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	<title>CHICAGO BLOG</title>
	
	<link>http://www.chicago-blog.it</link>
	<description>diretto da Oscar Giannino</description>
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		<title>Senza “exit strategy”, nuove bolle in arrivo. Ma stavolta non le si addebiti al mercato</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2009/11/10/senza-%e2%80%9cexit-strategy%e2%80%9d-nuove-bolle-in-arrivo-ma-stavolta-non-le-si-addebiti-al-mercato/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 23:29:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Davvero riesce difficile capire come si farà, la prossima volta che il mondo ci cadrà sulla testa, a buttare di nuovo la croce addosso al mercato selvaggio e agli speculatori.
La notizia dell’ultima ora ci racconta di borse di tutto il mondo alle stelle a seguito della decisione dei membri del G20 di rinviare ad un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Davvero riesce difficile capire come si farà, la prossima volta che il mondo ci cadrà sulla testa, a buttare di nuovo la croce addosso al mercato selvaggio e agli speculatori.</p>
<p>La notizia dell’ultima ora ci racconta di borse di tutto il mondo alle stelle a seguito della decisione dei membri del G20 di rinviare ad un domani del tutto indefinito la “exit strategy”. In altre parole, il ritorno a logiche economiche responsabili.<span id="more-3672"></span></p>
<p>Ecco cosa scrive Sara Bennewitz sul sito de “La Repubblica” in un articolo intitolato “<a href="http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/economia/borsa-nov/borsa-9nov/borsa-9nov.html">G20, la proroga degli incentivi fa correre le borse</a>”:</p>
<blockquote><p>Partite in positivo fin dalla mattinata, le Borse europee hanno accelerato sul finale dopo la positiva partenza di Wall Street e sulla scia del G20 concluso sabato scorso. Le venti maggiori economie del mondo hanno deciso di non andare avanti con la “exit strategy” e quindi proseguiranno sia le politiche monetarie espansive e sia i piani di stimoli economici dei governi.</p></blockquote>
<p>I titoli salgono perché gli investitori trovano opportuno acquistare le azioni di aziende che sono destinate a ricevere aiuti di Stato e prestiti a tassi nulli. Ma di chi di è la colpa? Di chi gestisce denaro per investimenti, e ovviamente lo piazza dove può trovare opportunità di profitto, oppure di chi sta drogando in maniera irresponsabile il sistema economico globale e quindi crea un sistema di incentivi del tutto falsato? La domanda è retorica, ovviamente.</p>
<p><a href="http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5jmT59dgLTTziX4p9X9MRBRpWZGdQD9BS9J782">Come riporta l’agenzia Associate Press</a>, per Brian Battle (della Performance Trust Capital Partners di Chicago) “c’è denaro a buon mercato che ora viene iniettato nel sistema e che sta dirigendosi verso i mercati delle monete e delle materie prime&#8221;. (Se le cose stessero così non solo adesso ma anche negli ultimi 36 mesi, lo scetticismo espresso da Carlo Stagnaro nel <a href="http://www.chicago-blog.it/2009/11/09/il-petrolio-vittima-o-carnefice/#more-3665">post precedente</a> risulterebbe ancor più giustificato.)</p>
<p>In realtà, non sappiamo e non è facile sapere se le bolle siano già “in mezzo a noi”, e dove siano. Ma una cosa appare certa: questo modo di manipolare la politica economica e quella monetaria può solo creare problemi a catena. Forse i signori del G20 – o almeno alcuni di loro – in parte se ne avvedono, ma certo non è agevole scendere da una vettura in corsa che sta viaggiando a 300 all’ora, specie se ci si rende conto che non si è assolutamente in grado di modificarne il comportamento senza andare a sbattere contro i maggiori interessi coalizzati.</p>
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		<title>Il petrolio: vittima o carnefice?</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 16:12:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
