviaggiatore.info/dblog/numero.asp?numero=64">L&#8217;Arengo del Viaggiatore</a>, </em>dedicato proprio al crollo del Muro di Berlino.</p>
<hr/>
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</p>
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<strong>Leggete anche</strong>:
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		<title>Save The Date</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 12:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[SEMINARIO
IL NUOVO CONCETTO STRATEGICO DELLA NATO ALL’ALBA DEL XXI SECOLO
Fattori di continuità e sfide future nel nuovo ordine mondiale
Roma, Camera dei Deputati &#8211; Palazzo S. Macuto
12 novembre 2009 – ore 15:00
Il 60° anniversario della fondazione della NATO trova l&#8217;alleanza in una fase di ricerca di una nuova identità che ha caratterizzato i suoi ultimi 18 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">SEMINARIO</h3>
<h3 style="text-align: center;">IL NUOVO CONCETTO STRATEGICO DELLA NATO ALL’ALBA DEL XXI SECOLO</h3>
<p style="text-align: center;">Fattori di continuità e sfide future nel nuovo ordine mondiale<br />
Roma, Camera dei Deputati &#8211; Palazzo S. Macuto</p>
<p><strong>12 novembre 2009 – ore 15:00</strong></p>
<p>Il 60° anniversario della fondazione della NATO trova l&#8217;alleanza in una fase di ricerca di una nuova identità che ha caratterizzato i suoi ultimi 18 anni.<br />
I profondi cambiamenti nel panorama strategico internazionale ed in particolare l’emergere di un mondo multipolare hanno avuto un effetto riduttivo del peso dell’Occidente nella politica mondiale.</p>
<p>Con una <em>mission</em> mutata dagli eventi ed in assenza di una chiara visione strategica, l&#8217;Alleanza atlantica corre il rischio di diventare obsoleta se non sarà in grado di reinventarsi un ruolo identificando una nuova dottrina di sicurezza.</p>
<p>In attesa della elaborazione del nuovo “Concetto Strategico” della NATO, il Dipartimento di Studi d’Intelligence e Sicurezza della Link Campus University in collaborazione con la Fondazione Italia USA, organizza un seminario che si terrà a Roma, presso la Camera dei Deputati &#8211; Palazzo S. Macuto il giorno 12 novembre 2009 – alle ore 15:00 In tale occasione il <strong>Dott. Andrea Gilli</strong>, senior researcher del Dipartimento della Link Campus University, presenterà la ricerca del <strong>&#8220;NATO AT SIXTY&#8221;.</strong></p>
<p><span id="more-1971"></span><br />
<h3 style="text-align: center;"><strong>Programma</strong></h3>
<p>Introducono il seminario:<br />
<strong>On. Rocco Girlanda</strong> (Presidente della Fondazione Italia USA);</p>
<p><strong>Com.te Francesco D’Arrigo</strong> (Direttore Dipartimento di Studi d’Intelligence Strategica e Sicurezza, Link Campus University);</p>
<p><strong>On. Annagrazia Calabria</strong> (Segretario del Comitato Scientifico della Fondazione Italia USA).</p>
<p>Modera</p>
<p><strong>Dott. Alfredo Mantici</strong><br />
(Direttore dell’Ufficio Previsione, Valutazione, Prevenzione e Mitigazione dei Rischi Antropici Dipartimento<br />
della Protezione Civile)</p>
<p>Interverranno:</p>
<p><strong>Dott. Andrea Gilli</strong><br />
(Senior Researcher Dipartimento d’Intelligence Strategica e Sicurezza Link Campus University)</p>
<p><strong>Prof. Arduino Paniccia</strong><br />
(Docente di Studi Strategici ed Economia Internazionale Università di Trieste)</p>
<p><strong>Gen. Carlo Jean</strong><br />
(Docente di Studi Strategici presso Luiss – Guido Carli)</p>
<p><strong>Prof. Andrea Margelletti</strong><br />
(Presidente CESI)</p>
<p><strong>Sen. Roberta Pinotti</strong><br />
(Commissione Difesa, Senato della Repubblica)</p>
<p><strong>Gen. Leonardo Leso</strong><br />
(Addetto alla Difesa e Consigliere Militare e di Polizia Rappresentanza Permanente d&#8217;Italia alle Nazioni Unite)</p>
<p><strong>Dr. Grant T. Hammond</strong><br />
(Dean of the NATO Defense College)</p>
<p><strong>Gen. Vincenzo Camporini</strong><br />
(Capo di Stato Maggiore della Difesa)</p>
<p><strong>Cons. Marco Carnelos</strong><br />
(Consigliere Diplomatico Aggiunto del Presidente del Consiglio)</p>
<p><strong>On. Edmondo Cirielli</strong><br />
(Presidente della IV Commissione Difesa della Camera dei Deputati)</p>
<hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
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</p>
<hr />
<strong>Leggete anche</strong>:
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	<li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li>
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		<title>Obama, un anno dopo</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 07:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Gilli
Un anno fa Barack Hussein Obama veniva eletto Presidente degli Stati Uniti d’America. Ad un anno di distanza, è possibile fare un bilancio della sua presidenza. Poiché non mi occupo di sanità, economia, o finanza, la mia analisi riguarderà prevalentemente l’ambito della politica estera.

Alla vigilia delle elezioni dello scorso anno, Obama era visto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p>
<p><strong>Un anno fa Barack Hussein Obama veniva eletto Presidente degli Stati Uniti d’America</strong>. Ad un anno di distanza, è possibile fare<strong> un bilancio della sua presidenza</strong>. Poiché non mi occupo di sanità, economia, o finanza, la mia analisi riguarderà prevalentemente l’ambito della politica estera.</p>
<p><span id="more-1964"></span></p>
<p>Alla vigilia delle elezioni dello scorso anno, <strong>Obama era visto prevalentemente sotto due prospettive: da una parte, a destra, lo si accusava di essere un liberal rammollito</strong>, pronto a svendere l’America e incapace di difenderne gli interessi nazionali. <strong>A sinistra, invece, lo si vedeva come un vero democratico, a volte persino pacifista</strong>, e quindi al suo nome si associavano concetti o valori quali multilateralismo, diplomazia, dialogo. O Carter o Giovanni Paolo II, per dirla in modo diverso.</p>
<p><strong>Se qualcosa è certo, dopo 12 mesi, è che tutte e due le letture erano sbagliate – come avevo anticipato.</strong></p>
<p>Infatti, Obama ha continuato ad attaccare i santuari talebani e di al-Qaeda in Pakistan, ha coniugato la sua promessa di ritiro dall’Iraq con la realtà strategica in campo, e sta andando ad approvare il bilancio della Difesa più alto della storia dell’umanità (siamo oramai ad un soffio dai 700 miliardi di dollari). In altri termini, non è un <em>liberal</em> rammollito che vuole svendere l’America ma dall’altra parte la sua presidenza è ben diversa da quella di George W. Bush.</p>
<p><strong>Come si può interpretare, dunque, la presidenza Obama? A mio modo di vedere, per capire l’era Obama è innanzitutto necessario capire l’era nella quale essa si colloca</strong>. Pochi mesi prima delle presidenziali americani, il saggista <strong>Fareed Zakaria</strong> pubblicava un libro dal titolo <em>The post-American World</em>. La tesi di Zakaria è che staremmo osservando <strong>una trasformazione epocale del sistema internazionale: la crescita economica della Cina, dell’India, del Brasile, dell’Indonesia, della Nigeria e del Sud Africa starebbero de-occidentalizzando il mondo</strong>.</p>
<p>In altri termini, nel sistema internazionale che si sta creando in questi anni, l’Occidente avrà progressivamente un ruolo minore. Se guardiamo ai dati, la tesi di Zakaria è semplicemente una fotografia della realtà. <strong>L’era Obama va dunque compresa in questo contesto: non sorprende che il neo-presidente abbia cercato dialogo, diplomazia e distensione con la sua politica estera. Non potendo nulla contro la dispersione del potere a livello internazionale e contro la crescita delle potenze non-occidentali, per difendere l’America e i suoi interessi non restava che una strada obbligata: limitare al massimo conflitti e scontri, così da ridurre le sue spese (dirette e indirette) e, allo stesso tempo, favorire un clima di dialogo necessario per plasmare il nuovo ordine internazionale</strong>.</p>
<p>Sotto questa prospettiva, la politica di Obama verso l’Iran e verso la Russia, per esempio, non solo sono comprensibili ma anche condivisibili. L’America sta affrontando una drammatica crisi economica che arriva proprio in un momento di transizione a suo svantaggio del sistema internazionale: non si vede dunque quali alternative fossero a sua disposizione.</p>
