Blog Notes (feed rss) http://www.bookcafe.net/blog/ weblog di Giuseppe Granieri it Giuseppe Granieri Cold Fusion MX g.granieri[AT]bookcafe.net g.granieri[AT]bookcafe.net Il Piano B per giornalisti A Bangkok hanno presentato l'ultimo World Press Trend, il rapporto annuale della World Association of Newspapers and News Publishers. Ci sono un sacco di dati, ma fondamentalmente poco che non si sia già detto e ridetto in questi aultimi anni.
Per me il vero takeaway è la conferma del fatto che non c'è mai stata una domanda così forte di giornalismo e informazione. E che questa evidenza va accompagnata da un'altra di matrice opposta: non sono più solo i giornali (e i giornalisti) a fare informazione.

I quotidiani sono solo «una piccola parte del consumo totale di internet, rappresentando solo il 7% delle visite, solo l'1,3% del tempo speso, e solo lo 0,9% del totale delle pagine viste».
Ma fatti un'idea tua. Te ne parlano, in italiano, Marco Bardazzi su La Stampa e Lsdi.

Il piano B per i giornali.
Sul versante industriale -quello che racconta di costi e fatturati, quello dove la crisi agisce come un piano inclinato su cui scivolano via le certezze- nessuno ha soluzioni convincenti. Ma ci sono diverse letture interessanti.
La prima è un bel pezzo del solito Mathew Ingram, che costruisce un paragone tra editoria di news e industria automobilistica.
Va letto soprattutto perchè suggerisce quali siano le convinzioni radicate che l'Huffington Post ha letteralmente divelto. E sono, come di consueto, osservazioni lucide e stimolanti. Il pezzo si intitola: If media is being disrupted like the car industry, then who is the Tesla Motors of media?.

Però, soprattutto, dovresti leggere un post non recentissimo di Keith Perch. La sua analisi è chirurgica e si conclude proponendo una risposta alla domanda che tutti si fanno: «come si convincono di nuovo i lettori a pagare per le informazioni?»
La risposta di Keith è argomentata. Te la riassumo in breve. «Questo», spiega, «non accadrà finchè i lettori non troveranno un valore nelle notizie abbastanza elevato da motivare i costi -enormi- di produzione del giornalismo».
Ma dedicaci del tempo, soprattutto all'ultimo -lungo- paragrafo: No sign of digital rescue as newspaper revenues continue to collapse

E per completare lo scenario con altri dettagli interessanti, leggi anche questo pezzo che ha un titolo che dice tutto: As Publishers Play Defense, Innovators Move Ahead.

Chi ha più bisogno dei reporter?
A margine, c'è un pezzo di opinione del New York Times che riflette su come il giornalismo stia subendo, oltre alla disruption industriale, anche pressioni da altri fattori. Ad esempio la disintermediazione.
Vale una riflessione: Who Needs Reporters?

Il piano B per i giornalisti.
Da diversi anni, parlando con gente del settore (giornalisti, ma anche persone che lavorano nell'editoria), ho la sensazione che ci siano fondamentalmente tre approcci.
Il primo, quello di chi è prossimo alla pensione, è semplice: «lasciare che le cose accadano».
Il secondo, quello degli innovatori, è concentrato sulla ricerca di nuove opportunità.
Tutti gli altri sono alla ricerca -più o meno dichiarata- di una exit strategy o di un «Piano B».

Ed è buffo perchè in questi giorni sono usciti un paio di pezzi che parlano proprio del «Piano B per giornalisti».
Il primo è di Forbes e si intitola Career Advice for Aspiring Journalists
Il secondo invece è su Buzzfeed: The Journalists New Escape Plan: Start-Ups.
Me, se vuoi la mia opinione, i migliori consigli li trovi qui: 21 Things You Need to Know About Publishing 2.0.





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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1700 04 06 2013 12:00:00 GMT
I miti da sfatare sull'editoria digitale Cose scritte altrove.
«Nell'editoria digitale il domani arriva presto». E molte cose che sappiamo oggi, domani potrebbero non essere più vere.
La Stampa, Terza Pagina, I miti da sfatare sull'editoria digitale. Technorati Tags:]]>
Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1699 04 06 2013 12:00:00 GMT
5 prospettive scomode sull'editoria di oggi Il digitale, negli ultimi anni in particolare, ci sta forzando a ruotare la prospettiva su diverse attività che non funzionano più come funzionavano alla fine del XX secolo.
È facile che io sbagli, ma provare a elencarle potrebbe essere un buon modo per descrivere in sintesi lo scenario che sta vivendo la nostra cultura nel passaggio al digitale.