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		<category><![CDATA[petrolio]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando un giorno, tra tanti anni, avremo una visione chiara di quello che è accaduto in questi anni, una domanda a cui qualcuno dovrà rispondere è: che ruolo ha avuto il petrolio? In quasi tutte le crisi passate, e non solo in quelle che non a caso chiamiamo petrolifere del &#8216;73 e &#8216;79, i prezzi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando un giorno, tra tanti anni, avremo una visione chiara di quello che è accaduto in questi anni, una domanda a cui qualcuno dovrà rispondere è: che ruolo ha avuto il petrolio? In quasi tutte le crisi passate, e non solo in quelle che non a caso chiamiamo petrolifere del &#8216;73 e &#8216;79, i prezzi del greggio sono stati una delle cause evidenti del rovescio economico. Nel 2007-2009 le cose sono andate diversamente. Secondo quanto <a href="http://blogs.ft.com/energy-source/2009/11/09/did-oil-cause-the-latest-recession-iea-weighs-into-the-debate/">anticipato da Kate Mackenzie</a>, l&#8217;Agenzia internazionale dell&#8217;energia, che domani presenterà il <em><a href="http://www.iea.org/W/bookshop/add.aspx?id=388">World Energy Outlook 2009</a></em>, esprime una prima sentenza: di colpevolezza.</p>
<p><span id="more-3665"></span></p>
<p>I prezzi del petrolio hanno conosciuto, da inizio anni Duemila, una corsa senza precedenti, per entità e persistenza degli aumenti. Il massimo, un soffio sotto i 150 dollari a barile, è stato raggiunto nel luglio 2008, circa un anno dopo lo scoppio della bolla dei mutui <em>subprime </em>e un paio di mesi prima del fallimento Lehman, convenzionalmente assunto come snodo in cui la crisi passa dal mondo finanziario all&#8217;economia reale. Secondo l&#8217;Agenzia di Parigi, le quotazioni del greggio avrebbero una responsabilità &#8220;importante, seppure secondaria&#8221; nell&#8217;avvio della recessione. In effetti, negli anni scorsi si erano moltiplicati i segnali di preoccupazione, riguardo agli effetti nefasti che un petrolio troppo costoso avrebbe potuto generare.</p>
<p>Sono un po&#8217; scettico su questa conclusione, ma non su un punto: che, anche ammesso che il petrolio stia dalla parte dei cattivi, ha svolto al più le mansioni del gregario. La crisi è iniziata su un terreno di fatto privo di influenze petrolifere (non è vero il contrario, naturalmente) e si è trasmessa all&#8217;economia reale <em>dopo </em>l&#8217;avvio del &#8220;controrally&#8221;. Anzi, a mio avviso è la dinamica petrolifera &#8211; prima verso l&#8217;alto, poi verso il basso &#8211; ad aver seguito le tendenze macroeconomiche più generali. Non solo perché almeno in parte l&#8217;aumento dei prezzi petroliferi è stato frutto e del deprezzamento del dollaro, e della sfiducia nei mercati finanziari che ha spinto molti investitori verso quello che (a torto) percepivano come un bene rifugio.</p>
<p>Lo stesso crollo delle quotazioni del barile è figlio di un calo della domanda, che è innescato non già dai rincari &#8211; che avevano messo in moto dinamiche di efficienza, come emerge per esempio dai dati sulle vendite di auto negli Usa &#8211; ma dal terremoto finanziario e dal progressivo prosciugarsi dei canali del credito alle imprese, oltre che dall&#8217;andamento sempre più negativo dell&#8217;economia. Inoltre, proprio a causa della componente speculativa che incorpora, il petrolio ha manifestato tendenze anomale e incomprensibili, a tratti (penso a una parte almeno dei rincari più recenti, dal punto di minimo a inizio anno).</p>
<p>La mia sensazione è che, questa volta, il petrolio sia innocente. Oltre alla speculazione, la causa prima dell&#8217;aumento pre-2008 è stata evidentemente la domanda delle economie emergenti, mentre in seguito la causa prima della riduzione è stata il crollo dei consumi americani ed europei. Crollo, lo ripeto, non causato dall&#8217;effetto prezzi, ma trainato dalla crisi. Vedremo, domani, le ragioni dell&#8217;Agenzia. Per ora, attendiamo scettici.</p>
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		<title>Il Cipe, la macchina del tempo e il ponte sullo spreco</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 16:10:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ugo Arrigo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[grandi opere]]></category>