<p>Ovviamente, <strong>il fatto che la strategia di Obama sia coerente con il contesto internazionale nel quale essa si colloca non significa che tutte le sue azioni siano state efficaci o tempestive</strong>. Proprio su Iran e Russia i dubbi non mancano: quando lo scorso giugno assistemmo alle manifestazioni di Teheran, la Casa Bianca fu presa in contropiede dagli avvenimenti. Dall’altra parte, verso la Russia ci sono state diverse esitazioni, il cui apice si è avuto a settembre quando nel giro di dieci giorni lo scudo missilistico è stato prima degradato e poi annullato. A mio parere, <strong>quest’ultimo è l’aspetto più importante e da esso dipende il futuro, e il successo, dei restanti anni dell’era Obama</strong>. <strong>La politica verso l’Iran, la Russia, ma anche verso l’Afghanistan, l’Iraq, la politica di Difesa (e lo stesso si può dire sulla Finanza e sulla Sanità) ha spesso mancato di unicità e coerenza. La sensazione è che in più occasioni, l’America abbia parlato con più voci. E quando un Paese parla con più voci, allora manca di leadership</strong>.</p>
<p>Ad un anno dalla sua elezione, e a poco più di dieci mesi dalla sua salita al potere, <strong>Obama ha mostrato un buon fiuto strategico, ma le sue azioni hanno poi anche mostrato numerosi problemi a livello tattico</strong>. Se il nuovo Presidente sarà in grado di rimediare a questi primi errori (magari sostituendo anche alcuni individui della sua amministrazione, a partire da <strong>Biden</strong> e <strong>Holbrooke</strong>), allora la sua presidenza potrà portare a dei successi. Altrimenti, il vero rischio è di fallimenti su più fronti. La mia opinione è che <strong>per Obama non sarà facile risolvere questi problemi. La forza della sua presidenza si fonda sulla sua capacità di unire e queste scelte implicano la necessità di dividere</strong>. I veri geni politici sono quelli che riescono ad unire anche quando dividono. Vedremo se Obama riuscirà in questa impresa.</p>
<hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
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		<title>Banche, lezione europea per l’America</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2009/11/02/banche-lezione-europea-per-lamerica/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 15:20:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio
Nel Regno Unito, il Cancelliere dello Scacchiere, Alistair Darling, illustrerà questa settimana i piani del governo britannico per il futuro del sistema bancario nazionale. Tali piani prevedono letteralmente di &#8220;fare a pezzi&#8221; le principali banche beneficiarie del salvataggio pubblico, Royal Bank of Scotland (posseduta dal governo al 70 per cento) e Lloyds Bank [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio</strong></p>
<p>Nel <strong>Regno Unito</strong>, il Cancelliere dello Scacchiere, <strong>Alistair Darling</strong>, illustrerà questa settimana i piani del governo britannico per il futuro del sistema bancario nazionale. Tali piani prevedono letteralmente di<a href="http://www.independent.co.uk/news/business/news/darling-prepares-to-unveil-bank-shakeup-1813270.html"> &#8220;fare a pezzi&#8221; le principali banche beneficiarie del salvataggio pubblico</a>, <strong>Royal Bank of Scotland</strong> (posseduta dal governo al 70 per cento) e <strong>Lloyds Bank</strong> (pubblica al 43 per cento), e di creare tre nuove entità bancarie, che saranno vendute sul mercato. L&#8217;operazione prevede la vendita di sportelli o di controllate ed ha come obiettivo, per usare le parole di Darling, &#8220;un processo di riforma e ricostruzione in modo da avere un sistema bancario più sicuro e competitivo di quello che abbiamo attualmente, con nuovi ingressi sul mercato&#8221;.</p>
<p><span id="more-1966"></span>Dietro la manovra del governo Brown c&#8217;è la pressione dell&#8217;Unione europea, e in particolare della commissaria alla Concorrenza, <strong>Neelie Kroes</strong>, che da tempo esercita pressioni sui governi che hanno salvato i propri gruppi bancari durante la fase più acuta della crisi per <strong>cogliere l&#8217;opportunità di spezzare condizioni di potenziale eccesso di posizione dominante o comunque di dimensione critica raggiunta da alcuni istituti bancari</strong>, ed ha già trovato un primo esito nel <em>breakup </em>della olandese ING.</p>