1. È in crisi «l'industria culturale», non la cultura.
L'idea di industria culturale è collegata alle caratteristiche funzionali dei vecchi media, che erano costosi da produrre e da distribuire.
Oggi che i costi di pubblicazione e distribuzione tendono a zero, non è più necessario che dietro alla circolazione della conoscenza ci sia un'industria.
Questo non vuol dire -ovviamente- che la produzione industriale di «oggetti» culturali (in genere compravamo il supporto) sia inutile, ma semplicemente che non è più l'unica forma possibile.
Tocca competere con le alternative fornite dal digitale. Il self-publishing per i libri, i blog per l'informazione, ecc.

In generale, per chi acquisisce le competenze giuste, l'accesso alla cultura diviene più facile e più economico. Il che è coerente con l'evoluzione storica della conoscenza umana.

2. Gli editori ormai sono tech company.
Questa è facile, e vale sia per gli editori di libri sia per gli editori di news. Se la circolazione della cultura è digitale, risponde alle regole e alle esigenze di un mondo in costante evoluzione.
Un'azienda editoriale -per restare competitiva- deve essere in grado di dominare tutti i canali, di presidiarli, di governarli culturalmente, di sfruttarne le potenzialità.
Per dirla come la dico sempre, l'editoria oggi è un settore ad alta innovazione.

3. Tutte le aziende sono editori.
Lo chiamano content marketing, ma è solo l'unico modo possibile di stare in rete da soggetti vivi. Per avere una presenza nel digitale (e non avrebbe senso non averla) occorre produrre contenuti e produrli per tutti i canali (dal mobile, al web, ai social). Sono sempre di più le imprese -di tutti i settori- che hanno capito di dover cominciare a pensare "anche" da editori.
Tutte aziende oggi hanno bisogno di contenuti, e questa è una buona notizia per tutti coloro che lavorano per produrli. (questa l'aveva spiegata bene anche Mike qualche settimana fa).

4. Queste tendenze non sono destinate a invertirsi.
Anzi, se la guardiamo nei tempi della Storia, siamo ancora nella prima infanzia di un processo. Dietro l'angolo ci sono oggetti come gli occhiali di Google (e altre diavolerie ancora nei laboratori di ricerca) che continueranno a ridisegnare il modo in cui ci raccontiamo il mondo e ci rapportiamo agli altri e alle informazioni.

5. Nel XXI secolo non possiamo smettere di imparare.
Chiunque lavori nella cultura o nella comunicazione non può più permettersi di star seduto su quello che sapeva fino a ieri. Il valore competitivo è dato dalla capacità di reagire in fretta a cambiamenti repentini di regole del gioco e di contesto.
Per le organizzazioni, tuttavia, è ancora più complicato che per gli individui. Può passare molto tempo dal momento in cui si prende una decisione al momento in cui diventa attuata. Occorre quindi decidere utilizzando una logica predittiva che funzioni bene.
E anche questa è una bella sfida per chi legge il cambiamento come opportunità e non come perdita di rendite di posizione.





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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1698 05 28 2013 12:00:00 GMT
Amazon riscrive di nuovo le regole del gioco per gli editori Cose scritte altrove.
Con Kindle Worlds Amazon legalizza la Fan Fiction. E «la domanda che gli editori dovrebbero farsi è semplice: perché non ci hanno pensato loro?»
La Stampa, Terza Pagina, Amazon riscrive di nuovo le regole del gioco per gli editori. Technorati Tags:]]>
Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1697 05 28 2013 12:00:00 GMT
La wikiprosa di Dan Brown Pur ostentando una profonda reverse snobbery (io leggo solo letteratura di genere), non ho comprato e non credo che comprerò il nuovo libro di Dan Brown.
C'è sempre stato qualcosa che mi infastidiva nella scrittura di Brown. Ma non avevo mai razionalizzato granché.
Il punto è questo: buona parte della letteratura di genere che leggo ha a che fare con temi scientifici o storici, che fanno da sfondo alla narrazione. Questo impone allo scrittore di costruire un contesto comprensibile per i lettori.
E ci sono dei mostri sacri che lo fanno benissimo: da James Rollins a Deaver, al migliore di tutti in questa abilità (che secondo me era Crichton).