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		<description><![CDATA[Non vi sono altre spiegazioni possibili alla decisione del Cipe di venerdì scorso di bloccare lo stanziamento di 800 milioni di euro previsti per la banda larga e nello stesso tempo di finanziare con 1,3 miliardi il progetto del ponte sullo stretto: in mezzo al tavolo quadrato che arreda la sala Cipe del palazzo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non vi sono altre spiegazioni possibili alla decisione del Cipe di venerdì scorso di bloccare lo stanziamento di 800 milioni di euro previsti per la banda larga e nello stesso tempo di finanziare con 1,3 miliardi il progetto del ponte sullo stretto: in mezzo al tavolo quadrato che arreda la sala Cipe del palazzo di via XX Settembre, storica sede del Ministero del Tesoro, deve essere apparsa la macchina del tempo del film ‘Ritorno al Futuro’ e aver riportato indietro di qualche decennio i membri dell’illustre comitato. Solo così diventa razionale la priorità che è stata data: il ponte sullo stretto è un grande opera resa immensamente inutile dalla liberalizzazione dei cieli europei (completata nel 1997) e dal conseguente sviluppo del trasporto aereo.<br />
Se fino alla metà degli anni ’90 l’utilizzo del mezzo aereo non era alla portata di tutti e molti italiani si facevano ancora in auto la penisola per imbarcarsi sui traghetti tra Scilla e Cariddi, oggi non è più così: le merci viaggiano sempre più in nave, magari su comodi trasporti Ro-Ro, mentre i passeggeri, anche i più giovani e squattrinati, prendono l’aereo. Furono solo 3,7 milioni negli aeroporti siciliani nel 1990 ma già 7,2 nel 2000 e oltre 11 milioni nel 2007 e 2008. Nello stesso periodo il trasporto ferroviario passeggeri e merci, che secondo le previsioni dell’advisor economico del progetto era destinato ad una crescita impetuosa, si è praticamente dissolto.<br />
Prima di buttare nello stretto un sacco di quattrini del contribuente di stato ‘high cost’ non era forse meglio se il governo faceva rivedere l’analisi di economicità dell’opera, ormai risalente a quasi dieci anni fa, lasciando prevedibilmente spazio al viaggiatore di mercato ‘low cost’?</p>
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		<title>Obamacare. L’attivismo cattolico</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2009/11/08/obamacare-lattivismo-cattolico/</link>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 18:05:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pasquale Annicchino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A quello che ha scritto Oscar Giannino mi permetto solo di aggiungere una piccola considerazione. A costo di sembrare ripetitivo.  Il fattore “religione” è stato decisivo anche in questo caso. Come scrive il Christian Science Monitor fino all’ultimo momento erano ben 40 i voti contesi. Soltanto la decisione di inserire  una clausola che vieta l’utilizzo di fondi federali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">A quello che <a href="http://www.chicago-blog.it/2009/11/08/sanita-in-senato-con-questa-luna-obama-non-passa/">ha scritto Oscar Giannino</a> mi permetto solo di aggiungere una piccola considerazione. A costo di sembrare ripetitivo.  Il fattore “religione” è stato decisivo anche in questo caso. Come scrive il <a href="http://features.csmonitor.com/politics/2009/11/07/on-healthcare-reform-house-lawmakers-get-past-the-abortion-hurdle/">Christian Science Monitor</a> fino all’ultimo momento erano ben 40 i voti contesi. Soltanto la decisione di inserire  una clausola che vieta l’utilizzo di fondi federali per finanziare l’aborto (salvo alcune eccezioni) ha permesso a molti  <em>pro-life Democrats</em> indecisi di varcare il Rubicone. Il CSM racconta dell’attivismo dei lobbisti della <em>Catholic Bishop’s Conference</em> nelle stanze di Nancy Pelosi. Per carità, tutto legittimo e trasparente soprattutto in America.  Avendo conseguito questo risultato, non è da escludere che i vescovi riescano a persuadere qualche Repubblicano per il voto in Senato.  D’altronde <a href="http://blogs.cbn.com/thebrodyfile/archive/2009/11/07/read-u.s.-conference-of-catholic-bishops-letters-of-support-for.aspx">la lettera del 7 novembre</a> parla chiaro:</p>