<p>Tornando al Regno Unito, Darling si è affrettato a precisare che le operazioni di scissione avverranno &#8220;al momento opportuno&#8221;, ma la strada è ormai tracciata. Più interessante sarà capire chi saranno gli acquirenti, in un contesto di antitrust così cogente. <strong>Barclays</strong>, <strong>HSBC </strong>e probabilmente gli spagnoli di <strong>Banco Santander</strong>, che già controllano <strong>Abbey</strong>, <strong>Alliance &amp; Leicester</strong> e sportelli di <strong>Bradford &amp; Bingley</strong>, non potranno partecipare alle dismissioni. Per ora esiste l&#8217;interesse del <em>retailer </em><strong>Tesco </strong>e del gruppo <strong>Virgin</strong>. Si profila anche un&#8217;opportunità dagli occhi a mandorla?</p>
<p>Una piccola morale è tuttavia già possibile trarla: immaginate <strong>Citigroup</strong> e <strong>Bank of America</strong> costrette dal loro fedele servitore <strong>Tim Geithner</strong> a vendere propri sportelli e controllate. Un film di fantascienza, vero? Registriamo quindi con una certa soddisfazione l&#8217;iniziativa dell&#8217;Unione Europea, i cui interventi in passato molte volte ci hanno lasciati dubbiosi o apertamente contrari. Speriamo le stesse considerazioni possano essere condivise anche da alcuni detrattori &#8220;senza se e senza ma&#8221; della Ue. Per una volta, brava Europa.</p>
<hr/>
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
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		<title>Il mensile – Ottobre 2009</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2009/10/31/il-mensile-ottobre-2009/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 09:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[
Economia
La stretta che viene da Oriente
Davvero l&#8217;Asia ci salverà dalla crisi?
Il futuro del dollaro
Relazioni Internazionali
Israele, Turchia&#8230;/2
La Russia e l&#8217;era multipolare
Sui talebani, i servizi e il nostro lavoro in Afghanistan
Il declino Usa e i menestrelli anti Obama
Guinea: I paradossi dell&#8217;empatia cosmopolita
Israele, Turchia e Samuel Huntington
Il Nobel per la pace ad Obama
Hezbullah revolution in military affairs
Don&#8217;t tear [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="iwru_roundup_posts">
<h2>Economia</h2>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/27/la-stretta-che-viene-da-oriente/">La stretta che viene da Oriente</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/07/davvero-lasia-ci-salvera-dalla-crisi/">Davvero l&#8217;Asia ci salverà dalla crisi?</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/01/il-futuro-del-dollaro/">Il futuro del dollaro</a></p>
<h2>Relazioni Internazionali</h2>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/28/israele-turchia-2/">Israele, Turchia&#8230;/2</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/22/la-russia-e-lera-multipolare/">La Russia e l&#8217;era multipolare</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/21/sui-talebani-i-servizi-e-il-nostro-lavoro-in-afghanistan/">Sui talebani, i servizi e il nostro lavoro in Afghanistan</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/14/il-declino-usa-e-i-menestrelli-anti-obama/">Il declino Usa e i menestrelli anti Obama</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/13/guinea-i-paradossi-dellempatia-cosmopolita/">Guinea: I paradossi dell&#8217;empatia cosmopolita</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/12/israele-turchia-e-samuel-huntington/">Israele, Turchia e Samuel Huntington</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/09/il-nobel-per-la-pace-ad-obama/">Il Nobel per la pace ad Obama</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/08/hezbullah-revolution-on-military-affairs/">Hezbullah revolution in military affairs</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/07/dont-tear-down-this-wall-disse-margareth-thatcher/">Don&#8217;t tear down this wall &#8211; disse Margareth Thatcher</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/06/leuropa-e-troppo-importante-per-essere-lasciata-a-tony-blair/">L&#8217;Europa è troppo importante per essere lasciata a Tony Blair</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/05/le-trattative-con-liran/">Le trattative con l&#8217;Iran</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/02/la-georgia-e-la-guerra-del-2008-responsabilita-e-conseguenze/">La Georgia e la guerra del 2008: responsabilità e conseguenze</a></p>