Poi ci sono quelli che invece usano toni troppo divulgativi, banalizzano, trattano il lettore come un invertebrato. E lo fanno a livelli diversi, ovviamente. Molto spesso, come nel caso di Martin Rua -autore italiano di successo nel self-publishing-, è per evidente colpa dell'assenza di un editor. (E Dio li benedica gli editor bravi).

Nel caso di Dan Brown, invece, mi sento di sposare la definizione di Wikiprosa, che sintetizza benissimo in una sola parola le mie sensazioni di lettore.
Il pezzo è un post un po' da far west, in cui si spara sul pianista. O sulla Croce Rossa. Ma vale una lettura critica per farsi un'idea: Dan Brown's Wikiprose.





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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1696 05 23 2013 12:00:00 GMT
Mamma, mi si è rotta la scuola «La nuova cultura», scrivevo qualche giorno fa «deve essere ancora codificata e distribuita dal centro (quello che la fa) alle periferie (quelle che devono imparare a viverci dentro)».
Il problema è che il centro, oggi, se vogliamo, non è più l'Istituzione o l'industria culturale, ma quello spazio indefinito in cui l'innovazione lavora a ritmo incessante per cambiare il modo in cui la nostra cultura sta funzionando.
E l'Istituzione, il sistema educativo che dovrebbe insegnarci anche la contemporaneità, non fa in tempo a sistematizzare e distribuire le nuove competenze di information literacy che oggi fanno parte dell'alfabetizzazione di base.

Io cito spesso un video famoso che in poche parole descrive benissimo la situazione: «stiamo formando studenti per lavori che ancora non esistono e che useranno tecnologie che non sono ancora state inventate». Brutale, ma efficace.
Negli Stati Uniti, però, nel mondo dell'istruzione stanno accadendo parecchie cose. Intorno ai MOOC (ne avevo scritto tempo fa sull'Espresso di carta) si sta sviluppando una discussione molto interessante.
Le conclusioni sono lontane, ma c'è abbastanza da leggere. «Il nostro sistema educativo», scrive Neeven Jain su Forbes, «magari non è rotto, ma sicuramente è diventato obsoleto». E propone un lungo ragionamento su cui vale la pena riflettere.
Il titolo è: Creating Adaptive, Personalized, Effective and Addictive Education System for the Next Century.

Poi c'è un altro pezzo interessante, di Paul Champion. Anche Paul frantuma il bersaglio su una riflessione più urgente e necessaria. «È sorprendente», scrive citando Daphne Koller, «come ancora stiamo insegnando agli studenti le cose nel modo che abbiamo usato negli ultimi 300 anni».
Leggi tu stesso e fatti un'idea: The End of Education As We Know It.

Io non ho un'opinione definitiva, ma posso metterci i miei due centesimi. Resto convinto che, su buona parte del cambiamento che stiamo vivendo, la responsabilità della comprensione torni sull'individuo. E non è facile.
Ma è ancora meno facile se pensiamo ai giovani e a come vengono formati. Difficilmente il sistema scolastico e universitario li formerà sulla cultura digitale e ancor più difficilmente li renderà competitivi nel mondo del lavoro del XXI secolo.
Il rischio è che alla fine si crei un forte dislivello tra una maggioranza mediamente disinformata e coloro che hanno una famiglia alfabetizzata (che sa quindi istruirli e dar loro la giusta mentalità) o che incontrano qualche insegnante illuminato.
C'è un problema profondo di design strutturale del sistema educativo in un mondo che è cambiato e continuerà a cambiare. Ma l'istruzione resta cruciale e probabilmente anche in Italia -guardando a ciò che accade negli USA- si dovrebbe provare ad alzare l'asticella del dibattito e, magari, ricominciare a investire sui giovani cambiando anche qualche paradigma.