<blockquote><p><em>For the Catholic Church, health care is a basic human right and providing health care is an essential ministry. We pick up the pieces of this failing system in our emergency rooms, clinics, parishes and communities. This is why we strongly support Congressional action on health care reform which protects human life and dignity and serves the poor and vulnerable as a moral imperative and an urgent national priority.</em></p></blockquote>
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		<title>Sanità, in Senato con questa luna Obama non passa</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 17:36:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il voto alla Camera dei Rappresentanti sulla sanità è un successo solo per modo di dire, per l&#8217;amministrazione Obama. Il sì per soli 5 voti di maggioranza contro 215 voti negativi si deve al fatto che un solo repubblicano ha votato per l&#8217;Healthcare Bill, mentre la bellezza di 39 democratici hanno votato contro. Su moltissimi siti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il voto alla Camera dei Rappresentanti sulla sanità è un successo solo per modo di dire, per l&#8217;amministrazione Obama. Il sì per soli 5 voti di maggioranza contro 215 voti negativi si deve al fatto che un solo repubblicano ha votato per l&#8217;Healthcare Bill, mentre la bellezza di 39 democratici hanno votato contro. Su moltissimi siti USA potete leggere in queste ore analisi a iosa, sul fatto che ben 31 su 39 appartengono a distretti dove i repubblicani erano andati bene alle presidenziali o sono tradizionalmente forti, su come molti di essi appartengano  agli old blue dogs che sono tradizionalmente i più centristi e i meno liberal, e via proseguendo. Ma se questo è stato il risicato esito alla Camera, dove la maggioranza democratica è schiacciante, una cosa appare non dico sicura ma molto probabile: al Senato questo testo NON passa. E quando inizieranno a cambiarlo, vedremo se non sarà l&#8217;inizio dello stillicidio di una presidenza che comincia avere molta ma molta condensa sul suo parabrezza, e molta ma molta meno sicumera di aver messo al bando i conservative per chissà quanti decenni.</p>
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		<title>“Ad verecundiam”. Ovvero, prendi l’arte e mettila da parte</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 17:25:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Marco Paolini è un attore di qualità: forse uno tra i migliori dell’Italia di oggi. Sa occupare la scena e, anche da solo, è capace di mentenere viva l’attenzione del pubblico, usando la mimica e la voce, e soprattutto avendo la capacità di adattare la propria presenza alle diverse situazioni. Da tempo, Paolini predilige un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marco Paolini è un attore di qualità: forse uno tra i migliori dell’Italia di oggi. Sa occupare la scena e, anche da solo, è capace di mentenere viva l’attenzione del pubblico, usando la mimica e la voce, e soprattutto avendo la capacità di adattare la propria presenza alle diverse situazioni. Da tempo, Paolini predilige un teatro “civile”: una realtà che ha una lunga tradizione e vanta anche nomi illustri.<span id="more-3647"></span></p>
<p>In questo filone uno dei nomi più significativi è quello di Bertolt Brecht, che fu artista e comunista (ce ne furono molti, nel Novecento), e talmente comunista la scegliere la Germania Est negli anni del più duro regime staliniano. Le idee di Brecht possono spesso rendere sgradevoli le sue opere e i suoi scritti, ma non bastano a togliere valore alle sue creazioni. Lo capì anche Kurt Weill, che invece era un conservatore, ma che per molti anni collaborò con Brecht, quale autore delle musiche. (Poi un giorno non resse più, e si può comprendere.)</p>
<p>Le qualità estetiche di un autore o di un interprete, ad ogni modo, non dipendono in maniera lineare dalla fondatezza delle sue tesi.</p>