<p class="iwru_item"><a href="http://epistemes.org/2009/10/01/sussidi-quotidiani-liberta-e-informazione/">Sussidi, quotidiani, libertà e informazione</a></p>
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		<item>
		<title>Israele, Turchia…/2</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2009/10/28/israele-turchia-2/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 06:13:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://epistemes.org/?p=1937</guid>
		<description><![CDATA[di Andrea Gilli
Abbiamo raccontato recentemente il raffreddamento dei rapporti tra Israele e la Turchia. Questo raffreddamento sembra procedere, e anche speditamente.
Israele e la Turchia sono alleati non solo politici, ma anche militari. Come l&#8217;articolo di Defense News che linkiamo ricorda, i due Paesi condividono una serie di progetti e partnership industriali nel settore militare.
Il raffreddamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p>
<p>Abbiamo raccontato recentemente <a href="http://epistemes.org/2009/10/12/israele-turchia-e-samuel-huntington/">il raffreddamento dei rapporti tra Israele e la Turchia</a>. <a href="http://www.defensenews.com/story.php?i=4330345&amp;c=FEA&amp;s=CVS">Questo raffreddamento sembra procedere</a>, e anche speditamente.</p>
<p>Israele e la Turchia sono alleati non solo politici, ma anche militari. Come l&#8217;articolo di <em>Defense News</em> che linkiamo ricorda, i due Paesi condividono una serie di progetti e partnership industriali nel settore militare.</p>
<p><span id="more-1937"></span>Il raffreddamento dei loro rapporti politici non può che portare al raffreddamento e infine alla rottura anche di questi programmi.</p>
<p>La Turchia ha molto da perderci, specie alla luce della superiorità tecnologica Israeliana. Non è detto però che Israele ne esca meglio.</p>
<p>Un alleato in meno in una regione nella quale Gerusalemme non ha alleati non è una grande notizia.</p>
<p>Insoltre, l&#8217;export militare è fondamentale per l&#8217;industria della difesa israeliana. Il venir meno della collaborazione con la Turchia, eventualmente, avrebbe risultati disarmanti.</p>
<p>Questi trend sembrano suggerire un crescente senso di accerchiamento e di isolamento da parte di Israele: senso che non può che radicalizzare la politica estera del Paese, con tutte le conseguenze che ciò comporta sulla politica del Medio Oriente.</p>
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		<title>La stretta che viene da Oriente</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2009/10/27/la-stretta-che-viene-da-oriente/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 14:36:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio
Come riporta Bloomberg, la banca centrale indiana ha ordinato ai prestatori di aumentare il cosiddetto statutory liquidity ratio, una sorta di ibrido tra coefficiente di riserva obbligatoria e vincolo di portafoglio a carico delle banche, portandolo dal 24 al 25 per cento. Ma l&#8217;India non è il solo paese a mettere mano a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio</strong></p>
<p>Come riporta <a href="http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&amp;sid=a.Cc4PTq_Tgg"><em>Bloomberg</em></a>, la banca centrale indiana ha ordinato ai prestatori di aumentare il cosiddetto <em>statutory liquidity ratio</em>, una sorta di ibrido tra coefficiente di riserva obbligatoria e vincolo di portafoglio a carico delle banche, portandolo dal 24 al 25 per cento. Ma l&#8217;<strong>India </strong>non è il solo paese a mettere mano a <strong>misure di ritiro parziale della formidabile espansione monetaria attuata negli ultimi due anni</strong>. Anche altre autorità monetarie della regione Asia-Pacifico stanno muovendosi, dopo l&#8217;aumento dei tassi ufficiali adottato giorni addietro dalla <strong>Reserve Bank of Australia</strong>, per contrastare il deterioramento delle partite correnti e la crescita di occupazione indotte dalla ripresa.</p>