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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1695 05 23 2013 12:00:00 GMT
5 errori frequenti che gli intellettuali analogici fanno sul digitale Cose scritte altrove.
La «nuova cultura» deve essere ancora codificata e distribuita dal centro (quello che la fa) alle periferie (quelle che devono imparare a viverci dentro).
La Stampa, Terza Pagina, 5 errori frequenti che gli intellettuali analogici fanno sul digitale. Technorati Tags:]]>
Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1694 05 23 2013 12:00:00 GMT
Le carte di Google+ «Google+», scriveva qualche giorno fa Guy Kawasaki, «è il Macintosh dei social network: è il migliore, è usato da meno persone e spesso è condannato dagli esperti».
Io ho sempre ammirato molto il design minimalista di Google, e tra le altre cose mi piace che Google+ sia asimmetrico, come Twitter. Tu puoi seguire qualcuno, e non sei obbligato a essere reciproco.
Ma il problema di Google+ era (e forse è ancora) un altro: in molti lo definivano una «città fantasma». E io, pur usandolo in maniera effettivamente residuale, avevo la stessa impressione.

È molto interessante il nuovo redesign a «carte». È bello, pulito ed elegante. Se vuoi farti un'idea, Vincos te lo spiega bene in italiano.

Ma forse ha ragione Robert Hof su Forbes. «Google», scrive, «sta ancora combattendo la sua battaglia per convincere la gente normale a usare Google+». Per quanto possa essere bello, infatti, il valore in un social network (a differenza dei Macintosh di cui parlava Kawasaki) è dato in gran parte dalle gente che lo usa e lo abita.
La teoria di Hof è che, pur con nuovo design più visuale, più simile a Pinterest se vogliamo (ma meno disordinato), Google+ continua a fare lo stesso lavoro di Facebook. E quindi la gente tenderà a rimanere dove già è.
L'analisi è interessante e si intitola: Google Still Struggles To Explain Why Normal People Should Care About Google+

Se vuoi approfondire, puoi dare un'occhiata al pezzo di ABC (Google Plus Focuses on Photos in Fight Against Twitter, Facebook and Instagram) e a quello di FastCo: How Google Unified Its Products With A Humble Index Card
Ma, soprattutto, merita la lettura l'articolo del New Yorker: The Design That Conquered Google.
(Su Google+ mi trovi qui)





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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1693 05 17 2013 12:00:00 GMT
Il tuo cervello quando scrivi «Il cervello», scrive Annie Murphy Paul, «non fa nessuna differenza tra un'esperienza letta in un testo e una vissuta dal vivo».
Il tema non è nuovo, già anni fa usavamo questo argomento per spiegare che il virtuale, in fondo, non è così virtuale. E che le relazioni interpersonali mediate dal computer a livello neurologico vengono percepite dal nostro cervello come se fossimo in uno «spazio culturale».
L'esempio che facevamo era facile: se sei impegnato in un videogioco di guida, il tuo corpo reagisce come se fossi nella realtà: i muscoli si tendono, si contraggono, eccetera.
Ma l'effetto è ancora più potente quando leggiamo (o comunichiamo attraverso il testo, come in chat), perché il ruolo della nostra immaginazione è molto forte nella costruzione del senso e del mondo che viviamo.

Tempo fa avevamo affrontato il tema, con il saggio di Livia (nella foto), anche dal punto di vista della lettura.

Ma il post di Annie è molto interessante, soprattutto per chi vuole imparare a scrivere con maggior consapevolezza. Fa infatti il punto sui complicati rapporti tra mente e linguaggio quando leggiamo narrativa. E ci spiega -ad esempio- quali sono le metafore che hanno presa e quali invece vengono percepite semplicemente come parole.
Oppure ci racconta come reagiamo ai verbi di azione. È una buona lezione per chi vuole ragionarci anche dal punto di vista di come si scrive.
Si intitola Your brain on fiction e merita un po' di studio.

E se vuoi aumentare ancora di più la consapevolezza nell'uso del linguaggio, quando scrivi, c'è anche questo pezzo di Connie Malamed che può aiutarti: How To Write Better Analogies .