<p>D’altra parte, Wilhelm Furtwängler era nazista, come Ernst Jünger, ma questo non basta a farci ritenere che il primo non sia stato un ottimo musicista e il secondo non sia stato un eccezionale scrittore. Più vicino a noi, fu fascista Luigi Pirandello, ma non per questo il suo teatro non è di valore.</p>
<p>Tutto ciò per dire che in fondo conta assai poco che Marco Paolini abbia idee tanto inconsistenti e scontate sulla libertà individuale, e quindi sul mercato, sulla globalizzazione, sul profitto. Insomma, se anche – intervistato da Fare Futuro (<a href="http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&amp;Art=2729&amp;Cat=1&amp;I=immagini/Foto%20O-Q/paolini_int.gif&amp;IdTipo=0&amp;TitoloBlocco=L%27Intervista&amp;Codi_Cate_Arti=39">Marco Paolini: “Miserabile è chi non sceglie il proprio futuro”</a>) – ci dice che “Margaret Thatcher è icona di una visione del mondo che rinuncia alla comunità per cedere il passo all’individuo-acquirente-consumatore” (?) e sembra quasi sognare un’umanità-orda in cui il singolo non esiste (poiché è interamente inglobato dalla comunità), Paolini può restare un bravo attore. Le sue idee sono altra cosa rispetto al suo teatro.</p>
<p>C’è però un’ulteriore considerazione da fare.</p>
<p>Nel dibattito pubblico, per favore, si eviti di scambiare Paolini, o Jovanotti, o Fo, o Bono, o qualche altro più o meno bravo attore e musicista per una persona che è in grado di riflettere sensatamente sulla società. In logica e retorica si chiama <em>argumentum ad verecundiam</em> quell’argomento che cerca di ottenere ragione tramite l’appello ad autorità riconosciute dagli altri. Ma questo anche se nulla hanno a che fare con l’argomento specifico!</p>
<p>Spesso i politici utilizzano i diversi artisti esattamente al fine di rendere un po’ più sexy le loro idee: ma si tratta, appunto, di un imbroglio. Anche nel dibattito delle idee qualcuno può essere tentato da tutto ciò, ma – lo ripeto – non è una cosa seria usare come trappola questo appello ad un’autorità impropria.</p>
<p>Come scrive Stefano Bertea, “incorrerebbe in tale fallacia, ad esempio, colui che adducesse a giustificazione della validità di una propria tesi economica delle osservazioni contenute in una canzone di John Lennon” (Stefano Bertea – Andrea Porciello, <em>Breve introduzione alla logica e alla informatica giuridica</em>, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, p. 19).</p>
<p>Esattamente: Lennon non era un cultore di scienze sociali. Ma è possibile che, paragonato al nostro Paolini, possa anche apparirci un autentico gigante.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Fiat, per la prima volta un Marchionne trombone</title>
		<link>http://www.chicago-blog.it/2009/11/07/fiat-per-la-prima-volta-un-marchionne-trombone/</link>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 20:26:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sarà che sono nato e cresciuto a Torino, Mirafiori Nord, tra corso Agnelli e corso Tazzoli. Diversi decenni fa, quando il quartiere era una repubblica socialista sovietica col Pci oltre il 70%, ma erano al contempo tutti devoti agli Agnelli e alla Juventus, ho contratto un doppio anticorpo: ai comunisti, e ai padroni che campano grazie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarà che sono nato e cresciuto a Torino, Mirafiori Nord, tra corso Agnelli e corso Tazzoli. Diversi decenni fa, quando il quartiere era una repubblica socialista sovietica col Pci oltre il 70%, ma erano al contempo tutti devoti agli Agnelli e alla Juventus, ho contratto un doppio anticorpo: ai comunisti, e ai padroni che campano grazie allo Stato. Sin qui, in quattro anni, Marchionne era sempre stato di tutt&#8217;altra pasta, rispetto a quell&#8217;insopportabile tono &#8220;noi siamo l&#8217;Italia&#8221; con cui gli Agnelli incassavano gli aiuti di Stato da una parte, e dall&#8217;altra regolarmente continuavano ogni ics anni a rischiare il fallimento se non li salvava Cuccia. Ma la dichiarazione di Marchionne sul mezzo miliardo di crediti che la Fiat vanta dallo Stato mi ha fatto per la prima volta tornare il pessimo