<p><strong><span id="more-1947"></span>Il problema maggiore, per la regione asiatica, è al momento quello di contrastare lo sviluppo di bolle immobiliari indotte dal livello eccezionalmente basso dei tassi d&#8217;interesse e dalla enorme liquidità presente nel sistema finanziario globale</strong>. Per il momento, tuttavia, in luogo di aumenti espliciti dei tassi d&#8217;interesse, che rischiano di causare l&#8217;effetto perverso di un afflusso di &#8220;denaro caldo&#8221; in cerca di remunerazione, ed esacerbare la rivalutazione delle valute locali (peraltro già molto marcata contro dollaro e yuan), si preferisce optare per <strong>misure alternative e prevalentemente amministrative di razionamento del credito</strong>.</p>
<p>Tra tali misure alternative di raffreddamento del mercato immobiliare si segnala la stretta sul limite massimo d&#8217;indebitamento (il <em>loan-to-value ratio</em>, LTV). Ad <strong>Hong Kong</strong>, ad esempio, il LTV su case di lusso è stato ridotto dal 70 al 60 per cento. Ciò significa che gli acquirenti devono disporre di mezzi propri pari almeno al 40 per cento del valore dell&#8217;immobile. Inoltre, l&#8217;autorità governativa ha sospeso l&#8217;assicurazione pubblica per prestiti su immobili non occupati dal proprietario.  A <strong>Singapore</strong>, il governo ha vietato i prestiti che prevedono solo la corresponsione d&#8217;interesse per un periodo di tempo protratto. In <strong>Sud Corea</strong> il regolatore finanziario prevede una stretta al credito alle famiglie erogato da entità non bancarie, ed ha tagliato il LTV al 50 per cento. In <strong>Cina</strong>, dopo l&#8217;ubriacatura di credito facile dei mesi scorsi, le autorità hanno ordinato alle cinque maggiori istituzioni creditizie di aumentare gli accantonamenti per i <em>bad loans</em> e rafforzare i coefficienti patrimoniali.</p>
<p><strong>Le prossime settimane e mesi vedranno un tentativo di normalizzare le condizioni monetarie e di prevenire, nei limiti del possibile, nuove bolle speculative</strong>. Ogni paese o area valutaria adotterà le soluzioni più idonee alla congiuntura, o almeno questo è l&#8217;auspicio, il tutto nella grande incognita relativa a tempi e modalità della ripresa americana. <strong>Per l&#8217;Area Euro il problema si porrà nel momento in cui si manifesteranno velocità differenziate di crescita economica</strong>. Al momento, la <strong>Francia</strong> pare nelle migliori condizioni congiunturali, come evidenziato dalla <em>survey</em> di ottobre degli indici dei direttori acquisti.</p>
<p>La Francia potrebbe diventare (o ridiventare) il paese consumatore d&#8217;Europa, e produrre un deficit delle partite correnti utile per dare una piccola spinta ai partner di Eurolandia. Ma non è tutto roseo. In un simile scenario (ed in ogni altra ipotesi di grande paese che cresce più della media europea), la <strong>Banca Centrale Europea</strong> verrebbe posta di fronte ad un dilemma di politica monetaria: se lascia i tassi invariati, il paese che cresce di più, e che sperimenta una ripresa inflazionistica, vedrebbe la propria crescita drogata da tassi d&#8217;interesse reali negativi, che condurrebbero ad un boom dei consumi e del credito. E&#8217; il temuto scenario di <strong>bolla creditizia irlandese e spagnola</strong>, che dovrebbe essere gestito dal paese interessato, ricorrendo ad una stretta fiscale. Se la Bce decidesse invece una stretta monetaria per contrastare la crescita eccessiva di alcuni paesi, danneggerebbe l&#8217;economia di paesi in ritardo nella ripresa, come rischia di essere il nostro.</p>
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		<title>La Russia e l’era multipolare</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2009/10/22/la-russia-e-lera-multipolare/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 06:02:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Gilli
Sempre a supporto della nostra tesi per cui il mondo starebbe osservando un declino relativo degli Stati Uniti e dell&#8217;Occidente più in generale arriva la notizia del rafforzamento della &#8220;NATO&#8221; russa.