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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1692 05 16 2013 12:00:00 GMT
Due argomenti facili su Mentana Massimo, ragionando -tra le altre cose- sulla decisione di Mentana di abbandonare Twitter, ripesca dalla memoria della rete l'errore RTFM («Read The Fucking Manual»).
È una considerazione importante, che impatta su un fatto evidente: abbiamo una classe dirigente che è inciampata in Internet senza averne vissuto la storia e senza essersi educata a comprenderla. Senza avere l'umiltà di studiare un po' una complessità diversa, come dicevamo la settimana scorsa.

Sul caso Mentana nello specifico, io credo che alla fine la sua decisione sia assolutamente legittima. Può anche essere solo una forma molto umana di Social Media Fatigue.
Ma se qualcuno volesse trarne un insegnamento, dovrebbe riflettere su due cose. Semplici entrambe.
La prima è che Twitter non c'entra nulla. Se la televisione consentisse a Mentana di ascoltare i commenti dei suoi spettatori, probabilmente non abbandonerebbe la Tv. Twitter non fa altro che far emergere e rendere pubblici un po' di quei commenti.
La seconda è che, di fronte alla contemporaneità, scappare non è mai una strategia. Anche qui, è legittimo, ma non utile. È utile invece provare a capire meglio e trovare una propria posizione.
(e poi, tutto sommato, potrebbe aver ragione Ingram quando dice che i nuovi media ci stanno facendo tornare verso la nostra natura, mentre i mass media ce ne avevano allontanato. Fatti un'idea da solo: What if the mass media era was just an accident of history?).
Photo: credits





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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1691 12 05 2013 12:00:00 GMT
Gli autori, tra blogger e lettori Cose scritte altrove.
Se tutti possono pubblicare un libro, oggi, «come si fa a far notare il proprio libro ai lettori?»
La Stampa, Terza Pagina, Gli autori, tra blogger e lettori. Technorati Tags:]]>
Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1690 12 05 2013 12:00:00 GMT
Il peggior lavoro del mondo Cose scritte altrove.
«A quanto pare, fare il giornalista negli Stati Uniti è uno dei lavori peggiori. Non è una novità -se ne era già parlato negli ultimi anni- ma uno studio di CareerCast ha monitorato 200 professioni, in base a parametri precisi, e il mestiere del reporter è risultato in ultima posizione.
Le ragioni sono diverse, ma spesso evidenti. Non è un lavoro pagato mai molto bene ed è un lavoro ad alto tasso di stress, vincolato a scadenze veloci e con una esposizione al pubblico che aumenta la tensione. E queste sono alcune caratteristiche note da sempre.
Ma lo studio evidenzia diversi fattori che hanno origini più recenti. Innanzitutto le prospettive future: tutte le previsioni raccontano di un'industria -quella dell'informazione- che tenderà a essere sempre più in contrazione nei prossimi anni. E già nell'ultimo quinquennio ha perso molti posti di lavoro. Si riducono quindi le possibilità di immaginare serenamente una carriera.
Un altro elemento negativo che ha origine con lavvento delle nuove tecnologie, racconta lo studio, è lampliamento delle mansioni, che oggi rendono il giornalista responsabile non solo dellarticolo o della parte tradizionale, ma anche della presenza -ad esempio- sui social network. E poi pesa molto anche il clima generale di incertezza».
Il peggior lavoro del mondo, L'Espresso, versione integrale su carta (non online).





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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1689 12 05 2013 12:00:00 GMT
Difendere la nostra cultura dal pensiero semplicistico «La cosa più frequente con il digitale», scrivevo scherzando l'altro giorno, «è dare risposte semplici a problemi complessi. Ma le risposte facili non sono mai quelle giuste. Quindi il tuo lavoro consiste nel trovare il modo di rendere semplici le risposte complesse a chi vuole risposte semplici. E questo è complesso».

Il tema di cui si discute in questi giorni (l'intervista della Boldrini) ne è un perfetto esempio. È un tema ciclico, se vogliamo, dato che sono diversi anni che la rete deve difendersi dal pensiero semplicistico della nostra classe dirigente.
Tra le tante risposte sensate puoi farti un'idea leggendo quella di Gianni, quella di Fabio, quella di Massimo. Ma ce ne sono tante.