sapore di un tempo in bocca. Qui crediti alla Fiat spettano, per carità, visto che gli incentivi all&#8217;auto sono stati concessi per legge dall&#8217;attuale governo. Ma l&#8217;auto li ha avuti e gli altri settori no. Se l&#8217;auto a Torino è tornata a vedere l&#8217;utile nel terzo trimestre, lo deve a questo. Se ha sostenuto fatturato e margini, lo deve a questo. Che tutto questo ora Marchionne lo presenti come merito proprio, e anzi tronfiamente accusi lo Stato di non pagare il suo credito abbastanza in fretta, quando nella sanità del sud i fornitori privati attualmente sono pagati anche a 800 giorni dalla fatturazione, è un vero schifo. Anche i migliori, evidentemente, possono contrarre a lungo andare le malattie genetiche delle imprese che guidano.</p>
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		<title>A vent’anni dal muro. Non dimenticare</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 16:50:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Stagnaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[arengo]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[muro di berlino]]></category>
		<category><![CDATA[Reagan]]></category>

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(Hat tip: L&#8217;Arengo)
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			<content:encoded><![CDATA[<p> <object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/eU9xFo1wcUk&amp;hl=en&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/eU9xFo1wcUk&amp;hl=en&amp;fs=1&amp;" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
<p>(Hat tip: <em><a href="http://www.arengo.info">L&#8217;Arengo</a></em>)</p>
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		<title>A vent’anni dal muro: non dimenticare</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 14:43:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Mingardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[muro di berlino]]></category>
		<category><![CDATA[ronald reagan]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi impressiona un poco che, nelle rievocazioni della caduta del Muro, manchi puntualmente un protagonista: Ronald Reagan, ridotto a comprimario in resoconti in cui si celebra la lungimiranza di Gorbaciov o Kohl, o si rivaluta Craxi spietatamente (e giustamente) confrontato con la miopia dei leader del PCI. L&#8217;assenza di Reagan e&#8217; la rimozione del piu&#8217; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi impressiona un poco che, nelle rievocazioni della caduta del Muro, manchi puntualmente un protagonista: Ronald Reagan, ridotto a comprimario in resoconti in cui si celebra la lungimiranza di Gorbaciov o Kohl, o si rivaluta Craxi spietatamente (e giustamente) confrontato con la miopia dei leader del PCI. L&#8217;assenza di Reagan e&#8217; la rimozione del piu&#8217; ideologicamente pericoloso dei protagonisti di quelle vicende. L&#8217;unico forse che lucidamente perseguiva cio&#8217; che si sarebbe poi verificato, abbattuto il Muro: un&#8217;esplosione di liberta&#8217;. Un modesto contributo per non dimenticare e non dimenticarlo. Mr Gorbaciov, Tear Down This Wall.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/WjWDrTXMgF8&amp;hl=en&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/WjWDrTXMgF8&amp;hl=en&amp;fs=1&amp;" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
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		<title>Italia meno disoccupata. Oro o princisbecco?</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 08:48:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Oscar Giannino</dc:creator>