Mosca, in altri termini, starebbe convincendo con le buone (cooperazione) o con le cattive (coercizione) le Repubbliche centrasiatiche ad entrare in questa organizzazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p>
<p>Sempre a supporto della nostra tesi per cui il mondo starebbe osservando un <a href="http://epistemes.org/2009/10/14/il-declino-usa-e-i-menestrelli-anti-obama/">declino relativo degli Stati Uniti</a> e dell&#8217;Occidente più in generale arriva la notizia del <strong>rafforzamento della <a href="http://search.defensenews.com/sp?eId=200&amp;gcId=27669710&amp;rNum=1&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.defensenews.com%2Fstory.php%3Fi%3D4328088&amp;siteIdType=2">&#8220;NATO&#8221; russa</a></strong>.</p>
<p><span id="more-1932"></span><strong>Mosca, in altri termini, starebbe convincendo con le buone (cooperazione) o con le cattive (coercizione) le Repubbliche centrasiatiche ad entrare in questa organizzazione CSTO</strong> che, nella sostanza, vorrebbe essere una brutta copia della NATO.</p>
<p>Il dato è rilevante perché dimostra, da un lato, come <strong>Mosca possa permettersi queste iniziative e agire tutto sommato indisturbata</strong>. E dall&#8217;altra, come ottenga anche un <strong>discreto successo</strong>.</p>
<p>Gli interrogativi sono molteplici. In primo luogo, bisogna chiedersi <strong>se con la ricerca esasperata della sicurezza energetica europea attraverso l&#8217;Asia centrale (per evitare la dipendenza Russa) non abbiamo proprio portato Mosca a concentrarsi su questa zona</strong>.</p>
<p>In secondo luogo, <strong>con la Russia che riesce a rientrare così d&#8217;impatto in Asia centrale, bisogna chiedersi quanto oculata sia la nostra strategia in Afghanistan</strong>. Ha senso che la Russia non vi partecipi?</p>
<p>Infine, <strong>se è vero che Mosca si può permettere queste initiave in virtù della sua ritrovata forza relativa, non è assurdo chiedersi se la strategia americana</strong>, <a href="http://epistemes.org/2009/09/24/gli-errori-di-obama/">spesso contraddittoria e a breve raggio durante l&#8217;era Obama</a>, <strong>non abbia anche incentivato Mosca all&#8217;azione</strong>.</p>
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		<item>
		<title>Sui talebani, i servizi e il nostro lavoro in Afghanistan</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/Epistemesorg/~3/WnYhI6MEXYI/</link>
		<comments>http://epistemes.org/2009/10/21/sui-talebani-i-servizi-e-il-nostro-lavoro-in-afghanistan/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 07:35:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://epistemes.org/?p=1930</guid>
		<description><![CDATA[di Andrea Gilli
Commentiamo, con un certo ritardo, la notizia apparsa la scorsa settimana secondo la quale i nostri Servizi Segreti avrebbero direttamente pagato i talebani perchè questi non ci attaccassero.
Le possibilità sono due. O la notizia è falsa. Oppure è vera. Sembra lapalissiamo, ma per trarre alcune conclusioni bisogna partire da questo bivio.