Io posso aggiungere i miei due centesimi. La complessità del mondo digitale è molto superiore a quella del mondo analogico, quindi ci sono sempre molti argomenti sensati che non sono necessariamente in conflitto tra loro. E spesso sbagliamo quando invece di provare a renderla semplice, affrontiamo questa complessità in modo semplicistico. Lo facciamo tutti, non è facile.
Per questo, secondo me Juan Carlos coglie il nocciolo del problema quando dice che la sfida è educarci. Tutti.

Ma se il problema è semplice, la soluzione non lo è affatto. Prima di tutto perché non stiamo parlando del web, non più, ma del sistema nervoso della nostra cultura. Quindi non stiamo parlando di un manipolo di tecnocrati che difendono le proprie tecnicaglie.
Stiamo parlando, invece, di educarci alla nostra cultura contemporanea. E al modo in cui funziona.

E qui viene il vero problema. Veniamo da millenni in cui la cultura avanzava lenta, veniva codificata in un centro, distribuita alle periferie attraverso un sistema educativo regolato (scuola, università) e diventava condivisa.

Oggi invece la cultura avanza velocissima, nasce -come l'innovazione- spesso dalle periferie e non riusciamo a codificarla ma siamo -tutti- costretti ad inseguirla. A cercare di comprenderla man mano che la vediamo cambiare.

Quindi se vogliamo una soluzione, probabilmente il problema è: come ricostruiamo un sistema educativo in grado di affrontare questa nuova situazione?





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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1688 05 05 2013 12:00:00 GMT
Le verità che gli editori non vogliono ascoltare Cose scritte altrove.
«No, l'editoria non sta morendo, è solo in evoluzione. Molti autori lo stanno comprendendo e stanno cambiando il loro approccio. Gli editori tradizionali dovrebbero fare lo stesso».
La Stampa, Terza Pagina, Le verità che gli editori non vogliono ascoltare.
(E, se ti interesa, c'è anche una relativa discussione molto interessante) Technorati Tags:]]>
Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1687 05 05 2013 12:00:00 GMT
Il futuro è seduto accanto a te «Oggi basta strizzare l'occhio per scattare una foto», scrive Nick Bilton sul New York Times, «o muovere la testa per spegnere gli occhiali».
Stiamo vivendo un nuovo, ennesimo, passaggio importante. È di pochi giorni fa la notizia che gli smartphone oggi si vendono più dei telefoni normali. E in pochissimi anni (davvero pochi) questi aggeggi e i tablet hanno modificato il nostro rapporto con le tecnologie. E con l'informazione.
Come dicevamo spesso (di recente sull'Espresso di carta), non si tratta solo di uno scenario interessante a livello di individui, ma piuttosto di una riflessione urgente per chiunque lavori nei media, nella cultura, nella comunicazione, nel marketing.
Se cambia l'interfaccia con le informazioni (e con il mondo) cambia il modo in cui circola e si produce la conoscenza.
Così, se vuoi farti un'idea, puoi leggere il pezzo di Bilton che ha un titolo che non lascia nessun dubbio: Disruptions: Brain Computer Interfaces Inch Closer to Mainstream.
Oppure puoi leggere l'analisi di Mike Loukides, che pure ha un titolo significativo: Google Glass and the Future.

Ma ancora, per avere qualche altro spunto, ci sono le esperienze dirette.
«Sto usando gli occhiali di Google da due settimane», scrive Robert Scoble, «e non voglio toglierli mai più».
E se vuoi approfondire, c'è anche il pezzo più ampio di Co.Design. Con un altro titolo marcato sulla chiarezza: Why The Human Body Will Be The Next Computer Interface.

Ha davvero ragione Seth Godin quando dice che oggi la parte di valore del lavoro è quella difficile. Quella che gli altri non sanno fare, perché se la sanno fare tutti è una commodity. E la parte di lavoro che oggi ha valore è quella dell'innovazione.
E per chi vuole costruire una carriera in questi settori, per chi ha a che fare con la parola, con le idee, la parte difficile è sicuramente quella di capire prima degli altri come cambia il mondo. E quanto in fretta.
Ma anche capire che la tecnologia abilita nuove possibilità, però sono queste ultime -e non la tecnologia- la vera opportunità.
Sopratutto per i giovani, io credo sia una bella sfida.





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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1686 04 30 2013 12:00:00 GMT