				<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[ue]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;Economist affronta in questo e questo articolo il tema di che cosa l&#8217;America e l&#8217;Europa abbiano reciprocamente da imparare, considerando i rispettivi tassi di disoccupazione. Effettivamente, il tasso medio dell&#8217;euroarea è poco sotto il 10%, quello USA l&#8217;ha appena superato. Ma ciò che offre argomento su cui riflettere è che in Europa Germania e Italia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Economist affronta in <a href="http://www.economist.com/opinion/displayStory.cfm?story_id=14803179" target="_blank">questo</a> e <a href="http://www.economist.com/opinion/displaystory.cfm?story_id=14793440" target="_blank">questo</a> articolo il tema di che cosa l&#8217;America e l&#8217;Europa abbiano reciprocamente da imparare, considerando i rispettivi tassi di disoccupazione. Effettivamente, il tasso medio dell&#8217;euroarea è poco sotto il 10%, quello USA l&#8217;ha appena superato. Ma ciò che offre argomento su cui riflettere è che in Europa Germania e Italia, i due paesi più manifatturieri ed esportatori che proprio per questo perdono tra i 6 e i 5 punti di Pil dacché la crisi è iniziata, sono tra quelli coi più bassi tassi di disoccupazione. C&#8217;è di che fare trionfalismo? Immaginavo di leggerne, oggi, sui media italiani che lo accostano all&#8217;annuncio che abbiamo superato come sesto paese al mondo il Regno Unito, e all&#8217;indicatore anticipatore Ocse &#8211; uno strumento del tutto inservibile, dal punto di vista quantitativo, che da qualche mese è però la delizia della politica italiana &#8211; che torna a dire che l&#8217;Italia uscirà dalla crisi meglio di tanti altri. Così è, infatti, la retorica impazza. Secondo me, di gonfiare le gote non è il caso. Di riflettere, sì. <span id="more-3633"></span></p>
<p>Germania e Francia sono tra i paesi europei che, davanti alla crisi, hanno varato praticamente l&#8217;intero spettro di politiche attive pubbliche di sostegno all&#8217;occupazione rilevate dall&#8217;Ocse. Lavoratori che diventando a tempo determinato o parziale mantengono integrazione al reddito pari a quello conseguito quando erano a tempo pieno e-o indeterminato, sgravi fortissimi o addirittura sospensioni del pagamento dei contributi sui lavoratori che entrano in programmi di ristrutturazione differita rispetto a quella richiesta dall&#8217;azienda da cui dipendono, e via proseguendo.</p>
<p>L&#8217;Italia, al contrario, non ha fatto nulla di tutto questo. Anche l&#8217;Economist giustamente rileva che siamo tra i grandi paesi europei quello i cui strumenti di integrazione del reddito ai disoccupati sono quelli meno lontani dal modello americano. E questo è un bene. Ciò che rende meno alta la disoccupazione aggiuntiva nell&#8217;unità di tempo, nel nostro caso, è il molto maggior ritardo delle imprese a ristrutturare, rispetto alla decisione assoluta messa in mostra da quelle americane, dove la produttività nel terzo trimestre, a fronte del record di disoccupati da oltre 25 anni, è salita stellarmente di oltre il 9%.</p>
<p>In sintesi. I grandi Paesi europei con meno disoccupati stanno accumulando più deficit pubblico per programmi straordinari di welfare ai senza lavoro, ma contano su una domanda interna come contributo alla ripresa del Pil quasi dovunque maggiore che da noi. Noi conteniamo invece i disoccupati perché rallentiamo più di altri la razionalizzazione dei fattori produttivi necessaria a ripartire con forza da perimetri e volumi più ristretti, ma con maggiore innovazione. La minor disoccupazione odierna da noi sarà una più bassa partecipazione al mercato del lavoro domani &#8211; è stato così negli anni alle nostre spalle, in cui grazie a maggior flessibilità abbiamo innalzato di poco il tasso di occupazione giovanile, e di pochissimo quello femminile &#8211; per gli altri un denominatore più elevato che renderà meno oneroso il debito pubblico, nel rapporto tra questo e il prodotto nazionale. Aspettiamo dunque, prima di vani trionfalismi. È stato positivo gestire in deroga l&#8217;estensione degli ammortizzatori, preferita dal governo al vano torneo che si sarebbe scatenato in parlamento e sui media con l&#8217;opposizione, in caso di loro riforma strutturale. Ma bisognerebbe avere il fegato di alcune rotture di continuità proprio oggi, sulla tasse e sulle regole del mercato del lavoro e delle pensioni, per accelerare la crescita e renderla meglio sostenibile. Alora sì, avremmo imparato qualcosa dagli errori del passato e lo avremmo messo a frutto.</p>
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