Se la notizia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p>
<p>Commentiamo, con un certo ritardo, la notizia apparsa la scorsa settimana secondo la quale i<strong> nostri Servizi Segreti avrebbero direttamente pagato i talebani perchè questi non ci attaccassero</strong>.</p>
<p><span id="more-1930"></span>Le possibilità sono due. <strong>O la notizia è falsa. Oppure è vera</strong>. Sembra lapalissiamo, ma per trarre alcune conclusioni bisogna partire da questo bivio.</p>
<p><strong>Se la notizia è falsa</strong>, bisogna fare due ordini di considerazioni. In primo luogo, <strong>chi e perchè ha intenzione di indebolirci e di mettere a rischio il nostro contingente</strong>. Non lo sappiamo, anche se la provenienza della notizia (Londra) suggerisce &#8211; se questo fosse il caso &#8211; <strong>un certo disappunto in ambienti NATO/anglo-sassoni nei nostri confronti</strong>.</p>
<p>A supporto di questa possibile ipotesi arrivano due indizi. <strong>Il governo britannico non si è premurato di prendere le distanze</strong>, specificare, rettificare. E&#8217; la stampa bellezza, si dirà. Non proprio: qui ne va di mezzo la sicurezza dei nostri soldati, nonchè l&#8217;onore e il rispetto di tutto il nostro Paese.</p>
<p><strong>E l&#8217;ambasciata americana a Roma non ha tenuto un comportamento molto diverso</strong>: chiamata ad intervenire si è detta estranea a queste faccende.</p>
<p><strong>Alternativamente, la notizia è vera</strong>. Seppure smentita da più parti, la nostra opinione &#8211; priva di riscontri fattuali &#8211; è che probabilmente sia proprio così: avremmo pagato ripetutamente i talebani per non farci attaccare.</p>
<p>Gli indizi sono innumerevoli e ciò <strong>spiegherebbe anche la freddezza di Londra e Washington</strong>. In primo luogo, <strong>non è la prima volta che paghiamo terroristi o guerriglieri</strong> perchè non ci attacchino o per riavere i nostri ostaggi.</p>
<p>Si ricordi i patti impliciti con l&#8217;OLP negli anni Ottanta, per cui in cambio della nostra attiva neutralità verso Arafat, il nostro Paese era fondamentalmente protetto dal terrorismo palestinese. Simile fu la nostra condotta in Libano nell&#8217;82, e anche nel 2006, quando il primo obiettivo del governo di allora fu rassicurare Hezbollah sulla nostra volontà di non intaccare le sue capacità operative.</p>
<p>A ciò va poi sommata <strong>la nostra particolare propensione a partecipare a missioni militari internazionali senza però voler poi combattere</strong>: Iraq, Libano e Afghanistan sono l&#8217;esempio migliore.</p>
<p>Infine, <strong>il governo italiano, come risposta, ha chiesto una rettifica da parte del governo afghano. Se consideriamo tutti gli aiuti che diamo al Paese, sarebbe strano aspettarsi un comportamento diverso da parte di Kabul</strong>.</p>
<p>In conclusione, <strong>se la notizia è falsa, allora bisogna davvero ragionare sulla nostra presenza in Afghanistan</strong>: noi stiamo là, e inglesi e americani decidono che alla fine un po&#8217; di fango e un po&#8217; di proittili contro il nostro contingente non possono che fare bene.</p>
<p><strong>Oppure la notizia è vera. In questo caso, la grande presa in giro della nostra vocazione internazionale sarebbe svelata a tutto il mondo</strong> in presa diretta. In Afghanistan non salveremmo alcun afghano, non combatteremmo alcun talebano, non lavoreremmo per la libertà e la sicurezza dell&#8217;Occidente: invece, staremmo là per fare bella figura con i nostri alleati, ma senza alcuna intenzione di essere sottoposti a dei rischi. Dei cialtroni, in altre parole.</p>
<p>Tra le due ipotesi è onestamente difficile capire quale preferire, anche se è evidente quale sia la più credibile.</p>
<hr/>
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